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Ludosofia. Elementi di filosofia, antropologia e arte nel gioco

Cenni sulla storia del gioco e del giocattolo nell'antichità

In tutte le civiltà, i giochi e i giocattoli hanno presentato innumerevoli similitudini: i bambini nell'antichità svolgevano attività di gioco simili a quelle praticate dai bambini di oggi e scene di giochi venivano rappresentate nelle pitture e nelle sculture di quel tempo. Giocare a corda, con l'aquilone, con l'altalena, con i birilli erano azioni quotidiane dei bambini.

Il gioco dei birilli era diffuso già dal IV secolo a.C. così come l'uso di altri oggetti-giocattolo, quali sonagli, trottole, yo-yo. Ai giocattoli era attribuito un importante significato, poiché venivano associati a particolari eventi della vita come una nascita di un figlio, le feste religiose, o come consolazione durante un periodo di malattia di un bambino. Vi erano giochi che sia i maschi che le femmine praticavano insieme: gioco con la palla, con la trottola; ma se ne erano altri che segnalano la distinzione tra i due sessi. I bambini si dilettavano soprattutto con cerchi, soldatini e carrettini; le bambine amavano giocare con le bambole e arredi vari e altri oggetti da cucina.

Sia a Roma che in Grecia erano diffusi due giochi: il gioco degli astragali e il gioco delle noci. L'astragalo o talus era l'ossicino di un quadrupede (vitello, capra o pecora) che veniva usato come un dado ed era considerato quasi come un simbolo dell'infanzia. Secondo Plinio, questo gioco aveva anche una funzione magica. Il gioco delle noci per i romani era un'alternativa alle biglie. Luogo per eccellenza per giocare con le biglie era ovviamente la strada; sui terreni battuti era possibile tracciare schemi di gioco, costruire piste e studiare strategie per vincere il giocatore rivale. L'espressione relinquere nuces (lasciare le noci) significava abbandonare il periodo dell'infanzia. Nell'opera Le noci, Ovidio descrive un tipo di gioco che consisteva nel formare un triangolo con le noci ravvicinate che bisognava far cadere (ludus castellarum).

Anche testa o croce era uno dei passatempi preferiti dai ragazzi romani. A Roma erano diffusi anche i giochi del circo: si pensi ai gladiatori che lottavano nel Colosseo (circenses). Il primo spettacolo dei gladiatori di cui si ha notizia risale al 264 a.C., solo nel 327 d.C. l'imperatore Costantino, convertitosi al cristianesimo, li proibì. Nella capitale vi erano quattro scuole: Ludus Matutinus, Ludus Galliens, Ludus Daciens e Ludus Magnus.

Anche i giochi da tavolo avevano una certa diffusione soprattutto in Grecia già nell'età omerica. Giochi da tavolo erano praticati a Creta e a Cipro forse già nel II millennio a.C. L'archeologo inglese Leonard Woolley, scavando nelle tombe reali dell'antica Ur (Iraq meridionale), rinvenne una scacchiera realizzata in pietre dure. Sull'origine degli scacchi esistono molte storie e leggende, tra queste, quella del principe indiano è la più famosa (chiamata nel Medioevo Duplicatio scaccherii): un principe indiano talmente ricco poteva esaudire ogni suo desiderio. Trascorreva le sue giornate nell'ozio e nella noia. Un giorno annunciò che avrebbe dato qualunque cosa richiesta a chi fosse riuscito a farlo divertire nuovamente. A corte si presentò uno stuolo di personaggi d'ogni genere ma nessuno riuscì a rallegrarlo. Finché si fece avanti un mercante famoso per le sue invenzioni che portò al principe una tavola con disegnate alternativamente 64 caselle bianche e nere e su cui poggiò sopra 32 figure di legno variamente intagliate dicendo che questo gioco era di sua invenzione e che si chiamava gioco degli scacchi. Iniziarono a giocare e dopo la quarta sconfitta, il principe capì che si stava divertendo e volle ricompensare il mercante. Il mercante chiese come ricompensa un chicco di grano per la prima casella della scacchiera, due chicchi per la seconda, quattro chicchi per la terza, otto chicchi per la quarta e via di seguito fino all'ultima casella della scacchiera. Il principe diede ordine affinché la richiesta del mercante venisse subito esaudita. Gli scribi di corte si apprestarono a fare i conti ma dopo qualche calcolo si accorsero che il risultato finale era uguale alla quantità di grano ottenibile coltivando una superficie più grande della terra stessa. Non potendo soddisfare la richiesta del mercante, il principe lo fece uccidere.

Appare un cenno del gioco degli scacchi anche nella Divina Commedia, che Dante utilizza per dare un'idea al lettore del numero degli angeli presenti nei cieli (Paradiso, XXVIII, 9-93).

Il gioco della dama

Già molti secoli prima dell'era cristiana esistevano giochi con la damiera. La più antica è stata rinvenuta in Egitto nella città di El-Mahash risalente al 5000 a.C. In Grecia erano invece diffusi due tipi di giochi con la damiera: la patteia e la cubea (da cubo e dado). La parola patteia deriva dal termine greco pessos e indicava le pedine del gioco che con il passare del tempo cominciarono ad essere chiamate non più così ma polis (città). Nell’Onomastikon (scritto intorno al 170 d.C.), l'oratore Giulio Polluce spiega le regole della patteia: i giocatori devono portare la pedina dall'altra parte della damiera, nella propria "città"; se la pedina viene circondata dalle pedine dell'altro colore, essa può essere eliminata. Anche Aristotele (384-322 a.C.) nella sua opera Politica parla dei greci cacciati dalle città, paragonandoli a pedine isolate che devono aspettarsi grandi tribolazioni.

La trottola

Risale a più di 6000 anni fa. Alcune sono state ritrovate nell'antica Ur, negli scavi di Troia, Pompei e in alcune tombe in Cina e Giappone. Questo gioco era molto diffuso nell'antica Grecia e a Roma. Platone, Aristotele, Plinio, Virgilio e Ovidio rimasero affascinati e contagiati da questo gioco semplice ma molto accattivante. Catone il Censore consigliava ai genitori il gioco della trottola, poiché lo riteneva più adatto ai bambini di quanto non lo fosse quello con i dadi.

Arrivato al quinto cielo del paradiso, Cacciaguida mostra a Dante le anime di difensori della fede che si muovono danzando per la felicità raggiunta: una di queste è paragonata alla trottola. Sempre nella Divina Commedia è interessante la descrizione del gioco della zara nel VI canto del Purgatorio. Il gioco della Zara è un gioco dei dadi (in arabo dado è zahar).

Le bambole

La bambola come immagine replica più o meno fedele dell'uomo, fin dall'antichità ha ispirato filosofi e poeti. Per Callimaco, nell'Inno a Cerere, la bambola rappresenta l'emblema della fragilità umana. Per le fanciulle greche, il passaggio dalla pubertà all'altare diventava tale con la consacrazione delle bambole ad Artemide: rito che simboleggiava la rinuncia al gioco.

Nel 1889 fu scoperta una bambola dell'antica Roma nella tomba Creperia Tryphaena, una giovane tra i 17 e i 19 anni: il fatto che ci sia una bambola nella tomba indica che la fanciulla morì prima di sposarsi, infatti, era usanza e la sposa, dopo la cerimonia nuziale, donasse i suoi giocattoli ai Lari o a Venere. Le bambole venivano costruite principalmente con materiale povero. Nel medioevo erano di legno o di stoffa; nel 1600 si presentavano rigide e imbustate in corsetti steccati con abiti eleganti, quasi a suggerire balli e ricevimenti a corte; alla fine del 1600, si afferma l'uso della cartapesta, accanto al legno e alla cera per realizzare le teste.

Le prime bambole inglesi erano scolpite in un unico pezzo di legno, su cui venivano dipinti i particolari. Queste bambole portavano abiti alla moda di seta o gonne imbottite di cotone, avevano di solito capelli scuri veri fissati alla testa. La Germania avviò la produzione a mano di bambole con una qualità superiore a quella inglese poiché la Germania vantava già di una tradizione di intaglio del legno grazie alla lavorazione di personaggi del presepio. Nel periodo rinascimentale le bambole acquistarono e consolidarono una loro specificità: presso la corte di Francia le bambole furono considerate nobili ed eleganti oggetti di lusso.

Nel 1700 la bambola diventa un simbolo legato alla moda, diviene manichino per trovare le sontuose toilette, le acconciature e i gioielli. Il secolo XIX rappresenta il periodo d'oro di questi affascinanti oggetti: tra il 1830 e il 1840 si fece largo uso della cera per il viso delle bambole, i corpi in stoffa o pelle, mani e piedi di legno. I costruttori più conosciuti furono Charles Marsh e Lucy Peck. Successivamente subentrò la porcellana. Tra le bambole ottocentesche, quella più ricercata è la bambola Parisienne, caratteristica per i suoi abiti sempre rispondenti alla moda del momento. Nel 1889 i costruttori di bambole francesi, temendo la concorrenza dell'alta qualità tedesca, formarono un consorzio chiamato Società Francaise de Fabrication des Bebès et Fouets.

Nei primi anni del 1900 è la Germania ad essere la nazione guida nel campo del giocattolo e della bambola con l'ultima innovazione: il bebè caractère, ovvero un tipo di bambola che rappresenta un neonato o un bambino di pochi mesi con un viso caratterizzato da una smorfia di allegria o stupore. Questa nuova bambola conquista subito il cuore di migliaia di bambine che ansiose di essere mamme si abituano alla manipolazione del neonato. Le teste dei bambolotti sono in bisquit e più avanti in celluloide (derivata dalla lavorazione chimica della cellulosa), anche se sopravviveva ancora l'uso della cera. A livello mondiale avrà grande successo l'americano Kewpie, bambolina interamente in bisquit, di basso costo, con articolazioni tra le spalle e le braccia. Ernesto Peruggi, in Italia, propone il Cirillino. Dal 1920 sia in America che in Europa diventano famosi i modelli di Rossella o'Hara, Alice nel paese delle meraviglie e la principessa Elisabetta. Più tardi spopolerà una nuova principessa: Barbie.

Antropologia del gioco

Nel corso degli anni il comportamento ludico degli uomini si è manifestato e continua a manifestarsi sotto molteplici forme ed è presente nelle più svariate attività umane, dal rito nelle società primitive, alla danza, al teatro, alla letteratura, alle arti figurative. È evidente come la concezione di gioco nella sua accezione più ampia, sia inscindibile dalla realtà umana.

Se consideriamo il carattere enigmatico del gioco, riscontriamo che ciò è dovuto principalmente al comportamento dominante delle nostre civiltà, tendente a privilegiare la serietà, la competizione e la produttività. Per molti studiosi i comportamenti ludici rappresentano tracce evolutive prive di valore che hanno riguardato gli esseri viventi nel corso dei secoli.

Herbert Spencer (1820-1903), filosofo positivista ed evoluzionista inglese, si propose di fare della teoria dell'evoluzione una concezione filosofica-sistematica, congiungendo strettamente evoluzionismo e positivismo. Spencer concepì un Sistema di filosofia sintetica (1860), del quale illustrò i caratteri generali nei Primi Principi (1862), e poi suddivise nelle seguenti sezioni: Principi di Biologia, Principi di Psicologia, Principi di Sociologia e Principi Morale. Con l'evoluzione, gli esseri viventi affidano sempre più le abilità necessarie a sopravvivere nel loro ambiente, così che quelli che occupano i livelli più alti della scala biologica finiscono per impiegare poche risorse nella lotta per la sopravvivenza e avere conseguentemente una maggiore energia da spendere: gli esseri umani collocati al vertice del cammino evolutivo hanno una considerevole carica di energia spesa in attività ludiche.

La Teoria della ricapitolazione, invece, rappresenta una seconda concezione residuale del gioco, proposta agli inizi del XX secolo da G. Stanley Hall (1844-1924). Hall vede nei comportamenti ludici dei bambini il riapparire di attività che hanno caratterizzato l'umanità nelle fasi iniziali della storia evolutiva. Secondo Hall il bambino ripercorre nel suo sviluppo il cammino dell'uomo, rivivendo un'atmosfera che fu propria dei primi abitanti della terra, come le tendenze alla lotta, alla caccia, all'esplorazione e al libero vagare nello spazio.

In epoche remote i giochi venivano identificati e in certi casi confusi con riti magici o con altre forme di manifestazioni ritualistiche, occupando un posto di primissimo piano nell'organizzazione della vita quotidiana degli uomini. Verso la fine del 1800, Edward Burnett Taylor parlò di gioco infantile come di un grande contenitore in cui sopravvivevano antichi costumi, credenze e istituzioni, rappresentando così le fasi primitive della storia o infanzia dell'umanità. Taylor osserva anche che pur se vi erano delle differenze nelle attività e nelle modalità di gioco presso alcune civiltà, vi erano anche certe analogie: attraverso alcuni saggi che Taylor scrisse tra il 1879 al 1896, si apprende che alcuni giochi diffusi in America in realtà erano di origine asiatica, a sostegno della teoria di chi affermava che vi fosse una trasmissione di conoscenze dei due popoli già prima della scoperta del Nuovo Mondo.

In un articolo scritto nel 1879, Taylor illustrò le sue tesi sui meccanismi evolutivi della cultura, elaborando una storia del gioco che individua i suoi sistemi di analisi nella descrizione degli usi, classificati, di volta in volta, come semplici, meno semplici, complessi e meno complessi. Tuttavia, il gioco poteva essere inteso, sotto certi aspetti, come uno degli elementi appartenenti all’organizzazione sociale, essendo parte integrante delle cerimonie e delle credenze, le quali, a loro volta, erano dentro i giochi.

Nell'ambito dell'indagine dedicata all'origine, all'evoluzione e alla diffusione dei giochi, vi sono orientamenti non solo diversi, ma addirittura contrastanti. Pur ammettendo che risulta particolarmente impegnativo formulare ipotesi precise sull'origine dei giochi, è possibile dichiarare che le origini dei giochi e dei giocattoli sono remotissime. Taylor sosteneva l'esistenza di una probabile origine comune dei giochi, omogenesi: riflessione scaturita comparando il gioco del Pachisi indiano e del Patolli messicano, due giochi identici che però appartenevano a due realtà molto distanti sia dal punto di vista geografico che culturale.

Nella sua opera Antropology (1981) trattò la questione della funzione del gioco nelle varie culture. Le società primitive giocavano come già con i bambini e già si riscontravano gli elementi propri del gioco: ordine, tensione, movimento, solennità, fervore. Sono in una fase di vita sociale successiva, viene a collegarsi a quel gioco una rappresentazione della vita che è sostanzialmente creatività, dinamicità, partecipazione e condivisione.

Fin dalle origini, l'uomo si è trovato a coesistere con uno spirito ludico, magico, misterioso che si è presentato come uno strumento capace di creare un rapporto con la terra, con le relazioni intersoggettive, ma anche come un non limite fantastico dell'uomo. Sia filosofi che letterati hanno assimilato nel tempo la condizione del fanciullo completamente preso dal gioco a quella dell'uomo primitivo completamente libero di scegliere qualsiasi forma di espressione artistica poiché non acculturato né vincolato. Fin dall'antichità si è visto nell'espressione e nei gesti del divertimento, la naturalezza istintuale difficilmente riscontrabile nell'uomo civilizzato.

Da uno scritto di J. Huizinga leggiamo: "il gioco come tale oltrepassa i limiti dell'attività puramente biologica: è una funzione che contiene un senso (...) Insieme al gioco però si riconosce anche lo spirito. Perché il gioco, qualunque sia l'essenza sua, non è materia. (...) Solo per dello spirito, che abolisce l'assoluta determinatezza, l'esistenza del gioco diventa possibile, inimmaginabile, comprensibile". Secondo Huizinga, nel gioco non viene meno l'elevato significato della soggettività nell'azione ludica: la gara per esempio è l'espressione dell'elevazione del soggetto quale rivale di un altro soggetto; mediante la gara entrano in gioco una complessità di emozioni, eccitazione, spirito agonistico, ecc. L'elemento agonale del gioco non deve spaventare, bensì deve essere trattato come elemento fondamentale di un processo di formazione della razionalità.

La trasmissione tra i popoli come trasmissione culturale, come relazione sociale derivante dalla nozione di gioco, inteso come elemento primario della vita nella sfera crescente della cultura: la vita che si eleva lo spirito. In ogni gioco si racchiude una parte del corpo e della mente dell'uomo, il quale si è civilizzato proprio conoscendo altri comportamenti derivati o adattati ai fenomeni sociali applicati ai significati più nobili del gioco stesso. La comprensione del gioco non implica soltanto l'intendimento delle sue singole parti, ma una piena comprensione dell'evoluzione dell'uomo attraverso il gioco. Le attività ludiche possono essere classificate

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CECI9389 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia del gioco e del lavoro di gruppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof Barone Francesco.
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