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Capitolo I: L'inizio della radio

Già nel 1916 il presidente della America Marconi Company, David Sarnoff, aveva immaginato di fare della radio uno strumento domestico. L’invenzione della radio coincide con l’affermarsi nel mondo occidentale, agli inizi del XX secolo, di un tipo di capitalismo sempre più fondato sulla produzione di beni di uso quotidiano e durevoli. Non si può assegnare a nessun uomo e nemmeno a nessun paese l’invenzione della radio, che fu il risultato di uno straordinario concorso di forze intellettuali e di organizzazione industriale, di tutto il mondo.

Alla fine della prima guerra, le principali compagnie controllano gran parte dei brevetti e sono in grado di governare i futuri sviluppi di un mercato che si annuncia ormai promettente. Insieme al telefono, la radio fu una delle poche industrie a trarre enormi vantaggi dalla guerra. In tutti i paesi direttamente coinvolti nel conflitto la radio, ancora un telefono senza fili, si sviluppa come mezzo bellico e da lì la sua trasformazione.

Verso la fine del secondo decennio del secolo, con il passaggio dallo sfruttamento commerciale della radiotelegrafia alla creazione delle prime società di radiodiffusione, si delineano i due sistemi contrapposti di organizzazione radiofonica nazionale: il monopolio pubblico del broadcasting in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia; il sistema privato del network in America. In Gran Bretagna, il 23 febbraio del 1920, in Cornovaglia, ottenuta l’anno prima una temporanea autorizzazione dal Post Office, trasmise il primo regolare servizio radiofonico della storia per due ore consecutive al giorno per due settimane. Ebbe talmente tanto successo che la Radio Society of Great Britain raccoglieva decine di club di radioamatori e le richieste di licenza e autorizzazioni a trasmettere diventavano sempre più numerose.

Il fenomeno divenne inarrestabile, e il Post Office cominciò a porsi il problema di garantire lo sviluppo del mezzo entro un sistema armonico di controllo statale. Nacque così la Broadcasting Company costituita il 18 ottobre del 1922 dall’unione di alcune tra le maggiori compagnie britanniche. In America succedeva l’esatto contrario: l’enorme estensione territoriale, la diffusione del benessere, la propensione all’investimento, il numero incredibile di operatori, erano tutti fattori che moltiplicavano il numero e la qualità dei protagonisti dell’impresa radiofonica. Negli USA entrano in scena le corporations. Tra il 1912 e il 1916 furono rilasciate più di 8.500 licenze di trasmissione.

In Italia si cominciò a parlare della possibilità di istituire servizi radioelettrici e radiofonici nell’ultimo scorcio dell’età giolittiana. La prima legislazione italiana sulle comunicazioni senza fili risale al 1910. Il progetto assegnava l’esercizio delle radio comunicazioni alla sfera dei servizi pubblici e sottoponeva a regime restrittivo le concessioni a società private. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale e la crisi della riconversione post-bellica troncarono a metà tutti i progetti in corso e bloccarono l’attuazione di queste prime norme legislative. Fu solo in coincidenza con l’avvento del fascismo che la questione tornò in attualità.

Fin dal 1920 era stata creata l’Agenzia radiotelegrafica italiana, del gruppo Marconi, e nel 1921 una nuova impresa, la Società Italiana per i servizi radiotelegrafici e radiofonici, era sorta per rilanciare le attività che facevano capo al nome Guglielmo Marconi. Già dal 1898 era già nata a Londra la Marconi’s Wireless Telegraph Company, detentrice di tutti i brevetti dell’inventore bolognese. In Italia fin dal 1912 egli aveva concesso gratuitamente per vent’anni l’uso dei suoi brevetti alle amministrazioni dell’esercito e della Marina. La domanda di concessione del monopolio radiotelegrafico presentata da Marconi non ebbe esito positivo. Mussolini decise di salvaguardare le posizioni del governo con un decreto che riservava allo Stato l’impianto e l’esercizio di comunicazioni per mezzo di onde elettromagnetiche con facoltà per il governo di accordarli in concessione.

Mussolini inoltre aveva nominato una commissione nel febbraio del 1922, che doveva prendere in esame la situazione determinatasi alla scadenza delle convenzioni particolari stipulate tra la Compagnia Marconi e il governo italiano nel 1916. La commissione decise che non si poteva affidare un servizio tanto delicato come quello radio telefonico a una sola società. Nel 1923 fu creata, con un accordo tra le società francese e tedesca, la Italo Radio. Nello scenario della nascente industria radiofonica italiana si inserisce nel 1924 un nuovo personaggio: nasce il Ministero delle comunicazioni, con a capo Costanzo Ciano.

Il 27 agosto del 1924 nasceva a Roma l’Unione radiofonica italiana (URI) costituita dalla Radiofono, cioè dal gruppo Marconi azionista di maggioranza, e dalla SIRAC; nel consiglio di amministrazione c’erano due ingegneri della Western Electric americana. Questa era la prima società di broadcasting italiana. Il 1924 fu un anno importante: con il regio decreto-legge 1° maggio 1924 venivano definiti i contenuti delle radiodiffusioni: concerti, teatro, conversazioni, notizie. Veniva inoltre regolato il sistema di finanziamenti ai futuri concessionari attraverso la pubblicità commerciale e i canoni di abbonamento. Con un altro regio decreto si fissavano le norme sulla diffusione di notizie a mezzo radio che la società concessionaria non aveva il diritto di trasmettere senza un visto preventivo dell’autorità politica locale, a meno che le notizie stesse non fossero fornite dall’agenzia designata dalla Presidenza del consiglio.

La convenzione stipulata il 27 novembre 1924 fra Unione radiofonica italiana e il Ministero delle comunicazioni istituiva la figura giuridica della società concessionaria: lo Stato concedeva all’URI l’esclusiva del servizio radiofonico in Italia per 6 anni.

Capitolo III: La parola elettrica

Nel potenziamento della radio, che si manifesta in Italia solo dopo il 1927, oltre a quello politico c’è anche l’interesse meno evidente di larghi settori dell’industria nazionale. Esattamente in un anno, dal gennaio del 1927 al gennaio del 1928, si definiscono le caratteristiche del nuovo sistema: potenziamento delle stazioni trasmittenti, creazione di un nuovo ente concessionario, istituzione di un Comitato superiore di vigilanza sulle radiodiffusioni. Dopo il 1920, nel consiglio di amministrazione dell’URI diventata EIAR, era cambiato e ne facevano parte sia la SIP che la FIAT o meglio la holding IFI con Giovanni Agnelli.

Il 30 giugno del 1931, con atto notarile, la Società idroelettrica piemontese entrò in possesso dell’intero pacchetto azionario della SIPRA (società che amministrava la pubblicità radiofonica). In seguito, gli studi e gli uffici amministrativi dell’EIAR di Torino venivano trasferiti al palazzo dell’elettricità, ovvero la sede della SIP e due anni dopo sempre la SIP incorporava la società di maggioranza della Radiofono, produttrice di apparecchi radio e specializzata nella sistemazione di cavi telefonici.

Dopo la svolta degli anni ‘30, la struttura e l’organizzazione radiofonica italiana erano ormai definite sia giuridicamente che finanziariamente. Nasce in questo periodo il modello della radio italiana: regime di monopolio, combinazione singolare di struttura privatistica e di controllo governativo, ampliamento dei settori di intervento, ricorso ai sistemi più diversi, e spesso mascherati, di finanziamento.

Nel 1934 il presidente dell’EIAR propose al gruppo di costruttori di apparecchi radio di costruire un radioricevitore di tipo popolare. Così si introduceva la radiofonia nelle scuole di campagna e per il quale, nel 1933, era stato costituito l’Ente radio rurale. Finalmente nel maggio del 1937 fu messa in vendita al prezzo di 430 lire il Radiobalilla. Il direttore generale dell’EIAR, Chiodelli, riconosceva che le masse ascoltavano la radio per colmare i vuoti del tempo libero piuttosto che per una scelta ragionata, quindi cercò di stupire da un lato gli ascoltatori con collegamenti eccezionali, tipo da un aereo o da un treno, e dall’altro venire incontro alla passione amatoriale dei radiodilettanti che continuavano ad essere i più ferventi protagonisti del mezzo.

Tra essi, l’ente concessionario aveva selezionato un consistente numero di appassionati che in ogni comune italiano si dedicavano alla diffusione della radio. Nonostante ciò, il numero di abbonati rimaneva sempre basso. Nella prima metà degli anni trenta si va da realizzando un passaggio da un periodo caratterizzato dall’obiettivo di vendere il prodotto, ad un periodo dominato dalla necessità di utilizzare la radio come vero e proprio mezzo di propaganda politico-sociale. Gli spazi destinati a fasce sociali differenziate erano andate via via ampliandosi su esplicita richiesta di varie istituzioni nazionali.

Ad esempio, fu attuato un progetto verso le campagne che, secondo il governo, avevano meno scuole e meno biblioteche per cui potevano usufruire di canali radiofonici educativi. Nel 1933 venne creato l’Ente radio rurale al fine di contribuire alla elevazione morale e culturale delle popolazioni rurali. Si propone esplicitamente di educare la nuova generazione fin dalla più tenera età secondo i principi della dottrina fascista e far partecipare i bambini, anche quelli dei più remoti villaggi, alla vita della Nazione. In realtà, molti, soprattutto nel sud, non vennero nemmeno sfiorati dalla radio che non ebbe mai una forza propagandistica come quella della televisione in anni più recenti. L’esperienza della radio faceva parte dell’esposizione complessiva dei ceti borghesi e piccolo-borghesi. A quasi dieci anni dal suo esordio, la radio diventa elemento dello status symbol.

La programmazione di “Radiocorriere” è di genere leggero: erano di moda gli sketch di Vittorio De Sica, Giuditta Rissone e Umberto Melnati, i motivi orecchiabili del Trio Lescano. In quegli anni nasce anche il primo cabaret radiofonico sull’esempio tedesco del Bunte Stunden (le ore dello svago) e dell’inglese no-stop variety, nel quale si sperimenta un genere di intrattenimento basato su una serie di variazioni intorno ad un unico tema, generalmente il circo, l’auto, il matrimonio, la provincia, le canzoni. Avevano fatto il loro debutto il poeta Luciano Folgore con il grammofono delle verità, Achille Campanile con il mondo per traverso e Cesare Zavattini con la famosa serie Parliamo tanto di me. In questi varietà si trattava di combinare il linguaggio parlato con quello musicale per dare vita a formule totalmente innovative. Queste formule consistevano nel fare grande uso di citazioni di bassa letteratura, di avvenimenti di attualità, di parodie in versi messe in musica su temi di canzoni popolari.

Nacquero “Topolino al castello incantato” e “I quattro moschettieri” entrambi di Angelo Nizza e Riccardo Morbelli i quali, insieme a Storaci e Massicci, dettero vita dai microfoni di Radio Torino ad uno dei fenomeni più clamorosi di tutta la storia della radio italiana. Raggiunse il suo culmine con l’edizione del 1936 alla quale fu abbinato un concorso a premi sponsorizzato dalla Buitoni e dalla Perugina, basato sulla raccolta di figurine. Disegnate da Angelo Bioletto con la silhouette dei personaggi della trasmissione, le figurine ebbero ben presto un proprio mercato.

Il successo del varietà, un adattamento fantasioso del romanzo di Alexander Dumas, era successivamente dovuto all’azione galvanizzante che esso aveva sull’uomo qualunque rendendolo partecipe di un clima eroico, trasfigurato dall’umorismo, dove era possibile dimenticare le sofferenze e le sconfitte della vita quotidiana. La canzone italiana stava sempre di più accreditandosi come genere radiofonico di più vasto consumo. Essa era il legame indispensabile di una programmazione tutta orientata su un target casalingo composto in maggioranza da un pubblico di bambini e di donne. Il pubblico femminile diventa addirittura l’interlocutore privilegiato della pubblicità radiofonica.

In Italia il “radioteatro” fa la sua comparsa solo 5 anni dopo la nascita del servizio regolare di radiodiffusione con “L’anello di Teodosio” di Luigi Chiarelli che va in onda il 6 ottobre 1929. Si tratta di trenta “fonoquadri” costruiti intorno ad una trama giallo-poliziesca di tono umoristico. I temi dei primi radiodrammi erano sempre gli stessi, la prima guerra mondiale crogiuolo delle camice nere. I gruppi universitari fascisti per i quali fu messo a disposizione il programma settimanale “L’ora radiofonica dei GUF” non di rado rappresentavano una vera e propria fabbrica di nuove idee. Molte sperimentazioni radiofoniche nacquero in occasione dei Littoriali ed ebbero, alla radio, il loro primo battesimo.

Via via che si definisce la fisionomia del pubblico emergono le prime ambizioni culturali dell’EIAR il cui obiettivo è quello di riuscire a coniugare divertimento, informazione, educazione come appare del resto dalle novità introdotte nel palinsesto quotidiano della programmazione: un forte aumento del consumo musicale, nuove formule di spettacolo leggero, attenzione per il teatro e per il radiodramma, riorganizzazione del settore delle conversazioni e delle notizie politiche. Col passare del tempo l’EIAR era costretta a scegliere i propri collaboratori per conferenze, conversazioni, lezioni ecc. tra una lista di nomi stabilita dal Ministero delle comunicazioni.

La matrice ideologica del nazionalismo aveva finito per conferire a queste trasmissioni un carattere sempre più politico. La nuova rubrica “Condottieri e maestri”, inaugurata nel 1931 dal vicepresidente dell’EIAR e direttore del “Popolo d’Italia” Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, presentava ai radioascoltatori l’immagine di un’Italia rinnovata, protesa verso le mete più ambite, sotto la guida dei suoi uomini migliori. Nei temi trattati, esenti da conflitti di classe, la connotazione politica e sociale è rivolta soprattutto al mondo contemporaneo e ai problemi di una società in via di sviluppo. Nel panorama di questo primo orientamento culturale non va sottovalutato il momento religioso.

Capitolo IV: La parola autoritaria

Le iniziative prese dal regime per diffondere l’ascolto collettivo nei luoghi pubblici, o in occasione delle grandi adunate, dimostra che si era attribuito al mezzo un potere delegato di persuasione. Mussolini si era convinto che per fascistizzare veramente l’Italia e metterla all’unisono con la propria politica era necessario passare ad una vera e propria azione sistematica di propaganda di massa concepita in strettissimo collegamento con le esigenze politiche del regime e realizzata in periferia con disciplina e uniformità militaresche attraverso tutta una serie di iniziative articolate per settori e livelli ben identificati.

La nomina di Galeazzo Ciano a capo dell’ufficio stampa nell’agosto del 1933 fu segno che Mussolini intendeva dare maggiore impulso a questo organismo. Nel 1934 realizzò un piccolo capolavoro di informazione controllata, mobilitando stampa, radio e cinema in occasione del primo incontro fra Mussolini e Hitler che si svolse a Venezia nel mese di giugno. Fu poi soppresso il comitato di vigilanza che non rispondeva più allo scopo per il quale era stato istituito. Con regio decreto del 3 dicembre 1934 veniva creata una commissione di soli 4 membri per fissare le direttive artistiche dell’EIAR. Nel 1935, il sottosegretario fu elevato a Ministro per la stampa e la propaganda.

Alla fine del 1935 gli abbonati alle radiodiffusioni erano oltre 500 mila. La diffusione della radio nei locali pubblici aveva fatto aumentare, anche se di poco, le vendite di apparecchi forniti di altoparlante rispetto a quelli a galena. Solo la radio poteva rendere simultanea e quindi fortemente avvalorata nella sua dimensione unificante, la parola autoritaria del fascismo, e non a caso, infatti, il genere radiofonico che sembrò rispondere meglio a questo scopo furono le radiocronache e il giornalismo parlato. Il primo collegamento in diretta fu un incontro di pugilato da Milano nel 1928. Si può dire che la radio contribuì ad accrescere la passione sportiva degli italiani.

L’informazione è il nuovo genere radiofonico che sta per decollare, l’unico problema era la preparazione del personale, che era ancora oggetto di critiche da parte del pubblico. Nel 1933 infatti fu istituito un centro radiofonico sperimentale allo scopo di preparare radiotecnici specializzati. Le ragioni dello specifico linguaggio radiofonico vengono sottoposte sempre più a quelle del clima propagandistico voluto dal regime, e nello stile delle radiocronache si insinua la categoria, emotiva e drammatica, dello spettacolo non esente da una forte impronta di esaltazione dannunziana e di fervore futurista. Non va infatti sottovalutata l’influenza di Marinetti.

Per l’annuale della fondazione dei Fasci nel 1933, speciali disposizioni vennero impartite onde assicurare l’ascolto nelle migliori condizioni e da parte di un maggior numero di persone. I costruttori e i commercianti ebbero l’ordine di procurare più apparecchi possibili. Si trattò forse della prima vera audizione di massa della radio italiana. Nelle trasmissioni informative, lo strumento che riuscì meglio a coniugare la pianificazione politica con le qualità specifiche del mezzo fu il giornale radio. Le prime trasmissioni iniziarono nell’ottobre del 1929 a Milano. I radiogi...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/03 Storia dell'arte contemporanea

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