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CAPITOLO 1

UN CASO DI VIOLENZA

I bambini che non dormono mai, che sono molto esigenti possono trasformarsi in aguzzini negli

incubi diurni dei loro genitori. La maggior parte di noi è in grado di riconoscere questi forti

sentimenti per quello che sono. Possiamo riconoscere la nostra rabbia e, fortunatamente, l’amore

ci salva. Ma ci sono genitori che non possono attingere come risorsa a nessun ricordo di amore e

sicurezza. L’esperienza della crudeltà o dell’indifferenza del proprio caregiver è stata interiorizzata

sottoforma di rappresentazioni mentali che persistono nella mente anche se in uno stato inconscio.

Spesso queste esperienze traumatiche sono riattivate dalle urla e dalle lacrime dei propri bambini,

pur continuando a rimanere inconsapevoli. In questo capitolo viene raccontato

un caso di maltrattamento e di omicidio di una bambina da parte di suo padre, il signor Brown. Il

padre raccontò che la piccola veniva regolarmente picchiata e lasciata senza cibo. Descrisse

scene penose di questa bimbetta pallida, che vagava scalza fuori casa. Il giorno del “fatale

incidente”, la “piccola vagabonda” venne rinchiusa sporca e affamata nella sua camera. Quando

egli tornò dal lavoro, la trovò imbrattata di feci e urina, e la lavò. Poi cercò di farla parlare,

iniziando a scuoterla. La mattina dopo la bambina venne trovata morta. In seguito il signor Brown

fu processato e condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ricordare questi avvenimenti, egli

parlava in modo calmo, distaccato. Egli sembrava aver scisso se stesso dalla violenza che l’aveva

portato a uccidere la sua bambina. Quando il signor Brown raccontò della propria infanzia, iniziò a

parlare della madre come di una persona dedita totalmente alla famiglia. Sfortunatamente si

ammalò di tubercolosi e morì quando lui aveva solo 8 anni. Da allora fu lasciato nelle mani del

padre, un uomo violento, del quale era ancora evidente quanto avesse avuto paura. Sembra

verosimile che la rabbia inconscia nei confronti della madre, che non si era potuta prendere cura di

lui, si fosse infine scaricata sulla figlia. Proprio come sua madre, la bambina gli era sembrata

impotente e trascurata, e ciò aveva evocato in lui i propri disperati bisogni e l’antico dolore. Non

era riuscito a trovare dentro di sé l’amore che la bambina aveva bisogno di ricevere da lui. Invece

aveva cercato di affrontare il dolore identificandosi con il proprio padre e con la rabbia distruttiva di

quest’ultimo, una rabbia che almeno aveva l’effetti positivo di dargli il potere di infliggere ad altri la

sofferenza che aveva in precedenza dovuto subire. È come se durante l’assalto finale alla

bambino il signor Brown non avesse riconosciuto davanti a sé la figlia. Ciò che aveva visto e

sentito in quel momento erano invece i propri sentimenti e ricordi riportati al presente. La scissione

è un processo dissociativo che permette a tutti noi di tollerare l’ansia insostenibile che deriva da

sentimenti di totale impotenza di fronte a esperienze di abbandono e abuso. Se la sua era lo storia

tipica dei genitori che maltrattano gravemente e uccidono i figli, era anche la classica descrizione

di ciò che infinite vittime di abuso attraversano durante la propria tormentata infanzia: prima di

diventare un vittimizzatore il signor Brown era stato una vittima dell’inadeguatezza dei suoi

genitori.

Ora sappiamo che l’abuso è 20 volte più probabile se uno dei genitori è stato abusato da bambino.

Tuttavia, è anche molto importante notare che non tutti i bambini abusati riproducono poi questo

pattern con i propri figli. La storia del signor Brown è una storia importante. Egli era un uomo

normale che finì con l’uccidere la figlia con un atto di violenza che probabilmente non era stato

premeditato e di cui non aveva memoria. Questo fenomeno si chiama proiezione: è una difesa

comune utilizzata dalle vittime di trauma. Esso consiste nel fatto che sentimenti che non possiamo

ammettere, solitamente associati a esperienze dolorose, vengono rimossi nel nostro inconscio

come ricordi che possono successivamente venire risperimentati quando proiettati sugli altri.

CAPITOLO 2

IL MITO DEL PECCATO ORIGINALE E DELL’ISTINTO DI MORTE

Potremmo chiederci se la nostra specie è intrinsecamente distruttiva oppure se la violenza è il

risultato di pressioni ambientali. La concezione dell’umanità come intrinsecamente peccaminosa

risale al 4 secolo e all’inizio del 5. Secondo Agostino, a causa del peccato originale di Adamo, la

razza umana ha dovuto soffrire le frustrazioni dovute al desiderio sessuale e l’angoscia di essere

mortale. Inoltre, l’umanità ha perso la libertà di scegliere. Tutte le sofferenze sono la prova del

deterioramento morale introdotto da Adamo ed Eva. Così, dal tempo di Agostino, ogni cattolico è

tenuto a credere che si nasca con il peccato originale. L’idea che l’umanità sia intrinsecamente

malvagia potrebbe sembrare a molti di noi un mito antiquato, eppure la nostra cultura è permeata

dalla colpa dell’uomo, anche se ciò non è riconosciuto consciamente. È importante notare che le

opinioni di Agostino non erano accettate da tutti i cristiani. Alcuni obiettavano che esse tradivano i

principi cristiani fondamentali: la bontà della creazione di Dio e il libero arbitrio. Il più critico di

Agostino fu un certo Giuliano di Eclanum, che attaccò sistematicamente le sue convinzioni. Erich

Fromm è consapevole delle potenti implicazioni sociali e politiche delle teorie di Agostino. Se si fa

in modo che gli uomini si sentano intrinsecamente colpevoli, essi sono più facilmente controllabili;

ciò ha ovvi vantaggi politici, per coloro che vogliono governarci, e in un certo senso può spiegare

perché il pensiero di Agostino sia ancora attuale. Come sottolinea Elaine Pagels, è naturale che,

dinanzi alle catastrofi o al dolore, l’uomo cerchi di rispondere accusando se stesso delle proprie

sofferenze. Per l’uomo è necessario trovare una motivazione alle sofferenze e sentire, soprattutto

quando siamo maggiormente minacciati, che abbiamo in qualche modo il controllo della nostra

esistenza. È questo bisogno che sottende l’evidente propensione dell’uomo a sentirsi colpevole

piuttosto che impotente. Può essere a causa di questo stesso bisogno che la dottrina del peccato

originale è sopravvissuta come base della religione cristiana per 1600 anni. Ronald Fairbairn

chiamò “difesa morale” il bisogno difensivo di sentirsi colpevoli di fronte al trauma. Accusando se

stessa per quanto è accaduto, la vittima ottiene un certo senso di controllo sulla sua vita, invece di

sentirsi totalmente impotente. Anche la “pulsione di morte” di Freud libera il genere umano dalle

responsabilità personali della crudeltà e della distruttività. L’ “istinto di morte” è significativo nel

ristabilire l’idea che l’uomo tende ad essere intrinsecamente distruttivo, con tutte le implicazioni

.

terapeutiche, sociali e politiche che questa corrente di pensiero comporta

CAPITOLO 3

AGGRESSIVITÀ E VIOLENZA

La televisione, i quotidiani e i libri ci somministrano una così regolare dieta di violenza, che siamo

giunti a considerarla parte del nostro modo di vita e, in un certo senso, probabilmente è così.

Tuttavia la gente inizia a realizzare che il prezzo della violenza è maggiore di quanto si possa

sopportare, che la nostra sopravvivenza e quella del nostro pianeta sono in pericolo. Nel suo

studio sulle rivoluzioni scientifiche Thomas Kuhn spiega molto chiaramente che potremmo essere

sul punto di assistere a un nuovo approccio allo studio del comportamento umano. Nelle

osservazioni di Kuhn si è tentati di vedere un incoraggiamento a esplorare il legame tra la nostra

capacità di essere violenti e il nostro bisogno l’uno dell’altro. Un dato

comune quando si esamina la letteratura sulla violenza umana è la confusione che sembra

esistere tra le parole che si riferiscono all’aggressività e quelle che si riferiscono a concetti come

violenza o crudeltà. Molti autori scivolano da un termine all’altro senza tentare di definirli o di

evidenziarne la differenza. Nel suo libro Le basi biologiche del comportamento sociale umano,

Robert Hinde si basa sulla definizione biologica di aggressività di cui, naturalmente, evidenzia

l’importante funzione adattiva nelle specie superiori. Tuttavia, per quanto riguarda l’uomo egli

ridefinisce l’aggressività come un “vizio”, e nel farlo dà su una particolare forma di aggressività

umana un giudizio di valore simile a quelli dati nel definire la violenza. Ciò accade perché la parola

“aggressività” comprende tutti i tipi di comportamento, dai litigi dei bambini piccoli alle torture

sadiche dei prigionieri politici. È necessario differenziare le varie forme di comportamento

aggressivo negli esseri umani. Autori come Durbin e Bowlby definiscono come aggressività

“semplice” il comportamento comune sia agli animali che all’uomo, e aggressività “trasformata” i

sentimenti aggressivi rimossi e convertiti che sono così specifici dell’umanità. L’aggressività

trasformata è quanto viene descritto nel libro come violenza. Essa può assumere varie forme,

come “odio” che è una miscela di aggressione e vendetta, o “crudeltà”, che si riferisce al piacere o

all’indifferenza che possiamo sentire nei confronti del dolore di qualcuno “Tortura” e

“persecuzione”, cioè il procurare volutamente dolore a un altro, sono alcuni dei suoi modi di

presentarsi. Tutte queste forme di comportamento interpersonale possono essere designate come

forme di violenza, la quale è , secondo l’Oxford English Dictionary un “comportamento tendente a

causare dolore fisico o a interferire forzatamente con la libertà personale”.

Nel dibattito sulla violenza umana, la questione se essa sia o meno innata, se derivi da un istinto

come la “pulsione di morte” di Freud, o se sia il risultato di pressioni esterne o una combinazione di

entrambi, è centrale. Nel campo dell’etologia sono essenzialmente i seguaci di Konrad Lorenz a

credere che la violenza umana sia innata. Poiché Lorenz è un etologo di notevole fama, le sue

opinioni sull’aggressività umana sono ancora accettate da molti come verità scientifiche. Egli la

considera come un istinto che aiuta ad assicurare la sopravvivenza sia dell’individuo sia della

specie. Tuttavia nell’uomo questo stesso istinto diventa distruttivo perché l’evoluzione culturale ha,

per così dire, superato l’evoluzione biologica. Il rapido sviluppo tecnologico, in particolare nel

campo degli armamenti, ha dato all’uomo un potere di distruzione che non è più tenuto a freno

dalle appropriate inibizioni. Perciò il nostro futuro dipende da come riusciamo a incanalare le

pulsioni aggressive.

Coloro che credono nella violenza innata dell’uomo tendono a deridere chi non condivide il loro

punto di vista. La ricerca delle radici profonde del comportamento violento ha prodotto un’altra

scuola di pensiero chiamata “paleo psicologia umana”, resa nota dal lavoro di Paul MacLran. Egli

descrive il cervello “come una gerarchia di tre cervelli-in-uno” e addebita la “brama di potere” al

nostro primitivo cervello rettile. L’altruismo e l’empatia sono considerati forme di comportamento

acquisite più recentemente. In questo modo la violenza viene attribuita all’espressione regressiva

del nostro cervello rettile. Questa teoria implica che atti violenti come lo stupro e la propaganda

nazista trovino spiegazioni come esempi di questa regressione filogenetica.

Anche gli psicoanalisti hanno contribuito al dibattito sulla natura ereditaria della nostra distruttività.

Storr fa notare che la tendenza dell’uomo a essere crudele è radicata nelle sue peculiarità

biologiche, che sono la prolungata dipendenza e impotenza del bambino e l’abilità intellettiva di

proiettare sugli altri i sentimenti indesiderati.

Gli ultimi teorici che sostengono che la violenza sia innata sono i sociobiologi americani. Uno dei

loro principali autori, Edward Wilson, definisce la sua specialità come “lo studio scientifico delle

basi biologiche di tutte le forme di comportamento sociale in tutti i tipi di organismi, uomo

compreso”. Quando giunge a considerare l’aggressività, Wilson esprime chiaramente la sua

convinzione che siamo aggressivi in modo innato. Quando si confronta con il fatto che esistono

alcune società che sembrano essere molto pacifiche , Wilson scrive “il termine innato si riferisce

alla probabilità misurabile che un carattere si sviluppi in un determinato insieme di ambienti e non

alla certezza ch lo stesso carattere si sviluppi in tutti gli ambienti”. Wilson rifiuta qualsiasi idea che

l’aggressività umana possa essere il sintomo patologico del fatto di essere cresciuto in un

ambiente abusante o deprivante. Sono negati i fattori psicologici e culturali implicati in questo

processo, e si pongono così le fondamenta per ritenere che l’oppressione umana, lo sfruttamento

e l’abuso abbiano basi biologiche. Senza nessuna prova scientifica a sostegno di questa

supposizione, Wilson presenta la sue osservazioni come dati scientifici. Questo approccio e le

premesse che ne sono all’origine emergono con chiarezza quando egli affronta lo studio del

fenomeno dell’infanticidio femminile. L’infanticidio e l’ipergamia femminile (definita come la pratica

femminile di sposare uomini di uguale o maggiore ricchezza) , come dice, possono essere meglio

spiegati come “predisposizione ereditaria per massimizzare il numero dei discendenti nella

competizione con altri membri della società”. La pratica dell’infanticidio non è più un deplorevole

esempio di violenza umana, ma piuttosto l’espressione di una predisposizione biologica ereditaria

che ha un senso in termini di evoluzione se combinata con l’ipergamia, poiché esclude gli uomini

poveri e perciò “fallimentari” dal sistema di riproduzione.

Come la maggior parte di coloro che credono alla teoria istintuale della violenza umana, Wilson si

concentra sull’individuo e non si ferma a considerare le teorie che accentuano l’importanza delle

relazioni umani e della società. In poche righe Wilson liquida l’intero lavoro di coloro che

sottolineano l’importanza della società per l’individuo , con tutto ciò che ne deriva per la nostra

comprensione dei fenomeni di gruppo e sociali.

Come si è visto nella rassegna fatta finora, la controversia tra coloro che vedono l’uomo come

malvagio o crudele di natura e coloro che considerano la violenza secondaria a qualche forma di

deprivazione psicosociale o fisica, è viva oggigiorno come ai tempi di Agostino. Pochi sono stati i

richiami all’ “abilità sociale” dell’uomo, nonostante l’interesse di Darwin per questa forma di

comportamento sociale. Sembra esserci poco interesse per la cooperazione in coloro che

ritengono che siamo originariamente violenti. Questo bisogno di negare l’importanza l’uno per gli

altri degli esseri umani è caratteristico di coloro che credono nella natura istintuale della distruttività

umana ed enfatizzano quindi l’individualità dell’uomo. L’”altro” è visto solo come un contenitore dei

nostri bari bisogni innati. La cosa forse più interessante di questo particolare modo di considerare

l’umanità è il concomitante bisogno di minimizzare l’impatto della perdita, del trauma e della morte.

Ciò che stiamo descrivendo è infatti una Gestalt, un modo di percepire e di pensare la nostra

specie e le nostre interazioni; il suo assunto basilare è la convinzione che siamo istintivamente o

per natura violenti e “cattivi”. Credere nella nostra innata distruttività e nella nostra “malvagità” ci

permette di negare l’importanza delle premure e dell’affetto che non abbiamo avuto. Come il

“bambino cattivo “ di Fairbairn , utilizziamo le nostre “difese morali”, sancite culturalmente, per dare

senso alle nostre brutte esperienze. Il modo opposto di comprendere il nostro

comportamento è riconoscere che siamo essenzialmente animali sociali con un enorme bisogno

dell’”altro”, sia perché ci dà ciò di cui abbiamo bisogno , sia perché convalida la nostra esperienza

personale. Questo implica riconoscere l’impatto della perdita, del trauma psicologico e della morte.

Le relazioni sostituiscono gli istinti e, di conseguenza, dobbiamo accettare che siamo così

vulnerabili causa della nostra dipendenza dall’”altro” e dagli “eventi vitali”.

Quando si vogliono capire le origini della violenza bisogna chiaramente abbandonare un modello

di causalità lineare. Per spiegare come possano accadere aggressioni o guerre è necessario un

approccio multidimensionale che sottolinei che sottolinei il gioco reciproco tra individui in via di

sviluppo con la propria eredità genetica e il loro ambiente. Nessuna moderna teoria biologica può

ignorare il fatto che le forme di pattern comportamentale che si sviluppano in un individuo e la

frequenza con cui si manifestano dipendono pesantemente da condizioni esterne. Il bisogno di

negare le capacità sociali intrinseche è, evidentemente, molto radicato, ma questo atteggiamento

va cambiato, se si vuole che le nuove scoperte nel campo dello sviluppo infantile e del trauma

psicologico siano seriamente prese in considerazione.

CA

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AleCas di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli psicodinamici di ricerca e intervento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Giannone Francesca.
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