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Appunti delle lezioni di museologia - Prof. Dontella Pegazzano

Anno accademico 2013-2014, Università di Firenze, corso di storia e tutela dei beni culturali

Lezione uno: Cosa si intende per museologia

La museologia è la disciplina che si occupa della storia e della gestione dei musei. Si concentra soprattutto sui musei pubblici, poiché il museo nasce come pubblico, dal momento che le raccolte di libri, reperti archeologici e oggetti d'arte o di altro tipo destinate all'uso dei privati sono definite come collezioni. Il termine museologia (che giunge in Italia nel 1955, in occasione del convegno di Perugia) nasce alla fine del 19º secolo, in ambito tedesco. Comprende la storia, il funzionamento, l'ordinamento e l'allestimento dei musei, mentre la museografia (termine introdotto da Caspar Friederich Nickel nel 18º secolo) si occupa di tradurre l'ordinamento e i concetti nell'allestimento.

Il termine museo deriva dal greco Mouseion, un santuario dedicato alle Muse, spesso utilizzato come sepolcro di personaggi legati alla cultura. È interessante ricordare che, nella mitologia, le Muse erano le figlie di Mnemosine, divinità della memoria. Già nel quinto secolo avanti Cristo, con la nascita del liceo peripatetico di Aristotele, il museo diventa un luogo attivo di elaborazione culturale, nonché di conservazione di manufatti preziosi. Il geografo Strabone racconta del museo di Alessandria d'Egitto, attiguo alla biblioteca, basato anche esso sulla struttura architettonica del peripathos ateniese.

Il concetto di museo torna ad essere presente, perlomeno in Italia, durante il Rinascimento, dal momento che, in età medievale, gli oggetti d'arte o comunque preziosi andavano a finire soprattutto nelle chiese. Lo storico Paolo Giovio, personalità vicina alla famiglia dei Medici, si fece costruire una villa basandosi sui modelli romani, e finalizzata ad ospitare la sua collezione di ritratti, che fungerà da modello per la collezione di ritratti di personaggi illustri presente agli Uffizi.

Un'altra forma di proto-museo è rappresentata dallo studiolo, struttura che nasce già con i primi umanisti, come Petrarca, e che è un luogo deputato sia allo studio che alla conservazione di antichità; di solito è uno spazio piccolo e ben decorato, con le decorazioni tematicamente collegate ai soggetti dello studio. L'ultima dei Medici, Maria Luisa, lasciò alla città di Firenze tutte le collezioni e le raccolte.

Nel 1946 nasce l'ICOM (International Council for Museums), che nel 1975 si doterà di uno statuto, la quale si servì di contributi soprattutto americani e francesi, e che attualmente produce la rivista "museum". Nello statuto è sottolineato che il museo non deve avere scopo di lucro. Questa istituzione ha un precedente, l'OIM (Office International des Musées) nato nel 1926 su iniziativa dello storico dell'arte Henri Focillon, il quale si era accorto della delicatezza del momento e comprendendo l'importanza della vicinanza al pubblico da parte del museo e della buona valorizzazione delle opere d'arte.

Secondo lui si doveva passare dal sovraffollamento all'isolamento dell'opera d'arte. Nello stesso periodo nasce Mouseion, la prima rivista di museografia, che si occupava di storia dell'arte, di ordinamento e gestione del museo, di allestimento e architettura museale. Il pubblico acquista sempre più importanza, si parla di luoghi di sosta, di comodità, di ristorazione. Nel 1929 la "Gazzetta di Belle Arti" promosse un'inchiesta sulle gallerie e sui musei pubblici, seguita nel 1934 dal convegno di Madrid, in occasione della riapertura del museo del Prado. L'anno successivo fu inserita la disciplina "museologia e storia del collezionismo" alla scuola superiore di belle arti.

Il museo comunica attraverso l'esposizione e il commento delle opere esposte, ma questa azione non è mai neutra: un problema che riguarda l'opera d'arte è, infatti, la perdita del contesto originale, che si può cercare o meno di ricreare. Negli anni '50 molti musei italiani non possedevano un inventario, e nemmeno le sezioni didattiche. Il primo direttore dell'ICOM è stato Jorge Henri Riviere, un scenografo parigino e uno fra i primi museologi d'Europa. Il suo primo libro "La museologia" raccoglie le sue lezioni degli anni '70 e '80 presso la Sorbona, e fu pubblicato postumo nel 1989.

Lezione due: I "museologi" e la nascita del museo pubblico

Riviere negli anni '30 diresse il museo parigino del Trocadero, istituendovi il "musée de l'Homme", che fu rilanciato in questa nuova veste attraverso una mostra sulle statue dell'isola di Pasqua. Fu al timone anche del museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, nato in seguito alla denuncia della scuola delle Annales che non stavano sparendo soltanto le culture "altre", ma anche la cultura tradizionale francese; quindi, era necessario cercare un contatto con la cultura "bassa", demologica. In quest'ultimo museo sono presenti due esposizioni: una di ricostruzioni di case contadine e botteghe, ricostruzioni non diffuse in Francia ma già attestate nel museo della città di Vienna e nei paesi scandinavi. Riviere espone oggetti non belli, che acquistano una loro specificità estetica nel momento dell'esposizione.

La seconda esposizione non presenta ricostruzioni, bensì mostra l'oggetto in sé, come già facevano i museologi statunitensi. Prima del 18º secolo, in Italia era presente soltanto la collezione "pubblica" dell'accademia ambrosiana, raccolta dal cardinale Borromeo e posta accanto alla scuola d'arte e alla biblioteca; essa, come altre collezioni, non si poneva finalità didattiche, ed era aperta esclusivamente a studenti di arte e ad ospiti dei mecenate della città. L'Italia, all'epoca, era al centro dei grand tour, e la domanda di musei da visitare era piuttosto alta. Roma rispose alla richiesta, aprendo le porte di molti musei, e fu seguita da altre città, ma ben presto si avvertì la necessità di catalogare quello che era esposto e quello che non lo era.

A Verona, notiamo il museo maffeiano, inaugurato da Scipione Maffei (1675-1755), museo dedicato all'epigrafia antica con un allestimento ragionato; Scipione, infatti, apparteneva a quell'elite di intellettuali italiani in contatto con l'intellighenzia europea. Lui era piuttosto polemico con l'uso decorativo delle epigrafi, come quelle poste nel cortile di palazzo Medici Riccardi, che il cardinale fece confluire a Verona e le catalogò nel volume "Il museo veronese", dividendole in romane, etrusche ed incerte. Si era formato lavorando nella Torino sabauda: ed era conscio di essere un grande innovatore (riordino alle epigrafi presenti nel cortile dell'Università di quella città). Nella lettera a Paolo Gagliardi si lamenta della grande quantità di epigrafi false rinvenute.

A Roma, papa Clemente XIII (1730-1740) riprese la donazione di Sisto Quarto, consistente di alcuni bronzi, fra cui la famosa lupa, che fornirono la base per i musei capitolini, luogo di elaborazione di importanti forme di allestimento. Un chirografo che possediamo attesta per l'anno 1733 l'apertura dei musei capitolini, finalizzati a far comprendere la grandezza di Roma, dell'arte italiana e della Chiesa agli stranieri. Per l'occasione il cardinale Albani, grande collezionista di antichità, cedette al Papa una collezione di busti, per pagare i suoi debiti con la Santa Sede. Soltanto una sala di musei è dedicata ai busti degli imperatori, una a quella dei filosofi. Le sale furono subito caratterizzate dall'ordine e dal colore chiaro, ma la più grande e quella con l'allestimento maggiormente basato sull'estetica è di sicuro la sala Barigioni. Barthelamy in una lettera al conte De Caylus scrive meravigliato dalle statue del Campidoglio, le quali, a suo avviso, sembrano essere una popolazione.

Nel 1774-1776, papa Clemente XVI decide di smantellare il cortile aperto dedicato all'arte antica che papa Giulio Secondo aveva commissionato a Bramante nei primi anni del 16º secolo, per farne un altro museo; il Museo Pio Clementino, progettato da Alessandro Dari. Le decorazioni erano barocche, e in effetti suddivise per generi, e questo museo ebbe un successo straordinario fra gli studenti e i turisti. Dari costruì la sala dei busti, la galleria delle statue ed il cortile ottagonale. Si sviluppò una scuola di restauro integrativo, mentre la seconda fase della creazione del museo fu caratterizzata dall'allestimento delle grandi sale a pianta centrale, modello per la museografia europea. Nell'ultimo quarto del 1700 si formano ingressi individuali ai musei. Per le nuove sale del museo, l'architetto Simonetti prende a modello l'architettura classica.

Intorno al 1776 venne rinvenuto un gruppo scultoreo rappresentante Apollo e le nove Muse, a cui fu dedicata un'intera sala del museo pio Clementino, quella rotonda, detta anche sala dei capolavori. L'architetto creò anche una sala a croce greca attigua alla sala rotonda, dove il pittore Noceli dipinse un'allegoria della fondazione.

Lezione tre: I musei tedeschi e austriaci

Nel 18º secolo, con la nascita dei primi musei pubblici, assistiamo all'inizio di una riflessione museale: la Germania è uno dei luoghi dove si assiste all'elaborazione di una nuova teoria museale, influenzata dall'Illuminismo. S'inizia a pensare che le opere collezionate dai signori nelle loro ville debbano essere inserite in luoghi visitabili; quegli oggetti iniziarono così ad essere raccolti, inseriti nei musei, collezionati e tutelati nelle collezioni principesche che promuovevano la figura dei signori e delle loro gesta, mentre il museo moderno promuove il miglioramento della società, la formazione delle persone ed il piacere personale. Le gallerie tedesche sono costruite appositamente per ospitare le opere d'arte, e non sono semplicemente un prolungamento delle abitazioni dei signori.

A Dresda il principe Augusto I nel 1711 costruì un edificio (Zwiger) in stile tardo barocco per ospitare le sue collezioni, e delle sale di rappresentanza. I principi tedeschi acquistarono moltissime opere italiane; Augusto si procurò le collezioni dal cardinale Alessandro Albani, il quale, avendo contratto molti debiti, vendette le opere per sanarli, ed entrò in possesso anche di collezioni di antichità appartenute a Cristina di Svezia e la collezione Odescalchi. Il museologo e museografo Francesco Algarotti era il consulente del principe e progettò una modifica della Gemaldegalrie, che però non fu realizzata. Il criterio di ordinamento era sostanzialmente per scuole. Federico Augusto II, prosegue in questa opera di arricchimento delle collezioni reali di Dresda acquistando numerosi dipinti italiani e, nel 1746, la collezione di dipinti di Francesco III d’Este di Modena. Successivamente entrarono nel museo le opere fiamminghe appartenute alla collezione Wallenstein e nel 1754 la Madonna Sistina di Raffaello. Francesco Algarotti progetta, nel 1742, un riordino del Museo di Dresda ed un nuovo edificio, dalle forme di un tempio antico, con una rotonda centrale e quattro ali laterali.

In quegli anni acquista importanza l'illuminazione del museo, e quella più utilizzata era l'illuminazione dall'alto. A Vienna nel 1776 l'imperatore d'Austria Giuseppe I fece trasportare la galleria dei quadri imperiali in un edificio, il palazzo del Belvedere, allo scopo di creare un museo pubblico. Egli acquistò un palazzo lussuoso per adibirlo a museo, rivolgendosi per l'allestimento a Christian Mechel, il quale suddivide i dipinti per scuole. Nel 1891 la collezione venne trasportata nel Kunsthistorisches Museum. Quello che Mechel voleva fare era presentare una storia dell'arte visibile, al servizio di coloro che volevano istruirsi. Nel 1784 von Mechel pubblicò il "Catalogue des tableaux de la Galerie de Vienne", indispensabile strumento per un moderno museo. Anche il catalogo, come il museo, rispondeva ad una concezione nuova, poiché per ogni opera, secondo l’insegnamento di Winckelmann, bibliotecario a Dresda, e secondo un metodo scientifico, si esaminavano fonti e documenti al fine di giustificarne l’attribuzione.

Egli stabilisce un percorso dell'arte che nasce, ha un apice ed una decadenza. Un altro museo interessante è il Kassel Friedericianum, progettato nel 1779 dall'architetto Simon Louis de Ruy per il langravio Federico II, ospitava una biblioteca, collezioni d’arte e di antichità e scienze naturali.

Lezione quattro: Gli Uffizi e il Louvre

Il museo degli Uffizi è formato da momenti storici diversi che si riflettono nella struttura stessa e nelle sue collezioni: la galleria degli Uffizi nasce con la storia del collezionismo dei Medici: il primo nucleo è costituito da monete e vasi in ceramica, raccolti da Cosimo il Vecchio, mentre suo figlio, Pietro il Gottoso, fece costruire un proto-museo e lo studiolo a Palazzo Vecchio. Un artista importante per la famiglia è Donatello, il quale scolpisce diversi gruppi per loro e addirittura con loro viveva. Dopo l'uccisione del duca, Cosimo I spostò la sua abitazione da Palazzo Medici a Palazzo Vecchio, che fu ampliato: le collezioni medicee furono ricostruite e ampliate, facendo costruire da Vasari cinque studioli per ospitarli.

Decide inoltre di costruire degli uffici per l'amministrazione del ducato, e fece dunque radere al suolo tutte le abitazioni adiacenti a Palazzo Vecchio. Il vero creatore degli Uffizi è Lorenzo dei Medici, il quale adibì gli uffici creati dal padre a galleria d'arte, al fine di mettere ordine nelle collezioni di Palazzo Vecchio. L'architetto che se ne occupò è Buontalenti, il quale progettò una galleria di esposizione di statuaria antica e moderna. Nel 1500 la galleria era luogo di passaggio e di intrattenimento. Francesco I abbandonò lo studiolo a favore della tribuna, dove inserisce le opere che prima erano forse nello studiolo: questo era un luogo piccolo, con decorazione che corrisponde ad un programma legato alle opere contenute al suo interno, il primo esemplare del quale si trovava presso la corte di Ferrara.

Gli Uffizi rimasero inalterati fino alla fine del regime mediceo, ma, nel 1769, la galleria fu aperta al pubblico. Pietro Leopoldo rivoluzionò il museo, spostando l'ingresso: era presente una sezione dedicata agli autoritratti, una ai disegni, la tribuna, quindi tre sale. Luigi Lanzi modificò poi l'allestimento, basandosi su un modello espositivo, che prevede che ogni pezzo sia disposto secondo scuole e tempi. Fu aperta la collezione gioviana, chiamato così perché riprendeva i ritratti di personaggi illustri copiati dalla collezione di Giovio.

La galleria prima del riordinamento degli anni '70-'80 del 1700 comprendeva otto sale:

  • Prima sala: Idoletti, quadri di piccolo formato, bronzi, naturalia, opere in commesse di pietre dure
  • Seconda sala: Quadri di vari maestri (con molte opere fiamminghe)
  • Terza sala: Strumenti matematici
  • Quarta sala: Dipinti e scrigni
  • Quinta sala: Porcellane
  • Sesta sala: Autoritratti
  • Settima e ottava sala: Tribuna e armeria

Dopo il riordinamento comprendeva 20 sale dedicate ciascuna ad una tipologia di oggetto. Lanzi tolse dall'esposizione gli oggetti che non considerava degni, e si oppose al collezionismo per entrare in una dimensione di natalità del museo. De Greyss fece un inventario nel periodo che va dal 1748 al 1760. Gli Uffizi, inizialmente, erano molto simili ad una wunderkamer, ma Luigi Lanzi, negli anni fra il 1780 e il 1782 modificò il museo, eliminando le caratteristiche più vicine a una galleria principesca. Per l'allestimento si ispirò al museo di pittura di Vienna e ai musei capitolini, ed entrò proprio per quanto riguarda l'allestimento, in una forte conflitto con il direttore del museo, Bencivenni.

Il museo comprendeva allora otto sezioni, e 20 gabinetti, ed aveva fra le sue opere di punta il David bronzeo e l'ermafrodito di Donatello, il mercurio di Giambologna e il busto di Cosimo primo dei Medici ad opera di Cellini, mentre, nel gabinetto del marmo, faceva bella mostra di sé il Bacco di Michelangelo. Fulcro del museo era la tribuna, del cui allestimento antico abbiamo una riproduzione nel dipinto che fece Zaffany per la regina Vittoria, progettata dal Buontalenti sul modello della torre dei venti di Atene. Sono presenti i simboli dei quattro elementi: i pavimenti rappresentano la terra con le decorazioni floreali, le decorazioni ittiche l'acqua, le pareti rosse il fuoco e la lanterna con la banderuola l'aria. I quadri venivano posti in ordine decrescente dall'alto verso il basso.

Un'altra sala interessante era la sala della Niobe: essa voleva essere una sintesi delle tendenze storico-critiche dell'epoca. Il gruppo scultoreo di Niobe, rinvenuto ai primi del 1500, fu spostato dalla Villa Medici di Roma a Firenze. C'era stata una grande discussione sull'esposizione del gruppo, se le statue dovessero essere poste insieme o singolarmente, come poi fu scelto. Fu proposto anche di inserire un tempietto nella sala, ma, a causa della pericolosità del progetto, non fu mai inserito.

Il progetto di sistemazione delle statue da parte del restauratore Innocenzo Spinazzi e dell’architetto Zanobi Del Rosso (1771) proponeva la sistemazione del gruppo secondo le modalità già attuate a Villa Medici: le sculture in gruppo su un basamento roccioso sul lato destro della sala rispetto all’ingresso. Visti però i vari problemi che questa ipotesi presentava si tornò, nel 1772, alla vecchia idea di utilizzare lo ‘stanzone’ come quadreria. Nel 1773, tuttavia, l’architetto Bernardo Fallani presentò un altro progetto che prevedeva la collocazione delle statue in una sorta di tempietto in un giardino (Boboli probabilmente). Il progetto venne scartato da Zanobi Del Rosso e Gaspero Paoletti, perché poco ‘didattico’. L’allestimento definitivo (le sculture furono collocate nella sala nel 1780) venne influenzato dalle idee di Luigi Lanzi che privilegiava la chiarezza e la razionalità espositiva.

Il museo del Louvre è oggi...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tardis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Museologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Pegazzano Donatella.
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