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RENDICONTO FINANZIARIO

Il dettato normativo individua tra gli obiettivi informativi del bilancio ordinario di esercizio quello

riguardante l’illustrazione della situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa, nonché del

risultato economico d’esercizio. Occorre osservare che, a differenza della situazione patrimoniale

e del risultato economico d’esercizio, per i quali sono previsti due appositi documenti dello stato

patrimoniale e del conto economico, per quanto riguarda la situazione finanziaria la normativa

non si pronuncia in modo diretto e non prevede alcun strumento specifico per la sua

rappresentazione. Il legislatore ha ritenuto infatti che la variazione della posizione finanziaria

dell’azienda da un esercizio all’altro potesse essere desunta compiutamente dall’analisi di alcune

poste dell’attivo e del passivo ( ) e dalle informazioni

disponibilità bancarie, crediti, debiti, etc

contenute nella nota integrativa, anziché attraverso la redazione obbligatoria di un apposito

documento quale il rendiconto finanziario. Si può affermare che, se da un lato importanti

informazioni potrebbero essere desunte attraverso una riclassificazione dello stato patrimoniale

secondo criteri finanziari o attraverso un sistema coordinato di indici ( ), dall’altro è

ratios di bilancio

innegabile la preferenza dimostrata verso il rendiconto finanziario da parte delle imprese e degli

organismi professionali.

Il principio contabile nazionale OIC Documento 12 – Composizione e schemi del bilancio di

esercizio di imprese mercantili, industriali e servizi, prevede che il rendiconto finanziario sia

incluso nella nota integrativa e che la sua mancata presentazione non costituisca violazione della

clausola generale di bilancio unicamente per quelle aziende amministrative meno dotate a causa

delle minori dimensioni.

Il rendiconto finanziario può essere definito come un prospetto nel quale vengono posti in

evidenza, in modo ordinato i movimenti di entrata e di uscita che spiegano perché determinate

risorse finanziarie hanno subito una variazione in un dato periodo tempo. Una corretta

interpretazione della dinamica finanziaria d’impresa è di importanza fondamentale non solo ai fini

dell’informativa esterna ma anche per una corretta pianificazione finanziaria delle entrate e delle

uscite. Quest’ultima richiede una corretta programmazione degli investimenti e una chiara

illustrazione sia delle modalità con le quali le fonti di finanziamento sono state impiegate sia

dell’entità dei flussi finanziari prodotti dalle diverse categorie di impieghi. In particolare,

l’informativa sui flussi finanziari offre all’utilizzatore del bilancio una base di riferimento per

valutare la capacità dell’impresa di generare flussi di cassa e l’utilizzo di tali flussi nel periodo

oggetto di osservazione.

I dati di partenza rilevanti al fine della costruzione del rendiconto finanziario derivino dallo stato

patrimoniale e dal conto economico opportunamente riclassificati. Le variazioni nella situazione

patrimoniale, integrate dai risultati derivanti dalla gestione reddituale, originano i flussi

manifestatisi da un esercizio all’altro.

Il rendiconto finanziario fornisce informazioni di essenziale importanza sulla natura dei flussi

finanziari e sulle interrelazioni tra questi con i flussi economici, desumibili dal conto economico, e

con le consistenze patrimoniali, che trovano rappresentazione nello stato patrimoniale. Dal

rendiconto finanziario emergono notizie sulla variazione della posizione finanziaria e su come tale

variazione ha contribuito, assieme alla gestione reddituale, al raggiungimento dell’equilibrio

complessivo d’impresa.

La risorsa finanziaria di riferimento costituisce l’elemento del quale si intende analizzare la

movimentazione da un esercizio all’altro ( ). L’individuazione

valore obiettivo oggetto di misurazione

di tale elemento costituisce una scelta fondamentale nella redazione del rendiconto: a differenti

risorse finanziarie di riferimento corrisponderanno differenti rendiconti finanziari. 32

Per capire la differenza tra una particolare configurazione di risorsa finanziaria di riferimento da

un’altra è essenziale l’arco temporale nel quale si generano i flussi finanziari. Si possono infatti

avere flussi finanziari che vengono ad esistenza nel brevissimo termine; nel breve termine, ed,

infine, nel medio/lungo termine.

Conseguentemente, in base all’arco temporale prescelto, la risorsa finanziaria di riferimento potrà

essere:

Le disponibilità monetarie, ossia gli elementi patrimoniali considerati liquidità. Si perverrà in

- tal caso ad un rendiconto finanziario in termini di variazioni di liquidità ( cosiddette cash flow

), atto a rappresentare sistematicamente le variazioni dei flussi finanziari di

statement

brevissimo periodo.

Il capitale circolante netto. Si perverrà ad un rendiconto finanziario in termini di variazioni

- del capitale circolante, atto a rappresentare sistematicamente le variazioni dei flussi attivi e

passivi a breve termine.

Le risorse finanziarie totali. Si perverrà ad un rendiconto finanziario in termini di variazioni

- delle risorse finanziarie totali, qualora il valore obiettivo oggetto di indagine siano i flussi

finanziari nel loro complesso ( ).

a breve e a m/l termine

Dopo aver definito la configurazione di risorsa finanziaria di riferimento prescelta, occorrerà

distinguere le variazioni subite dall’attivo e dal passivo nell’arco dell’esercizio, ossia individuare le

movimentazioni intervenute nelle fonti di finanziamento e negli impieghi di capitale. Il flusso

prodotto dalla gestione reddituale viene poi accostato ai flussi originati da:

Investimenti o disinvestimenti di immobilizzazioni;

- Accensione o rimborsi di debiti a medio/lungo termine;

- Variazioni di capitale estranee alla gestione ( aumenti o rimborsi di capitale, assegnazione di

- ).

dividendi

La somma di tutti i flussi sopra indicati evidenzierà l’incremento o il decremento subito dalla

risorsa finanziaria iniziale nel corso dell’esercizio.

Nel principio contabile nazionale OIC 12 è prevista la possibilità di scelta tra il rendiconto in

termini di variazioni del capitale circolante netto e quello in termini di liquidità.

I rendiconti finanziari redatti in termini di liquidità hanno come obiettivo un più corretto controllo

della gestione di tesoreria e quello di ottenere le informazioni rilevanti per la redazione dei budget

di cassa. A questo tipo di rendiconto viene attribuita una maggiore capacità segnaletica della

situazione finanziaria, ciò è in linea con i principi contabili internazionali ( ) che indicano solo

IAS n. 7

il rendiconto di liquidità per la presentazione dei flussi di cassa.

Il capitale circolante netto costituisce un aggregato particolarmente significativo posto alla base di

ulteriori indagini conoscitive. Esso costituisce un saldo della situazione patrimoniale – finanziaria

dell’impresa di breve periodo essendo costituito dalla differenza tra le attività correnti e le

passività correnti. È chiaro che alla base della determinazione capitale circolante netto vi è

un’opportuna riclassificazione dello stato patrimoniale secondo criteri finanziari, individuando in

tal modo le attività correnti ( ), le

disponibilità liquide immediate, disponibilità differite, rimanenze

attività immobilizzate, le passività a breve, le passività a medio/lungo termine ed i mezzi propri.

Se le attività correnti sono superiori alle passività correnti si avrà un capitale circolante netto

positivo, mentre se le passività correnti sono superiori alle attività si avrà un capitale circolante

netto negativo.

Una volta prescelta la risorsa finanziaria di riferimento ( )

capitale circolante netto o flussi di liquidità

diviene importante individuare le aggregazioni rilevanti ai fini degli obiettivi conoscitivi che si

intendono soddisfare, ossia occorre definire la struttura del rendiconto. La dottrina civile non ha

imposto né una redazione obbligatoria né una o più strutture di riferimento; conseguentemente

per quanto riguarda questo aspetto assumono rilevanza gli schemi di rendiconto finanziario 33

proposti dai principi contabili. Viene opportunamente rilevato che un possibile criterio con il quale

si perviene alla costruzione del rendiconto finanziario è quello di aggregare i diversi flussi che

concorrono alla formazione della risorsa finanziaria di riferimento avuto riguardo alle aree

gestionali cui appartengono, ossia la gestione caratteristica ( divisibile in parte corrente e in non

), la gestione accessoria, la gestione finanziaria, la gestione tributaria e la gestione

corrente

straordinaria.

Lo schema di rendiconto finanziario secondo il capitale circolante netto è suddivisibile in due

sezioni:

a) Nella prima viene data evidenza delle variazioni subite durante l’esercizio dalla situazione

patrimoniale – finanziaria connesse a variazione di capitale circolante netto. La differenza

rappresenta la variazione del capitale circolante netto.

b) La seconda mostra le variazioni intervenute nelle singole componenti del capitale

circolante netto.

Mediante la redazione del rendiconto finanziario dei flussi di liquidità ciò che si modifica è la

tipologia dei flussi che da finanziari diventano monetari. In particolare si può osservare che il

flusso di capitale circolante netto costituisce un flusso potenziale di liquidità. Ai fini della

costituzione di tale rendiconto devono essere anzitutto correttamente individuate le variazioni di

liquidità intervenute nell’esercizio.

Per quanto riguarda le modalità tecniche di redazione individuate dai principi contabili, esistono

due differenti metodologie. Una prima metodologia pone enfasi sull’esposizione delle variazioni

nella situazione patrimoniale e finanziaria propriamente in termini di liquidità come in precedenza

definita ( ). Esso da un lato evidenzia le variazioni da un

rendiconto finanziario in termini di liquidità

esercizio all’altro della liquidità, mentre dall’altro rappresenta le variazioni nella situazione

patrimoniale-finanziaria non connesse a movimenti finanziari. Il flusso di liquidità generato dalla

gestione reddituale viene determinato aggiungendo algebricamente all’utile o alla perdita netta

di esercizio tutte le poste che nell’esercizio non hanno richiesto esborso ovvero non hanno

generato liquidità.

Una seconda metodologia, pone enfasi sui flussi di liquidità derivanti dalle variazioni nella

situazione patrimoniale e finanziaria ( ).

rendiconto finanziario in termini di disponibilità liquide

L’obiettivo principe della costruzione di tale rendiconto è quella di rappresentare in modo

organico e analitico i flussi di liquidità, occorre procedere alla classificazione di questi ultimi avuto

riguardo alla tipologia o alla natura dell’operazione che li ha generati. A tal proposito possono

essere utilmente individuati flussi di liquidità originati da operazioni d’investimento

( ), da operazioni di finanziamento

acquisti/vendite di immobilizzazioni, erogazioni/rimborso prestiti…

( emissione di azioni o quote del capitale rischio, pagamento dei dividendi o rimborso del capitale,

emissione o rimborso di prestiti obbligazionari, accensione o restituzione di mutui, incremento o

) o da operazioni connesse alla gestione reddituale

decremento di altri debiti di natura finanziaria…

( incassi derivanti dalla vendita di prodotti e dalla prestazione di servizi, pagamenti effettuati per

). Non si tiene conto di quei valori soggettivi stimati e

l’ottenimento dei diversi fattori produttivi…

congetturati che vengono iscritti in bilancio al fine del rispetto dei principi della prudenza e della

competenza. Nella lettura economico – aziendale il flusso di cassa complessivo originato dalla

sommatoria del saldo delle operazioni ricomprese nella gestione reddituale, in quella connessa

con l’attività di finanziamento ed in quella di investimento, viene generalmente individuato con il

termine cash flow.

La determinazione dei flussi di cassa risulta un utile strumento per effettuare un’analisi sulle

strategie finanziarie perseguite dall’azienda e sul loro livello di rischiosità, contribuendo nel

contempo ad ottenere una maggiore trasparenza dell’informazione. Dal confronto dei flussi di

cassa relativi ai diversi esercizi, le diverse classi di interesse convergenti nell’impresa potranno 34

correttamente interpretare l’evoluzione interna della stessa, in quanto in grado di valutare la

capacità della gestione di incrementare o di ridurre il fabbisogno finanziario, l’eventuale necessità

di immettere nell’azienda nuovi mezzi di capitale, l’adeguatezza degli stessi alle condizioni di

ambiente in cui opera l’azienda.

I principi contabili internazionali riconoscono un solo tipo di rendiconto, quello elaborato in

termini di liquidità.

La redazione del rendiconto finanziario è obbligatoria senza eccezioni, con una conseguenza di

carattere legale: se l’impresa italiana redige il bilancio secondo i principi contabili internazionali, il

rendiconto finanziario diventa obbligatorio anche sotto il profilo legale in quanto i principi

contabili internazionali sono riconosciuti come fonte normativa primaria.

In particolare, il principio contabile internazionale IAS 7 – Cash flow statement, richiede che il

rendiconto finanziario presenti i flussi finanziari suddivisi tra gestione operativa, di investimento e

finanziaria. Tale classificazione consente infatti di fornire informazioni che mettono in evidenza

l’effetto di quelle gestioni sulla posizione economica dell’impresa e l’ammontare delle sue

disponibilità liquide. In particolare:

Gestione operativa: misura in cui la gestione dell’impresa ha generato flussi finanziari

- sufficienti a ripagare prestiti, a mantenere la capacità operativa dell’impresa, a pagare

dividendi e ad effettuare nuovi investimenti finanziari senza ricorrere a fonti di

finanziamento esterne all’impresa.

Gestione di investimento: misura in cui i costi sono stati sostenuti per acquisire risorse

- destinate a produrre futuri proventi e flussi finanziari.

Gestione finanziaria: utile nella previsione di richieste a valere sui futuri flussi finanziari da

- parte di chi fornisce i capitali all’impresa.

I flussi di cassa dell’attività operativa comprendono tutti i flussi finanziari dell’esercizio che non

sono riconducibili alle attività di finanziamento e di investimento dell’impresa. Lo IAS 7 individua

quindi una nozione di liquidità fondata sul concetto di cash and cash equivalent ricomprendendo

cioè non solo la cassa e i depositi a vista ma anche gli investimenti a breve termine facilmente

convertibili in denaro e soggetti a rischi molto modesti di riduzione del valore.

Avuto riguardo alla presentazione dei flussi finanziari della gestione operativa si può adottare:

a) Un metodo diretto, per mezzo del quale sono da indicare le principali categorie di incassi e

di pagamenti lordi.

a) Un metodo indiretto, per mezzo del quale l’utile o la perdita netta d’esercizio sono

rettificati dagli effetti delle operazioni di natura non monetaria, dagli eventuali

differimenti o accantonamenti di precedenti o futuri incassi o pagamenti operativi, e da

elementi di ricavi o costi connessi con i flussi finanziari derivanti dalla gestione di

investimento o finanziaria. Il flusso finanziario netto dell’attività operativa è determinato

rettificando l’utile o la perdita dell’esercizio ( ) per gli effetti di :

conto economico, voce 22

- Variazione delle rimanenze e dei crediti e debiti generati dall’attività operativa avvenute

nel corso dell’esercizio.

- Elementi non monetari quali l’ammortamento, gli accantonamenti, le imposte differite,

gli utili e le perdite di cambio non realizzati, gli utili di collegate non distribuiti, e le quote di

pertinenza di terzi.

- Tutti gli altri elementi i cui effetti monetari sono flussi finanziari dell’attività di

investimento o finanziaria: dal calcolo bisogna escludere tutti i componenti positivi e

negativi che non sono riconducibili all’attività operativa. 35

Per quanto riguarda i flussi di cassa derivanti dall’attività di finanziamento o investimento, si deve

far riferimento allo stato patrimoniale e, altre informazioni, sono desumili dalla nota integrativa e

da fonti interne all’impresa.

Per quanto riguarda il flusso di cassa derivante dall’attività di investimento – disinvestimento, le

variazioni devono essere lette in chiave finanziaria.

Partiamo dalla voce “fabbricati”, la lettura in chiave finanziaria della variazione si qualifica come

una variazione di fonti e impieghi di cassa ( ). Immaginiamo che

entrate e uscite di cassa

nell’esercizio la società abbia acquistato un fabbricato per 100, pagato e comprato interamente

nell’esercizio considerato, mentre l’anno precedente il valore dei fabbricati era pari a 0. Di

conseguenza fra i due anni vi è stata una variazione di 100 per i fabbricati. In chiave finanziaria, la

variazione positiva segnala un impiego di cassa ( ) di importo pari a 100: la società ha una

uscita

variazione di +100 che in termini patrimoniale segnala un investimento fatto nell’esercizio;

mentre dal punto di vista finanziario il + 100 segnala un impiego pari a 100 ( ).

uscita di cassa

Immaginiamo adesso che del prezzo di acquisto del fabbricato pari a 100, alla chiusura

dell’esercizio sia stato pagato solamente un importo pari a 80 ( nel bilancio risulterà la voce debiti

). Non si avrà più un uscita di cassa pari a 100 (

verso fornitori di immobilizzazione materiali 20 non sono

): l’impiego si qualifica pari a 100 come una variazione positiva, ma questa

ancora stati pagati

variazione viene poi rettificata di 20.

Prendiamo come esempio, la voce “brevetti”, immaginiamo che alla fine dell’esercizio 2012 sia

iscritta per 50 mentre all’inizio dell’esercizio fosse iscritta, invece, per 80: la variazione è pari a -30,

sotto il profilo finanziario lo qualifichiamo per una fonte ( ) di cassa; essa potrebbe

entrata

significare che abbiamo venduto dei brevetti per 30. A questo punto bisogna chiedersi se

quell’importo pari a 30 dovuto all’alienazione dei brevetti è stato tutto incassato o bisogna

incassarlo nell’anno successivo ( bisogna andare a vedere se nel bilancio risulta un credito derivante dalla

). Nel caso in cui non risulta nel bilancio un credito, si conferma che il

vendita del brevetto

disinvestimento del brevetto ha determinato effettivamente una fonte di cassa pari a 30. Se,

invece, nel bilancio risulta un credito pari a 10, vuol dire che di quei 30 la società ha incassato solo

20. Di conseguenza bisogna rettificare quella fonte di cassa pari a 30, a 20 e come tale riportato

nel rendiconto finanziario.

Da questi due esempi, brevetti e fabbricati, si può arrivare alla regola generale per rilevare le voci

dell’attivo di stato patrimoniale, cioè una variazione in aumenta della voce dell’attivo, segnala in

prima battuta ( ) sotto il profilo finanziario un impiego ( ) di cassa. Una

salvo rettifiche uscita

variazione nella voce dell’attivo di segno negativo segnala in termini di flussi di cassa una fonte di

cassa ( ).

entrata

Passiamo ora al lato passivo dello Stato patrimoniale. Prendiamo in considerazione che i “debiti

verso fornitori” siano di 80 ed immaginiamo che all’inizio dell’esercizio i debiti verso fornitori

fossero di 60: abbiamo una variazione di segno + di 20. Questo vuol dire, in chiave finanziaria, che

essendo aumentati i debiti verso fornitori, l’impresa ha avuto un’entrata di cassa, quindi ha avuto

una fonte di cassa.

Prendiamo in considerazione i “mutui passivi”, immaginiamo che alla fine dell’esercizio siano del

valore di 20 e all’inizio dell’esercizio siano del valore di 15. Quindi anche qui c’è stato un

incremento della voce di debito: il segno positivo segnala una fonte di cassa ( ), un’entrata

entrata

di mezzi finanziari: durante l’esercizio l’impresa ha acceso nuovi mutui per l’importo di 5 che

hanno determinato un aumento di cassa ( ).

entrata

Prendiamo in considerazione i “debiti verso banche per finanziamenti ricevuti”, immaginiamo che

alla fine dell’esercizio l’importo sia pari a 150, mentre all’inizio era di 200. C’è una diminuzione

nella voce, una variazione negativa che segnala un impiego di cassa ( ) perché se i debiti per

uscita 36

finanziamento sono diminuiti vuol dire che quel debito è stato in parte rimborsato e ha quindi

determinato un’uscita di cassa.

Enunciamo ora la regola generale: una variazione positiva nella voce del passivo dello stato

patrimoniale genera un’entrata di cassa; una variazione negativa segnala invece un’uscita di

cassa. Applicando la stessa metodologia a tutte le voci del passivo e del patrimonio netto siamo in

grado di completare l’analisi dei flussi finanziari. 37

TESTO UNICO DELLE IMPOSTE DIRETTE (TUIR)

Le principali finalità del legislatore fiscale riguarda l’evitare che attraverso le valutazioni di

bilancio la società riduca la base imponibile ( pagare meno imposte rispetto a quelle che si dovrebbero

). Infatti, le valutazioni di bilancio hanno un carattere principalmente soggettivo e, quindi,

pagare

comportano un elevato grado di soggettività ineliminabile: il legislatore cerca di mettere dei

paletti per evitare che venga ridotta la base imponibile. La seconda finalità si ricollega alla prima,

infatti, attraverso la legislazione fiscale si vuole evitare le aree di conflitto tra il contribuente e

l’agenzia delle entrate.

Queste due finalità comportano un’analiticità molto alta per quanto riguarda la disciplina fiscale.

Tutto questo comporta, che volendo delineare la tipologia della determinazione del reddito

fiscale, ne consegue che il reddito fiscale deriva dal reddito di esercizio che si determina nei

documenti di bilancio.

Nel testo unico delle imposte manca il principio della prudenza: non è una dimenticanza, ma è una

delle conseguenze delle finalità del legislatore fiscale. Se la finalità è quella di evitare che allo

Stato venga sottratta materia imponibile, al legislatore fiscale non gli interessa il principio della

prudenza ( senza prudenza lo Stato potrebbe avere maggiore imposte: le valutazioni imprudenti, che

aumentano il reddito di bilancio, si riflette in un aumento del reddito fiscale e di conseguenza delle

).

imposte per lo Stato

Riassumendo, nel Codice civile è fondamentale il principio della prudenza in quanto si propone di

determinare un reddito distribuibile; i Principi contabili internazionali si propongono di

determinare un reddito prodotto come indicatore di performance, di conseguenza il principio di

prudenza è una semplice caratteristica qualitativa; infine, nel TUIR la prudenza è un principio

estraneo alla finalità del legislatore fiscale, infatti il TUIR si propone di determinare un reddito

imponibile o fiscale a cui determinare l’aliquota di imposta.

Vediamo i principali articoli:

Articolo 83 – Determinazione del reddito complessivo

L’articolo prevede che per determinare il reddito bisogna incominciare dal conto economico, più

precisamente dall’utile ( ) dell’esercizio relativo al periodo di imposta. All’utile ( )

o perdita o perdita

vanno apportate le variazione in aumento o in diminuzione, così da avere il reddito fiscale.

Articolo109 – Norme generali sui componenti del reddito d’impresa

L’articolo enuncia i principi generali d valutazione del reddito fiscale. Il TUIR non segue il concetto

logico di enunciare i concetti generali e poi quelli applicativi, ma annuncia prima le applicative e

poi le generali. Come il codice civile, anche il legislatore fiscale utilizza il principio di competenza

per attribuire i componenti positivi e negativi di reddito. Inoltre, per formare il reddito

dell’esercizio è necessario che di questi componenti positivi e negativi siano certi l’esistenza e

l’ammontare ( prima differenza con il codice civile: il TUIR assume un principio di competenza più

), questo comporta che tutti gli accantonamenti a fondi rischi ed oneri presentino questi

ristretto

due profili richiesti dal TUIR.

Quando il legislatore utilizza il termine “deduzione” si vuole intendere che quel dato componente

di reddito è riconosciuto ai fini della determinazione del reddito fiscale.

Inoltre, il legislatore enuncia il principio dell’inerenza dei costi rispetto ai ricavi, cioè i costi per

essere ammessi in deduzione devono porsi in una relazione di causalità, che può essere sia diretta

sia indiretta, rispetto al conseguimento dei ricavi: i costi devono essere funzionali al

conseguimento dei ricavi. Nel caso in cui i costi non sono funzionali, essi non vengono riconosciuti

come componenti negativi e non vengono, di conseguenza, portati in deduzione. Ad esempio, 38

tipologie di costi che non vengono riconosciuti per il requisito dell’inerenza riguardano le

“imposte sul reddito” che non servono a produrre ricavi.

Articolo 110 – N orme generali sulle valutazioni

Il costo storico è il criterio base di valutazione. 39

FISCALITÀ DIFFERITA

Le differenze fra reddito fiscale e reddito d’esercizio possono essere di due tipi:

 Definitive o Permanenti: differenze che sorgono e si concludono in un unico esercizio e non

hanno effetti sugli esercizi successivi e di conseguenza non hanno effetti sul bilancio. Ad

esempio, sono le imposte sul reddito, che non presentano requisito dell’inerenza e non

costituiscono componenti negativi del reddito; le transazioni delle plusvalenza da realizzo.

 Temporanee: differenze che sorgono nell’esercizio ma vengono riassorbite in esercizi

successivi.

La fiscalità differita, si origina dalle differenze temporanee e si suddivide a seconda del segno che

assumono:

 Imposte anticipate ( ) sorgono quando vi sono componenti negativi di reddito

differite attive

deducibili ai fini fiscali in esercizi successivi a quello in cui vengono imputati al conto

economico civilistico. Quindi, derivano da variazioni in aumento del reddito fiscale rispetto

al reddito di bilancio, nel caso in cui il reddito fiscale è superiore al reddito di bilancio. Sono

esempi, gli ammortamenti di un valore superiore rispetto a quelli riconosciuti dal fisco

( ) di conseguenza nell’esercizio considerato si

variazioni in aumento in sede di bilancio fiscale

pagano maggiori imposte rispetto a quelle che si pagherebbero se il reddito di bilancio

fosse pari al reddito d’esercizio; gli accantonamenti a fondi rischi e a fondi spese future in

quanto nell’esercizio si ha un maggior reddito imponibile rispetto a quello di bilancio;

infine, le perdite su cambi, le quali non vengono riconosciute dal legislatore fiscale, ma

vengono ricondotte ad esercizi successivi.

 Imposte differite ( ) rappresentano il medesimo fenomeno di quelle

imposte differite passive

anticipate ma con segno opposto, cioè variazioni in diminuzione del reddito fiscale

rispetto al reddito di bilancio ( trasferendo un maggiore reddito imponibile agli esercizi

). Sono esempi, le plusvalenze da realizzo per le quali il legislatore fiscale concede

successivi

una ripartizione in 5 esercizi ( se nell’esercizio 1 realizzo una plusvalenza da alienazione di 100,

essa va in conto economico per l’intero importo; mentre il legislatore fiscale permette la

ripartizione di 100 in 5 esercizi, quindi nell’esercizio 1 consideriamo solo 20 e gli 80 si rimandano

); dall’utile o perdite su cambi; da plusvalenze da valutazione che

agli esercizi successivi

sorgono a seguito di operazioni straordinarie ( ) che sono iscrivibili in

scissioni, fusioni…

bilancio, ma per quanto riguarda la fiscalità sono irrilevanti.

La fiscalità differita non trova spazio nel codice civile, ma lo trova nel documento 26 ( ) dei

revisione

principi contabili nazionali. 40

BILANCIO CONSOLIDATO

Il bilancio consolidato è un documento che si aggiunge al bilancio di esercizio, configurandosi

dunque come un ulteriore documento rientrante nel cosiddetto fascicolo di bilancio, nell'analisi

dei gruppi aziendali, intesi come pluralità di società che sono soggetti giuridici autonomi, ma

hanno un unico soggetto economico.

Scopo del bilancio consolidato è infatti quello di permettere di conoscere la situazione

patrimoniale e finanziaria ed il risultato economico dei gruppi aziendali intesi nello loro unità

economica: se a tal scopo, con riferimento alle singole società, risultano utili i bilanci d'esercizio,

con riferimento ai gruppi occorre un documento ad hoc, che è proprio il bilancio consolidato.

Quando il governo economico è esercitato da un unico soggetto comune a più imprese, i margini

di manovra di ciascuna vengono necessariamente influenzati, dando luogo a rapporti di

dipendenza economica: nei gruppi di imprese l’autonomia decisionale ed economica delle singole

unità è limitata, con differenti livelli di gradazione, a favore di una direzione più ampia definibile

come unitaria. Emergono le seguenti caratteristiche relative ad un gruppo di imprese:

a) Esistenza di una pluralità di imprese giuridicamente autonome, cioè con distinta

personalità giuridica;

b) Esistenza di un unico soggetto economico, cui fanno capo gli interessi economici

istituzionali ( ).

direzione unitaria

Nella definizione di gruppo si è evidenziata l’autonomia giuridica che caratterizza le singole

imprese: di conseguenza, ognuna di esse deve predisporre il proprio bilancio individuale,

finalizzato alla rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria e

reddituale. Sorge, inoltre, l’esigenza di leggere il bilancio della singola impresa insieme alla

situazione patrimoniale, finanziaria e reddituale della realtà più ampia a cui la medesima pertiene:

tali informazioni sono fornite dal bilancio consolidato che, trascendendo dalle singole personalità

giuridiche delle imprese, permette di rappresentare in modo completo ed economicamente

significativo la situazione economica del gruppo aziendale.

In prima approssimazione, la formazione del bilancio consolidato avviene attraverso le tre

seguenti operazioni:

a) Aggregazione delle attività, delle passività, dei componenti positivi e negativi di reddito

della capogruppo con i corrispondenti valori delle imprese controllate rientranti nell’area di

consolidamento;

b) Eliminazione del valore delle partecipazioni della capogruppo nelle controllate,

unitamente al patrimonio netto di quest’ultime, con l’eventuale riconoscimento degli

interessi delle minoranze;

c) Eliminazione dei valori ( ) derivanti da operazioni tra le

patrimoniali, finanziari, reddituali

società del gruppo.

La redazione del bilancio consolidato è disciplinata attraverso il decreto legislativo 127/91. Il

decreto stabilisce che i soggetti obbligati alla predisposizione del bilancio consolidato sono le

società di capitale che controllano almeno un’impresa; gli enti pubblici che hanno per oggetto

esclusivo o principale un’attività commerciale e che controllano almeno una società di capitale; le

società cooperative e le mutue assicuratrici che controllano almeno una società di capitale. Basta

dunque che un'impresa “abbia” anche una sola controllata perché sorga in capo questa

( ) l'obbligo di redigere il bilancio consolidato.

controllante

Posto dunque che le imprese controllanti altre imprese son obbligate a redigere il bilancio

consolidato, dobbiamo ora identificare le imprese del gruppo il cui bilancio è oggetto di

consolidamento, ossia procedere all'identificazione di quella che prende il nome di area di

consolidamento. 41

L'area di consolidamento è definita come l'insieme dei bilanci di tutte le società controllate, a loro

volta definite come quelle società in cui un'altra società ( ) dispone della maggioranza

controllante

dei voti esercitabili nell'assemblea ( ), oppure di voti sufficienti per esercitare

maggioranza assoluta

un'influenza dominante nell'assemblea ordinaria ( ). l legislatore prevede la

maggioranza relativa I

facoltà di esclusione dall’area di consolidamento di un’impresa qualora lo si ritenga opportuno,

ossia qualora l’inclusione della controllante risulti irrilevante ai fini della rappresentazione veritiera

e corretta oppure qualora le azioni o le quote delle controllate sono possedute esclusivamente

allo scopo della successiva alienazione ( ).

nel breve termine

La metodologia di consolidamento consiste nell’integrare i bilanci delle singole imprese che,

appartengono al gruppo, così da fornire la rappresentazione veritiera e corretta della situazione

patrimoniale, finanziaria e reddituale. L’aggregazione assume significato solamente nella misura

in cui i singoli elementi sono tra loro omogenei: le precondizioni al consolidamento rappresentano

l’insieme delle verifiche e delle operazioni tese a raggiungere questa uniformità.

La prima operazione preliminare da espletare per redigere poi il bilancio consolidato è la

definizione della data del bilancio consolidato. Vi sono quindi due problemi da affrontare:

1) La scelta della data di riferimento: la normativa prevede che la data coincida con quella di

chiusura del bilancio individuale della controllante, fatta salva la facoltà di far riferimento a

date differenti, legate alla chiusura di esercizio di altre imprese del gruppo, dandone

adeguata motivazione in nota integrativa.

2) La riconduzione a tale data dei bilanci individuali con chiusura differente: l’impresa deve,

oltre al suo normale bilancio di esercizio, redigere anche un ulteriore bilancio, in funzione

appunto dell'esigenza della controllante di redigere il bilancio consolidato ( bilancio annuale

).

intermedio

Per quanto riguarda gli schemi di bilancio, la loro uniformità è momento fondamentale nel

processo di consolidamento. Se le imprese consolidate utilizzano schemi difformi per la

predisposizione del bilancio individuale, dovrà essere scelto quello che meglio permette il rispetto

della clausola generale del bilancio.

L’ultima condizione preliminare per poter redigere il bilancio consolidato riguarda i criteri di

valutazione, in quanto gli elementi dell'attivo e del passivo devono essere valutati con criteri

uniformi. È dunque necessario, prima di consolidare il bilancio, controllare che i criteri di

valutazione utilizzati dalle diverse imprese del gruppo siano uniformi, e, se necessario, rettificare i

valori derivanti da valutazioni fatte su base di criteri difformi, poiché se così non fosse si

aggregherebbero valori determinati in modo diverso, quindi eterogenei, e di conseguenza non

significativi. Se, per esempio, si è in presenza di un gruppo avente per capogruppo una società

italiana, ma tra le controllate anche imprese statunitensi, che chiaramente redigono il bilancio

d'esercizio secondo i criteri di redazione e valutazione statunitensi, prima di consolidare bisogna

riportare all'uniformità i valori, rettificandoli rispetto ai criteri adottati secondo la legislazione

italiana ( ).

capogruppo italiana

Esistono poi un paio di operazioni preliminare alla redazione del bilancio consolidato non

esplicitamente previste dalla fonte normativa, ma comunque necessarie. La prima di esse

riguarda il controllo del fatto che non solo i criteri di valutazione, ma anche i criteri di

classificazione utilizzati nei diversi bilanci siano gli stessi; inoltre se si è in presenza di bilanci di

società controllate redatti in monete diverse dalla moneta di conto della controllante, prima di

redigere il bilancio consolidato si convertano i valori di bilancio delle controllate straniere, espressi

in valuta estera, rispetto alla valuta della controllante.

Conclusa dunque l'analisi delle precondizioni della redazione del bilancio consolidato possiamo

ora addentrarci nell'analisi della redazione vera e propria del bilancio consolidato:

1. Nella redazione del bilancio consolidato gli elementi dell'attivo e del passivo nonché i 42

proventi e gli oneri delle imprese incluse nel consolidamento sono ripresi integralmente.

2. Sono invece eliminati:

- Le partecipazioni in imprese incluse nel consolidamento e le corrispondenti frazioni del

patrimonio netto di queste;

- I crediti e i debiti tra le imprese incluse nel consolidamento;

- I proventi e gli oneri relativi ad operazioni effettuate fra le imprese medesime;

- Gli utili e le perdite conseguenti ad operazioni effettuate tra tali imprese e relative a valori

compresi nel patrimonio.

Poiché l’obiettivo del bilancio consolidato è di rappresentare la situazione patrimoniale, economia

e finanziaria di tutte le società dell’area di consolidamento come se fossero un’unica entità,

l’eliminazione degli effetti delle operazioni infra-gruppo nel bilancio consolidato serve proprio a

questo obiettivo. Forniamo ora due esempi, uno che riguarda lo stato patrimoniale e uno che

riguarda il conto economico.

Ipotizziamo che l’impresa controllante A conceda un finanziamento all’impresa controllata B di

100. In sede di bilancio aggregato avremmo crediti per 100 ( ) e debiti

riferimento alla controllante A

per 100 ( ); mentre in sede di bilancio consolidato, questa tipica

riferimento alla controllata B

operazione infra-gruppo deve essere eliminata: rispetto al bilancio aggregato si eliminerà sia il

credito sia il debito per 100. Ritorniamo così ad una situazione di corretta rappresentazione degli

effetti delle operazioni solamente con i terzi.

Ipotizziamo ora che l’impresa controllante A venda delle merci all’impresa controllata B per un

importo di 200. Nel bilancio di esercizio della controllante A si avrà un ricavo-vendita di 200;

mentre in quello della controllata B si avrà un costo-acquisto di 200. Il tutto confluisce nel bilancio

aggregato e passando al bilancio consolidato queste due operazioni devono essere neutralizzate

in quanto riguardano un’operazione infra-gruppo.

L’eliminazione delle partecipazioni in imprese controllate servono ad evitare di contare due volte

la partecipazione stessa. Attraverso l’operazione di aggregazione, abbiamo percepito nel bilancio

aggregato sia i componenti attivi che i componenti positivi dei bilanci delle imprese che rientrano

nelle aree di consolidamento, così nel bilancio aggregato avremo la somma di tutte le

partecipazioni presenti nelle società rientranti nell’area di consolidamento: ecco perché i valori

possono essere contati due volte. L’eliminazione non riguarda invece le partecipazioni in società

che non riguardano l’area di consolidamento.

Per quanto riguarda le frazioni del patrimonio netto, avendo percepito i componenti positivi e

passivi abbiamo di conseguenza percepito anche il patrimonio nette delle imprese controllate

( ). Inoltre, per la tipologia di partecipazioni e le frazioni del

così come per le partecipazioni

patrimonio netto sorge un’ulteriore problema in sede di bilancio. Le partecipazioni controllate

possono essere valutate in due modi: al costo e al patrimonio netto.

Il metodo del patrimonio netto consiste nell’adeguamento del valore della partecipazione alla

frazione di patrimonio netto della società sottoposta a valutazione. Il metodo del patrimonio

netto permette di misurare, in base al principio di competenza, le variazioni intervenute

nell’investimento, attraverso la considerazione esplicita delle modificazioni nel patrimonio netto

della società partecipata. Ciò significa collegare il valore della partecipazione all’andamento

economico dell’impresa controllata o collegata. Ipotizziamo che la valutazione della

partecipazione controllata è al metodo del patrimonio netto, passando all’area di

consolidamento, questo tipo di valutazione non fa sorgere alcun problema in quanto l’importo

che viene eliminato è esattamente uguale all’importo che viene recepito aggregando attivo

passivo e patrimonio netto nel bilancio aggregato ( questa situazione dimostra l’affermazione secondo

la quale una valutazione di una partecipazione nel bilancio d’esercizio di secondo la logica del patrimonio

).

netto, raggiunge il medesimo effetto che si otterrebbe redigendo il bilancio consolidato 43

Il metodo del costo consiste nel metodo di valutazione dell’acquisto o di costituzione. Ipotizziamo

ora, che la valutazione della partecipazione controllata sia alla logica generale del costo; a questo

punto il valore recepito rimane pur sempre, nel bilancio aggregato, l’aggregazione di attivo e

passivo e patrimonio netto, ma il valore che si va a togliere adesso è diverso in quanto rispecchia il

metodo del costo e non più il metodo del patrimonio netto. Sorge così il problema sopra citato,

che fa riferimento al trattamento della differenza ( ) che si ha tra il costo

differenza di consolidamento

e i singoli elementi del attivo e del passivo il cui saldo corrisponde al patrimonio netto. In merito

alla destinazione della differenza, il decreto definisce un criterio generale: se l’eliminazione della

partecipazione determina una differenza, questa è imputata nel bilancio consolidato, ove

possibile, agli elementi dell’attivo e del passivo delle imprese incluse nel consolidamento. Si

possono verificare tre casi:

1) La differenza è interamente riconducibile a tali elementi: non emerge alcun residuo da

assegnare; i maggiori valori attribuiti alle immobilizzazioni materiali ed immateriali

devono essere sottoposti ad ammortamento.

2) La differenza è parzialmente attribuibile a tali elementi: il valore non imputato origina un

residuo da destinare.

3) La differenza è non attribuibile a tali elementi: si ha un residuo il cui valore coincide con

l’intera differenza.

Nell’individuazione della destinazione del residuo, si ritrovano le considerazioni generali sopra

espresse:

a) Se è negativo, il residuo è iscritto nella classe del patrimonio netto denominata “riserva di

consolidamento” o, quando sia dovuto a previsioni di risultati economici sfavorevoli, nella

classe denominata £fondo di consolidamento per rischi ed oneri futuri”.

b) Se è positivo, il residuo è iscritto nella classe dell’attivo denominata “differenza di

consolidamento” o, portato esplicitamente in detrazione della riserva di consolidamento

fino a concorrenza della medesima, in questo caso nella nota integrativa si deve indicare in

modo analitico la causa di riduzione della riserva: vanno riportate la composizione e la

dinamica. Se iscritto nell’attivo, va sottoposto al processo di ammortamento, nel periodo

previsto per l’avviamento.

Implicitamente, abbiamo considerato un consolidamento integrale – linea per linea, che

ipotizzava che la società controllata sia controllata al 100% dalla controllante. Ma nella realtà non

è così, basta una quota pari al 50% per far si che la controllata sia controllata in modo assoluto.

Anche in questo caso, continuiamo ad applicare il metodo del consolidamento integrale, poi dopo

averlo redatto si tiene conto del fatto che esistano altri azionisti di minoranza rispetto alla

controllante. L’importo del capitale e delle riserve delle controllate corrispondente a

partecipazioni di terzi è iscritto in una voce del patrimonio netto denominata “capitale e riserve

terzi”; inoltre, la parte del risultato economico consolidato corrispondente a partecipazioni di terzi

è iscritta in una voce denominata “utile (perdita) dell’esercizio di pertinenza di terzi”.

Il bilancio consolidato si compone della nota integrativa e della relazione sulla gestione. 44

LE VALUTAZIONI

Il legislatore ha seguito un’imposizione di carattere generale per quanto riguarda la tematica delle

valutazioni, preferendo delineare indirizzi, seppur precisi e rigorosi, di omogeneizzazione dei

criteri valutativi, piuttosto che perseguire una rigida standardizzazione. Il sistema delle

valutazioni, previsto dall’articolo 2426 c.c. – criteri di valutazione è fondato sul costo storico,

fatta eccezione per i crediti, per i quali è statuito il presumibile valore di realizzo, e per le

partecipazioni in società controllate e collegate, per le quali può essere adottato il metodo del

patrimonio netto. Il legislatore stabilisce come in concreto il costo debba essere determinato. Le

particolari figure di costo previste sono rappresentate dal costo storico ( importo della fattura più gli

) e dal costo di produzione (

oneri accessori per i beni acquistati sul mercato al netto o al lordo degli oneri

) per i beni fabbricati o prodotti dall’azienda.

finanziari

Il bilancio di esercizio è interessato solitamente alle diminuzione di funzionalità dei beni destinati

al processo produttivo e non ai suoi aumenti. Infatti, il processo di valutazione parte dal costo, che

rappresenta la funzionalità originaria al momento di acquisizione del bene, ma nel susseguirsi del

tempo non bisogna fermarsi al costo ma bisogna continuamente nel processo di valutazione:

infatti, in ogni esercizio, bisogna riesaminare la valutazione del bene per vedere se per caso quel

valore di funzionamento originario è rimasto inalterato, è aumentato o è diminuito. Se il valore di

funzionamento scende al di sotto del valore del costo, ecco che questa situazione ha un impatto

sul bilancio di esercizio ed il bilancio dovrà, quindi, tener conto di questo minor valore. Se, invece,

il valore di funzionamento è superiore, questo non ha un impatto sul bilancio di esercizio per via

dell’applicazione del postulato della prudenza ( ). Riassumiamo

porterebbe ad utili non realizzati

questo concetto nelle tre fasi, che verranno spiegate in dettaglio nei vari documenti applicativi:

FASE 1 – CRITERIO COSTO STORICO

 Problemi di determinazione del costo

FASE 2 – CRITERIO ALTERNATIVO ( ) ha due categorie fondamentali a

valore di funzionamento

seconda della destinazione economica

 Per i beni destinati direttamente o indirettamente ad essere alienati (

prezzo che si pensa di

): valore di presumibile

realizzare al momento della vendita, riguarda le rimanenze di magazzino…

realizzo.

 Per i beni destinati ad essere utilizzati ( beni non destinati all’alienazione – vendita, ma

): valore recuperabile.

utilizzabili; riguarda le immobilizzazioni

FASE 3 – ISCRIZIONE IN BILANCIO: MINOR TRA I DUE VALORI ( costo storico, valore di

), il minor valore si riferisce al postulato della prudenza.

funzionamento IMMOBILIZZAZIONI IMMATERIALI

La valutazione delle immobilizzazioni immateriali, secondo il codice civile, si trova nell’articolo

2426 punto 1.

Nelle valutazioni devono essere osservati i seguenti criteri. Le immobilizzazioni sono iscritte al

costo:

 Costo di acquisto, immobilizzazione acquistata da terzi nel quale bisogna includere anche i

costi accessori.

 Costo di produzione, qualora l’immobilizzazione sia prodotta in economia dalla stessa

impresa, il costo deve comprendere tutti i costi direttamente imputabili al prodotto.

Per quanto riguarda l’ammortamento delle immobilizzazioni ( ), il codice civile

materiali, immateriali

annuncia i criteri generali, affermando che l’ammortamento deve essere “sistematico”, ma non 45

viene spiegato il significato di questo concetto. Le eventuali modifiche dei criteri di

ammortamento o dei coefficienti applicati devono essere motivate in nota integrativa.

Per avere un ammortamento sistematico si ha bisogno di un piano di ammortamento, che viene

effettuato al momento dell’acquisizione del bene. Per redigere il piano di ammortamento bisogna

aver in mente tre punti:

1. Determinazione del valore da ammortizzare. Solitamente corrisponde al costo originario o di

acquisizione, ma si dovrebbe eliminare il valore che corrisponde all’alienazione alla fine del

ciclo di utilizzazione dell’immobilizzazione.

2. Periodo di prevista utilizzazione del bene o di durata residua del bene. Corrisponde al periodo

di tempo per il quale si prevede di poter utilizzare l’immobilizzazione. La determinazione di

questo periodo di prevista utilizzazione, avviene da un punto di vista documentale –

formale, dai piani/programmi che l’impresa si è data ( ). Per la

programmazione aziendale

particolare categoria di immobilizzazioni immateriali costituiti da diritti, come brevetti e

marchi, il periodo di prevista utilizzazione corrisponde alla durata massima legale o

contrattuale del diritto.

3. Scelta del metodo di ripartizione del valore da ammortizzare nel periodo di ammortamento,

corrisponde alla scelta della ripartizione del valore, i metodi possibili sono a quote costanti,

a quote crescenti e a quote decrescenti.

Il metodo a quote costanti, è il metodo più utilizzato per via della sua semplicità di

applicazione ed, inoltre, l’ammortamento secondo corrisponde ad un costo fisso di

struttura ( es: abbiamo un valore del bene pari a 100 e il periodo di ammortamento corrisponde a 10

).

anni, la quota di ammortamento è molto semplice, cioè 10 all’anno ( )

100/10

Il metodo a quote crescenti, presuppone una utilità crescente nel tempo dell’utilizzazione, se

si adotta questo metodo si ipotizza che l’utilità dell’immobilizzazione aumenti nel tempo

( ).

ipotesi irrealistica

Il metodo a quote decrescenti, presuppone che l’utilità del bene decresca nel tempo.

Dei tre metodi, il codice civile preferisce il metodo a quote costanti, infatti se non lo si

utilizza bisogna indicarlo in nota integrativa.

Abbiamo così delineato la FASE 1. Il codice civile contempla la FASE 2, con riferimento generico al

valore inferiore, senza richiamarlo, infatti: l’immobilizzazione che, alla data della chiusura

dell’esercizio, risulti durevolmente di valore inferiore rispetto al costo al netto degli

ammortamenti, in bilancio deve essere iscritto questo minor valore ( ).

FASE 3

Passiamo ora all’analisi delle immobilizzazioni immateriali secondo il documento 24 dei Principi

contabili nazionali.

Le immobilizzazioni immateriali sono caratterizzate dalla mancanza di tangibilità, e

comprendono:

 I costi pluriennali o a condizioni produttive astratte che non si concretizzano

nell’acquisizione o produzione interna di beni o diritti ( costi di impianto e di ampliamento,

).

costi di ricerca e sviluppo e di pubblicità, ecc.

 L’avviamento.

 I beni immateriali in senso stretto, rappresentati da beni immateriali in senso giuridico,

ossia da diritti con autonoma identificazione, per i quali vi è una posizione giuridica

riconosciuta e tutelata dalla legge ( diritti di brevetto industriale e diritti di utilizzazione delle

).

opere dell’ingegno, concessioni, licenze, nonché i diritti simili

 I costi interni ed esterni sostenuti per beni immateriali in corso di produzione o di acquisto,

compresi i relativi acconti.

Per i beni immateriali soggetti a tutela giuridica e per l’avviamento l’iscrizione nelle rispettive voci

dello stato patrimoniale costituisce un obbligo. Diversa è la situazione relativa ai costi pluriennali,

46

per tali categorie di costi, caratterizzate da un alto grado di aleatorietà e condizionate da

valutazioni spesso soggettive, il principio della prudenza dovrebbe prevalere, pertanto si ritiene

che l’iscrizione di dette poste nell’attivo di bilancio costituisca una facoltà e non un obbligo.

Incominciamo alla determinazione della FASE 1, in maniera analoga al codice civile, i principi

contabili nazionali affermano che il valore originario di iscrizione di un’immobilizzazione

immateriale è costituito dal costo di acquisto o di produzione.

Il valore delle immobilizzazioni deve essere rettificato dagli ammortamenti. L’ammortamento

costituisce un processo di ripartizione del costo delle immobilizzazioni immateriali in funzione del

periodo in cui l’impresa n trae beneficio. Oltre al riferimento generale alla residua possibilità di

utilizzazione, valido per tutte le immobilizzazioni, il legislatore ha indicato un periodo massimo di

cinque anni per l’ammortamento di talune tipologie di immobilizzazioni immateriali, quali i costi

pluriennali. L’ammortamento costituisce un “processo sistematico” di ripartizione del costo

sostenuto sulla intera durata di utilizzazione ( ). Tale processo sistematico

piano di ammortamento

non necessariamente implica l’uso di piani a quote ( ) costanti, anche se ciò costituisce la

aliquote

metodologia più immediata. In alcune circostante può essere più coerente con il principio della

prudenza l’utilizzo di piani di ammortamento a quote decrescenti, quando si crede che l’utilità

dell’immobilizzazione decresca nel tempo. Il piano di ammortamento va rivisto ogni esercizio ed

adeguato se cambiano le condizioni di base del piano.

Passando alla FASE 2, essa viene rappresentata dal valore alternativo indentificato come valore

recuperabile.

Il valore d’iscrizione (al costo) delle immobilizzazioni non può eccedere il valore recuperabile,

definito come il maggiore tra il valore realizzabile tramite alienazione ed il suo valore in uso. In

questa sede viene definito e spiegato il valore a cui faceva riferimento il codice civile. Vediamo

come vengono definiti questi due valori, che non sono alternativi al costo, ma servono solamente

a determinare il valore recuperabile:

 Valore realizzabile dall’alienazione ( ) è definito

fair value dei principi contabili internazionali

come l’ammontare che può essere ricavato dalla cessione dell’immobilizzazione in una

vendita contrattata a prezzi normali di mercato tra parti bene informate e interessate, al

netto degli oneri diretti da sostenere per la cessione stessa.

 Valore in uso ( ) è definito come il valore attuale dei

desumibile dalla programmazione aziendale

flussi di cassa attesi nel futuro derivanti o attribuibili alla continuazione dell’utilizzo

dell’immobilizzazione, compresi quelli derivanti dallo smobilizzo della stessa al termine

della sua vita utile, nel caso in cui essa abbia ancora un valore.

Dopo aver determinato i due valori, valore realizzabile dall’alienazione e valore in uso, il maggiore

fra i due costituisce il valore recuperabile. Infine, per quanto riguarda la FASE 3, viene iscritto il

minor valore tra quelli riconducibili alla fase 1 e alla fase 2. Prendiamo in considerazione un

esempio:

 Immaginiamo che il costo al netto degli ammortamenti sia d 100, FASE 1;

 Immaginiamo che il valore realizzabile dall’alienazione ( ) sia di 90, mentre il valore

fair value

in uso sia di 105. Il valore recuperabile è quindi di 105 ( ), FASE 2;

105 > 90

 In bilancio iscriviamo il costo al netto degli ammortamenti 100 ( ), FASE 3.

100 < 105

Per finire, passiamo al documento 38 – immobilizzazioni immateriali dei principi contabili

internazionali.

I principi contabili internazionali, presentano un’opzione non presente nella legislazione italiana,

infatti, al redattore di bilancio viene data l’opzione di scegliere due logiche di valutazione:

 Il metodo del costo. Dopo la rilevazione iniziale al costo, un’attività immateriale deve

essere iscritta in bilancio al costo al netto dell’ammontare complessivo degli

ammortamenti e delle perdite per riduzione durevole di valore accumulati. Per quanto 47

riguarda le perdite per riduzione durevole di valore accumulati, si deve far riferimento al

valore recuperabile. Questo modello non è altro che il modello tradizionale del codice

civile e dei principi contabili nazionali.

 Il metodo della rideterminazione del valore. Dopo la rilevazione iniziale, un’attività

immateriale deve essere iscritta in bilancio all’importo rideterminato, cioè al fair value alla

data di rideterminazione del valore e al netto degli ammortamenti e delle perdite per

riduzione durevole di valore accumulati. Il fair value deve essere misurato facendo

riferimento ad un mercato attivo e le rideterminazioni devono essere effettuate con una

regolarità tale da far sì che alla data di riferimento del bilancio il valore contabile

dell’attività non si discosti significativamente dal suo fair value. Una volta che abbiamo

adottato questa logica, in ogni esercizio bisogna rideterminare il fair value.

Vediamo ora le differenze fra un esercizio all’altro, cioè le plusvalenze o le minusvalenze da

valutazione. Se il valore contabile di un’attività immateriale è aumentato a seguito di una

rideterminazione, l’incremento deve essere accreditato direttamente a patrimonio netto

alla voce eccedenza ( ) di rivalutazione. Tuttavia, l’aumento deve essere

surplus – plusvalenza

rilevato a conto economico nella misura in cui esso annulla una rideterminazione in

diminuzione del valore della stessa attività rilevata precedentemente a conto economico

( la plusvalenza va iscritta in conto economico solo se neutralizza una minusvalenza

). Di conseguenza, nel caso di plusvalenze, esse vengono rilevate

precedentemente esistente

in bilancio, ma ciò va contro al principio della prudenza formulato dal codice civile.

Se il valore contabile di un’attività immateriale è diminuito a seguito di una

rideterminazione del valore ( ). La diminuzione deve essere addebitata

minusvalenza

direttamente al patrimonio netto come riserva di rivalutazione nella misura in cui vi siano

eventuali saldi a credito nella riserva di rivalutazione in riferimento a tale attività. Le

minusvalenze devono essere rilevate in conto economico in piena sintonia con il principio

di prudenza.

Costi pluriennali

Prendiamo in considerazione l’articolo 2426 punto 5 del codice civile. I costi di impianto e di

ampliamento, i costi di ricerca, di sviluppo e di pubblicità aventi utilità pluriennale possono ( nel

) essere iscritti nell’attivo con il consenso, ove esistente del collegio

caso in cui si capitalizzano

sindacale ( ) e devono essere ammortizzati per un

organo di controllo sulla legittimità della gestione

periodo massimo di 5 anni. Fino a che l’ammortamento non è completato possono essere

distribuiti dividendi solo se residuano riserve disponibili ( )

straordinaria o riserva sovraprezzo azioni

sufficienti a coprire l’ammontare dei costi non ammortizzati. Ad esempio, immaginiamo che i

costi pluriennali iscritti nell’attivo al netto degli ammortamenti siano di 100 e che la società abbia

riserve disponibili di 100, la società può distribuire liberamente il suo utile in quanto a fronte dei

costi pluriennali ho riserve che coprono i costi. Immaginiamo, invece, che non ci siano riserve

disponibile e che le uniche riserve esistenti siano la legale e la statutaria, di conseguenza non si

possono distribuire gli utili pari al valore dei costi pluriennali, ma dopo aver coperto quell’importo

il restante utile è distribuibile ( ). Questo

se l’utile è 500, ne posso distribuire solo 400: 500-100

particolare vincolo è stato inserito perché la capitalizzazione di costi è un processo di valutazione

sottoposto ad abusi: i costi pluriennali vengono tolti dal conto economico per essere iscritti come

elemento dell’attivo ( ).

se capitalizzo costi per 100, il risultato economico aumenta di 100

Il codice civile non si occupa direttamente della loro logica di valutazione.

Passiamo quindi ai Principi contabili nazionali, documento 24, il quale divide l’argomentazione in

base alla classificazione dei costi pluriennali. 48

I costi capitalizzati di impianto ed ampliamento vengono normalmente ammortizzati in quote

costanti, sulla base di un piano di ammortamento rivisto annualmente per accertare la congruità.

L’ammortamento dei costi di impianto ed ampliamento deve esaurirsi in un periodo non superiore

a 5 anni. Essa è una scelta di carattere convenzionale.

I costi di avviamento pre-operativi o di preapertura ( ) sono sostenuti da una

detti costi di start-up

impresa di nuova costituzione o da una impresa preesistente prima dell’inizio di una nuova attività

( es: un nuovo ramo d’azienda, un nuovo centro commerciale per una impresa che opera nella grande

). Questi costi includono i costi del personale operativo

distribuzione, un nuovo processo produttivo

che avvia le nuove attività, i costi di assunzione e di addestramento del nuovo personale, i costi di

allacciamento di servizi generali, quelli sostenuti per riadattare uno stabilimento esistente, i costi

di pubblicità.

I costi di start-up debbono essere imputati al conto economico dell’esercizio in cui sono sostenuti;

ma possono essere capitalizzati quando sono rispettate tutte le seguenti condizioni:

 I costi sono direttamente attribuibili alla nuova attività e sono limitati a quelli sostenuti nel

periodo antecedente il momento del possibile avvio ( i costi generali e amministrativi e quelli

);

derivanti da inefficienze sostenute durante il periodo di start-up non possono essere capitalizzati

 Il loro differimento ( ) è comunemente accettato come prassi del settore

capitalizzazione

aziendale in cui si sta avviando la nuova attività, come ad esempio nel settore alberghiero

e commerciale.

 Il principio della ricuperabilità dei costi è rispettato, si ha quindi la recuperabilità attraverso

i ricavi.

I costi di ricerca e sviluppo riguardano l’attività di investimento finalizzata ad acquisire condizioni

produttive che qualifichino l’impresa per un periodo più o meno lungo e, comunque, superiore

all’esercizio, differenziandola dalle altre nel processo della produzione e del prodotto. Si possono

distinguere in:

 Ricerca di base, è l’attività rivolta a porre le basi per nuove conoscenze generiche, utili per

un’eventuale successiva specifica applicazione nel campo scientifico e tecnologico. A causa

della loro genericità, non è ipotizzabile la capitalizzazione, in quanto mancano specifici

riferimenti per un giudizio di utilità futura derivabile dai costi sostenuti.

 Ricerca per la ricerca applicata o finalizzata ad uno specifico prodotto o processo

produttivo, è l’attività di approfondimento delle conoscenze scientifiche e tecnologiche di

base, con specifici obiettivi produttivi ai fini della utilizzazione economica dei risultati

raggiunti.

 Per lo sviluppo, riguarda la trasformazione dei risultati acquisiti mediante l’attività di

ricerca già svolta in progetti per la realizzazione di nuovi prodotti o nuove produzioni,

oppure per il miglioramento di prodotti o di processi in atto. Rappresenta, quindi, un

incremento dell’efficacia e dell’efficienza sia dei processi produttivi aziendali sia del

miglioramento del prodotto.

I costi di ricerca applicata e sviluppo possono essere capitalizzati ( ), e come tali iscritti

facoltà

nell’attivo dello stato patrimoniale del bilancio, esclusivamente se si verificano determinate

condizioni:

 Relativi ad un prodotto o processo chiaramente definito; nonché identificabili e misurabili;

 Riferiti ad un progetto realizzabile, cioè tecnicamente fattibile, per il quale l’impresa

possieda o possa disporre delle necessarie risorse;

 Ricuperabili tramite i ricavi che nel futuro si svilupperanno dall’applicazione del progetto

stesso.

Se si verificano queste condizioni, i costi di ricerca applicata e sviluppo devono essere

ammortizzati in quote costanti, sulla base di un piano di ammortamento, rivisto annualmente per

49

accettarne la congruità. Qui vi è il vincolo per un periodo di ammortamento pari a 5 anni. Infine,

qualora durante il processo d’ammortamento venissero meno i presupposti che avevano

giustificato l’iscrizione nell’attivo dello stato patrimoniale dei costi di ricerca e di sviluppo, si deve

procedere alla svalutazione dei costi capitalizzati. Nel caso in cui, in seguito, venissero meno le

ragioni che avevano reso obbligatoria la svalutazione, il legislatore civilistico impone di procedere

al ripristino di valore.

Per quanto riguarda i costi di pubblicità, i soli costi che possono essere capitalizzati ( eccezione alla

) sono quelli che possono essere assimilati ai costi di impianto e ampliamento

regola generale

relativi al lancio di un nuovo prodotto. Nel caso in cui la capitalizzazione sia legittima,

l’ammortamento e la valutazione ha le stesse regole dei costi di impianto e di ampliamento.

Per quanto riguarda i costi capitalizzati connessi all’evoluzione informatica ( ), il

costi di software

software può essere distinto in:

 Software di base: insieme delle istruzioni indispensabili per il funzionamento

dell’elaboratore ( ). I costi relativi alla produzione o all’acquisto del software di

hardware

base vanno capitalizzati insieme al bene materiale cui esso pertiene.

 Software applicativo: soddisfa specifiche esigenze del cliente ( ). L’iscrizione dei

programmi

relativi costi dovrebbe essere articolata nel seguente modo:

- Software applicativo acquistato a diritto di proprietà. Tali costi vanno ammortizzati a

quote costanti nel periodo di prevista utilità futura, se determinabile; altrimenti, in tre

esercizi.

- Software applicativo a titolo di licenza d’uso a tempo indeterminato. I relativi costi vanno

trattati come nel caso di acquisto a titolo di proprietà.

- Software applicativo acquistato a titolo di licenza d’uso a tempo determinato. Se è simile

al canone di locazione per l’utilizzo del bene, il canone del software va a finire nel conto

economico. Se, invece, il software acquistato prevede il corrispettivo “una tantum”, invece

che essere diluito nei diversi anni, va a finire nelle “immobilizzazioni – licenze e marchi” (

è

), questo va ammortizzato

limitato sì nel tempo, ma per tale diritto si paga il corrispettivo

secondo le regole delle immobilizzazioni dei beni secondo il periodo preso in

considerazione.

- Software applicativo prodotto per uso interno “tutelato” ( prodotto internamente e ).

registrato come brevetto: sul mercato non esistevano software per le necessità dell’impresa

Ricadiamo nella situazione di immobilizzazioni immateriali di beni ( logica di valutazione e

), il software è giuridicamente vincolato e nessun altro può

ammortamento identica

riprodurlo. I relativi costi sostenuti internamente vanno a finire nelle voci di

“immobilizzazioni immateriali – opere di ingegno”.

- Software applicativo prodotto per uso interno non “tutelato” giuridicamente ( tutti, se a

). Tali costi vanno a finire nel conto economico se si

conoscenza, possono copiarlo e riprodurlo

riferiscono al periodo in considerazione; mentre se è un costo che si riferisce a più periodi,

deve essere capitalizzato. Tale differenza, dipende dal fatto se il software verrà utilizzato

per una pluralità di anni o per un solo esercizio. Nel caso in cui viene capitalizzato finisce

nella voce residuale “altre immobilizzazioni immateriali”. Una volta accertata la

legittimità, la valutazione e l’ammortamento seguirà la solita logica delle immobilizzazioni

immateriali.

Passiamo ora ai principi contabili internazionali, documento 38, i costi pluriennali non vanno a

finire nello stato patrimoniale in quanto non possono essere capitalizzati e vanno a finire nel

conto economico, vi è però un’unica eccezione. Le spese di ricerca o sviluppo che sono connesse a

un progetto di ricerca o di sviluppo in corso di acquisto o separatamente o in un’aggregazione

aziendale rilevato come un’attività immateriale; e sono sostenute dopo l’acquisizione di tale 50

progetto, possono essere capitalizzati nel caso in cui la società può dimostrare tutte le condizioni

sottostanti:

 La fattibilità tecnica di completare l’attività immateriale in modo da essere disponibile per

l’uso o per la vendita.

 La sua intenzione a completare l’attività immateriale per usarla o venderla.

 In quale modo l’attività immateriale genererà probabili benefici economici.

 La disponibilità di risorse tecniche, finanziarie e di altro tipo adeguate per completare lo

sviluppo per l’utilizzo o la vendita dell’attività immateriale.

 La sua capacità di valutare attendibilmente il costo attribuibile all’attività immateriale

durante il suo sviluppo.

Avviamento

Prendiamo in considerazione l’articolo 2426 punto 6 del codice civile. Per avviamento s’intende

l’attitudine dell’impresa a produrre reddito; esso è rappresentato da un insieme indistinto di

condizioni immateriali ( es. immagine aziendale, clientela, credito, organizzazione, management, qualità

) che esprimono, qualificandola, la capacità competitiva dell’impresa

dei prodotti, rete commerciale

sul mercato. Nella prassi l’avviamento è espresso, sul piano quantitativo, dalla differenza tra il

prezzo negoziato per l’acquisizione di un’azienda e il patrimonio netto della stessa. L’avviamento

può essere iscritto nell’attivo con il consenso, ove esistente, del collegio sindacale, se acquisto a

titolo oneroso, nei limiti del costo per esso sostenuto e deve essere ammortizzato entro un

periodo di cinque anni. È tuttavia consentito ammortizzare sistematicamente l’avviamento in un

periodo limitato di durata superiore ai cinque anni, purché esso non superi la durata per

l’utilizzazione di questo attivo e ne sia data adeguata motivazione nella nota integrativa.

Nell’avviamento, quindi, il vincolo dei cinque anni è relativo.

Passiamo ora all’analisi dell’avviamento secondo i Principi contabili nazionali, documento 24.

L’avviamento è inteso come attitudine della società considerata a produrre utili in maniera

superiore rispetto a quella ordinaria. L’avviamento può essere di due tipi:

1. Avviamento internamente generato, non può essere capitalizzato ed iscritto nel bilancio di

esercizio sia perché esso non è definibile in termine di oneri e costi ad utilità differita nel

tempo ( ), sia perché esso

venendo così meno uno dei requisiti fondamentali per la sua iscrivibilità

costituisce il valore attuale di un flusso di futuri utili sperati, presunti.

2. Avviamento che derivi da acquisizioni di un’azienda ( ) o di una

acquisto, permuta

partecipazione, oppure da un’operazione di conferimento d’azienda, di fusione o di una

scissione. In questo caso l’avviamento verrà definito “avviamento acquisito a titolo

oneroso”.

L’avviamento deve essere ammortizzato entro la sua vita utile. Inoltre, l’ammortamento deve

avvenire in modo sistematico, per un periodo di 5 anni, ma sono consentiti periodi maggiori, entro

i 20 anni. In questo caso di periodo di ammortamento superiore, bisogna illustrare nella nota

integrativa le motivazioni del periodo di ammortamento superiore ai 5 anni. Dovrà essere

effettuata una rigorosa analisi del valore di avviamento, detto impairment test, disciplinato dai

principi contabili internazionali, per rilevare eventuali mutamenti nei fattori e nelle variabili prese

in considerazione al tempo della originaria rilevazione. Queste variazioni devono essere

tempestivamente registrate procedendo alla svalutazione esplicita della posta “avviamento”.

L’impairment test corrisponde alla FASE 2. Dopo aver determinato l’eventuale criterio alternativo,

si passa alla FASE 3con la quale bisogna iscrivere in bilancio il minore valore fra il costo e

l’impairment test.

Infine, passiamo allo IAS 3 dei Principi contabili internazionali. 51

L’avviamento iscrivibile in bilancio è solo quello relativo ad un impresa acquisita ( avviamento

) ed il punto di partenza per l’iscrizione in bilancio è il costo. Come

acquisito a titolo oneroso

abbiamo già visto, come criterio alternativo ( ) abbiamo l’impairment test (

FASE 2 disciplinato dallo

), ed in seguito, nella FASE 3 viene iscritto il valore minore fra il costo e l’impairment test.

IAS 36

Nei Principi contabili internazionali l’ammortamento non è previsto: nel caso in cui il valore della

FASE 1, cioè il costo, sia minore o uguale a quello relativo alla FASE 2, cioè l’impairment test, il

valore rimane quello del costo senza il calcolo dell’ammortamento. Nel caso in cui il valore

recuperabile ( ) sia minore rispetto al costo, allora bisogna svalutare rispetto al

impairment test

costo, questo avviene attraverso la relativa voce di conto economico relativo alle svalutazione e

non attraverso le voci di ammortamento.

Per concludere l’analisi dell’immobilizzazioni immateriali, dobbiamo trattarle dal punto di vista

del Testo unico delle imposte, articolo 103 – ammortamento dei beni immateriali. Ricordiamo

che, le finalità del legislatore fiscale sono due:

 Evitare che sia sottratta materia imponibile;

 Ridurre le aree di contrapposizione tra i contribuenti e l’amministrazione fiscale.

Per quanto riguarda la disciplina fiscale, ci interessa vedere solamente l’ammortamento, in

quanto maggiore è l’ammortamento e minore sarà il reddito fiscale. Le quote di ammortamento

del costo di tutte le immobilizzazioni rappresentate da beni – diritti sono deducibili ( espressione

) in misura non superiore ad un

che vuol dire che sono riconosciuti come componenti negativi di reddito

terzo del costo ( );

imponendo un tetto massimo di ammortamento si cerca di ridurre l’imponibile fiscale

quelle relative al costo dei marchi di impresa sono deducibili in misura non superiore ad un decimo

del costo. Le quote di ammortamento del costo dei diritti di concessione e degli altri diritti iscritti

nell’attivo del bilancio sono deducibili in misura corrispondente alla durata di utilizzazione

prevista dal contratto o dalla legge. Le quote di ammortamento del valore di avviamento iscritto

nell’attivo del bilancio sono deducibili in misura non superiore a un diciottesimo del valore stesso.

Nella legislazione fiscale si richiama solamente la FASE 1, in quanto non si viene a determinare un

valore alternativo, infatti un’eventuale svalutazione non sarebbe accettata in materia fiscale. Ad

esempio: ammortizziamo secondo il codice civile in 5 anni l’avviamento ( ); mentre

100 € per 5 anni

secondo la disciplina fiscale questa immobilizzazione immateriale deve essere ammortizzata in 18

anni ( ). Cosa succede nei primi 5 anni di ammortamento? In bilancio si iscriverà il

60 € per 18 anni

valore di 100, mentre quando si passerà alla materia fiscale bisogna sommare al reddito di

bilancio, supponendo che sia pari a 500, una variazione in positivo/aumento pari alla differenza tra

l’ammortamento secondo il codice civile e secondo la materia fiscale ( ). Il reddito fiscale

100-60=40

sarà, di conseguenza, pari a 540 €: si pagheranno più imposte di quelle che si pagherebbero se il

reddito imponibile corrispondesse al reddito di bilancio. Questa situazione rimarrà invariata per

tutti i 5 anni. Cosa succede negli anni successivi al quindi? Alla fine del 5° esercizio, l’avviamento in

bilancio è stato completamente ammortizzato, quindi in bilancio non si avrà più questo valore.

Per quanto riguarda la parte fiscale, l’ammortamento non si è esaurito in quanto è arrivato

solamente ad 5/18. In questo caso, invece, siamo in presenza di una variazione in diminuzione del

reddito fiscale rispetto al reddito di bilancio. Se supponiamo che il reddito di bilancio sia pari a

700, il reddito fiscale sarà pari alla differenza tra il reddito di bilancio e l’ammortamento secondo

la materia fiscale ( ). Questa nuova situazione si avrà fino al 18° esercizio, quando poi

700-40=660

l’avviamento risulterà completamente ammortizzato. Riassumendo, nei primi 5 anni si è avuto

una variazione in aumento del reddito fiscale rispetto al reddito di bilancio, mentre nei successivi

esercizi, fino al 18°, si avrà una variazione in diminuzione. Le maggiori imposte che si sono pagate

nei primi anni saranno compensate nelle minore imposte che si avranno dal 6 al 18 anno. Queste

differenze sono temporanee e fanno parte della cosiddetta fiscalità differita. 52

Riassumendo, per quanto riguarda le immobilizzazioni immateriali di beni:

 I principi contabili internazionali le valutano secondo la logica di valutazione del fair value.

Per quanto riguarda le immobilizzazioni immateriali di costi pluriennali:

 I principi contabili internazionali sono più restrittivi rispetto al codice civile e ai principi

contabili nazionali, per quanto riguarda la capitalizzazione di questi costi; vi è solamente

un’eccezione che riguarda i costi di ricerca e sviluppo.

Per quanto riguarda le immobilizzazioni immateriali di avviamento:

 Il codice civile e i principi contabili nazionali prevedono l’ammortamento, mentre i principi

contabili internazionali non prevedono l’avviamento ma l’impairment test.

IMMOBILIZZAZIONI MATERIALI

Le immobilizzazioni materiali sono fattori di produzione di uso durevole, la cui utilizzazione si

estende oltre un esercizio. Ne segue che il relativo costo non può essere interamente attribuito

all’esercizio in cui esso è stato sostenuto, ma va ripartito in più esercizi, ossia nei periodi in cui il

bene partecipa al processo produttivo. Per quanto riguarda il codice civile non c’è una separata

indicazione rispetto alle immobilizzazioni immateriali e finanziarie; quindi ci possiamo ricollegare

alla spiegazione fatta precedentemente per le immobilizzazioni immateriali.

Passiamo, quindi, ai principi contabili nazionali, più precisamente al documento 16 ( ).

revisione

Le immobilizzazioni materiali acquistate devono essere iscritte in bilancio al costo d’acquisto,

computando in questo anche gli oneri accessori; o al costo di produzione. Per quanto riguarda la

logica di redazione del piano di ammortamento, essa è esattamente la stessa che abbiamo

richiamato più volte. Una peculiarità, invece, si ha nel periodo di ammortamento; in questo caso si

tratta di beni aventi consistenza fisica e la logica di determinazione del periodo di ammortamento

deve tener conto della diversa natura dei beni. Dunque, si parte dalla cosiddetta “senescenza”,

momento in cui l’immobilizzazione non è più in grado di funzione ( tetto massimo di possibilità di

), ed essa rappresenta la

utilizzazione, l’immobilizzazione materiale diventa obsoleto, da eliminare

durata massima del periodo di ammortamento. Oltre alla senescenza bisogna determinare la

durata economica:

1. Obsolescenza da progresso tecnologico: superamento dell’immobilizzazione da parte di una

nuova tecnologicamente avanzata. Per la società, diventa conveniente sostituire la vecchia

immobilizzazione con una più avanzata.

2. Obsolescenza da prodotto: bisogna vedere per quali prodotti si può utilizzare

l’immobilizzazione materiale. Infatti, se cessa la produzione del prodotto per la quale

utilizzavo l’immobilizzazione bisogna vedere se si può utilizzare per altri prodotti, ma se

non può essere utilizzata per nient’altro diventa inutilizzabile.

Facendo la sintesi del minore valore delle due ipotesi di obsolescenza e della senescenza si arriva

alla determinazione del valore economico. Per esempio, ipotizziamo che dalla senescenza derivi

un periodo di 10 anni, dall’obsolescenza da progresso tecnologico un periodo di 8 anni, e

dall’obsolescenza da prodotto derivi un periodo di 6 anni.

Abbiamo così determinato la FASE 1, del processo di valutazione delle immobilizzazioni materiali

( ) e dell’ammortamento sistematico. Iniziamo ora la FASE 2, il

costo di acquisto o di produzione

criterio di riferimento sarà il valore recuperabile.

La determinazione di questo valore recuperabile non è enunciato nel codice civile, ma a questa

carenza ci pensano i principi contabili nazionali. Il valore recuperabile per quanto riguarda le

immobilizzazioni materiali è identificato nel valore recuperabile tramite l’uso o valore in uso, ossia

quel valore che si può ragionevolmente prevedere potrà essere recuperato tramite flussi di ricavi

53

dell’impresa sufficienti a coprire tutti i costi e le spese incluso l’ammortamento. Il valore in uso,

quindi, corrisponde alla somma degli ammortamenti che potranno essere recuperati tramite i

ricavi ( ). Nella FASE 3, in bilancio

valore che l’impresa è in grado di ammortizzare negli esercizi successivi

viene iscritto il minore valore fra il costo e il valore in uso.

Il legislatore impone l’obbligo di procedere alla svalutazione delle immobilizzazioni materiali nel

caso in cui, alla data di chiusura dell’esercizio, il valore effettivo del bene risulti durevolmente

inferiore al valore contabile, o a valore residuo del bene.

Lo scopo di tale previsione va ricondotto alla necessità che il valore di bilancio del bene concorra

alla rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica

dell’impresa. Di conseguenza, nel caso in cui il bene presenti una perdita di valore permanente,

ossia duratura, per cui il suo valore contabile residuo ( ) sia inferiore al

costo meno ammortamenti

valore d’uso, cioè al valore che può essere convenientemente ammortizzato nei successivi

esercizi, il valore contabile deve essere rivisto mediante una svalutazione di tipo straordinario.

Passando all’articolo 102 – ammortamento dei beni materiali della legislazione fiscale, le quote

di ammortamento del costo dei beni materiali strumentali per l’esercizio dell’impresa sono

deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione del bene e non dell’acquisto. La deduzione

è ammessa in misura non superiore a quella risultante dall’applicazione al costo dei beni, quindi il

valore da ammortizzare è solo il costo, dei coefficienti stabiliti con decreto del Ministro

dell’economia e delle finanze pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, ridotti alla metà per il primo

esercizio. I coefficienti sono stabiliti per categorie di beni omogenei in base al normale periodo di

deperimento e consumo nei vari settori produttivi. Il legislatore fiscale, quindi, rinvia a coefficienti

stabiliti dal Decreto Ministeriale, il quale contiene una tabella strutturata in più fasi: la prima

distinzione è per settori di attività ( ), all’interno di ciascun settore

per esempio chimico, meccanico…

c’è una classificazione a seconda della natura dei beni ( per esempio impianti generici, impianti

), per ciascuno di questi beni è indicato un coefficiente di

specifici, attrezzature, mobili, automezzi…

ammortamento ( ). Il procedimento è quindi molto agevole, si tratta

per esempio 20%, 15%...

solamente di effettuare un calcolo aritmetico: si parte dal determinare il settore di attività, poi il

bene e il rispettivo coefficiente.

Questo calcolo ha insito il fatto che l’ammortamento deve essere effettuato a quote costanti.

Spese di manutenzione

Le spese di manutenzione, ammodernamento e trasformazione, possono essere ricondotte a due

categorie fondamentali:

 Manutenzioni ordinarie, hanno un carattere conservativo e servono a mantenere il livello

di efficienza - vita utile prevista per quella immobilizzazione materiale.

 Manutenzioni straordinarie, sono spese che aumentano la capacità produttiva dell’

immobilizzazione materiale o la produttività della medesima ( tramite un incremento

) o incrementano la vita utile o ne incrementano il grado di sicurezza nel suo

dell’efficienza

utilizzo.

Per quanto riguarda il trattamento in bilancio, il codice civile non dice nulla in proposito; mentre i

principi contabili nazionali si occupano del trattamento in bilancio di queste spese per

immobilizzazioni materiali sempre nel documento 16.

Per quanto riguarda le manutenzioni ordinarie, in quanto rivolte a mantenere la conservazione,

esse vanno a finire nel conto economico. Le manutenzioni straordinarie, invece, vengono portate

in aumento al valore delle immobilizzazioni materiali a cui si riferiscono, e quindi, vengono

capitalizzate. In questo modo viene definito un nuovo valore da ammortizzare, che sarà composto

dal costo originario più questi costi capitalizzati su cui calcolare il nuovo ammortamento. Prima di

accettare questo nuovo valore da ammortizzare, bisogna effettuare una verifica per via del 54

postulato della prudenza, cioè bisogna verificare che il nuovo valore dell’immobilizzazione

materiale sia un valore non superiore al valore in uso determinato in precedenza. Si ritorna quindi

alla solita logica di valutazione, dove mettere a confronto il valore ottenuto dalla prima e dalla

seconda fase.

Per finire la trattazione riprendiamo l’articolo 102 della legislazione fiscale.

Le spese di manutenzione, riparazione, ammodernamento e trasformazione, che dal bilancio non

risultino imputate ad incremento del costo dei beni ai quali si riferiscono, sono deducibili nel limite

del 5% del costo complessivo di tutti i beni ammortizzabili quale risulta all’inizio dell’esercizio.

L’eccedenza è deducibile per quote costanti nei cinque esercizi successivi. Il legislatore fiscale

afferma che se le spese di manutenzione vengono capitalizzate non ci sono problemi; mentre se

le spese di manutenzione non vengono capitalizzate ( ) viene riconosciuto

portate a conto economico

come componente di reddito negativo un valore massimo pari al 5% del costo complessivo di tutti

i beni materiali ammortizzabili quale risulta all’inizio dell’esercizio. Il calcolo del 5 % va effettuato

sul totale di tutte le immobilizzazioni materiali, da cui si ricava il tetto massimo di costi iscrivibili

nel bilancio, senza la distinzione di manutenzioni ordinarie o straordinarie. Se ipotizziamo che i

costi di manutenzione nel conto economico siano di 30, mentre dal limite del 5% essi possono

essere iscritti per un importo pari a 25 ( 5% di 500 totale delle immobilizzazioni materiali

). L’eccedenza, pari a 5, è riconosciuta dal fisco per quote costanti nei 5 esercizi

ammortizzabili

successivi ( ),

norma chiave che definisce il trattamento di quella differenza non riconosciuta nell’esercizio

nell’esempio si avrà per 5 anni successivi un variazione in diminuzione pari a 1. Si hanno così delle

differenze temporanee: nel 2012 variazione in aumento pari a 5. Dal 2013 al 2018 variazione in

diminuzione pari a 1 ( ). Lo stesso fenomeno di fiscalità differita si ha nel caso di

1*5anni

ammortamento iscritto nel conto economico, con un coefficiente minore rispetto a quelle che

vengono determinate secondo i coefficienti di ammortamento del Ministero.

IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE

Con riguardo al Codice civile partiamo dall’articolo 2426 punto 3. Iniziando con la FASE 1, il costo

è un costo di acquisto ( ) e non vi è il problema

non ha senso il costo di produzione

dell’ammortamento in quanto non sono beni ammortizzabili. Dopo aver determinato il costo,

possiamo passare alla FASE 2, di cui il valore non viene specificato dal codice civile; infine si

conclude con la FASE 3, con l’iscrizione in bilancio del minor valore tra il costo ed il criterio

alternativo.

I Principi contabili nazionali, dedicano a questo argomento due documenti ( ), il

in fase di revisione

documento 20, il quale tratta delle partecipazioni in generale, ed il documento 21, che tratta delle

partecipazioni specifiche rispetto al metodo del patrimonio netto.

Incominciamo a trattare le partecipazioni in generale. La FASE 1 riguarda tipicamente il costo di

acquisto. Invece, per quanto riguarda la FASE 2, è data dall’analisi dei risultati economici

dell’impresa in cui si possiede la partecipazione. Inoltre, viene introdotta una distinzione a

seconda che si tratta di azioni quotate in borsa, in questo caso si fa riferimento alla quotazione di

borsa in quanto dà un primo allarme su un possibile peggioramento della situazione economica

dell’impresa partecipata: una differenza tra le quotazioni di borsa e il costo di acquisto non dà

un’immediata perdita del valore durevole delle immobilizzazioni finanziarie, bensì da un allarme

su cui si deve effettuare un’attenta analisi per individuare la situazione finanziaria e reddituale

dell’impresa, se a termine dell’analisi si rileva che l’impresa abbia dei risultati negativi, si ha quindi

una vera e propria perdita di valore durevole, cioè il cosiddetto valore recuperabile inferiore al

costo d’acquisto. 55

Se siamo in presenza, invece, di azioni non quotate in borse non si ha alcun allarme preventivo

riguardante la borsa, quindi bisogna effettuare un’analisi dei risultati economici per identificare

l’eventuale valore recuperabile inferiore iscrivibile in bilancio, come criterio alternativo al costo.

Nella prassi più avanzata, l’analisi dei risultati economici nell’impresa in cui si possiedono delle

partecipazioni trova esplicazione nell’impairment test.

Partecipazioni collegate e controllate

Per le partecipazioni collegate e controllate, oltre la logica generale, vi è la possibilità di seguire

un’ulteriore logica più specifica. Nel codice civile, articolo 2426, si afferma che le immobilizzazioni

consistenti in partecipazioni in imprese controllate o collegate possono ( ) essere valutate,

facoltà

anziché secondo il criterio generale ( ), in base al patrimonio netto. Per tutte le

costo di acquisto

immobilizzazioni finanziarie, ad eccezione delle partecipazioni controllate e collegate, il costo di

acquisto esprime il limite massimo di valutazione. Esso trova giustificazione logica nelle

caratteristiche che lo contraddistinguono: la non soggettività, la facile verificabilità e la prudenza.

i limiti nel criterio del costo vanno individuati nella mancanza di imputazione nel bilancio della

partecipante del risultato economico della partecipata secondo competenza economica, con la

conseguenza che il criterio in esame non permette di seguire la dinamica del valore della

partecipazione in sincronia con la dinamica del patrimonio netto della partecipata. La disciplina

civilistica prevede che per le partecipazioni in società controllate e collegate, a discrezione del

redattore del bilancio, possa essere adottato, quale criterio di valutazione alternativo al costo, il

metodo del patrimonio netto. Il valore della partecipata è periodicamente aggiornato allo scopo

di tenere conto, per la quota di pertinenza, delle variazioni incrementative o decrementative del

patrimonio netto della partecipata, effettuate le necessarie rettifiche per la corretta applicazione

di tale metodologia. In altri termini, con il metodo del patrimonio netto il valore della partecipata

viene riesaminato e rettificato in più o in meno, di esercizio in esercizio, allo scopo di riflettere nel

bilancio della partecipata, secondo competenza economica, la quota di spettanza degli utili o

delle perdite conseguite dalla partecipata. Di conseguenza, il risultato economico della società

partecipata genera, di riflesso, un aumento o una diminuzione nel valore patrimoniale della

partecipata e, quale contropartita, un componente positivo o negativo di reddito.

La facoltà concessa dal legislatore di applicare il metodo del patrimonio netto anche

semplicemente ad alcune imprese partecipate, e non a tutte, può essere in prima

approssimazione criticabile sotto l’aspetto aziendale, in quanto il metodo del patrimonio netto, se

adottato, dovrebbe riguardare tutte le partecipazioni per le quali il metodo è utilmente

applicabile. Peraltro, in presenza di fattispecie che vincolano la società investitrice nella capacità

di influire sui processi decisionali delle partecipate è possibile utilizzare, in sostituzione del

metodo del patrimonio netto, il criterio del costo.

Per determinare il valore della partecipazione in base al patrimonio netto, non bisogna fermarsi al

valore del patrimonio netto dell’ultimo bilancio, ma bisogna applicare due rettifiche:

1. Rettificare i dividendi, questo per evitare di conteggiarli due volte; infatti, i dividendi della

partecipata sono già nel bilancio della controllate ( conto economico, nella voce relativa ai

).

dividendi da società controllate

2. Rettifiche dovute al bilancio consolidato.

Il valore determinato secondo questa logica alternativa del patrimonio netto, non coincide mai

con il costo relativo alla partecipazione iscritto in contabilità. In sede di bilancio, sorge quindi il

problema di trattare la differenza fra la logica del patrimonio netto e del costo. Quando la

partecipazione è iscritta per la prima volta in base al metodo del patrimonio netto, il costo di

acquisto superiore al valore corrispondente del patrimonio netto risultante dall’ultimo bilancio

dell’impresa, controllata o collegata può essere iscritto nell’attivo, purché ne siano indicate le 56

ragioni nella nota integrativa. La differenza, per la parte attribuibile a beni ammortizzabili o

all’avviamento, deve essere ammortizzata. Le motivazioni di questa differenza, fra la logica del

costo e la logica del patrimonio netto, possono essere:

1. Riconducibili a plusvalenze implicite negli elementi dell’attivo del bilancio della partecipata

o a plusvalenze implicite negli elementi del passivo del bilancio della partecipata ( esistenza

).

di elementi del passivo sopravalutati

2. Riconoscimento di un valore di avviamento.

3. Riconducibili ad un cattivo affare effettuato dal compratore. Questo valore non trova

iscrizione nell’attivo e, quindi, la differenza va rilevata come minusvalenza dovuta ad un

cattivo affare e come tale iscritta nel conto economico.

Queste cause possono giustificare il fatto di aver pagato la partecipata ad un prezzo superiore

rispetto al suo valore contabile.

Prendiamo in considerazione il seguente esempio:

Quota di partecipazione nella controllata è pari al 100%

Costo di acquisto partecipazione: 100

Patrimonio netto contabile controllata: 105

Patrimonio netto rettificato controllata: 90

Plusvalenze implicite in immobili strumentali della controllata: 5

Avviamento della controllata riconosciuto in sede di acquisizione della partecipata: 3

La differenza fra il costo di acquisto e logica del patrimonio netto è di 10 ( ). Secondo il

100-90

codice civile si può iscrivere in bilancio il costo della partecipazione di 100, senza uscire dalla

logica del patrimonio netto, così da iscrivere in nota integrativa le motivazioni. Le motivazioni

della differenza, riprendendo dalla teoria sopracitata sono:

1. Per un importo di 5, a causa di una plusvalenza implicita in immobili strumentali della

controllata.

2. Per un importo di 3, a causa dell’avviamento.

3. Per un importo di 2, non hanno una giustificazione economica a causa di un cattivo affare.

La partecipazione verrà iscritta nello stato patrimoniale per un importo di 98 ( 5+3 trovava

) in bilancio e in conto economico risulterà una

giustificazione, mentre 2 non trovano giustificazione

svalutazione pari a 2:

Stato patrimoniale – partecipazioni in imprese controllate: 98

Conto economico – svalutazione partecipazione: 2

Inoltre, la differenza tra la parte di beni ammortizzabili e avviamento deve essere ammortizzata,

cioè nell’esercizio successivo, ipotizzando che la logica della partecipata abbia uguale valore, si

deve applicare l’ammortamento alla plusvalenza e all’avviamento, più precisamente al valore di 5

e al valore di 3. L’importo derivante dall’ammortamento va a diminuire il valore derivante dalla

logica del patrimonio netto di 98. Alla fine del periodo dell’ammortamento si avrà un valore

identico fra costo e patrimonio netto, l’ammortamento si riassorbe nel procedere

dell’ammortamento. Inoltre, negli esercizi successivi le plusvalenze, derivanti dall’applicazione del

metodo del patrimonio netto, rispetto al valore indicato nel bilancio dell’esercizio precedente

sono iscritte in una riserva non distribuibile. Questo ulteriore problema deriva dal fatto che il

patrimonio netto della partecipata cambia ogni anno e non è mai fisso.

Il codice civile, delinea una prima soluzione nel caso in cui il valore della partecipata sia maggiore

rispetto al valore del patrimonio netto, ma non disciplina il caso opposto, cioè quando il valore

rettificato del patrimonio netto sia maggiore rispetto al valore del costo, il quale viene disciplinato

dai principi contabili nazionali nel documento 21.

Il primo punto non toccato dal codice civile riguarda il problema dovuto dalla differenza fra il

costo e il valore rettificato del patrimonio netto. Il primo ambito di intervento riguarda il 57

trattamento in bilancio della differenza fra costo e patrimonio netto, quando il valore della

partecipazione in base al costo è inferiore al valore in base al patrimonio netto della partecipata.

Ritornando ai dati dell’esempio precedente, supponiamo che:

Patrimonio contabile rettificato controllata: 110

Dalla differenza, adesso, abbiamo un valore di 10 ( ), il quale va motivato come:

110-100

1. Minusvalenze implicite su elementi dell’attivo della società partecipata, cioè alcuni

elementi contabili dell’attivo sono superiori al loro valore corrente. Essa è una spiegazione

difficilmente riscontrabile nella realtà ( si può scivolare in una situazione di bilancio non

). Analogamente, potrebbero riguardare

corretto, violando il principio della prudenza

minusvalenze implicite negli elementi del passivo, in quanto non sono stati redatti fondi

opportuni.

2. La società partecipata ha un andamento economico sfavorevole, quindi la partecipante ha

acquistato una società in perdita e si presume che per un dato periodo di anni questa

società continui a perdere; le perdite fino ad oggi si hanno nel bilancio della partecipata,

ma il prezzo non tiene conto delle perdite che si avranno negli esercizi successivi. Il

compratore ha quindi uno “sconto” per quanto riguarda l’acquisto della partecipazione. In

questo caso la partecipazione viene pagata 100, ma con il metodo del patrimonio netto

vale 110, ma nei periodi successivi il patrimonio netto diminuirà per effetto delle perdite.

Siccome oggi il valore, secondo l’esempio è 110, in bilancio scriverò 110 in quanto equivale

al valore attuale della partecipazione. La differenza di 10 va ad alimentare un fondo per

rischi ed oneri per tale importo, nella voce particolare “altri fondi”. Questo fondo verrà

utilizzato negli esercizi successivi per fronteggiare le perdite che la società partecipata

affronterà.

3. L’ultima giustificazione riguarda il fatto di aver “fatto un buon affare”, si iscrive la

partecipazione a 110, però la contropartita non è un fondo ma si ha un’apposita riserva, di

capitale di 10, che assume la denominazione “riserva plusvalori partecipazioni”.

Avremo quindi nel bilancio d’esercizio:

Stato patrimoniale (attivo) – partecipazione in imprese controllate: 110

Stato patrimoniale (passivo) – fondi per rischi ed oneri (altri fondi): 10

Oppure – riserva plusvalori partecipazione: 10

RIMANENZE

Le rimanenze di magazzino sono valori economici comuni a due esercizi; infatti riguardano

processi produttivi, iniziati e non conclusi alla fine del periodo amministrativo, che troveranno

compimento in quello successivo mediante il realizzo diretto per i beni destinati al mercato e

indiretto per quelli che dovranno subire previamente ulteriori trasformazioni.

Partiamo dall’articolo 2426 punto 9 del codice civile. La FASE 1 corrisponde all’individuazione del

costo di acquisto ( ) o di produzione ( ). Nel costo industriale vi è la

valore negoziato costo industriale

possibilità di aggiungere una quota di oneri finanziari nel caso in cui ci siano i requisiti, cioè

solamente per finanziamenti specifici destinati a beni alienati.

La FASE 2, afferma che se la natura dei beni è quella di essere venduta, allora il criterio alternativo

è il valore di presumibile realizzo, cioè l’andamento del mercato. Su questo punto, come nei casi

precedenti, il codice civile non dice nulla su come si determina questo valore, e bisogna passare ai

principi contabili nazionali. Nella FASE 3, bisogna iscrivere in bilancio il minore fra il costo ( di

) e il valore di presumibile realizzo. Tale minor valore, se inferiore al costo,

acquisto o di produzione

non può essere mantenuto in bilanci successivi se son venuti meno i motivi di questo minor valore

inferiore al costo, e nell’esercizio in questione si ha il ripristino del valore riferito al costo. Ad 58

esempio, le rimanenze al costo sono di 100 mentre il valore di possibile realizzo è di 95, in bilancio

verrà scritto il minor valore fra i due, cioè 95. Nell’esercizio successivo, se il valore di presumibile

realizzo si alza a 110, in bilancio si ritorna a scrivere il valore del costo pari 100 in bilancio.

Passando al punto 10 dell’articolo 2426, si afferma che il costo dei beni fungibili ( beni uguali tra

) in rimanenza può essere calcolato col metodo della media ponderata o con quelli “primo

loro

entrato, primo uscito” ( ) o “ultimo entrato, primo uscito” ( ); se il valore così ottenuto

FIFO LIFO

differisce in misura apprezzabile dai costi correnti alla chiusura dell’esercizio, la differenza deve

essere indicata, per categoria di beni, nella nota integrativa. Dal punto di vista del nostro schema,

si ritorna alla FASE 1 in quanto la disposizione in esame non introduce criteri alternativi, ma ha un

effetto relativo all’applicazione del criterio base del costo. Nel caso di beni non fungibili si utilizza

il metodo della determinazione del costo specifico, per cui la valutazione del bene in questione ai

fini del bilancio si ha attraverso il costo sostenuto per l’acquisto o la produzione di quel bene

particolare. Mentre, nel caso di gruppi di beni fungibili, la determinazione del costo specifico

diventa assai complessa in quanto bisogna tener separati in magazzino beni uguali. Ad esempio,

immaginiamo che la nostra società produca dei frigoriferi del medesimo modello, di cui

rimangono in magazzino 1000 scorte: per calcolare il costo specifico significa adottare per ogni

frigorifero un costo differente per via del fatto che sono stati prodotti in tempi differenti.

In conclusione, con riferimento ai beni fungibili, la determinazione del costo specifico è possibile

ma implica una certa difficoltà e un lavoro maggiore. Per superare questo inconveniente sono

stati introdotti, con la modalità di acquisto o di produzione, dei metodi convenzionali per la

determinazione del costo:

 Costo medio ponderato: media dei costi sostenuti per l’acquisto dei beni in produzione. In

alternativa del costo d’acquisto o industriale del bene in rimanenza posso utilizzare quel

costo medio ponderato per il bene in rimanenza. Ritornando all’esempio dei 1000

frigoriferi uguali, applico lo stesso costo per tutti i frigoriferi.

 F.I.F.O – primo entrato, primo uscito: nel flusso del magazzino si ha che i beni che entrano

per primi sono anche i primi ad uscire. I beni che mi trovo in rimanenza sono i beni

acquistati e prodotti per ultimi. Se valutiamo a costi più recenti, abbiamo un vantaggio che

riguarda la rappresentazione in bilancio, nel caso in cui la valutazione avvenga a costo,

abbiamo dei valori aggiornati come valore sia delle rimanenze sia dell’importo dello stato

patrimoniale e del conto economico.

 L.I.F.O. – ultimo entrato, primo uscito: gli ultimi beni ad entrare sono anche i primi ad

uscire dal magazzino; ciò che rimane in magazzino, e che sono quindi oggetti di

valutazione, sono i beni acquistati o prodotti in epoche più lontane.

Questo metodo presenta l’inconveniente di condurre a valori meno aggiornati, poiché

considera in rimanenza i beni prodotti in temi più lontani, e quindi tiene conto dei costi

non aggiornati.

In conclusione, con il metodo del l.i.f.o. le rimanenze sono valutate con i prezzi formatisi in tempi

più lontani; con il f.i.f.o. con i prezzi più recenti; con il costo medio ponderato le rimanenze sono

valutate in base alla media aritmetica ponderata tra i diversi prezzi di acquisto e quelli

corrispondenti risultanti dall’inventario di inizio esercizio. Di questi tre metodi, il più utilizzato

nella prassi era il terzo, il metodo del l.i.f.o.: in una situazione di prezzi crescenti, una valutazione

a metodo l.i.f.o. conduce a valori reddituali inferiori perché come sappiamo le rimanenze finali

sono un componente positivo d reddito ( ), in questo

valori non aggiornati, ma inferiori a quelli correnti

modo si esalta il postulato della prudenza. Un’altra motivazione riguarda la natura fiscale, in

quanto il metodo del l.i.f.o. permetteva di non far emergere eventuali utili potenziali da

magazzino. in conclusione, il l.i.f.o. conduce a valutare beni in rimanenza a valori meno

significativi, poiché sono valori lontani, ma che in regime di prezzi crescenti si dimostra

59

estremamente prudenziali. In una situazione di prezzi decrescenti, si ha una situazione opposta: il

l.i.f.o. non diventa prudenziale, in quanto il costo è superiore al valore attuale – aggiornato ed,

inoltre, si utilizzano valori meno significati.

Con l’adozione del metodo l.i.f.o., in regime di prezzi crescenti, si attenua l’effetto dell’inflazione,

in quanto esso contrappone ai ricavi i costi più recenti. Le rimanenze risultano, a parità di

condizioni, sottovalutate in misura corrispondente alla differenza tra il valore così determinato e

quello risultante dall’applicazione del metodo f.i.f.o. ciò porta con sé la formazione di riserve

implicite. Nel caso, invece, di prezzi decrescenti il l.i.f.o. genera una sopravalutazione nelle

rimanenze. Di contro, il metodo f.i.f.o. tende a contrapporre ai ricavi più recenti i costi formatisi in

tempi più lontani; valuta perciò le rimanenze utilizzando i prezzi-costo più vicini nel tempo. Il suo

utilizzo, in condizione di prezzi decrescenti, porta con sé una compressione nel risultato

d’esercizio; mentre, in regime di prezzi lievemente crescenti, tende ad allinearsi alle suddette

variazioni, in quanto nel processo di valutazione riflette, per metodologia, l’andamento dei prezzi.

Da un lato il compilatore del bilancio può scegliere liberamente fra uno di questi metodi

convenzionali, ma nel caso in cui si ottiene un valore inferiore rispetto a quello che si otterrebbe

con un metodo a costi correnti, bisogna iscrivere in nota integrativa la suddetta differenza. Tra i

metodi convenzionali, quello da cui può scaturire una notevole differenza fra il metodo

convenzionale e quello corrente ( ) è il metodo del l.i.f.o. anche se si può adottare il

aggiornato

metodo che più si preferisce, il legislatore preferisce che venga utilizzato il costo medio

ponderato oppure il f.i.f.o.

Anche se non fa parte del programma, possiamo affermare che i principi contabili internazionali

proibiscono l’adozione del metodo convenzionale l.i.f.o, il quale non può essere applicato da chi

redige il bilancio secondo i principi contabili internazionali, proprio a causa del fatto, che il costo

calcolato con detto metodo può portare a valori di bilancio non aggiornati.

Passiamo ora al documento 13 dei principi contabili nazionali, il quale è suddiviso in varie

tipologie di rimanenze: una prima distinzione è tra imprese industriali ed imprese commerciali,

dopo di che vengono classificate le varie tipologie di rimanenze.

Partiamo ad analizzare le imprese industriali:

 Rimanenze materie prime

Le materie prime sono fattori della produzione che devono essere immessi nel processo

produttivo per essere sottoposti a trasformazioni fisico-tecniche. Con riferimento alle materie

prime, per quanto riguarda il criterio del costo non c’è molto da aggiungere rispetto al codice

civile. Le materie prime sono beni acquistati e di conseguenza si fa riferimento al costo di

acquisto. Se nell’ambito delle materie prime vi è la presenza di beni fungibili bisogna scegliere fra

metodi convenzionali e metodo specifico, ma si preferisce il metodo convenzionale. Con riguardo

ai metodi convenzionali, i principi contabili nazionali li prevedono tutti e tre in quanto non può

andare contro ad una disposizione del codice civile ed, inoltre, vengono sviluppati i criteri tecnici

dei metodi convenzionali. in più, rispetto al codice civile vi è una precisazione fra la distinzione del

metodo l.i.f.o e f.i.f.o.. I principi contabili nazionali, in ogni caso, prediligono il f.i.f.o e il costo

medio rispetto al l.i.f.o.

Passiamo ora all’analisi della FASE 2,poiché le materie prime sono beni destinati all’alienazione, il

criterio alternativo è rappresentato dal valore di mercato ( valore di realizzazione desumibile

); più precisamente, si può dire che le materie prime non sono beni

dall’andamento del mercato

destinati alla vendita direttamente, bensì indirettamente in quanto vengono incorporati nel

prodotto finito, il quale, quest’ultimo, verrà venduto. Ritornando all’esempio del frigorifero, la

materia prima può essere rappresentata dall’acciaio, il quale è venduto indirettamente perché fa

parte del frigorifero – prodotto finito. 60

Il fatto che le materie prime sono beni destinati alla vendita indirettamente porta con se un

problema di determinazione del valore di mercato. In modo astratto, il metodo per determinare il

valore di mercato incomincia a considerare il valore di mercato del prodotto finito in cui la materia

prima viene incorporata, da questo valore vengono sottratti tutti i costi che servono a produrre il

frigorifero ad eccezione delle materie prime. Riassumendo, il metodo in “astratto” parte dal

valore di realizzo e toglie tutti i costi tranne quello in questione. Dal punto di vista concreto,

questo metodo è improponibile, di conseguenza i principi contabili nazionali propongono di far

riferimento al valore di mercato che quella materia prima presenta alla chiusura dell’esercizio, in

economia aziendale detto valore viene definito “costo di sostituzione”, cioè rappresenta il costo

che sosterrei alla chiusura dell’esercizio se dovessi ricomprare quella materia prima che è oggetto

di valutazione.

Un’ulteriore problema, riguarda la data di riferimento per l’identificazione di detto valore di

mercato. Il codice civile parla di valore di mercato desumibile dall’andamento di mercato, la

parola chiave a cui possiamo far riferimento è “andamento”, in quanto fa trasparire un concetto di

dinamismo ( ) e non di staticità. Per indentificare il valore di mercato, il compilatore

costo dinamico

di bilancio non può preoccuparsi di rilevare il valore di mercato alla chiusura dell’esercizio ( valore

), ma deve effettuare un’analisi sul mercato rispetto alla rimanenza in questione; da un

statico

punto di vista tecnico, per divenire ad un concetto di valore dinamico ( ) l’analisi deve

e non statico

svilupparsi su un certo intervallo di tempo, ritenuto significativo dal redattore del bilancio. Questo

intervallo di tempo non deve limitarsi al solo esercizio trascorso, ma proprio x essere significativo,

e quindi rendere significativa l’analisi, l’intervallo di tempo deve estendersi anche all’esercizio

successivo ( ). Ad esempio, un intervallo temporale

ovviamente prima della redazione del bilancio

significativo può essere dal 15 dicembre al 15 gennaio, in questo modo il redattore del bilancio

guarderà le variazioni di prezzo nel periodo considerato e, infine, deciderà che prezzo assumere

( ). Possiamo tranquillamente passare

può adottare il metodo della media fra i prezzi oppure altri criteri

alla FASE 3, che ci conduce all’iscrizione in bilancio del minore fra il costo storico e il costo di

sostituzione.

 Rimanenze di semilavorati e prodotti in corso di lavorazione

Le rimanenze di prodotti in corso di lavorazione sono il risultato di lavorazioni iniziate e non

ancora completate, nel senso che devono partecipare a successivi processi di fabbricazione.I

semilavorati esprimono parti finite di acquisto destinate alla fabbricazione del prodotto finito,

oppure parti finite di produzione destinate alla vendita. Per quanto riguarda le rimanenze di

semilavorati e prodotti in corso di lavorazione, si fa riferimento al costo di produzione, nella

configurazione di costo industriale. Per quanto riguarda l’alternativa fra costo specifici o costi

convenzionali, in questo caso si opterà per il costo specifico a meno che non ci siano prodotti

fungibili alla fine dell’esercizio ( ).

nella prassi questa situazione non si presenta mai

Per quanto riguarda la FASE 2, anche in questo caso si fa riferimento al valore di mercato, di beni

non destinati alla vendita diretta sul mercato, ma siamo in presenza di beni in uno stato di

lavorazione non ancora ultimato, di conseguenza siamo in presenza di beni destinati alla vendita

indirettamente. Come le materie prime, si pone il problema di come determinare il valore di

mercato. In modo astratto, possiamo definire il valore di mercato partendo dal prodotto finito e

sottraendo i costi ancora da sostenere. In questo caso, il metodo astratto corrisponde al modo più

appropriato per arrivare al valore di mercato di detti beni, e si può parlare di un valore di mercato

ottenuto con un procedimento a ritroso. Partiamo quindi dal prodotto finito, ad esempio un

frigorifero, per poi togliere tutti i costi ancora da sostenere, che riguardano tutti i costi

commerciali e di distribuzione, tutti i costi industriali – di fabbricazione relativi alla fase produttiva

ancora da sostenere. Questo processo presenta un grado di soggettività molto alta, in quanto

presenta ben due stime: il valore del prodotto finito e il valore dei costi ancora da sostenere. 61

Infine, nella FASE 3, iscriviamo il valor minore fra il costo industriale e il valore di mercato

determinato a ritroso.

 Rimanenze di prodotti finiti

I prodotti finiti costituiscono il risultato finale del processo di produzione, pronti per essere

venduti.

Partendo dalla FASE 1, siamo di fronte a beni prodotti e quindi la configurazione corrisponde al

costo di produzione nella veste di costo industriale. Fra l’alternativa metodi convenzionali e costo

specifico, in questo caso sussiste l’alternativa dei beni fungibili; infatti, solitamente si pone il

problema dell’alternativa fra i due, la cui soluzione nella prassi va verso i metodi convenzionali

( ). Passando alla FASE 2, anche in questo caso il

scelta fra costo medio ponderato, l.i.f.o e f.i.f.o

criterio alternativo corrisponde al valore di mercato, in quanto siamo di fronte a beni destinati

all’alienazione direttamente, e quindi assume pieno significato il criterio annunciato dal codice

civile. Come dobbiamo comportarsi secondo i principi contabili nazionali? Abbiamo sempre il

problema della scelta dell’intervallo di tempo in cui identificare il valore di mercato ( intervallo di

), l’intervallo non riguarda solamente l’esercizio chiusura, ma anche quello successivo;

riferimento

per poi arrivare alla scelta di un valore che più si addice ai nostri beni. Una volta identificato il

valore di mercato bisogna eliminare da esso i costi che ancora non sono stati sostenuti, e cioè i

costi di distribuzione ( ). Infine, passando alla

costi di trasporto, provvigioni agenti rappresentanti etc

FASE 3, si ha il confronto tra il costo industriale e il valore di mercato, ed iscrizione in bilancio del

valore minore fra i due.

Abbiamo terminato la valutazione delle rimanenze delle imprese industriali, passiamo alle

imprese commerciali.

o Rimanenze di merci

Le merci consistono in beni oggetto di negoziazione nel medesimo status fisico con cui sono stati

acquistati. La logica di valutazione è del tutto analoga a quella dei prodotti finiti delle imprese

industriali, con un’unica differenza per quanto riguarda la FASE 1, in quanto le merci sono beni

oggetti di contrattazione e di conseguenza si tratterà solo di un costo di acquisto.

Si pone poi il problema fra costo specifico e costi convenzionali, vi è la possibilità di presenza di

beni fungibili in quanto il magazzino di un’impresa commerciale può essere raggruppato in beni

fungibili. La FASE 2 ha la medesima logica delle imprese industriali, con l’identificazione del

prezzo di mercato attraverso l’individuazione di un intervallo significativo, per poi sottrarre i costi

di distribuzione. In modo analogo la FASE 3.

Passiamo all’analisi delle rimanenze secondo il profilo fiscale, l’articolo che si occupa delle

rimanenze è l’articolo 92 – variazioni delle rimanenze del testo unico delle imposte.

Il reddito fiscale, deriva dal reddito di bilancio, il quale deriva dal conto economico. Nel conto

economico si ha solamente il valore di variazione delle rimanenze ( e non l’iscrizione del valore finale

). La variazione dei beni di cui ci occupiamo, concorrono a formare il reddito di

e del valore iniziale

esercizio. Il legislatore entra in una delle problematiche applicative connesse al costo, più

precisamente, nel caso in cui la valutazione non sia fatta a costi specifici. Se la valutazione è fatta

a costi specifici non si presentano dei problemi, mentre se non viene fatta a costi specifici bisogna

attuare una nuova determinazione della valutazione dettata dal legislatore, questo per evitare

che vi siano sottratte imposte. Il legislatore fissa un livello minimo ( se si scende sotto questo livello

); mentre se si sta di sopra a questo livello minimo, il fisco non

minimo scatta la variazione in aumento

ha problemi in quanto entrano più imposte per il fisco ( ).

sopravalutazioni

Le categorie omogenee rappresentano beni fungibili, e bisogna attribuire a ciascun gruppo

omogeneo un valore non inferiore a quello determinato a norma delle disposizioni che seguono.

Riassumendo i concetti fondamentali, possono essere riassunti come: il legislatore fiscale utilizza

come criterio di valutazione il costo; e che di fronte a beni fungibili, se si sono adottati costi 62

specifici non ci sono problemi, altrimenti scatta la disciplina dettata dal legislatore fiscale, il quale

pretende la determinazione di categorie omogenee di beni.

Per quanto riguarda le categorie omogenee, si afferma che nel primo esercizio in cui si verificano

le categorie omogene, le rimanenze di esse sono valutate attribuendo ad ogni unità il valore

risultante dalla divisione del costo complessivo dei beni prodotti e acquistati nell’esercizio stesso

per la loro quantità. Il costo che viene adottato è un costo corrispondente ad un metodo

convenzionale, più precisamente si fa riferimento al costo medio ponderato. Da notare è il fatto

che il legislatore fiscale non distingue fra le varie tipologie di rimanenze ( materie prime,

).

semilavorati, prodotti finiti, merci

Il costo, nel caso di beni fungibili, può essere un costo specifico ( )

se tale adottato in bilancio

altrimenti è un costo ( ) valutato secondo il costo medio ponderato. Il

di acquisto o di produzione

legislatore fiscale, inoltre, prevede l’adozione del metodo L.I.F.O. a partire del secondo esercizio e

in quelli successivi; mentre nel primo esercizio prevede l’applicazione del metodo del costo

ponderato.

A conclusione dell’articolo, il legislatore afferma che non impone la sua disciplina in modo rigido:

se per caso la società ha valutato le rimanenze secondo il f.i.f.o o il costo medio ponderato, la cosa

è accettabile anche fiscalmente. Vi è quindi facoltà di seguire la propria valutazione ( non esistono

). La scelta

differenze fra i valori fiscali e quelli iscritti in bilancio, in quanto quest’ultimi vengono accettati

del metodo convenzionale non ha conseguenze sul piano fiscale.

Finora siamo esclusivamente nella competenza del criterio del costo, secondo vari profili, inoltre,

il legislatore fiscale prevede anche il criterio alternativo: si afferma che se in un esercizio il valore

unitario medio dei beni è superiore al valore di mercato di essi nell’ultimo mese dell’esercizio

( ), il valore minimo è determinato moltiplicando l’intera

corrisponde all’intervallo di osservazione

quantità dei beni, indipendentemente dall’esercizio di formazione, per il valore nominale. Il valore

normale non va determinato in base ad un’analisi approfondita ma facendo esclusivamente la

media dei prezzi di mercato del mese. Anche dal punto di vista fiscale si può valutare in base al

valore normale, ma è una facoltà e non un obbligo in quanto la disciplina fiscale non persegue il

principio della prudenza. LAVORI IN CORSO SU ORDINAZIONE

I lavori in corso su ordinazione ( ) esprimono processi in fase di svolgimento alla chiusura

commesse

dell’esercizio. Sebbene sul piano aziendale le commesse e le giacenze in magazzino si

configurano entrambe quali valori in rimanenza, il processo valutativo si pone con caratteri

differenti. Infatti, mentre nei lavori in corso su ordinazione il ricavo è certo, in quanto definito

contrattualmente con il committente, per le giacenze di beni destinati al mercato il presunto

valore di realizzazione alla chiusura dell’esercizio può essere soltanto stimato. Il problema più

importante da affrontare nei costi in corso su ordinazione è costituito dalla attribuzione dei costi e

dei ricavi agli esercizi interessati dai lavori medesimi. I lavori in corso su ordinazione vengono

prodotti solamente dopo che è stato stipulato il contratto con il committente. Nel contratto

vengono stabilite le specifiche tecniche e il corrispettivo del bene. Esempi di lavori in corso su

ordinazione sono le turbine, i tratti di strada…

I lavori in corso su ordinazione possiedono delle specifiche voci sia nel conto economico e sia nello

stato patrimoniale.

Per quanto riguarda la loro valutazione, esistono due logiche:

 La logica in base alla commessa completata è di carattere generale: l’utile della commessa

viene rappresentato tutto nell’esercizio in cui la commessa si conclude. Il criterio della

commessa completa comporta la valutazione dei lavori in corso sulla base dei costi 63


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Corso di laurea: Corso di laurea in Economia
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