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Capitolo 1

Burton, ieri e oggi

Questo libro è il frutto di un lavoro in comune, un dialogo tra Lachmann e Beebe, tra la psicoanalisi e l’infant research. In questo capitolo gli autori hanno presentato il trattamento di Burton, da cui è iniziata la loro collaborazione. Il suo caso introduce un tema importante: in che modo le nuove conoscenze sullo sviluppo umano possono estendere la comprensione clinica e le modalità di intervento terapeutico.

Nel libro sono stati descritti i percorsi formativi. Per un anno circa, Lachmann è stato supervisore di un dottorato in Psicologia presso una clinica universitaria di Salute mentale. Per qualche anno esercitò e insegnò Psicologia dell’Io, ispirandosi in particolare al lavoro di Edith Jacobson. Ciò che ammirava del libro "Il Sé e il mondo oggettuale" di Jacobson era la prospettiva evolutiva del bambino, orientata costantemente verso una sempre maggiore autonomia e indipendenza. Le sue influenze psicoanalitiche di allora facevano riferimento a una prospettiva monopersonale, secondo cui la psicopatologia risiedeva nel paziente. Egli come analista, si vedeva come una sorta di spettatore capace di liberare il paziente dalle forze che ostacolavano il suo sviluppo, grazie all’analisi dei suoi conflitti inconsci.

Beebe è una dei tre dottorandi supervisionati da Lachmann. Lei cominciò il dottorato al Teacher’s College presso la Columbia University. Inizialmente si ispirò all’opera di Werner, di Jean Piaget e ai modelli costruttivisti. In cerca di qualcuno che facesse ricerca sullo sviluppo emotivo nella prima infanzia, conobbe Daniel Stern che, all’epoca, stava filmando alcune madri con figli gemelli a casa loro. In particolare era interessata a studiare la reciprocità tra madre e bambino e l’espressione degli affetti positivi. Qualche anno dopo venne pubblicato il primo saggio di Stern, “una microanalisi dell’interazione madre-bambino”.

Beebe spiega che lei, insieme ai suoi colleghi, erano eccitati nell’osservare i modi intricati in cui le madri e i bambini interagivano, anche perché all’epoca la psicoanalisi considerava i bambini molto meno complessi, attivi e sociali di quanto riteniamo oggi. Nel frattempo perfezionò il lato clinico della sua formazione. Svolse per due anni a Yale il suo internato clinico, dove venne seguita da Sid Blatt. A Yale vide in un ambulatorio esterno alcuni pazienti adulti piuttosto disturbati. La supervisione di Blatt la preparò a incontrare Burton, il paziente assegnatoli alla Teacher’s College Clinic.

Lei e Frannk Lachmann, con sgomento degli altri due studenti, credevano che questo studente universitario estremamente disturbato potesse beneficiare di un trattamento psicoanalitico. Burton divenne il soggetto del loro primo saggio pubblicato insieme, nell’83. Quando pubblicarono il resoconto del nono anno del suo trattamento, decisero di chiamarlo Burton, poiché solo un attore come Richard Burton avrebbe potuto interpretare il ruolo di un uomo così pericoloso e agitato, e chiamarono Liz la prima moglie e Sybille la seconda.

Burton iniziò il trattamento all’età di 20 anni. Sentiva che non valeva la pena di vivere, si lamentava della propria autodistruttività, faceva uso di alcool e droghe e aveva idee suicide persistenti; udiva una voce persecutoria proveniente dal “profondo della mente” che lo criticava, lo derideva e gli intimava di uccidersi. Non si sentiva vivo e credeva di avere una malattia terminale. Aveva comunque una ricca immaginazione, un’intelligenza fuori dal comune e si preoccupava molto dei suoi amici.

Nel trattamento di Burton, Beebe e Lachmann facevano riferimento a un modello teorico di consolidamento del Sé, nella convinzione che i problemi di separazione occupassero una posizione centrale nelle difficoltà del ragazzo a strutturare il proprio Sé, e che la sua patologia derivasse dai suoi desideri di fusione e dalle conseguenti difficoltà di separazione. Loro partivano dall’assunto che il senso del Sé si consolidasse lungo 3 dimensioni:

  • La differenziazione fra Sé e oggetto
  • La capacità di tollerare gli affetti positivi e negativi
  • L’esperienza della continuità nel tempo

Usavano il termine di “differenziazione” per riferirsi al processo mediante il quale il Sé e l’oggetto diventano distinti; e quello di “separazione” per indicare la capacità di mantenere tale distinzione. Essa determina una diminuzione del bisogno dell’oggetto reale. Tornando al paziente, ogni volta che Liz lo respingeva, egli voleva ucciderla e nel contempo uccidersi.

Il suo desiderio profondo di ricongiungersi a Liz, manifestato durante la terapia, venne interpretato come un residuo della fusione infantile con la madre sadica e abusante. Burton, all’inizio del trattamento, aveva dichiarato: “Siamo come gemelli siamesi; se fossimo separati moriremmo entrambi”: tale affermazione di Burton è confermata da un incubo ricorrente in infanzia, in cui lui era rinchiuso in una bara, con sua madre fuori, o viceversa. Separarsi significava per lui uccidere ed essere ucciso; la separazione = (significava) morte anche con Liz; quando lei si faceva del male (si drogava), lui si sentiva escluso, ucciso da lei e quindi voleva ucciderla.

Una lunga ricostruzione della sua relazione da bambino con la madre fece emergere ricordi incoerenti su di lei: a volte era perfetta, altre volte era un’assassina. L’incubo ricorrente in cui Burton o la madre erano chiusi in una bara con l’altro fuori rivelava le sue tendenze suicide-omicide e al tempo stesso l’intercambiabilità tra lui e la madre nell’assumere i ruoli di assassino e vittima. B. e L. fecero riferimento a questi ricordi successivamente per ricordare a Burton quanto la relazione con Liz rievocasse la relazione infantile con la madre.

Burton era convinto che la relazione con la sua nuova compagna, Sybille, fosse un tradimento di Liz ciò richiama il ricordo di Burton di una lunga relazione che il padre aveva avuto con un’amante, e della rabbia che aveva provato nei suoi confronti per aver tradito la madre. La preminenza dell’identificazione conflittuale con il padre, con colui che si era separato dalla madre e l’aveva tradita, consentì a B. e L. di interpretare il materiale che stava emergendo in un’ottica conflitto-difesa. Nella competizione con il padre, doveva essere più fedele di lui, e nel contempo giocare il ruolo del tradito e dell’abbandonato.

Tuttavia la capacità di Burton di mantenere la coesione del sé e di affrontare il conflitto era troppo fragile. L’iniziale fedeltà verso la madre si trasformò ben presto in una fusione, in cui Burton si percepiva del tutto simile alla madre abbandonata, tradita e impotente. Nel panico crescente, Burton cercava di convincere B. e L. che senza Liz sarebbe morto. Nel rapporto con Liz, l’oscillazione tra avvicinamento e allontanamento diventava più evidente. (“la amo, la odio; voglio ucciderla, voglio stare con lei”.

Quest’ambivalenza sfociò in uno stato di disorganizzazione che culminò in uno stato suicida in cui riviveva la fusione con la madre morente (l’abbandono di Liz è come la morte della madre voglio uccidermi). B. e L. ritenevano che questo processo indicasse l’inconsistenza strutturale del Sé di Burton. Non era in grado di tollerare affetti così intensi, non riusciva più a distinguere fra il Sé e l’oggetto (Liz), e rientrò in uno stato di fusione Liz simile a quello che aveva vissuto con la madre. Tuttavia, queste interpretazioni ebbero solo il risultato di confonderlo ulteriormente e acuire le sue tendenza suicide.

B. fece notare a Burton che stava immaginando di essere intrappolato nello stato di paura per sempre, sottolineando in tal modo l’annullamento della dimensione temporale inerente allo stato di fusione. Questa interpretazione consentì a Burton di progredire dalla sua posizione suicida e di fusione verso l’accettazione di uno stato più differenziato e dipendente. Si sentì incapace di prendersi cura di se stesso e riconobbe apertamente di aver bisogno di lei. Burton si muoveva verso un incremento di separazione e un’esperienza di sé più ricca e articolata, iniziava a vedersi non più soltanto come aggressivo, ma anche come bisognoso.

In questo periodo la fusione stava diventando una dipendenza oggettuale, che implicava un certo grado di differenziazione tra Sé e oggetto. All’inizio del nono anno di terapia, quando Burton cominciò a saltare delle sedute (in quanto pensava che, rifiutando l’aiuto del terapeuta, avrebbe in qualche modo arrestato il processo di separazione con Liz), il transfert emerse in primo piano e diventò l’oggetto principale delle interpretazioni. In questa fase, Burton era in collera per la sua dipendenza sessuale da Liz e si sentiva in preda al panico perché temeva che la perdita del rapporto con lei avrebbe comportato la perdita della propria sessualità.

Separando la sua sessualità da Liz, rassegnandosi alla sua mancanza e riconoscendo che il senso dell’esperienza di perdita nei suoi confronti andava ricercato nel rapporto con la madre, Burton compì decisivi progressi nel processo di differenziazione e di separazione. Tuttavia, si sentiva depresso e manifestava tendenze suicide. Questi vennero interpretati come una forma di autopunizione per l’allontanamento da Liz e come un desiderio di annullare i notevoli progressi che aveva compiuto. Burton fu in grado di trarre profitto da questa interpretazione della sua depressione.

Nella seduta successiva, egli riconobbe spontaneamente l’aspetto difensivo della sua “pazzia” e la sua responsabilità nello scegliere di non diventare pazzo questo riconoscimento venne considerato da entrambi come l’inizio di una profonda ristrutturazione del suo Sé. Il progresso nella differenziazione tra Sé e altro avvenne anche grazie al lavoro sul padre e sulla separazione dal terapeuta, che condusse a consolidare il Sé nucleare di Burton (definito come la distinzione tra l’immagine del Sé e quella degli altri). Furono evidenti anche progressi nella capacità di tollerare gli affetti intensi e nel senso di continuità nel tempo.

Burton e il modello sistemico

Beebe e Lachmann oggi criticano il loro primo approccio al caso Burton. Innanzitutto criticano:

  • L’interesse per il processo di strutturazione e il deficit strutturale, che rifletteva un punto di vista monopersonale della psiche
  • Il loro modello evolutivo, che si concentrava soprattutto sul processo di separazione
  • L’enfasi sulla ripetizione di attaccamenti infantili, che trascurava le trasformazioni avvenute in questi attaccamenti
  • Il peso attribuito alla narrazione verbale, che oscurava l’azione terapeutica dello scambio non verbale
  • L’uso di un modello unidirezionale che enfatizzava solo l’influenza del terapeuta sul paziente, sottovalutando l’influenza del paziente sul terapeuta e il rapporto tra i due

Le idee attuali di B. e L. si basano su un punto di vista sistemico. Secondo il loro modello sistemico attuale, la psicopatologia non risiede in un deficit organizzativo statico; il concetto di “struttura psichica” è sostituito da quello di “modello di esperienza”, che indica una modalità organizzativa in process, che può cioè variare nel tempo. Il concetto di “struttura di interazione” è sostituito da quello di “modello di interazione” per evitare le implicazioni statiche del concetto di struttura.

Nella prima infanzia, i modelli esperienziali si organizzano come “aspettative di sequenze di scambi reciproci”; questa influenza reciproca, o bidirezionale, in cui ogni partner dà un proprio contributo allo scambio in corso, può essere definita “co-costruzione”. In Psicoanalisi si riteneva che l’aspettativa fosse un fattore “aspecifico” e “non interpretativo”; secondo il modello sistemico invece la disconferma delle aspettative negative e traumatiche ha un’azione terapeutica specifica (Burton si aspettava critiche, derisioni, abusi, abbandoni … e di ricevere gratificazione da droghe e alcol). Non confermando nessuna di queste aspettative, il terapeuta fornì non solo un background di sicurezza, ma perturbò il sistema consentendo la prosecuzione dell’interazione.

In virtù dei cambiamenti apportati al loro modello, oggi possiamo chiederci in che modo cambiarono le sue aspettative di autoregolazione e di regolazione interattiva. Oggi B. e L. ritengono che il processo di interiorizzazione proceda di pari passo con l’organizzazione delle rappresentazioni (o modelli di aspettative). Nello sviluppo infantile, come in analisi, entrambi i partner costruiscono insieme modalità regolatorie diadiche, che comprendono al tempo stesso modelli di autoregolazione e di regolazione interattiva. Il processo di organizzazione consiste nell’elaborazione, nella rappresentazione e nell’anticipazione delle autoregolazioni e delle regolazioni interattive costruite da entrambi i partner. È proprio l’interazione analitica che, gradualmente, ha modificato il processo di autoregolazione nel caso Burton. Egli divenne capace di pensare, anticipare, calmarsi e sentirsi vivo senza ricorrere ad alcool e droga.

Il concetto di “incrementi di separazione”, che allora faceva riferimento a una prospettiva monopersonale, perché indicava un importante processo in Burton, è stato tradotto in una prospettiva sistemico-diadica; si tratta di un modello interattivo di rottura e riparazione la riparazione c’è stata infatti nel rapporto Burton-Beebe. Al modello evolutivo di separazione-individuazione viene preferito oggi un modello di attaccamento-individuazione, un modello che sottolinea il modo in cui il bambino si relaziona assertivamente, non in cui si separa o raggiunge l’autonomia viene riconosciuto l’attaccamento di Burton nei confronti dell’analista, ma anche il profondo investimento di Beatrice nei confronti di Burton, cosa che prima non era accaduta.

B. e L. ritenevano che la sua influenza si esplicasse solo attraverso l’interpretazione e in questo modo si sottovalutava il ruolo della partecipazione continua dell’analista alla co-costruzione della relazione. Oggi Beebe e Lachmann considerano, invece, il trattamento come un processo interattivo continuamente co-costruito con una continua negoziazione della relazione. Infine, mentre nel primo approccio venne considerata la relazione con Liz come una ripetizione di quella con la madre, oggi Beebe e Lachmann evidenziano l’influenza reciproca tra ripetizione e trasformazione. La relazione con Liz poteva essere considerata una ripetizione, poiché in essa Burton esplicitava la sua percezione infantile della madre come pericolosa e cattiva. Tuttavia, nella relazione con Liz, Burton tentò più volte di trasformare il legame distruttivo con la madre.

Grazie al lavoro sul transfert, Burton sviluppò l’aspettativa che una relazione intensa può anche essere sicura e piacevole, non solo distruttiva, prevedibile e stabile e non solo soggetta a fluttuazioni e rotture.

Capitolo 2

Il modello sistemico-diadico

Beebe e Lachmann, dopo aver scritto insieme l’articolo sul nono anno di trattamento di Burton, decisero di approfondire per 12 mesi lo studio dell’Infant Research. La Beebe spiega che si sentiva divisa tra l’interesse verso il modello evolutivo applicato ai suoi pazienti e quello verso un modello utilizzato per le ricerche sui bambini. Lachmann era interessato alla possibilità di utilizzare l’infant research come nuova via di accesso alla psicoanalisi, a partire non dal divano, dalla patologia, ma dalle molte ricerche condotte sui bambini normali e sulle loro potenzialità. A Lachmann interessava soprattutto il ruolo giocato dall’interazione diadica nell’organizzazione delle prime esperienze di vita.

Beebe e Lachmann cominciarono ad attingere all’infant research per estendere la loro conoscenza dell’interazione tra paziente e analista. Già molti lavori precedenti avevano riconosciuto l’importanza dell’infant research per la psicoanalisi, in genere come aiuto nell’indagine delle origini infantili della psicopatologia adulta. L’interesse di B. e L. è diverso però, in quanto loro sono interessati all’infant research perché ritengono che essa chiarisca i processi fondamentali alla base dell’interazione. Quindi, la loro attenzione è rivolta al processo psicoanalitico.

Il vero contributo dell’infant research alla psicoanalisi non sta nell’idea sostenuta in passato che, nel trattamento dell’adulto, possano essere ricapitolati stati di vita precedenti, ma nella scoperta che i processi che regolano l’interazione a livello non verbale rimangono gli stessi per tutta la vita. La teoria sistemica consente una visione integrata dei dati provenienti dall’infant research, se si considera un sistema diadico interconnesso tra bambino e genitore.

I modelli sistemici

Fin dai primi anni 70, nell’ambito dell’infant research, gli studi sullo sviluppo sociale si sono soffermati sulla regolazione interattiva, considerandola in opposizione all’autoregolazione, ad eccezione di Sander. Solo negli ultimi 10 anni l’infant research ha cominciato a esaminare i processi autoregolatori e la loro integrazione con la regolazione interattiva. La psicoanalisi, invece, ha approfondito storicamente l’organizzazione degli stati interni, e solo recentemente ha preso in considerazione l’interazione diadica.

Vengono considerati “modelli sistemici” quegli approcci che integrano il contributo dell’individuo e quello della diade all’organizzazione dell’esperienza e del comportamento. Come precursori possiamo considerare Piaget e Werner, i quali hanno posto l’enfasi sull’interazione continua tra organismo e ambiente. In psicologia, i modelli sistemici...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/02 Psicobiologia e psicologia fisiologica

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