METODOLOGIA E TECNICHE DELLA RICERCA SOCIALE
La ricerca sociale di distingue in ricerca applicata (o pratica) e in ricerca pura (o teorica): mentre la
prima non ha pretese di avanzamento della conoscenza teorica, ma unicamente di sfruttare la
conoscenza teorica già acquisita per trovare soluzioni pratiche e specifiche, la seconda ha come
obbiettivo principale l’avanzamento della conoscenza e la comprensione teorica di un determinato
processo, senza uno scopo pratico previsto.
La ricerca applicata si suddivide poi in ricerca informativa, utilizzata per raccogliere informazioni
sul contesto sociale, e in ricerca valutativa, che ha l’obbiettivo di monitorare invece le conseguenze
di un certo intervento. La ricerca pura invece si suddivide in:
1. Esplorativa: questa ricerca viene presa in considerazione o quando il ricercatore si dedica
ad un nuovo interesse o quando il fenomeno posto in osservazione è relativamente nuovo
o comunque poco noto, oppure per sviluppare e testare nuovi metodi e tecniche che
vengono impiegati in disegni di ricerca più impegnativi
2. Descrittiva: lo scopo di questa ricerca è rispondere al classico “cosa?” e viene utilizzata per
descrivere un fenomeno o un evento, preso uno alla volta, descrivendo il fenomeno tramite
il metodo scientifico
3. Esplicativa: lo scopo di questa ricerca è rispondere alla domanda “perché?”. Si fonda sul
nesso di causazione (con cui si intende la relazione che lega in senso naturalistico, cioè
delle scienze naturali, un atto e l’evento che vi discende) e per affrontare una spiegazione
si implica solitamente l’analisi di molti e differenti aspetti di una situazione o un fenomeno,
anche agenti simultaneamente
Alla base di ogni ricerca, sta il metodo scientifico. Il metodo è un insieme di regole e principi che
consentono di ordinare, sistemare e accrescere le nostre conoscenze in un determinato campo del
sapere; il tutto permette di economizzare le forze, preservare dall’errore, e infine di comunicare e
condividere le proprie ricerche scientifiche nel mondo scientifico.
Secondo Galileo, l’accento è da porsi sul momento dell’esperimento e quindi controllare le ipotesi
e farlo avvenire in un ambiente in cui è possibile modificare degli elementi e analizzare le
conseguenze di queste notifiche. Per controllare queste relazioni è necessaria la misurazione,
quindi unità di misura e variabili.
Paradigma. L’accezione di paradigma come lo intendiamo noi oggi è stata proposta da Kuhn negli
anni ’60 del ‘900, la quale si basava su un rifiuto della concezione tradizionale di “scienza” in senso
cumulativo, cioè di accumulazione di progressiva e lineare di nuove acquisizioni, per adottare una
concezione più estesa che riconosce l’esistenza di momenti “rivoluzionari” nei quali il rapporto di
continuità si interrompe e si inizia una nuova costruzione (es. scoperta della composizione della
luce mista di onde e particelle). Si realizza così un riorientamento della disciplina che consiste
nella trasformazione della struttura concettuale attraverso la quale gli scienziati guardano al
mondo. Questa “struttura concettuale” è quella che Kuhn chiama “paradigma”, che altro non è se
non un insieme di assunti, concetti, teorie e strumenti per l’indagine scientifica relativi ad una
specifica disciplina in un determinato periodo storico.
Fino a che punto possiamo parlare di paradigmi nelle scienze sociali? Rispetto alle scienze dure,
la sociologia manca di un unico paradigma largamente condiviso dalla comunità di esperti, esiste
quindi una reinterpretazione del pensiero di Kuhn al fine di applicare le sue categorie alla
sociologia, che apre la possibilità della compresenza all’interno di una disciplina di più paradigmi. I
paradigmi sociologici sono concezioni generali sulla natura della realtà sociale, dell’uomo e sul
modo con il quale questo può conoscere quella, insomma gli interrogativi fondamentali. La realtà
sociale esiste? (se il mondo dei fatti sociali sia reale e oggettivo dotato di una sua autonoma
esistenza al di fuori della mente umana o rappresentazione di cose) E’ conoscibile? Come può
essere conosciuta? In altre parole: essenza, conoscenza, metodo; questione ontologica, questione
epistemologica, questione metodologica.
Il paradigma postpositivista
La rassicurante chiarezza e linearità del positivismo ottocentesco (basato sull’assunto
dell’universalità della scienza e dell’unicità del metodo scientifico, che non vede distinzione fra
scienze sociali e scienze della natura, poiché i fatti sociali hanno le stesse proprietà delle cose del
mondo naturale, e quindi studiati oggettivamente) lascia il terreno a un postpositivismo
novecentesco maggiormente articolato, senza tuttavia venir meno a presupposti come il realismo
ontologico (il mondo esiste indipendentemente dalla nostra conoscenza).
Uno dei postulati del postpositivismo è la convinzione che il senso di un’affermazione derivi dalla
sua verificabilità empirica, destinata quindi ad un controllo intersoggettivo della sua validità. La
principale conseguenza fu lo sviluppo di un modo di parlare della realtà sociale del tutto nuovo,
tramite un linguaggio mutuato dalla matematica, basato sull’utilizzo del metodo scientifico. Il
linguaggio è quello della scienza: i concetti sono modi di percepire i fenomeni, astrazioni usate
dagli scienziati per la formulazione di proposizioni; le proposizioni poi sono affermazioni relative
alla natura dei fenomeni, sulla natura della società; le teorie infine sono insiemi di proposizioni tra
di loro sistematicamente interrelate (quindi, sistemi di proposizioni). In particolare, le proposizioni
possono essere ritenute vere o false, posto che si riferiscano a fenomeni osservabili e si
distinguono in:
- Ipotesi, proposizioni formulate allo scopo di essere sottoposte a verifica empirica, e sono
descrittive, quando riguardano un unico concetto, o relazionali quando mettono in relazioni
diversi elementi
- Leggi, proposizioni aventi una estensione molto ampia e già in larga misura corroborate
Il processo di ricerca si divide in 5 fasi: 1. Scelta del problema e definizione delle ipotesi: il
passaggio dalla teoria alle ipotesi avviene tramite il processo della deduzione 2. Formulazione del
disegno della ricerca: l’obbiettivo della ricerca è quello di verificare le ipotesi, decidendo come
procedere alla verifica empirica 3. Raccolta dei dati, spesso affidata a terzi 4. Codifica e analisi dei
dati, con analisi univariata/bivariata; la codifica consisterà in un intervento di organizzazione dei
dati rilevati, tramite la matrice dei dati 5. Interpretazione dei risultati, tramite un processo in questo
caso di induzione che, a partire dai risultati empirici, si confronta con le ipotesi teoriche della teoria
di partenza, per arrivare a una sua conferma o riformulazione
Si torna poi alla fase 1, essendo necessaria poi la ripetizione della ricerca per evitare che durante
queste fasi ci siano errori. Il rapporto è strutturato in fasi logicamente consequenziali, secondo
un’impostazione sostanzialmente deduttiva (la teoria precede l’osservazione).
2. La formulazione del disegno della ricerca prevede tutte quelle scelte di carattere operativo con
le quali si decide dove, come e quando si raccolgono i dati. Nel caso della ricerca quantitativa
(ispirata dal paradigma postpositivista) il disegno della ricerca è costruito a tavolino prima dell’inizio
della rilevazione ed è rigidamente strutturato e chiuso. Esso si divide in:
- Operativizzazione dei concetti, cioè la trasformazione delle ipotesi in affermazioni empiricamente
osservabili. Il processo si compone di quattro passaggi: 1. Applicazione del concetto ad oggetti
concreti, facendoli diventare attributo o proprietà degli oggetti specifici studiati, che prendono il
nome di unità di analisi 2. Articolare le proprietà in stati concreti 3. Dare una definizione operativa,
ovvero stabilire le regole per la sua rilevazione e i valori simbolici che può assumere la proprietà (o
modalità, come “licenza elementare”, “licenza media”, “diploma” per la proprietà “titolo di studio”,
che vuole rilevare il concetto di “livello culturale”) 4. Applicazione delle regole ai casi studiati
Si passa dunque dal concetto, alla proprietà e, tramite l’operativizzazione, si arriva infine alla
definizione di varabile (che è appunto una proprietà operativizzata, un concetto che può assumere
valori diversi che prendono il nome di stati o modalità).
I criteri fondamentali dell’operativizzazione sono quelli dell’esaustività, ovvero quando ad ogni unità
di analisi è assegnabile uno stato fra tutti quelli che sono stati definiti, di mutua esclusività, quando
cioè a nessuna unità di analisi può essere assegnato più di uno stato.
- Scelta dei metodi di rilevazione
- Scelta della strategia di campionamento
La definizione operativa è un atto arbitrario e soggettivo, ma paradossalmente in essa trovano
fondamento i caratteri di scientificità e di oggettività della ricerca sociale: la definizione operativa
dà infatti le direttive affinchè la stessa rilevazione possa essere replicata da altri ricercatori, così
che in essa non sono contenute più opinioni, ma affermazioni dotate di significato empirico, per cui
non elimina l’arbitrarietà, ma la rende esplicita e per questo controllabile.
Il processo di misurazione: in fisica, la misurazione è intesa come un’operazione che consiste nel
confrontare, direttamente o indirettamente, una grandezza fisica con una unità di misura
convenzionalmente stabilita, allo scopo di determinarne quantitativamente il valore. Dal concetto di
misurazione nasce anche quello di variabile, intesa come una grandezza che può avere variare in
un intervallo di valori ammissibili dagli strumenti di misurazione. Il processo prevede tre
componenti: la definizione non ambigua di ciò che stiamo per andare a misurare; un’unità di
misura standard, poiché quando non si dispone di unità di misura è improprio parlare di
misurazione e in questi casi, il passaggio dalla proprietà alla variabile, consiste in operazioni di
classificazione, ordinamento e conteggio; infine, strumento di misurazione affidabile.
Le unità di analisi sono, ricordiamo, l’oggetto sociale a cui si riferiscono le proprietà studiate.
L’unità di analisi di gran lunga più frequente nelle ricerche sociali è rappresentata dall’individuo. Un
secondo caso piuttosto frequente è quello in cui è rappresentata da un collettivo, che può essere a
seconda dei casi da un aggregato di individui oppure da un’organizzazione o istituzione (famiglie,
sindacati, aziende). In aggiunta, possono esserlo anche degli aggregati territoriali (province,
regioni, comuni), dei testi scritti, dei prodotti culturali (foto, programmi televisivi, film, messaggi
della comunicazione di massa), e infine pure eventi (conflitti, elezioni, scioperi). L’unità di analisi è
una definizione singolare e astratta, che denomina il tipo di oggetto sociale al quale afferiscono le
proprietà. Questa unità viene localizzata nel tempo e nello spazio, definendo la popolazione di
riferimento della ricerca: i casi sono gli esemplari, multipli e concreti, di quella data unità di analisi
che vengono studiati, sui quali si rilevano i dati.
Tipologie di variabili
Una classificazione molto importante delle variabili è quella metodologica proposta da Marradi.
Chiamiamo caratteristiche logico-matematiche di una variabile quelle che stanno alla base di
questa classificazione, in quanto fa riferimento al tipo di operazioni che su di esse possono essere
effettuate. Le distingue in:
- Variabili nominali (sesso, nazionalità, ordine religioso): abbiamo una variabile di questo
genere quando la proprietà da registrare assume stati discreti non ordinabili, in cui con
“discreti” intendiamo che la proprietà può assumere solo una serie di stati finiti e non sono
possibili stati intermedi, mentre con “non ordinabili” significa che non è possibile stabilire un
ordine, una gerarchia fra di essi. Le uniche relazioni che si possono stabilire fra le modalità
di una variabile nominale sono le relazioni di uguale e diverso. La procedura di
operativizzazione che permette di passare dalla proprietà alla variabile è in questo la
classificazione. Alla modalità viene associato un simbolo che chiamiamo valore, che
tuttavia non ha alcun significato oltre a quello di identificare la categoria e, anche se si
tratta di un numero, esso non ha alcun valore numerico. Un caso particolare di variabili
nominali è quello in cui le modalità sono solo due: le variabili dicotomiche
(maschio/femmina, sposato/non sposato).
- Variabili ordinali (titolo di studio, ceto sociale): abbiamo una variabile di questo genere
quando la proprietà da registrare assume stati discreti ordinabili. L’esistenza di un
ordinamento permette di stabilire relazioni di uguaglianza e disuguaglianza fra le modalità
ma anche instaurare relazioni d’ordine, ovvero di maggiore e minore. In una variabile
ordinabile però, non è nota la distanza che intercorre fra le diverse modalità. La procedura
di operativizzazione delle proprietà in questo caso è l’ordinamento, la quale tiene conto del
requisito dell’ordinabilità degli stati della proprietà per cui l’attribuzione dei valori alle singole
modalità non potrà più essere casuale.
- Variabili cardinali (età, numero di figli, reddito): abbiamo una variabile di questo genere
quando i numeri che ne identificano le modalità non sono delle semplici etichette, ma
hanno un pieno significato numerico. Fra le modalità di una variabile di questo tipo non si
stabiliscono solo relazioni di uguaglianza e di diversità, relazioni di ordine, ma anche
effettuare operazioni di somma e di sottrazione fra i valori e, conoscendo anche la distanza
esistenti tra due valori, si possono applicare anche operazioni di moltiplicazione e di
divisione. Le variabili cardinali si distinguono in discrete o continue: sono discrete quando la
proprietà da registrare assume stati finiti non frazionabili, e in questo caso la procedura di
operativizzazione consiste in un conteggio, tramite un unità di conto, cioè un’unità
elementare che è contenuta un certo numero finito di volte nella proprietà dell’oggetto; sono
continue quando la proprietà da misurare è continua, cioè può assumere infiniti valori
intermedi in un dato intervallo fra due stati qualsiasi, e in questo caso la procedura di
operativizzazione consiste in una misurazione, tramite un’unità di misura, convenzionale e
non naturale, che ci permette di confrontare la grandezza da misurare con una grandezza
di riferimento (lunghezza, altezza, reddito).
- Scale quasi-cardinali: un sottoinsieme della variabili cardinali, divise in discrete e continue.
Queste ultime però sono molto rare nelle scienze sociali, eppure le proprietà delle scienze
sociali, dalla religiosità all’orientamento politico, sono tutte immaginabili come proprietà
continue, che variano in maniera graduale fra gli individui, senza però riuscire a passare
dalla condizione di proprietà continua a quella di variabile cardinale, in particolare per la
difficoltà di applicare una unità di misura agli atteggiamenti umani. Tuttavia, si possono
contare innumerevoli tentativi per superare tale limite, riferendoci in particolare alla tecnica
delle scale che si propone di misurare opinioni, atteggiamenti e valori, ma anche più in
generale proprietà continue attinenti la struttura psicologica e valoriale dell’individuo, come
le tecniche più semplici delle scale auto ancoranti o del termometro dei sentimenti.
Stevens le divide invece in: ordinali, cardinali, nominali, scale di rapporto e scale di intervallo.
Stevens in particolare parla di livelli di scala poiché i quattro tipi da lui distinti stanno in una
precisa gerarchia, in cui la prima rappresenta il livello più basso della misurazione, l’ultima il
livello più alto, in cui passando da un livello ad un altro aumenta il livello di operazioni
matematiche che possono essere compiute sui valori della scala.
- Scala nominale, consiste nell’assegnare dei casi ai gruppi senza attribuire ad essi nessun
genere di informazione quantitativa o criterio di ordine. Questo è un sistema di
classificazione in cui ogni caso rientra solo ed esclusivamente in una categoria. L’unica
operazione consentita è quella di uguaglianza o diversità fra i casi.
- Scala ordinale, rispetto alla precedente le categorie sono ordinate gerarchicamente rispetto
alla proprietà considerata. Oltre all’operazione di uguaglianza in questo caso è possibile
stabilire anche relazioni di maggiore e minore. Non è però possibile quantificare la distanza
tra i valori.
- Scala a intervalli. Questa scala misura quei sistemi che oltre a possedere le caratteristiche
delle precedenti consentono di definire degli intervalli costanti e uniformi tra le intensità
della proprietà misurata. In questo caso, oltre al rapporto gerarchico conosciamo anche la
distanza che intercorre fra due modalità. Le operazioni possono essere operate anche sulle
differenze dei valori della scala.
- Scala di rapporto. Rispetto alla scala precedente differisce per il diverso significato che lo
zero possiede nelle due scale. Nella scala di rapporto la posizione dello zero non è
arbitraria, dato che corrisponde all’elemento dotato di intensità nulla rispetto alla proprietà
misurata e
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