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Silvana Cirillo: sulle tracce del surrealismo italiano

Novecentisti, immaginisti, metafisici: si prepara il terreno ad un movimento che non ci sarà

Tra la fine del secolo e gli anni Trenta. Alla fine dell’Ottocento, secondo l’interpretazione di Benedetto Croce era praticamente impossibile non finire risucchiati dal grande filone positivista, pur essendo già stato esso colpito da quella sorta di malattia che avanzerà ulteriormente nei primi anni del Novecento. Il positivismo aveva infatti aperto la strada a nuove conoscenze in ambito filosofico, scientifico e artistico ma ormai era stato superato da altre correnti di pensiero, sottratte al rigido determinismo che aveva tolto spazio alla volontà umana e mostrato la complessità della storia e dei rapporti sociali.

Quindi il mutamento storico culturale, la messa in crisi della fisica tradizionale con le nuove scoperte, portano tra la fine del secolo e gli anni Trenta, secondo Magris, a una rivoluzione fondamentale nella letteratura contemporanea con il distacco dallo stile classico e l’avvicinarsi al fantastico, il nuovo strumento di conoscenza poiché come disse il surrealista Rivere, è allontanandosi dal ruolo dello scienziato che lo scrittore tornerà tale.

Se nel corso dell’Ottocento il fantastico inteso come strano, meraviglioso, talvolta anche assurdo, misterioso e macabro giocava sul campo tematico, nel secolo successivo si realizza su quello linguistico. Tra questi sperimentalisti del linguaggio si annoverano Zavattini, Landolfi, Delfini, Buzzati e molti altri che schierandosi contro la cultura ottocentesca e il romanzo realistico portano a una nuova fase della narrativa, intesa più che come romanzo nei termini del racconto breve, non inteso come frammento armonioso e lavorato, ma proprio come racconto breve intriso di sogni, memorie, inquietudini, che finiscono in un qualche modo per risarcire l’individuo dell’assenza di miti collettivi e della perdita di fede.

Il Novecento non comincia che poco dopo la guerra

Poiché ogni secolo corrisponde a un momento preciso della storia, non sempre bisogna considerarlo in relazione alla sua durata effettiva; a livello storico per esempio l’Ottocento è considerato un secolo lungo poiché compreso tra il 1789 e il 1914, mentre il Novecento è considerato breve poiché comincia dopo la Prima guerra mondiale. La crisi provocata dalla pagina della guerra, dal colonialismo e dai finti valori tocca anche gli artisti, che si interrogano sul senso della vita e sul destino dell’uomo.

Tra paura e disorientamento, c’è chi si guarda indietro e chi guarda avanti, come i dadaisti con Duchamp, Arp e Ray e dai quali poi nascerà il più complesso movimento d’avanguardia del Novecento, il Surrealismo, i cui artisti dovranno muovere la loro ricerca e creatività tra le insidie del regime fascista dei primi anni Venti, giovane ma già inflessibile. Alcuni si accosteranno al nichilismo dadaista, come Licini, Palazzeschi e gli Immaginisti, altri trovano la loro strada con la visionarietà metafisica, come de Chirico, Bontempelli e i Novecentisti (Paola Masino per esempio), e altri ancora preferiranno il Surrealismo con infanzia, follia, sogno, gioco e orrore, come Moravia, Pirandello e Buzzati in alcuni tratti della loro carriera.

Sartre affermò che la guerra aveva rivolto lo sguardo alla negatività dell’esistenza e questa si eserciterà proprio sul concetto di soggetto e oggetto, ovvero la realtà. L’eroe borghese e razionale è sostituito da personaggi illogici, imprevedibili, al confine tra idiozia, infantilismo e follia; la rivolta ideologica, impossibilitata dalla censura imposta dal regime, viene sostituisca da quella linguistica e stilistica: la fantasia sconvolge gerarchie, categorie, ruoli e si riscopre il potere della parola come indagine delle forme nascoste del soggetto e dell’oggetto.

Il Surrealismo dà voce alle regioni più inconsce e profonde dell’uomo senza ricorrere a diavoli e streghe, poiché le scoperte dalla psicanalisi avevano portato alla luce la complessità della psiche umana e dell’inconscio appunto.

Dalla poetica metafisica a 900

Il regime impedì comunque di parlare del Surrealismo come movimento vero e proprio, infatti si cominciò a parlare di esso solo a cavallo degli anni Quaranta, quando per esempio Curzio Malaparte affermò che bisognava definire tale movimento, le sue origini e le sue ambizioni, così come i suoi limiti, e quando la psicanalisi, su cui aveva fondato la sua provocazione, non si presentava più come scienza scandalistica. Pensiamo che André Breton, il padre del surrealismo francese, aveva indicato i fratelli Savinio e de Chirico come tra i precursori del Surrealismo francese.

Nel decennio postbellico però se ne contano molti di precursori, già Palazzeschi con la sua vena infantile e regressiva, il rifiuto della realtà, il soggetto rimpiazzato da uomini di fumo, come il protagonista de Il codice di Perelà, oppure già Papini a inizio del Novecento con la meraviglia, l’arte di stupirsi e di stupire scoprendo le piccole cose di ogni giorno.

Sarà Papini a influenzare l’arte metafisica dei fratelli de Chirico, che a Firenze entrano in contatto con l’ambiente de La Voce. Proprio questa rivista pubblicherà nel 1918 Hermaphrodito, esordio di Savinio, e condurrà la prima inchiesta sulla psicanalisi. L’arte metafisica, secondo Jacobbi, è stata un’avventura fondamentale nel panorama delle avanguardie italiane perché lo è diventata senza pretese e lo è rimasta fino alla fine, è morta perfetta, ma lasciando un’eredità raccolta dal Surrealismo italiano, che ne riprese la visionarietà, l’inquietudine, la ricerca, lo scavo del mistero, la pietrificazione dei sentimenti e l’assenza di Dio.

L’avventura metafisica infatti, come detto da de Chirico, cercava di cogliere il duplice aspetto della realtà, quello corrente che viene sempre visto e quello spettrale che può essere visto solo da individui particolari in momenti di astrazione metafisica; essi, schierati contro il futurismo, si aprono quindi alla nuova visione della realtà.

Fu proprio de Chirico la mente del gruppo metafisico; non a caso il primo numero della rivista intitolata La rivoluzione surrealista, che uscì in Francia nel 1924, aveva in copertina una foto di gruppo con de Chirico che teneva un libro sulla testa, come si vedeva in un suo quadro, e che comprendeva anche un suo testo, Sogno, proprio uno dei motivi principali della sua arte; nel suo unico romanzo surrealista, intitolato Ebdomero, ha come personaggi Ermes, il dio dei misteri e dei sogni, Boklin, il pittore del mistero e della morte, Apollo Ebdomero, il dio di Delfi, sarà pubblicato nel 1929, quando la sua parentesi surrealista sembra essere finita e anche a livello artistico, si rivolse infatti al neoclassicismo.

Immaginismo e novecentismo, con una spruzzata di espressionismo

Gli immaginisti, riuniti intorno all’architetto Vinicio Paladini, nel frattempo mantenevano contatti con la metafisica e con l’ambiente dadaista attraverso riviste quali Le pagine, La bilancia, Avanguardia, attraverso le quali portarono le istanze dadaiste in Italia. Separatasi dal futurismo poiché vicino al fascismo, autori quali Barbaro, Paladini e Trilussa cominciarono sotto questa influenza a meditare sulla nuova estetica del brutto, del gioco, dell’umorismo e del paradosso credendo, proprio come i surrealisti, nella forza rivoluzionaria e politica dell’arte, nel sogno e nella magia per raggiungere il lato oscuro dell’uomo, pur essendo lontani dall’indicare come arrivarci. Proprio Paladini nel 1929 mette in scena un’opera teatrale sperimentale, Labirinto, ambientata in un luna-park e dove avvengono delitti, allucinazioni e sogni.

Negli anni Trenta un’altra rivista farà da ponte tra le istanze avanguardiste e le sperimentazioni europee ed interne, ovvero L’Interplanetario, fondata da Libero de Libero e Luigi Diemoz, e che accoglierà, oltre alle opere di altri immaginisti, anche testi di Alvaro, Savinio e del primo Moravia; i critici del surrealismo francese ritroveranno proprio in de Libero uno dei pochi surrealisti italiani.

Dopo la guerra le riviste prosperano, per esempio Blue, rivista dada; proprio dalle ceneri del dadaismo nasce infatti il Surrealismo, la cui esplosione in Italia fu fermata dal regime fascista e dalla sua imposizione di precisi modelli comportamentali e artistici da seguire e che quindi non poteva tollerare un movimento che difendeva i folli, i sognatori e inneggiava al desiderio e alla psicanalisi, contro la quale, oltre al regime, si schierò anche la chiesa e l’idealismo crociano, avverso a ogni forma di sperimentazione.

L’eredità della tradizione italiana in ambito di lingua e forma viene dimenticata dai surrealisti italiani, poiché essi liberano l’immaginazione e tutto ciò che proprio l’attaccamento alla tradizione aveva represso imboccando la strada del comico e dell’infanzia.

Il realismo magico di Massimo Bontempelli, che trova la massima espressione teorica in 900, diventa la prospettiva da cui ripartire nell’analisi del quotidiano e funge da collante per questi nuovi artisti che attraverso il Novecentismo trovano la rivoluzione del surrealismo e la fuga dalla censura, oltre che come uno scontro con il regime.

Infatti il narratore novecentista si muove tra dosaggi di realtà e sogno, crea stupore e domina il notturno, il sogno, il sublimale nascondendosi abilmente tra le pieghe della scrittura e capace di rivolgersi a tutti, affondando i miti moderni e i paradossi in cui vive l’uomo contemporaneo. Riprendendo e allo stesso tempo potenziando alcuni caratteri dell’Espressionismo, il Surrealismo potenzia le sue tecniche e il suo linguaggio creando una fusione tra corpo e materia e quindi andando inevitabilmente contro la censura del regime fascista.

Lorenzo Viani

Pittore e scrittore, Viani passa per i Paesi Bassi e Parigi venendo a contatto con i Fauves e con l’arte di Picasso e finisce poi per elaborare un proprio tratto autonomo e riconoscibile che gli hanno fatto meritare un posto d’eccezione tra gli autori italiani che riuscirono a correlare perfettamente surrealismo ed espressionismo. La sua poetica e la sua pittura ruotano intorno al motivo del vagabondo, dell’emarginato, del folle; egli stesso affermò che la strada fu la sua prima fonte di ispirazione, entrando a contatto con i vagabondi e con coloro che definì vinti dalla vita per le strade delle città maledette (Lucca, Firenze, Genova, Parigi), dove egli stesso soffrì disagi, fame e freddo, cominciando sin da bambino a lavorare, studiare, tradurre, imparare i classici, ecc. cercando di superare l’ossessione della morte.

Egli stesso ritrovò nella sua condizione sfortunata il motivo della sua arte; lavorando come barbiere per vari attivisti anarchici poté conoscere intellettuali importanti quali Costa e D’Annunzio, fu scoperto grazie ai disegni sparsi per il negozio dove lavorava da Plinio Nomellini, che sarà il suo mentore, e influenzato nello studio delle Belle Arti a Lucca. Il tratto pittorico nero e duro e le parole forti, aguzze, talvolta inventate saranno i tratti distintivi della sua arte, ricamata intorno motivi quali gli aspetti più bassi del quotidiano, le sofferenze del corpo, la malattia e la morte. il suo intendere la vita come calvario è ben intendibile da due quadri, Crocifissione e Deposizione.

Passò molto tempo a Viareggio, dove frequentava locali quali bettole e fraschetterie e da lì prenderà ispirazione per alcuni dei suoi personaggi, poeti che citavano i classici a memoria e che, savi o folli, parlavano il vernacolo, una lingua forte che l’autore adotta per i suoi testi, dotati di glossari affinché tutti i lettori potessero capire. Sceglie quindi l’opzione linguistica disarmonica, con formule gergali e dialettali, ignorando le regole grammaticali e sintattiche per esaltare il grottesco intrinseco alla realtà.

La città prediletta da Viani infatti non è quella bella e ricca ma quella legata ai sindacati, agli scioperi, alle agitazioni operaie e all’anarchismo; egli studiò prima presso la Reale Accademia delle Belle Arti di Lucca dove Nomellini lo fece finanziare dal comune per passare poi all’Accademia del disegno di Firenze; egli era povero e trovò alloggio presso una stamberga, saltava spesso i pasti in nome del suo interesse per l’arte, anche se non provava nulla nello studio di arte greca e romana.

Infatti l’ispirazione maggiore venne proprio dai sovvertimenti anarchici che animarono non solo la sua vita, fu infatti anche arrestato e schedato, ma anche la sua arte, sostenendo egli stesso che l’arte è inutile se non ne godono gli oppressi.

Pur esercitandosi nella copia dei grandi artisti che aveva conosciuto a Firenze come Giotto e Leonardo, continua il suo impegno artistico legato alle sovversioni frequentando prima il Caffè delle Giubbe Rosse e poi il Manipolo d’Apua, una sorta di cenacolo culturale e politico di forte impronta anarchica e che vede la presenza di poeti, scrittori, pittori e politici, come Ungaretti; inoltre la Camera del Lavoro gli offre una camera dove dormire e pittore.

Infatti Viani esordisce come pittore e solo verso gli anni Venti comincia a scrivere i primi racconti. Come Ubriachi e Parigi, e parallelamente lavora e dedica un album di 10 disegni e didascalie alla guerra imperialista in Libia, Alla gloria della guerra, con l’aiuto di un amico, l’agitatore di masse e anarchico, Alceste de Ambris; fu pubblicato dall’editore L’Internazionale, organo dei sindacalisti rivoluzionari, e fruttò agli artisti denuncia e arresto per la ferocia antimilitarista dei contenuti; Viani si presentò quindi anche come incisore, arte che si prestava molto alla sua scabrezza per l’asprezza dei materiali e del risultato, che mirava ad essere crudo come i contenuti espressi.

Però anche lui parte volontario per la Prima guerra mondiale, illudendosi di poter esplorare meglio la condizione reazionaria e conservatrice che attanagliava le masse proletarie rurali ma ne uscì ulteriormente disperato e ciò si riversa sui suoi racconti; per esempio ne Il Romito di Aquileia ogni soldato rappresenta Cristo e ognuno ha una storia che rappresenta il calvario.

Data l’esperienza della guerra, cadde anch’egli nell’equivoco del fascismo come movimento socialitario e ribelle; lo stesso Mussolini scriverà di come l’artista intendesse la rivoluzione come condotta dagli artisti, non dagli intellettuali o dai tecnici o dai filosofi, testimoniando quindi l’incertezza dello stesso artista, che da anarchico diventa socialista, sindacalista rivoluzionario e profondamente idealista, pur ricevendo pochi aiuti dal fascismo.

I protagonisti dei quadri e dei racconti di Viani sono gli stessi, si tratta di individui toccati dalle disgrazie della vita, come pescatori, marinai, vecchi, pazzi, vagabondi e disadattai in generale che hanno dato il titolo alla raccolta di racconti Vageri.

Il tratto forte, eloquente, ricco di pathos si ritrovano sia nella scrittura che nella pittura, una pittura essenziale, si tratta di profili neri, schiene incurvate, occhi stralunati, manti scuri che talvolta sembrano urlare, lo stesso urlo dei personaggi dei suoi racconti; in sintesi, egli semplifica i mezzi per intensificare l’espressione e l’espressività come i primitivi.

Gli anni Venti del Novecento costituiscono un periodo sfortunato per intellettuali e artisti; Bahr scrisse di come non ci fu un’epoca più buia, nel quale l’uomo era piccolo e la libertà e la gioia erano morte; era appunto l’uomo che urlava per disperazione e angoscia e chiedeva che gli venisse restituita la propria anima. Viani cattura tale urlo e gli dà voce, non dimenticandosi di dar voce al dolore, alle piaghe dell’anima, ai vizi quali alcol e droga che affliggono l’uomo. Lo scenario più terrificante sarà Parigi.

Qui egli patisce la fame e il freddo, ma da flâneur (passeggiatore svagato e curioso) visita mostre e musei, espone e conosce altri artisti, entra a contatto con i clochard e vive una realtà cruda e fatta di umiliazioni che descrive in Parigi, romanzo del 1925, e che ritrae in Il grande dormitorio. E quindi ricorda la fame, il freddo, i volti infernali della città, il rifugio nel Louvre, dove facendo caricature e schizzi riusciva a guadagnare qualcosa; dai suoi quadri emergono dettagli e particolari dei quartieri più poveri, talvolta gigantizzati da un espressionismo macabro che si ritrova anche nelle descrizioni di tali posti e della città, ridicolizzata con la sua arte (Notre Dame, la torre Eiffel).

Il ricordo a una lingua farcita di arcaismi, dialetti, ossimori, parole storpiate e quindi la mancanza totale di armonia nella lingua e il ritmo narrativo per blocchi, ritratti e flashes, senza un vero svolgimento narrativo quindi, enfatizzano tutto ciò. Nei suoi quadri i personaggi sono di norma isolati o in gruppo in uno spazio cromatico nero e spoglio per far risaltare meglio i tratti essenziali delle figure umane; nell’universo artistico di Viani, un po’ come in quello di Munch, sono possibili solo atti estremi come le urla e la morte. Non c’è quindi connessione tra i vari personaggi, ognuno è immobile e isolato nella sua deformazione.

Ciò è evidente non solo nei ritratti di persone devastate dalla povertà o dai vizi, ma anche nelle donne parigine di alto rango, comunque imbevute di tratti quasi demonici; nel suo romanzo per esempio c’è descritta la signora Fleury, che lo ospitò nella sua pensione al suo arrivo a Parigi, ed è descritta con gli occhi gialli e la puzza di serpe morta, simile a una mendicante, oppure Moammed Shaeb, compianto da Ungaretti in una celebre poesia, In memoria, che si spara nei giardini del Lussemburgo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher agnocchetti95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Cirillo Silvana.
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