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mercato ci sono pochi compratori che acquistano grandi quantità del prodotto, allora questi è molto

probabile che influiscano sul prezzo di mercato, variando la quantità acquistata. Viceversa, quando i

compratori sono numerosi, è probabile che siano tutti di dimensioni così ridotte da non poter influire

sul prezzo;

2. le dimensioni e il numero dei venditori, da ciò dipende che i venditori facciano o meno il prezzo e

che adottino oppure no comportamenti strategici. Anche in questo caso, quando i venditori sono

molti e le loro dimensioni piccole, la decisione di ogni singolo venditore riguardo alla quantità da

offrire influisce ben poco sull’offerta totale di mercato. Possiamo dire che, l’elasticità della domanda

a cui si trova di fronte la singola impresa è molto elevata; in particolare, indicando con m la quota di

mercato dell’impresa (m = x/X), avremo: ε = ε /m. Di conseguenza, quanto è più piccola la

imp merc

quota di mercato, tanto maggiore sarà l’elasticità della domanda dell’impresa al prezzo;

3. il grado di sostituibilità tra i prodotti dei diversi venditori, due prodotti sono beni omogeni se i

consumatori li considerano identici. Di conseguenza, se i compratori valutano tutti i prodotti identici,

essi acquisteranno dal venditore che applica il prezzo più basso, tra quelli di cui sono a conoscenza;

4. il livello d’informazione dei compratori sui prezzi e sulle diverse possibilità a disposizione,

abbiamo detto che gli acquirenti, nel caso di beni omogenei, comprano quelli che hanno il prezzo più

basso, ma ciò presuppone che i compratori siano a conoscenza di tutte le possibilità che hanno a

disposizione nel mercato;

5. facilità d’entrata nel mercato, affinché sia soddisfatta la libertà d’entrata, i nuovi venditori che

vorrebbero accedere al mercato non devono trovarsi di fronte ad ostacoli di alcun tipo.

Equilibrio concorrenziale nel breve periodo. Per costruire la curva di offerta di mercato (Ssr) è sufficiente

sommare orizzontalmente le curve di offerta delle singole imprese. In pratica, dato un certo prezzo,

determiniamo la quantità offerta di ciascun impresa a quel prezzo e poi facciamo la somma. Analogamente,

per trovare la curva di domanda di mercato (D ), è sufficiente sommare orizzontalmente le curve di

SR

domanda dei singoli acquirenti. Quindi, introdotte queste due curve, possiamo dire che un mercato

concorrenziale è in equilibrio quando: i compratori acquistano la quantità di prodotto che ritengono ottimale,

dato il prezzo corrente; i venditori producono la quantità per loro ottimale, dato il prezzo corrente; i

venditori sono disposti a produrre la quantità che i compratori desiderano acquistare e i compratori sono

disposti d acquistare la quantità che i venditori decino di produrre. Poiché i venditori non fano il prezzo, la

curva di domanda dell’impresa (d ) è uguale alla curva del ricavo marginale per il singolo produttore

SR

(MR ). Di conseguenza, il volume di produzione di equilibrio corrisponde al punto d’intersezione tra la

SR

curva di domanda e la curva di offerta dell’impresa: MC = d . Il modello di determinazione

SR SR

dell’equilibrio di mercato si basa sull’individuazione del prezzo di mercato, il quale scaturisce

dall’interazione tra produttori e consumatori. Per arrivare alla determinazione del prezzo, e poi anche della

quantità di equilibrio, si deve:

1. ricavare le curve di domanda e di offerta individuali, ciò è possibile sulla base dei dati relativi

alle preferenze, ai redditi e ai costi;

2. sommare le curve individuali per ottenere le curve di mercato, date le curve individuali, queste si

sommano orizzontalmente per ottenere quelle di mercato (il numero di venditori è fisso);

3. trovare il prezzo e la quantità di equilibrio, attraverso l’intersezione delle curve di offerta e di

domanda di mercato, per determinare il prezzo di equilibrio e la quantità complessivamente

scambiata nel mercato;

4. determinare i livelli di produzione e di consumo individuali, considerando nuovamente le curve

di offerta individuali, per determinare la quantità offerta dai singoli in corrispondenza del prezzo di

equilibrio, e considerando le curve di domanda individuali, per determinare la quantità domandata

dai singoli.

Equilibrio concorrenziale nel lungo periodo. Anche in questo caso la curva di offerta di mercato si ottiene

sommando le curve di offerta dei singoli venditori. Quando però c’è libertà d’entrata, non è cosi facile

ricavare la curva di offerta di lungo periodo. Infatti in questo lasso di tempo, l’impresa può procurarsi tutti

gli input necessari per entrare in un’industria, o allo stesso tempo, una già presente sul mercato può cessare

la propria attività. Di conseguenza, per calcolare la quantità complessivamente offerta sul mercato, in

corrispondenza di un dato prezzo, dobbiamo conoscere sia il numero di imprese che decidono di operare nel

mercato a quel prezzo, sia la quantità offerta da ogni singola impresa. Ipotizziamo un mercato in cui il

numero dei produttori sia illimitato e dove tutti possono utilizzare la stessa tecnologia e acquistare fattori i

cui prezzi rimangono invariati. Il valore minimo del costo medio è p* e interseca la curva del costo

marginale; consideriamo un prezzo di mercato superiore, p’, a questo prezzo un’impresa produce una

quantità pari a x’, ottenendo un notevole profitto economico. Di conseguenza, a questo prezzo, altre imprese

sono attratte verso l’industria dalla prospettiva di ottenere un profitto economico. Quindi possiamo dire che

l’offerta di mercato di lungo periodo è illimitata per qualunque prezzo superiore al valore minimo del costo

medio di lungo periodo. Immaginiamo ora che il prezzo sia p’’, inferiore a p*. Di conseguenza, alle imprese

nel mercato conviene cessare l’attività piuttosto che produrre e a quelle fuori dal mercato conviene non

entrarvi. Dunque, l’offerta di mercato è pari a zero in corrispondenza di qualsiasi prezzo inferiore al valore

minimo del costo medio di lungo periodo. Infine, supponiamo che il prezzo di mercato sia effettivamente p*.

In questo caso, un’impresa già sul mercato massimizza il suo profitto producendo x*. Essendo il ricavo

medio uguale al costo medio, l’impresa non ottiene nessun profitto economico (è dunque indifferente essere

dentro o fuori il mercato). Quindi i produttori sono disposti ad offrire qualunque quantità se il prezzo di

mercato è p*, ovvero se coincide con il valore minimo del costo medio di lungo periodo. In fine, possiamo

dire che la curva di offerta di mercato di lungo periodo (S ) è una retta parallela all’asse orizzontale,

LR

avente come intercetta verticale il prezzo corrispondente al valore minimo del costo medio di lungo periodo

(la produzione complessiva è pari a X ). Un’industria il cui costo medio di lungo periodo rimane invariato

LR

man mano che aumenta il volume di produzione complessivo prende il nome di industria a costi costanti.

Passiamo ora al lato della domanda. Siccome nel lungo periodo gli acquirenti hanno più possibilità di

sostituire un bene con un altro, allora sarà anche più probabile che la domanda di mercato sarà più elastica

rispetto a quella del breve periodo. C’è inoltre un legame di dipendenza tra la domanda di un fattore e la

domanda del bene prodotto dall’impresa che lo acquista. È prevedibile infatti che la domanda del bene

prodotto dall’impresa sia più elastica nel lungo periodo e ciò determina anche un’elasticità notevole per il

fattore. Di conseguenza, sia per quanto concerne le famiglie e sia per quanto concerne le imprese, è molto

probabile che la domanda di lungo periodo sia più elastica rispetto a quella di breve periodo. Possiamo

quindi ora calcolare l’equilibrio di mercato (ovvero prezzo e quantità d’equilibrio) intersecando la curva di

domanda e la curva di offerta di mercato. Come già detto, al prezzo di equilibrio p*, un’impresa massimizza

il suo profitto producendo la quantità x*. Affinché vi sia equilibrio nel lungo periodo, il numero delle

imprese che decidono di operare nell’industria dovrà essere tale che l’offerta di mercato risulti pari a Xlr

come la domanda di mercato. Indicando con Nlr il numero di imprese di equilibrio, allora dovrà essere che:

N (x*) = X , ovvero: N = X /x*.

LR LR LR LR

Breve e lungo periodo. Un equilibrio di lungo periodo è anche un equilibrio di breve periodo, anche se non è

vero il contrario. Infatti, perché ci sia equilibrio nel lungo periodo, il numero delle imprese operanti in

un’industria a costi costanti deve essere tale che ciascuna di esse abbia un profitto economico pari a zero.

Conclusivamente, nel breve, il prezzo deve essere uguale al costo marginale e superiore al costo medio; nel

lungo, costo marginale e costo medio coincidono, dato che il profitto economico è nullo.

BREVE PERIODO LUNGO PERIODO

Le imprese devono produrre la quantità che p = MCsr p = MClr

soddisfa tale equazione:

Le imprese devono smettere di produrre, se p > ACsr p > AClr

questa condizione non è soddisfatta:

Finché non si verifica la seguente condizione, - p < valore minimo del

nuove imprese entreranno nel mercato: AClr

In un mercato perfettamente concorrenziale, ogni singole venditore non fa il prezzo del suo prodotto, ma

sono collettivamente i produttori a determinarlo. Nel mercato dei fattori, le imprese rappresentano il lato

della domanda, e può capitare che si verifichi un aumento di prezzo di un fattore, quando un’impresa ne

accresce la quantità. Una conseguenza dell’incremento dei prezzi dei fattori, in seguito ad un aumento del

loro acquisto da parte dei produttori, è l’andatura crescente della curva di offerta di mercato di lungo periodo

(Slr). Questa differisce da quella di breve periodo in quanto quest’ultima è crescente sia quando ogni singola

impresa deve sostenere costi marginali crescenti (indotti dal prodotto marginale decrescente del fattore

variabile), e sia se i prezzi degli input rimangono costanti (cosa che invece non accade nella curva di lungo

periodo, la quale diventa piatta). Dunque, man mano che cresce la quantità di input domandata da tutti i

produttori presenti in un’industria, i prezzi degli input aumentano così come i costi di produzione delle

singole imprese. Quindi, poiché il costo marginale di lungo periodo cresce con l’aumentare del volume di

produzione dell’industria, si parla di industria a costi crescenti. Quando nella produzione di qualche input

utilizzato dall’industria in esame, si ottengono economie di scala sufficienti a far diminuire il prezzo degli

input, all’aumentare della quantità acquistata dall’industria, la curva di offerta di mercato di lungo periodo è

decrescente. Poiché in questi casi il costo medio di produzione scende all’aumentare della quantità offerta

complessivamente sul mercato, si parla di industria a costi decrescenti.

Le imposte si dividono essenzialmente in due categorie: imposte ad valorem, il cui ammontare dipende dal

valore dei beni o dei servizi oggetto della transizione; e accise (o imposte sulla quantità), che sono

calcolate come somma fissa per unità del bene su cui grava. Per stabilire chi è che paga l’imposta è utile

introdurre il concetto di incidenza di diritto di un’imposta, che stabilisce chi è legalmente tenuto a pagarla.

Ma per sapere su chi effettivamente gravi l’imposta, dobbiamo determinare l’incidenza di fatto di

un’imposta, ovvero la variazione nella distribuzione del reddito conseguente all’introduzione dell’imposta

(che può essere totalmente diversa dall’incidenza di diritto).

Incidenza di diritto sui venditori. Supponiamo che sia introdotta un’accisa, di t euro, su di un bene e che la

sua incidenza di diritto sia sui venditori. Consideriamo ora un punto qualsiasi sulla curva di offerta S, al

quale corrispondono prezzo p° e quantità q°. Dopo l’introduzione dell’accisa, il prezzo netto che i venditori

devono ottenere è sempre p°, ma per ottenerlo, appunto, al netto, devono far pagare ai consumatori p° + t.

Dunque, l’introduzione di un’accisa a carico dei venditori fa si che, per i consumatori, la curva di offerta di

mercato si sposti verso l’alto in misura pari all’ammontare dell’imposta. Una volta trovata la nuova curva di

offerta di mercato S’, si trova la nuova quantità di equilibrio q’ e il rispettivo prezzo di equilibrio, il quale si

può vedere come la somma di due prezzi di equilibrio: uno è quello che pagano gli acquirenti, p’,

corrispondente all’intersezione tra la curva di domanda e la curva di offerta nuova, e un altro è quello che

ricevono i venditori. Confrontando il vecchio ed il nuovo prezzo d’equilibrio che i consumatori si trovano a

pagare, si può dire che esso è aumentato e che quindi una parte dell’onere fiscale ricade su di loro,

nonostante la legge preveda che siano i produttori a versare l’imposta. Ovviamente l’onere fiscale ricade

anche sui produttori, i quali vedono aumentare il prezzo lordo che ricevono dagli acquisti e, allo stesso

tempo, vedono diminuire il prezzo al netto dell’imposta che scende da p (precedente prezzo d’equilibrio) a

p’ – t. Dunque, come abbiamo appena visto, possiamo concludere dicendo che l’incidenza di fatto di

un’imposta può essere molto diversa dall’incidenza di diritto.

Incidenza di diritto sui compratori. In questo caso invece, consideriamo sempre un’accisa di t euro, ma

questa volta a carico dei consumatori. Adesso consideriamo un punto qualsiasi sulla curva di domanda, nel

quale i compratori sono disposti a consumare x* al prezzo unitario massimo p*. Considerando

l’introduzione dell’accisa, il nuovo prezzo unitario massimo che i compratori saranno disposti a pagare per

consumare sempre x*, scenderà a p* - t. Di conseguenza, per i venditori, la curva di domanda di mercato

dopo l’introduzione dell’imposta, D’, equivale a quella precedente spostata verso il basso di una distanza

pari all’ammontare dell’imposta. Il prezzo che ricevono i venditori è quello corrispondente all’intersezione

tra le curve S e D’, ovvero p’’, il quale è inferiore al precedente prezzo di equilibrio, p*; ciò implica che

l’onere ricade anche sui venditori (esentati in teoria dalla legge al pagamento). Dall’altra parte però, il

prezzo che pagano i compratori aumenta da p* a p’’ + t. La quantità di equilibrio così trovata è esattamente

la stessa che era stata trovata quando l’accisa gravava sui venditori; allo stesso modo l’aumento di prezzo

pagato dai consumatori (quando l’accisa spettava ai venditori) e la diminuzione del prezzo percepito dai

venditori (quando l’accisa ricade sui compratori) si equivalgono. Dunque, in un mercato concorrenziale

l’incidenza di fatto di un’accisa è la stessa, indipendentemente dalla sua incidenza di diritto. In conclusione

possiamo dire che, tanto è maggiore l’elasticità della domanda, tanto minore sarà l’onere fiscale che ricade

sugli acquirenti. Dobbiamo però dire anche che l’incidenza di fatto di un’imposta dipende anche

dall’elasticità dell’offerta, che è data dal rapporto tra la variazione percentuale della quantità offerta e la

variazione percentuale del prezzo. Dunque, maggiore è l’elasticità dell’offerta, minore sarà l’onere fiscale

che ricade sui venditori. Analizziamo, per comprendere meglio tutto ciò, quattro diversi casi:

 domanda perfettamente elastica, in questo caso l’accisa ricade tutta sui venditori;

 domanda perfettamente anelastica, in questo caso, invece, l’onere ricade solo sui consumatori;

 offerta perfettamente elastica, anche in questo caso l’accisa ricade per intero sui consumatori;

 offerta perfettamente anelastica; qui invece, l’intero onere dell’imposta ricade sui venditori.

Per misurare l’efficienza di un mercato concorrenziale, è utilizzato il cosiddetto surplus totale, il quale non

è altro che la somma tra il surplus del consumatore, equivalente alla superficie compresa tra la curva di

domanda e il prezzo di mercato per tutte le unità acquistate, e il surplus del produttore, rappresentato dalla

superficie compresa tra la curva di offerta e il prezzo di mercato. Il surplus totale può essere concepito anche

come il beneficio totale che si ricava dal consumo di un certo bene, meno il costo totale sostenuto per

produrlo. Il beneficio totale è rappresentato dalla superficie al di sotto della curva di domanda fino alla

quantità di equilibrio; mentre il costo totale equivale alla superficie al di sotto della curva di offerta fino alla

quantità di equilibrio. In un mercato concorrenziale il surplus totale raggiunge il valore massimo in

corrispondenza del volume di produzione di equilibrio. È doveroso dire però, che quando il prezzo di un

bene sale, il surplus dei consumatori scende, mentre quello dei produttori sale. Quindi, considerando il

surplus totale, si tiene conto solo delle variazioni nette dei benefici monetari. Di conseguenza, se i

consumatori sono famiglie a basso reddito e i produttori sono persone benestanti, questo trasferimento di

reddito viene giudicato negativamente. Quindi la massimizzazione del surplus totale produce un risultato

efficiente, ma non equo. È opportuno considerare ora i prezzi, i quali, nei mercati concorrenziali,

determinano le decisioni riguardanti la quantità e l’ammontare del surplus totale. In particolare, dato un

certo volume di produzione, una variazione di prezzo provoca una trasferimento di surplus e non una

modifica del surplus totale. Dunque, l’entità di ciascuna quota che andrà a ciascun gruppo, venditori o

consumatori, dipende dal prezzo. In assenze di imposte, il punto di equilibrio corrisponde al punto

d’intersezione tra le curve di domanda e di offerta di mercato, dove il prezzo d’equilibrio è p’ e la quantità di

equilibrio è x’. Il corrispondente surplus totale è dato dalla somma delle superfici A, B, C ed E. In seguito

all’introduzione dell’accisa, pari a t euro, la curva di offerta si sposta verso l’alto in misura pari a t. di

conseguenza si sposta anche il punto di equilibrio, al quale corrisponde il prezzo p’’ e la quantità x’’. Il

gettito dell’imposta (pari al prodotto tra t euro e il numero di unità di bene vendute) non è altro che un

trasferimento di denaro dai produttori e dai consumatori, del bene tassato, al settore pubblico. Dunque la

quantità di denaro che ora va al settore pubblico, non determina una diminuzione del surplus totale, ma solo

una sua nuova distribuzione. In conclusione, essendo il surplus totale la superficie compresa tra la curva di

domanda e di offerta di mercato fino alla quantità scambiata, dopo l’introduzione dell’imposta esso equivale

alla somma delle superfici A, B e C. Quindi esso è diminuito in misura pari alla superficie E, la quale è

chiamata eccesso di pressione di un’imposta (o anche perdita netta o costo netto).

CAPITOLO X – L’equilibrio economico generale e l’economia del benessere

L’analisi di equilibrio generale coincide con lo studio, in contemporanea, dell’equilibrio in tutti i mercati.

Si differenzia dunque, dall’analisi di equilibrio parziale, la quale studia, isolatamente, l’equilibrio in un

singolo mercato. Quindi, l’equilibrio generale, evidenzia le connessioni tra i mercati di due beni, se questi

sono collegati (sostituti o complementari), oppure se uno di essi è un input utilizzato per la produzione

dell’altro. Lo spostamento della curva di offerta o di domanda di uno, ha ripercussioni sul prezzo e sulla

quantità scambiata nell’altro. In conclusione, per decidere se sia meglio affrontare un determinato problema

mediante un’analisi di equilibrio parziale oppure di equilibrio generale, bisogna valutare la consistenza degli

effetti d’interazione. Analizziamo quindi adesso, l’equilibrio generale in un’economia di puro scambio,

ovvero in un sistema economico in cui tutti i beni sono disponibili in quantità fissa, per cui l’unico problema

è quello di allocare questi beni tra i consumatori. Consideriamo, in questo specifico ambiente, due soli

consumatori, A e B, i quali consumano due soli beni, f e g. Per illustrare l’allocazione dei due beni, viene

utilizzata la cosiddetta scatola di Edgeworth, la cui base rappresenta la quantità totale di f, disponibile

all’interno del sistema economico; mentre l’altezza rappresenta la quantità totale di g. Le distanze dal punto

O, indicano la quantità di ciascuno dei due beni consumata da A, mentre le distanze dal punto O’ indicano la

quantità dei beni consumata da B. Adesso sovrapponiamo alla scatola, le rispettive mappe delle curve

d’indifferenza dei due consumatori. L’utilità di quelle del soggetto A, aumenta man mano che le curve si

spostano verso l’alto e verso destra; l’utilità invece di quelle del consumatore B, aumenta man mano le curve

si spostano verso il basso e verso il basso. Solo quando la massimizzazione dell’utilità da parte di entrambi

gli individui sarà compatibile con l’uguaglianza di domanda e offerta in entrambi i mercati, si avrà una

situazione di equilibrio economico generale, rappresentato dal punto di tangenza tra le curve d’indifferenza

dei due consumatori; questo risultato era prevedibile, poiché i due soggetti massimizzano la loro utilità,

facendo coincidere il proprio saggio marginale di sostituzione (MRS) con il rapporto tra i prezzi dei beni.

L’economia del benessere è la branca dell’economia che si propone di stabilire in quale misura situazioni

economiche alternative siano desiderabili dal punto di vista della collettività. Essa dunque permette di

prevedere se i mercati funzioneranno al meglio o se, invece, produrranno risultati indesiderabili. Efficienza

nel consumo. Consideriamo nuovamente i due consumatori iniziali, A e B, e le loro rispettive curve

d’indifferenza. Più precisamente consideriamo una curva d’indifferenza per il soggetto B, e la mappa delle

curve d’indifferenza del soggetto A. Quest’ultimo, come già detto, massimizza la propria utilità spostandosi

verso destra, dunque, partendo inizialmente da una situazione in cui due curve d’indifferenza, una per

consumatore, s’intersecano, procediamo lasciando quella di B “ferma”, e aggiungendo altre curve del

soggetto A, le quali si avvicinano al punto di tangenza con B. Le nuove curve di A, intersecano sempre

l’iniziale curva d’indifferenza di B, dunque per questo soggetto, l’utilità non cambia (in quanto rimane

sempre sulla solita curva), mentre per il consumatore A aumenta, in quanto si sta spostando verso destra.

Questo spostamento si definisce miglioramento paretiano (o miglioramento nel senso di Pareto) e

comporta una redistribuzione delle risorse, che migliora la condizione di almeno una persona, senza

peggiorare quella di nessun altro. Se invece, la redistribuzione delle risorse parte dal punto di tangenza delle

curve d’indifferenza dei due soggetti, dunque dal punto di equilibrio generale, e quindi migliora la

condizione di un consumatore peggiorando però quella di un altro, si parla allora di allocazione Pareto-

efficiente nel consumo (o solamente efficiente nel consumo). All’interno della scatola di Edgeworth è

possibile individuare la cosiddetta curva dei contratti, ovvero il luogo di tutti i punti corrispondenti ad

allocazioni efficienti nel consumo. Affinché un’allocazione sia efficiente nel consumo, è necessario che il

saggio marginale di sostituzione tra i due beni sia uguale per tutti i consumatori: MRS = MRS . Gli

fg(A) fg(B)

spostamenti analizzati finora, li abbiamo considerati come delle redistribuzioni delle risorse, anche se

possono essere visti come degli scambi; ciò ci aiuta a capire che se una persona trae vantaggio da uno

scambio, ciò non significa che l’altra debba necessariamente rimetterci. Dunque, in questa direzione,

possiamo ridefinire la curva dei contratti, la quale indica tutte le allocazioni in corrispondenza delle quali

non è possibile trarre ulteriori vantaggi dagli scambi. Ogni punto della curva è il risultato finale di un

accordo (contratto) per lo scambio di beni al quale A e B pervengono al termine di una contrattazione.

Efficienza nella produzione. In questo caso la scatola di Edgeworth presenta sulla base, la quantità di lavoro

(L), mentre sull’altezza quella del capitale (K). La distanza dal punto O, rappresenta la quantità di ciascun

input destinata alla produzione del bene f; la distanza dal punto O’, invece, rappresenta la quantità di ciascun

input per la produzione del bene g. Di conseguenza, in questa scatola di Edgeworth, sono sovrapposte le

mappe degli isoquanti. In questo caso, un’allocazione è definita Pareto-efficiente nella produzione (o

semplicemente efficiente nella produzione) se per aumentare il volume di produzione di un bene, non si

può far altro che ridurre quello di un altro bene. Dunque, dato che la pendenza di un isoquanto equivale al

saggio marginale di sostituzione tecnica tra i due input, si deve avere che: MRTS = MRTS . Ponendo

KL(f) KL(g)

in un piano cartesiano, la produzione di f sulle ascisse e la produzione di g sulle ordinate, possiamo

individuare la frontiera delle possibilità produttive (FF), la quale è una linea indicante la quantità

massima di un bene che può essere prodotta, data la quantità dell’altro bene. Se inizialmente si produce x’

quantità di f e y’ quantità di g e poi si aumenta la quantità di f, passando ad x’’, allora si dovrà rinunciare ad

una certa quantità del bene g, il cui consumo scenderà a y’’. Il rapporto tra la distanza (y’’ – y’) e la distanza

(x’’ – x’) prende il nome di saggio marginale di trasformazione. Esso indica il tasso al quale un sistema

economico può “trasformare” un bene in un altro, variando l’allocazione degli input. Il valore assoluto del

rapporto tra le distanze è uguale alla pendenza della frontiera delle possibilità produttive. Inoltre, possiamo

dire che la distanza (y’’ – y’) equivale al costo marginale di produzione del bene f, MC , mentre la distanza

f

(x’’ – x’) rappresenta il costo marginale di produzione del bene g, MC . Di conseguenza avremo che: MRT

g fg

= MC /MC . Adesso che abbiamo tutte queste informazioni, dobbiamo stabilire quali condizioni devono

f g

essere soddisfatte affinché l’allocazione dei beni prodotti e dei fattori produttivi possa essere definita

Pareto-efficiente, cioè tale che, una volta raggiunta, non sia più possibile aumentare il benessere di un

individuo senza ridurre quello di un altro. Le allocazioni Pareto-efficienti devono essere efficienti sia nel

consumo sia nella produzione. Inoltre, la situazione economica deve essere efficiente nell’allocazione, cioè

il saggio marginale di trasformazione tra i due beni deve essere uguale al saggio marginale di sostituzione:

MRT = MRS . La frontiera delle utilità possibili (o anche frontiera del benessere, UU) indica il livello

fg fg

di benessere ottenuto dai due individui in corrispondenza di ogni punto Pareto-efficiente (sull’asse

orizzontale è collocata l’utilità del soggetto A, sull’asse verticale quella del soggetto B).

Il primo teorema del benessere afferma che, se produttori e consumatori non fanno il prezzo e per tutti i

beni esiste un mercato, allora l’allocazione di equilibrio delle risorse è Pareto-efficiente. Il punto di

equilibrio che il sistema economico raggiungerà, si troverà sulla frontiera delle utilità possibili. In un sistema

economico concorrenziale si ottiene spontaneamente un’allocazione efficiente delle risorse. Per dimostrare il

primo teorema del benessere, devono essere dimostrare tre importanti condizioni:

1. efficienza nel consumo, per far si che si verifichi questa condizione, i saggi marginali di sostituzione

dei due consumatori devono coincidere: MRS = MRS ;

fg(A) fg(B)

2. efficienza nella produzione, in questo caso l’impresa punta a minimizzare i costi, per far ciò deve

far coincidere il saggio marginale di sostituzione tecnica, relativo agli input lavoro e capitale, del

bene f con quello del bene g: MRTS = MRTS ;

KL(f) KL(g)

3. efficienza nell’allocazione, in questo caso l’impresa punta a massimizzare il suo profitto, di

conseguenza essa deve produrre una quantità tale che il costo marginale deve essere uguale al

prezzo: MC /MC = p /p .

f g f g

In conclusione, possiamo dire che tutta l’opera di coordinamento indispensabile per raggiungere l’efficienza,

è affidata ai prezzi, i quali trasmettono informazioni sulla scarsità relativa dei diversi beni.

Il secondo teorema del benessere afferma che, se tutte le curve d’indifferenza e tutti gli isoquanti sono

convessi rispetto all’origine, per ogni allocazione di risorse Pareto-efficiente esistono un insieme di prezzi e

una distribuzione delle dotazioni iniziali che consentono di raggiungere tale allocazione come un equilibrio

economico generale concorrenziale. Questo teorema è importante poiché implica che il problema

dell’efficienza e quello dell’equità nella distribuzione del reddito possono essere affrontati separatamente.

Infatti, se ad esempio l’attuale ripartizione delle risorse è ritenuta ingiusta, non c’è bisogno di modificare i

prezzi di mercato rischiando di ridurre l’efficienza, ma è sufficiente redistribuire le risorse in modo più equo.

CAPITOLO XI – Il monopolio

Un’impresa che fa il prezzo, è semplicemente un operatore economico consapevole che la sua scelta della

quantità da vendere o da acquistare, influisce sul prezzo (si può dire anche che l’impresa ha potere di

mercato). Quindi, adesso non possiamo più considerare il modello concorrenziale, ma dobbiamo

svilupparne uno nuovo in modo tale da poter studiare il monopolio, estremo opposto rispetto alla

concorrenza perfetta. Dunque, le quattro ipotesi fondamentali per il nuovo modello sono:

1. i venditori fanno il prezzo, un venditore è in grado di influire sul prezzo del proprio prodotto,

modificando il volume di produzione. La curva di domanda di un produttore decisore è decrescente;

2. i venditori non si comportano in modo strategico, ciò vuol dire che un venditore, quando prende le

sue decisioni, non si preoccupa delle possibili reazioni dei concorrenti;

3. l’accesso all’industria è completamente bloccato, ci sono ostacoli, ad esempio legali o tecnologici,

che impediscono a nuovi produttori di entrare nell’industria;

4. gli acquirenti non fanno il prezzo, la quantità acquistata dai consumatori non influisce sul prezzo

deciso dai produttori.

Analizziamo adesso, gli aspetti principali che caratterizzano questa struttura di mercato:

 dimensioni e numero dei compratori, poiché i consumatori non fanno il prezzo, devono essere

considerati mercati nei quali il loro numero sia elevato e inoltre, nessuno di essi deve acquistare

quantità di prodotto abbastanza rilevanti da consentirgli di influire sul prezzo;

 dimensione e numero dei venditori, considerando la struttura di mercato del monopolio, allora

considereremo di conseguenza un solo venditore, che non assume comportamenti strategici;

 grado di sostituibilità tra i prodotti dei diversi venditori, nel caso del monopolio non ci sono altri

venditori nel mercato, quindi non ci sono complicazioni. Quindi un produttore è un monopolista se

offre un bene o un servizio per il quale non esistono validi sostituti;

 grado d’informazione dei compratori sui prezzi e sulle diverse alternative disponibili, in un

mercato monopolistico, tutti i potenziali acquirenti conoscono il prezzo e le caratteristiche del bene

offerto dall’unico venditore;

 facilità d’entrata nel mercato, nel monopolio opera un’unica impresa, di conseguenza l’entrata nel

mercato è completamente bloccata da barriere di natura legale o tecnologica.

Anche nel caso delle imprese monopolistiche, per massimizzare il profitto, esse devono seguire la regola del

profitto marginale, secondo la quale devono espandere la produzione fino al punto in cui il ricavo marginale

coincide con il costo marginale, e la regola per la cessazione dell’attività, secondo la quale se il ricavo

medio è inferiore al costo medio esse dovrebbero cessare l’attività. La differenza sostanziale tra concorrenza

perfetta e monopolio scaturisce quando si considerano i ricavi (essendo i costi gli stessi). Per un

monopolista, in corrispondenza di certi volumi di produzione, il ricavo marginale è negativo ed inoltre, esso

è sempre minore rispetto al ricavo medio (nel caso invece di un produttore in concorrenza perfetta i due

valori coincidevano). Ciò è dato dal fatto che il ricavo medio è decrescente e quindi il ricavo marginale fa

abbassare la media. Supponiamo che inizialmente l’impresa produca X unità e che in seguito aumenti le

a

vendite a X + 1. Conseguenza di questo aumento produttivo è un abbassamento del prezzo di vendita. In

a

questo modo si verificano due conseguenze: una è che l’impresa ottiene un ricavo aggiuntivo dalla vendita

di un’unità in più, questo ricavo equivale al prodotto tra il nuovo prezzo, p , e la quantità di prodotto venduta

b

in più, ma, essendo quest’ultima uguale ad uno, ess0 equivale al prezzo stesso (superficie A); la seconda è

che la diminuzione del prezzo da p a p ha un effetto negativo sul ricavo totale dell’impresa, infatti

a b

l’impresa perde complessivamente una somma pari a (p – p )X (superficie B). Questa somma rappresenta

a b a

la perdita sulle unità inframarginali, ovvero le unità di prodotto che l’impresa avrebbe potuto vendere al

vecchio prezzo e che invece deve vendere al prezzo corrente, che prevale nel mercato quando essa aumenta

il proprio volume di produzione.

Questa perdita può essere scritta anche in funzione della pendenza, s, della curva di domanda. La pendenza è

uguale al rapporto tra la variazione di prezzo e la variazione della quantità, la quale, in questo caso è pari ad

uno, di conseguenza la pendenza coincide con la variazione di prezzo. Quindi abbiamo che: superficie B =

sX. Calcoliamo così la curva del ricavo marginale, la cui equazione è: MR = p + sX; poiché la pendenza è

negativa, l’equazione conferma che se l’impresa vende almeno un’unità del suo prodotto, il ricavo marginale

sarà inferiore al prezzo unitario del prodotto. Il ricavo marginale può essere espresso anche in funzione

dell’elasticità della domanda al prezzo, la quale è pari a: ε = - p/(sX); da questa equazione si ricava che: sX

= - p/ε. Di conseguenza possiamo scrivere il ricavo marginale in funzione dell’elasticità: MR = p(1 – 1/ε).

Quindi, quanto meno è elastica la domanda tanto minore sarà il ricavo marginale del monopolista. Nel caso

di una domanda infinitamente elastica, la perdita sulle unità inframarginali è nulla (1/ε = 0) e quindi MR = p.

Questo risultato ci informa sul fatto che quando l’impresa non fa il prezzo, il ricavo marginale è uguale al

prezzo di mercato. Se la domanda è elastica (ε > 1), l’impresa può accrescere il ricavo totale abbassando il

prezzo del prodotto e vendendone una quantità maggiore. Se invece la domanda è poco elastica, (1 – 1/ε) è

negativo e lo anche il ricavo marginale. Se invece l’elasticità della domanda è unitaria, il ricavo marginale è

pari a zero.

Per massimizzare il profitto, il monopolista deve scegliere il volume di produzione in corrispondenza del

quale il ricavo marginale coincide con il costo marginale. Trovata questa quantità, X’, l’impresa deve

cercare di applicare il prezzo massimo al quale possa venderla. Per trovare tale prezzo, si prolunga

perpendicolarmente la quantità X’ fino a che non interseca la curva di domanda, al cui punto corrisponde il

prezzo cercato. In conclusione, per un monopolista, il prezzo di equilibrio è superiore sia al costo marginale

sia al valore d’equilibrio del costo marginale. Per la seconda regola della massimizzazione del profitto,

l’impresa deve confrontare il suo ricavo medio con il costo medio di produzione. Possiamo riscrivere

l’equazione MR = MC, relativa alla prima regola, come: p(1 – 1/ε) = MC. Così possiamo vedere che:

quando la domanda è perfettamente elastica, (1 – 1/ε) = 1, e dunque l’impresa deve far coincidere il prezzo

con il costo marginale; quando invece la domanda non è perfettamente elastica, (1 – 1/ε) < 1 e quindi il

prezzo di equilibrio deve essere maggiore del costo marginale. Sapendo che il costo marginale è sempre

positivo, ne consegue che anche il ricavo marginale del monopolista (primo membro dell’equazione) deve

essere positivo, cosa che accade solo quando l’elasticità è maggiore di uno. Dunque, in corrispondenza del

prezzo e del volume di produzione di equilibrio di un’impresa monopolistica, la domanda deve esser elastica

(ε > 1). Confrontiamo adesso, il monopolio con la concorrenza perfetta. In primo luogo abbiamo che, in un

mercato monopolistico, nel lungo periodo, l’entrata è completamente bloccata, mentre invece nel mercato

concorrenziale è possibile l’afflusso di nuove imprese. Conseguenza diretta di ciò è che il profitto di cui

gode l’univo venditore non viene annullato dalla nascita di nuove imprese, cosa che succede invece nel

mercato concorrenziale. Però dobbiamo anche dire che, un monopolista proprietario di diversi stabilimenti,

produce una quantità minore rispetto a quella che produrrebbero più imprese in concorrenza tra loro, nel

caso si trovassero di fronte alla stessa curva di domanda di mercato. Di conseguenza, il passaggio da

concorrenza perfetta a monopolio fa aumentare il profitto dei venditori: il prezzo d’equilibrio cresce, così da

determinare una diminuzione del surplus del consumatore. Per quanto riguarda l’efficienza, nel caso di due

situazioni di mercato, quella in cui il surplus totale è maggiore è la più efficiente. Nel caso del monopolio, il

surplus totale raggiunge il valore massimo quando viene prodotta la quantità in corrispondenza della quale la

curva di domanda interseca quella del costo marginale. Calcolando la differenza tra questo surplus totale e

quello corrispondente alla situazione di equilibrio dell’impresa monopolistica, si scopre che il monopolio

provoca perdite nette pari alle superficie che, partendo dalla linea della quantità ottima, si trova al di sotto

della curva di domanda e al di sopra della curva di costo marginale. In conclusione, la perdita netta del

monopolio, è il surplus totale che si perde per il fatto che il monopolista produce una quantità inferiore a

quella che massimizza il surplus totale. Per il monopolista, il prezzo svolge due funzioni: funge da incentivo

per i consumatori e trasferisce ricchezza dai consumatori al monopolista. Quando il monopolista passa dal

prezzo concorrenziale (p©) a quello a livello monopolistico (p’), gli incentivi ad acquistare diminuiscono.

Di conseguenza, il consumo totale scende da X© a X’ e il surplus totale diminuisce in misura pari alla

superficie delle perdite nette. In conclusione, i consumatori pagano un prezzo più elevato per le unità che

continuano ad acquistare e la superficie delimitata dai due prezzi e dalla quantità X’ rappresenta la quantità

di reddito che dai consumatori passa al monopolista. Valutiamo gli effetti del monopolio su tre diversi piani:

 efficienza nella produzione, il monopolista fa il prezzo nel mercato del suo prodotto, ma non lo fa

nel momento in cui acquista gli input necessari per produrre. Di conseguenza l’impresa applica la

regola della minimizzazione dei costi, cioè fa in modo che il saggio marginale di sostituzione tecnica,

tra i due input, sia pari al rapporto tra i loro prezzi: MP /MP = w/r;

L K

 efficienza nel consumo, affinché ci sia efficienza nel consumo è necessario che il saggio marginale

di sostituzione, tra il bene prodotto dal monopolista e qualunque altro bene, sia uguale per tutti i

consumatori (non vi deve dunque essere nessuna discriminazione di prezzi);

 efficienza nell’allocazione, l’impresa monopolistica si trova in una situazione inefficiente in quanto

è inefficiente la situazione di equilibrio generale, perché essa produce una quantità di bene troppo

piccola (questo accade perché il monopolista fissa un prezzo superiore al costo marginale).

Supponiamo che sia imposta un’accisa di t euro al monopolista e che quindi, la curva del costo marginale si

sposti verso l’alto. Di conseguenza, la nuova quantità di equilibrio è quella corrispondente all’intersezione

fra la curva di ricavo marginale e la curva del costo marginale comprendente l’imposta; insieme alla

quantità, muta anche il prezzo, il quale aumenta. Dunque, il prezzo iniziale assicurava il massimo profitto in

assenza di imposte, ma, in seguito all’aumento di prezzo, si è verificata una diminuzione del profitto

dell’impresa, rispetto al suo valore iniziale. Una volta detratto l’ammontare dell’imposta, il profitto si riduce

ulteriormente. Quindi, in generale, possiamo dire che se anche un monopolista aumenti il prezzo come

reazione ad un’imposta, il profitto dell’impresa diminuisce. La quantità di profitto che l’impresa perde, può

essere divisa in due parti: una parte corrisponde alla somma effettivamente versata dall’impresa all’erario, la

quale è uguale al prodotto tra il valore dell’imposta e la nuova quantità venduta; l’altra parte invece,

rappresenta il profitto che l’impresa perde, per il fatto che riduce la sua produzione della differenza tra la

nuova quantità venduta e quella vecchia.

Il brevetto è uno strumento che è utilizzato dalle imprese per impedire ad altre di entrare nel mercato. In

assenza di esso si verificherebbe una rinuncia nell’investire in attività di ricerca e sviluppo da parte delle

imprese, in quanto queste, se dovessero raggiungere lo scopo di produrre il prodotto pensato, si vedrebbero

entrare nel mercato imitatori che farebbero abbassare il suo profitto. Di conseguenza il brevetto è una sorta

di incentivo ad investire nella ricerca e nello sviluppo ed una sicurezza per un mercato monopolistico.

L’insieme, invece, delle norme aventi lo scopo d’impedire alle imprese di sfruttare il potere di mercato

limitando la produzione, prende il nome di politica antitrust, la quale ha a disposizione due strumenti:

 intervento sulla condotta, in questo caso si intende un provvedimento dell’amministrazione

pubblica, che si propone di modificare un comportamento dell’impresa (compito difficile e costoso);

 intervento sulla struttura, anche questo è un provvedimento dell’amministrazione pubblica, che in

questo caso però modifica la struttura di un’industria, allo scopo di renderla più concorrenziale.

Questo intervento è preferito al primo per due motivi: il primo è che rende il mercato più

concorrenziale e quindi non sarà più necessario controllare continuamente il comportamento delle

imprese; il secondo motivo è che, una volta attuato l’intervento, i manager possono essere lasciati

liberi di agire nell’interesse della loro impresa.

Per capire se sia davvero conveniente intervenire sulla struttura, vediamo quale sono le ragioni per cui la

struttura di un mercato non è concorrenziale:

 le economie di scala, può darsi che in un’industria operino poche imprese perché la domanda di

mercato del loro prodotto è troppo limitata per giustificare l’esistenza di un numero elevato di

produttori. Questa situazione si verifica quando vi sono notevoli economie di scala. Un caso estremo

di economie di scala che modificano il mercato si ha nel caso di quando ci sia solo un produttore. Si

dice quindi che un’industria costituisce un monopolio naturale se un’unica impresa è in grado di

produrre la quantità domandata complessivamente a un costo inferiore rispetto a quello che

dovrebbero sostenere più imprese produttrici;

 le barriere all’entrata, il numero delle imprese operanti in un’industria può essere limitato a causa

di barriere all’entrata, le quali possono essere: di natura tecnologica, quando gli aspiranti produttori

non posseggono le conoscenze tecniche necessarie, o non hanno accesso a qualche input; di natura

legale, quando l’accesso è limitato per volere delle autorità pubbliche;

 la differenziazione dei prodotti, se i beni delle imprese di una certa industria sono differenziati,

queste imprese faranno il prezzo anche se il loro numero è elevato. Questa differenziazione amplifica

gli effetti dell’economie di scala.

In conclusione possiamo dire che può essere troppo costoso creare una struttura di mercato concorrenziale in

determinate industrie; in questi casi può darsi che le autorità antitrust preferiscano ricorrere ad interventi

sulla condotta piuttosto che a interventi sulla struttura. Ci sono poi dei mercati, nei quali le imprese

applicano prezzi diversi ad acquirenti diversi; in questi casi si dice l’impresa pratica la discriminazione di

prezzo. Per trarre vantaggio da questo sistema, devono essere soddisfatte tre condizioni:

1. il venditore deve essere un decisore del prezzo, in questa condizione il venditore si troverebbe

davanti ad una curva di domanda decrescente, quindi può essere vantaggioso, per lui, applicare un

prezzo più elevato ai consumatori che hanno una maggiore disponibilità a pagare;

2. l’impresa deve essere in grado di classificare i consumatori in base alla loro disponibilità a

pagare, può infatti essere vantaggioso per il monopolista suddividere i suoi clienti in gruppi, in base

alla loro curva di domanda (anche se ciò è difficile e non sempre preciso). Questa politica è però

inefficiente se i consumatori che acquistano il bene a basso prezzo, sono in grado di rivenderlo a

coloro che lo dovrebbero pagare di più. Dunque, quando i consumatori che acquistano determinati

beni a un prezzo ridotto, riescono a rivenderli a persone che altrimenti li pagherebbero di più, si parla

di arbitraggio. Se tutti praticassero questa “manovra”, la discriminazione di prezzo sarebbe del tutto

inefficacie;

3. i compratori non devono poter praticare l’arbitraggio.

La discriminazione di prezzo, si divide in tre diversi tipi, che sono:

1. discriminazione di prezzo del primo ordine (o discriminazione di prezzo perfetta), si ha quando

l’impresa riesce a vendere ciascuna unità del suo prodotto a un prezzo che coincide esattamente con

la cifra massima che l’acquirente è disposto a pagare per quell’unità. Dunque, il produttore venderà il

proprio prodotto a un prezzo diverso per i diversi acquirenti; qualora un unico consumatore acquisti

più di un’unità del bene, unità diverse verranno vendute a prezzi diversi allo stesso acquirente. Anche

in questo caso, l’impresa produrrà la quantità in corrispondenza della quale il ricavo marginale è

uguale al costo marginale. In questo caso però non si verifica una perdita sulle unità inframarginali,

quindi, la curva del ricavo marginale e la curva di domanda coincidono. In conclusione, il

monopolista che applica la discriminazione di prezzo perfetta, espande il suo volume di produzione

finché il prezzo dell’ultima unità venduta non coincida con il costo marginale (egli produrrebbe la

stessa quantità che produrrebbe un’impresa che non fa il prezzo);

2. discriminazione di prezzo del secondo ordine, questo è il caso di quando il monopolista può

praticare prezzi non costanti o non lineari per il prodotto; quindi ogni unità prodotta è venduta ad un

prezzo dipendente dal numero di unità acquistate da ciascuno. Un esempio di questo tipo di

discriminazione è la autoselezione: in questo caso infatti il monopolista non riesce a distinguere i

consumatori in base a caratteristiche osservabili, dunque cerca metodi per far rivelare, agli stessi

consumatori, la loro disponibilità a pagare;

3. discriminazione del terzo ordine, in questo caso il venditore riesce ad individuare diverse categorie

di consumatori di un certo bene, e quindi applica loro prezzi diversi per questo bene.

CAPITOLO XII – I comportamenti monopolistici

In molti mercati, i venditori fanno il prezzo, caratteristica del monopolio e, allo stesso tempo, essi sono

caratterizzati da un numero elevato di venditori e da libertà d’entrata, caratteristica della concorrenza

perfetta. Il tipo di mercato che unisce quindi aspetti del monopolio e aspetti della concorrenza perfetta,

prende il nome di concorrenza monopolistica. Vediamo le ipotesi fondamentali che lo compongono:

1. i venditori fanno il prezzo, anche in questo caso, la curva di domanda è decrescente;

2. i venditori non adottano comportamenti strategici, ciò accomuna sia l’uno che l’altro mercato;

3. non esistono ostacoli all’ingresso di nuovi venditori nel mercato, queste condizioni sono uguali a

quelle della concorrenza perfetta;

4. gli acquirenti non fanno il prezzo, come avviene sia nella concorrenza perfetta che nel monopolio.

Vediamo adesso, invece, la struttura del mercato della concorrenza monopolistica:

 dimensione e numero dei compratori, il numero degli acquirenti dovrà essere elevato e nessuno di

essi dovrà acquistare una quantità tanto rilevante da poter influire sul prezzo;

 dimensioni e numero dei venditori, le imprese, anche in questo caso, non assumono comportamenti

strategici, di conseguenza esse sono numerose, ma ciò non vuol dire che esse non facciano il prezzo;

 grado di sostituibilità tra i prodotti dei diversi venditori, non essendo i prodotti offerti, perfetti

sostituti, ciascun venditore può alzare il prezzo del proprio prodotto senza perdere per questo tutti i

clienti. Essendo i prodotti, diversi agli occhi degli acquirenti, essi sono definiti prodotti eterogenei;

 livello d’informazione dei compratori sui prezzi e sulle diverse opportunità, in questo tipo di

mercato, il livello d’informazione non influisce, in quanto esso è compatibile sia con mercati in cui i

consumatori sono ben informati, sia con mercati in cui sono poco informati;

 facilità d’entrata nel mercato, vi è libertà d’accesso, come nel caso della concorrenza perfetta.

Per analizzare l’equilibrio della concorrenza monopolistica, è necessario unire il procedimento di fissazione

del prezzo da parte di un monopolista e le condizioni d’accesso di mercato della concorrenza perfetta.

Devono essere però analizzati due diversi equilibri: uno relativo al breve periodo e un altro al lungo periodo.

Equilibrio di breve periodo. In questo caso il numero delle imprese operanti nel mercato, n, è fisso. Per

semplicità si considera un’impresa tipo, anche se le curve dei costi e le curve di domanda individuali di tutte

le imprese, hanno lo stesso andamento. Ciascun impresa ha una curva di domanda, D , decrescente, la quale

n

dipende da quanti concorrenti il mercato presenti. Di conseguenza quando il numero dei produttori aumenta,

la curva di domanda di ciascuna impresa si sposta verso sinistra. La massimizzazione del profitto, induce

l’impresa a produrre la quantità in corrispondenza della quale il ricavo marginale eguaglia il costo

marginale. Il prezzo di equilibrio, al quale è venduta tale quantità, si trova in relazione alla curva di domanda

dell’impresa. Il profitto, calcolato moltiplicando la differenza tra ricavo medio e costo medio per il numero

di unità prodotte, ci dirà se è conveniente cessare l’attività oppure continuare a produrre. Nel breve periodo,

ottenendo un profitto economico, all’impresa converrà produrre.

Equilibrio nel lungo periodo. Esistendo libertà d’accesso all’industria, nel lungo periodo nuove imprese

entreranno nel mercato, vedendo la possibilità di ottenere un profitto economico positivo. Ovviamente,

adesso, l’impresa per analizzare il proprio equilibrio, dovrà considerare le curve dei costi e dei ricavi di

lungo periodo. Possiamo dire che, l’ingresso di nuove imprese ha due effetti: il primo è che in consumatori

hanno più scelta, il secondo è che il numero dei clienti per impresa diminuisce. Supponendo che il numero

delle imprese aumenti e passi così da n a n’, abbiamo come conseguenza che la curva di domanda

dell’impresa in esame, come quella del ricavo marginale, si sposta verso sinistra, determinando così una

produzione minore di unità. L’ingresso di nuove imprese, determina una riduzione del profitto di ogni

singola impresa. Il raggiungimento di un profitto economico da ogni impresa, sarà possibile finché ci sarà

qualche volume di produzione in corrispondenza del quale, il ricavo medio dell’impresa è superiore al suo

costo medio (quindi la curva di domanda s trova al di sopra della curva di costo medio). A queste condizioni

continueranno ad entrare imprese nel mercato. Nella situazione di equilibrio di lungo periodo quindi, le

imprese operanti nel mercato devono ottenere un profitto economico pari a zero. Di conseguenza, ciascuna

impresa deve produrre la quantità in corrispondenza della quale: il ricavo marginale è uguale al costo

marginale; il ricavo medio (il prezzo) è uguale al costo medio. Il nuovo prezzo di equilibrio corrisponderà

quindi al punto di tangenza tra la curva di domanda e la curva di costo medio dell’impresa.

In alcuni casi, è possibile che le imprese produttrici delle stesso bene, si accordino per limitare il volume di

produzione complessivo, facendo salire quindi il prezzo del bene. In questo caso, si dice che le imprese

costituiscono un cartello. Si parla di esito di cartello pieno, per indicare la combinazione prezzo-quantità

prodotta, che massimizza il profitto complessivo delle imprese che fanno parte di un cartello.

Riprendendo il concetto della concorrenza monopolistica, possiamo vedere un suo utilizzo, come

interpretazione unitaria, dei fenomeni di localizzazione nello spazio e nel tempo e di differenziazione del

prodotto. La differenziazione del prodotto consiste nella percezione da parte del consumatore della

convenienza a rivolgersi a un particolare prodotto, che massimizza la sua soddisfazione, ovvero minimizza i

costi associati al procurarsi quel prodotto (la lontananza comporta, ad esempio, un maggiore sforzo). Quindi,

è possibile ora introdurre, il modello di localizzazione lineare, il quale studia la tipologia della posizione

dei venditori, in base alla posizione degli acquirenti. In questo modo, i venditori, si posizioneranno

esattamente nello stesso punto, e nella metà precisa della strada, così da potersi spartire equamente i clienti.

CAPITOLO XIII – La teoria dei giochi

È definito come gioco, qualunque situazione d’interazione strategica tra imprese che prendono decisioni nel

mercato. Attraverso la teoria dei giochi non cooperativi, si analizzano i processi decisionali in situazioni in

cui i comportamenti strategici sono rilevanti. Coloro che sono indicati come decisori del gioco, sono anche

chiamati, semplicemente, giocatori (ne sono un esempio, le imprese all’interno di un mercato non

concorrenziale). Le scelte che ciascun giocatore compie, costituiscono la strategia, mentre le cose che il

giocatore fa sulla base di questa strategia sono definite azioni. In fine, i compensi che ottengono i giocatori

al termine di un gioco, sono le cosiddette vincite. Ovviamente ciascun gioco ha un proprio sistema di regole,

il quale è possibile rappresentare, attraverso la matrice delle vincete, ovvero una rappresentazione delle

possibili strategie e risultati di una situazione d’interazione strategica. In questo sistema, la regola

decisionale indica una strategia che indica quale azione si debba compiere, a seconda di quanto è avvenuto

precedentemente nel gioco. In questo contesto, quando un’impresa decide quale sia il proprio

comportamento migliore, tenendo conto del comportamento dell’altra impresa, si parla di risposta ottima.

Nel linguaggio della teoria di giochi, si definisce similarmente l’equilibrio di Nash, che implica che la

strategia di equilibrio di ciascun giocatore, debba essere una risposta ottima alla strategia di equilibrio scelta

dall’altro giocatore. Questa definizione ci permette di concludere che: io decido il meglio per me, data la tua

azione; tu decidi il meglio per te, data la mia azione. Viene definita invece strategia dominante, una

strategia che funziona bene almeno quanto qualsiasi altra, indipendentemente da ciò che decide di fare

l’altro giocatore. Di conseguenza, un giocatore non ha motivo di utilizzare una strategia diversa da quella

dominante, se ha appunto adottato una strategia dominante. Quindi, quando ciascun giocatore ha una

strategia dominante, l’unica situazione di equilibrio è quella in cui ciascun giocatore continui ad adottare la

propria strategia dominante. Questo equilibrio prende il nome di equilibrio in strategie dominanti. Per

trovare una combinazione di strategie in equilibrio perfetto, queste stesse strategie devono soddisfare due

condizioni: una è quella relativa all’equilibrio di Nash; l’altra si riferisce invece alla condizione di

credibilità, secondo la quale una minaccia (o promessa) è credibile solo se è nell’interesse del giocatore

attuarla, cioè se le condizioni del gioco lo rendono necessario. L’analisi delle condizioni del gioco sono

quindi importanti, in quanto possono essere diverse, infatti un gioco può essere:

 simultaneo, in questo caso le decisioni dei giocatori sono prese contemporaneamente, quindi il gioco

è a informazione imperfetta, ovvero il caso in cui almeno uno dei giocatori deve decidere senza

poter conoscere la scelta fatta in precedenza, o contemporaneamente, da qualche altro giocatore;

 sequenziale (o dinamico), qui le scelte di un giocatore sono prese in seguito alle azioni fatte

dall’altro giocatore, quindi il gioco è ad informazione perfetta.

 a somma costante, in questo caso se un giocatore perde, l’altro vince esattamente quanto l’altro ha

perso;

 a somma non costante, qui invece i giocatori possono vincere o perdere contemporaneamente.

Molto interessante è poi il cosiddetto dilemma del prigioniero, ovvero una situazione d’interazione

strategica in cui tutti e due i giocatori hanno una strategia dominante ma, se scelgono contemporaneamente

tale strategia, finiscono per stare peggio di quanto starebbero se si mettessero d’accordo per adottare

entrambi una strategia diversa.

Un'altra tipologia di gioco è il cosiddetto game of chicken; in questo caso, i due giocatori si trovano davanti

a due tipi di scelte, una vincente e una perdente, che devono prendere contemporaneamente. In questo caso

quindi, ci sono due equilibri di Nash: uno è quando il giocatore A sceglie la strategia vincente e il giocatore

B quella perdente, l’altro è invece quando A sceglie la strategia perdente mentre B quella vincente. Nella

pratica, questo caso può verificarsi quando due imprese tentano di competere in un mercato dove c’è spazio

solo per una (strategia vincente: entro, strategia perdente: non entro). Un altro gioco è invece il gioco ad

entrata: esso consiste nella presenza di due imprese, una monopolista, mentre l’altra entrante (cioè vuole far

concorrenza all’altra entrando nel mercato). Per l’analisi di questo gioco, si usa lo schema del cosiddetto

albero del gioco, nel quale vi è una concettualizzazione delle scelte decisionali che fornisce una

rappresentazione grafica di una situazione di interazione strategica. Dunque, questo è un gioco sequenziale,

dove inizia l’impresa entrante, le cui possibili scelte sono due: entrare o non entrare. Se l’impresa non entra,

allora il monopolista continuerà a produrre come in precedenza; se invece l’impresa entrante partecipa al

mercato, allora il monopolista dovrà scegliere se accettare l’entrata, spartendosi equamente il mercato, o se

diventare aggressivo nei confronti dell’altra imprese, ottenendo così un profitto molto basso. In questo

momento siamo di fronte a due equilibri di Nash: uno corrisponde alla coppia, “non entro” dell’impresa

entrante e “sono aggressivo” del monopolista; l’altro corrisponde alla coppia “entro” della nuova impresa e

“sono accordante” del monopolista. Il primo equilibrio però, si basa su di una minaccia (quella di esser

aggressivo da parte del monopolista, nel caso in cui la nuova impresa decida di entrare nel mercato) nei

confronti dell’impresa entrante, la quale però deve verificare se questa minaccia sia o no credibile. La

risposta è no, in quanto se essa non entrasse, il monopolista non avrebbe motivo di essere aggressivo, in

quanto danneggerebbe solamente il suo profitto. Quindi, è utile sviluppare un metodo che possa individuare

solo un equilibrio di Nash; questo metodo è il metodo di induzione all’indietro, attraverso il quale si inizia

l’analisi del gioco, partendo dal fondo dell’albero. Dunque, si parte dalla scelta del monopolista, nel caso in

cui si trovi nel mercato questa nuova impresa. Egli ovviamente sceglierà di essere accordante, in quanto

questa situazione gli frutterà di più che essere aggressivo. Adesso ci spostiamo al nodo decisionale

dell’entrante: egli, se non entra avrà un profitto economico pari a zero, se invece entra nel mercato,

“attiverà” un monopolista accomodante, che gli permetterà di avere un guadagno economico positivo.

Dunque, l’unico equilibrio di Nash che il gioco presenta è: (E; ACC).

L’ultima categoria di giochi è quella dei cosiddetti giochi ripetuti, nei quali i giocatori si trovano a prendere

ripetutamente le stesse decisioni. Ovviamente, l’orizzonte temporale si amplia e ciò modifica la strategia dei

giocatori, i quali sono influenzati dalle scelte fatte in passato dagli altri giocatori. Vi sono due tipologie di

giochi ripetuti:

 giochi a ripetitività limitata, in questo caso entrambi i giocatori sanno quando il gioco finirà. Le

due possibili strategie che i giocatori possono adottare sono: cooperare o non cooperare. Per

analizzare questo gioco, si parte dall’ultimo giorno. In questo giorno infatti, sicuramente i due

giocatori non coopereranno, in quanto cercheranno di trarre la maggior quantità di utilità, essendo

appunto l’ultimo giorno. In seguito passiamo all’analisi del penultimo giorno: in questo caso i due

giocatori sanno che il giorno dopo non coopereranno, di conseguenza non cooperano nemmeno

questo giorno. Lo stesso ragionamento, può essere fatto fino ad arrivare al primo giorno.

Conclusione: in un gioco a ripetitività limitata i giocatori non cooperano mai;

 giochi a ripetitività illimitata, in questo caso il giocatore applica la strategia TIT x TAT, ovvero il

primo giorno coopera e vede come si comporta l’altro giocatore, poi, dal secondo giorno, fa quello

che ha fatto l’altro giocatore il giorno prima. Dunque, se entrambi i giocatori utilizzano la seguente

strategia, allora si stabilisce un equilibrio cooperativo e, di conseguenza, un equilibrio di Nash.

CAPITOLO XIV – L’oligopolio e il comportamento strategico

Quando le imprese di una determinata industria, si rendono conto che le decisioni di ciascuna di loro

riguardo al prezzo e al volume di produzione influiscono sui profitti di tutte le altre, si dice che sono

consapevoli della loro interdipendenza reciproca. Introduciamo quindi adesso, il modello dell’oligopolio,

il quale è un mercato in cui operano poche ma grandi imprese, le quali si basano sui seguenti presupposti:

1. i venditori fanno il prezzo, in questo caso le imprese fanno il proprio e l’altrui prezzo, in quanto le

loro decisioni si ripercuotono sui prezzi delle imprese concorrenti;

2. i venditori si comportano in modo strategico, ovviamente la decisione dei prezzi rientra in questa

caratteristica, fondamentale per questo tipo di mercato;

3. l’accesso al mercato può essere del tutto libero o completamente bloccato;

4. gli acquirenti non fanno il prezzo, come accade nei mercati perfettamente concorrenziali,

monopolistici e in quelli caratterizzati da concorrenza perfetta.

Vediamo adesso, quali sono invece le caratteristiche principali che formano questo tipo di mercato:

 dimensioni e numero dei compratori, il numero degli acquirenti è elevato, inoltre, nessuno di essi,

acquista una quantità abbastanza rilevante da poter influire sul prezzo;

 dimensioni e numero dei venditori, qui succede l’opposto dei compratori, infatti il numero dei

produttori è molto ridotto, nonostante essi siano di grandi dimensioni;

 grado di sostituibilità tra i prodotti dei diversi venditori, questa caratteristica varia a seconda del

mercato oligopolistico considerato, infatti vi possono essere mercati in cui sono presenti perfetti

sostituti, o mercati in cui i prodotti sono altamente differenziati;

 livello d’informazione dei compratori sui prezzi e sulle diverse possibilità disponibili, anche in

questo caso vi possono essere mercati in cui i consumatori sono ben informati, o mercati in cui

invece essi sono poco informati;

 facilità d’entrata nel mercato, vi può essere sia libertà d’entrata sia la presenza di ostacoli che

invece la impediscono.

Equilibrio di Cournot-Nash. Per iniziare, consideriamo un mercato oligopolistico, formato da due sole

imprese, che chiameremo duopolio; questo mercato inoltre è completamente bloccato, i prodotti al suo in-

terno sono omogenei e il costo marginale di produzione è costante ed uguale per le due imprese. In questa

industria, non vi sono costi fissi ed inoltre, risulta che i costi marginali delle due imprese, essendo uguali e

pari ad una costante, siano anche uguali ai costi medi delle imprese: MC = MC =AC = AC = c. Date

A B A B

queste condizioni, è interessante valutare l’equilibrio di mercato, immaginando che le imprese prendano

decisioni sulla quantità da vendere. In questo caso quindi, ogni impresa sceglie la quantità che le permette di

massimizzare il profitto, in base alla quantità scelta dall’altra impresa. Per questo motivo, si parla di curva

di risposta ottima (o curva di reazione), per indicare una scheda che indica il comportamento ottimale per

un operatore economico, a seconda delle scelte compiute dagli altri operatori. La domanda di mercato è

lineare ed è uguale a: p = a – bx, dove x è la quantità totale del prodotto sul mercato, ed è quindi uguale a:

x = x + x . Da ciò deriva che: p = a - b(x + x ). Sappiamo inoltre che il ricavo dell’impresa è dato dal

A B A B

prodotto tra il prezzo di vendita è la quantità venduta; quindi, avremo che: R = [a – b(x + x )]x e, di

A A B A

conseguenza, si avrà che il ricavo marginale sarà: MR = a – 2bx – bx . A questo punto, per la regola del

A A B

prodotto marginale, costo e ricavo marginali devono coincidere, dunque deve essere: a – 2bx – bx = c; da

A B

questa equazione si ricava la curva di reazione dell’impresa A, che è: x (x ) = (a – c – bx )/2b. Con lo stesso

A B B

procedimento, si ottiene la curva di reazione dell’impresa B: x (x ) = (a – c – bx )/2b. Queste due rette,

B A A

intersecano gli assi cartesiani in due importanti punti, che sono: la quantità di monopolio, che è (a – c)/2b

per l’impresa A e (a – c)/b per l’impresa B; e la quantità di concorrenza, la quale è la quantità ottenuta

ponendo il prezzo uguale al costo marginale, ed è (a – c)/b per l’impresa A e (a – c)/2b per l’impresa B. In

fine, dunque, l’intersezione delle due curve reazione, fornisce l’equilibrio di mercato dell’industria, più

precisamente chiamato equilibrio di Cournot-Nash, il quale non è altro che un equilibrio di Nash, in un

mercato in cui la strategia di ciascuna impresa consiste nella scelta del proprio volume di produzione. Le

quantità prodotte dalle rispettive imprese, si trovano mettendo a sistema le due curve di reazione, dalle quali

otteniamo le seguenti quantità: x = (a – c)/3b e x = (a – c)/3b. Quindi, la quantità totale del prodotto

A B N

omogeneo delle due imprese, presente sul mercato, è uguale a: X = 2(a – c)/3b. Il prezzo di mercato si

trova sostituendo la quantità di mercato trovata, nell’equazione di domanda di mercato iniziale, dunque si

N

ottiene che: p = (a + 2c)/3. Il profitto delle due imprese invece coincide, ed è uguale alla differenza tra i

2

ricavi (pq) di ciascuna impresa ed i costi (cq): π = π = (a – c) /9b.

Α B

Equilibrio di Bertrand. Un equilibrio di Nash in un mercato in cui la strategia di ciascuna impresa consiste

nella scelta del prezzo al quale vendere il prodotto, viene definito equilibrio di Bertrand. In questo caso le

imprese si trovano a decidere il prezzo a cui vendere i propri prodotti, contemporaneamente. Le due imprese

stabiliranno il prezzo che soddisferà l’equilibrio di Bertrand, in modo tale che nessuna delle due imprese

desidererà variare il proprio prezzo, dato il prezzo applicato dalla concorrente. Trovandoci sempre in un

mercato oligopolistico, tra le due imprese vi è un rapporto di interdipendenza reciproca, dunque, la domanda

a cui si trova di fronte un’impresa, dipende dal comportamento dell’altra. Da ciò segue che, se un’impresa


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DETTAGLI
Esame: Microeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.dimattia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Ferrante Vittorioemanuele.

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