Capitolo 9: Costi, benefici e problemi dell'intervento pubblico
Efficienza e distribuzione
Vi è la possibilità che la collettività intervenga negli affari degli operatori privati per tentare di influenzarne le scelte, ad esempio con la tassazione, sussidi, regolazione, imposizione di vincoli di quantità e di prezzo, organizzazione diretta della produzione, redistribuzione del reddito, ecc. Si tratta di interventi che impongono ai privati di fare cose che essi non avrebbero fatto sulla base delle loro preferenze, percezioni e incentivi.
Questi interventi, quindi, possono essere effettuati solo da autorità che hanno il potere legittimo di imporre il proprio volere a quello dei cittadini. In certe particolari circostanze, imposizioni di questo tipo avvengono ad opera di soggetti privati. Ciò che accomuna i vari casi è il fatto che esiste qualche forma di contratto che le parti accettano di sottoscrivere. Ciò che li accomuna all'intervento pubblico è l'accettazione di un contratto tramite cui un'autorità esterna può imporre ai partecipanti delle condotte divergenti dai loro interessi immediati.
Il primo aspetto su cui riflettere riguarda, dunque, quali preferenze orientino le scelte pubbliche. Useremo il termine preferenze sociali per riferirci a questo aspetto, nell'ipotesi che anche lo stato persegua in modo intenzionale qualche scopo. Un secondo aspetto molto importante è quello del modo in cui le decisioni e azioni dello stato vengono intraprese ed attuate dai diversi livelli dei suoi apparati. Sembra, infatti, annidiarsi qui la principale fonte della c.d. inefficienza pubblica.
Sappiamo che in situazioni particolari (vedi capitolo 5), cioè in presenza di mercati perfettamente concorrenziali senza esternalità e senza asimmetrie informative e sui quali non si trattano beni pubblici, l'equilibrio delle scelte private è efficiente nel senso di Pareto, secondo il quale è efficiente ogni situazione che non sia ulteriormente migliorabile nel senso di Pareto, ovvero tale che non sia più possibile trovarne un'altra in cui qualche soggetto stia meglio e nessuno stia peggio.
Però nel linguaggio ordinario la nozione di efficienza è più ambigua, infatti, la valutazione delle situazioni, il più delle volte, avviene sulla base di “risultati economici” e quindi si tende a chiamare inefficiente ogni azione che genera una perdita, ma questo punto di vista è fuorviante.
Pagare con le nostre tasse le perdite di un monopolista?
Nel caso di un monopolio può avere successo una regolazione che impone al monopolista di vendere ciò che produce a un prezzo inferiore a quello di monopolio, e lo induce a produrre la quantità socialmente ottima che è maggiore di quella di monopolio. Quando il monopolista produce questa quantità ottiene profitti inferiori rispetto a quanto farebbe se potesse scegliere liberamente, o addirittura subisce una perdita, ma il surplus dei consumatori aumenta in misura tale che è possibile chiedere loro un contributo sufficiente a sovvenzionare il monopolista per la perdita subita.
Alla fine, come in ogni caso di inefficienza paretiana, possiamo riuscire a migliorare la posizione di una parte, i consumatori, senza peggiorare la posizione dell'altra, il monopolista. Dopo l'intervento pubblico un osservatore superficiale può ragionare come segue. Dal bilancio dell'impresa monopolistica emerge che questa lavora in perdita, a causa dell'intervento pubblico. Lo stato ripiana questa perdita stanziando dei trasferimenti dal bilancio pubblico all'impresa. E quindi i cittadini vengono tassati per ottenere le risorse necessarie al mantenimento di questa inefficienza.
Però questo osservatore tralascia alcuni aspetti, cioè tutti quelli che riguardano la possibilità per i cittadini di acquistare maggiori quantità a prezzi più bassi. Avveniva qualcosa del genere qualche decennio fa quando l'acciaio cominciava ad essere importante per varie produzioni industriali. La siderurgia richiedeva un così ampio ammontare di investimenti da assomigliare molto ad un monopolio naturale ed era frequente la collisione fra oligopolisti, cosicché il risultato finale era comunque quello di monopolio. Tutti i paesi dell'allora Comunità europea convennero di regolare la produzione, fissando bassi prezzi di vendita dell'acciaio. È sì vero che la siderurgia subiva perdite poi ripianate dallo stato, ma queste erano più che compensate dai bassi prezzi ai quali i cittadini potevano acquistare automobili, elettrodomestici e quant'altro richiedesse acciaio.
Deficit pubblico come redistribuzione
Pur essendo orientati all'aumento dell'efficienza e del benessere, sappiamo che la maggior parte degli interventi pubblici implicano qualche forma di redistribuzione delle risorse o dei diritti su esse. Un altro esempio, oltre a quello dell'acciaio, è quello inerente il problema dell'assegnazione dei diritti sulle acque.
Forse l'unico caso in cui i cittadini non percepiscono l'esistenza della redistribuzione delle risorse e, quindi, non si lamentano, è quello in cui lo stato spende a favore di qualcuno senza prelevare tasse, cioè spende in deficit. Però una situazione di perduranti e ampi deficit pubblici non può durare a lungo. Allora arriverà il momento di gestire degli avanzi di bilancio, cioè sottrarre risorse nette dalla collettività per mezzo di tasse superiori alle spese pubbliche. Inoltre, occorrerà ridurre i tassi di interesse promessi ai detentori dei titoli e questo apparirà come sottrazione di risorse.
In sostanza, anche questo modo di operare del settore pubblico, costituisce una redistribuzione delle risorse, questo a vantaggio dei cittadini di oggi presenti e a svantaggio dei loro figli. Questo punto è molto delicato e mette in evidenza che le decisioni pubbliche sono in grado di alterare anche di molto il benessere di diversi segmenti della collettività e inoltre che la percezione da parte dei cittadini degli effetti di quelle decisioni può essere meno che perfetta. L'attuazione di una politica di deficit di bilancio, seguita da una di