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Microeconomia: Capitolo 1 - Becchietti

L'economia: cosa studia e con quale metodo

L'economia è una scienza?

La scienza è un insieme di conoscenze ordinate e coerenti, organizzate logicamente a partire da principi fissati univocamente e ottenute con metodologie rigorose, secondo criteri propri delle diverse epoche storiche (Treccani). Sono quindi conoscenze razionali condivise da una comunità di studiosi che le arricchisce e le rielabora nel tempo. Da questo punto di vista l'economia è considerata una scienza → è la disciplina che studia i sistemi economici sia a livello dell'individuo (la microeconomia) che della società nel suo complesso (la macroeconomia). Ma non può essere considerata una scienza dura, esatta, cioè capace di fornire risposte e dare interpretazioni che siano valide in qualunque epoca storica perché avendo a che fare con il comportamento e le decisioni di persone in un dato contesto sociale, è destinata a modificarsi in relazione al tempo e al luogo in cui tali decisioni maturano.

È possibile quindi affermare che l'economia è una scienza sociale basata sui fatti, che intende costruire modelli che indicano tendenze sulla base delle quali vengono fondate delle previsioni. (non è né una scienza dura né una umanistica → sociale)

Modelli economici

Per rappresentare e capire meglio la realtà e i suoi nessi causa-effetto, gli economisti utilizzano delle teorie, che vengono espresse da modelli, spesso matematici → presentano la teoria economica e la rappresentano poi in modo matematico e grafico. I modelli sono delle rappresentazioni semplificate della realtà: i fenomeni sociali sono troppo complessi ed è quindi per questo che bisogna basarsi su ipotesi semplificatrici. Il modello deve riportare solo gli elementi principali e le caratteristiche essenziali di un fenomeno, trascurando quelle secondarie e irrilevanti.

Es. quando l'economista vuole studiare i comportamenti di consumo di fette biscottate, deve conoscere il suo reddito e i suoi gusti, e non il colore degli occhi. Altro esempio è quello delle cartine geografiche che riportano strade e punti di interesse ma non panchine o cespugli. Inoltre, i modelli e le teorie sono utili se spiegano fenomeni complessi e impegnativi e non per spiegare cose banali, che sarebbero ugualmente comprensibili con la semplice osservazione e il senso comune.

Per sviluppare i modelli è necessario ricercare dati reali, come viene richiesto dal metodo scientifico, ma questo non è possibile a causa della presenza di alcuni problemi come:

  • L'equivalenza osservazionale (es. è a causa dell'entrata dell'euro che c'è la crisi, o perché la Cina è entrata nel WTO?)
  • Variabili “omesse”
  • Variabili endogene: sono specificate all'interno del processo e rispondono alla domanda → chi è la causa e chi è l'effetto? ES. compro i regali di Natale: li compro e di conseguenza causo il Natale? O so che arriva il Natale (causa) e compro i regali (effetto)? (è nato prima l'uovo o la gallina?)

Inoltre, la teoria stessa può influenzare il comportamento reale, modificandolo → è per questo una scienza sociale, basata sui fatti, e non una scienza “dura”.

Responsabilità etica dell'economista

Nelle scienze sociali c'è un rapporto di influenza reciproca fra le teorie e i comportamenti reali, nel senso che le teorie economiche circa il comportamento umano incidono, e a volte modificano, il comportamento umano stesso. Ad esempio, se un economista scrive oggi un articolo su Internet dove annuncia che domani ci sarà un crollo in borsa, questa sua previsione può influenzare effettivamente le quotazioni in borsa di domani, perché esiste un rapporto stretto tra le previsioni e il loro avverarsi. Il poter influenzare comportamenti e scelte crea una responsabilità etica e civile dell'economista e dello scienziato sociale in generale.

Inoltre, l'economista influisce anche sulle scelte del decisore politico → economia politica, che non è una scienza pura e ascetica (tecnica-oggettiva) perché non si può limitare a valutare la fattibilità tecnica delle scelte. Dalle teorie e dai modelli gli economisti possono fornire dei suggerimenti di intervento, che sono tesi a migliorare il benessere degli uomini che vivono in società, che include sia una componente materiale che una immateriale.

Ai primi stadi del processo di sviluppo, quando l'accumulazione di capitale non ha raggiunto la soglia critica, sono prevalenti i bisogni materiali e quindi il benessere implica che avere a disposizione più merci sia stare meglio. Ma superata una certa soglia, il benessere e la felicità sono collegati alla qualità della vita che dipende da una serie di beni immateriali (come le relazioni sociali positive) e non dal consumismo. Il problema economico delle nostre società postindustriali è scegliere il modello di sviluppo migliore tra quelli tecnicamente realizzabili, in modo che si producano e distribuiscano i beni e i servizi che aumentano il benessere dei cittadini.

Scienza triste o scienza felice?

Uno degli appellativi dell'economia è quello di “scienza triste” → dipende dal fatto che gli economisti sono in grado di cogliere i vincoli e limiti nell'effettiva realizzabilità di diritti e principi. Ad esempio, gli economisti evidenziano come la proclamazione di un diritto universale o di una norma costituzionale sul lavoro non basti di per sé a garantire lavoro per tutti.

La tristezza non significa che non ci debbano essere ideali, ma che l'idealismo debba essere pragmatico, non accontentandosi di enunciare un principio, ma verificandone le condizioni di effettiva realizzabilità → cos’è il meglio che posso fare date le risorse e i vincoli che ho.

Recentemente l'economia ha iniziato a interessarsi al tema della felicità. Una delle frasi più illuminanti su questo tema è un frammento del commento di Malthus al lavoro di Smith: “L'obiettivo dichiarato della ricerca del dr Adam Smith consiste nella natura e nelle cause della ricchezza delle nazioni. Tuttavia, egli, di tanto in tanto, associa a questa un'altra ricerca, forse ancora più interessante; intendo dire una ricerca sulle cause che determinano la felicità delle nazioni.” Quindi da scienza triste (in quanto studia le interdipendenze e i vincoli dell'azione umana) si sta passando a scienza che, oltre a svolgere questa funzione, torna a interrogarsi sulla felicità della vita umana.

Analisi positiva e normativa

Una delle caratteristiche che va tenuta sempre in mente nell'analisi di un problema economico è la distinzione tra l'analisi positiva e quella normativa.

  • Analisi positiva: è un’affermazione priva di giudizio di valore, che si occupa di qualcosa che è accaduto o accadrà ed è quindi verificabile. Riguarda lo studio della realtà e delle relazioni tra grandezze. ES. l’inflazione è all’1,4 %.
  • Analisi normativa: è un’affermazione contenente un giudizio di valore, che si occupa di cosa dovrebbe accadere. Valuta l’adozione di iniziative di politica economica finalizzate a raggiungere un determinato obiettivo o a risolvere un problema messo in luce dall’analisi positiva. ES. si dovrebbero alzare le tasse.

Mentre l’analisi positiva dovrebbe avere un carattere di oggettività, quella normativa è influenzata completamente dai giudizi di valore e dalla scala delle priorità dell’economista → ma non è possibile scindere l’economia dell’etica e dei giudizi personali.

Tra economisti, sulle questioni positive, si dovrebbe raggiungere un certo grado di consenso basato sui fatti empirici, ma questo non sempre accade a causa di alcune problematiche (variabili omesse, variabili endogene ed equivalenza osservazionale). ES. la realtà è multiforme e l’analisi è influenzata dalla scelta di cosa osservare (quali variabili studiare e quali omettere) e di come osservare (il dato, se adeguatamente torturato “confessa”).

Winston Churchill chiedeva ai suoi collaboratori di portargli più statistiche possibili in modo che, sicuramente prima o poi ne avrebbe trovata una adatta alla posizione che voleva sostenere. Il valore aggiunto di un economista intellettuale è quello di fornire il numero maggiore di elementi di riflessione derivanti dalla fase positiva e di esplicitare con la massima onestà possibile le opzioni di scelte pubbliche nelle loro conseguenze positive e negative.

Sulle questioni normative non è possibile raggiungere un consenso a causa delle diverse visioni politiche, filosofiche, ideologiche e di valori che ognuno di noi ha. Inoltre, la posizione personale influisce sulle nostre scelte: per limitare questo condizionamento, Rawls (1971) suggerisce di adottare il “velo d’ignoranza”. Ovvero prima di prendere una decisione, dobbiamo spogliarci virtualmente della nostra soggettività, ipotizzando di non sapere di quale gruppo sociale faremo parte (questo porta a tutelare contro gli esiti peggiori. Anche qui il valore aggiunto sta nell’esplicitare con onestà le varie opzioni e nel sostenere una dichiarando la propria scala di valori, senza far passare quella scelta come l’opzione oggettivamente più valida.

Traguardi da perseguire

È quindi corretto dichiarare gli obiettivi che si intendono perseguire. Per molti anni questi obiettivi erano definiti sulla dimensione materiale, secondo il principio della massimizzazione della creazione di valore economico, valutato tramite il PIL prodotto interno lordo, che rappresenta la somma dei beni e dei servizi prodotti → e venduti in un anno dai soggetti economici all'interno di un determinato paese. Obiettivo direttamente collegato alla crescita del PIL è l’aumento della produttività dei lavoratori e della produttività di ognuno; questa massimizzazione non ha però tenuto in considerazione i vincoli ambientali e ha utilizzato una funzione obiettivo “limitata”. Mancano:

  • La sostenibilità ambientale: gli economisti, concentrati sui problemi della creazione del valore economico (PIL + produttività), hanno dato per scontata la disponibilità di risorse naturali riproducibili (come il legname) e non riproducibili (come il clima).
  • Il benessere sociale: gli economisti si domandano se la crescita del reddito è servita alla realizzazione degli individui o a volte è stata un ostacolo. La crescita del PIL è al servizio della persona e della sua realizzazione o viceversa?

Microeconomia e macroeconomia

Microeconomia: studia come gli individui (consumatori e imprese) prendono decisioni sull'utilizzo di una risorsa scarsa e come tali decisioni interagiscono tra di loro.

Macroeconomia: studia il funzionamento del sistema economico nel suo complesso, analizzando le variabili aggregate: il ciclo economico (in particolare fenomeni come la disoccupazione, inflazione, debito pubblico ecc.) e crescita di lungo periodo.

Fino a poco tempo fa (alla critica di Lucas, negli anni ’70) esisteva una forte distinzione fra Microeconomia e Macroeconomia: i macroeconomisti partivano direttamente dall’osservazione statistica del comportamento delle variabili economiche aggregate a livello di sistema. Oggi invece si cerca di microfondare la macroeconomia: nei modelli macro le variabili macroeconomiche sono il risultato dell’aggregazione dei comportamenti micro dei singoli.

Nonostante ciò, rimane una distinzione fra le due branche: l’attenzione prevalente nella microeconomia è al comportamento dei singoli, mentre nella macroeconomia è alle grandezze aggregate. La microeconomia, focalizzando la propria attenzione sul dettaglio dei comportamenti di singoli individui o piccoli gruppi, analizza già da tempo l’eterogeneità dei comportamenti; al contrario la macroeconomia, nell’esistenza di aggregare, ha spesso stilizzato i comportamenti con ipotesi semplificatrici o che potessero andare bene per la maggioranza delle persone, attraverso “l’agente rappresentativo”.

(Spesso il modello micro, sottostante al modello macro, si è ridotto a qualcosa di poco realistico, con dinamiche simili a quelle del modello macro stesso) Tuttavia, in tempi recenti, anche i modelli macroeconomici stanno iniziando a incorporare un’eterogeneità superiore a quella dell’agente rappresentativo e ad incorporare in essi l’interazione tra due o più tipi di soggetti caratterizzati da differenze nei comportamenti o nelle preferenze. Questo porta, a volte, ad ottenere dinamiche aggregate diverse da quelle osservate a livello dei singoli agenti.

Microeconomia e altre discipline

Fino a qualche secolo fa (prima dell’epoca moderna) si cercava una visione integrata delle diverse branche del sapere e i geni rinascimentali (Leonardo) riuscivano, anche per l’estensione ancora limitata delle conoscenze, a spaziare da una materia all’altra. Ma il progresso scientifico degli ultimi secoli ha portato un’estensione enorme del campo di conoscenze di ciascuna disciplina: è stato necessario specializzarsi. La specializzazione ha ulteriormente rafforzato il progresso delle varie discipline ma ha reso difficile la comunicazione tra discipline diverse perché ognuna ha sviluppato un linguaggio specialistico diverso.

Persino all’interno di una stessa disciplina, come l’economia, le conoscenze sono così estese che gli economisti tendono a specializzarsi in un determinato settore (economia del lavoro, internazionale ecc.). Inoltre, spesso vi è la necessità di collegamenti e molti economisti hanno avuto successo proprio importando le proprie conoscenze da altre scienze. Specialmente in alcune branche è molto utile un approccio integrato con altre discipline (come, ad esempio, la sociologia e la psicologia sono utili per l’economia comportamentale: servono a comprendere e testare le preferenze degli individui) e tra branche diverse della disciplina economica.

Modello del flusso circolare di beni e redditi

Circuiti reali e monetari

Rappresentano l’economia come composta da imprese e individui/consumatori, vi sono due circuiti:

  • Circuito reale: le imprese vendono beni/servizi agli individui e gli individui apportano lavoro e capitale alle imprese.
  • Circuito monetario: gli individui acquistano (pagando) i beni/servizi alle imprese e le imprese pagano salari e rendite agli individui.

Circuiti dei beni e dei fattori produttivi

In presenza della moneta si sdoppiano i circuiti economici e ogni scambio ha due flussi opposti, che possono non essere simultanei. Questo accade sia dal lato dei beni e servizi che dal lato dei fattori produttivi:

  • Circuito beni/servizi: il venditore dà al compratore beni/servizi (flusso reale) e riceve moneta dal compratore (flusso monetario).
  • Circuito dei fattori produttivi: gli individui apportano lavoro e capitale (flusso reale) e ricevono salari e rendite (flusso monetario).

Le risorse scarse rispetto agli obiettivi e il costo opportunità

Gli agenti (individui/consumatori) sono in possesso di risorse limitate: è proprio a causa delle risorse scarse che gli agenti devono effettuare delle scelte → non possiamo avere tutto ciò che desideriamo. Tutte le scelte sono trade-off: per avere un po’ più di qualcosa (X) devo rinunciare a un po’ di qualcos’altro (Y). I trade-off si valutano in base al costo-opportunità, ovvero al costo legato alla rinuncia ad utilizzare una risorsa nel miglior modo alternativo. (il valore di ciò a cui rinunciamo quando compiamo una scelta)

Spesso siamo portati a considerare che il costo di un’azione o di un bene/servizio sia il suo prezzo di mercato; in realtà tutto ha un costo, anche ciò che in termini di prezzo monetario non costa nulla. Esempio classico è quello di un’ora di tempo libero durante la nostra giornata, avendo la possibilità di utilizzare la stessa ora lavorando. Scegliendo un’ora di tempo libero rinunciamo a un’ora di lavoro e quindi il costo opportunità dell’ora di tempo libero è rappresentato dalla remunerazione che avremmo ottenuto lavorando. Allo stesso modo il costo opportunità del tempo che dedichiamo all’università è rappresentato dai costi diretti (come le tasse, affitto, spostamenti) più il reddito a cui si rinuncia non lavorando.

L'approccio mainstream e le sue criticità

Ci sono diversi approcci alla microeconomia, ma noi studieremo quello neoclassico (mainstream o anche ortodosso). Questa teoria si afferma intorno al 1870, soprattutto con Walras, e si focalizza sulla determinazione dei prezzi, delle quantità prodotte e sulla distribuzione del reddito in mercati attraverso l’analisi della domanda e dell’offerta, spesso attraverso strumenti come la massimizzazione dell’utilità dato un vincolo di bilancio o la massimizzazione dei profitti di un’impresa vincolata dal lato dei costi. Si ipotizza che le persone hanno una funzione di utilità che cercano di massimizzare; solo che si è di fronte a un vincolo di bilancio → non possiamo avere tutto.

Inoltre, si ipotizza che gli agenti siano razionali e che massimizzano il proprio benessere considerato come utilità personale (homo oeconomicus: essere umano che si interessa della propria utilità personale).

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mancinigiulia670 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Microeconomia 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Riccetti Luca.
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