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Tra i sistemi che sempre hanno goduto di un certo gradimento è quello della maggioranza,

però l’aggregazione delle preferenze individuali per votazioni a maggioranza talora conduce a

incoerenza delle preferenze sociali.

Tale incoerenza può essere presente anche a livello individuale dove le diverse alternative a

nostra disposizione non sono quasi mai oggetti monolitici, ma sono combinazioni di diverse

caratteristiche, ciascuna delle quali contribuisce in modo diverso a soddisfare le nostre

esigenze.

Fenomeni come l’incoerenza delle preferenze sociali sono piuttosto frequenti quando si

pretende di aggregare le preferenze individuali in maniera logicamente e democraticamente

ineccepibile. Per questo ( per evitare cioè il c.d. paradosso del voto) occorre sempre una

attenta e raffinata riflessione sulle regole da adottare nelle istituzioni collettive, per

minimizzare l’insorgenza di risultati insoddisfacenti.

Di fronte alla frequente impossibilità di pervenire a decisioni che siano univocamente le

migliori in termini di maggioranza esistono pratiche che consentono di risolvere i dilemmi in

maniera onorevole.

Spesso si giunge a mediazioni votando non l’alternativa migliore, ma semplicemente

scartando quella meno preferita. Inoltre, si può assistere a voti strategici che consentono ad

una delle parti di favorire in un primo turno un’alternativa, in realtà poco preferita, che sarà più

facilmente battuta in un secondo turno.

ESEMPIO MOLTO ISTRUTTIVO: LA MORTE DI DESTRO (vedi testo pg. 274 ss)

Questa storia ci trasmette due insegnamenti:

1) Le scelte del presidente e i regolamenti possono influire sui risultati

2) Qualcuno potrebbe votare non l’alternativa decisamente preferita fra tutte, ma contro la

peggiore. Questo punto, a sua volta, rimanda a due altri problemi:

a) Un rappresentate dei cittadini in un’assemblea, il quale abbia ben definite

preferenze personali, ma allo stesso tempo non voglia deludere i propri elettori con

il suo comportamento, deve spesso votare in modo da tenere presente anche le

fasce di elettori limitrofe a quelle che lo sostengono più direttamente, trascurando

invece, le fasce di elettori a lui più avverse.

b) Se le procedure di votazione all’interno di un’assemblea sono di tipo binario si

assiste spesso a comportamenti strategici.

A questo proposito esistono dinamiche anche molto sofisticate, per esempio quella di votare il

meno peggio anzichè per il meglio.

SCELTE PUBBLICHE E RELAZIONI GERARCHICHE

Le scelte pubbliche non pongono solo un problema di aggregazione delle preferenze dei

cittadini, infatti, tutti i soggetti coinvolti nelle decisioni pubbliche hanno preferenze e obiettivi

propri.

RAPPORTO FRA UN PRINCIPALE E UN AGENTE

Il rapporto di agenzia è quello che esiste fra un primo soggetto, detto principale, il quale

persegue degli obiettivi sulla base delle proprie preferenze e un secondo soggetto detto

agente, che viene delegato dal primo a prendere decisioni quotidianamente necessarie a

perseguire gi obiettivi del principale. Questo tipo di relazione non è specifica della sola azione

pubblica, ma ha luogo anche in molti rapporti fra privati.

Nel rapporto di agenzia il principale per contratto è gerarchicamente superiore, però i suoi

ordini non possono estendersi e prevedere ogni dettaglio. Per questo l’agente è più informato

circa gli accadimenti quotidiani e le specifiche tecnologie che sono implicate dalle sue

mansioni.

Quindi, il rapporto è un caso di informazione asimmetrica. Inoltre, l’agente ha il corrispettivo di

una somma di denaro, ma non è interessato solo al pagamento: se può scegliere, sceglie di

impegnarsi di meno. La conseguenza nei contratti di agenzia fra privati è che occorre sovra-

pagare l’agente per indurlo a impegnarsi di più.

Il sovrapprezzo è la misura dell’inefficienza che si viene a creare in questa situazione.

A ben vedere i problemi che si creano nei rapporti di agenzia sono il nucleo essenziale dei

costi di organizzazione (vedi cap.4)

RAPPORTI DI AGENZIA E SETTORE PUBBLICO

Il settore pubblico è pieno di rapporti di agenzia e non sempre è possibile controllare il

comportamento dei delegati; quindi si crea l’inefficienza. Stessa cosa avviene nel privato.

La differenza è che nel settore privato esiste qualche segnale sintetico che “valuto” i risultati

conseguiti dalle imprese che è essenzialmente il profitto.

D0’altra parte non sempre questo segnale può essere “distribuito” attraverso i diversi livelli

della gerarchia.

Non c’è dubbio che nel settore pubblico manca il segnale del profitto, occorrono quindi delle

regole per ottenere una maggiore efficienza.

È necessario che tali regole siano semplici per non aumentare i costi di transazione

(avvocati, commercialisti etc, per capirle), non devono, inoltre, essere deliberate in modo

autocratico e devono avere un qualche riferimento ai meriti individuali per evitare un

appiattimento che disincentiverebbe l’impegno personale dei dipendenti pubblici.

Il problema del rapporto di agenzia nel settore pubblico non si limita al solo caso dei

dipendenti o funzionari, ma esiste un problema analogo anche nel caso dei parlamentari o del

governo.

Spesso le motivazioni dei rappresentanti o dei governanti non sono solo di tipo economico

ma anche di tipo “ideale” il cui senso è: ha un tale atteggiamento chi, nelle decisioni prese

nel proprio ruolo pubblico, attribuisce un peso maggiore alle preferenze dei principali, cioè

degli elettori, che alle proprie preferenze. Dobbiamo inoltre considerare che il rappresentante

o governante può avere l’obiettivo personale di farsi nuovamente eleggere o incaricare,

quindi costui prenderà posizioni che cercano di catturare la benevolenza dell’elettore

“mediano”: poiché può accadere che sia difficile accontentare contemporaneamente la

stessa maggioranza su ogni diversa decisione, è probabile che il rappresentante o

governante sia tentato di dare soddisfazione ai propri principali su aspetti molto visibili e

facilmente identificabili. Ciò spiega, ad esempio, il fatto che in prossimità delle elezioni si

osservi una tendenza a decisi aumenti della spesa pubblica e/o riduzioni delle tasse. Se poi le

elezioni sono frequenti è probabile che il deficit pubblico sia difficilmente controllabile. L’effetto

di questo stato di cose è una redistribuzione a carico delle generazioni future.

Questo problema ci rinvia alla necessità di norme che limitino il potere discrezionale delle

persone o degli organi che operano nel settore pubblico, e in questo caso saranno norme

costituzionali la fissazione delle quali non può avvenire se non rifacendosi a punti di vista

“ideali”.

D’altra parte, è probabile che un sano atteggiamento ideale sia più facilmente presente in

concomitanza di mutamenti radicali, se non traumatici, dell’assetto sociale. Per tale ragione

occorre essere molto cauti nel vagliare richieste di modifiche significative dell’impianto

costituzionale in epoche “normali”: queste richieste potrebbero rispondere ad interessi più o

meno immediati di una singola parte.

Per concludere, l’intervento pubblico in economia non deve essere pensato solo in termini di

una sequenza di singoli atti dei governanti o dei funzionari. Il disegno del quadro generale in

cui i diversi soggetti, privati e pubblici, possono liberamente operare è una scelta pubblica

almeno altrettanto importante. Tutto ciò non va confuso con la pretesa di progettare nei suoi

dettagli il funzionamento degli apparati e dei poteri pubblici.

CRITERI DI BENESSERE, EQUITA’ E SCELTE COLLETTIVE

Posto che il quadro normativo esistente consenta un buon funzionamento delle istituzioni e

dei mercati, spesso i risultati del mercato stesso non sono socialmente efficienti.

In questi casi c’è la possibilità che l’intervento pubblico aumenti il benessere sociale. C’è però

da considerare che questo intervento comporta dei costi; se tali costi non sono troppo elevati

il risultato dell’intervento pubblico resta positivo in termini di benessere.

ANCORA IL CRITERIO DI PARETO

Il criterio di Pareto, che nel caso dell’analisi di singoli mercati, suggerisce di massimizzare il

benessere sociale in quanto surplus, è inattaccabile: nessun soggetto dovrebbe opporsi a un

intervento il cui risultato è un miglioramento nel senso di Pareto, perché per definizione dopo

l’intervento almeno un soggetto sta meglio e nessuno sta peggio.

In alcuni casi potrebbe rendersi necessaria una qualche compensazione per far si che

effettivamente nessuno stia peggio di prima, ma una volta che il meccanismo di

compensazione sia ben chiarito ai cittadini nessuno ha ragione di contrastare l’intervento.

In altri termini, un miglioramento paretino riscuoterebbe l’unanimità in un’eventuale votazione

in cui esso dovesse essere deciso da tutti i cittadini.

L’unanimità è un requisito molto restrittivo per le decisioni collettive, e rischia di bloccarle

quando tale meccanismo è usato con frequenza.

Questo aspetto è l’altra faccia della medaglia del fatto che il criterio di Pareto è un criterio

molto debole: sol un criterio molto debole è in grado di passare il test di un meccanismo di

deliberazione molto restrittivo.

Dire che un criterio di valutazione è debole significa che esso non permette di confrontare fra

loro molte situazioni alternative. Quindi, richiedere l’unanimità è come scaricarsi della

responsabilità di decidere nella maggior parte dei casi, per questo è usata per le decisioni

molto delicate.

In molte circostanze, invece, le decisioni si prendono a maggioranza semplice o qualificata: il

metodo della maggioranza ha l’effetto di evitare un articolare problema: può darsi che il

metodo dell’unanimità incentivi l’unico soggetto che viene penalizzato ad opporsi sino a

quando la compensazione che gli è dovuta non sia molto alta, e lo faccia stare enormemente

meglio di prima.

IL CRITERIO UTILITARISTA

L’equità è un valore che è spesso presente nella sensibilità di cittadini.

Il criterio di Pareto è indifferente ai problemi di equità. Viceversa il criterio utilitarista è un

criterio di benessere sociale che pare essere più propenso a dare elevata importanza nelle

preferenze sociali al valore dell’equità.

L’utilitarismo può essere visto in modo semplificato come quella dottrina che ritiene che il

benessere sociale vada misurato sommando le utilità di tutti gli individui che costituiscono la

società.

Se le utilità sono concave una redistribuzione del reddito giova alla società perché la somma

delle utilità (cioè il benessere sociale in senso utilitarista) dopo la distribuzione aumenta.

Ne segue che questo criterio è favorevole a trasferimenti di reddito dai più ricchi ai più poveri,

cioè è sensibile a esigenze di equità.

Se il numero dei più ricchi è inferiore alla metà dei cittadini, questo criterio di benessere è

anche coerente con il metodo della maggioranza , benché non costituisca un miglioramento

nel senso di Pareto perché non è vero che nessuno sta peggio dopo il trasferimento del

reddito. Non è possibile però identificare in modo pieno il criterio utilitarista con il metodo della

maggioranza. Infatti, supponiamo che per esempio nella società si verifica un cambiamento

non dovuto a intervento pubblico, per cui la maggioranza dei cittadini a reddito medio-basso

sta come prima, mentre la maggioranza dei ricchi sta ancora meglio. Questo è un

miglioramento nel senso di Pareto. Però se la maggioranza dei cittadini a reddito medio-

basso sono invidiosi, si possono mettere d’accordo per proporre una redistribuzione di reddito

a proprio favore e a danno degli arricchiti. Questa proposta è coerente al metodo della

maggioranza e col criterio utilitarista, ma non corrisponde a una nozione di equità.

Ancora peggio se la maggioranza del 50% +1 dei cittadini votasse per togliere reddito ai più

poveri e attribuirlo a se stessi. Anche in questo caso vi è coerenza col metodo maggioritario

ma non con il criterio utilitarista.

Quindi bisogna sottolineare due aspetti importanti:

1) Non è opportuno che le decisioni collettive in termini di redistribuzione delle risorse

siano lasciate a maggioranze semplici

2) È come se il criterio utilitarista desse peso maggiore ai soggetti meno abbienti. Non si


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DETTAGLI
Esame: Microeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia politica
SSD:
Docente: Non --
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Non --.

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