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Monopolio e antitrust

Avevamo terminato la teoria del prezzo limite con la separazione tra economie di scala ed economie di dimensione, quindi che oltre un certo limite le imprese avevano un vantaggio a diventare grandi per essere grandi, per potere di mercato, per poter controllare quel mercato e tenere lontano i potenziali entranti. Questo approccio, basato sulla struttura (quindi con le economie di specializzazione, dimensione minima efficiente, ecc.) ha preso poi un filone di indagine che si chiama struttura – condotte – performance, seguito soprattutto dagli economisti di Harvard e dai democratici come forza politica di policy americana, che vedono quindi una legittimazione dell’intervento dello stato, soprattutto per fermare le concentrazioni.

A questo approccio ve ne è un altro opposto, ovvero il CSP: condotte-strutture-performance, che invece parte dall’assunto che non esistano i costi sunk, che non ci sia perfetta concorrenza, che ci sia perfetta libertà di entrata/uscita, e quindi che gli impianti siano perfettamente reversibili, non ci siano economie di scala; sono dunque le condotte che determinano le strutture, e quindi le performance. È l’approccio seguito prevalentemente dall’università di Chicago, che sono prevalentemente i liberisti del mercato e i repubblicani. Nel caso dell’antitrust questi avranno un approccio non a sanzionare le acquisizioni in quanto tali, ma il fatto dinamico, il comportamento (cioè l’abuso di posizione). Nel primo approccio invece la struttura determina i comportamenti, quindi se siamo grandi abuseremo di questo potere; e quindi vi fermo fin all’inizio.

Le due correnti di pensiero

Queste sono le due correnti, dove ognuna di queste ha dei punti di vista differenti, punti di forza e di debolezza interpretativi. Già Hammurabi, nella stele di Hammurabi (2000 a.C.) parla di leggi contro il monopolio, contro l’incetta di grano, di prodotti agricoli, per poi rivenderli quando i prezzi sono più alti. Smith ha parole feroci contro il monopolio (nel caso di Smith il monopolio istituzionale per definizione era la compagnia delle Indie).

Antitrust italiano 1990

È un tema ricorrente, che il potere sia lo Stato nazione, sia il re, sia l’impero hanno sempre dovuto affrontare. Perché il re era così attento a limitare, a governare i monopoli? Non di sicuro per i consumatori, come dice invece la teoria neoclassica. Hammurabi non si interessava per nulla dei consumatori. Lo Stato, o il potere (quindi re o imperatori) si sono sempre preoccupati del monopolio perché la concentrazione economica poteva diventare un potere alternativo a quello del re, quindi che alcune persone non diventassero troppo potenti economicamente.

Essendo questo il punto di fatto, in quasi tutte le declinazioni storiche si è assistito ad un qualcosa che possiamo chiamare consenso verso protezione. Di fatto, una volta che un monopolio si era insediato e quindi aveva iniziato a dimostrare la propria forza, il sovrano veniva a patti con il monopolista. Il patto era molto semplice: io ti istituzionalizzo, e tu mi dai il consenso. Un esempio lampante di questo lo troviamo nel Regno Unito ai tempi di Smith, nella compagnia delle Indie: era la compagnia che aveva il regio monopolo per commerciare con le Indie (stoffe, tessuti, il pezzo più importante della rivoluzione industriale, a parte il cotone con le Americhe).

Il patto era che la compagnia delle Indie, che è così forte, che ha tutta una serie di altre imprese, di sue forniture/servizi, che ha un impatto economico sul paese così importante, sostiene politicamente il re, lo vota, e il re gli concede il regio monopolio. Significa che se il re diventasse matto, comunque la compagnia delle Indie avrebbe vantaggio a sostenere quel re, perché se viene un nuovo re non è scontato, assicurato che il regio monopolio venga affidato nuovamente a lei.

Il monopolio e l'innovazione

Con questa considerazione arriviamo ad uno dei punti più importanti (non è così svelato nei libri, perché in questi il monopolio è trattato come un fallimento del mercato). Perché il monopolio è dannoso secondo i libri? Perché il monopolista, essendo monopolista istituzionale (abbiamo visto affrontando il modello di Sylos Labini è nel caso che non sia protetto istituzionalmente, altrimenti va a produrre a prezzo di monopolio) se è protetto, che vantaggio ha il monopolista? A produrre fra l’incrocio tra i costi marginali e ricavi marginali, dove le quantità sono straordinariamente ridotte rispetto a quelle di concorrenza. Quindi il danno è sempre per il consumatore, che ha una gamma di beni minori e le paga ad un prezzo più elevato, e quindi le rendite si trasferiscono dal consumatore al monopolista, e questo è un fallimento.

Questo è vero, ma non è il punto. Il punto che ci interessa maggiormente è che il monopolio blocca l’innovazione. La blocca in due modi:

  • Sia sui prodotti, perché il monopolista, essendo monopolista, non ha nessun vantaggio a fare un bene migliorato; dobbiamo prendere il bene per forza dal monopolista, quindi tutta quella spinta di innovazione incrementale, di secret manifactury, non serve a niente. Questo è scientificamente ricorrente, ogni volta che c’è un monopolio in un comparto/settore, quel comparto/settore tende a innovare molto di meno, e in taluni casi proprio ad innovare per niente. Anche una concorrenza troppo estrema ci porta allo stesso risultato (quindi che non c’è innovazione), quindi bisogna trovare il giusto equilibrio. Dunque il monopolio blocca l’innovazione; l’estrema concorrenza violenta blocca anch’essa l’innovazione.
  • Non blocca solo l’innovazione del prodotto: se si forma questo consenso verso protezione, blocca l’innovazione del Paese, l’innovazione organizzativa, culturale, blocca il dinamismo tra le classi sociali, l’ascesa di chi vuole emergere; limita gli intitlement, intesi come la possibilità di scelta, le chance di scelta. Vedremo che in alcuni casi, in certi settori ad altissima capacità di innovazione talune concentrazioni potranno essere favorevoli all’innovazione. Dobbiamo quindi capire molto bene i pezzi, per poi andarci ad orientare.

Quindi il monopolio tende a bloccare l’innovazione: economica nel comparto nel quale vi sono le imprese monopolistiche; e del Paese se quell’impresa/gruppo di imprese sono così potenti da fare un consenso verso protezione e per cui l’immobilismo diventa la regola.

Le parole di Smith

Iniziamo ora a capire meglio le parole di Smith: la divisione del lavoro è limitata dall’estensione del mercato. Dice però che poiché è il potere di scambio, è stato tradotto male in “possibilità di scambio”, e dice dall’estensione del mercato, in altre parole di questo potere, e quindi dice che mercato è potere, scambio è potere. Cosa significa “è potere”? I diritti di proprietà per scambiare le merci. Quindi l’idea che ha Smith della società, non dell’economia, la ricchezza delle nazioni, non di un’impresa o del consumatore astratto, è data quando un sistema verticale (re, marchese, conte, vassallo, fino al contadino) per cui la produzione non veniva fatta per il mercato, perché non c’era potere di mercato, non c’era diritto su quelle merci (quindi il contadino produceva le patate e ne teneva una piccola parte per lui e il surplus andava sopra, fino ad arrivare al re; era un sistema verticale); questo sistema verticale con il potere di mercato diventa orizzontale, quindi per questo la ricchezza delle nazioni è il manifesto della borghesia, ed è per questo che è così cruenta contro il monopolio, le gilde, la compagnia delle Indie: perché blocca il sistema, lo cristallizza in verticale.

La parola “extend”, quindi di extend of the market, era presa a prestito da un termine di astronomia, astrofisica, cioè erano le forze gravitazionali che stavano in equilibrio per forze contrapposte, proprio a differenza del cielo tolemaico che aveva le stelle fisse sistema fisso verticale, dove le posizioni sono date produzione non per il mercato monopoli mondo fermoà à à à à non c’è ricchezza delle nazioni mondo alla sussistenza, regime di scarsità.

Il potere di mercato

Power of exchancing potere di mercato, nel senso di possibilità di scambiare. Quindi noi produciamo spilli per il mercato, non per chi sta sopra di noi. Questo implica l’extend, il dinamismo, le forze contrapposte; implica la divisione del lavoro, la specializzazione, che (a parte l’eliminazione dei tempi d’ozio) è tutta dinamica. Economie di apprendimento nuovi modi per; abbiamo detto che c’è bisogno del tempo per sviluppare queste cose; è un concetto dinamico. Quindi potere dinamica division of label eliminazione dei monopoli che ci fermano l’innovazione rottura del sistema da verticale a orizzontale ricchezza delle nazioni.

Monopolio secondo Smith

Il monopolio si divide in temporaneo e permanente; possiamo poi dividerlo in istituzionale e naturale. Abbiamo quindi quattro caselle.

Cos’è la prima casella, il monopolio temporaneo e istituzionale? Sono i brevetti. Smith diceva che nel caso che qualcuno voglia provare ad esplorare terre nuove, prendendosi quindi rischi molto maggiori, nel caso riesca a scoprire nuove linee di commercio per un certo periodo deve essere protetto, cioè deve avere un brevetto, una copertura istituzionale, ma per un certo periodo, in modo tale da incentivare le persone a rischiare, a innovare, altrimenti uno si prende tutti i rischi, gli altri copiano la rotta e fanno tutti guadagni senza avere cosi e rischi; nessuno inizierebbe. È lo stesso identico principio dei brevetti: ad oggi servono per far recuperare alle imprese i rischi di r&s, perché tante r&s non ci porta a niente e quindi sono tutti soldi persi; oppure quando individuiamo l’innovazione del bene, non è giusto che gli altri che non hanno fatto nessuno sforzo lo copino. Quindi per un certo periodo noi godiamo dei profitti della nostra innovazione; è però istituzionale, perché il brevetto è dato dallo Stato ed è coperto dallo Stato; se uno ci imita lo Stato interviene, lo multa, lo blocca; ma è temporaneo. Questo per Smith è valido, addirittura lo consiglia.

Abbiamo poi il temporaneo naturale: è quello che Smith dice in un pezzo della ricchezza delle nazioni: se troviamo un nuovo modo di tingere le stoffe (parentesi non smitthiana: non lo diciamo a tutti come vorrebbe l’assioma della perfetta informazione dell’economia neoclassica) teniamo questo segreto per noi, il più possibile, e se riusciamo lo passiamo anche alla generazione successiva. Queste si chiamano secret of manifactury, segreti di produzione. Per Smith è un sì enorme, perché questo è il motore dell’economia: io troverò un nuovo modo di tingere le stoffe, cercherò di difenderlo il più possibile; chi entra cercherà nuovi modi, ad esempio io ho trovato il color porpora e l’altro si inventa il color mirtillo, viola, ecc., quindi questa continua ricerca è quella che genera il dinamismo e l’innovazione. Ci sono casi molto famosi di imprese che continuano a difendere i loro prodotti senza averli brevettati, come Coca-Cola, dove il secret of manifactury è segreto. Anche in molte altre parti della chimica applicata all’agroindustria, hanno ricette segrete. Non le brevettano perché da una parte sono difesi per 20 anni, ma dall’altra devono svelare il loro segreto, perché il brevetto deve riportare in maniera scritta e codificata tutte le modalità con cui hanno raggiunto quell’innovazione.

Se quindi noi riteniamo che l’innovazione non possa difendersi da sola allora la brevettiamo subito, se invece pensiamo che possa difendersi proviamo a difenderla senza brevettarla. Comunque entrambe sono temporanee, perché Smith dice che se siamo fortunati lo trasferiamo alla generazione successiva, ma due generazioni non le facciamo; cioè prima o poi trovano il modo di imitarci, scoprono l’arcano. Quindi sia in un caso (perché c’è una scadenza) o nell’altro (perché c’è una scadenza naturale) il monopolio è temporaneo. Per Smith vanno benissimo entrambe le soluzioni.

Abbiamo l’istituzionale permanente: la compagnia delle Indie, Alitalia. Cioè lo Stato delega un’impresa a fornire quel determinato bene (linea telefonica, gas,...), spesso sono gli utility ma non è detto; diventa il monopolista di quello Stato, gli dà il regio monopolio. Questo per Smith è vietatissimo, deleterio, blocca l’innovazione, lo sviluppo del Paese. Abbiamo infine quello che si chiama il monopolio naturale: è quello che troviamo come fallimento del mercato, quando la domanda taglia la curva dei costi nel tratto decrescente. Smith su questo è sibilino, cioè fa capire che per lui un monopolio naturale permanente di fatto non esiste, e se esiste è irrilevante per la dinamica economica. (Es. monopolio naturale Melinda, Brunello di Montalcino: c’è una certa proprietà del terreno caratteristica di quella zona); tutta la parte di manifattura e della ricchezza delle nazioni non può essere monopolio naturale.

Le politiche antimonopolistiche

Entriamo adesso all’interno delle politiche per regolamentare la concorrenza, quindi le politiche antimonopolistiche, ovvero antitrust. L’antitrust nasce in USA: si chiama Sherman Antitrust Act, nel 1890; si chiama così perché è il senatore Sherman che propone la legge antitrust; la propone perché a fine ‘800 si stavano verificando delle concentrazioni che di fatto potevano portare a degli abusi di posizione dominante. Il caso più famoso era quello della Standard Oil, compagnia importantissima di estrazione del petrolio, che aveva anche tutte le ferrovie, partecipazioni in tutte le ferrovie. La Standard Oil di fatto vietava il passaggio nelle ferrovie delle compagnie concorrenti, che pure erano disposte a pagare il prezzo. Quindi utilizzavamo il nostro potere di mercato su un comparto per mettere delle barriere su un altro comparto, ovvero quello del petrolio, quello a maggior valore aggiunto. Pertanto queste situazioni di fatto alteravano in maniera molto evidente la concorrenza.

Per questo motivo, sia i democratici (Harvard, SCP) sia i liberali, repubblicani (Chicago, CSP) si trovano d’accordo, l’antitrust viene arato in pochissimo tempo. Prevede sostanzialmente due situazioni, che sono riprese nel primo e nel secondo comma:

  • 1° comma: vieta e intese;
  • 2°: vieta il monopolio.

Le intese

Cosa sono le intese? Sono un qualcosa di diverso, già presente in Smith sotto forma di gilde; erano le corporazioni in Smith. In senso moderno (all’epoca dello Sherman Antitrust fino ai giorni nostri; anche il nostro antitrust vieta le intese). Le intese si hanno quando solitamente operatori di uno stesso comparto si accordano per alterare il mercato, ad esempio stabilendo dei prezzi; un’intesa importante e recente era l’intesa che aveva fatto Vodafone e Tim per stabilire le tariffe, si sono quindi detti di non farsi guerra sui prezzi del servizio del telefono, ma di stabilire d’accordo un prezzo, così entrambi ci guadagnano. Ne abbiamo di vari tipi: le intese assumono a volte anche la consistenza dei cartelli: quello più famoso, tutt’ora esistente, è il cartello dell’OPEC: non esiste un antitrust mondiale a vietarlo, dove i maggiori produttori di petrolio (in questo caso dell’Arabia Saudita; ma c’è anche l’OPEC Plus, dove è entrata anche la Russia ma che recentemente è uscita, e questo ha portato alla caduta del prezzo del petrolio); sono i vari Paesi produttori di petrolio arabi che dicono di pompare meno petrolio, ridurre l’offerta rispetto alla domanda, e in questa maniera i prezzi salgono. Due importantissimi cartelli fatti nel ’74 e nel ’79 portarono il prezzo del petrolio a 3 volte e mezzo; quando abbiamo parlato del prezzo limite di fluttuazione della domanda era in quegli anni, negli anni ’70. I Paesi dipendenti dal petrolio, tipo l’Italia, sono in ginocchio.

Abbiamo intese un po’ su tutti i comparti, ma non solo per fissare il prezzo: l’OPEC ad esempio non può fissare il prezzo internazionale, ma fissa le quantità da produrre, e di conseguenza il prezzo; a volte certe intese sono geografiche: alcuni produttori di beni/servizi si accordano per occuparsi l’uno di certe regioni italiane e l’altro per altre ragioni italiane, per non farsi la guerra, per non cercare di rubarsi clienti nella stessa regione; stessa cosa per le nazioni. Intese sono anche ad esempio le corporazioni volte a limitare l’entrata; le corporazioni ai tempi di Smith (e alcune resistono tutt’oggi) dicevano: se tu vuoi fare l’orologiaio, il falegname specializzato, il sarto, ecc., è la corporazione che decide quando tu sei pronto, cioè ti dice “tu adesso sei diventato un sarto/orologiaio, puoi operare”. La corporazione tendeva a ridurre moltissimo queste licenze d’entrata, in maniera tale che ci fosse meno concorrenza e quindi gli operatori potessero aumentare il loro prezzo. Ci possono anche essere intese per prendere materie prime o semilavorati importanti ai danni di altri operatori. Quindi le intese sono degli accordi segreti volti ad alterare la concorrenza di mercato a favore dei soggetti che fanno l’intesa. Questo è vietato dall’antitrust, perché non possiamo ostacolare artificiosamente il mercato per ottenere dei vantaggi.

Qual è il problema? È che se gli operatori, gli imprenditori, sono sufficientemente furbi, non è così semplice riuscire a smascherare un’intesa. Altra intesa famosa è quella delle banche, per fissare i tassi d’interesse, dire: non facciamoci la guerra al ribasso/rialzo del tasso d’interesse, accordiamoci per tenere...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Elena_m1997 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di economia e politica industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Poma Lucio.
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