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La logica della ricerca sociale

I paradigmi della ricerca sociale

Kuhn e i paradigmi delle scienze paradigma modello esempio. La parola è stata utilizzata da Platone e da Aristotele. In sociologia si usa molto, e ha diversi significati. Nel 1972 Thomas Kuhn scrive l’opera “La struttura della rivoluzioni scientifiche”, in cui rifiuta la concezione tradizionale della scienza come accumulazione progressiva di nuove scoperte, affermando invece che in certi momenti rivoluzionari si interrompe il rapporto di continuità con il passato e si inizia un nuovo corso, in modo non completamente razionale.

“Si tratta di un elemento arbitrario composto di accidentalità storiche e personali sempre presente come elemento costitutivo nelle convinzioni manifestate da una data comunità scientifica in un dato momento”. Il passaggio da una teoria a un’altra è così globale e ha tali conseguenze che Kuhn lo chiama rivoluzione scientifica. C’è un cambiamento dei problemi da proporre all’indagine scientifica e dei criteri con cui si stabilisce cosa si considera come un problema ammissibile, cambia anche il paradigma. Il paradigma è una struttura concettuale attraverso cui gli scienziati guardano il mondo (prospettiva teorica che è condivisa e riconosciuta dagli scienziati, è fondata su acquisizioni precedenti e indirizza la ricerca riguardo alla scelta dei fatti rilevanti da studiare, alla formulazione delle ipotesi e ai metodi e tecniche di ricerca necessari.

Senza un paradigma una scienza non ha orientamenti né criteri di scelta, perché tutti i criteri, i problemi e le tecniche diventano ugualmente rilevanti. Il paradigma è una guida e fornisce agli scienziati un modello e le indicazioni per costruirlo. Con il paradigma lo scienziato acquisisce contemporaneamente teorie, metodi e criteri. Il paradigma è qualcosa di più ampio di una teoria, è una visione del mondo, una finestra mentale, una griglia di lettura che precede l’elaborazione teorica. La scienza normale corrisponde a quei periodi in cui esiste all’interno di una disciplina un paradigma condiviso dagli scienziati.

Nella storia della sociologia è difficile individuare un paradigma predominante, condiviso da tutti i sociologi. Solo tra gli anni ’40 e ’50 ha prevalso il concetto di sistema e la teoria funzionalista di T. Parsons. Egli rielabora il pensiero degli europei e crea una teoria basata sul sistema e sul consenso. A questo paradigma viene contrapposto quello di Marx, basato sul conflitto sociale. In questo modo possiamo parlare di disciplina multiparadigmatica.

Positivismo e interpretativismo

Da un punto di vista storico, possiamo individuare due paradigmi fondamentali che hanno indirizzato la ricerca sociale: il positivismo e l’interpretativismo. La profonda differenza tra i due paradigmi emerge dalle risposte che essi danno alle domande principali a cui si trova di fronte la scienza sociale: la realtà (sociale) esiste (ontologia)? È conoscibile (epistemologia)? Come può essere conosciuta (metodologia)?

Positivismo

Il paradigma positivista (il primo ad essere utilizzato nelle scienze sociali) studia la realtà sociale utilizzando gli apparati concettuali, le tecniche di osservazione e misurazione, gli strumenti di analisi matematica e i procedimenti di inferenza delle scienze naturali. Il primo vero sociologo positivista è Durkheim, la cui teoria impone di trattare i fatti sociali come cose effettivamente esistenti al di fuori delle coscienze individuali e studiabili oggettivamente.

L’ontologia del positivismo afferma quindi che la realtà sociale ha esistenza effettiva ed è conoscibile, come se si trattasse di una “cosa”. Dal punto vista epistemologico, esso si basa sul dualismo tra ricercatore e oggetto di studio (che non si influenzano a vicenda in nessun modo), presume di ottenere risultati veri e certi, il suo obiettivo è quello di spiegare e di formulare leggi naturali e generali immutabili. La metodologia positivista prevede quindi esperimenti e manipolazioni della realtà, con osservazioni e distacco tra l’osservatore e l’osservato; il suo modo di procedere è prevalentemente induttivo (dal particolare al generale). Le tecniche utilizzate sono quantitative (esperimenti, statistica) e si utilizzano le variabili.

Neopositivismo

Il neopositivismo nasce per rispondere alle critiche che erano state avanzate al positivismo. Dal punto di vista ontologico, adotta il realismo critico, per cui afferma che esiste una realtà sociale esterna all’uomo, ma che essa è conoscibile solo imperfettamente, in modo probabilistico. L’epistemologia del neopositivismo prevede il riconoscimento del rapporto di interferenza tra studioso e studiato, che deve essere il più possibile evitato per poter formulare leggi non più assolute, ma limitate nel tempo e soggette alla continua falsificazione per poter arrivare sempre più vicini alla conoscenza assoluta. La metodologia resta sostanzialmente quella del positivismo, anche se c’è un’apertura ai metodi qualitativi.

Interpretativismo

L’interpretativismo, che vede in Weber il suo esponente principale, non si propone di spiegare la realtà bensì di comprenderla; in questo modo si pone all’opposto del positivismo per quanto riguarda i punti principali del paradigma. Infatti, la sua ontologia prevede il costruttivismo e il relativismo (realtà multiple), vale a dire che non esiste una realtà oggettiva (ogni individuo produce una sua realtà, e solo questa realtà è conoscibile); inoltre anche le singole realtà individuali o anche condivise tra i gruppi sociali, variano comunque tra le diverse culture e quindi non esiste una realtà sociale universale valida per tutti.

L’epistemologia prevede una separazione tra studioso e oggetto dello studio, la ricerca sociale è vista come una scienza interpretativa alla ricerca di significato piuttosto che una scienza sperimentale in cerca di leggi. Nel perseguire il suo scopo (che è quello della comprensione del comportamento individuale), la ricerca sociale può servirsi di astrazioni e generalizzazioni: i tipi ideali e gli enunciati di possibilità. La metodologia prevede l’interazione tra studioso e studiato, perché solo in questo modo è possibile comprendere il significato attribuito dal soggetto alla propria azione. Le tecniche sono quindi qualitative e soggettive e il metodo usato è quello dell’induzione (dal particolare al generale).

Radicalizzazioni e critiche

Una radicalizzazione del positivismo consiste nel riduzionismo, cioè nel ridurre la ricerca sociale ad una mera raccolta di dati senza un’elaborazione teorica che li supporti. In questo modo la ricerca sociale diventa una massa sterminata di dati minuziosamente rilevati, misurati e classificati, ma non coordinati tra loro, privi di connessioni significative, incapaci di rendere una conoscenza adeguata dell’oggetto cui nominalmente si riferiscono.

In ogni caso, la critica maggiore mossa al positivismo è quella di separare troppo nettamente le categorie osservative da quelle teoriche; in altre parole non è possibile sostenere che le forme di conoscenza non siano storicamente e socialmente determinate e quindi dipendenti dalle teorie utilizzate. Per quanto riguarda l’interpretativismo, le critiche maggiori sono rivolte ai filoni sviluppatisi dalla teoria originale di Weber (che pur affermando la centralità dell’intenzione soggettiva, non escludeva la possibilità di tipi ideali) che si spingevano verso un soggettivismo estremo. In questo modo si esclude la possibilità dell’esistenza della scienza sociale, perché se tutto è soggettivo e unico non possono esistere leggi sociali comuni a più individui che hanno assunto autonomia rispetto ai singoli, come le istituzioni.

La seconda critica afferma che se la realtà è una pura costruzione soggettiva, non è possibile andare oltre alla persona, si nega l’acquisibilità di generalizzazioni sovrapersonali e quindi si nega l’oggettività della scienza. Se il ricercatore non può trascendere l’oggetto dell’indagine non può esistere la conoscenza oggettiva.

Ricerca quantitativa e ricerca qualitativa: un confronto

Impostazione della ricerca

Nei due approcci è fondamentalmente diverso il rapporto instaurato tra teoria e ricerca. Nel caso della ricerca quantitativa neopositivista, il rapporto è strutturato in fasi logicamente sequenziali, secondo un’impostazione sostanzialmente deduttiva (la teoria precede l’osservazione), che si muove nel contesto della giustificazione, cioè di sostegno, tramite i dati empirici, della teoria precedentemente formulata sulla base della letteratura.

Nel caso della ricerca qualitativa interpretativista elaborazione teorica e ricerca empirica procedono intrecciate, in quanto il ricercatore vede nella formulazione iniziale di una teoria una possibile condizionamento che potrebbe inibirgli la capacità di comprendere il soggetto studiato. In questo modo la letteratura ha una minore importanza.

Anche i concetti sono usati in modo diverso dai due approcci. I concetti sono gli elementi costitutivi della teoria, e tramite la loro operativizzazione (trasformazione in variabili empiricamente osservabili) permettono alla teoria di essere sottoposta a controllo empirico. Nell’approccio neopositivista la chiarificazione dei concetti e la loro operativizzazione in variabili avvengono prima ancora di iniziare la ricerca. Questo metodo, se da un lato offre il vantaggio di poter rilevare empiricamente il concetto, dall’altro comporta anche lo svantaggio di una forte riduzione e impoverimento del concetto stesso, con il rischio ulteriore che la variabile sostituisca il concetto (reificazione).

Un ricercatore qualitativo avrebbe invece utilizzato il concetto come orientativo (sensitizing concept), che predispone alla percezione, ancora da definire non solo in termini operativi, ma anche teorici, nel corso della ricerca stessa. I concetti diventano quindi una guida di avvicinamento alla realtà empirica, non riduzioni della realtà stessa in variabili astratte.

Rapporto generale con l’ambiente studiato

Per quanto riguarda il rapporto generale con l’ambiente studiato, l’approccio neopositivista non ritiene che la reattività del soggetto possa rappresentare un ostacolo di base, e crede che un certo grado di manipolazione controllata sia ammissibile. Viceversa la ricerca qualitativa si basa sull’approccio naturalistico, vale a dire che il ricercatore non manipola in alcun modo la realtà in esame. I due modi di fare ricerca trovano illustrazioni tipiche e opposte nelle tecniche dell’esperimento e dell’osservazione partecipante.

Interazione psicologica e fisica con i soggetti studiati

Se passiamo alla specifica interazione psicologica con i singoli soggetti studiati, il ricercatore quantitativo assume un punto di vista esterno al soggetto studiato, in modo neutro e distaccato; inoltre studia solo ciò che egli ritiene importante. Il ricercatore qualitativo invece si immerge il più completamente possibile nella realtà del soggetto e quindi tende a sviluppare con i soggetti una relazione di immedesimazione empatica. Ma in questo modo sorge prepotentemente il problema dell’oggettività della ricerca.

Anche l’interazione fisica con i singoli soggetti studiati è differente per i due approcci. La ricerca quantitativa spesso non prevede alcun contatto fisico tra studioso e studiato, mentre nella ricerca qualitativa il contatto fisico è una precondizione essenziale per la comprensione. Il soggetto studiato quindi risulta passivo nella ricerca quantitativa, mentre ha un ruolo attivo nella ricerca qualitativa.

Rilevazione (disegno della ricerca)

Nella ricerca quantitativa il disegno della ricerca (decisioni operative che sovrintendono all’organizzazione pratica della ricerca) è costruito a tavolino prima dell’inizio della rilevazione ed è rigidamente strutturato e chiuso. Nella ricerca qualitativa invece è destrutturato, aperto, idoneo a captare l’imprevisto, modellato nel corso della rilevazione. Da queste diverse impostazioni deriva la diversa concezione della rappresentatività dei soggetti studiati. Nella ricerca quantitativa il ricercatore è più preoccupato della rappresentatività del pezzo di società che sta studiando piuttosto che della sua capacità di comprendere, mentre l’opposto vale per la ricerca qualitativa, alla quale non interessa la rilevanza statistica bensì l’importanza che il singolo caso sembra esprimere.

Anche lo strumento di rilevazione è differente per i due tipi di ricerche. Nella ricerca quantitativa esso è uniforme o uniformante per garantire la validità statistica, mentre nella ricerca qualitativa le informazioni sono approfondite a livelli diversi a seconda della convenienza del momento.

Allo stesso modo, anche la natura dei dati è diversa. Nella ricerca quantitativa essi sono oggettivi e standardizzati (hard), mentre la ricerca qualitativa si preoccupa della loro ricchezza e profondità soggettive (soft).

Analisi dei dati

L’analisi dei dati è completamente differente per le due impostazioni della ricerca, a partire dall’oggetto dell’analisi. La ricerca quantitativa raccoglie le proprietà individuali di ogni soggetto che sembrano rilevanti per lo scopo della ricerca (variabili) e si limita ad analizzare statisticamente queste variabili. Il soggetto non viene quindi più ricomposto nella sua unitarietà di persona. L’obiettivo dell’analisi sarà spiegare la varianza delle variabili dipendenti, trovare cioè le cause che provocano la variazione delle variabili dipendenti.

La ricerca qualitativa invece non frammenta i soggetti in variabili, ma li considera nella loro interezza, sulla base del ragionamento che l’individuo è qualcosa in più della somma delle sue parti. L’obiettivo è quindi quello di comprendere le persone, interpretando il punto di vista dell’attore sociale. Le tecniche matematiche e statistiche sono fondamentali per la ricerca quantitativa, mentre sono considerate inutili e dannose nella ricerca qualitativa.

Risultati e portata dei risultati

I risultati dei due tipi di ricerca sono naturalmente diversi. Già nella presentazione dei dati notiamo che la ricerca quantitativa si serve di tabelle, mentre quella qualitativa di narrazioni. Le tabelle hanno il pregio della chiarezza e della sinteticità, ma presentano il difetto di presentare uno schema mentale proprio dei ricercatori che può non corrispondere alle reali categorie mentali dei soggetti; inoltre impoveriscono inevitabilmente la ricchezza delle affermazioni dei soggetti. Le narrazioni riescono ad ovviare a questi difetti, perché riportano le parole degli intervistati e quindi si pongono come una “fotografia” dei loro pensieri.

Per quanto riguarda le generalizzazioni dei dati, la ricerca quantitativa si pone l’obiettivo di enunciare rapporti causali tra le variabili che possano spiegare i risultati ottenuti. La ricerca qualitativa, invece, cerca di individuare tipi ideali (nel senso weberiano), cioè categorie concettuali che non esistono nella realtà, ma che liberano i casi reali dai dettagli e dagli accidenti della realtà per estrarne le caratteristiche essenziali ad un livello superiore di astrazione; lo scopo dei tipi ideali è quello di essere utilizzati come modelli con i quali illuminare e interpretare la realtà stessa.

La ricerca qualitativa non si preoccupa di spiegare i meccanismi causali che stanno alla base dei fenomeni sociali, cerca invece di descriverne le differenze interpretandole alla luce dei tipi ideali. All’opposto, il fine ultimo della ricerca quantitativa è proprio quello di individuare il meccanismo causale.

Un’ultima questione è quella della portata dei risultati. A questo proposito notiamo che la profondità dell’analisi e l’ampiezza della ricerca sono inversamente correlate, vale a dire che ad un maggior numero di casi esaminati corrisponde un minore approfondimento dei singoli casi. Data la maggiore quantità di casi necessariamente esaminati dalla ricerca quantitativa, risulta indubbiamente una maggiore generalizzabilità dei risultati rispetto a quelli della ricerca qualitativa.

Due diversi modi di conoscere la realtà sociale

A questo punto ci si potrebbe chiedere se uno dei due approcci è “scientificamente” migliore dell’altro. A questo proposito si possono individuare tre posizioni. La prima afferma che i due approcci sono incompatibili tra di loro, e quindi i rispettivi sostenitori dei due paradigmi dicono che il proprio è corretto mentre l’altro è sbagliato. La seconda si ritrova nei neopositivisti, che affermano l’utilità dell’approccio qualitativo, ma solo in una prospettiva preliminare di stimolazione intellettuale (ruolo ancillare).

La terza posizione infine sostiene la pari dignità dei due metodi, e auspica lo sviluppo di una scienza sociale che, a seconda delle circostanze e delle opportunità, scelga per l’uno o per l’altro approccio. Infatti contributi importanti alle scienze sociali sono arrivati da entrambi i tipi di ricerca, che possono essere rispettivamente adatti per differenti situazioni. Entrambi gli approcci si possono considerare come due diversi modi di fare ricerca che possono contribuire insieme alla conoscenza dei fenomeni sociali, integrandosi vicendevolmente per una migliore comprensione della realtà da punti di vista differenti.

La rilevazione dei dati: tecniche quantitative

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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