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Riassunto esame Diritto dell'unione europea, Misure di stabilità, prof. Caffaro Appunti scolastici Premium

Appunti della facoltà di lettere e filosofia della professoressa Cafaro sul diritto dell'unione europea. Il file contiene una lunga trattazione sul diritto del mercato unico europeo, gli obiettivi della comunità europea, sviluppo delle attività economiche.

Esame di Diritto dell'Unione Europea docente Prof. S. Caffaro

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ESTRATTO DOCUMENTO

RIASSUNTI

“DIRITTO DEL MERCATO UNICO EUROPEO”

CAPITOLO I – NOZIONI GENERALI

1. Scopi della Comunità Europea

L’art 2 definisce gli obiettivi che la Comunità è chiamata a promuovere e gli strumenti di cui essa

dispone a tal fine.

OBIETTIVI:

il numero degli obiettivi è aumentato dai 5 iniziali agli attuali 9.

Tra i primi 5 prevalevano obiettivi dalla caratterizzazione economica:

1. sviluppo armonioso delle attività economiche;

2. espansione continua ed equilibrata;

3. stabilità accresciuta;

4. miglioramento del tenore di vita.

Le modifiche apportate dall’ art 2 hanno aumentato l’importanza degli obiettivi di tipo ambientale

e sociale.

Per quanto riguarda quelli di tipo ambientale, la Comunità è ora impegnata a promuovere un

elevato livello di protezione dell’ambiente e il miglioramento della qualità di quest’ultimo.

Per quanto riguarda quelli di tipo sociale, gli obiettivi consistono nella promozione di un elevato

livello di occupazione e di protezione sociale e della parità tra uomini e donne, oltre che tendere

a migliorare il tenore e la qualità della vita.

L’aumento degli obiettivi non economici è stato giudicato tale da giustificare il mutamento stesso

dell’originaria denominazione della Comunità da Comunità economica europea a Comunità

europea.

STRUMENTI:

anche gli strumenti hanno subito nel tempo alcune importanti variazioni. Nella versione originaria,

tali strumenti erano soltanto due:

1. l’instaurazione di un mercato comune; 1

2. graduale ravvicinamento delle politiche economiche: questo è stato sostituito da un

nuovo e più avanzato strumento consistente nell’instaurazione di un’unione economica e

monetaria.

Lo stesso Trattato dell’Unione Europea (TUE) ha provveduto ad inserire nell’art. 2 anche un

terzo strumento, consistente nell’attuazione delle politiche e azioni comuni, di cui ai successivi

artt. 3 e 4.

Le azioni e politiche previste sin dall’inizio hanno caratterizzazione economica; esse comportano:

 libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali;

 3 politiche comuni ( politica commerciale comune, politica comune nei settori

dell’agricoltura e della pesca, politica comune nel settore dei trasporti);

 Un regime di libera concorrenza;

 Il riavvicinamento delle legislazioni nazionali.

L’unica azione di natura sociale prevista sin dall’origine è quella che si riferisce a una politica nel

settore sociale comprendente un Fondo sociale europeo.

Completano il quadro alcune nuove azioni e politiche di tipo economico come il rafforzamento

della competitività dell’industria comunitaria, la promozione della ricerca e dello sviluppo

tecnologico e l’incentivazione della creazione e dello sviluppo di reti transeuropee.

Alle azioni e politiche previste dall’art. 3, si aggiungono quelle contemplate dall’art. 4 che si

riferiscono più direttamente all’instaurazione di un’unione economica e monetaria.

L’art I – 3 della Costituzione definisce gli obiettivi dell’Unione:

- obiettivi di carattere economico,sociale, ambientale e culturale; politica commerciale ed

estera;

- indica gli obiettivi principali attraverso cui gli obiettivi interni vanno realizzati: “uno spazio

di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne e un mercato interno nel quale la

concorrenza è libera e non è falsata”.

2. Le competenze comunitarie: il principio della competenza d’attribuzione

L’art. 5 è una norma di grande importanza che sintetizza alcuni principi generali riguardanti la

portata delle competenze comunitarie e le condizioni per il loro esercizio; il primo comma

enuncia in forma espressa un principio che era stato da sempre considerato come implicito nel

Trattato: il principio della competenza d’attribuzione.

La Comunità può intervenire soltanto nei settori in cui ciò sia contemplato dal Trattato e soltanto

per gli obiettivi che il Trattato stesso indica. 2

Da un lato, la Corte di giustizia ha ammesso che, pur in mancanza di un’espressa attribuzione di

poteri, la Comunità possa essere considerata competente quando l’esercizio di un certo potere risulti

indispensabile per l’esercizio di un potere espressamente previsto ovvero per il raggiungimento

degli obiettivi dell’ente ( teoria dei poteri impliciti).

Dall’altro lato, il Trattato stesso prevede una sia pur parziale deroga al principio della competenza

d’attribuzione, attraverso l’art 308, che rivela come gli stessi autori del Trattato fossero coscienti

dell’impossibilità di definire in anticipo e con esattezza i poteri di cui la Comunità avrebbe avuto

bisogno per raggiungere i fini complessi e variegati descritti nell’art. 2. Di qui la necessità di

consentire l’assunzione autonoma, senza cioè l’intervento degli Stati membri.

Le condizioni poste dall’art. 308 per l’esercizio del potere in esame sono alquanto restrittive.

Da un punto di vista procedurale, è richiesta una delibera unanime del Consiglio, con il

coinvolgimento sia della Commissione che formula la proposta, sia del Parlamento che viene

obbligatoriamente consultato.

Da un punto di vista sostanziale, occorre la necessità della nuova azione in relazione ai fini della

Comunità e dall’altro, la mancata previsione di poteri d’azione adeguati da parte del Trattato.

L’art. 308 affida alle istituzioni la scelta del tipo di atti da adottare: la norma in esame consente

nuove azioni, ma non deviazioni o deroghe rispetto alla disciplina materiale fissata dallo stesso

Trattato.

È invece possibile riconoscere alla Comunità nuovi poteri, nel senso di consentirle di intervenire in

settori non menzionati espressamente dal Trattato.

L’art 308 è stato utilizzato proprio in questo senso, rendendo possibile l’adozione di interventi nel

campo monetario ed economico, in quello della protezione dell’ambiente, della politica regionale,

della ricerca e dello sviluppo tecnologico, della politica industriale, della politica energetica e

della tutela dei consumatori.

Una limitazione al ricorso dell’art. 308 è derivata dall’introduzione del principio di sussidiarietà,

sicuramente applicabile ogniqualvolta la sola base giuridica disponibile per l’azione comunitaria è

costituita dall’art. 308.

3. I vari tipi di competenza comunitaria.

Non tutte le competenze attribuite dal Trattato alla Comunità hanno pari natura.

Bisogna distinguere tra COMPETENZE ESCLUSIVE e COMPETENZE CONCORRENTI: la

distinzione limita l’obbligo per la Comunità di agire nel rispetto del principio di sussidiarietà ai soli

settori che non sono di sua esclusiva competenza.

La distinzione in esame attiene ai rapporti tra competenza comunitaria e competenza degli Stati

membri. 3

COMPETENZE ESCLUSIVE: in questo settore, la competenza degli Stati membri è preclusa

anche qualora la competenza comunitaria non sia stata ancora esercitata pienamente. Gli interventi

degli Stati membri hanno carattere transitorio e debbono essere autorizzati dalla Comunità.

COMPETENZE CONCORRENTI: in questo settore, almeno inizialmente, Comunità e Stati

membri possono ciascuno esercitare i propri poteri. Si tratta di una situazione che potrebbe

modificarsi nel tempo a favore della Comunità. Man mano che questa agisce, diminuisce lo spazio

d’azione degli Stati membri, che in base all’art.10, sono tenuti ad astenersi da qualsiasi misura che

rischi di compromettere la realizzazione degli scopi del presente trattato. L’adozione da parte delle

istituzioni di una disciplina di questo tipo finirebbe per precludere agli Stati membri qualunque

ulteriore intervento autonomo e trasformerebbe in esclusiva una competenza originariamente

concorrente.

Nei settori di competenza concorrente, l’estensione e la sopravvivenza della competenza degli Stati

membri dipendono dai tempi e dai modi con cui la competenza comunitaria viene esercitata.

La Comunità può infatti scegliere di esercitare pienamente la propria competenza, adottando una

disciplina completa, tale da precludere agli Stati membri qualsiasi intervento.

Al contrario, la Comunità può preferire lasciare a lungo i propri poteri o utilizzarli in misura

estremamente ridotta, facendo così sopravvivere la competenza concorrente degli Stati membri.

Il Trattato non precisa se una determinata competenza comunitaria è esclusiva o soltanto

concorrente.

Così la Corte ha considerato come esclusiva la competenza comunitaria nel settore della politica

commerciale comune.

Mancano affermazioni giurisprudenziali circa l’esclusività della competenza comunitaria in altri

settori.

Accanto a queste competenze, il Trattato prevede un altro tipo di competenze:

COMPETENZE di COORDINAMENTO, di SOSTEGNO o di COMPLEMENTO: in taluni

settori, viene precisato che la competenza deve essere esercitata in parallelo con la competenza

degli Stati membri, attraverso azioni destinate a sostenere, coordinare o integrare quelle degli Stati

membri e senza che la competenza comunitaria possa sostituirsi a quella degli Stati membri.

4. Il principio di sussidiarietà 4

Il principio di sussidiarietà ha assunto un’importanza centrale nell’economia dell’intero Trattato e

costituisce un punto di riferimento obbligato quando si affronta il problema dei rapporti tra

Comunità e Stati membri. Questo principio si pone ad un livello successivo rispetto al principio

d’attribuzione e presuppone che il Trattato abbia conferito alla Comunità la competenza in un certo

settore e si preoccupa di regolarne le modalità di esercizio.

Esso è applicabile nei settori che non sono di competenza esclusiva comunitaria.

Considerando che, nei settori di competenza concorrente, la sopravvivenza della competenza statale

dipende dalla maniera con cui la competenza comunitaria viene esercitata, il principio di

sussidiarietà costituisce una garanzia per gli Stati membri che le loro competenze in settori di

competenza concorrente comunitaria non vengano limitate o cancellate.

Questo principio potrebbe essere considerato neutrale, nel senso che consente di dare la preferenza

all’azione statale ovvero a quella comunitaria sulla base di un giudizio di efficienza relativa.

Poiché questo principio in sede di applicazione, crea non pochi problemi, le istituzioni si sono

preoccupate di stabilire garanzie procedurali che favoriscano il rispetto di tale principio.

Si è a lungo discusso se il rispetto del principio di sussidiarietà possa essere oggetto di controllo

giurisdizionale. La Corte ha operato con estrema prudenza, tenendo conto che la scelta di

considerare un atto comunitario conforme al principio di sussidiarietà appartiene a quella sfera di

discrezionalità politica che deve essere riservata alle istituzioni e nella quale il giudice non intende

intromettersi.

La violazione del principio di sussidiarietà è stato invocato dalle parti come vizio della

motivazione. Successivamente, la Corte è stata chiamata verificare l’esistenza della violazione del

principio in esame in quanto vizio autonomo. La verifica del rispetto del principio di sussidiarietà

va effettuata sotto due profili distinti:

a) Se l’obiettivo dell’azione progettata potesse essere meglio realizzato a livello comunitario;

b) Che l’azione comunitaria non abbia oltrepassato la misura necessaria per realizzare

l’obiettivo cui tale azione è diretta.

5. Il principio di proporzionalità

Tale principio attiene alle modalità di esercizio delle competenze comunitarie; esso ha la funzione

di tutelare gli Stati membri da interventi comunitari di portata ingiustificatamente ampia.

Gli Stati membri non hanno esitato a utilizzare il principio di proporzionalità per contestare la

legittimità di atti delle istituzione giuridiche eccessivamente invasivi delle loro competenze.

L’esigenza di rispettare la proporzionalità comporta restrizioni per quanto riguarda tanto la scelta

del tipo di atto da adottare, quanto il contenuto di quest’ultimo: per quanto riguarda il primo aspetto,

5

a parità di altre condizioni, le direttive dovrebbero essere preferite ai regolamenti e le direttive

quadro a misure dettagliate; per quanto riguarda il contenuto dell’atto, le misure comunitarie

dovrebbero lasciare il maggior spazio possibile alle decisioni nazionali, purchè sia garantito lo

scopo della misura e siano soddisfatte le prescrizioni del trattato.

Bisogna distinguere tra PRINCIPIO DI PROPORZIONALITÁ e PRINCIPIO GENERALE DI

PROPORZIONALITÁ:

- il principio generale di proporzionalità si è inizialmente affermato come strumento di

protezione dei singoli nei confronti delle istituzioni comunitarie ovvero delle autorità degli

Stati membri, quando queste ultime agiscono in un settore retto dal diritto comunitario. Il

principio esige infatti che i sacrifici e le limitazioni di libertà imposti ai singoli non

eccedano quanto necessario per il raggiungimento degli scopi pubblici da perseguire;

- il principio di proporzionalità riguarda il rapporto tra le competenze comunitarie e quelle

degli Stati membri e costituisce una garanzia per questi ultimi.

6. La cittadinanza dell’Unione

“È cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro”.

I criteri per l’attribuzione di tale cittadinanza non sono dunque identificati autonomamente dal

Trattato, il quale si limita a rinviare ai criteri stabiliti da ciascuno Stato membro per l’attribuzione

della propria cittadinanza nazionale. Salvo il rispetto del diritto comunitario, ciascuno Stato

membro è dunque libero di fissare tali criteri in piena autonomia.

Dalla cittadinanza nazionale di uno Stato membro deriva quella dell’Unione e al cittadino spettano i

diritti e i doveri previsti dal Trattato (secondo l’art.17) ; tuttavia non esistono articoli che

specifichino i doveri dei cittadini dell’Unione, mentre per quanto riguarda i diritti, essi hanno natura

eterogenea:

 DIRITTI DI MOBILITÁ: legati alla circolazione del cittadino all’interno dell’Unione o in

Paesi terzi. Tra questi diritti, rientrano:

- DIRITTO DI CIRCOLAZIONE;

- DIRITTO DI SOGGIORNO: in questo settore, rilevante è il divieto di

discriminazione in base alla nazionalità; i cittadini dell’Unione, i quali soggiornino in

uno Stato membro diverso dal proprio, esercitano un diritto derivante dall’art.18 e

rientrano pertanto nel campo d’applicazione del Trattato. Gli Stati membri non

6

possono più discriminare soggetti del genere rispetto ai propri cittadini, altrimenti

violerebbero l’art.12 del Trattato;

 DIRITTI POLITICI: attengono alla partecipazione del cittadino alla vita politica

dell’Unione e degli Stati membri e ai suoi rapporti con le istituzioni.

L’art. 19 attribuisce al cittadino dell’Unione residente in uno Stato membro di cui

non ha nazionalità il diritto di voto e di eleggibilità nelle elezioni comunali e in

quelle per il Parlamento europeo.

L’art. 21 riconosce al cittadino dell’Unione il diritto di presentare petizioni al

Parlamento europeo conformemente all’art. 194 e il diritto di rivolgersi al

Mediatore europeo conforme all’ art. 195.

È stato aggiunto anche il diritto di scrivere alle istituzioni e agli organi comunitari

in una delle lingue ufficiali della Comunità e il diritto di riceveremedesima lingua.

Quanto alle limitazioni e condizioni cui l’esercizio del diritto di circolazione e del diritto di

soggiorno è sottoposto, esse dipendono dalla situazione particolare del soggetto interessato. Se si

tratta di persone rientranti nel campo d’applicazione della libera circolazione dei lavoratori o in

quello del diritto di stabilimento o della libera prestazione di servizi, assumeranno rilievo le

disposizioni del Trattato o del diritto derivato adottate per l’attuazione di tali norme.

Se invece si tratta di persone non rientranti in alcuna delle citate categorie, le condizioni e i limiti

del diritto di soggiorno ricavati da alcuni atti adottati dalle istituzioni per disciplinare queste

specifiche situazioni.

Attiene alla circolazione esterna alla Comunità, il diritto di tutela diplomatica previsto dall’art.20:

un cittadino dell’Unione,che si trovi nel territorio di uno Stato terzo nel quale sono presenti autorità

diplomatiche o consolari dello Stato membro di cui ha la cittadinanza, può ottenere tutela da parte

delle autorità diplomatiche o consolari di qualsiasi altro Stato membro.

7. Mercato comune e mercato interno

Nonostante l’importanza centrale dell’instaurazione di un mercato comune, di tale locuzione

manca una definizione normativa.

Il Trattato sembra utilizzare il termine “mercato comune” per designare l’area geografica risultante

dalla somma dei territori degli Stati membri.

Nonostante l’introduzione della nuova nozione di mercato interno, non sarebbe corretto affermare

che sia stata soppressa quella di mercato comune, poiché di quest’ultimo si parla ancora in numerosi

articoli del Trattato.

Bisogna chiarire il rapporto tra queste due nozioni. 7

- la Costituzione segna l’abbandono definitivo della nozione di mercato comune, sostituita da

quella di mercato interno;

- la Corte afferma che la nozione di mercato comune mira ad eliminare ogni intralcio per gli

scambi intracomunitari al fine di fondere i mercati nazionali in un mercato unico il più

possibile simile ad un vero e proprio mercato interno.

Sono trattati come se fossero del tutto equivalenti

MERCATO COMUNE

MERCATO UNICO

MERCATO INTERNO viene richiamato come metro di paragone e di confronto, nel quale

l’aggettivo “interno” sottintende un implicito riferimento alla realtà di un mercato nazionale.

Il mercato comune viene gradualmente instaurato attraverso l’attuazione delle azioni e delle

politiche elencate nell’art. 3, ma non è detto che l’attuazione di tutte le azioni e di tutte le politiche

basti a rendere il mercato comune sufficientemente simile ad un mercato interno: per il

raggiungimento di questo ulteriore traguardo dipende dal contenuto e dall’intensità di tali azioni e di

tali politiche.

L’art. 14 afferma che il mercato interno comporta uno spazio senza frontiere interne, nel quale è

assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali: tale

affermazioni non aggiunge nulla sul piano giuridico, l’unico elemento di novità potrebbe semmai

essere individuato nel riferimento all’abolizione delle “frontiere interne” nel senso di confini

nazionali.

Tale articolo è di carattere programmatico e tale programmaticità è confermata dalla non

perentorietà del termine.

Si è assistito nel linguaggio comune all’identificazione di mercato interno con l’intero campo

d’azione della Comunità: in altre parole, il mercato interno non è limitato alle quattro libertà di

circolazione, ma ad esso tendono ad essere ricondotte tutte le politiche comunitarie che

contribuiscono a rimuovere gli ostacoli alla unificazione dei mercati nazionali.

8. L’Unione doganale

L’Unione doganale assume un’importanza centrale ai fini della realizzazione del mercato comune.

La nozione non è nata con il Trattato, ma è contenuta nell’Accordo Generale sulle Tariffe e sul

Commercio (GATT) concluso a Ginevra il 30 ottobre 1947.

UNIONE DOGANALE: la sostituzione di un solo territorio doganale a due o più territori doganali.

I dazi doganali tra gli Stati membri, tanto all’importazione, quanto all’esportazione, sono

interamente soppressi, così come lo sono le tasse d’effetto equivalente. 8

Per quanto riguarda le regolamentazioni commerciali restrittive vanno ricordati gli artt. 28 e

successivi, che proibiscono tra gli Stati membri le restrizioni quantitative sia all’importazione che

all’esportazione.

Tanto al divieto dei dazi doganali e tasse d’effetto equivalente, quanto quello delle restrizioni

quantitative e misure d’effetto equivalente, si applicano sia ai prodotti originari degli Stati membri

che ai prodotti provenienti da paesi terzi che si trovano in libera pratica negli Stati membri.

Per quanto riguarda gli scambi con i paesi non appartenenti all’Unione doganale, l’art. 26 prevede

la fissazione di una vera e propria tariffa doganale comune in sostituzione delle preesistenti tariffe

nazionali.

CAPITOLO II – LA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

1. Quadro normativo

La disciplina della libera circolazione delle merci all’interno della Comunità è interamente

contenuta nel Trattato:

- art. 25 = vieta i dazi doganali e le tasse d’effetto equivalente fra gli Stati membri;

- artt. 28 e 31 = vietano le restrizioni quantitative e le misure d’effetto equivalente tra gli

Stati membri;

- art. 90 = relativo alle “imposizioni interne” , svolge una funzione complementare rispetti

alle norme sull’abolizione dei dazi doganali.

Tutte le norme richiamate prevedono a carico degli Stati membri divieti assoluti.

Importanti compiti di normazione derivata spettano invece al Consiglio nel settore del

ravvicinamento delle legislazione: numerose misure adottate in forza di tali articoli mirano a

rimuovere gli ostacoli alla circolazione delle merci derivanti dalla disparità delle varie legislazioni

nazionali.

La circostanza che le norme del Trattato relative alla circolazione delle merci siano redatte in

termini precisi ed assoluti spiega perché le stesse siano state considerate come dotate di efficacia

diretta.

2. Il divieto di dazi doganali e tasse d’effetto equivalente

Negli scambi tra Stati membri, i dazi doganali, tanto all’importazione quanto all’esportazione, sono

oggetto di un divieto assoluto. 9

Il motivo per cui, nell’ambito doganale, i dazi doganali sono aboliti è legato agli effetti che dazi del

genere producono: la loro riscossione provoca un aumento del costo dei prodotti importati o

esportati che ne sono colpiti e favorisce tali prodotti rispetto alle merci nazionali corrispondenti che,

non dovendo transitare attraverso la frontiera, ne sono esenti.

Quanto alla portata del divieto, occorre ricordare che esso si applica soltanto negli scambi di merci

tra gli Stati membri e riguarda perciò tanto le merci originarie degli Stati membri quanto i prodotti

originari di Stati terzi, una volta che siano stati immessi in libera pratica nel territorio di uno Stato

membro ma non i prodotti importati direttamente dal di fuori della Comunità.

Dal punto di vista interpretativo, i dazi doganali costituiscono tributi di tipo particolare, dotati di

propria denominazione e caratterizzati da modalità di percezione diverse da quelle di ogni altro

tributo; inoltre quelli previsti da ciascun Stato erano elencati in un unico strumento normativo: la

tariffa doganale.

Più problematica è stata l’applicazione del correlativo divieto delle tasse d’effetto equivalente.

Lo scopo del divieto è di impedire che l’effetto liberatorio derivante dalla soppressione dei dazi

doganali possa essere frustrato, consentendo agli Stati membri di percepire sulle merci importate

prelievi fiscali che hanno gli stessi effetti di un vero e proprio dazio doganale.

Il divieto di tasse d’effetto equivalente serve a rendere più piena la portata del divieto principale,

il divieto di dazi doganali.

La funzione complementare del divieto in esame rispetto a quello relativo ai dazi doganali è messa

bene in evidenza dalla nozione di tassa d’effetto equivalente individuata dalla giurisprudenza: di

tale definizione conviene evidenziare alcuni punti:

a) Deve trattarsi di un onere pecuniario: cioè la prestazione richiesta al soggetto obbligato

deve consistere in un versamento di denaro a favore del soggetto autorizzato per legge alla

riscossione;

b) Deve trattarsi di un onere imposto alle sole merci che varchino la frontiera nazionale;

c) Deve trattarsi di un onere imposto al soggetto obbligato al pagamento;

d) Deve trattarsi di un onere imposto unilateralmente dallo Stato membro di importazione (o

esportazione).

Una volta stabilito che ci si trova di fronte ad una tassa d’effetto equivalente, le concrete modalità di

percezione sono ininfluenti. (ad esempio, anche una tassa riscossa non alla frontiera, ma all’interno

del territorio di uno Stato membro è vietata).

3. Il divieto di imposizioni interne discriminatorie o protezionistiche 10

Le norme relative all’abolizione dei dazi doganali e delle tasse d’effetto equivalente vanno integrate

dall’art. 90.

Lo scopo della norma è:

 Riconoscere che ciascuno Stato membro può tassare i prodotti provenienti da altri

Stati membri;

 Limitare tale potere, vietando agli Stati membri di colpire i prodotti importati in

maniera discriminatoria o protezionistica. (senza questa limitazione, la

liberalizzazione degli scambi intracomunitari non sarebbe completa, visto che gli

Stati membri potrebbero continuare ad ostacolare le importazioni attraverso lo

strumento fiscale.

Proprio perché concepito come complemento del divieto di dazi doganali e tasse d’effetto

equivalente, il divieto di imposizioni discriminatorie o protezionistiche ha la stessa portata di

questo: esso riguarda dunque gli scambi tra Stati membri e si applica tanto ai tributi che

determinano una discriminazione fiscale a danno dei prodotti importati, quanto a quelli che hanno

lo stesso effetto riguardo a prodotti destinati all’esportazione rispetto a quelli destinati ad essere

smerciati nel mercato dello Stato membro in questione.

Quanto alla nozione di imposizione interna, occorre distinguere un’imposizione interna da una

tassa d’effetto equivalente a un dazio doganale :

- le tasse d’effetto equivalente sono vietate sic et simpliciter;

- le imposizioni interne sono vietate nella misura in cui sono discriminatorie nei confronti

dei prodotti importati o hanno effetti protezionistici in favore della produzione interna.

Di conseguenza una stessa tassa non può essere considerata, allo stesso tempo, come una tassa

d’effetto equivalente e come un’imposizione interna.

Esiste una differenza anche tra tassa d’effetto equivalente a un dazio doganale e un tributo

interno:

- la prima colpisce esclusivamente il prodotto importato in quanto tale;

- il secondo grava ad un tempo sulle merci importate e su quelle nazionali.

Il caso più emblematico è dato da quelle imposizioni che colpiscono prodotti esclusivamente

importati da altri Stati membri, per il fatto che non esiste alcuna produzione nazionale

corrispondente: la giurisprudenza afferma che in questo caso ci si trova dinanzi a un’imposizione

interna ai sensi dell’art.90.

Per quanto riguarda il contenuto dell’art. 90 bisogna distinguere tra il PRIMO e il SECONDO

COMMA: 11

I. il primo comma vieta agli Stati membri di applicare, direttamente o indirettamente, ai

prodotti importati da altri Stati membri, imposizioni interne superiori a quelle applicate,

direttamente o indirettamente, ai prodotti nazionali similari;

II. il secondo comma vieta agli Stati membri di applicare ai prodotti importati da altri Stati

membri imposizioni interne intese a proteggere indirettamente altre produzioni.

Perché risulti applicabile il secondo comma è sufficiente che il prodotto importato si trovi in

concorrenza col prodotto nazionale protetto in uno o più impieghi economici, anche se non

costituisce un vero e proprio prodotto similare: un tale rapporto di concorrenza sussiste quando tra i

vari prodotti esiste una certa sostituibilità, anche parziale, cioè limitata ad alcune delle possibili

utilizzazioni di ciascun prodotto. Il prodotto importato,in altre parole, deve rappresentare una scelta

alternativa per il consumatore.

Una volta accertata l’esistenza di un rapporto di concorrenzialità tra prodotto nazionale e prodotto

importato maggiormente tassato, occorre poi stabilire se questa maggiore tassazione si traduca in

una protezione del prodotto nazionale.

4. Il divieto di restrizioni quantitative e misure d’effetto equivalente

Per quanto riguarda le restrizioni quantitative e le misure d’effetto equivalente, il Trattato ha

previsto due distinte disposizioni:

I. vieta le restrizioni quantitative e le misure d’effetto equivalente all’importazione;

II. contiene un divieto formulato in termini assolutamente identici per quanto riguarda

l’esportazione.

L’identità dei termini utilizzati dalle due norme consente di svolgere alcune considerazioni

introduttive senza distinguere tra restrizioni all’importazione e restrizioni all’esportazione; mentre

diversa è la portata del concetto di “effetto equivalente”,che nel caso delle misure all’esportazione

copre soltanto misure discriminatorie, in quanto applicabili alle sole merci destinate

all’esportazione.

Non è difficile definire cosa sia una restrizione quantitativa; la Corte ritiene che rientrano nella

nozione di restrizione quantitativa:

a. i provvedimenti di uno Stato membro che vietano del tutto l’importazione o l’esportazione

di una certa merce; 12

b. i provvedimenti che vietano l’importazione o l’esportazione di una merce oltre un certo

quantitativo massimo.

Più problematica è stata invece la definizione di ciò che deve intendersi per misura d’effetto

equivalente, quella originale è stata inserita nel Trattato allo scopo di pervenire ad una

liberalizzazione degli scambi più completa di quella che si sarebbe raggiunta abolendo soltanto gli

strumenti protezionistici tradizionali.

Bisogna, pertanto, esaminare separatamente i due seguenti quesiti:

MISURA EFFETTO EQUIVALENTE

Sono tutti quei provvedimenti di uno Stato

Copre qualsiasi atto o comportamento membro che, indipendentemente dal tipo o

che sia riferibile ai pubblici poteri e dalla denominazione, producono lo stesso

dunque non a semplici privati. risultato

Limitando l’esame alle sole misure all’importazione, la Corte ha statuito che costituisce una misura

del genere “ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare, direttamente o

indirettamente, gli scambi intracomunitari”.

Per far scattare il divieto dell’art 28, è infatti sufficiente che la normativa commerciale di uno Stato

membro possa provocare un ostacolo agli scambi.

La formula non contiene alcun elemento che consenta di limitarne la portata in relazione al tipo di

misura: il qualificativo “commerciale” è generico.

Anche l’entità dell’effetto restrittivo sembra irrilevante: ne discende che misure che ostacolano gli

scambi in maniera minima non sono per questo sottratte al divieto.

L’ostacolo agli scambi può avere carattere indiretto o potenziale. Non esiste misura statale che

non abbia dei riflessi indiretti o potenziali sui flussi di importazione o sulle attività economiche

legate a tali operazioni. 13

Occorre tracciare una netta distinzione tra le misure restrittive che si applicano ai soli prodotti

importati e le misure che invece sono previste per qualsiasi merce che si trovi nel territorio dello

Stato membro.

Un esempio di misure d’effetto equivalente indistintamente applicabili è legato al problema dei

cosiddetti ostacoli tecnici agli scambi: la nozione copre quegli ostacoli alla circolazione delle

merci che sono provocati dalla persistente diversità delle normative con cui ciascuno Stato membro

disciplina le modalità di fabbricazione, composizione, imballaggio, confezionamento, etichettaggio,

denominazione dei prodotti industriali o agro – industriali.

La diversità tra le normative nazionali di questo tipo fa sì che il prodotto fabbricato e confezionato

secondo le norme vigenti nello Stato di produzione non possa essere posto in vendita nel territorio

di altro Stato, se non previo adattamento alle norme vigenti in quest’ultimo.

La normativa di uno Stato membro riguardante i requisiti tecnici dei prodotti può essere applicata a

prodotti importati da altri Stati membri solo qualora tale normativa sia giustificata da esigenze

imperative d’ordine generale.

Sono da considerarsi tali quelle attinenti:

 All’efficacia dei controlli fiscali;

 Alla protezione della salute pubblica;

 Alla lealtà dei negozi commerciali;

 Alla difesa dei consumatori o alla promozione della produzione cinematografica.

Lo Stato membro che intende imporre anche ai prodotti importati la propria normativa tecnica non

può limitarsi a sostenere che questa è giustificata da una o più delle esigenze imperative, ma ha

l’onere di dimostrare la presenza delle seguenti condizioni:

 la normativa in questione deve essere applicata tanto ai prodotti importati quanto ai

corrispondenti nazionali;

 non devono esistere disposizioni comunitarie tali da rendere superflua la normativa

nazionale;

 la normativa in questione deve essere necessaria per il conseguimento dello scopo

prefisso e non devono esistere altri mezzi meno restrittivi per conseguire lo stesso

risultato. 14

Un ultimo tipo di misure indistintamente applicabili è rappresentato dalle disposizioni che

disciplinano le modalità di vendita dei prodotti.

Le disposizioni nazionali relative alle modalità di vendita dei prodotti non costituiscono una misura

d’effetto equivalente ad una restrizione quantitativa a condizione che si tratti di disposizioni:

a) applicabili a tutti gli operatori interessati;

b) che non pregiudicano la vendita dei prodotti importati più di quanto avviene nei confronti

dei prodotti nazionali.

Per incorrere nel divieto di cui all’art. 29, una misura non deve soltanto produrre effetti restrittivi,

cioè ostacolare le esportazioni, ma deve altresì avere carattere discriminatorio, nel senso di

applicarsi ai soli prodotti destinati all’esportazione e non anche a quelli destinati al mercato interno.

Sfuggono al divieto in esame le misure indistintamente applicabili, cioè i provvedimenti

nazionali applicabili alla generalità dei prodotti, nonostante che essi provochino degli effetti

restrittivi sulle esportazioni. Misure indistintamente applicabili sono state considerate quali misure

d’effetto equivalente all’esportazione soltanto con riferimento a prodotti agricoli soggetti ad

organizzazione comuni di mercato.

5. Le deroghe al divieto di restrizioni quantitative

Un provvedimento nazionale qualificabile come restrizione quantitativa o come misura d’effetto

equivalente può sottrarsi a tale divieto invocando l’art. 30: la logica che sottende a tale articolo è

che la protezione degli interessi generali qui contemplati può richiedere l’imposizione alle merci

importate ( o esportate) di misure di salvaguardia, nonostante che da ciò possa derivare una

restrizione degli scambi; tale articolo deve essere oggetto di interpretazione restrittiva: in

particolare, la seconda frase dell’articolo chiarisce che gli Stati membri non godono di un potere

illimitato per quanto riguarda la scelta delle misure necessarie per salvaguardare gli interessi

generali menzionati nella prima frase; al contrario le loro scelte in proposito sono soggette al

controllo della Commissione e al giudizio della Corte di Giustizia.

L’interpretazione restrittiva adottata dalla Corte porta ad escludere che l’art. 30 possa essere

invocato per giustificare misure di tipo diverso da quelle espressamente contemplare dalla norma,

come la riscossione di tasse d’effetto equivalente a dazi doganali. 15


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Caffaro Susanna Maria.

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