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5. L’osservazione

L’Infant Observation venne introdotta da Esther Bick nel 1948. Da allora molte Società

psicoanalitiche di diversi paesi l’hanno inserita nel proprio training. Ma in che cosa consiste tale

modello osservativo? Nella sua forma “classica” si tratta di una procedura apparentemente molto

semplice: osservare settimanalmente, per un’ora, un neonato, nell’ambito del suo ambiente di vita,

proseguendo tale esperienza per almeno un anno (preferibilmente due).

Effettuare tale osservazione presuppone però determinate regole da seguire:

Rispettare la regolarità degli incontri;

- Prestare attenzione ai particolari;

- Astenersi dall’agire;

- Mantenere un atteggiamento di neutralità partecipe dando rilievo ai propri movimenti

- controtransferali; senza erogare quindi consigli o influenzare le persone presenti in quel

campo, partecipando al tempo stesso con il proprio sentire, con le proprie risonanze

interne, apprendendo a lavorare con il proprio controtransfert.

Evitare un atteggiamento critico e moralistico;

- Non prendere appunti durante l’osservazione, ma redigere un resoconto in un momento

- successivo a quello dell’esperienza in atto.

Sono tutti aspetti che caratterizzano anche ciò a cui deve attenersi il clinico con i pazienti.

CAPITOLO 3

IL PRIMO COLLOQUIO DI CONSULTAZIONE

1. Finalità e motivazioni

1.1. Per il terapeuta

Semi afferma che lo scopo principale di un colloquio clinico dovrebbe essere l’esplorazione della

“realtà psichica dell’individuo che ci sta di fronte”. Si potrebbe affermare, più estesamente, che,

dal punto di vista del clinico, la finalità primaria di un colloquio clinico consiste nell’esplorare la

realtà psichica del paziente per comprendere alcuni aspetti delle sue problematiche in atto e per

considerare la possibilità di fornirgli aiuto, promuovendo in lui un processo di conoscenza atto a

facilitare un cambiamento.

Quando giunge la classica telefonata in cui viene chiesta direttamente la nostra disponibilità per

un incontro di consultazione, il terapeuta, in base alle informazioni ricevute (che di solito

riguardano almeno l’età del soggetto e l’ambito generale delle sue problematiche), deve decidere

abbastanza rapidamente se accettare la nuova proposta e se effettuare, quindi, un primo colloquio

con quella persona.

Sono molte le variabili che contribuiscono a tale processo decisionale, al di là del desiderio

(auspicabilmente primario) di voler rispondere prontamente ad una domanda di aiuto.

Il clinico, ad esempio, può accogliere positivamente la richiesta perché è un “esperto” di quella

determinata patologia ed è interessato a seguire una nuova situazione che andrà ad arricchire la

sua casistica, oppure, al contrario, non ha mai avuto occasione di affrontare quella specifica area

problematica ed è desideroso di fare una nuova esperienza riguardante quel campo. Talora

apprendendo che quella persona ha già effettuato in precedenza numerose altre consultazioni,

può accogliere la richiesta auto idealizzando il proprio intervento, ritenendo che sarà il migliore e

risolutivo (“io ti salverò”).

Per non parlare (ahimè!) dell’accettazione pressoché “automatica” di quel paziente, considerato

soprattutto come una fonte di possibile aumento del proprio reddito.

Questi elementi, in ogni caso, vengono ad avere una certa influenza sull’assetto interno del

clinico, sulla sua predisposizione all’incontro e sulla qualità della relazione che si instaurerà tra lui

e il nuovo paziente. Sarà pertanto necessario che egli si sforzi di monitorare con accuratezza le

diverse variabili in gioco, le proprie finalità e le proprie motivazioni, primarie e secondarie, per

essere in grado, se necessario, anche di dire un difficile “no” alla richiesta di consultazione,

oppure di predisporsi con mente aperta e sufficientemente libera da condizionamenti ad incontrare

quella determinata persona.

1.2. Per il paziente

Se ci spostiamo sul versante del paziente, occorre considerare che spesso la richiesta di

consultazione rappresenta per lui un punto di arrivo, un passo faticoso da compiere e non sempre

con pieno convincimento. Possiamo dire che, in teoria, la finalità primaria di un colloquio clinico

è costituita, per il paziente, dal desiderio di ricevere un aiuto per le proprie problematiche, di

sentirsi capito nella propria sofferenza, riuscendo a visualizzare le proprie modalità di

funzionamento in modo da poter avviare un processo di cambiamento.

Anche in questo caso, tuttavia, possono essere presenti altri scopi, connessi a varie motivazioni.

Un individuo, ad esempio, può sentirsi spinto a chiedere un appuntamento con un terapeuta non

perché si sente profondamente orientato a intraprendere un lavoro sulla propria persona, ma

perché ha “ceduto” alle forti pressioni familiari che lo indirizzavano verso tale scelta. Oppure

può comunicarci che la spinta principale è stata determinata da altri fattori:

La sua curiosità intellettuale;

- Il desiderio di trovare un interlocutore, una voce;

- Per interrompere la sua solitudine;

- L’impulso ad imitare un amico o un familiare che ha intrapreso una psicoterapia;

- Ecc...

-

In riferimento a questi semplici esempi è facile capire come sia compito del clinico cercare di

cogliere, al di là delle parole del paziente, quei nodi problematici e quei bisogni autentici che di

solito ci sono e che lo hanno di fatto condotto alla consultazione.

A volte il “vero scopo” si potrà mettere a fuoco solo successivamente, all’interno di un percorso

psicoterapeutico intrapreso. Inoltre dobbiamo tenere presente che esistono “finalità specifiche” a

seconda dell’età e del quadro psicopatologico.

2. Il “luogo” del colloquio

Innanzitutto possiamo fare una prima distinzione tra un contesto privato e uno pubblico. Il primo

è di solito uno “studio”, che può essere situato all’interno della propria abitazione oppure fuori e, in

quest’ultimo caso, può essere utilizzato in maniera esclusiva dal clinico o condiviso con altri

colleghi. Se lavoriamo con i pazienti all’interno della nostra casa occorre usare molte cautele, per

evitare ad esempio possibili incontri con i nostri familiari.

Quando, invece, il nostro luogo di lavoro non coincide con la nostra abitazione, ci troveremo a

lavorare in un ambiente che è esclusivamente dedicato ai pazienti.

Se invece i nostri colloqui si svolgono all’interno di contesti istituzionali, bisognerà tenere a mente

che questi comportano maggiori condizionamenti e presentano determinate specificità. Infatti

acquista una diversa risonanza, per una persona che si avvia al suo primo colloquio, recarsi

presso una struttura universitaria, presso un consultorio, presso un reparto ospedaliero o presso

un’altra specifica sede. Sono pertanto significative le variabili di cui tenere conto.

Ora prenderemo in considerazione quello spazio più ristretto in cui di fatto avviene l’incontro tra

chi ha richiesto la consultazione e il clinico che ha dato l’appuntamento.

Nel parlare di questo importante aspetto vorrei ricordare soprattutto quanto indica Semi, in

maniera chiara ed essenziale. Egli richiama il concetto elementare di stanza, ovvero di un

ambiente circoscritto, delimitato da pareti, finestre e porta. È proprio sulla porta che focalizza la

sua attenzione, descrivendola come un elemento fondamentale della stanza. Sottolinea che “non

dovrebbe essere trasparente alla luce o ai suoni, dovrebbe essere dotata di una maniglia e di una

serratura”. La porta, ribadisce, è immensamente importante, è il confine.

Possiamo pertanto vedere come viene sottolineata la necessità di uno spazio “normale”, ma ben

circoscritto, protettivo, tale da garantire il rispetto della privacy del paziente e la possibilità di

raccoglimento, senza che questi sia minacciato da possibili irruzioni di altre persone o anche da

generici rumori esterni. Ciò non sempre avviene, come ben sappiamo, all’interno di alcune

istituzioni in cui talora sono davvero angusti gli spazi “ritagliati” per la consultazione e la

psicoterapia, e dove può accadere che una parete sia costituita da un semplice e leggero separè

un colloquio venga a essere spesso interrotto per una richiesta più o meno urgente formulata da

un altro operatore.

Per quanto riguarda, poi, “gli arredi” della stanza, gli elementi essenziali sono costituiti da un

tavolo e da alcune poltroncine (o comode sedie). È preferibile che il tavolo non sia

eccessivamente grande, considerando che si presta ad essere percepito come strettamente

connesso con la persona del clinico.

In generale, si può dire che la stanza di consultazione dovrebbe risultare un luogo semplice, ma

non conventuale: oltre agli arredi essenziali di cui abbiamo parlato possono esserci una tenda alla

finestra, un tappeto, una pianta, dei fiori, qualche quadro.

Non è invece opportuno che nella stanza siano esposte, come avviene in molti studi medici,

fotografie di familiari del terapeuta. Dobbiamo infatti pensare che quelle immagini incorniciate

potrebbero comunicare subito troppe cose della vita del terapeuta e potrebbero essere confrontate

dal paziente con la propria situazione personale.

Semi raccomanda di evitare che nella stanza siano presenti armadietti medici di vetro, in cui si

intravedono farmaci, siringhe e altro materiale di questo tipo, evocativi di cure di cui in quel

momento il nostro paziente non ha certo bisogno.

Si tratta, in definitiva, di creare un ambiente accogliente e umano, tale da facilitare un fertile

scambio comunicativo tra i due interlocutori.

Tuttavia, pur ritenendo estremamente importante la predisposizione di uno spazio adeguato –

accogliente e protetto – per il colloquio, penso che principalmente sia il “setting interno” del

terapeuta e la disponibilità da parte dei pazienti a comunicare le loro problematiche a “istituire” il

colloquio stesso e a renderlo una preziosa occasione di relazione interpersonale.

3. I momenti costitutivi

3.1. Prima dell’incontro

• La richiesta. Una delle modalità più frequenti di richiesta è rappresentata dalla telefonata.

Ma chi la effettua e come si svolge? È abbastanza frequente che a telefonare sia la

persona stessa che desidera incontrare il clinico. Tuttavia a volte può essere qualcun altro

(un familiare, un conoscente, un collega, ecc..) a formulare una prima richiesta. È

preferibile inoltre che a rispondere sia proprio il terapeuta cercato. Se questo non può

verificarsi, sarà opportuno dare delle indicazioni molto precise a chi risponde.

Occorre considerare infatti che non è facile, per chi si trova a vivere una condizione di

sofferenza psichica, saperla riconoscere e accettare il proprio bisogno di aiuto. Arrivare a

comporre quel numero telefonico può rappresentare un momento denso di coinvolgente

emozione, carico di significati e di aspettative.

Quando ha luogo la telefonata, le comunicazioni effettuate da chi chiama possono essere

piuttosto brevi e concise oppure veicolate da un lungo discorso, ricco di particolari

riguardanti i suoi problemi e la sua vita. Per il clinico non è semplice mostrarsi accogliente e

al tempo stesso far capire che un telefono non rappresenta un mezzo adeguato per un

colloquio approfondito: ci sarà uno spazio apposito in cui sarà possibile parlare più

estesamente di ciò che adesso gli sta comunicando.

La telefonata, anche se breve, rappresenta un primo nucleo indicativo di quello che sarà il

vero e proprio colloquio. Generalmente, attraverso di essa, il clinico acquisisce le prime

informazioni: viene a sapere se si tratta di un uomo o di una donna, qual è l’età di

riferimento, l’area problematica, ma non sempre...Lo scopo “ufficiale” della telefonata è

chiedere e ottenere un appuntamento (che dovrebbe essere proposto in tempi abbastanza

ravvicinati). Ricordiamo, inoltre, un piccolo particolare di natura pratica: prima che la

telefonata di concluda è sempre consigliabile chiedere il numero telefonico di chi ha

chiamato, in modo che sia possibile avvisare in caso di imprevisti.

In ogni caso, al di là di queste pur utili precisazioni, è utile soprattutto evidenziare il fatto

che la telefonata avvia, anche se tra le quinte, un processo di esplorazione reciproca

che in questa fase si basa essenzialmente su un canale uditivo: il tono della voce

dell’altro, il ritmo del discorso, gli eventuali rumori e i suoni sullo sfondo.

• L’attesa. Una volta stabiliti giorno e ora dell’appuntamento, nell’attesa del colloquio con il

clinico, possono manifestarsi nel paziente diversi stati d’animo e prendere avvio svariate

fantasie o sogni riguardanti l’incontro previsto. Spesso ne veniamo a conoscenza solo

successivamente.

Possono essere davvero numerose e articolate le aspettative che si accompagnano alla

domanda di aiuto e che precedono l’incontro con il clinico. Molti autori hanno fatto

riferimento a questi aspetti per individuare la cosiddetta area del pretransfert, che

potremmo definire come una sorta di condizione psichica transitoria connessa alle fantasie,

alle rappresentazioni, alle ansia, alle proiezioni, riguardanti l’incontro imminente con uno

psicoterapeuta.

3.2. L’inizio

Occorre giungere “preparati” al nuovo incontro, nel senso che dobbiamo predisporci a relazionarci

con la persona che sta per arrivare con tutta la nostra capacità di ascolto empatico e con una

sufficiente elasticità, tali che ci permettano di accogliere anche aspetti insoliti, imprevisti, che

possono provocare in noi un forte impatto emozionale.

È preferibile non collocare un primo colloquio nel tempo “stretto” tra una seduta e un’altra, ma in

un orario che consenta di non sentirsi troppo incalzati dai minuti che scorrono veloci.

• Sulla porta. Quando la persona che ha richiesto l’appuntamento varca la porta dello studio

del terapeuta i due si incontrano per la prima volta. In quel momento le precedenti

aspettative di entrambi, accompagnate dalle relative fantasie, vengono messe alla prova. È

quella che Semi descrive come la fase di ri-conoscimento, proprio tenendo conto del fatto

che una prima rudimentale forma di conoscenza c’è già stata e ora viene di fatto verificata.

si tratta anche di un incontro tra due persone dotate di specifiche caratteristiche fisiche e

che utilizzano un determinato abbigliamento.

Per quanto riguarda l’abbigliamento, Gillièron sottolinea come questo comporti sia un

aspetto “moda” sia un aspetto “gusto”. L’aspetto “moda” starebbe a indicare soprattutto “la

posizione del soggetto in rapporto al gruppo di appartenenza”, in base alle variabili di status

socioculturale, all’ambito lavorativo e all’età. L’aspetto “gusto” indicherebbe invece

l’orientamento personale del soggetto a “interpretare” le norme del gruppo, evidenziando

una presenza, più o meno marcata, del suo senso “artistico”. Si tratta, in ogni caso, di modi

diversi di percepire la propria identità e di presentarla agli altri, suscitando in loro – e in

questo caso nel terapeuta – varie reazioni, di cui spesso non si è consapevoli in quel

preciso momento. Analogamente, però, anche l’aspetto del clinico si offre allo sguardo di

chi è appena arrivato.

Tornando al momento dell’arrivo del paziente, generalmente la prima cosa che è opportuno

fare è una nostra “essenziale” (come numero di parole), ma accogliente (come tonalità di

voce e gestualità empatica) presentazione: il nostro nome, una stretta di mano (se per noi è

naturale farlo) e l’invito ad accomodarsi nella stanza.

• Nella stanza. Menninger, in tempi lontani, sottolineava che, avendo il paziente fatto il primo

passo, chiedendo l’appuntamento e venendo da noi, sarebbe stato adeguato per il clinico

effettuare il passo successivo, rivolgendogli una semplice domanda o facendo una breve

constatazione, solo allo scopo di rompere il ghiaccio e di creare un’atmosfera “naturale”

per la conversazione. Il nostro breve intervento potrebbe riguardare, ad esempio, la facilità

o difficoltà a trovare il nostro studio, la considerazione di quanto sia difficile cominciare a

parlare con una persona che non si conosce...Insomma qualunque cosa che in quel

momento ci sembri naturale, poco impegnativa e utile per “aprire” il colloquio.

Le prime comunicazioni del paziente rivestono un ruolo estremamente importante.

Gillièron ritiene che già nei primi 10 minuti di un colloquio si possono comprendere

numerosi aspetti riguardanti il funzionamento psichico di quella persona. Fin dai primi

momenti, il paziente può comunicarci, direttamente o indirettamente, molte cose che

riguardano la sua persona.

3.3. La fase centrale

Questa fase può essere introdotta da qualche momento di silenzio, da qualche segno di disagio

da parte del paziente. In questa eventualità, può essere opportuno aiutarlo, facendogli sentire la

nostra sintonizzazione sulle sue difficoltà e iniziando a chiedergli, ad esempio, cosa lo ha spinto a

venire da noi.

In altre situazioni, più frequenti, è il paziente che inizia subito a parlarci di sé. Secondo Semi

questo avviene per lo più secondo 3 modalità tipiche di apertura.

1. La prima può attuarsi nel presentare i propri sintomi, e ciò può essere effettuato molto

brevemente, in maniera evacuativa, oppure parlando dettagliatamente della loro insorgenza e

delle successive – eventuali – vicende terapeutiche.

2. La seconda apertura tipica di un colloquio può consistere, secondo Semi, nel cominciare a

raccontare la propria storia.

A volte, attraverso la narrazione riguardante i sintomi o la propria storia, il clinico può constatare

che quel problema, per cui il paziente si trova lì, è presente da lungo tempo nella sua vita. Come

mai è venuto solo ora? Diversi autori hanno sottolineato che una persona si può orientare a

chiedere una consultazione clinica per due ragioni opposte:

• Perché la sua angoscia è un po’ diminuita e sente di poter affrontare un lavoro

psicoterapeutico con meno paura o, al contrario...

• Perché ha raggiunto l’apice del suo star male e sente di non avere più nessuna risorsa

interna in grado di sostenerla.

3. La terza apertura tipica di un colloquio si determina quando una persona comincia a parlare

facendo riferimento al proprio ambiente di vita (lavoro, famiglia, casa).

Infine Semi ci ricorda che sono possibili, al di là di questa utile tripartizione, anche delle aperture

atipiche, che possiamo notare quando un paziente ci sorprende con qualche comunicazione,

verbale o agita, del tutto inaspettata.

È fondamentale che il clinico presti il suo ascolto, la sua attenzione a tutte le comunicazioni

provenienti dal paziente, ma queste potranno anche essere interpuntate da qualche domanda o

da qualche commento.

Potrà essere utile che il terapeuta tenga a mente alcune aree generali da esplorare. Queste, in

linea di massima, dovrebbero riguardare:

La famiglia d’origine

- L’infanzia

- La salute

- La vita affettiva

- Le relazioni sociali

- Gli studi

- L’ambito lavorativo

-

Inoltre, quasi sempre, quando viene preso in considerazione il ruolo del clinico nei confronti delle

comunicazioni verbali del paziente, si fa riferimento anche all’uso delle cosiddette “Tecniche di

facilitazione e di chiarificazione”:

Il compito di facilitare la comunicazione consiste nell’orientare tutta la nostra attenzione sul

- paziente e sulle sue parole, ovvero nel fare qualche piccolo cenno d’assenso, nell’invitarlo

a proseguire il suo racconto, nel comunicargli la nostra vicinanza (“capisco”, “mi rendo

conto”, “deve essere stato un momento difficile”).

Diversamente, ma con le stesse finalità, possiamo aiutare il paziente a chiarificare quanto

- ci ha comunicato, ad esempio, rivolgendogli delle brevi domande e orientandole nella

direzione di una maggiore specificità (“...e di questo mi potrebbe fare un esempio?) o di una

possibile generalizzazione (“e questa sua reazione avveniva sempre?”).

A volte, i contenuti portati dal paziente sono così palesemente riconducibili ad uno specifico

conflitto in atto, che saremmo portati a fornirgli subito un’interpretazione riguardante le sue

dinamiche inconsce. Trattandosi di un primo colloquio, però, dobbiamo essere molto cauti.

Effettuare un’interpretazione è possibile, e a volte necessario, ma più frequentemente ci

limiteremo ad effettuare delle riformulazioni, riprendendo una frase del paziente e aggiungendovi

qualcosa in più.

In ogni caso può essere molto interessante, per il clinico, vedere come il paziente reagisce ad un

suo intervento. Può accoglierlo e utilizzarlo oppure contrastarlo e svalutarlo.

La “CAROTA” del terapeuta: analisi del terreno sondato: es: natura delle emozioni; es:

rigidità, flessibilità.

Inoltre occorre tenere presente che alcuni specifici atteggiamenti del paziente, nonché le sue

verbalizzazioni, possono provocare determinate reazioni difensive nel terapeuta. Egli si può

rifugiare nell’intellettualizzazione oppure nella difesa del “proprio prestigio”, può cercare di

instaurare un rapporto troppo ravvicinato con il paziente, o sentirsi molto disorientato e svalutare

il proprio ruolo e la propria funzione.

La fase centrale del colloquio è, per entrambi i partecipanti, un significativo momento di reciproca

conoscenza. In essa, al di là della trama delle parole, o di più rari silenzi, sono in circolazione

alcuni interrogativi di base che costituiscono il filtro sotterraneo per la costruzione della

rappresentazione dell’altro e per una sua eventuale accettazione. Infatti, mentre il paziente sta

vagliando le sue impressioni riguardanti il clinico con cui sta parlando (“chi è questo terapeuta?

Mi capisce? È in grado di aiutarmi?”), parallelamente anche il clinico si sta interrogando sulla

nuova persona (“chi è questo paziente? Qual è il suo problema? Sono in grado di aiutarlo?”).

Ma sono anche altri gli interrogativi che il terapeuta può porsi. Potrebbe chiedersi se ci sono delle

significative aree trascurate da parte del paziente. Oppure potrebbe chiedersi se, nell’incontro

con quella persona, è stato possibile riscontrare un suo autentico interesse a conoscersi o

piuttosto solo qualche curiosità superficiale ed episodica.

Infine non dobbiamo dimenticare che, dal punto di vista del terapeuta, tutti gli elementi raccolti nel

corso dell’incontro, concorreranno alla delineazione della cosiddetta ipotesi di lavoro, ovvero alla

costruzione del proprio punto di vista, fondato su tutto ciò che è emerso nel corso del colloquio.

3.4. La conclusione

Nell’affrontare l’esperienza di un primo colloquio occorre tenere presente, fin dall’inizio, che il

tempo a disposizione è limitato e fare il possibile per non farsi sorprendere dalla fine. In linea di

massima, pertanto, quando manca all’incirca una decina di minuti allo scadere dell’ora, potremo

comunicare al paziente che ci stiamo avvicinando alla conclusione. Questa breve fase

conclusiva, chiamata anche restituzione, riveste una grande importanza. Infatti è ora che il

terapeuta ha la possibilità di comunicare in maniera diretta la propria ipotesi di lavoro, il proprio

punto di vista sulla situazione. Si tratta comunque di un momento in cui il paziente può

sperimentare sentimenti di esclusione, data l’imminenza della separazione, e il terapeuta sentire la

preoccupazione di doversi esporre con il proprio parere e le proprie proposte. Quali possono

essere? Ne consideriamo alcune.

Innanzitutto, non tutte le persone che ci chiedono aiuto hanno necessariamente bisogno di un

trattamento psicoterapeutico individuale. Se ci rendiamo conto di ciò, dopo aver esaminato

insieme gli elementi emersi, gli comunichiamo che ci sembra che possa affrontare l’attuale

difficoltà con le proprie forze, valorizzando le sue risorse interne.

Qualche volta il tempo a disposizione per il colloquio ci potrà sembrare insufficiente per

comprendere adeguatamente le sue problematiche e potremo allora proporre un altro incontro in

cui continuare ad approfondire i temi emersi.

Se, comunque, il quadro ci sembra sufficientemente chiaro fin dal primo incontro, potremo subito

proporre il percorso della psicoterapia individuale.

In altre situazioni, infine, non daremo indicazione di una psicoterapia individuale, ma

consiglieremo un altro tipo di intervento.

Una volta restituito al paziente il nostro punto di vista sulla sua situazione ed effettuata la nostra

proposta, attenderemo le sue reazioni alla nostra proposta. In alcuni casi ci troveremo dinanzi

ad una incomprensione o a fraintendimenti riguardanti la nostra proposta e dovremo esplicitarla

con maggiore cura. Più spesso constatiamo una buona accettazione.

Negli ultimi momenti, inoltre, accade talvolta che venga effettuata, da parte del paziente, qualche

ulteriore comunicazione significativa riguardante il proprio mondo affettivo o qualche evento di

particolare rilievo concernente la propria storia. A seconda delle singole situazioni, il terapeuta

dovrà rapidamente decidere se limitarsi ad appuntare mentalmente la loro comparsa sulla scena o

invece riservare a esse lo spazio di un ulteriore colloquio.

Passando a considerare gli ultimi minuti del colloquio, ricordiamo che in questo momento ha luogo

il pagamento dell’”onorario” del terapeuta. Secondo Semi, considerando la professionalità del

clinico, occorre che esso sia sempre effettuato e che la cifra sia “dignitosa e adeguata”, facendo

attenzione a rispettare anche le norme fiscali, che prevedono il rilascio di una regolare ricevuta.

Dopo il pagamento, infine, c’è il momento del saluto, di solito accompagnato da una frase che si

ricollega alla proposta appena fatta. Stretta di mano conclusiva e la porta che si chiude (piano).

3.5. Il resoconto scritto

Durante lo svolgimento di un colloquio generalmente non si prendono appunti, che potrebbero

distoglierci dalla costante attenzione rivolta alla persona. Invece, quando il colloquio si è concluso,

è di fondamentale importanza trascrivere il resoconto del colloquio e, se non è possibile farlo

immediatamente dopo, redigerlo almeno a breve distanza di tempo.

Il primo destinatario del resoconto è sempre il clinico stesso che ha effettuato il colloquio. Il

resoconto svolge un’importante prima funzione: conservare le tracce di quella breve, particolare

relazione che ha avuto luogo tra il clinico e paziente.

Può essere pertanto utile dare alcune indicazioni riguardanti le modalità di trascrizione.

Innanzitutto occorre partire dal presupposto attraverso la stesura scritta, l’esperienza del colloquio

vissuta dal clinico viene da lui trasformata in una narrazione.

Indubbiamente occorre tenere presente che un ampio spazio dovrà essere riservato agli elementi

osservativi (descrizione del contesto, del paziente, del suo comportamento non verbale, ecc..).

Una cura particolare dovrà essere riposta nel segnalare quei movimenti controtransferali che

hanno accompagnato lo snodarsi dei vari momenti del colloquio.

La seconda funzione del resoconto è promuovere un ampliamento della pensabilità del clinico.

Naturalmente è necessario essere onesti e attenersi allo svolgimento reale di quel colloquio che

stiamo trascrivendo, aggiungendo a parte, in alcune note finali, tutte quelle riflessioni e quelle

nuove connessioni che, in un secondo tempo, hanno meglio illuminato la nostra analisi di quella

determinata situazione.

Benché ogni trascrizione nasca di solito a uso esclusivo del clinico, può accadere che quel

materiale possa (o debba) essere utilizzato anche per un altro fine, come, ad esempio, archiviare i

colloqui all’interno di una cartella clinica in una struttura ospedaliera. In questo caso, il resoconto

sarà scritto per conservare la memoria storica di quella consultazione o per comunicare ad altri

colleghi (anche non psicologi), operanti nell’istituzione, il quadro generale delle problematiche di

quella persona.

Oppure il contenuto di un colloquio potrà essere presentato e/o discusso all’interno della comunità

degli psicologi e degli psicoterapeuti. La “pubblicità” del resoconto implica poi un delicato

problema: quello di rispettare la privacy del nostro paziente. In riferimento alla privacy, Gabbard

sostiene che sono possibili due soluzioni, per non esporre indebitamente all’esterno dati personali

e confidenziali: il camuffamento o il consenso.

Il camuffamento dei dati, sostiene Gabbard, è probabilmente il metodo adottato più

- frequentemente e consiste nel modificare oppure omettere alcuni elementi del paziente, in

modo tale da non renderlo conoscibile.

L’altra modalità è la richiesta di consenso, sottoposta al paziente prima di presentare o

- pubblicare materiale che lo riguarda.

Infine, c’è un ultimo punto da considerare. Quando si scrive un resoconto per poterlo presentare

ad altri, occorre essere consapevoli del fatto che non sempre sono condivisi gli stessi presupposti

teorici. In alcuni casi sarà necessario aggiungere ulteriori dettagli per esplicitare i modelli di

riferimento utilizzati, considerando quanto sia complesso comunicare adeguatamente i significati

che il clinico ha attribuito a quella esperienza.

CAPITOLO 4

IL PRIMO COLLOQUIO CON I GENITORI

1.1. Il lavoro clinico con i genitori

La genitorialità. Comunemente si pensa che diventare genitori coincida con la nascita del proprio

figlio, ma in realtà, in quel momento, l’evento nuovo è rappresentato solo dall’esperienza di

relazionarsi per la prima volta con un bambino reale da curare, da nutrire, da amare. È, si

potrebbe dire, una genitorialità esteriorizzata, una genitorialità che si attiva nella realtà, ma questa

è necessariamente collegata con la genitorialità interna, ovvero con quella dimensione

intrapsichica, concernente il ruolo materno o paterno, che non è nuova, in quanto si è andata

costruendo poco a poco nel tempo, attraverso il processo di elaborazione delle relazioni affettive

primarie e di alcune esperienze particolarmente significative.

Fin dall’infanzia, infatti, si cominciano a interiorizzare determinati modelli di parenting (cui si

accompagnano desideri, fantasie, conflitti), che costituiscono il nucleo originario di quella che poi

diverrà la propria identità genitoriale. Si tratta pertanto di un lungo processo, che, avviatosi nei

primi anni di vita, si dipanerà poi nel corso dello sviluppo e risentirà anche dell’influenza delle

variabili socioculturali che caratterizzano l’ambito di appartenenza.

La nascita di un figlio comporta sempre un’alterazione dell’equilibrio della coppia, che si trova ad

affrontare il delicato passaggio da una relazione a due a una relazione a tre, passaggio che

implica una serie di profonde modificazioni strutturali e d’investimento.

Meltzer e Harris, nel loro sempre attuale contributo sul ruolo educativo della famiglia, descrivono

8 specifiche funzioni che possono caratterizzare gli individui che di essa fanno parte. Si tratta di

funzioni emotive che possono governare le relazioni nei gruppi familiari. Esse sono:

Generare amore

- Suscitare odio

- Infondere speranza

- Seminare disperazione

- Contenere la sofferenza depressiva

- Trasmettere ansia persecutoria

- Pensare

- Creare bugie e confusione

-

Tenendo presenti tali assunzioni generali, possiamo immaginare che una genitorialità risulti

adeguata quando sia in grado di instaurare un buon clima di fiducia e di sicurezza (generare

amore), quando riesca a promuovere le forze costruttive, incoraggiando le aspirazioni individuali

(infondere speranza), quando si disponga ad accogliere il dolore, le fragilità individuali (contenere

la sofferenza depressiva), e, infine, quando favorisca lo sviluppo di un pensiero personale

(pensare).

Tra le prime psicoanaliste di bambini, ricordiamo Hermine Hug-Hellmuth, una fedele seguace delle

idee freudiane. Per quanto riguarda i genitori, Hug-Hellmuth ritiene che il loro compito sia

estremamente difficile, dovendo al tempo stesso esprimere autorevolezza e affetto. Afferma che

quando essi si rendono conto di avere un figlio problematico, tendono spesso a considerare la

psicoanalisi come l’ultima risorsa, le si accostano con diffidenza e si aspettano una “cura

miracolosa” e breve.

Anche Anna Freud fornisce un proprio contributo al lavoro con i genitori. La Freud, in caso di

grave nevrosi e di un ambiente ostile sia al bambino sia all’analisi, considera la possibilità di

allontanare il bambino stesso dalla sua famiglia, per ricoverarlo in un istituto dove egli possa

effettuare un trattamento psicoanalitico (anche se poi riterrà questa soluzione un vantaggio

apparente, che anzi potrebbe causare ulteriori danni).

Non si può, tuttavia, affrontare il tema dei colloqui con i genitori, senza menzionare il contributo di

Winnicott, pediatra e psicoanalista, uno dei maggiori esponenti del gruppo dei cosiddetti

“psicoanalisti indipendenti”. Ricordiamo, ad esempio, il concetto di “preoccupazione materna

primaria”, da lui intesa come uno specifico stato organizzato di elevata sensibilità materna nei

confronti del bambino, che si sviluppa poco a poco a partire dalla gravidanza e che permane per

un breve periodo dopo la nascita del figlio. Non si determina se la madre è troppo centrata su di

sé o ha tendenze patologiche.

Winnicott attribuisce molta importanza alle cure materne (la “madre ambiente”), senza le quali il

bambino non potrebbe sopravvivere. Il ruolo genitoriale entra inoltre in gioco anche nel processo

di costruzione del Sé dell’individuo.

1.2. L’incontro con i genitori

Spesso i genitori arrivano dopo che è trascorso molto tempo dal primo manifestarsi delle

problematiche segnalate: è frequente, infatti, la tendenza alla negazione.

La domanda di consultazione può essere effettuata per ottenere una valutazione riguardante i

preoccupanti comportamenti del figlio (isolamento, aggressività, ritardi nello sviluppo, ecc..), per

chiedere un sostegno per il figlio in un momento difficile del suo percorso evolutivo (lutto, grave

incidente, separazione dei genitori, ecc..) o anche per poter ricevere un aiuto per i difficili

rapporti figlio/genitori.

In ogni caso per i genitori la decisione di chiedere un appuntamento ad un clinico rappresenta un

difficile passo: spesso si sentono sconfitti e frustrati nell’esercizio del loro ruolo genitoriale.

Anche se un genitore chiede inizialmente un appuntamento finalizzato alla presa in carico del

proprio figlio, alcune volte ci renderemo conto che questa richiesta non corrisponde al nostro

punto di vista e ci orienteremo a fornire un aiuto di tipo diverso, che potrà collocarsi talora in una

direzione opposta rispetto all’iniziale domanda, coinvolgendo – o meno – uno o più elementi di

quel nucleo familiare.

Propongo qui di seguito un piccolo schema riassuntivo delle scelte più frequenti che il clinico si

trova ad effettuare alla fine di un primo colloquio con i genitori.

Possibili esiti dei colloqui con il/i genitore/i:

• Nessun intervento (rassicurazione sulle “buone risorse” individuali);

• Consultazione “prolungata” con i genitori;

• Lavoro con i genitori sulle funzioni genitoriali;

• Psicoterapia individuale dei genitori;

• Psicoterapia di gruppo (gruppi di genitori);

• Psicoterapia congiunta genitore/figlio (elettivo nella prima infanzia);

• Psicoterapia parallela genitori/figlio (con due diversi terapeuti);

• Psicoterapia di coppia;

• Psicoterapia familiare;

• Altri interventi.

In riferimento all’avvio di una psicoterapia con il bambino, è stata più volte sottolineata – sia in

passato che in tempi recenti – l’importanza di costruire con i genitori del piccolo paziente una

buona alleanza terapeutica, che possa assumere fin dall’inizio una valenza “trasformativa” e

“creativa”.

2. Esempi clinici

Prenderemo ora in considerazione alcuni primi colloqui effettuati con coppie di genitori. Si tratta, in

particolare, di tre incontri iniziali che avranno come esito: una psicoterapia congiunta

genitori/bambino, una consultazione con successiva presa in carico del figlio, un lavoro con la

coppia incentrato sulle funzioni genitoriali.

2.1. Incontrare genitori e bambino insieme

In riferimento al periodo della prima infanzia, uno dei modelli d’intervento attualmente più utilizzati

è quello relativo ad un setting che vede insieme il clinico, i genitori e il bambino. La cosiddetta

psicoterapia congiunta genitori – bambino, trova le sue radici nell’”esperienza simbiotica

correttiva” della Mahler, in Winnicott, che favoriva il gioco dei bambini in presenza dei genitori, e

nella Fraiberg, che nell’ambito degli interventi domiciliari, prendeva in considerazione genitori e

bambino insieme, analizzando il ruolo e il significato delle identificazioni proiettive parentali.

Generalmente l’intervento si configura di breve durata (indicativamente da 4 a 12 sedute).

Se diamo uno sguardo ad alcuni di questi modelli, vediamo che per la McDonough, la psicoterapia

congiunta viene intesa soprattutto come una possibile “guida” alla genitorialità. A tal fine vengono

utilizzate le interazioni bambino-genitore, che, una volta videoregistrate, permettono a quest’ultimo

di visualizzare direttamente i propri comportamenti, facilitando un percorso di cambiamento.

Cramer e Palacio-Espasa partono dall’analisi della gravidanza e del parto, momenti in cui possono

assumere diversa rilevanza il bambino fantasmatico (connesso con le tematiche inconsce

genitoriali), il bambino immaginario (collegato alle fantasie, materne e paterne, “ad occhi aperti”) e

il bambino reale. Affermano che nel neonato può facilmente coagularsi un sovradosaggio di

proiezioni provenienti dai genitori. Lo scopo della psicoterapia, pertanto, può individuarsi nel

tentativo di ridurre le proiezioni dirette sul bambino, analizzando i transfert genitoriali.

Un altro contributo al tema è offerto dalla Watillon. La sua attenzione è principalmente rivolta al

periodo del postpartum, momento di particolare recettività materna, momento attivatore di vissuti e

di ricordi: ora le difese sono allentate e la situazione presente richiede una rielaborazione dei

conflitti del passato e un necessario riadattamento psichico alla nuova realtà.

Il modello Tavistock, infine, poggia le sue basi sulla consolidata esperienza dell’Under-Fives

Counselling Service. Nel lavoro breve con i bambini piccoli e i loro genitori appare centrale

l’importanza attribuita alla funzione osservativa del terapeuta e alla sua capacità di lavorare con il

controtransfert.

In quest’ottica la psicoterapia congiunta genitori-bambino viene intesa come un modello aperto e

flessibile e costituisce una tecnica elettiva se il bambino rappresenta un aspetto problematico del

sé genitoriale o se egli viene identificato con qualche figura conflittuale del passato dei genitori.

L’esemplificazione clinica che segue fa riferimento soprattutto all’ultimo modello sopra indicato e

costituisce solo un parziale materiale di un lavoro più ampio. Si tratta di un primo incontro con un

bambino di 3 anni e i suoi genitori, incontro che era stato inizialmente programmato come “primo

colloquio con i genitori”, ma che poi si è trasformato in un “intervento congiunto”, per l’inaspettata

presenza del bambino alla prima seduta di consultazione. VEDI CASO DI PAOLO PAG. 105

2.2. Quando la genitorialità arriva per caso

Spesso, nelle giovani donne, la gravidanza risponde al desiderio di mostrare che il proprio corpo è

in grado di “funzionare” bene, di far nascere una nuova vita, così com’è avvenuto per la propria

madre, ma è in primo piano soprattutto il “desiderio di gravidanza”, piuttosto che il “desiderio di

maternità”. Nel primo caso si constata una significativa assenza di pensieri riguardanti il bambino:

la donna sembra solo centrata sulla propria persona e sull’ambivalenza della relazione instaurata

con la figura materna (da un lato si vuole allontanare da lei, dall’altro ne cerca la protezione).

Quando invece riscontriamo la presenza di un genuino desiderio di maternità, vediamo che si

attivano numerose aspettative, fantasie e desideri riguardanti il bambino che sta per nascere,

considerato come un essere a sé, con proprie caratteristiche, differenziate da quelle materne.

VEDI CASO DEI SIGNORI B. PAG 109

2.3. La genitorialità adottiva

Indubbiamente l’adozione costituisce “un passaggio delicato e a rischio” e può essere considerato

“come un processo o un percorso che prevede un graduale aggiustamento tra generazioni

diverse”. Ma l’adozione rappresenta per i genitori anche una possibilità ripartiva e creativa,

un’occasione per elaborare i propri vissuti relativi alla genitorialità. Com’è noto, spesso la scelta

adottiva si determina quando si prende atto delle difficoltà connesse a una propria pro creatività

biologica. Ciò implica per i due partner, ma direi in misura maggiore per la donna, la necessità di

effettuare un’elaborazione del lutto connesso alla mancata nascita di un proprio bambino e

comporta quasi sempre sofferenza e conflitti interni alla coppia.

Una volta effettuata la scelta adottiva è fondamentale poter cominciare a far posto, nella propria

mente, al bambino che arriverà, con un atteggiamento di apertura verso di lui. Se l’adozione si

determina poco dopo la nascita del bambino questo potrà facilitare la costruzione di un linguaggio

e di abitudini condivise e favorire la relazione con i suoi genitori. Oggi, tuttavia, sono molto più

frequenti le adozioni di bambini più grandi, spesso provenienti da paesi stranieri. Il ricorso

all’adozione internazionale mette a confronto sistemi diversi di valori e culture e richiede una

maggiore adattabilità, da entrambe le parti.

I colloqui con i genitori adottivi sono sempre molto intensi. Spesso constatiamo in loro l’illusione

che il bambino adottato appaghi perfettamente il desiderio di essere genitori, di costruire una

famiglia. Inoltre il fallimento del rapporto genitori/figlio viene spesso proiettato sul bambino, sul suo

carattere, sulla sua “ingratitudine”, sulle diverse radici socioculturali non ritenute conciliabili con

quelle dei genitori. E tutto questo coinvolge emozionalmente il clinico. VEDI CASO DEI SIGNORI

T. PAG 116 CAPITOLO 5

IL PRIMO COLLOQUIO CON IL BAMBINO

1. Considerazioni generali

1.1. Il lavoro clinico con i bambini

La psicoanalisi infantile si è sviluppata soprattutto grazie all’imprescindibile contributo di 3 grandi

personalità: Anna Freud, Melanie Klein e Donald Woods Winnicott.

Dal punto di vista storico, una delle prime psicoanaliste infantili fu Hermine Hug-Hellmuth. Ella

sottolinea soprattutto la finalità educativa del trattamento, riferendosi alla possibilità di liberare il

bambino dalle sue sofferenze, ma anche all’opportunità di fornirgli dei principi morali, etici, e

anche...estetici. Per quanto riguarda il setting, afferma che la terapia sarà effettuata a casa dei

piccoli pazienti e che le sedute potranno essere tre o quattro alla settimana, con un orario

prestabilito e rigorosamente rispettato. Sarà importante “parlare insieme”, ma potranno essere

utilizzati anche alcuni giochi, di cui l’analista cercherà di comprendere il significato simbolico.

Mette in particolare rilievo il ruolo dell’intuizione e della pazienza da parte del terapeuta.

L’aspetto educativo, come è noto, sarà sottolineato anche da Anna Freud, in aperto contrasto con

la posizione kleiniana. Il suo modo di lavorare privilegiava l’analisi dei meccanismi di difesa dell’Io,

cui dedicò un libro ancor oggi fondamentale e quella che oggi chiameremmo una “buona alleanza

di lavoro” con il piccolo paziente. Anna Freud riteneva inizialmente che i bambini piccoli non

potessero essere analizzati e che fosse necessario un periodo preparatorio all’analisi, al fine di

poter instaurare un transfert positivo, anche se successivamente modificò alcune sue idee.

Tuttavia i cambiamenti più rivoluzionari effettuati in questo campo furono quelli compiuti da

Melanie Klein, psicoanalista di origine viennese, ma riconosciuta come fondatrice della scuola

inglese di psicoanalisi.

Dobbiamo a lei numerosi contributi innovativi riguardanti il trattamento dei bambini. Innanzitutto la

tecnica del gioco. Dopo aver fatto l’esperienza di effettuare le prime analisi dei bambini nelle loro

case, la Klein si rese presto conto che occorreva un luogo “altro” per favorire un adeguato setting

terapeutico: la “stanza d’analisi”, ovvero uno spazio apposito dove il bambino potesse avere la

libertà di utilizzare, oltre all’acqua, ai fogli e ai colori, materiale di piccole dimensioni (figure

umane, automobiline, trenini, ecc...), attraverso cui riuscire a comunicare, giocando, i suoi vissuti. I

giochi del bambino costituiscono per la Klein l’equivalente delle libere associazioni dei pazienti

adulti e vengono a rappresentare i suoi contenuti inconsci.

Il lavoro analitico kleiniano, e in primis quello interpretativo, fa riferimento alle sue concezioni

teoriche, imperniate intorno alla nozione di mondo interno. Per la Klein, fin dai primi mesi di vita, il

bambino stabilisce relazioni con gli “oggetti” esterni (seno, genitori), che vengono da lui trasformati

– attraverso meccanismi di introiezione e di proiezione e attraverso la fantasia inconscia – in

“oggetti interni”che animano la sua realtà psichica. È il “mondo interno”, che viene ad assumere

specifiche connotazioni a seconda dell’articolarsi della posizione “paranoide schizoide” e di quella

“depressiva”. (vedi nota a pag. 123)

Un altro grande personaggio della psicoanalisi dei bambini (ma non solo) è Winnicott.

Tralasciando di parlare della “preoccupazione materna primaria” e del “falso Sé”, già considerati

nel capitolo precedente, occorre qui ricordare che, in riferimento allo sviluppo infantile, dobbiamo a

Winnicott la descrizione dell”oggetto transizionale” e della sua rilevante funzione per il bambino:

esso costituisce una difesa contro l’angoscia e rappresenta un ponte tra la soggettività e la realtà

oggettiva. Egli ha ampiamente sottolineato l’importanza dell’area transizionale dello sviluppo

dell’Io, dando rilievo soprattutto all’esperienza del gioco, che dei fenomeni transizionali fa parte. Il

bambino, giocando, utilizza gli elementi del mondo esterno in funzione della sua realtà interna:

Winnicott aveva avuto modo di riscontrarlo nel suo lavoro clinico con i bambini anche attraverso il

famoso “gioco dello scarabocchio”, strumento d’aiuto sia a livello diagnostico che terapeutico.

1.2. L’incontro con il bambino

Il setting con i bambini, sia per quanto riguarda il primo incontro che il percorso terapeutico, si

configura alquanto diverso da quello con l’adulto o con l’adolescente, sia dal punto di vista degli

aspetti materiali, sia per l’assetto interno del clinico. Prima di incontrare un bambino occorre

predisporre adeguatamente la stanza che dovrà accoglierlo. In essa, di solito, sono collocati:

• Un tavolo di grandezza normale con una sedia;

• La poltroncina del terapeuta;

• Un tavolinetto basso con una seggiolina;

• Un letto o un piccolo divano;

• Qualche cuscino colorato e una coperta;

• Un lavandino o una vaschetta abbastanza grande per l’acqua;

• Una brocca, un paio di bicchieri e qualche altro piccolo contenitore;

• Materiale per il disegno, per la scrittura, il collage, i ritagli, ecc;

• Un contenitore con i giochi.

Una volta predisposti stanza e materiale, siamo pronti ad accogliere il piccolo paziente.

Quando un bambino arriva per la prima volta, già sappiamo molte cose di lui: abbiamo infatti

precedentemente incontrato i suoi genitori, che ci hanno presentato il loro punto di vista sulle sue

problematiche attuali e sulla sua storia, fornendoci, al tempo stesso, anche indirettamente,

numerosi elementi riguardanti loro stessi come persone e come figure genitoriali.

Vorrei tuttavia fare presente che questa modalità non è condivisa da tutti i colleghi. Alcuni

ritengono che sia opportuno vedere inizialmente il bambino insieme ai suoi genitori (anche se ciò

potrebbe limitare la completa libertà di parola di questi ultimi), mentre altri sono orientati a far

precedere il colloquio con il bambino a quello con i suoi genitori.

Quando un bambino arriva da noi per la consultazione, lo accoglieremo e ci presenteremo con il

nostro nome, invitandolo poi a venire nella stanza in cui abbiamo preparato i giochi per lui.

Nella stanza il clinico farà riferimento al materiale messo a disposizione, offrendo al bambino una

completa libertà di gestione del tempo della seduta: potrà utilizzare i giochi, parlare, disegnare,

ecc. E’ sempre di grande interesse poter cogliere i primi movimenti del bambino, le sue scelte

iniziali, il suo modo di relazionarsi con il terapeuta: ancora una volta l’esperienza osservativa potrà

essere di grande aiuto. In ogni caso sarà fondamentale dare ascolto ai nostri movimenti

controtrasferali.

Nel corso del primo colloquio con il bambino cominceremo a costruire la nostra ipotesi di lavoro e

alla fine dell’incontro dovremo valutare se ci sembra di avere raccolto sufficienti elementi per

formulare una proposta ai suoi genitori.

2. Esempi clinici

2.1. Una bambina maltrattata

Kempe e colleghi furono tra i primi a segnalare e a studiare la realtà del maltrattamento infantile,

parlando della “sindrome del bambino battuto”, poi modificata in “sindrome del bambino

maltrattato”, fino ad arrivare, in epoca più recente, al termine child abuse, che si riferisce, in modo

onnicomprensivo, a tutte le tipologie di maltrattamenti, negligenze e violenze fisiche e psicologiche

rivolte all’infanzia. Tra queste dobbiamo includere anche la cosiddetta violenza assistita, che fa

riferimento a quelle situazioni in cui un minore è testimone di episodi di violenza, riguardanti, di

solito, figure a lui familiari.

Quando si parla di maltrattamento infantile si fa soprattutto riferimento alla trascuratezza, all’abuso

psicologico e a quello sessuale, messi in atto da un individuo (spesso un genitore) nei confronti di

un minore. Si determina una condizione di trascuratezza quando il bambino è oggetto di

omissioni e carenze rispetto ai suoi bisogni fisici e psichici. L’abuso fisico si riferisce invece a una

situazione in cui il minore è oggetto di un’aggressione fisica, i cui segni esterni possono

comprendere lividi, bruciature, lesioni, fratture: in alcuni casi l’esito può anche essere mortale.

L’abuso sessuale, infine, si determina quando vengono messi in atto comportamenti seduttivi e

sessualmente iperstimolanti nel rapporto con il bambino.

Vedremo ora un esempio clinico in cui viene effettuata una consultazione con una bambina senza

che sia stata dichiarata in maniera esplicita una situazione di maltrattamento. VEDI CASO JENNY

(4 ANNI) PAG 130

2.2. Un bambino con gravi problematiche (Non spiegato dalla prof)

Il lavoro clinico con bambini che presentano gravi problematiche, nel corso del loro sviluppo, si

configura come intenso e difficile e mette a dura prova la capacità di tenuta del terapeuta. Le

diverse situazioni possono variare da un quadro di grave nevrosi fino a quadri borderline o

autistici. Molti di questi piccoli pazienti affrontano alcuni eventi della loro vita con intensa angoscia.

Possono vivere, ad esempio, le esperienze di separazione come un precipitare nel vuoto, come

una catastrofe in cui non perdono solo qualcuno che è per loro significativamente importante, ma

anche le coordinate della loro esistenza: perdono se stessi. VEDI CASO FRANCESCO (6 ANNI)

PAG. 134

2.3. Una bambina “contesa”

Il colloquio peritale può riguardare diversi ambiti. Mi riferirò, qui di seguito, solo a quelle situazioni

di conflittualità genitoriale connesse all’esperienza di separazione o di divorzio.

Se ci si trova in presenza di difficili problematiche, che non trovano una soluzione in ambito

giuridico, il giudice può nominare uno psicologo come CTU, ovvero come consulente tecnico

d’ufficio. I genitori hanno la facoltà di nominare (ognuno separatamente) un altro psicologo come

CTP, ovvero come consulente tecnico di parte.

Molto frequentemente al CTU viene richiesto, da parte del giudice, di effettuare una valutazione

del nucleo familiare, fornendo un parere sulle regole di affidamento del/i figlio/i. In queste

situazioni di accesa conflittualità, il CTU si trova quasi sempre a constatare che alla separazione

“di fatto” tra i coniugi non corrisponde una separazione “emotiva” da loro elaborata. Mantenere

viva la conflittualità, senza effettuare una riflessione sull’esperienza del distacco, ha anche lo

scopo di mantenere vivo il legame tra i genitori, anche se in un certo modo “perverso”, senza reali

speranz. La separazione coniugale rappresenta un cambiamento che espone all’angoscia e, per

proteggersi da una situazione troppo penosa, genitori e figli possono ricorrere a difese come la

negazione, la proiezioni, lo spostamento, la scissione. Spesso tale clima emotivo di aperta

conflittualità viene ad avere intense, e a volte drammatiche, conseguenze sul bambino.

Occorre fornire un setting flessibile, che preveda incontri individuali sia con il figlio che con i

genitori, ma a volte anche congiunti, con genitori e bambino insieme. Spesso il programma iniziale

degli incontri stabiliti dal CTU potrà modificarsi durante il percorso. Egli dovrà tenere conto delle

diverse aspettative che un colloquio di questo tipo può generare. In ogni caso sarà sempre

presente il timore di un giudizio che potrà influire sul giudice e sulle sue decisioni.

Per quanto riguarda più specificatamente il colloquio con il bambino, esso appare, nei suoi scopi

primari, come “valutativo”, ma può configurarsi anche come un vero e proprio intervento

terapeutico breve, se saremo in grado di trasmettergli l’esperienza di un rapporto con un adulto

partecipe e recettivo, in grado di cogliere significati e di restituire una (iniziale) comprensione delle

dinamiche in atto.

Nel corso dell’incontro potremo riscontrare una possibile inibizione nel gioco (si ricorre

all’immobilizzazione come difesa) oppure un’attività ludica che ci mostra – attraverso la scelta del

materiale, le azioni dei vari personaggi, l’utilizzazione dello spazio – l’assetto psichico di quel

bambino riguardante la sua realtà sia esterna che interna. Potranno emergere aspetti diversi che

si riferiscono al tipo di relazione stabilita con i genitori: modalità paritaria, inversione di ruolo,

modalità regressiva, compiacenza o altro. VEDI CASO GIOVANNA (8 ANNI) PAG. 140

CAPITOLO 6

IL PRIMO COLLOQUIO CON L’ADOLESCENTE

1. Considerazioni generali

1.1. L’età adolescenziale

Dal punto di vista psicoanalitico, in numerosi contributi è stata sottolineata la complessità del

periodo adolescenziale, momento significativo di elaborazione di modelli e teorie riguardanti il

mondo interno, la realtà esterna e il loro reciproco rapporto.

In un suo lavoro, considerato ormai un “classico” sull’argomento, Evelyne Kestemberg pone

l’accento sul ruolo dei processi d’identificazione, sottolineando quanto per l’adolescente la

costruzione di una propria identità costituisca una ricerca incessante, che può comportare

l’abbandono di precedenti modelli riguardanti gli oggetti genitoriali. La Kestemberg propone di

chiamare il movimento evolutivo che è in atto durante il periodo adolescenziale “quarto

organizzatore”, nel senso indicato dalla psicologia genetica.

L’Aulagnier, psicoanalista d’ambito lacaniano, sottolinea l’importante compito di “messa a punto”

della propria identità per l’adolescente, indicandone alcuni processi di base. Tra questi colloca in

primo piano il lavoro riguardante la rielaborazione della propria storia passata, che consiste nel

memorizzare e nello storicizzare un tempo passato che, benché di fatto perduto, ha la possibilità

di continuare ad esistere psichicamente, sia pure secondo nuovi registri rappresentazionali.

Cahn affronta il tema della costruzione dell’identità adolescente, in riferimento alla teorizzazione

winnicottiana, parlando del processo di soggettivazione. Si tratta di un lavoro trasformativo che

opera nella mente fin dalle prime fasi della vita, nell’interazione con la figura materna, attribuendo

significati al proprio funzionamento e alle rappresentazioni riguardanti il Sé. Tale processo, che

implica sostanzialmente di poter accedere alla posizione di “soggetto”, riveste un ruolo cruciale

proprio nel periodo adolescenziale, quando, cioè, si è più esposti a possibili momenti di crisi

identitaria, nel percorso volto all’acquisizione di un proprio personale modo di essere.

Gli aspetti di funzionamento psichico connessi all’area del corpo sono stati invece evidenziati

soprattutto dai Laufer. Essi affermano che la principale funzione evolutiva dell’adolescente

consiste nell’instaurare un’”organizzazione sessuale definitiva”. Tale meta, tuttavia, si presenta

come difficile da raggiungere. L’adolescente, infatti, può vivere con molta angoscia le vistose

trasformazioni che si sono determinate a livello del proprio corpo, che lo possono condurre, nei

casi più gravi, a un vero e proprio break down evolutivo che comporta il rifiuto inconscio del corpo

sessuato.

Infine, occorre ricordare che secondo Meltzer è necessario valutare anche qual è la collocazione

che l’adolescente privilegia in questa fase evolutiva. Egli, infatti, può trovarsi a oscillare tra 4

possibili posizioni:

Restare bambino, in famiglia;

a) Collocarsi nel mondo degli adulti;

b) Collocarsi nel gruppo dei coetanei;

c) Scegliere l’isolamento.

d)

1.2. L’incontro con l’adolescente

Il primo colloquio con l’adolescente rappresenta un momento estremamente delicato per il clinico.

Dal punto di vista del setting “materiale” non sono richiesti assetti particolari, se non due comode

poltroncine e un tavolo. Dal punto di vista del setting “mentale”, dobbiamo soprattutto predisporci

all’incontro con un atteggiamento di grande flessibilità, tenendo conto che l’adolescente può

oscillare rapidamente da modalità relazionali infantili ad altre maggiormente adulte e a volte

sfidarci apertamente con il suo silenzio o con le sue provocazioni verbali o agite.

Quasi sempre la richiesta viene formulata dai genitori, ma alcune volte sono gli adolescenti stessi

a chiedere aiuto, soprattutto se più grandi o tardo adolescenti.

Luciana Bon De Matte, affrontando il tema della qualità dell’ascolto, afferma che con l’adolescente

il terapeuta deve sentirsi sempre impegnato in modo globale. Sottolinea quanto sia essenziale

mantenere un atteggiamento libero da preconcetti teorici e da pregiudizi, mettendosi in contatto,

dall’interno, con la sofferenza e i punti di urgenza, senza peraltro dimenticare che la messa a

punto della propria identità è “il problema centrale che tormenta l’adolescente e intorno al quale

ruotano tutti i suoi interessi, preoccupazioni, comportamenti e reazioni”.

Indubbiamente, per poterci attentamente sintonizzare sui bisogni dell’adolescente, ogni clinico

deve attingere a tutte le proprie risorse interne e ciò è possibile soprattutto se è in grado di

lavorare accuratamente con i propri movimenti controtransferali, in connessione con il proprio sé

adolescente, continuamente evocato all’interno del setting.

Un altro psicoanalista, Senise, noto per la sua grande esperienza di lavoro con gli adolescenti, fa

presente che le difficoltà che possono insorgere nella relazione adolescente/terapeuta sono

inerenti alla situazione mentale del giovane paziente, caratterizzata da due processi strettamente

interconnessi:

I processi di separazione, che comportano una trasformazione progressiva dei legami

- affettivi infantili, determinando possibili vissuti di perdita.

I processi di individuazione, che sono collegati alla nuova potente forza degli impulsi, dei

- desideri, delle emozioni e alla capacità di orientare il proprio pensiero in molteplici direzioni,

alla ricerca di una propria autonomia.

Ma tale percorso è irto di difficoltà, costellato da dubbi e confusioni. Come può, dunque, uno

psicoterapeuta capire questo adolescente? Senise risponde affermando che egli deve essere in

grado di accettare anche di non capirlo.

Occorre, d’altra parte, non dimenticare che, quando incontriamo un adolescente per i primi

colloqui, rientra tra i nostri compiti primari la necessità di valutare la gravità, o meno, dei problemi

che presenta, in modo da poter effettuare delle adeguate ipotesi diagnostiche. Ciò con gli

adolescenti è particolarmente complesso perché non è sempre facile rendersi conto se ci troviamo

dinanzi ad una crisi evolutiva transitoria o a una problematica psicopatologica più grave.

Novelletto ci segnala anche un altro elemento: l’importanza di considerare che, quando

l’adolescente arriva da noi, spesso è già pervenuto, attraverso una sorta di attività

autodiagnostica, alla messa a punto di una propria diagnosi segreta, che lo preoccupa in maniera

più o meno marcata. Potrebbe essere pertanto estremamente utile il confronto, non sempre

possibile nell’immediato, tra il punto di vista diagnostico del terapeuta e quello dell’adolescente,

che vedrà arricchito il proprio punto di vista con nuove chiavi di lettura, in una diversa prospettiva,

all’interno di un processo di scoperta autentico e creativo.

2. Esempi clinici

2.1. Tra pubertà e adolescenza: l’accesa conflittualità con i genitori

Il periodo compreso tra gli 11 e i 14 anni è stato indicato come il tempo della trasformazione,

considerando i numerosi cambiamenti fisici e psichici che si determinano nei ragazzi e nelle

ragazze. Si verifica un significativo aumento della pressione istintuale e tutte le mete educative

raggiunte negli anni precedenti nell’ambito del controllo pulsionale e del rispetto delle regole

sociali rischiano di disintegrarsi. I diversi cambiamenti in atto comportano spesso anche

significative modificazioni nella relazionalità intrafamiliare. Ladame sottolinea la delicata funzione

dei genitori, che possono facilitare oppure ostacolare le potenzialità del figlio, in rapporto alla loro

capacità di operare una trasformazione delle proprie rappresentazioni parentali, elaborando il lutto

per la perdita del figlio-bambino. Tale movimento evolutivo non appare facile. Spesso, infatti, i

cambiamenti del figlio colgono di sorpresa e le reazioni genitoriali possono assumere

caratteristiche svalorizzanti e punitive. Può essere particolarmente difficile, per loro, gestire e

assorbire le forti spinte provenienti dal figlio in direzione di una propria indipendenza, che talora

viene da lui cercata anche ricorrendo a manifestazioni e a comportamenti marcatamente

oppositivi, in una continua oscillazione tra il bisogno di conservare i legami affettivi familiari e la

negazione di questi, attraverso una fuga dalla realtà. VEDI CASO DI FRANCO (13 ANNI) PAG.

152

2.2. Un disturbo del comportamento alimentare

Ci troviamo sempre più spesso ad incontrare adolescenti che presentano disturbi del

comportamento alimentare. Le due sindromi principali da considerare restano tuttavia l’anoressia

e la bulimia.

L’anoressia, individuata da Morton fin dal XVII secolo, viene oggi ritenuta una psicopatologia

contrassegnata dal rifiuto di accettare un peso corporeo superiore o uguale a quello normale per

età e statura, intensa paura di ingrassare, percezione alterata del peso e della forma del corpo

(che influisce sull’autostima), amenorrea.

La bulimia, descritta fin dal 1903 da Janet, ma proposta da Russell come entità nosografica a sé

stante, è più frequente del disturbo anoressico e presenta un quadro clinico caratterizzato da

ricorrenti abbuffate e inappropriate e frequenti condotte compensatorie, con alterazione dei livelli

di autostima.

Per quanto riguarda i fattori predisponenti questi sono stati riferiti al genere femminile, alla giovane

età, a conflittualità intrafamiliari, a specifiche caratteristiche di personalità. Se poi isoliamo tra

questi fattori quello che riguarda la giovane età, occorre ricordare che l’adolescenza, con le sue

specifiche problematiche connesse all’identità, alle trasformazioni fisiche e all’accettazione del

corpo sessuato, si configura come un momento di marcata vulnerabilità. Il vissuto del corpo

riveste un ruolo centrale sia nelle adolescenti anoressiche che in quelle bulimiche: in riferimento a

questi quadri psicopatologici è stata utilizzata l’espressione “dissociazione corpo-mente” per

indicare la possibile esperienza di percepirsi non più come persone intere, ma come divise tra

corpo e mente, tra esperienze fisiche e mentali.

Per quanto concerne il tema del colloquio con adolescenti che presentano un disturbo del

comportamento alimentare, anche se non è possibile effettuare schematiche generalizzazioni, è

stata più volte segnalata la loro tendenza a non chiedere aiuto, a non impegnarsi, almeno in un

primo momento, in un lavoro approfondito riguardante le dinamiche intrapsichiche, le conflittualità

in atto.

È soprattutto l’anoressica di tipo restrittivo che tende a rifiutare l’incontro con il clinico, benché

possa apparentemente mostrarsi disposta ad effettuare una consultazione o anche un

trattamento: il suo rifiuto è infatti interno, e consiste nell’esercitare un rigido controllo

sull’emozionalità, mostrando un interesse soprattutto di tipo intellettuale verso le sue

problematiche, negando il proprio bisogno di aiuto, che, se espressamente manifesto, verrebbe a

rappresentare un possibile cedimento nei confronti dei legami di dipendenza.

Diversamente, nell’adolescente bulimica è possibile constatare, nella maggioranza dei casi, un

certo investimento sul terapeuta e su una possibile psicoterapia, ma tale investimento può essere

repentinamente ritirato se, nell’ambito di questo nuovo rapporto, ha luogo una situazione di

contrasto o una delusione anche piccola, che costituisce lo spunto per una valorizzazione dell’altro

e della relazione terapeutica.

Le caratteristiche dei pazienti con disturbo del comportamento alimentare rendono il processo

terapeutico alquanto difficile: il compito della cura richiede grande pazienza e coraggio. Il clinico si

trova ad affrontare dentro di sé vissuti diversi. Ad esempio, può sperimentare una marcata

difficoltà ad entrare in contatto con la paziente anoressica, e pertanto di fronte a lei, si può trovare

a vivere “sentimenti di disagio, senso di inutilità e freddezza, senso di esclusione, talora sconforto

e perfino angoscia. Nell’incontro con la paziente bulimica, invece, il terapeuta sperimenta una

situazione emotivamente più coinvolgente, talora intrisa di ansia, di risentimento, sentendo al

tempo stesso la precarietà della relazione che si sta instaurando. Può sentirsi oggetto di

investimento positivo (fino all’idealizzazione), ma, in altri momenti, oggetto di critica (fino alla

denigrazione).

Più in generale alcuni autori hanno messo in evidenza che, nel lavoro con pazienti che presentano

un disturbo alimentare (soprattutto se grave), il clinico può avvertire un bisogno eccessivo di

“cambiare il paziente”, di eliminare in tempi brevi i suoi sintomi, e ciò sarebbe collegato alla

frequente e fondata paura che possa morire per lo stato di denutrizione. VEDI CASO NOEMI (16

ANNI) PAG. 160

2.3. Quando si rinuncia a “essere sé”

Molti autori hanno preso in considerazione il ruolo del Sé nello strutturarsi dei processi identitari ed

è stata più volte sottolineata l’influenza dell’esperienza di “fusione” con l’oggetto (rispondente al

principio di piacere) e la difficoltà a separarsene e a confrontarsi con la realtà.

In adolescenza tali processi appaiono particolarmente significativi in relazione al movimento di

separazione /individuazione, che spesso risulta impregnato da senso di colpa (con timore di

distruggere l’oggetto) e da stati di paralizzante sofferenza.

Com’è noto, a partire dagli anni Sessanta, cominciarono a svilupparsi in Gran Bretagna alcuni

servizi, rivolti specificamente ai giovani, che prevedevano un numero limitato di incontri per

soggetti che, pur trovandosi ad affrontare situazioni di disagio psichico, non presentavano gravi

situazioni psicopatologiche.

Il modello della consultazione breve prevede di solito 4 colloqui e un 5° distanziato da circa un

mese e si basa su alcuni specifici parametri: l’autosegnalazione, l’alleanza con le parti adulte del

paziente, l’uso del transfert e del controtransfert e il lavoro sulle ansie di separazione. VEDI CASO

DI LAURA (19 ANNI) PAG. 165 CAPITOLO 7

IL PRIMO COLLOQUIO CON L’ADULTO E CON L’ANZIANO

1. Considerazioni generali sull’età adulta

Per quanto concerne in particolare le caratteristiche dell’adulto, Erikson ha messo in evidenza

soprattutto l’aspetto della generatività, momento essenziale sia dello sviluppo psicosessuale che

psicosociale, in quanto connesso alla possibilità di dar vita ad una nuova generazione di cui

prendersi cura, nonché allo sviluppo di adeguati livelli di produttività e creatività. Quando la

generatività viene a mancare, si determina uno stato di stagnazione, di impoverimento personale,

in cui l’individuo si ripiega su se stesso, percependosi come unico oggetto delle proprie

preoccupazioni.

In riferimento alle considerazioni di questo autore, possiamo dire che la costruzione di una

soddisfacente vita di coppia e l’accesso alla genitorialità rappresentano certamente delle mete

importanti nell’età adulta, ma anche molti altri aspetti rivestono un ruolo significativo, come ad

esempio, il lavoro, la presenza/assenza di interessi, le relazioni sociali.

Occorre poi tenere presente che si colloca nell’età adulta la cosiddetta crisi della mezza età,

relativa sia alla presenza di specifici squilibri ormonali, sia, soprattutto, al dipanarsi di una sorta di

crisi esistenziale connessa alla consapevolezza dei cambiamenti in atto e alla necessità di

effettuare un bilancio della propria esistenza.

È ben noto, inoltre, quanto possano influire sul benessere psichico della persona le condizioni di

salute.

Sono molte, pertanto, le aree con cui il clinico viene a confrontarsi, in relazione a questa lunga

fase del ciclo vitale. Nel corso di un primo colloquio occorrerà cercare di comprendere qual è la

reale motivazione che ha spinto quella persona a venire ora e non prima, orientando la nostra

attenzione su tutte quelle variabili connesse ad un iniziale colloquio clinico, ovvero sugli aspetti

riguardanti il setting, i movimenti transferali/controtransferali e l’osservazione.

2. Esempi clinici

2.1. Un caso di “attacco di panico”

L’incontro con una persona che presenta un disturbo da attacchi di panico (DAP) può suscitare nel

clinico uno stato d’animo di intensa preoccupazione, dal momento che ci ne soffre proietta

inevitabilmente su di lui la sua disperazione.

L’attacco di panico si configura come una crisi improvvisa, di breve durata, in cui la persona si

trova a vivere un momento di intensa paura, sentendosi quasi in procinto di morire, di avere un

infarto, un ictus o di impazzire, avvertendo al tempo stesso possibili manifestazioni

neurovegetative, come un senso di soffocamento, tachicardia, sudorazione, tremori, vertigini. È

possibile parlare di disturbo da attacchi di panico solo se tale crisi tende a ripetersi nel corso del

tempo. Questo quadro sintomatologico sembra inizialmente provenire dal...”nulla”, in quanto

appare difficile riscontrare, nel momento in cui esso sopraggiunge, specifici fattori causali di

origine ambientale o intrapsichica.

È stato l’americano Donald Klein a distinguere per primo il quadro degli attacchi di panico come

entità autonoma.

All’inizio del primo colloquio con un paziente che soffre di attacchi di panico, quasi sempre ci si

rende conto di trovarsi davanti ad una persona alquanto distaccata, irrigidita dalle proprie modalità

difensive, tesa a svalorizzare le esperienze emozionali e questi aspetti influenzano molto i

movimenti controtransfrali del clinico. VEDI CASO DI FEDERICO (34 ANNI) PAG. 175

2.2. Quando è difficile chiedere aiuto

Bion afferma che il percorso della conoscenza, finalizzato alla ricerca della verità, può suscitare

molto dolore, che si cera di evitare attraverso l’uso di specifiche manovre elusive, come

frequentemente si verifica nel lavoro psicoterapeutico.

Per evitare tale dolore il paziente può fare ricorso all’uso di massicce difese: crescita e

maturazione possono essere perfino “temute e detestate” in quanto la possibilità di cambiamento

viene percepita come una rottura brusca e violenta dell’attuale equilibrio.

Spesso, anche in occasione dei colloqui iniziali, possiamo riscontrare una certa ambivalenza in

coloro che incontriamo per una consultazione: è presente il desiderio di affrontare un

cambiamento, ma, al tempo stesso, si teme di perdere le abituali coordinate di riferimento, il

familiare status quo, che, anche se insoddisfacente, rappresenta qualcosa di noto rispetto agli

imprevisti di un lavoro psicoanalitico approfondito che coinvolga la propria persona, i propri conflitti

interni, e che può comportare trasformazioni temute come radicali, “catastrofiche”.

Accade così che alcuni individui non si sentano disposti a effettuare un percorso terapeutico o lo

interrompano presto, una volta iniziato. VEDI CASO DI ELISA (35 ANNI) PAG. 181

3. Considerazioni generali sulla vecchiaia

Freud riteneva che il trattamento psicoanalitico non fosse efficace con gli anziani. Oggi, invece, si

è orientati a pensare che anche in questo ambito sia possibile fornire un aiuto psicoterapeutico,

generalmente per un breve periodo e lavorando sul livello di profondità segnalato dallo stesso

paziente. Da parte del clinico occorre una grande cura nella fase dell’accoglimento. Spesso per

l’anziano l’incontro con il clinico, nonostante l’espressione di qualche perplessità iniziale,

rappresenta un’occasione unica per parlare più profondamente di sé con qualcuno con cui non c’è

un vistoso coinvolgimento affettivo, come con i propri familiari. VEDI CASO CLINICO DEL

SIGNOR VINCENZO PAG. 188

NOEMI, 16 anni

I disturbi alimentari sono sempre più frequenti. L’anoressia è il rifiuto di accettare il proprio peso, la bulimia

è l’assunzione incontrollata di cibo seguita da atti compensatori. In riferimento a questi quadri è stata

utilizzata l’espressione corpo-mente. Il visibile riscontro a queste condotte verrebbe a svolgere una

funzione di controllo sui bisogni affettivi ed una funzione di difesa contro le paure di non poter fare a meno

dell’altro. Come nel caso di Noemi, che mette in primo piano il suo corpo, che in passato ha segnalato

problemi ritenuti inesistenti e, corpo ridicolizzato a scuola. Si è sentita poco amata e utilizzata per colmare il

vuoto delle perdite di un’altra bambina. E’ stata testimone di violenze verbali e fisiche del padre verso la

madre. Con questo disturbo, Noemi vuole controllare il suo corpo, ne vuole uno nuovo che le permette di

essere ammirata e non ridicolizzata.

LAURA, 19anni

Il ruolo del sé, l’indentificazione con l’oggetto e la difficoltà a separarsene, sono particolarmente significativi

in adolescenza, in relazione al movimento si separazione/individuazione, che spesso risulta impregnato dal

senso di colpa. Come nel caso di Laura, che ha fatto una scelta universitaria sbagliata, per accontentare i

sogni e i desideri della madre, ma ne p profondamente scontenta e soprattutto senza trovare il coraggio di

dirlo ai suoi genitori. Afferma che si sente annullata dei propri desideri e progetti, senza vedere via di uscita,

e questo le causa profonda sofferenza. Per laura il giusto percorso di studi è come trovare un senso di

identità.

FEDERICO, 34 anni

L’ incontro con una persona che presenta un disturbo da attacchi di panico può suscitare nel clinico uno

stato d’animo di intensa preoccupazione. Si configura come una crisi improvvisa, di breve durata, in cui la

persona si trova a vivere un momento di paura. Si manifesterebbe in ”out of blue”, ovvero senza

contaminazioni con stati ansiosi o depressivi. Come ne caso di Federico, i suoi attacchi si manifestano in

un momento della sua vita in cui, per la prima volta, sembra aver instaurato un legame significativo con una

donna, probabilmente è proprio questo rapporto che lui considera una minaccia, in quanto condizione che

ha anche la possibilità di rottura. Parla anche della morte prematura della madre (aveva solo 4 anni), a

volte ne nega anche l’esistenza. Il funzionamento psichico di Federico sembra essersi ancorati ad una

modalità rigida di controllo.

ELISA, 35 anni

Bion afferma che nell’evitare il dolore il paziente fa ricorso a massicce difese, e il cambiamento viene visto

come brusca e violenta rottura all’equilibrio attuale. Il dolore di cui Bion ci parla è uno stato mentale che si

riferisce alla capacità di soffrire il dolore assumendone coscienza e conoscenza. Come nel caso di Elisa,

giovane donna che presenta una sintomatomatologia depressiva, segnalata dall’umore triste, tendenza al

pianto, rallentamento psicomotorio, ridotto interesse per le cose e mancanza di energia. Descrive molto

positivo il rapporto con il suo compagno, ma ha molta paura di perderlo, che lui la lasci una volta che si sia

reso conto dei suoi difetti. Elisa non ritornerà più in terapia, probabilmente perché la percepiva come un

percorso conoscitivo verso temute verità.

VINCENZO, 80 anni

La vecchiaia suscita nel paziente una moltitudine di sentimenti. Penza alla sua vita passata, alla sua

famiglia ai suoi successi/insuccessi, ma anche ai suoi aspetti problematici fisici attuali (se cin sono). E’ Più

frequente in loro il tema della morte, la paura di morire e l’angoscia di morte inconscia. Come ne caso di

Vincenzo, in cui la consultazione è stata richiesta dal personale ospedaliero perché il signore non voleva

più seguire le indicazioni mediche. Attraverso le parole di questo paziente si avverte la sua sofferenza

connessa alla sua solitudine interna. In questo contesto la consultazione sembra rappresentare la

possibilità di accogliere i pensieri e le emozione del paziente, che non riesce ad accettare le sue

condizione e trasformazione da anziano che si sono determinate nel tempo.

PAOLO

Alcuni autori partono dall’analisi della gravidanza e del parto, momenti in cui assumono rilevanza il

bambino fantasmatico, il bambino immaginario e il bambino reale che possono portare ad un

sovradosaggio di proiezioni dei genitori sul bambino, come affermano Cramer e Palacio-Espasa. Travistock

nel suo modello Under Fives Counselling Service, nel lavoro con i bambini piccoli e i genitori, pone

importanza alla funzione osservativa del terapeuta e alla sua capacità di lavorare con il contro transfert.

Come nel caso di Paolo, 3 anni, figlio di una coppia abbastanza giovane, che in breve tempo ha dovuto

cambiare diverse città. I genitori parlano di un bambino molto attaccato alla madre, appiccicoso e

dipendente, che non li permette di fare quasi nulla.

Si prende appuntamento con i genitori ma all’incontro si presenta anche il bambino, stretto in braccio alla

madre. Nonostante i giochi messi a disposizione del terapeuta, il piccolo Paolo non si muove dalle braccia

della madre. Durante l’incontro emerge che il padre si è dovuto trasferire per lavoro, lasciando da sola la

madre con il bambino, si nota come il bambino, in questo periodo, abbia sostituito per la donna la figura del

marito. Diventa evidente a questo punto la sofferenza che la madre ha vissuto e che porta il marito

commuoversi. A questo punto il padre invita nuovamente Paolo a giocare con i giochi a disposizione. Con

grande sorpresa Paolo lascia la madre e comincia a giocare. Sembra dunque che qualcosa, all’interno di

questo nucleo famigliare ha iniziato a sciogliersi.

SIGN. B

È importante che la nascita di un bambino venga a collocarsi all’interno di uno spazio mentale condiviso da

entrambi i genitori, costituito da desideri, fantasie e pensieri. Questo tuttavia non avviene sempre. Nelle

maternità adolescenziali, per esempio, riscontriamo una contrapposizione tra il desiderio di maternità e il

desiderio di gravidanza. Proprio come succede nel caso dei Signori B., una giovane coppia, conosciutasi in

vacanza e rimasta insieme solo per la gravidanza inaspettata di Andrea. In terapia emergono tutte le

difficoltà e gli scontri della coppia, che hanno delle conseguenze sul bambino.

Il bambino viene descritto dalla madre come insofferente, non accetta le regole e ha frequenti problemi di

salute. Viene richiesto un appuntamento solo con in genitori. Questi ultimi arrivano all’appuntamento in

ritardo ma ben vestiti e comunicano al terapeuta l’impressione di due persone che stiano un po’ giocando a

fare i genitori. Il bambino ha avuto molte figure che si sono occupate di lui e i suoi malessere sono un modo

di chiedere aiuto.

SIGN. T

L’adozione costituisce un passaggio delicato e a rischio e può essere considerato come un processo o

percorso che prevede un graduale aggiustamento tra generazioni differenti. Rappresenta un’occasione per

elaborare i propri vissuti di genitorialità. Una volta effettuata la scelta, è fondamentale cominciare a fare

posto, nella mente, al bambino che arriverà. Come nel caso dei Signori T., che hanno adottato Maria

Cristina, all’età di 5 anni, ragazzina di origini brasiliane (oggi 12 anni) molto problematica ed esuberante,

che non riescono a contenere. In questo colloquio emerge l’insoddisfazione da parte dei genitori per il

comportamento e il carattere della propria bambina.

L’hanno adottata dopo la morte della loro unica figlia Elena. La terapeuta si rende conto che Maria Cristina

e i genitori sono due mondi diversi. Inoltre è come se questi genitori chiedessero alla ragazzina di

impersonare la figlia morta idealizzata. Emerge dunque il lutto non elaborato ed è questa la tematica più

importante su cui lavorare.

JENNY, 4 ANNI

Il maltrattamento infantile rappresenta un fenomeno drammatico, che spesso avviene tra le mura

domestiche. Si può determinare una condizione di trascuratezza quando mancano le condizioni igieniche

per esempio; l’abuso fisico, invece, si riferisce alla situazione in cui il minore viene aggredito fisicamente;

l’abuso sessuale avviene quando vengono messi in atto comportamenti seduttivi con il minore. Come nel

caso di Jenny, 4 anni, orfana di padre all’età di 2 anni, con una madre 28 enne, probabilmente

tossicodipendente e che ha spesso rapporti occasionali. Di conseguenza la bambina vede molte figure

maschili di passaggio, a volte anche aggressivi nei suoi confronti, che le hanno fatto sviluppare una forte

barriera difensiva, nonostante la sua tenerissima età.

FRANCESCO

Il lavoro clinico con i bambini problematici è intenso e difficile. Occorre tollerare incertezza e confusione. Le

situazioni possono variare da un quadro di nevrosi fino a quadri borderline e autistici. I pazienti affrontano

gli eventi con intensa angoscia. Alvarez afferma che a volte i bambini possono sentirsi lontani e si deve

esercitare una funzione di richiamo destando curiosità. Come nel caso di Francesco, 6 anni, che manifesta

difficoltà ad accettare cambiamenti, presenta enuresi notturna, paure ed una propensione per i ruoli

femminili. I genitori rivelano che alla nascita desideravano una bambina. Il bambino sembra disorientato e

con la paura di cadere. È preoccupato dalla parola “papà” e di lasciare la mamma e di non trovarla più a

fine consultazione. Elementi di preoccupazione, infatti, emergono dal suo sguardo nel vuoto e da alcuni

comportamenti meccanici.

Il bambino inizia a fare un disegno in cui rappresenta la sua classe, ma una classe morta, senza compagni

ne maestre. L’unica persona che si occupa di lui in maniera costante e amorevole è la sua tata Maria.

Disegna poi una bambina che identificherà con cappuccetto rosso ed una macchia marrone che identifica

con il lupo. Nel muoversi fa cadere un pennarello. Con aria molto angosciata chiede perché sembra che

anche lui, come il pennarello, sente di precipitare se non ha un appoggio.

GIOVANNA ,8 anni

Il colloquio peritale può riguardare, anche, quei casi di conflittualità genitoriale connesse all’esperienza di

separazione o divorzio. Se ci si trova di fronte a casi problematici, il giudice, per valutare il nucleo familiare,

può nominare un consulente d’ufficio (CTU), mentre i genitori separatamente possono nominare un

consulente tecnico di parte (CTP). Come nel caso di Giovanna, 8 anni, arrivata in terapia per accertare il

rapporto affettivo tra lei ed entrambi i genitori. La bambina si difende negando le sue preoccupazioni,

esprimendo la sua simpatia in tutti i modi possibili. Si disegna sorridente, ma sola, con il cagnolino morto,

mettendo in evidenza la tristezza che la pervade. Sembrano emergere difficoltà riguardanti sia il padre, che

appare come una figura potente e minacciosa, sia la madre, forse troppo bambina. Giovanna si relaziona a

lei in maniera paritaria. In alcuni momenti riaffiorano in lei le speranze di un ricongiungimento dei genitori.

La terapeuta incontra prima la madre poi il padre e poi la bambina. La bambina ha assistito a molte scene

violente tra i genitori. La bambina chiede alla terapeuta di poter fare una prateria. Prende gli animali e li

divide con un staccionata: da una parte quelli che chiama “preistorici,cattivi” e dall’altra i buoni “non

preistorici”. Sistema poi i vari personaggi della famigli, dicendo che il padre è il padrone degli animali.

Sembra molto preoccupata dalla figura paterna e dall’incontro ce la terapeuta ha avuto con il padre, chiede

poi di disegnare. Prende i fogli e disegna se stessa con il cagnolino morto. Sembra voler celare le sue

preoccupazioni, disegnandosi sorridente come vuole apparire, ma lo fa con il cagnolino morto, mettendo in

evidenza la tristezza che la pervade. Dall’incontro emerge che la bambina teme fortemente il padre e che

allo stesso tempo non si può appoggiare alla madre perché troppo bambina, si relaziona con lei in modo

paritario. Negli incontri successivi esporrà il suo dolore e il desiderio che i genitori tornino insieme.

FRANCO, 13 ANNI

Il periodo compreso tra gli 11 e i 14 anni è stato indicato come il tempo della trasformazione, dati i

cambiamenti fisici e psichici che si determinano nei ragazzi/e dopo la fine del periodo di latenza. Ladame

sottolinea la delicata funzione dei genitori che possono facilitare o ostacolare le potenzialità del figlio. Come

nel caso di Franco, 13 anni, con genitori schiacciati dal loro ruolo. Il padre diviso tra l’influenza del proprio

genitore e il fallimento delle richieste rivolte al figlio; ed una madre molto fragile. Franco non si sente

compreso, e accanto alle sue proteste, maschera il desiderio di essere amato, e lo fa con grande teatralità,

volendo modificare il suo aspetto fisico e chiedendo più autonomia.

LIBRO: MATERNITà E GRAVIDANZA

CAPITOLO 1

I CONTRIBUTI PSICOLOGICI E PSICOANALITICI RELATIVI ALLA GRAVIDANZA

Introduzione

Lo studio della gravidanza e delle sue dinamiche psichiche si è sviluppato in due ambiti diversi:

Quello clinico-terapeutico relativo alle consultazioni e al trattamento analitico in gravidanza;

- Quello psicologico attraverso la somministrazione di questionari e interviste semistrutturate.

-

La letteratura psicoanalitica ha fornito, soprattutto negli ultimi anni, una importante cornice di

riferimento sia teorica che clinica allo studio della gravidanza, mentre prima degli anni ’40 i

riferimenti alla gravidanza erano stati scarsi e fugaci. Dopo gli anni ’40, i contributi si sono arricchiti

soprattutto con l’accumularsi di osservazioni cliniche di donne in gravidanza, che hanno consentito

una nuova concettualizzazione che vede nella gravidanza un momento evolutivo fondamentale

dello sviluppo dell’identità femminile.

Con il concetto di crisi maturativa della Bibring la gravidanza acquista il significato di processo,

ovvero un punto di svolta irreversibile nel ciclo vitale della donna, in cui vengono rivissuti i conflitti

infantili relativi a fasi precedenti di sviluppo e in particolare alle prime relazioni e identificazioni con

la propria madre. Si verifica una profonda destrutturazione e riorganizzazione del senso di

identità della donna, in cui i cambiamenti prodotti dalla gravidanza possono essere vissuti come

una minaccia alla propria integrità.

Anche per Dinora Pines la gravidanza costituisce una tappa fondamentale per la costruzione

dell’identità femminile, in quanto rappresenta un terreno di verifica per la donna stessa ed offre

l’opportunità di elaborare in modo sostanziale il processo di separazione – individuazione, in

particolare nei confronti della propria madre. Si può pertanto affermare che la gravidanza viene a

costituirsi, dopo l’adolescenza, come un terzo processo di separazione – individuazione.

Diversi autori hanno sottolineato l’esigenza di considerare la relazione fantasmatica e reale della

donna con la propria madre durante la gravidanza. In particolare, viene messa in evidenza

l’importanza dell’identificazione della donna con una “buona immagine materna”, il che significa

non solo che la donna ha sperimentato una buona relazione infantile con la madre, ma che è stata

capace di riconoscerla come tale, di riferirsi ad essa nella sua esperienza attuale, senza essere

sopraffatta da elementi conflittuali.

È in relazione a questa identificazione con la propria madre che appare particolarmente

importante la distinzione tra desiderio di maternità e desiderio di gravidanza:

Nel caso del desiderio di gravidanza è in primo piano il bisogno narcisistico di provare che il

- proprio corpo funziona come quello della propria madre, come avviene nelle gravidanze

adolescenziali;

Mentre nel desiderio di maternità ciò che prevale è la disponibilità a occuparsi e prendersi

- cura del bambino.

Durante la gravidanza, inoltre, le fantasie acquistano un carattere cosciente quando la donna

cerca di dare una precisa configurazione al bambino nella propria mente. Tale rappresentazione

del bambino può condensarsi nel “bambino immaginario” descritto da Lebovici, ossia il bambino

delle fantasie coscienti condivise con il proprio partner. Le fantasie relative al bambino vivono

tuttavia anche a livello inconscio: si tratta in questo caso di un bambino che vive nell’oscurità della

mente della madre, ovvero il “bambino fantasmatico”, risultato delle dinamiche e dei conflitti

edipici e preedipici della madre.

La gravidanza appare come uno dei momenti in cui il profondo rapporto tra fantasia e realtà può

andare incontro a notevoli oscillazioni a favore dell’una o dell’altra, creando uno sbilanciamento

in cui l’aspetto fantasmatico può essere preminente, con la conseguenza di un rallentamento del

processo adattativo nei confronti della realtà, oppure, al contrario, vi può essere una forte

limitazione delle fantasie, attuata in maniera difensiva per negare la naturale ambivalenza

presente nel processo di gravidanza.

Le fasi della gravidanza

Sono stati descritti differenti stadi inerenti al processo di gravidanza. La Bibring parla di due

importanti “compiti adattativi” in relazione a due stadi della gravidanza:

Il primo si riferisce all’accettazione dell’embrione prima e del feto poi, come parte integrante

1. del sé. Si ha un’esperienza psicologica di fusione col feto, che perdura nei primi 2 mesi di

gravidanza fino alla percezione dei movimenti fetali, evento questo che si impone alla

donna obbligandola a prendere atto del’esistenza di un bambino dentro di sé che però

diviene sempre più un essere autonomo.

Da questo momento la donna si deve confrontare con il secondo compito adattativo, che è

2. quello di riorganizzare le proprie relazioni oggettuali e prepararsi all’evento della nascita –

separazione dal bambino dentro di lei.

L’importanza della distinzione in stadi dell’intero processo gravidico è stata sottolineata anche da

altri autori. La Pines, in particolare, individua 4 stadi, mettendo in luce la stretta relazione tra

fantasie della donna ed eventi somatici relativi alle diverse fasi della gravidanza.

1. Durante il primo stadio, che va dal concepimento alla percezione dei movimenti fetali,

avvengono importanti modificazioni dell’immagine corporea e del sé. In questo periodo compaiono

spesso sintomi psicosomatici, quali nausea e vomito, espressione di conflitti nei confronti della

gravidanza e di ambivalenze verso il feto. Il vomito infatti può rappresentare un tentativo inconscio

da parte della donna di espellere l’embrione e ripristinare la condizione precedente.

2. Il secondo stadio della gravidanza, va dalla percezione dei movimenti fetali fino alle ultime fasi

della gravidanza. Il feto in questo periodo è percepito in modo progressivamente differenziato e

viene riconosciuto come un’entità a sé, suscitando nella donna ansia di perdita.

3. Il terzo stadio comprende gli ultimi momenti prima del parto. Sono presenti in questo periodo

ansie riguardanti l’integrità del bambino, il travaglio e il parto.

4. Il periodo subito dopo il parto costituisce il quarto stadio, o decimo mese come lo chiama

Lebovici.

Rappresentazioni in gravidanza

I cambiamenti che si verificano durante la gravidanza comportano sostanziali modificazioni del

mondo rappresentazionale della donna attraverso un processo che implica contemporaneamente

l’elaborazione di nuove rappresentazioni mentali, relative al sé come madre e al futuro bambino, e

una revisione delle rappresentazioni del sé costituitesi durante l’infanzia.

La psicoanalisi ha contribuito in maniera specifica alla concettualizzazione delle rappresentazioni

mentali, mettendo in primo piano il ruolo degli affetti e delle fantasie che le influenzano. La

rappresentazione si configura in questo caso come una categoria fondamentale dell’esperienza

psichica che prescinde da qualsiasi contenuto concreto.

Un ulteriore contributo teorico allo studio delle rappresentazioni è stato sviluppato da Bowlby,

nell’ambito della teoria dell’attaccamento, con la formulazione del concetto di modello operativo

interno. I modelli operativi interni di sé e dell’altro possono essere considerati come

rappresentazioni mentali dinamiche che operano al di fuori della consapevolezza e che vengono

costruiti a partire dall’esperienza relazionale precoce con le figure di attaccamento.

Alcuni autori hanno integrato i metodi di indagine clinica con strumenti di valutazione come

questionari, test e scale, per consentire uno studio delle rappresentazioni in gravidanza che tenga

conto sia delle dimensione soggettiva e personale che delle tematiche specifiche di questa fase.

Stili materni in gravidanza

In questo ultimo decennio numerose ricerche hanno messo in luce la presenza di diversi stili

materni che influenzano non solo le fantasie, le rappresentazioni, le convinzioni e le aspettative in

gravidanza, ma anche la stessa relazione precoce madre-bambino.

Dagli studi clinici della psicoanalista inglese Raphael – Leff emergono tre orientamenti materni:

La madre “facilitante” (facilitator), che considera la maternità come un’esperienza

- conclusiva della sua identità femminile. Si sente arricchita dall’esperienza che sta vivendo,

si abbandona alla regressione che le permette di vivere quell’unione fusionale con il feto

per identificarsi con esso e rivivere la fantasia di unione con la madre dell’infanzia. Con la

percezione dei movimenti fetali prende corpo la differenziazione; la donna dialoga con il

bambino, gli attribuisce un sesso, un nome e caratteristiche personali.

La madre “regolatrice” (regulator), che considera la gravidanza come un passaggio

- obbligato per avere un bambino e prova fastidio per le trasformazioni corporee, resiste alla

disorganizzazione psicologica rinforzando le proprie difese psichiche e le proprie

razionalizzazioni. Il suo segreto desiderio è di non farsi influenzare dalla gravidanza e dal

futuro bambino. Cerca inconsciamente di evitare la regressione come anche l’esperienza

mentale della fusione con il feto, che viene spesso sentito come un parassita o un intruso

che l’assorbe e la vuole tenere lontano dai suoi impegni lavorativi. I movimenti fetali sono

avvertiti come una presenza estranea, le fantasie sul feto sono limitate, e la madre aspetta

con impazienza che la gravidanza si concluda.

La madre “reciprocator”, che è in grado di effettuare degli scambi con l’altro (per esempio

- con il figlio, con il partner o con la madre) sulla base della reciprocità. Questa madre,

durante il periodo della gravidanza, è in grado di mantenere un certo equilibrio tra la

tendenza a sentirsi assorbita internamente dalla nuova esperienza e la sua aperta

disponibilità verso il mondo esterno, considerando il bambino come una persona con

determinate caratteristiche individuali e riconoscendo la propria ambivalenza e le proprie

contraddizioni interne. CAPITOLO 2

L’IRMAG, UNO STRUMENTO PER ESPLORARE LE RAPPRESENTAZIONI IN GRAVIDANZA

Caratteristiche dell’IRMAG

IRMAG: Intervista per le Rappresentazioni Materne in Gravidanza. L’obiettivo è quello di

esplorare, nella donna che si trova ad affrontare la maternità, l’area delle rappresentazioni mentali

concernenti non solo se stessa come persona e come madre, ma anche il partner e la propria

famiglia d’origine.

L’IRMAGA, che consta di 41 domande, viene somministrata preferibilmente in un periodo

compreso tra la ventottesima e la trentaduesima settimana gestazionale. La scelta di questo

periodo particolare, che corrisponde approssimativamente al settimo mese di gravidanza, è

stata effettuata considerando il fatto che la presenza del bambino, in questa fase, ha ormai avuto

la possibilità di ben definirsi all’interno dello spazio psichico materno, non ancora invaso da ansie

pervasive connesse all’imminenza del parto.

In particolare, l’intervista si propone di approfondire le seguenti aree:

Il desiderio di maternità nella storia personale e della coppia: l’intervista si propone di

1) esplorare se la gravidanza è stata programmata o se invece è giunta inattesa, se c’è stata

una decisione di coppia o unilaterale nel determinarla, se ci sono state passate difficoltà di

fecondazione o esperienze di aborti.

Le emozioni personali, di coppia e familiari alla notizia della gravidanza: vengono

2) esplorate le emozioni della donna nel momento in cui ha avuto la certezza di essere incinta,

le modalità con cui ha affrontato questa circostanza (isolamento, desiderio di condividerla

con il partner, con i familiari o altre persone significative), le eventuali reazioni che si sono

determinate sul piano fisico, la risonanza che ha avuto in lei l’atteggiamento del partner e

degli altri in seguito a tale comunicazione.

Le emozioni e i cambiamenti nel corso della gravidanza nella vita personale, di

3) coppia e nel rapporto con la propria madre; la prospettiva del parto: si intende

esplorare sia lo stato emotivo generale che sembra permeare il periodo gestionale sia

specifiche emozioni riguardanti ambiti particolari.

Le percezioni, le emozioni e le fantasie relative al “bambino interno”: l’intervista

4) permette di esplorare se, all’interno della madre, si è già costituito uno specifico spazio

mentale occupato dal bambino che sta per nascere (e se la madre è orientata a condividere

tale spazio con il proprio partner).

Le aspettative future riguardanti le caratteristiche di sé come madre e le

5) caratteristiche del bambino: si esplorano le aspettative materne riguardanti il proprio

ruolo, le proprie funzioni, le proprie capacità (una volta nato il bambino) e l’immagine del

bambino nei primi mesi.

La prospettiva storica della madre, riguardante il proprio ruolo attuale e passato di

6) figlia: si esplorano nella donna le caratteristiche di se stessa bambina, le caratteristiche del

rapporto con i propri genitori nella prima infanzia, il desiderio di identificarsi o differenziarsi

dalla propria madre nell’espletamento del ruolo materno.

Modalità di somministrazione e norme per la trascrizione

È in primo luogo importante riuscire a instaurare un clima di fiducia e cordialità, invitando la

donna a parlare di sé e della propria esperienza gestazionale, che a volte riguarda anche aree

molto intime e riservate, senza suscitare in lei la sensazione di sentirsi incalzata, o tantomeno

giudicata. L’IRMAG prevede delle domande “principali” e delle ulteriori domande (“prompts”),

collegate alle prime e volte ad esplorare, di volta in volta più approfonditamente, le varie aree

tematiche.

La durata dell’intervista può variare da persona a persona, in base alla complessità e al numero

delle tematiche emerse. La durata media dell’IRMAG è comunque di circa sessanta minuti.

Per ciò che riguarda, poi, la trascrizione del testo dell’intervista, occorre tenere presente che è

precondizione fondamentale aver potuto disporre di un registratore di buona sensibilità.

Nel corso della trascrizione verranno riportate con precisione tutte le parole utilizzate, segnalando

anche le pause, le esclamazioni, le sospensioni, le manifestazioni di riso o di pianto, le frasi non

completate. Verranno infine attribuiti specifici codici a nomi di persone e di luoghi, al fine di

garantire la riservatezza dell’intervista stessa.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica della salute
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Silvia.tornese di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli e tecniche del colloquio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Candelori Carla.

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