Estratto del documento

Modelli di intervento e contesti di tutela

a.a. 2011/2012 (Proff. Caruso e Marchesi)

Capitolo 1: Il processo di intervento

Prima fase: La rilevazione

Il compito di essere attenti a eventuali segnali che possano indicare che un bambino è a rischio è un compito di tutti i membri di una società civile e, in modo particolare, di coloro che svolgono una funzione educativa, di istruzione, di assistenza sociale, di prevenzione, di cura. Tale consapevolezza è ormai diffusa tra gli operatori della scuola e dei servizi sociali e parallelamente è diminuita la resistenza a porre in atto le misure efficaci. Contemporaneamente sono venute meno le richieste agli esperti di fornire "ricette", elenchi di indicatori che devono mettere in allarme insegnanti o professionisti di servizi, i quali oggi dispongono delle conoscenze sufficienti per raccogliere e soppesare autonomamente tali indicatori.

Perché i bambini non denunciano i genitori

I bambini sono strettamente vincolati agli adulti che si prendono cura di loro, e non possono neanche supporre che il comportamento di questi possa essere nocivo nei loro confronti. Infatti, il neonato di razza umana nasce drammaticamente immaturo da non sopravvivere se non viene immediatamente accudito. Questi è dotato di un robustissimo cordone psicologico che lo vincola alle figure di accudimento. Questo legame esclude la possibilità che il piccolo possa percepire la figura di attaccamento come cattiva, altrimenti se ne allontanerebbe e sarebbe condannato a morte sicura. Ma se questo dispositivo di idealizzazione del genitore è di grande efficacia per la generalità dei bambini, purtroppo condanna le eccezioni, vale a dire i figli degli adulti incompetenti, trascuranti e maltrattanti, a subire un danno senza poterlo decodificare come tale: e quindi a escogitare meccanismi disfunzionali per leggere tale comportamento inappropriato del genitore.

Per questo motivo l’allontanamento definitivo di un bambino maltrattato dai suoi genitori non può essere mai preso alla leggera, ma solo come ultima ratio, in quanto impone una durissima fatica al piccolo, quella di rescindere tale robusto cordone per cercare, nel migliore dei casi, di stringere un altro. Dunque, i bambini non denunciano di regola i loro genitori, e se lo fanno non è mai intenzionale. Per questa ragione dobbiamo essere preparati a raccogliere segnali fisici o comportamentali o accenni indiretti in un discorso. È possibile una vera denuncia solo quando il ragazzo ha compiuto qualche esperienza di vita autonoma oppure quando può contare sulla comparsa di un legame di appartenenza alternativo.

Perché la famiglia maltrattante non chiede aiuto

Purtroppo non si può contare neanche sulla domanda spontanea del genitore maltrattante; per questo motivo è altrettanto necessario saper decodificare richieste d’aiuto mascherate da parte di un genitore. I motivi sono svariati: la vergogna, la paura del biasimo e della sanzione, l’incapacità socioculturale a prefigurarsi la possibilità stessa di essere aiutati, la cronicità assistenziale creatasi nell’esperienza con i servizi da cui sono abituati a ricevere solo sussidi e interventi materiali, la perdita di contatto con la realtà, le difese patologiche, la disperazione esistenziale…

È comprensibile come individui profondamente depressi, suicidari, deliranti che utilizzano alcol o droghe come tentativi autoterapeutici, o che soffrono di altri tipi di deformazione della realtà, non solo non riescano facilmente a chiedere aiuto per sé, ma tanto meno lo facciano per i loro bambini. A determinare l’andamento di un gioco familiare concorrono una serie di fattori: socio-economico, culturale, individuale, vale a dire le esperienze dei singoli soggetti che rendono la scelta di un dato comportamento più probabile di altri e relazionale, cioè l’influenza reciproca degli atteggiamenti assunti dai vari componenti della famiglia.

  • La vittima assume il ruolo di "attore" e per questo è necessario cogliere e interrompere i comportamenti attivi e inconsapevoli che non rivestono alcun carattere di responsabilità, ma che lo espongono fortemente al rischio di diventare un capro espiatorio e nel futuro, a quello di ripetere altre esperienze di vittimizzazione.
  • Talvolta avviene che la richiesta di aiuto diventi solo una strategia di risarcimento e ciò rende improbabile un genuino aggancio a un operatore, il quale vorrebbe essere percepito come una risorsa per il cambiamento e invece è ridotto a un surrogato della famiglia di origine, dalla quale il genitore brama disperatamente ricevere una riparazione affettiva a carenze e frustrazioni precoci.
  • La colpa è anche del coniuge del maltrattante: per lui è facile negare qualsiasi responsabilità, ma la complicità lo rende un genitore non protettivo e quindi altrettanto colpevole.
  • Un altro fenomeno è l’inversione dei ruoli o parentificazione, per cui il figlio di genitori deboli, fragili, incompetenti non può evidentemente strutturare nei loro confronti un attaccamento sicuro, ma è costretto solo su se stesso e al limite a prendersi cura di loro. Il bambino non pensa affatto che qualcun altro possa aiutare lui e la sua famiglia, così si fa carico della situazione personalmente.

Seconda fase: Il coinvolgimento dei genitori e la decisione di segnalare al tribunale

Una volta rilevata una situazione di sospetto, vi sono due compiti operativi:

  1. Contatto e coinvolgimento dei genitori: c’è un’eccezione nel caso in cui si sospetti di abuso sessuale che prevede che esso sia reso in forma rigorosamente riservata: è il magistrato della Procura penale che ha il compito di svolgere le indagini preliminari, di informare il presunto abusante che è aperta un’indagine su di lui. Questo obbligo alla riservatezza è spesso estremamente penoso per l’operatore. Informare in modi e tempi impropri la persona sospettata di abuso sessuale di ciò che ha allarmato può essere estremamente pericoloso, in quanto l’abusante, spaventato dalla probabile condanna, potrebbe ridurre al silenzio la vittima, intimorendola, minacciandola, facendole del male, oppure potrebbe mettere in atto gli stessi atteggiamenti intimidatori nei confronti di altre persone che sono al corrente dei fatti, o costruirsi una linea difensiva, cercare di sottrarsi al giudizio, fuggendo o rendendosi irreperibile o addirittura suicidarsi.

    È più difficile ancora accettare che la stessa segretezza debba valere nei confronti dell’altro genitore e della rete familiare e amicale, a meno di trovarsi di fronte a un adulto inequivocabilmente protettivo o che è comunque in grado di allontanarsi da lui con la figlia. Se non si ha la certezza che questo genitore condividerà questo allarme, non viene comunicato nemmeno a lui il sospetto e la decisione di segnalare.

    Nel caso in cui non si tratti di abuso, è necessario coinvolgere i genitori, mettendoli al corrente, in modo chiaro e completo, di ciò che si è rilevato, insistendo sul fatto che l’unico movente non è condannarli, ma aiutare il loro bambino e loro a evitare comportamenti inappropriati. Vanno convocati sempre tutti e due i genitori, perché escludere una persona, di solito un uomo perché fa paura o appare un persecutore, significa proprio contribuire al processo di costruzione sociale che finirà per renderlo tale. Quando una persona di questo genere scoprirà di essere stato oggetto di un tale complotto, i suoi vissuti di impotenza e le conseguenti reazioni aggressive cresceranno a dismisura, come pure la paura e la diffidenza, rendendo molto arduo il successivo lavoro dell’operatore segnalante.

  2. La decisione di segnalare: è una decisione sempre molto difficile, soprattutto quando l’operatore ha già un rapporto professionale con il bambino e i suoi genitori. Vi è quindi la paura dell’interruzione del rapporto con l’utente, l’incubo delle minacce, delle ritorsioni violente e il pensiero di una collaborazione faticosa con i magistrati e poliziotti.

    Vi sono due criteri operativi, dal cui incrocio risulta più chiara la decisione da prendere: la gravità e la negazione. Questi due aspetti vengono posti su due assi del grafico e la zona risultante dalla loro intersezione corrisponde alle situazioni in cui è possibile lavorare in un contesto spontaneo, quella al di fuori invece rappresenta i casi in cui è indispensabile segnalare perché l’uno o l’altro fattore risultano di intensità troppo elevate. Si parla di gravità quando il bambino ha dei lividi, quando un genitore ha un atteggiamento ostile che umilia sistematicamente il figlio, costituendo rispettivamente un maltrattamento fisico e psicologico.

    La negazione del danno serve a orientare gli operatori, ma limitatamente ai casi di modesta gravità. Nel caso in cui vi sia un riconoscimento da parte del genitore della necessità di cambiamento, è possibile inviare il genitore a ricevere aiuto in un contesto spontaneo. Si può quindi prescindere dalla segnalazione al Tribunale, rimanendo comunque ragionevoli e vigilanti sul rischio.

    Nel caso di negazione manca il riconoscimento dell’inappropriatezza del proprio comportamento e di conseguenza la motivazione del cambiamento. Per questo motivo, anche in presenza di un danno di modesta entità, va valutata attentamente l’opportunità di segnalare la condizione del minore al giudice, magari provvedendo preventivamente a raccogliere altri indicatori con la collaborazione di colleghi di altre professioni. Infatti vi è un forte rischio che al di fuori di un contesto coatto manchino i requisiti sia perché il bambino venga protetto, sia perché il genitore si confronti con le sue responsabilità in modo da poter eventualmente diventare disponibile a farsi aiutare.

    ⇅ livelli di negazione: il genitore è chiuso in difesa, minacciato dai sensi di colpa. Esistono diversi livelli di negazione che sono stati concettualizzati da Trepper e Barret che descrivono tale meccanismo messo in atto nei casi di abuso sessuale come un insieme di menzogna e difesa. Nell’abuso sessuale è all’opera nell’abusante una deformazione della realtà in larga parte inconscia, attraverso la quale egli si protegge dall’irruzione nella coscienza del senso di colpa per aver violato un tabù profondamente radicato.

    Per negazione si intende una menzogna, cioè un’alterazione della verità grazie alla quale il genitore maltrattante tenta di evitare soprattutto il biasimo altrui.

    • Negazione dei fatti: il genitore nega che sia reale ciò che gli viene contestato, protestando la propria totale estraneità e innocenza, accusando la vittima di mentire e i servizi di perseguitarlo.
    • Negazione della consapevolezza: pur trovando un consenso sul livello dei fatti, cioè sulla realtà del danno patito dal minore, gli impedisce di passare a un lavoro ricostruttivo e interpretativo in quanto il genitore ha già le sue spiegazioni: non sapeva quello che faceva a causa della droga, effetto dell’alcol… per questo non si ritiene responsabile di nulla e non c’è niente da capire. Questo meccanismo, a volte rappresenta un primo cedimento di negazione del fatto stesso.
    • Negazione della responsabilità: i fatti sono ammessi, come pure la coscienza di averli commessi, ma la responsabilità è attribuita ad altri, es la vittima che se lo è meritato, o a qualcun altro che con il suo cattivo comportamento ha scatenato la “giusta reazione” del maltrattante → il processo di assunzione di responsabilità è lento e faticoso, caratterizzato da parziali ammissioni e poi da improvvise marce indietro. È importante lavorare su questi parziali riconoscimenti e aiutare il paziente a trovare il coraggio di allargarle.
    • Negazione dell’impatto: è il più insidioso per l’operatore che rischia di non avvertirne la presenza, compiaciuto dal constatare il riconoscimento di fatti, consapevolezza e responsabilità. Questo meccanismo serve a tenere a bada il proprio senso di colpa attraverso la minimizzazione della portata nociva sul figlio del proprio comportamento inappropriato → la distorsione della realtà a scopo autoprottetivo è più appariscente nei casi di abuso sessuale.

Il lavoro nel contesto spontaneo

Esistono delle insidie nel contesto spontaneo, cioè quelle forzature, in questa epoca caratterizzata dalla resistenza a collaborare con la Magistratura, con cui gli operatori si illudono di trattare genitori ricattati (“fatti curare se no ti segnalo”) come se fossero motivati a ricevere aiuto, con effetti disastrosi. Per questo è necessario imparare i criteri della negazione e della gravità per decidere se segnalare o meno il caso e evitare ciò a quei genitori che sono sì inadeguati, ma coscienti di esserlo e che si sentirebbero ingiustamente perseguitati se li segnalassimo per costringerli a ricevere quell’aiuto che avrebbero accettato ben volentieri senza costrizione.

Ad esempio, nel caso di donne in gravidanza che si rivolgono all’ospedale Gemelli, per essere seguite, assumendo metadone a basso dosaggio che preserva il feto dalla alterazione nociva tra intossicazione e astinenza. Le donne che entrano nel programma, il cui neonato nasce con un danno estremamente contenuto e che riconoscono il loro limite come genitori a rischio, vengono seguite col bambino per i primi tre anni di vita in modo che il legame di attaccamento possa stabilirsi in un contesto spontaneo che prescinde dunque dalla segnalazione, pur assicurando un’attenta vigilanza.

Capitolo 2: Le prime richieste al tribunale

Terza fase: Indagine

La segnalazione alla Procura presso il TM di un danno subito da un minore o di un grave rischio, ha come risposta un decreto, il quale contiene anzitutto una misura di protezione tesa a interrompere il danno o annullare il fattore di rischio. A volte però il giudice non ritiene di disporre di elementi sufficienti per prendere immediatamente un provvedimento e incarica quindi i servizi di fornirgliene altri: indagine.

L’indagine dota gli operatori di un potere maggiore di quello di cui disponevano al momento della rilevazione, per cui possono, a questo punto, scegliere di compiere interventi che prima in linea di massima potevano essere effettuati solo con l’accordo degli utenti. Raccoglieranno maggiori elementi che permetteranno loro di passare in alcuni casi da un sospetto a una certezza e comunque di cogliere con maggiore precisione la portata e i limiti del danno del minore e delle competenze dei genitori.

L’operazione di definire e circoscrivere la sofferenza del minore viene detta valutazione del danno o accertamento del danno.

L'accertamento del danno

Professionisti diversi dispongono di metodi di indagine e di osservazioni diversi che permettono loro di cogliere effetti differenti di traumi, carenze e incompetenze; si parla di danno sanitario, danno sociale e di danno psicologico. L’incarico di passare dal sospetto alla certezza proviene spesso dalla Procura Penale. L’accertamento è più specifico e chiaro per il danno ascrivibile alla trascuratezza e al maltrattamento perché l’abuso in questo caso, la fase si dilata nel tempo e si sovrappone a quella del trattamento delle vittime e del potenziale aggressore.

  • Danno sanitario: è un danno certo e per questo deve sempre essere portato all’attenzione del Tribunale che potrà avviare un processo di recupero del genitore che finalmente, per paura di creare un danno del figlio o per paura di perderlo trova una motivazione per curarsi. A volte però, l’incentivo non basta, ad esempio nei casi di gravidanza accidentale; questo rifiuto consente di mandare in adozione tempestivamente bambini ancora molto piccoli, prima che siano ulteriormente danneggiati.
  • Nel caso di figli di tossicodipendenti, i problemi di salute si presentano già fin dalla nascita per motivi di astinenza, oppure corrono il rischio, quando diventano più grandicelli, di pungersi con le siringhe e ingerire sostanze tossiche, o possono presentare difficoltà di respiro, vomito, linguaggio sconnesso sotto gli effetti di droghe.
  • Danno sociale: non tutti i figli di genitori tossicodipendenti vivono in situazioni socialmente degradate; esistono degli indicatori più sofisticati, ricavati da delle ricerche, ad esempio il fatto che pochi di questi vivono con il padre e che assistono a un continuo variare di situazioni di coabitazione.
  • Danno psicologico: attaccamento insicuro di tipo evitante con forti aspetti di parentificazione. Tale esperienza induce il piccolo, impossibilitato a fidarsi e a contare su un adulto di riferimento sufficientemente solido e competente, a fare affidamento solo su se stesso e ciò causa un’ipermaturità, una pseudosicurezza, un Falso Sé che trae in inganno un osservatore. L’angoscia che il bambino prova vedendo l’incompetenza della figura di attaccamento lo minaccia nel profondo per cui tenta in tutti i modi di ripararla e di impedirle di crollare, in modo da non restarne privo e quindi esposto alla solitudine e alla morte.
  • → presumere che il minore stia male per il solo fatto che i suoi genitori sono tossicodipendenti è un pregiudizio, riconosciuto anche dagli operatori del Sert che lamentano quanto sia radicato nei colleghi che operano nel settore della tutela ai minori.
  • Le madri di tossicodipendenti che si vedono affidare dal TM il nipote sentono di aver la possibilità di riscattarsi, di rifarsi dell’insuccesso ottenuto con i propri figli e in questo modo, vengono meno i sentimenti di senso di colpa e vergogna. Per questo motivo spesso, le mamme tossicodipendenti, dopo aver lottato per affidare i propri neonati alle nonne, peggiorano drammaticamente.
Anteprima
Vedrai una selezione di 9 pagine su 38
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 1 Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 2
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 6
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 11
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 16
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 21
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 26
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 31
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Modelli di intervento e contesti di tutela, prof. Marchesi, libro consigliato Cattivi genitori, Cirillo Pag. 36
1 su 38
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher layoulay di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli di intervento e contesti di tutela e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Marchesi Virginio.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community