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precedente a quello positivo, che non una concezione interamente basata

sui dati della realtà perché dati sui gemelli che viaggiano alla velocità

della luce noi non ne abbiamo, tuttavia siamo disposti a credere che è così.

Questo credere che “è così”, quanto ha di stadio positivo e quanto di stadio

prescientifico? Il positivismo è una filosofia.

A.d.r. – Loro stanno dicendo che di riscontri ce n’è comunque pochi:

queste concezioni hanno molto di elucubrazioni a tavolino e poca

osservazione.

A.d.r. – La questione è di trovare una linea di demarcazione tra stadi e

trovare questa linea di demarcazione non è semplice da trovare. Ammesso

che si possa trovarla, bisogna dire perché dentro la scienza non possono

esserci elementi di natura extrascientifica. Perché? Il motivo qual è? Nel

momento in cui io posso, in realtà, mi posso aiutare, il mio compito

potrebbe risultare più facile se io ho una qualche suggestione, un qualche

sostegno di natura ideale, di natura addirittura teologica (perché no?) che

mi possano aiutare nell’indagine empirica, qual è il problema? A che serve

tracciare linee di demarcazione e proporlo come un fattore di vita o di

morte? Francamente non se ne capisce l’utilità. Perché il superamento c’è,

si può capire in termini prescrittivi, cioè “immagina che la scienza è in

grado di garantire la felicità”, per esempio, se la risposta è no, allora noi

diciamo che “sebbene che la scienza ..”. Però, poi lui direbbe, in realtà

abbiamo mai detto noi che la medicina cinese tradizionale è in grado di

competere con la medicina occidentale? Abbiamo investito le quantità di

denaro che sono state investite nella medicina convenzionale anche per la

medicina alternativa? Avrebbe senso il confronto oggi? Non avrebbe più

senso perché oggi in realtà il grado di legittimità, di certezza, di

legittimazione sociale e, soprattutto di sostegno economico, di cui godono

i medici convenzionali, non è assolutamente paragonabile a quanto

destinato alle medicine alternative. Per tornare a bomba, il problema è la

linea di demarcazione.

A.d.r. - Comte parlava di leggi di sussistenza e leggi di successione perché

immaginava in modo particolare che la società dovesse essere intesa in

termini di statica sociale e quindi come una totalità concomitante (e li si

parla di leggi di sussistenza), ovvero come una totalità in movimento (e si

parla di leggi di successione). L’idea di legge, in Comte è idea di

“rapporto necessario” e quindi, in questo senso, c’è l’idea forte di

ineccepibilità, irrinunciabilità, ecc.

A.d.r. – Le leggi non possono autogiustificarsi.

A.d.r. – E’ un falso problema per Comte perché nell’ambito della ricerca

scientifica da Comte in poi avremmo potuto stare tranquilli perché c’è un

naturale (nel senso di passaggio necessario) passaggio dallo stadio teologico

a quello metafisico e da questo allo stadio positivo. Ma la cosa che diveda

prima il vostro collega è diverso, lui si chiedeva dove sta il fondamento

della necessità del passaggio. Questa dei tre stadi è una legge di successione

e quindi ha un elemento di universalità e di ineliminabilità, di

irrinunciabilità.. Ora, uno può dire che o è frutto di una osservazione

empirica, ma, allora, se è un frutto di una osservazione empirica non è legge:

via la categoria della necessità, via la categoria della universalità, via la

categoria della ineliminabilità, via la categoria della irrinunciabilità.

A.d.r. – Ragazzi, il dibattito sulle leggi ha due grandi tradizioni: una

tradizione si chiama “concezione regolarista; l’altra è la concezione

necessarista.. Quindi, ancora oggi , e ci sono scritti di pochi anni fa, in cui si

sostiene che se tutti gli x sono y ed io osservo un x che non è y non è x.

Quindi vuol dire che c’è una necessità intrinseca al punto tale che tutti gli x

devono essere y. Se, appunto, io ha osservato una x che non è y, vuol dire

che abbiamo sbagliato osservazione: la legge ha ragione delle nostre

osservazioni. Quindi nella concezione necessarista, la legge non è

semplicemente un rapporto dispensabile tra due fatti, la legge implica una

forza per cui c’è un fattore di indispensabilità in quel rapporto, cioè quel

rapporto non è derogabile, è governato da una necessità. Quindi tra i due

termini di una legge c’è una forza che li tiene necessariamente insieme. In

questo senso, il passaggio dal teologico al metafisico sta un elemento di

ineluttabilità che si ritrova nel passaggio dal metafisico al positivo. Il

passaggio è inevitabile. C’è una impronta che è dottrinaria. Dottrina intesa

come un complesso di precetti che rimandano ad una ideologia: in questo

caso specifico, all’ideologia positivista. Dicendo questo io non sto

giudicando Comte, sto cercando semplicemente di capirlo: a me sembra di

capire che ci troviamo di fronte ad una dottrina, ad una ideologia, dove gli

elementi incontrollabili di natura extraempirica superano gli elementi di

controllabilità empirica.

(Lezione n. 5 – 14 ottobre 2004)

A.d.r – Per il primo Comte le scienze si sviluppano in modo tale che in modo

tale che una disciplina non costituisce il superamento dell’altra. Cioè

distinguiamo le due cose: che in ciascuna disciplina possono ritrovarsi i tre

stadi (teologico, metafisico e positivo) è un discorso, e va bene ed è giusto. Ciò

significa che l’alchimia è considerata come uno stato precedente alla chimica:

la chimica che noi oggi conosciamo, un tempo era contaminata da elementi che

possono ricondursi allo stadio metafisico soltanto. Questo è un piano del

discorso. Il discorso sullo sviluppo della scienza sta su un secondo piano, cioè

secondo Comte le conoscenze si sviluppano attraverso un processo che prevede

il necessario passaggio dal più semplice al più complesso. Quindi, da un lato si

ha a che fare con un procedimento di progressiva decontaminazione

dell’impresa conoscitiva da elementi extraempirici. Questo è il primo processo:

c’è una decontaminazione, ciò vuol dire che la scienza si libera da elementi, di

incrostazioni che non c’entrano nulla. L’altro passaggio pertiene invece ad una

regola che ha a che fare con il principio che prevede che si dal semplice si va

verso il complesso: cioè non possono emergere conoscenze scientifiche di

maggiore complessità se alla base non si sono sufficientemente sviluppate

discipline divise per complessità minore.

Vediamo come qui ci sono due piani del discorso. Cioè dentro lo sviluppo di

una scienza c’è, da un lato, il passaggio dal semplice al complesso e, dall’altro,

c’è un passaggio dal teologico al positivo: sono due processi interni allo

sviluppo di ciascuna disciplina ma sono due processi distinti.

I vostri colleghi hanno posto un problema relativo al rapporto esistente tra la

legge dei tre stradi e la legge di sviluppo e la classificazione delle diverse

discipline. Ora, io sto sostenendo che si tratta di due piani del discorso

separati. Ora, è pur vero che l’elemento di contatto tra questi due piani lo

troviamo in questa osservazione di Comte. Voi dovete immaginare che le

scienze si trovano a livelli di sviluppo differenti, i vostri colleghi stanno

dicendo che ci può essere una scienza che ha già raggiunto lo stadio positivo

e ci possono essere delle scienze che, nello stesso tempo, ancora non lo hanno

ancora raggiunto o vi stanno appena entrando. Mi seguite? Questo è chiaro e

Comte lo afferma in quanto ha scritto di seguito:

«Per la complessità superiore dei suoi fenomeni, come pure per il suo

inizio più recente, la scienza sociale dovrà indubbiamente restare sempre,

per sua natura, più o meno inferiore, sotto gli aspetti speculativi, a tutte

le altre scienze fondamentali».

Qui “inferiore” significa che entrerà nello stato della positività più tardi e il

suo sviluppo sarà in qualche modo ritardato perché la sociologia “ha dovuto”

aspettare che si sviluppassero prima le altre scienze per poi procedere nel

cammino di sviluppo autonomo inimmaginabile in assenza di uno sviluppo

delle altre scienze. E’ questo un punto fondamentale che da un lato segna la

superiorità della sociologia e, <dall’altro, segna la dipendenza della

sociologia dalle altre discipline scientifiche. La sociologia è al massimo grado

di complessità: non c’è complessità superiore.

A.d.r. – Il movimento dal semplice al complesso è un movimento ordinato.

Dovete sempre tenere distinti i due piani. Ragazzi, ma vi siete dimenticati del

potere magico attribuito ai numeri? In realtà ciascun numero era considerato

di un potere magico particolare: le cabale sono in realtà processi di ordine

metafisico e teologico che in realtà stanno alla base dello studio della

matematica. Così come è provato che Newton era un alchimista: si restava alla

stregoneria. In realtà, da questo punto di vista, non è che Comte va fuori

bersaglio: ha ragione, ha intuito che nello sviluppo delle scienze ci sono delle

fasi in cui albergano idee astratte che rimandano a fattori metafisici. Su questo

niente da dire. Ciò su cui abbiamo dibattuto è sul fatto che le scienze non si

siano definitivamente liberate da questi retaggi perché se Comte, con la legge

dei tre stadi, prescrive la decontaminazione, quindi il raggiungimento di uno

stadio di purezza di ciascuna scienza (anche se procedendo, ciascuna di esse,

con velocità diverse a seconda della loro diversa complessità): tutte le scienze

tendono alla purezza. La purezza è intesa come il superamento dello stadio

teologico e dello stadio metafisico per il raggiungimento dello stadio

positivo.

Dunque, questo è un primo processo: chi più velocemente e chi meno

velocemente tutte le scienze si muovono verso lo stadio positivo.

Perché chi più velocemente e chi meno velocemente? Perché le scienze non si

mu o v o n o t u t t e a l l a st e ssa v e l o c i t à ? Pe rc h é n o n e n t ra n o t u t t e

contemporaneamente nello stadio positivo? Il motivo – e questo è il secondo

processo – è che lo sviluppo della scienza è governato dal grado di

complessità dell’oggetto della scienza stessa. Di conseguenza, se gli oggetti di

studio sono semplici le scienze procedono più velocemente ed entrano prima

nello stadio positivo; se gli oggetti di studio sono complessi le scienze

procedono più lentamente. Perché? Perché devono aspettare che si siano

sviluppate prima le scienze più semplici per poi svilupparsi a loro volta.

Conseguenza di questo è che le scienze sociali entreranno solo per ultime

nello stadio positivo: potranno entrarvi quando si sono sviluppate tutte le

altre scienze che costituiscono il fondamento. La sociologia è vero che sta in

alto (che è la scienza delle scienze) ma è pur vero che questo stare in alto

implica il pagamento di un pedaggio: il pedaggio è che in qualche modo noi

entriamo nello stadio positivo per ultimi.

A.d.r. – Se noi immaginiamo che questo sviluppo non ha fine dobbiamo

sempre immaginare che man mano che la biologia, che la chimica, eccetera,

assumeranno nuove conoscenze, la sociologia, sulla scorta di queste nuove

conoscenze si deve “riconvertire” e che si inizieranno nuovi discorsi di

sviluppo a partire da queste nuove acquisizioni. In questo senso se la scienza

non ha termine la sociologia deve rimanere sempre, in qualche modo, un passo

più indietro: è un fatto logico.

Non dovete mai confondere il piano della decontaminazione con il piano di

sviluppo dal semplice al complesso: in realtà dobbiamo noi ammettere che se

è vera la legge dei tre stadi, comunque ad un certo punto anche la sociologia

entrerà pienamente nello stadio positivo dopo di che, dal punto di vista del

suo sviluppo, è destinata a rimanere un po’ più indietro nel senso che quando

essa avrà fatto proprie determinate acquisizioni cognitive c’è una specie di

corto circuito temporale perché nel momento in cui la sociologia avrà capito

alcune cose si troverà indietro lo stesso perché le altre scienze sono già andate

più avanti. Da questo punto di vista è una condizione piuttosto imbarazzante,

per non dire sgradevole perché siamo continuamente costretti a rivedere le

nostre posizioni e le nostre acquisizioni alla luce delle acquisizioni nuove

fatte dalle altre scienze. E’ questa una conseguenza del fatto che dentro la

sociologia c’è tutto.

Io a questo punto volevo, parlarvi del fatto che per Comte esistono

sostanzialmente leggi di coesistenza e leggi di successione.

Le leggi di coesistenza si riferiscono allo studio di una società cristallizzata,

cioè considerata come una totalità in data unità di tempo. Tuttavia, la società

si modifica e quindi possiamo studiarla attraverso le leggi di successione per

cui una data società passa da uno stato ad uno stato diverso. Dopo di che, da

un punto di vista teorico, ricordate bene quali sono le teorie di Comte a

proposito del passaggio da una società più semplice ad una società più

complessa. Che poi è la stessa teoria che applica Durkheim quando tratta del

passaggio dalla solidarietà meccanica alla solidarietà organica.

Lo studio della società in movimento è basato sullo studio delle leggi di

successione: in questo senso si studia la dinamica sociale.

I metodi di studio della sociologia:

1. L'osservazione

«Non è possibile alcuna osservazione autentica di qualsiasi tipo di

fenomeno, se essa non è dapprima diretta, e poi interpretata da qualche

teoria ... . In termini scientifici qualsiasi osservazione empirica

completamente isolata risulta inutile, e persino incerta ... la scienza può

utilizzare solo quelle osservazioni che sono in relazione, almeno ipoteticamente

con qualche legge»

Dell’osservazione abbiamo abbondantemente parlato la volta scorsa. Ora vi

ricordo soltanto che per Comte si tratta di una osservazione orientata, una

osservazione mirata, non è osservazione “pura”.

2. La sperimentazione

«Se la sperimentazione diretta è diventata troppo difficile nelle

complessità della biologia, può essere considerata addirittura

impossibile nella scienza sociale. Ogni perturbazione artificiale di un

qualsiasi elemento sociale si deve riflettere su tutto il resto, secondo le

leggi della coesistenza e della successione».

Diciamo subito che per Comte è perentorio il fatto che il metodo della

sperimentazione, per la sociologia, come metodo di studio sia da escludere.

Poi, affermando che “Ogni perturbazione…” sostanzialmente ci vuol dire che

in fondo non abbiamo bisogno di fare esperimento perché possiamo osservare

e quindi evitando manipolazioni dell’oggetto noi possiamo osservare,

attraverso le leggi della coesistenza e della successione, le variazioni.

Attenzione che qui si tratta di variazioni naturali e non di variazioni indotte

dallo sperimentatore: con il variare di alcuni fenomeni si producono

variazioni rispetto ad altri fenomeni. Quindi, in realtà , con una osservazione

attenta, mirata, noi siamo in grado di pervenire a delle formulazioni di leggi

che possono essere di coesistenza o di successione basate su un semplice

criterio di variazione tra fenomeni. Quindi, sembra di capire che l’idea di

Comte è che studiando le variazioni naturali (non indotte attraverso la

sperimentazione, quindi senza manipolazioni) tra i fenomeni sia possibile

pervenire alla formulazione di leggi.

3. La comparazione

«Con questo metodo, si possono osservare immediatamente le diverse

fasi dell'evoluzione. ... Il confronto storico delle successive fasi

dell'umanità non costituisce solo il principale strumento scientifico

della nuova filosofia politica. Il suo ... sviluppo rappresenta il substrato

della scienza, in ogni suo elemento essenziale».

Qui Comte, in queste espressioni che possono risultare un po’ oscure vuole

semplicemente dirci che è chiaro nel momento in cui studiamo la società nella

sua dinamica, dobbiamo confrontare un prima con un dopo. In fondo, il

metodo storico-comparativo, il metodo di ricostruzione storico-genetica dei

processi sociali è il metodo più efficace dal punto di vista delle scienze

sociali ed è il metodo che Comte considera come privilegiato.

Andiamo avanti.

«Il carattere fondamentale della filosofia positiva è di considerare tutti i

fenomeni come assoggettati a leggi naturali invariabili, la cui precisa

scoperta e la riduzione al minor numero possibile costituiscono il fine di

tutti i nostri sforzi, mentre riteniamo assolutamente inaccessibile e

priva di senso per noi la ricerca di quelle che vengono chiamate le

cause, sia prime sia finali».

Abbiamo già visto come nell’idea di “causa” Comte scorga l’influenza di

concezioni prescientifiche: il fatto che ci sia una specie di “motore primo”

di tutte le cose (la “causa prima”) o un “fine ultimo” di tutte le cose è una

idea che Comte bolla come metafisica che è perciò deve essere tenuta

fuori da ciò che è scienza. Ciò che invece deve entrare nella concezione

scientifica è la legge. Legge intesa come rapporto stabile, invariabile, tra

le norme e come principio fondante. In più, l’idea di Comte è che nella

organizzazione del sapere scientifico ci possano essere, ci debbano essere,

delle leggi naturali il che vuol dire che noi dobbiamo immaginare la

conoscenza tale per cui ci sono degli asserti di legge che sono spiegati da

altri asserti di legge in numero minore che a loro volta sono spiegati da

altri asserti di legge. Quindi, in questo senso c’è una gerarchizzazione e,

in ultima istanza, poche leggi fondamentali, con questo meccanismo a

cascata, sono in grado di spiegare una quantità indefinita di fenomeni.

Questa è anche l’idea di Mill per cui le classi sono definite, il numero di

fenomeni che rientrano nella classe è infinito. In questo senso, poche

leggi sono in grado di dar conto di una quantità indefinita di fenomeni

secondo questo meccanismo generale.

Quindi, la ricerca dei fattori primi, delle forze nascoste generative dei fenomeni

osservabili, della loro natura, è tipica degli stadi teologico e metafisico della

conoscenza umana, ma non pertiene in alcun modo allo stadio positivo.

Tuttavia, gli studi sociali – secondo Comte – si trovano attualmente (= ai tempi

di Comte) in un stadio iniziale, per così dire, infantile, perciò teologico-

metafisico; essi stanno a quella che sarà la scienza sociale positiva come

l'alchimia sta alla chimica e l'astrologia sta all'astronomia. E di questo abbiamo

parlato all’inizio sulla scorta delle vostra osservazioni durante la lezione scorsa.

«Per la complessità superiore dei suoi fenomeni, come pure per il suo

inizio più recente, la scienza sociale dovrà indubbiamente restare

sempre, per sua natura, più o meno inferiore, sotto gli aspetti

speculativi, a tutte le altre scienze fondamentali».

A.d.r. – E’ qui che troviamo il problema del pedaggio: il pedaggio consiste nel

fatto che se la sociologia si sviluppa dopo le altre scienze sono già nello stadio

positivo e la sociologia in qualche modo arranca. Ma arranca perché? Perché

non poteva emergere se non dopo le altre scienze. E’ chiaro?

A.d.r. – Il “fattore primo” è da intendersi come il fattore in grado di

condizionare tutti gli altri e tale da non essere condizionato a sua volta. E’

una sorta di “origine”, di “forza generativa” ma il problema è che io mi

domando “la forza generativa, a sua volta, da che cosa è generata?” Comte in

questo ha ragione perché si è accorto che ragionare in termini di “fattori primi”

porta ad interrogarsi e a porsi delle domande le cui risposte non possono essere

trovate nella ricerca empirica. Lo stesso discorso lo possiamo fare con

riferimento alle “cause ultime” che possiamo definire come una forza che attrae

i processi storico-sociali per cui tutti i processi sono finalizzati a…, si muovono

verso il fine. Quindi il fine ha un potere attrattivo. Ragionare in termini di

“causa prima” o di “case ultime” significa porre questioni che non sono

indagabili sulla base di materiale esclusivamente empirico. Questa

considerazione porta Comte a eliminare questo problema dal discorso

scientifico e a porre il discorso scientifico esclusivamente in termini di leggi

ovvero di rapporti stabili tra i fenomeni (o concomitanti o rapporti stabili di

successione).

2.2 - STEWART MILL

Stewart Mill è un autore che ci propone quattro metodi che dovrebbero,

secondo lui, costituire la base la conoscenze scientifica. Troviamo subito un

primo elemento che è il CERTISMO.

Il cestismo ha a che fare con l’idea che i processi conoscitivi sono induttivi cioè

a dire che si parte da ciò che sappiamo (base empirica) e si arriva a ciò che non

sappiamo (base teorica). Quindi, per Mill, i processi conoscitivi che hanno

carattere di induttivo hanno due fondamentali caratteristiche:

La prima, riguarda la base che è costituita da fenomeni empirici;

La seconda, è che si tratta di oggetto certo.

Per Mill, l’induzione non è semplicemente un procedimento (?) (?) come siamo

abituati a pensare da Hume e da Piece: l’osservazione empirica dei dati ci porta

a pensare che l’esperienza ha dato una conferma a certe nostre ipotesi. Per Mill

l’esperienza non dà conferme ma dà verdetti definitivi. Per cui, ripeto, i processi

induttivi, che sono basati sui 4 canoni che vedremo tra un momento, portano a

conoscenza scientifica.

Ora, uno si chiede ma la posizione di Mill rispetto alla “causa” qual è. In realtà

Mill affronta il problema della causa ed affronta questo problema assumendo

che la causa ha natura fisica e che dunque si possa parlare di causa nella misura

in cui un fenomeno risulta sistematicamente associato ad una (?). Quindi nel

momento in cui noi possiamo rilevare questa associazione, possiamo

individuare la causa nel senso di individuare quel fenomeno in grado di

produrre un altro fenomeno e di essere a sua volta non condizionato. Questo è il

ragionamento che fa Mill. Cioè, come facciamo a riconoscere la causa tra due

fenomeni? Nel passaggio dalla notte al giorno, come facciamo a sapere se la

notte è la causa del giorno o è il giorno la causa della notte? Il problema Mill lo

affronta in maniera molto semplice: lui dice che il fattore causalmente rilevante

è in grado di condizionare ma è incondizionato, cioè non ha antecedenti

causali. Perciò, tornando all’esempio del giorno e della notte c’è un antecedente

causale ed è il movimento del sole: dunque è il sole il fattore, l’antecedente

causale. Quindi non possiamo parlare del giorno che è causa della notte e della

notte che è causa del giorno semplicemente perché entrambi sono causati da un

terzo fattore che, a sua volta, è incondizionato. Quindi, l’idea di Mill è che noi

dobbiamo andare alla ricerca delle cause intese come fattori in grado di

condizionare senza a loro volta antecedenti causali. E questa è un’idea

fondamentale, essenziale nelle scienze sociali ma il perché lo vedremo fra

qualche tempo.

Una relazione si dice causale se non è annullata da un fattore che rappresenta un

antecedente causale rispetto al fattore individuato come causale. Facciamo un

esempio. Io ho il fattore x ed ho un fattore y ed ho individuato x quale causa di

y. Questa relazione è autenticamente causale se non è annullata dall’intervento

di un terzo fattore z che è un antecedente causale rispetto alla x (che è il fattore

che avevamo individuato come causa di y).

A.d.r. – La causazione è essenzialmente data dal fatto che c’è uno scarto

temporale tra la causa e l’effetto. Quindi la causa è sempre antecedente rispetto

all’effetto. Quindi va ricercata la causa del fenomeno in uno degli antecedenti

al fenomeno stesso. Come si cerca la causa? Attraverso i quattro canoni: Mill,

con questi quattro canoni ci mostra come studiando gli antecedenti di un

fenomeno noi riusciamo ad individuarne la causa.

Se noi dicessimo che la causa del giorno è la notte o che la causa della notte è il

giorno sbaglieremmo perché entrambe sono causate da un altro fattore. E’

chiaro? Allora, in questo senso, una relazione causale genuina cadrebbe di

fronte all’obiezione secondo cui esisterebbe un terzo fattore che è causa o di

tutti e due oppure anche solo della x. Cioè, diciamo così: se x è causa di y e y a

sua volta è causa di k, allora la vera causa di k è x e non y. In questo senso,

l’idea di Mill è di ricostruire la catena causale andando indietro nel tempo, cioè

la freccia del tempo va dal conseguente all’antecedente fino a trovare un

antecedente incondizionato, cioè un fattore scatenante che è però libero da

condizionamenti.

Con questo modo di ragionare, però, per quanto Mill dica che non è interessato

alle cause efficienti (o le cause prime) e che vuole studiare i rapporti di

produzione di certi effetti a partire da determinate cause, ponendo il problema

del fattore condizionante ma non condizionato, fa rientrare dalla finestra il

problema della causa prima. Lo fa rientrare ma attenzione, perché da un punto

di vista empirico, prendiamo ad esempio il caso delle scienze sociali, se io trovo

che esiste una relazione tra un orientamento politico-ideologico,

tendenzialmente di sinistra, e, dall’altra parte trovo che c’è una propensione alla

cura del corpo. Io cioè ritengo che un certo orientamento politico, una certa

visione del mondo porti ad una maggiore cura di sé (quindi ritengo

l’orientamento politico fattore causale rispetto alla cura del corpo); ora,

immaginiamo che esista un fattore esterno che (?) tutti e due cioè io scopro che

le donne per altre ragioni hanno per la maggior parte, rispetto agli uomini, un

orientamento di sinistra e, anche, che, rispetto agli uomini, hanno una maggior

cura del proprio corpo. In questo senso la relazione iniziale che ho osservato,

tiene ancora? Non tiene più. Allora, l’ulteriore domanda che mi posso fare è che

“l’essere donna può essere considerato un fattore scatenante e non scatenato? Vi

domando. Ha senso chiedersi se l’essere donna è un fattore scatenato da qualche

altra cosa? NO. Forse, effettivamente, nella catena causale ci siamo fermati.

Quindi, in realtà non sempre queste ricostruzioni delle catene causali devono

portare alla causa della causa della causa della causa. Potremmo essere

soddisfatti e fermarci ad un certo punto. Certo, una mente particolarmente

creativa potrebbe ritenere importante, nell’esempio di prima, risalire alla

determinazione del sesso del nascituro perché potrebbe immaginare che il fatto

di essere donna o di essere uomo possa essere determinato dal fatto che i

genitori hanno deciso il sesso del nascituro: in questo caso, allora, nella nostra

ricostruzione il sesso dipende dalla decisione dei genitori. Ma allora possiamo

chiederci da che cosa è stata determinata la decisione di far nascere un uomo o

una donna o viceversa: potrebbero essere le condizioni culturali della famiglia,

oppure le condizioni economiche, eccetera. E’ un paradosso perché poter

risalire alle cause del sesso del nascitura è una pratica possibile ma non è una

pratica reale. In questo senso, per il sociologo aver compreso questo è

importante perché significa che è pervenuto ad un punto fermo perché il genere

può essere di fatto considerato un fattore primo, una variabile che ha, diciamo

così, questa caratteristica.

A.d.r. – Io questa relazione la ho osservata! Io ho osservato che le donne si

orientano a sinistra più degli uomini: secondo Mill, se ho osservato, io ho

individuato una relazione. Io vi ho fatto l’esempio del genere perché mi

sembrava che il sesso potesse essere considerato come un anello di una catena

causale legato da un anello precedente. Come nell’esempio che vi ho portato,

diciamo che teoricamente si va alla causa prima ma molto spesso questa causa

prima, nel campo delle scienze sociali, è una causa prima fisica, osservabile che

non presuppone un anello precedente e quindi il regresso all’infinito si ferma. Il

più delle volte le nostre cause fisiche sono cause che rappresentano un anello

che ci soddisfa: poi possiamo anche andare ancora a trovare l’antecedente ma

possiamo in realtà dire che la nostra spiegazione si ferma qui.

A.d.r. – L’idea di Mill è che quando voi trovate una relazione tra due fenomeni,

e se voi vi chiedete quale dei due fenomeni è la causa dell’altro, dovete fare i

conti con un problema di condizionamento perché egli è dell’idea che ci può

essere una terza causa esterna che determina tutti e due. Il caso del sole è

proprio il caso di un fattore che è determinante rispetto al giorno e rispetto alla

notte: in questo esempio voi avete trovato tra il giorno e la notte una relazione

causale spuria perché in realtà non è che uno dei due causa l’altro ma è che tutti

e due sono causati da un terzo fattore (il sole). E questo rappresenta un primo

piano del discorso. L’altro piano è che io posso, con questa logica della

condizione antecedente, ricostruire casualmente le mie catene e spingermi fino

ad una certa condizione e ritenere, pur ammettendo che ci possono essere o che

ci siano fattori ancora antecedenti, di potermi fermare lì. Allora, l’attenzione di

Mill è sul fattore che è in grado di esercitare una influenza sui due termini della

relazione che noi ritenevamo genuina; l’idea è che esista un fenomeno terzo che

influenza sia y sia x. Chiaro?

A.d.r. – La differenza fondamentale (tra Comte e Mill) è che Mill introduce i

canoni che stanno alla base del procedimento induttivo. Intanto Comte ci parla

di un metodo che non è necessario; quando Mill ci parla di legge ci sta

parlando di un prodotto, di una applicazione di una procedura: queste

procedure sono di quattro canoni. Io, se dovessi stabilire una differenza, direi

che questa è la prima differenza. La seconda differenza riguarda l’idea si un

induttivismo che per Mill è inteso come passaggio dall’osservazione a regole

sotto forma di legge ed è un passaggio che non è mirato, che non è guidato da

criteri di sorta. Quindi, Mill avrebbe la pretesa di proporci un induttivismo

puro. L’induttivismo di Comte è diverso perché anche se pure lui ci dice che

bisogna partire dai fatti eccetera però la sua idea è che tu usi già un criterio

nell’osservazione dei fatti e questo criterio è indipendente dalla stessa. Per

Comte la volta scorsa vi ho parlato di una logica di tipo diverso, di tipo

ipotetico deduttivo, cioè di un criterio e tramite questo criterio noi muoviamo

per fare delle osservazioni e organizzare le nostre osservazioni sulla base di

questo criterio. Nel caso di Mill non c’è un criterio: ci sono le osservazioni che

scrivono; cioè, attraverso le osservazioni si scrive una legge. Quindi, appunto, il

ricercatore trascrive dalle osservazioni il principio, trae dalle osservazioni il

principio generale.

A.d.r. – Ragazzi, attenzione. Se io devo dire quali sono le cause degli incidenti

stradali, prendiamo un caso specifico, seguendo l’idea di Mill, che devo fare?

Devo osservare un incidente stradale, devo vedere quali sono le condizioni che

caratterizzano quell’incidente stradale e devo vedere, in quell’incidente quale è

la condizione che causa quell’incidente. Ora, il problema della ricostruzione

della concatenazione causale c’è se noi ragioniamo in termini storici ma io

posso, in realtà, stabilire un termine dal quale vado avanti, dal quale vado

indietro: questo termine è soggettivo. Questo è un discorso. L’altro discorso è

che, secondo le leggi di coesistenza, in realtà, il problema del fattore dei fattori

dei fattori non esiste più. Perché? Se voi scopriste tre casi la velocità è la causa

dell’incidente. Certo, voi potreste pure chiedermi perché le persone che vanno

veloci vanno veloci? Ma allora no mi sto chiedendo più qual è la causa

dell’incidente, devo trovare l’antecedente che causa la velocità. Allora posso

trovare che è la fretta, lo stress, il lavoro: allora voi scoprite che in tutti i casi in

cui le persone andavano velocemente avevano problemi di lavoro. Ma questa è

un’altra indagine. In questo caso il taglio è soggettivo, non lo so, ma sta di fatto

che io adesso non stavo più indagando le cause dell’incidente ma quelle della

velocità che è un altro fatto. Dopo di che, anche in questo secondo caso, anche

se avessi scoperto che tutte le persone andavano veloci perché avevano

problemi di superlavoro, potrei chiedermi allora da che dipende il superlavoro.

Ma anche questa è una nuova indagine che non c’entra niente con la velocità e

non c’entra niente con la causa degli incidenti dalla quale eravamo partiti.

Vediamo quindi che non è tanto un problema di arbitrarietà del ricercatore ma è

un problema di interesse scientifico per cui dipende dal fenomeno che voglio

indagare.

In Mill c’è una considerazione della causa di due tipi:

Causa atomista – secondo cui la causa è da intendersi come un singolo

fenomeno (c’è un fenomeno che promana da un altro singolo fenomeno). I

fenomeni, possono anche essere spezzettati, studiati nei loro vari aspetti, ma c’è

un criterio per cui ciascun aspetto può essere associato ad un altro aspetto e

questo ci permette di formulare delle relazioni causali.

Un’altra concezione di causa pure presente in Mill è legata all’idea che non

possa esserci isolata una causa unica dei fenomeni ma che la causa di un

fenomeno debba essere intesa come il complesso delle condizioni in presenza

delle quali quel fenomeno ha luogo (la causa cioè è da intendersi come

complesso delle condizioni casualmente rilevanti rispetto a quel fenomeno).

Questa seconda idea di causa è molto più complessa della prima in quanto si

ammette che una singola condizione non sia sufficiente e necessaria per dar

luogo al fenomeno che stiamo studiando mentre, invece, si fa riferimento ad un

complesso di circostanze casualmente rilevanti rispetto alle quali è complicato

stabilire la posizione di ognuna. Cioè a dire, non possiamo facilmente sostenere

quali di queste circostanze abbia maggiore o minor peso rispetto al fenomeno

studiato: è il complesso, è l’insieme di circostanze che ha potere determinata

per l’accadimento del fenomeno. L’obiettivo di pesare il contributo di ciascuna

circostanze rispetto alle altre in relazione all’accadimento del fenomeno è da

escludersi giacché tutte sono importanti ma lo sono come un tutt’uno (tutte

quelle condizioni, insieme, contribuiscono alla produzione del fenomeno). C’è

bisogno, cioè, di un intervento corale dove è difficile il contributo dell’una

rispetto a quello delle altre.

Ora, studiando bene la logica di Mill, vi accorgerete che queste due concezioni

di causa convivono: egli non fa una chiara distinzione tra questi due tipi di

causa ma in alcuni passaggi è inteso un concetto di causa atomista mentre in

altri passaggi sembra che Mill faccia riferimento ad un concetto di causa di tipo

più ampio.

A.d.r. – Attenzione, per Mill non è impossibile distinguere i diversi fattori che

insieme causano il fenomeno; è impossibile dire quale di essi ha pesato di più o

ha pesato di meno. Cioè a dire, tutte le condizioni hanno fornito un loro

contributo ma è difficile, nel complesso delle condizioni, isolarle secondo il

loro peso. In qualche modo sono da intendersi tutte quante, insieme e non una

alla volta, sufficienti per l’accadimento. Non dimenticatevi però quello che

diceva Mill “nel caso in cui un insieme di particolari circostanze produce un

fenomeno”..

A.d.r. – Non dimenticatevi però – attenzione perché questo è fondamentale –

che Mill era interessato a stabilire delle conoscenze certe. E conoscenze certe

significa conoscenze che partano dal noto e vanno all’ignoto. Quindi se io

studio gli incidenti è perché io voglio capire qual è la legge che governa la

dinamica degli incidenti. Quindi, attenzione perché i quattro canoni di Mill

servono a stabilire certezze, a stabilire leggi certe.

A.d.r. – Con riferimento alla parola “pesare”, pesare vuol dire quanto conta una

condizione affinché il fenomeno si verifichi. La verità è che per Mill le

condizioni contano tutte: tutte contano. Dire che una conta più di un’altra non

è una operazione semplice: in alcune condizioni neanche le posso isolare. Il

complesso, però, lo posso isolare.

A.d.r. – Questo è proprio il canone della concordanza, che vedremo fra poco.

Nell’esempio degli incidenti io vedo che sia che si verifichino in città o in

campagna o in montagna, o sul bagnato, o sull’asciutto, o in autostrada, o

eccetera eccetera, con la macchina nuova, con l’utilitaria, eccetera, eccetera,

tutti questi casi di incedente sono differenti tra di loro tranne che per tutti c’era

in comune il fattore dell’alta velocità, vuol dire che la velocità è causa degli

incidenti. In questo caso la velocità è l’unica causa. Perché è l’unica? Perché io

parto dalla mia base osservativa ed ho visto che tutti quegli incidenti

differiscono tutti nei loro antecedenti tranne che per la velocità. In un altro

gruppo di incidenti, posso trovare tre o quattro elementi (cioè un complesso di

elementi che potrebbe essere la stanchezza, la velocità, ecc.) che costantemente

risultano associati agli incidenti, in questo caso la causa non sarebbe più intesa

come un singolo fenomeno associato ad un altro singolo fenomeno ma come un

complesso di fenomeni costantemente associati a quella manifestazione.

A.d.r. – La vostra collega mi chiede: ma tu perché, dopo aver analizzato un

certo numero di incidenti sei sicuro che la velocità si la causa di tutti? La base

della concezione induttiva di Mill è il principio di uniformità della natura

secondo il quale: se la natura è ciò che è, è la stessa per ciò che è stato ed è la

stesa per ciò che sarà. In poche parole, la natura non ha interesse e convenienza

ad essere difforme da come è e perciò se è così vuol dire che è sempre stata così

ed anche che sarà così. Questo è Mill. Lui dice, se tu hai osservato un milione di

piante ed hai osservato in una unità di tempo (non piccola ma di anni) ed hai

osservato una certa regolarità, vuol dire che questa regolarità può essere

generalizzata basandosi su questo principio. E’ una tautologia ma, ripeto,

questo è Mill.

Cerchiamo ora di capire perché è una tautologia perché apparentemente questa

argomentazione di Mill sembra convincente. Ad esempio, abbiamo osservato

un milione di cigni bianchi: non è un caso che un milione di cigni siano

bianchi. Qui entrerebbe in gioco il principio di uniformità della natura. Perché?

Perché tale principio è basato sull’idea che certe regolarità non siano e non

possano casuali ma sono regolarità che possono essere generalizzate.

Cominciamo con il dire che tautologia è una argomento per il quale le

conclusioni sono già contenute nelle premesse. Se io dico che A=B B=C A=C: è

un argomento scontato con cui quest’ultima uguaglianza non ci dice nulla di

più. Molti degli argomenti tautologici sono circolari perché da ovunque si parta

si torna esattamente al punto di partenza e che si autogiustificano. Ed è proprio

il caso del principio di uniformità perché noi partiamo dal principio di

uniformità e torniamo ad esso. Ora vogliamo capire perché.

Notate bene che Mill aborrisce l’idea di probabilità e semmai la accetta solo

come passaggio verso la regolarità.

Io ho posto come fondamento di una legge universale che riguarda fenomeni

naturali il principio di uniformità. Perché non posso assumere il principio di

uniformità? Perché è tautologico. Quindi questo ha fatto cadere tutto l’impianto

di Mill perché non è detto che dopo aver osservato n incidenti, per quanto n sia

grande, si possa formulare induttivamente una legge generale perché se la base

di questa legge è da una parte il principio di uniformità e dall’altro il principio

di continuità questo non è sufficiente ne’ necessario a rendere possibile la

formulazione di una legge generale. Ragazzi, io adesso voglio sapere perché

quel principio è fasullo.

Ascoltate quello che dice la collega: la collega dice che Mill è un positivista e

che quindi si basa solo su dati osservati, oggettivi. Quindi, il principio di

uniformità della natura è esso stesso empirico. Allora, l’idea è che il principio di

uniformità su che cosa si basa? Perché Mill crede che la natura debba essere

uniforme? L’unica risposta possibile è che lui ha osservato che in natura

esistono delle regolarità. Poi ci chiediamo, ma perché in natura esistono delle

regolarità? Per il principio di uniformità. Perché Mill crede nel principio di

uniformità? Perché ha osservato delle regolarità. Eccetera all’infinito in una

logica circolare per cui io passo dal principio di uniformità alla legge e da

questa al principio di uniformità. Quindi introducendo il principio di

uniformità non si risolvono i problemi delle leggi universali perché è esso

stesso (il principio) di carattere induttivo. Punto e basta. Allora, in realtà, o noi

assumiamo questo principio indipendentemente dalle osservazioni empiriche e

lo consideriamo come una legge generale ma è una legge generale che poggia

su un piano empirico allora, noi possiamo in realtà assumere – è questo il punto

debole del principio – Allora il problema qual è: lei ha detto che la premessa

maggiore non tiene cioè l’idea che questa che dovrebbe essere la legge generale

da cui discende l’universalità dell’universo non regge perché è una legge che è

fondata su osservazioni empiriche che a loro volta per essere legittimate hanno

bisogno di fare riferimento a quella legge. Allora come se ne esce? Se ne esce o

assumendo per vero il principio di uniformità della natura per cui diciamo che

questo è scientificamente necessario il che vorrebbe appunto significare che dal

punto di vista scientifico noi assumiamo ideologicamente che la natura è

uniforme. Va bene: è come dire che la natura è malvagia, è come dire che la

natura è buona, così diciamo che la natura è uniforme. Possiamo dire

qualunque cosa. E’ certo è un po’debole fondare la certezza legata ai processi

induttivi sulla base del principio di uniformità. Da Mill in poi nessuno tirerà

mai più in ballo il tema della certezza dei processi induttivi: tutti

considereranno i processi induttivi come processi a carattere probabilistico e

non a carattere definitivo. Pierce afferma che tutti i processi di tipo induttivo

sono processi probabilistici, c’è un margine di incertezza, e questo fa giustizia

della questione di Mill. In questo caso diremo che i capi che noi studieremo

sono campi che al più ci mettono nelle condizioni di formulare delle ipotesi

probabilistiche, che hanno una valenza probabilistica ma siamo ben lontani

dalle leggi. E qui introduciamo un ulteriore concetto cioè il concetto di

scoperta.

Per Mill il concetto di scoperta non ha il margine di incertezza al quale noi

pensiamo quando diciamo scoperta oggi: per Mill il procedimento di scoperta

va dall’incerto al certo, esattamente il contrario. Quindi per Mill, scoprire,

significa pervenire ad una certezza. Scoprire significa dire “ho scoperto che gli

incidenti dipendono dalla velocità” ho scoperto la legge tale che governa la

dinamica degli incidenti”. Invece, oggi, scoperta è una ipotesi di come possono

andare le cose (?), poi si tratterà, una volta formulata l’ipotesi, di ricorrere ad un

controllo empirico, ecc. per controllare empiricamente ciò che pensiamo di aver

capito di come vanno le cose. Per Mill la scoperta è esattamente un’altra cosa: è

l’applicazione di metodi empirici rigorosi per pervenire alla formulazione di

leggi.

A.d.r. – La verifica sta nel metodo induttivo attraverso il quale si perviene ad

una conclusione. Tornando al discorso della uniformità della natura, in questo

senso le conclusioni si impongono come leggi e si entra in quel circolo vizioso

dal quale non si esce.

(Lezione n. 6 - 15 ottobre 2004)

Riprendiamo la lezione dedicata a Mill e prendiamo in considerazione i famosi

quattro canoni di induzione (anche se poi sono cinque e vedremo perché

cinque) la cui applicazione presenta diversi problemi così come ci accorgeremo

nel corso della lezione.

La versione a cinque deriva dal fatto che esiste una spiegazione congiunta del

metodo delle concordanze e del metodo delle differenze. Questa applicazione

congiunta configura un quinto metodo denominato “metodo della

conformazione tradizionale”. I metodi di base sono comunque quattro ed è

giusto e corretto parlare di quattro metodi: il quinto è solo una derivazione.

Vediamoli ora in particolare.

Il Metodo della concordanza

Se più casi in cui un dato fenomeno ha luogo differiscono per tutte le

circostanze tranne che per una, quest'unica circostanza, per la quale tutti i

casi del fenomeno concordano, risulta determinante perché il fenomeno

abbia luogo.

Si chiama metodo della concordanza perché ci sono i casi di un fenomeno che

differiscono per tutte le circostanze precedenti considerate tranne che per una

per la quale tutti i dati esaminati concordano: è come dire, in altri termini, che

tutti i dati di un fenomeno sono accomunati da una sola circostanza presente e

sono differenti per tutte le altre circostanze .

Io vi ho preparato un esempio:

(A) Autostrada

(P) Pieno carico (Y) Incidente

(O) Ore primo mattino

(X) Velocità

(S) Superstrada

(M) Medio carico (Y) Incidente

(T) Ore tardo mattino

(X) Velocità

(C) Strada cittadina

(L) Carico leggero (Y) Incidente

(OP) Ore pomeridiane

(X) Velocità

(M) Strada di montagna

(A) Assenza di carico

(OS) Ore serali (Y) Incidente

(X) Velocità

Questo è un possibile esempio nel quale abbiamo considerato quattro casi di

incidente ed alcune circostanze antecedenti; più precisamente, alcune

circostanze in presenza delle quali l’incidente ha avuto luogo cioè: e la

velocità. Come potete vedere, in tutti e quattro i casi le circostanze relative al

tipo di strada, al carico dell’autovettura, all’ora in cui è avvenuto l’incidente

sono diverse mentre comune è la circostanza relativa all’alta velocità. In questo

caso si può dire che quell’unica circostanza che accomuna tutti i casi può essere

considerata la causa di tutti gli incidenti.

A.d.r. – Nella logica di Mill il canone della concordanza è una regola

metodologica che dice “su un insieme di casi accertati che esiste una

circostanza dalla quale quei casi sono accomunati e accertati che si tratta

dell’unica circostanza che accomuna quei casi. Se è così, se trovi questo,

quell’unica circostanza è la causa del fenomeno che stai studiando”. Questa è

una regola che ci dice come dobbiamo procedere nell’osservazione per scoprire

le cause. Ieri abbiamo detto che Mill è interessato a scoprire il rapporto causale

tra fatti laddove, ricordiamo, che l’idea di causa di Mill è di una causa

osservabile, una causa fisica, e non di causa efficiente.

Il Metodo della differenza

Se il caso in cui il fenomeno ha luogo e quelli in cui esso non ha luogo

concordano in tutte le circostanze, tranne che in una, la quale è presente

quando il fenomeno ha luogo ed è assente quando il fenomeno non ha

luogo, questa circostanza, per la quale tutti i casi differiscono, risulta

determinante perché il fenomeno abbia luogo.

Anche qui c’è un piccolo esempio e mi sembra abbastanza chiaro.

(P)Permanenza a casa

(C) Consultazione medico (Y) Guarigione

(A) Accertamenti clinici

(X) Assunzione farmaco a base di erbe

(P) Permanenza a casa

(C) Consultazione medico (Y) Non Guarigione

(A) Accertamenti clinici

(F) Fisioterapia

(P) Permanenza a casa

(C) Consultazione medico (Y) Non Guarigione

(A) Accertamenti clinici

(R) Riposo assoluto

(P) Permanenza a casa

(C) Consultazione medico (Y) Non Guarigione

(A) Accertamenti clinici

(T) Assunzione farmaco tradizionale

In questo esempio abbiamo casi di guarigione e casi di non guarigione. Anche

qui abbiamo delle circostanze: permanenza a casa, consultazione del medico,

accertamenti clinici, e tipo di cure effettuate. Nel primo caso abbiamo avuto

guarigione mentre negli altri tre no. Allora, facciamo una comparazione tra le

circostanze del caso in cui c’è stata guarigione e quelle dei casi in cui non c’è

stata guarigione: vediamo che sono perfettamente uguali per tutte le circostanze

tranne che per una cioè quella relativa alla cura effettuata. Relativamente al

caso della guarigione abbiamo che la cura è consistita in assunzione di farmaco

a base di erbe mentre negli altri tre casi dove non c’è stata guarigione la cura è

consistita, rispettivamente, in fisioterapia, riposo assoluto e assunzione di

farmaco tradizionali. Allora, l’idea di Mill è che in questo caso la causa della

guarigione va rintracciata in quella circostanza per la quale tutti i casi

differiscono (e non per quella che li accomuna). Quindi, siccome tutti i casi

presentano tre circostanze comuni ed una diversa da caso a caso e solo una di

essi è un caso di guarigione mentre gli altri sono casi di non guarigione,

quell’unica circostanza che fa la differenza è la causa del fenomeno.

A.d.r. – Come esempio pratico, la cosa più semplice che vi suggerirei è la logica

dell’indagine sperimentale nell’ambito della psicologia sociale. In questo

campo l’esperimento si fa prendendo due gruppi assunti come perfettamente

uguali laddove ad uno dei due somministrate lo stimolo e all’altro no. Quindi la

logica è esattamente questa: se il gruppo a cui avete somministrato lo stimolo

reagisce in maniera diversa rispetto al gruppi a cui non avete somministrato lo

stimolo, a parità di altre condizioni, lo stimolo che avete somministrato al

gruppo sperimentale è la causa del comportamento osservato (la

guarigione)dopo la somministrazione dello stimolo.

Studente: io voglio portare l’esempio del caso in cui al gruppo sperimentale è

stato somministrato un farmaco in via di sperimentazione mentre all’altro

gruppo è stato somministrato un placebo. Pertanto, le modificazioni che si

osservano sul gruppo sperimentale, dopo che è stato somministrato il farmaco,

devono essere attribuite casualmente al farmaco stesso. Il punto è che noi non

sappiamo se un altro ipotetico farmaco avrebbe potuto produrre gli stessi

fenomeni e quindi non possiamo escludere un’altra causa.

Prof. – L’esempio che ha portato il vostro collega è un esempio di causa che

potrebbe essere sufficiente ma non necessaria. Che significa? Significa che se tu

hai riscontrato che quel farmaco ha degli effetti ma non puoi riscontrare che

solo quel farmaco produce quegli effetti. Quindi non sai se è necessariamente

quel farmaco a produrre quegli effetti. Quindi questa è una causa sufficiente per

la guarigione ma potrebbe non essere una causa necessaria per la guarigione

stessa. In questo caso l’idea di causa è “indebolita” perché stiamo parlando di

una fattore in assenza del quale la guarigione si potrebbe avere ugualmente. In

realtà noi possiamo sostanzialmente osservare dei risultati e però questi risultati

devono essere statisticamente significativi: cioè noi possiamo avere anche dei

casi in cui il farmaco non fa effetto o lo fa in maniera diversa però nella

stragrande maggioranza dei casi il farmaco fa l’effetto atteso. Quando

statisticamente noi non siamo in grado di pervenire ad un risultato rilevante?

Quando la differenza tra il numero dei casi in cui abbiamo osservato quel

fenomeno nel gruppo sperimentale è … (cambio di nastro).

Studente: Vedendo questo schema mi è venuta in mente la parola

“probabilistico”.

Prof.: Le è venuta in mente ma certamente Mill non la intendeva così: egli ci sta

suggerendo dei metodi che dovrebbero portarci a formulare delle leggi, cioè

rapporti causali stabili ed universali.

A.d.r. – Nell’esempio che abbiamo visto io voglio capire perché quella persona

è guarita. Siccome io non ho capito perché è guarito, io prendo alcuni casi di

guarigione ed alcuni casi, a parità di malattia, di non guarigione, e li confronto.

L’idea di Mill è che potrei trovare un protocollo terapeutico comune che

differisca solo per un intervento. Io ho scelto questo esempio perché questo è

quello che si avvicinerebbe di più a quello che in realtà fanno veramente i

medici. Laddove se gruppi sono uguali (gruppo sperimentale e gruppo di

controllo), la differenza è data dal fatto che un gruppo assume quel farmaco e

l’altro gruppo no. L’unica differenza è nella terapia. Nel nostro esempio la

differenza è un po’ diversa nel senso che abbiamo dei protocolli terapeutici che

sono tutti identici per alcuni interventi tranne che per uno che differisce da caso

a caso e a quell’uno deve essere imputata la guarigione ovvero la non

guarigione. Quindi, se devo dire qual è il protocollo terapeutico vincente e

dentro il protocollo qual è la circostanza che ha determinato la guarigione io lo

posso dire perché tutti i protocolli sono identici tranne che per una circostanza.

Nel nostro esempio è vincente quel protocollo che prevede un intervento

terapeutico a base di erbe.

A.d.r. – Non è necessariamente una manipolazione questa nel senso che io

posso nell’osservazione di un fenomeno applicare questo metodo. Non è detto

che lo possa applicare. Non c’è necessariamente un metodo per costruire le

relazioni causali: Mill ce ne suggerisce quattro. Questo vuol dire che per

individuare una causa io ho quattro possibili alternative.

A.d.r. – Fatemi partire da una suggestione relativa alla logica sperimentale.

Partiamo dal considerare il gruppo sperimentale ed il gruppo di controllo. La

cosa più importante che io devo considerare in relazione ai gruppi che

partecipano ad un esperimento è che essi devono essere effettivamente uguali.

Io quindi mi devo chiedere se il gruppo di controllo ed il gruppo sperimentale

sono realmente uguali e questo perché tutto il discorso fila se si assume

l’equivalenza dei gruppi. Il vostro collega ha detto che questo discorso

filerebbe se si assume l’equivalenza dei diversi casi: lui diceva prima che tutti i

casi devono essere assunti come uguali fra loro e differiscono in realtà in una

singola circostanza. Il problema vero, quindi, è immaginate che l’assunto

dell’uguaglianza sia un assunto verificato. Vedo che non avete capito.

Partiamo allora da un altro esempio. In realtà, voi sapete che gli esperimenti si

fanno: prima di mettere in commercio i farmaci che noi assumiamo questi

vengono sperimentati e sono stati testati nello stesso modo in cui noi abbiamo

detto prima (gruppo sperimentale, gruppo di controllo, ecc.). Se i gruppi

sperimenti e di controllo fossero effettivamente uguali, equivalenti, io potrei

assumere che è il farmaco che ha determinato la guarigione benché, ed è il

discorso che facevamo prima, io non possa affermare con certezza che quello sia

l’unico farmaco in grado di procurare la guarigione. Tuttavia quel farmaco ha

prodotto la guarigione con un certo successo (diciamo così che il 75% dei

componenti del gruppo è guarito). Domanda: c’è un modo per assumere che i

due gruppi siano uguali? Ce ne sono un paio. Non a caso in alcuni settori

sperimentali (e sottolineo non in tutti) noi facciamo osservazioni pre-it oltre che

post-it sia nel gruppo sperimentale che nel gruppo di controllo. Che osserviamo

in essi? Osserviamo intanto la malattia: cioè che tutti i membri sia del gruppo A

che del gruppo B abbiano la malattia ad un certo grado di gravità. Dopo di che

possiamo dire che da questo punto di vista i due gruppi sono uguali perché tutti

i membri dei due gruppi sono malati allo stesso modo. Poi dice la vostra

collega, che potremmo osservare qualche cos’altro. Bene, possiamo ad esempio

cercare altre circostanze quali l’età, l’anamnesi (cioè se ha avuto altre malattie),

le condizioni ambientali, la familiarità, ecc. Cioè uno può prendere alcuni

parametri, alcune circostanze e fare una rilevazione in modo tale da ottenere

gruppi equivalenti. Come si fa? E’ semplice: si mette la stessa quantità di

persone dotate delle medesime caratteristiche nel primo e nel secondo gruppo e

così via. In realtà faccio una operazione che si chiama matching. Così facendo

io ho ottenuto una equivalenza empirica dei due gruppi. La vostra collega mi

ha fatto notare prima che, però, in questo modo è come se io avessi

preselezionato la condizione, cioè ho creato gruppi uguali sulla base di una

ipotesi perché magari quei gruppi potrebbero non essere uguali dal punto di

vista dello status culturale. Ora uno potrebbe chiedermi che c’entra lo status

culturale con la guarigione? Allora in presenza di una ipotesi uno introduce la

clausola del ceteris paribus cioè “io seleziono alcune condizioni rilevanti per

l’indagine che sto svolgendo e le altre le do per irrilevanti (in quanto le ritengo

indifferenti dal punto di vista della guarigione). Mill a questo punto si rivolta

nella tomba perché questo metodo non ha nulla di positivo cioè noi stiamo

procedendo in maniera ipotetico-deduttiva: stiamo facendo delle valutazioni su

ciò che rileva e ciò che non rileva e stiamo creando dei gruppi, dei casi

confrontabili. Mi state seguendo o no?

A.d.r. – Il vostro collega sta dicendo una cosa subdola: e se io studio lo stesso

gruppo due volte e vedo che una volta il farmaco fa effetto e una volta no, che

vuol dire? Non vi stupite ragazzi perché ci sono degli esempi di esperimenti

fatti da sociologi (?) sullo stesso gruppo. Che succedeva che uno stesso gruppo

veniva sottoposto ad una simulazione particolare che consisteva nel far

ascoltare una musica. Cioè lui sosteneva che ascoltando la musica il gruppo

poteva produrre di più rispetto ad uno stato di quiete. Questo è il caso che sta

esattamente come sta dicendo lui perché il gruppo era lo stesso che veniva

osservato in diverse settimane, in ore diverse ore del giorno, in condizioni

diverse (una volta somministrando musica, l’altra volta senza musica). Alla fine

ha potuto confrontare il risultato in termine di produzione ascoltando musica

jazz o musiva hawaiana e vedendo se c’era differenze di produzione. In questo

esempio, il gruppo osservato equivale a se stesso. Qualche purista

metodologico avrebbe da ridire perchè l’introduzione e la sottrazione è in sé

stessa una situazione particolare e quindi è come se il gruppo fosse socializzato

e quindi l’ennesima somministrazione è fatta su un gruppo che ha già subito

delle sperimentazioni precedenti: ciò equivarrebbe a dire che la

sperimentazione è come se non fosse fatta sullo stesso gruppo. Di solito si

assume un gruppo diverso, qualunque, e, casualmente, quindi secondo un

metodo probabilistico semplice, casuale, due campionamenti di individui dopo

di che uno dei due, altrettanto casualmente diventa gruppo sperimentale mentre

l’altro, altrettanto casualmente, diventa il gruppo di controllo. Quindi le

assegnazioni dei soggetti ai diversi gruppi sono fatte in maniera casuale e

quindi, in questo senso, l’equivalenza del gruppo è una equivalenza statistica.

Per i puristi della metodologia questo è l’unico criterio realmente accettabile

perché si possa parlare di equivalenza dei gruppi.

A.d.r. – I due gruppi sono uguali perché i criteri con i quali sono stati costruiti

sono probabilistici. Casuali. Quindi, non c’è nulla, oltre la casualità semplice,

nella costituzione dei due gruppi. Casualità semplice significa che la

costituzione dei gruppi, le caratteristiche dei gruppi, possono essere date come

identiche semplicemente perché, dato un universo, noi abbiamo chiuso gli

occhi e abbiamo tirato fuori dall’universo un certo numero di soggetti. Quindi

abbiamo fatto due gruppi. Perciò se nell’universo c’erano 100 uomini e 100

donne, se io tiro fuori, in maniera casuale da quell’universo composto da 200

persone, 20 persone, la probabilità che essi siano 10 donne e 10 uomini esiste.

Immaginate gli stati di questi soggetti su una serie indefinita di proprietà

(istruzione, orientamento politico, lo status, eccetera), qualunque sia il

ventaglio di proprietà dell’universo, se voi tirate fuori a caso un certo numero di

soggetti, quel numero può essere rappresentativo dell’universo. Se tirate fuori

due gruppi potete presumere che questi due gruppi siano equivalenti rispetto

all’universo, siano campioni intercambiabili e potete quindi assumerli come

gruppo sperimentale e gruppo di controllo.

A.d.r. – Se selezioniamo da un universo un gruppo di individui che hanno in

comune tutti quella malattia, dopo di che, in maniera casuale, da quell’unico

gruppo scelto, in maniera casuale dividiamo i soggetti in due gruppi che

saranno il gruppo sperimentale ed il gruppo di controllo. Naturalmente c’è un

certo margine di errore ma questo io lo so.

Naturalmente queste sono tutte critiche che stiamo facendo a Mill perché dal

punto di vista induttivo, la prima cosa da fare è immaginare che il numero di

casi che noi osserviamo sia rappresentativo di tutti i casi: l’ancoraggio di Mill a

questo proposito è il principio di uniformità. Quindi, io comunque scelgo un

certo numero di casi, questo numero di casi dovrebbe essere il più possibile

variabile, dopo di che lo posso assumere, in base al principio di uniformità,

esteso a tutti i casi cioè generalizzato a tutti i casi (ad esempio, casi di

guarigione, casi di incidenti, eccetera). In questo esempio il principio di

uniformità ancora tiene. Non tiene più invece sul problema delle (?) (?) quali

circostanze antecedenti. Quale circostanze antecedenti io considero? E tutte

tutte quali? Qui c’è in realtà il criterio del (?) che è un criterio di tipo

probabilistico cioè a dire: o io sono in grado di selezionare tutte le circostanze

in maniera oggettiva ma questo non lo posso fare e quindi, di fatto, sfugge alla

nostra classificazione oppure questo metodo non si applica perché questo

metodo della concordanza presupporrebbe l’analisi di tutte le circostanze per

individuare poi i casi differenti o concordanti. Ma c’è la causa del ceteris

paribus! Domanda: ma questa clausola del ceteris paribus è un assunto? Cioè la

clausola del ceteris paribus significa, per l’esperimento, che se io seleziono un

certo numero di circostanze e le altre le escludo come nell’esempio degli

incidenti. Io in quell’esempio ho considerato gli incedenti avvenuti solo al

primo mattino e alla sera quando si vede meno e non ho considerato gli

incidenti delle altre ore del giorno: così ho fatto una prima selezione. Con lo

stesso criterio sono passato poi a considerare il carico della macchina ed ho

considerato quelli molto leggeri e quelli molto pesanti perché ho immaginato

che questo potesse influire sulla capacità di frenata e sul governo dell’

autovettura. Poi ho considerato la scorrevolezza della strada, eccetera. Le

abbiamo prese in considerazione perché le abbiamo ritenute come significative

rispetto all’incidente mentre altre circostanze, come ad esempio l’abilità del

conducente, il grado di vetustà della vettura, sono tutte cose che non abbiamo

considerato e che in realtà introducendo, alla Comte, un criterio per accumulare

i dati noi avremmo potuto tenerne conto. Allora, voi mi direte, introduciamo un

criterio. Il problema è che quando introduciamo un criterio qualcuno di voi

potrebbe dirmi che indicatori della buona tenuta dell’automobile sono i

tagliandi effettuati, la manutenzione, l’anno di costruzione, eccetera. Qualcun

altro potrebbe dirmi che occorre considerare in quanto in realtà immaginare una

serie di circostanze e per fare questo dovremmo poi (?) ma anche quando poi

introduciamo la clausola del ceteris paribus stiamo dicendo che “per noi sono

sufficienti le circostanze che abbiamo selezionato mentre le altre, in realtà, le

stiamo assumendo come irrilevanti”. Ma l’idea che induttivamente si possa

osservare senza un criterio, senza una indicazione utile, senza un ragionamento,

si possa isolare, su base effettivamente oggettiva, osservativa, difficilmente si

realizza. La domanda, allora, è che fine fanno i criteri di Mill! La risposta è che

possono essere utili ma lo possono essere con, diciamo, i criteri di necessità.

Studente: siamo dunque passati da una visione positivista, certista di Mill …

Prof.: Non è che siamo passati. Mill non passa. In realtà noi abbiamo capito che

possiamo dire qualcosa a difesa di Mill. Certamente si può assumere che per

alcune classi di fenomeni questo metodo può apparire come efficace. Cioè se lo

applicate a macrofenomeni della natura è probabile che i metodi di Mill

funzionino. E’ probabile. Oppure se l’assunto di equivalenza è molto forte –

qualcuno prima mi diceva che mentre gli uomini sono tutti uno diverso

dall’altro l’oggetto fisico può essere assunto uguale a qualunque altro oggetto

fisico, facevo l’esempio degli atomi di azoto – quindi chi va a ribattere sul fatto

se questi termini si immaginano come applicate ad alcuni classi di fenomeni,

nel caso specifico su macrofenomeni naturali è possibile che, per quanti sforzi

possiate fare, le pre-cause possibili di un dato evento, in realtà possano

addirittura essere classificate utilizzando le dita di due mani per cui alcuni

fenomeni molto semplici, in realtà si prestano ad una analisi secondo questi

metodi. Quando il fenomeno diventa più complesso questi metodi non è che

non funzionano più, funzionano ma diventano più problematici ma non perché

siano meno efficaci i metodi ma perché sono più complessi i fenomeni. Quindi

fate molta attenzione a non buttare il bambino con l’acqua sporca: in questo

senso, l’utilità di questi metodi è data dalla riflessione sulla logica

sperimentale. Pensando alla logica sperimentale noi abbiamo potuto cogliere

come alla base di quella logica ci siano questi metodi e ci sono tutt’ora anche se

con gli (?) che abbiamo visto. Ma ancora oggi l’ossatura, dal punto di vista

punto di vista procedurale, del metodo sperimentale è basato su Comte.

Tutto quanto ci siamo detto fino ad ora non potete pretendere di capirlo subito

ed adesso: questi concetti vanno assimilati, vanno metabolizzati gradualmente.

A.d.r. – La concordanza e differenza. Prendete il caso degli incidenti. Si tratta di

confrontare i casi di incidenti con i casi di mancato incidente. Immaginiamo

che alta velocità è al di sopra di 20 Km/h e la bassa velocità è al di sotto di 20

Km/h Immaginate di osservare che molti incidenti si verificano ad una velocità

superiore a 20 km/h e sotto i 20 km/h ci sono pochi incidenti. Questa è la

congiunzione del metodo della concordanza con il metodo della differenza:

cioè tutti i casi di incidente concordano per l’alta velocità; tutti i casi di non

incidente, differiscono per tutte le altre circostanza e concordano con l’assenza

di alta velocità. E quindi c’è la congiunzione di questi due metodi.

A.d.r. – Uno può dire che per essere contagiati da una malattia è condizione

necessaria e sufficiente il contatto con una persona infetta. Se dite “condizione

necessaria e sufficiente” dite che non potete essere contagiati se non in quel

modo e quel modo basta, è sufficiente, per contrarre il contagio. Ora, esempi del

genere, con riferimento alle scienze classiche cioè alla fisica galileiana, non se

ne possono fare. Quindi in realtà i metodi di Mill possono funzionare con

riferimento ad alcune classi di fenomeni ma per altre classi no.

Il Metodo dei residui

Sottraendo da un fenomeno la parte che, per cognizioni

precedentemente acquisite, costituisce l'effetto di certe

circostanze antecedenti note, si ottiene un residuo, che può

considerarsi l'effetto di altre circostanze antecedenti non note.

(T) Traffico

(P) Produzione industriale

(Y) Inquinamento atmosferico

(R) Riscaldamento

(X) Fattore residuo: ad es.,

Termodistruzione dei rifiuti industriali

Allora, qui, possiamo far riferimento all’esempio che vi ho preparato in cui

l’inquinamento atmosferico può considerato dipendente da alcuni fattori noti

(traffico, produzione industriale e riscaldamento). Voi dovete immaginare di

elidere quelle tre circostanze: avete eliminato l’inquinamento atmosferico? No,

allora vuol dire che c’è qualche altro fattore residuo, oltre a quelli certi che

avete già eliminato, che produce inquinamento. Questo si chiama metodo dei

residui. Con questo metodo Mill giustamente ci sta dicendo che quando noi

pensiamo di governare un fenomeno è possibile che di questo fenomeno

conosciamo alcuni antecedenti, solo alcuni però, perchè ci potrebbero essere

altri antecedenti non noti che potranno essere noti attraverso l’indagine. Si

parla di residui: io non so se va bene perché quando si parla di “residuo” noi

pensiamo ad una cosa marginale. Anche tecnicamente, quando noi pensiamo

alla categoria residuale nei questionari “altro”, lì si riferiscono tutti i casi che

non hanno trovato collocazione nelle altre categorie di risposte. Noi

tecnicamente cominciamo a preoccuparci quando questa categoria supera il 10 -

15% dei casi perché se supera questa soglia si assume che poi non sia più così

residuale e che quindi abbiamo sbagliato qualcosa nella progettazione delle

domande. Ora, quando parliamo di metodo dei residui possiamo pensare che i

fattori non noti siano marginali e, di conseguenza, nell’esempio

dell’inquinamento, eliminando i primi tre fattori (quelli dell’esempio: traffico,

produzione industriale e riscaldamento), noi eliminiamo una parte rilevante di

inquinamento e ne resta poi una parte piuttosto piccola. Ora questo non è

decisivo: cioè che è decisivo è immaginare che ci sono fenomeni complessi che

sono determinati da una serie di fattori. Quindi la causa dell’inquinamento è

una causa composita, dove non c’è un unico fattore ma più fattori, alcuni dei

quali sono già noti – e questo lo sappiamo da altre precedenti indagini – mentre

altri fattori li dobbiamo ancora scoprire. Il punto essenziale è che il fenomeno

dell’inquinamento è un fenomeno composito e quindi sappiamo che dobbiamo

rinunciare ad individuare una causa atomisticamente intesa come unico fattore

responsabile dell’inquinamento. Sappiamo anche che il giochetto per ottenere

il risultato è di eliminare i fattori già noti e vedere se con questi eliminiamo

tutto l’inquinamento. Allora iniziamo eliminando il traffico e vediamo se

abbiamo eliminato anche l’inquinamento: è diminuito ma non è eliminato.

Allora eliminiamo anche la produzione industriale e rifacciamo il riscontro:

ancora l’inquinamento c’è. Eliminiamo anche i fumi dei riscaldamenti e

vedremo che probabilmente l’inquinamento c’è ancora. Vuol dire anche ancora

ci sono dei fattori (possiamo pensare ai fattori più diversi) che sono in grado di

produrre inquinamento.

A.d.r. – Si, usando il termine “governare” ho usto un termine improprio.

Governare, governabile, io l’ho usato come sinonimo di controllabile perché

nell’esempio specifico la mia idea è quella di controllare (governare)

l’inquinamento togliendo via via i fattori noti. Quindi, togliendo il traffico,

togliendo i fumi industriali, eccetera, io governo il fenomeno inquinamento.

Però devo tornare indietro perché nel caso del traffico può essere più

propriamente usato i termine “governabile” mentre in altri casi si tratta di

valutare se il termine “controllabile” o “governabile” è sinonimo.

A.d.r. – Attenzione. Cerchiamo di essere chiari. Non è che io mi vergogno di

usare termini matematici, sia chiaro. Più propriamente, però, bisognerebbe

parlare di controlli perché le verifiche matematiche sono dei criteri di controllo

matematico. Abbiamo già detto che fare la verifica significa capire i meccanismi

sottostanti e in qualche modo è possibile la verifica anche su fenomeni, diciamo

così, naturali rispetto ai quali siamo interessati a intervenire (?). Sotto varie

forme, perché nel momento in cui, che ne so, dovessero essere noti i

meccanismi per i quali si scatenano i terremoti, sarebbe legittimo l’intervento

nella direzione della (?), sarebbe possibile un intervento sui fattori che incidono

sul fenomeno, quindi non è (?). Io pensavo che lei ne facesse una questione

linguistica più che concettuale. Se lei fa una questione concettuale io non sono

d’accordo con lei. Se ne fa una questione linguistica posso riammettere che

quando si parla di “governo” si può ritenere più opportuno utilizzare il termine

“governo” quando abbiamo a che fare con individui piuttosto che a processi di

quel tipo. Allora è questa è una questione linguistica. Se ne fa questione

concettuale il problema non esiste: l’abbiamo visto con Comte. Comte ha

assegnato alla scienza il compito di creare un nuovo ordine ed il nuovo ordine

si crea anche capendo quali sono le leggi che governano la natura ed

intervenendo sulla natura per controllarla. Qui natura in senso ampio: natura

sociale, natura fisica, eccetera. Quindi, dal punto di vista concettuale si può

parlare di controllo e di governo.

A.d.r. – La rilevanza dei fattori dipende dall’indagine. E’ chiaro però che stiamo

nella logica che quelli sono tutti fattori determinanti. Ora, l’idea di un “residuo”

porta con sé l’idea che questo residuo sia quantificato. Se questa idea è

considerata dal nostro punto di vista noi potremmo, prendendo in considerazione

questa idea, di immaginare che ci siano fattori che contribuiscono in misura

maggiore e fattori che contribuiscono in misura minore.

A.d.r. – Se io ho un fenomeno, lo riduco, senza residui alle cause che lo hanno

determinato. In questo caso il fenomeno è l’inquinamento: quando io sono in

grado di governare e controllare l’inquinamento? Quando ho capito come posso

ridurlo senza residui al fattore che lo determina. Allora io ho capito cos’è

l’inquinamento. Non so se è chiaro. Ho capito quali sono i fattori che

determinano l’inquinamento in termini certi: cioè senza residui. Quindi non c’è

una parte del fenomeno che io non conosca. Conosco tutte le parti che

costituiscono il fenomeno.

A.d.r. – L’aspetto importante è che qui abbiamo un complesso di condizioni che

determina, senza ulteriori fattori, un dato fenomeno. Abbiamo un complesso

esaustivo di condizioni nel senso che se io elimino tutte quelle condizioni ho

eliminato l’inquinamento: questa è la forza di questo principio. Non è che c’è un

residuo di inquinamento del quale devo ancora dare conto. L’ho eliminato

completamente.

A.d.r. – Significa ammettere un momentaneo stato di ignoranza che può essere

colmato dall’indagine. In che direzione deve andare l’indagine? In una direzione

per la quale il determinarsi di un fenomeno è dato da un complesso di condizioni

e il mio compito è scoprire quali sono tutte – nessuna esclusa – le condizioni

determinanti quel fenomeno. Questo devo fare. Perché è proprio il fatto di

conoscere quali sono alcuni fattori e non altri che mi porta a sviluppare l’idea dei

residui. Cioè l’idea del metodo dei residui deriva dal fatto che io conosco alcuni

fattori ma non tutti i fattori; allora il metodo dei residui consiste nell’andare a

caccia dei fattori residuali che io ancora non conosco – e, pertanto, mi trovo

momentaneamente in uno stato di ignoranza – però l’indagine deve andare verso

quella direzione. Mill avrebbe potuto chiamarlo in altro modo ma questo è:

metodo dei residui.

A.d.r. – Attenzione, però, il punto di fondo è che lì la causa è intesa in senso

apodittico nel senso che c’è un fattore che determina un fenomeno; qui la causa è

intesa in senso composto cioè un complesso di condizioni che determina il

fenomeno.

Studente: Si potrebbe chiamare il residuo come una istanza necessaria nascosta?

Professore: No perché quei fattori, in qualche modo, sono tutti necessari. In realtà

io ho un residuo cioè c’è un fattore che io non conosco quindi se io voglio

ricostruire interamente il fenomeno devo conoscere tutte le sue parti. Quindi è

tutto il complesso (fattori noti e non noti) ad essere necessario e sufficiente. Io lo

posso analizzare nelle sue varie dimensioni ma la causa necessaria e sufficiente

dell’inquinamento è il complesso della produzione perchè già se ne elimino uno

io ho un complesso differenziato dal complesso generale che non è più in grado

di dar conto dell’inquinamento. Cioè se io elimino uno solo di quei fattori la

causa non diventa più necessaria e sufficiente. Il complesso non è più tale da

determinare interamente il fenomeno inquinamento. Lo determina ma in una

certa misura ma non interamente. E’ come dire che tutti i fattori sono

indispensabili e nessuno da solo è sufficiente e necessario. Solo la totalità dei

fattori è in grado di dar conto interamente del fenomeno: solo la totalità.

A.d.r. – In realtà tutti i fenomeni hanno lo stesso aspetto. Perché i metodi di Mill

sono 4? Perché a seconda del contesto dei fenomeni possono mostrare una strada

piuttosto che un’altra. Allora, nel caso dell’inquinamento a me sembrava che

l’idea che ci siano più fattori era quella che rendeva meglio la spiegazione del

metodo dei residui. Infatti, noi non conosciamo tutti i fattori che causano

l’inquinamento: probabilmente ci accontentiamo di conoscere l’inquinamento

fino ad un certo punto e di lasciar perdere quei fattori meramente virtuali. Però,

nell’idea di Mill è che ci sono dei fenomeni composti che possono essere

ricostruiti dal punto di vista delle cause determinanti assumendo l’analisi di una

causa composta alcune delle quali le conosciamo altre ancora dobbiamo

conoscerle, tutte sono conoscibili ed osservabili e però possiamo immaginare che

la ricerca non porta immediatamente alla scoperta di tutti i fattori: alcuni li

abbiamo scoperti, altri ancora non lo sono e devono essere indagati. In realtà,

prima di Mill questo impianto non era stato formulato: non a caso il metodo dei

residui si associa a Mill e non ad un altro autore. Mill ha formalizzato la sua idea

in un metodo.

Passiamo al metodo delle variazioni concomitanti

Il Metodo delle variazioni concomitanti

Se un dato fenomeno varia costantemente in una data direzione e

misura col variare di un altro fenomeno in una data misura e

direzione, uno di essi può essere considerato la causa dell'altro,

oppure tutti e due possono considerarsi come dipendenti da una

medesima causa.

(X) Tempo di studio (Y) Rendimento all' esame

(X) Numero di cicogne (Y) Numero di bambini

(Z) Tipologia dell’area

Che significa quanto abbiamo letto? Volete commentarla voi questa cosa?

Sembra piuttosto semplice. Mill sta dicendo che si può osservare una

covariazione. Quando si osserva una covariazione? Quando c’è la variazione

contemporanea di due fenomeni nel senso che se uno varia, varia anche

l’altro. Per cui se uno cresce l’altro cresce; se il primo diminuisce, diminuisce

anche l’altro. E’ per questo che il metodo si chiama delle “variazioni

concomitanti”.

A.d.r. - La cosa che dice il vostro collega non è peregrina: lui chiede che cosa

vuol dire “nella stessa unità di tempo”. Vuol dire che siamo di fronte ad una

legge di coesistenza: cioè non c’è la possibilità di individuare un prima ed un

dopo in quanto i due fenomeni variano insieme, nello stesso tempo.

A.d.r. – Esempio può essere la coesione del gruppo e la produttività. Voi sapete

che ci sono gruppi di lavoro che producono di più, altri meno. Ma la

produttività dipende da che cosa: ci sono insegnanti molto freddi ed insegnanti

caldi, alunni molto capaci e partecipativi, altri no. E’ il grado di partecipazione

degli alunni che produce calore negli insegnanti o è il fatto di avere degli

insegnanti caldi che porta ad una maggiore partecipazione dei ragazzi al lavoro

in classe? Il problema è quello di individuare la successione dell’accadimento:

mentre in tutti gli altri casi si parla espressamente di “antecedenti” in questo

caso la parola “antecedente” scompare perché si parla di due fenomeni che

covariano. Quando covariano, che possibilità abbiamo noi? Primo caso: se i

fenomeni sono due, quando covariano significa (indicandoli rispettivamente

con x ed y) che x è la causa di y. Secondo caso: y è la causa di x. Terzo caso:

sia x che y (la loro covariazione) è l’effetto della variazione di un terzo

fenomeno z che, variando, produce una variazione sia di x che di y. Ci siete?

A.d.r. – I fenomeni devono variare costantemente. Mill si accorge che alcuni

fenomeni non sono registrabili e distribuibili tra di loro in base alla dimensione

temporale. Quindi, gli altri metodi vanno a farsi friggere perché tutti gli altri

metodi sono basati sulla distinzione temporale dell’accadimento del fenomeno.

Qui, in realtà, lui si accorge che alcune classi di fenomeni non ci danno la

possibilità di osservare il tempo (la successione temporale) in cui i fenomeni

hanno luogo. Quindi questi fenomeni possono essere studiati solo osservando

le variazioni concomitanti.

(Lezione n. 7 – 19 ottobre 2004)

La vostra collega sta chiedendo come si fa a distinguere il caso in cui un

fenomeno è collegato ad una sola causa dal caso in cui un fenomeno è collegato

a più cause. Come si fa? Si fa seguendo i metodi di Mill. Cioè in realtà noi

possiamo renderci conto della configurazione di un fenomeno osservandolo –

secondo Mill – soltanto per via empirica. Quindi, se un fenomeno è connesso in

un certo numero di casi, di condizioni, risulta essere connesso ad una causa

verificata allora, per il principio di uniformità della natura, noi possiamo

assumere che quel fenomeno, avendolo studiato in più casi, quel fenomeno è

determinato da una unica causa perché dallo studio che abbiamo fatto di più casi

di quel fenomeno abbiamo scoperto che il fattore determinante quel fenomeno è

unico. Se invece noi ci trovassimo, studiando più casi di un fenomeno, nella

situazione di osservare l’associazione di quel fenomeno a più fattori (fattori che

si ripetono, la cui configurazione si ripete in più osservazioni) , ci troveremmo di

fronte ad una situazione di causa composita, laddove noi non siamo più nelle

condizioni di isolare un unico fattore ma dobbiamo parlare di causa riferendoci a

concause di fattori. Anche qui vale il principio di uniformità della natura perché

noi assumiamo che quel complesso di fattori è in realtà responsabile

dell’accadimento del fenomeno, senza sorprese. Perché? Perché abbiamo

osservato in più casi questa associazione, quel complesso di fenomeni

antecedenti a quel conseguente, e sulla base del principio di uniformità della

natura, generalizziamo questa scoperta ai casi che non abbiamo ancora osservato

ma che siamo perfettamente in grado di prevedere. Questa è il ragionamento

lineare di Mill. E’ chiaro?

A.d.r. – Il collega sta dicendo che voi potete sempre provare a immaginare una

controprova. In altri termini più che immaginare una controprova, voi potete

osservare. Cioè, se presentandosi la causa si presenta l’effetto e se annullando la

causa si annulla l’effetto, questo, si chiede il vostro collega, ci consente di dire

che la causa ha carattere atomistico. Perché il collega, facendo riferimento al

metodo dei residui, ha appena detto che “se in realtà le cause fossero più di una

(cioè se la causa si configurasse in un complesso di fattori) eliminandone uno

(cioè non osservando uno dei fattori facenti parti della configurazione), in realtà

noi non avremmo la certezza di non osservare la causa. Mi state seguendo?

Quindi questo significa che se anche elimino un fattore, continuo ad osservare la

causa e lì capisco che quel fattore può essere considerato uno dei fattori

determinanti ma non l’unico. E’ questo che vuole dirmi? In realtà i metodi

induzione di Mill consentirebbero di stabilire se si tratta di una causazione

cosiddetta atomistica oppure di una causazione composita.

3. LO STORICISMO TEDESCO

Detto questo, voltiamo pagina e iniziamo un capitolo nuovo ma non per questo

usciamo dal positivismo perché il capitolo che stiamo aprendo riguarda un

argomento noto come “prima polemica sul metodo”. Perché vi sto dicendo che

pur aprendo un nuovo capitolo non possiamo gettarci alle spalle definitivamente

alle spalle il positivismo? Perché gli autori che tratteremo, gli argomenti che

tratteremo, possono essere letti secondo una chiave di lettura oppositiva ovvero

una chiave di lettura che rimanda alla critica radicale o positiva, nei riguardi del

positivismo così come si è configurato trattando Comte e Mill.

Noi, trattando Comte e Mill, ci siamo fatti un’idea abbastanza precisa del

positivismo e in realtà è radicalmente contro questa idea che si sviluppa la

riflessione di una tradizione di pensiero che è nota come Storicismo tedesco e

che si contraddistingue per questa polemica serrata sul metodo empirico. Per

essere più espliciti, l’idea di un metodo e l’idea di scienze sociali professate dai

positivisti, oltre che da Colte e da Mill, non è accettato, anzi, è rifiutata in blocco

e senza emendamenti dalla tradizione storicista. Cioè è un’idea che viene

pesantemente posta in discussione e si configura una concezione di scienze

sociali e del metodo delle scienze sociali radicalmente diversa dalla concezione

di scienze sociale e del metodo delle scienze sociali che si era imposta in ambito

positivista.

La chiave di lettura è una chiave di lettura oppositiva cioè a dire

storicismo≠positivismo.

Vedrete come questa opposizione si arricchisce ma essenzialmente la chiave di

lettura per quanto possa apparire banale è quella che vi sto proponendo:

storicismo≠positivismo. Quindi, quando io vi parlo di chiave di lettura, voglio

dirvi che alcuni argomenti dello storicismo si possono capire solo se voi avete

altre chiavi di lettura: certi estremismi dello storicismo, certe prese di posizione

che potrebbero apparirvi incomprensibili ovvero troppo radicali e inaccettabili,

devono essere interpretate alla luce dello spirito polemico ed oppositivo che

anima gli autori all’interno dello storicismo tedesco nei riguardi della tradizione

positivista. Quindi, non dobbiamo scandalizzarsi rispetto a certe posizioni troppo

rigide e troppo radicali perché queste sono solo da collocare all’interno di una

polemica rovente, durissima, contro il positivismo. Quindi, certe esagerazioni,

certi eccessi, li possiamo e li dobbiamo interpretare. Lo dico semplicemente

perché alcune letture dello storicismo tedesco siano state troppo sbrigative e

troppo frettolose nel senso della liquidazione di una posizione che sembrava

immediatamente insostenibile. All’interno dello storicismo tedesco vengono

solamente fatti salvi alcuni autori o il punto di vista di alcuni autori o alcuni

punti di vista di alcuni autori mentre altri vengono letteralmente fatti a pezzi. Sto

pensando a Dilthey che riceve una lettura a mio giudizio troppo deleteria: nei

manuali (e mi riferisco in particolare a Statera) quindi, si assiste ad una lettura

estremamente severa e in gran parte corretta del punto di vista del pensiero di

Dilthey ma che non tiene conto, secondo me, del contesto interlocutorio del

pensiero di Dilthey: in questo senso il mio invito è di aver ben presente questo

aspetto (cioè l’aspetto della contrapposizione). E’ chiaro?

3.1 WILHELM DILTHEY (1883-1911)

Dilthey è, all’interno dello storicismo tedesco, è uno dei maggiori autori perciò

dobbiamo fare necessariamente i conti con la posizione che egli assume.

Rispetto a che cosa? Se noi dovessimo sintetizzare il suo pensiero potremmo

farlo enucleando quattro punti fondamentali.

Vi consiglio di leggere questi punti già in un’ottica di contrapposizione alla

tradizione positivista.

1. L'accettazione dei rapporti tra filosofia e conoscenza scientifica;

2. La fondazione scientifica delle discipline "umanistiche";

3. Il rifiuto della riduzione della realtà storico-sociale alla realtà fisico-naturale;

4. Il rifiuto dell'applicazione del metodo causale-deterministico alla realtà

storico-sociale.

Vediamoli in particolare:

L'accettazione dei rapporti tra filosofia e conoscenza scientifica - Quindi,

laddove nella tradizione positivista era negato ogni tipo di rapporto con la

speculazione, con la riflessione speculativa, con la dimensione della riflessione

astratta svincolata dall’esperienza, dentro la tradizione storicista, con

particolare riferimento a Dilthey, si fa strada l’idea della assoluta necessità dei

rapporti tra la scienza ed una forma di riflessione più astratta e speculativa che è

la filosofia. Questo quindi è già un primo punto che distingue i due approcci.

La fondazione scientifica delle discipline "umanistiche" – Questo è un punto

essenziale perché gli storicisti, nel momento in cui si oppongono al positivismo

non sono qualificabili come antiscientifici, come portatori di una concezione

antiscientifica delle scienze sociali, delle discipline umanistiche. Nel momento

in cui noi accettiamo l’idea della contrapposizione, potremmo dire che laddove

i positivisti pensano di qualificare anche le discipline che studiano l’uomo

come scientifiche nel momento in cui gli storicisti si oppongono ai positivisti

in realtà negherebbero la scientificità delle discipline che riguardano l’uomo, a

partire dalla storia. Quindi, se il positivismo sostiene la scientificità delle

discipline sociali, essendo opposti al positivismo, gli storicisti dovrebbero

negare la scientificità delle discipline sociali: non è così. Da questo punto di

vista la posizione di Dilthey è una posizione estremamente forte e ferma a

favore di una fondazione scientifica delle discipline umanistiche, delle

discipline che studiano l’uomo. Quindi, Dilthey intende concepire in maniera

scientifica le discipline che studiano l’uomo; pensa alle scienze dell’uomo.

Il rifiuto della riduzione della realtà storico-sociale alla realtà fisico-naturale

- In realtà se dobbiamo proporre un aggettivo che specifichi meglio la

proposizione precedente, vi propongo (e vi pregherei di appuntarvelo ed

integrare il secondo punto) di introdurre l’aggettivo “autonomo”. Quindi

parliamo di “fondazione scientifica autonoma delle discipline umanistiche”.

Autonoma che significa? Significa che Dilthey sta facendo riferimento ad una

sezione, ad un territorio, lui lo chiama “emisfero del globo intellettuale”

autonomo rispetto all’altro emisfero delle scienze della natura. La fondazione

delle scienze della natura è separata dalla fondazione delle scienze dell’uomo

quindi i principi e le istanze della scienza della natura e della scienza

dall’uomo sono diverse. Sono tutte e due scienze e tutte due scienze a tutti gli

effetti, tuttavia, si fondano su principi diversi, distinti, separati. Anche qui la

chiave di lettura qual è? L’unità delle scienze sociali: esse vengono tutte dallo

stesso ceppo, cioè sono rami di una stessa linfa. Non solo, nella classificazione

delle scienze di Comte, si postula la dipendenza delle scienze le une dalle altre.

Qui si sta postulando invece la necessità di una grande distinzione tra le scienze

che si occupano dell’uomo, in termini di unità psichica vivente, dalle scienze

che si occupano della natura. Quindi, stiamo ragionando in termini di

opposizione: il tutto contro unità. Questo è il principio: rifondazione come

rifondazione unitaria delle scienze. Qui, di conseguenza, l’idea che la realtà

storica e la realtà sociale possano essere ridotte ad una realtà fisico-naturale è

rifiutata. Dilthey introduce una cesura netta tra i due ambiti e tra i due universi.

C’è l’idea, che è tipicamente comtiana, secondo cui le dimensioni della vita

psichica e sociale degli individui derivino dalle dimensioni della vita fisica e

biologica dell’individuo stesso: è come dire che relazioni o sentimenti come

l’amicizia, l’amore, la socialità, l’associazionismo eccetera, possono derivare

dalla costruzione fisica, biologica, chimica degli individui. In altri termini,

significa postulare la riducibilità del come siamo fatti in termini psico-sociali al

come siamo fatti in termini fisio-chimici: è questo un tema classico, una

operazione tipicamente positivista di riduzione per cui alla base possiamo

postulare l’esistenza di un processo di tipo fisico e biologico che è in grado di

spiegare i processi di tipo sociale e psicologico. Quindi in questo senso le

discipline specifiche dell’uomo, quelle umanistiche, quelle che si riferiscono

alla sfera antropologica, psicologica e sociologica dell’individuo, non sono

altro che epifenomeni: sono dei fenomeni apparenti laddove ciò che sta sotto

non è altro che una serie di leggi che riguardano invece aspetti biologici e fisici

dell’essere umano, dell’individuo. Dilthey esprime tutta la sua disapprovazione,

il suo disaccordo e non solo: propone, contro la concezione riduzionistica, una

concezione basata sull’autonomia dell’essere umano, cioè dell’unità di

psicofisica vivente, dal mondo naturale e, in considerazione di ciò, ha quindi la

pretesa di fondare una scienza dell’uomo, considerando che l’uomo, l’unità

psicofisica vivente è autonoma dalla natura, pensare a delle discipline, che

studiano l’uomo, che siano autonome dalla discipline che studiano la natura,

fisico-naturali.

Il rifiuto dell'applicazione del metodo causale-deterministico alla realtà

storico-sociale – Per quanto abbiamo appena detto c’è una distinzione che

riguarda l’aspetto metodologico cioè a dire: non è possibile studiare due ambiti

di oggetti così differenti applicando la stessa metodologia. La metodologia che

è in uso presso le scienze naturali. C’è l’idea per cui il metodo basato sulla

ricerca del nesso causale deterministico possa essere universale: Dilthey invece

sostiene che non si tratta di una regola universale dal momento che questo

metodo non risulta assolutamente adeguato – quindi è totalmente inadeguato –

per studiare i fenomeni che ricadono nell’ambito di studio delle scienze

dell’uomo. Quindi, se la ricerca del nesso causale, se i metodi di Mill per

capirci, possono andar bene per le scienze della natura, risultano assolutamente

inadeguati per studiare l’uomo. Quindi c’è una critica rivolta a Mill – Dilthey

ha individuato un bersagli critico – il quale pur avendo colto la differenza di

oggetto (infatti Mill parlava di scienze morali con riferimento alle scienze

dell’uomo) non coglie la necessità di fondare su questa distinzione ontologica

un metodo di studio diverso; egli pensa invece che i quattro metodi possano, in

maniera indistinta, in maniera indiscriminata, andar bene per qualunque tipo di

fenomeno sia esso di tipo fisico-naturale che storico-sociale. Secondo Mill

possono essere studiati con gli stessi metodi. L’idea di Dilthey invece è quella

che occorra tener conto di una profonda distinzione (poi vedremo qual è il

metodo che Dilthey ritiene sia adeguato per lo studio della unità psicofisica

vivente) e pertanto c’è il fermo rifiuto del monismo metodologico.

Il problema fondamentale della filosofia

Per Dilthey ha assolutamente senso chiedersi – mentre per un positivista

questa potrebbe sembrare una speculazione astratta senza significato ai

fini dell’indagine empirica –

« ... in quale forma ci è dato il mondo, che per noi esiste soltanto nelle

nostre intuizioni e rappresentazioni? Attraverso quali processi si

costituisce in noi, sulla base degli stimoli dispersi che da tutte le parti

impressionano i sensi, l'immagine del mondo esterno nel quale viviamo? E

quindi, attraverso le intuizioni interne, 1' immagine del mondo spirituale.

Una volta risposto a ciò, si presenta la questione del modo in cui la nostra

conoscenza ... si avvicina ... alla connessione di questi fenomeni, dati

.

nell'esperienza interna ed esterna»

Nel brano che abbiamo appena letto, sostanzialmente troviamo

l’originaria distinzione che caratterizza la posizione di Dilthey.

Una distinzione tra un mondo esterno al misuratore ed un altro

interno al misuratore. Più precisamente si parla di un processo

esterno e di un processo interno: quindi, il punto fondamentale è

che le nostre rappresentazioni di ciò che è esterno a noi sono

distinte, differenti, dalle rappresentazioni da ciò che è interno a

noi stessi. Una volta posta questa distinzione noi possiamo in

realtà porci il secondo problema. L’idea è quindi quella che

esistono fenomeni che sono interni all’individuo e fenomeni che

sono esterni all’individuo: in realtà, quindi, la prima cosa che noi

dobbiamo chiederci è “come prendiamo atto di questi fenomeni?”.

L’idea di Dilthey è che esistono due processi distinti: un processo

attraverso il quale noi prendiamo atto dei fenomeni sterni ed un

processo attraverso il quale prendiamo atto dei fenomeni interni.

Primo punto: non sono lo stesso processo ma sono due processi

distinti. Quindi con uno io mi rappresento i fenomeni esterni e

con l’altro mi rappresento i fenomeni interni (quelle che lui

chiama le “intuizioni interne”).

Studente: Le chiama anche “scienze dello spirito” quelle che

riguardano le “intuizioni interne”?

Prof.: Si, le “scienze dello spirito” vengono in un secondo

momento, precisamente quando lui dice “come facciamo a

conoscere le connessioni tra i fenomeni interni e i fenomeni

esterni?”. Intanto la prima presa d’atto riguarda il fatto che noi

utilizziamo procedimenti alternativi per l’interno e l’esterno.

Dopo di che c’è il problema della connessione tra i fatti interni ed

esterni. Chiaro?

A.d.r. – State attenti, ragazzi. Qua, stiamo di fronte ad una presa di posizione

radicale contro il positivismo. L’idea che l’esperienza sia unica dentro

questo ambito di discorso non è accettabile. Se uno vi chiede “ma dentro

lo storicismo, l’esperienza ha un solo significato?” la risposta è no perché

ci sono due tipi di esperienze: c’è l’esperienza interna e c’è l’esperienza

esterna. Quindi quando noi parliamo di esperienza, dovete specificare se si

tratta di esperienza interna o esperienza esterna.

A.d.r. – L’esperienza riguarda la rappresentazione dei fenomeni che accadono.

Noi abbiamo imparato che esistono secondo Dilthey due tipi di fenomeni:

i fenomeni esterni e di fenomeni interni. Dobbiamo capire che significa

“due tipi di fenomeni”: fenomeni che accadono all’interno e fenomeni che

accadono all’esterno. L’importante è ora capire che l’idea di Dilthey è

fondamentalmente questa: se io analizzo un qualunque fatto storico (ad

esempio, la prima guerra mondiale) e se io analizzo il processo attraverso

il quale (?) (?) uno potrebbe dirmi che sto lavorando su due fenomeni

esterni a chi sta facendo l’indagine (all’agente della conoscenza). L’idea

di Dilthey è che uno solo di questi fenomeni è realmente esterno e cioè il

processo attraverso il quale (?) (?); l’altro, la prima guerra mondiale, non è

un fenomeno esterno ma è interno alla coscienza all’agente della

conoscenza.

A.d.r. –Il collega diceva che facendo questa distinzione in realtà spalanchiamo

la porta alla concettualità perché considerato che le intuizioni interne

sono sostanzialmente fuori controllo, dobbiamo ammettere che possono

esistere rappresentazioni dall’interno diversificate, a seconda dei soggetti

che operano le sperimentazioni. Ora, l’idea di Dilthey è esattamente

opposta. Dilthey ritiene che è proprio a partire da questa distinzione

(fenomeno interno e fenomeno esterno) che si possa fondare l’oggettività

delle scienze dello spirito. Proprio perché questi fenomeni sono non solo

irriducibili ma addirittura interni alla nostra coscienza, noi possiamo in

realtà produrre delle rappresentazioni realmente oggettive perché questi

fenomeni li possediamo dall’interno. Mentre gli altri fenomeni essendo a

noi esterni non sono conoscibili fino in fondo perché ci sono estranei,

sono altro da noi, e quindi in questo senso la loro conoscenza sarà sempre

circondata da un alone di incertezza. L’idea è invece che i fenomeni che si

danno dall’interno fanno tutt’uno con l’agente della conoscenza e quindi

non c’è spazio per letture soggettive: è l’identità tra il fenomeno da

studiare e l’agente della conoscenza che elimina ogni equivoco nella

direzione della certezza. Dilthey dunque ritiene che pericolo di

soggettivismo ci sia per le scienze della natura proprio perché avendo a

che fare con fenomeni esterni ed estranei, la possibilità che si facciano

anche rappresentazioni ed interpretazioni inficiate è molto più alta che

non nelle rappresentazioni delle scienze dello spirito. L’idea è dunque che

quanto più il fenomeno è distante tanto più il margine di incertezza nella

conoscenza di questo fenomeno è alto; quanto più il fenomeno è vicino

tanto più questo margine di incertezza si riduce. Con riferimento ai

fenomeni delle scienze dello spirito questo margine di incertezza non c’è

più perché non sono solo vicini ma addirittura interni all’agente della

conoscenza. In questo senso, ogni margine di incertezza è eliminato.

A.d.r. – Il vostro collega mi pone una domanda che rappresenta una delle

critiche mosse a Dilthey cioè mi sta chiedendo come poteva pensare

Dilthey di fondare le scienze dello spirito su questa idea che

sostanzialmente non ci mette più in condizione di controllare i processi di

distorsione legati alla individualità. I fenomeni fisici sono misurabili ma

qui si tratta di misurare qualcosa che ci è esterno, si tratta quindi di

qualcosa che non possiamo controllare fino in fondo perché ci è esterno.

Alle scienze naturali è attribuito addirittura uno status inferiore alle

scienze dello spirito dovuto proprio al fatto che più di tanto non ci

possono dire su fenomeni esterni all’uomo stesso. Pertanto, la misurazione,

l’osservazione, gli esperimenti, non sono che tentativi di operare un

controllo che non potrà mai essere un controllo completo.

A.d.r. – Io prendo la sua domanda come un elemento a sostegno di quanto

dicevo poco fa cioè l’idea che i fenomeni esterni non possono essere

governati è così chiara che si considera che per formulare delle leggi

universali Mill è costretto a postulare un principio che non sarà mai in

grado di verificare empiricamente. Quindi, il principio di uniformità della

natura è proprio la cosa che nella nostra conoscenza non si può esaurire in

un insieme di dati. Possiamo in realtà fermare e dare un peso alle nostre

conoscenze solo se introduciamo un principio che non ha niente a che non

ciò che noi osserviamo perché abbiamo visto che è un principio circolare,

è maledettamente tautologico. Allora, questo viene a conferma dell’idea

che per eliminare quell’indagine inevitabile e ineliminabile delle (?) (?)

di ignorare rispetto al fenomeno che avevamo, abbiamo bisogno di

introdurre dei principi tranquillizzanti: il principio di uniformità della

natura è tipicamente un principio tranquillizzante. Cioè a dire: se noi

fossimo natura, noi potremmo in realtà coglierlo dall’interno quel

principio ma noi non siamo natura allo stesso modo in cui la natura è,

quindi questo principio può soltanto essere postulato ma mai, dall’interno,

essere verificato proprio perché in fenomeni della natura sono esterni

all’individuo. Quindi la butterei in termini di contrasto e quindi lei

avrebbe ragione nel sostenere che il fatto che siamo fatti della stessa stoffa,

il principio di identità è un principio che, invece, sembrerebbe

manifestamente valido; cioè il fatto che noi, individui storici, studiamo

altro, sì, ma pur sempre individui storici, ci mette di fronte alla verità

secondo cui si ha un rapporto di identità fra soggetto studiato e soggetto

che studia. Cioè, chi studia, chi analizza, chi produce conoscenza, è

identico ed equipollente al soggetto studiato. Di conseguenza, la forza

delle scienze dello spirito è basato proprio su questo principio che non è

un principio ma è una realtà di fatto di identità fra oggetto e soggetto.

Identità che non può essere postulata secondo il principio di uniformità

della natura.

A.d.r – Il principio di uniformità è intrinseco, è dentro alle cose.

A.d.r. – Per Dilthey, l’accesso ai fenomeni non è l’osservazione ma è

l’intuizione. Quindi intuizione significa entrare dentro a tale evento. Ad

esempio, noi non conosciamo la prima guerra mondiale per osservazione

ma la conosciamo per intuizione, quindi entriamo dentro i processi, le

decisioni, le vicende, ecc. che contraddistinguono e che muovono

quell’evento storico. Noi abbiamo il potere di entrare nell’evento, quindi,

non conosciamo per osservazione, conosciamo per intuizione. Ci

immedesimiamo. Questa è una differenza fondamentale. Cioè è solo una

riduzione quella secondo cui i fenomeni dello spirito sono osservato allo

stesso modo dei fenomeni naturali: non è così perché noi abbiamo la

capacità di penetrare empaticamente. La penetrazione empatica è possibile

quando l’oggetto penetrato empaticamente è fatto della stessa stoffa del

soggetto agente di conoscenza, altrimenti non sarebbe possibile. Tant’è

che noi non lo possiamo fare con riferimento ai fatti della natura: cioè noi

non possiamo immaginare per intuizione l’eruzione di un vulcano. Per

quanti sforzi noi possiamo fare, per noi è impossibile il processo per cui

noi intuiamo dall’interno l’eruzione del vulcano perché noi non siamo

vulcano. Ripeto, per quanti sforzi noi possiamo fare, non è possibile

rivivere l’eruzione del vulcano allo stesso modo in cui noi possiamo

rivivere la prima guerra mondiale: quello è il solo processo che possiamo

rivivere e quindi, diciamo così, possiamo intuire e considerarlo dal suoi

interno. Dal suo interno vuol dire riviverlo, in questo senso diciamo dal

suo interno, e quindi noi possiamo empaticamente penetrarlo. Così invece

non possiamo fare per l’eruzione del vulcano.

Studente: In alcuni manuali di storia del pensiero sociologico parlano della

psicologia di Dilthey nel senso che l’uomo (?) (?) diventa così una

psicologia che, tra l’altro, non è individuale in quanto studio dell’uomo

individuo singolo ma sociale ma sociale. Volevo capire fino a quando la

psicologia di Dilthey, che comunque parla dell’interno e dell’intuito di un

uomo, diventa sociale. Scienze dello spirito in realtà sono una psicologia

sociale e comunque non ha un riferimento individuale…

Professore: Intanto lei fa riferimento ad alcune critiche che vengono rivolte a

Dilthey secondo le quali il punto di vista di Dilthey sarebbe un punto di

vista psicologistica. Psicologistica significa che il modo in cui, al limite,

possono essere vissuti e rivissuti determinati processi è assolutamente

individuale. E’ chiaro? Al limite. Il che, per dirla in termini positivi, è (?).

In questo senso, quando parliamo di psicologismo parliamo di un

fen o men o mo lto p iù p erico lo so ch e, al limite, p o rta an ch e

all’incomunicabilità. Cioè a dire che noi, in quanto esseri dotati della

capacità di sentire, pensare e volere, possiamo produrre delle intuizioni

del mondo che valgono per noi in quanto esseri individuali, irriducibili ed

unici – in questo senso è il termine impiegato di psicologismo – e in

questo senso noi potremmo produrre delle intuizioni che sono, che

possono risultare, incompatibili. E questo è il senso di ciò che lei

probabilmente ha letto a proposito di Dilthey. Una seconda lettura è una

lettura più complicata. Perché è più complicata? Perché l’idea latente a

questa impostazione è che il motore ultimo di ciò che noi chiamiamo

“sociale” è l’individualismo cioè è l’individuo, essere unico, irripetibile

che è sé stesso ma è sempre diverso da sé stesso. In altri termini, la seconda

lettura dello psicologismo ha a che fare con una idea per cui la sociologia

si riduce alla psicologia: quindi, i fenomeni sociali non hanno più una

loro autonomia (questo è l’eco di Durkheim, che studieremo fra qualche

lezione) ma in realtà sarebbero riducibili a sentimenti, volontà, pensieri,

decisioni riguardanti i singoli individui. Individui intesi non come

individuo astratto ma singoli individui storicamente determinati. In

questo senso, le scienze dello spirito di Dilthey assumerebbero come

oggetto privilegiato l’individuo cioè l’unità psicofisica vivente capace di

pensare, sentire e volere liberamente. Quindi individuo non soggetto a

forze esterne, atomisticamente inteso e capace di operare nella direzione

dei propri fini scegliendo i mezzi più adeguati alla realizzazione dei fini

stessi. Quindi, in questo senso, la posizione di Dilthey sarebbe

riconducibile ad un orientamento che noi oggi conosciamo come

individualismo metodologico per cui tutti i macrofenomeni sociali in

fondo alle loro cause hanno individui Mario Rossi storicamente

determinati, con la loro volontà, con i loro fini, con le loro azioni per

raggiungere questi fini. I fenomeni macrosociali quindi sarebbero un

prodotto – letteralmente un prodotto – di azioni dei singoli individui. E’

chiara questa distinzione?

Adesso noi stiamo affrontando una questione metodologica cioè ci stiamo

ponendo il problema di come si studiano i fenomeni che noi, in modo

perfino ambiguo, definiamo sociali. Quindi, in realtà i fenomeni che noi

diciamo che riguardano l’uomo, l’uomo che agisce all’interno dei processi

storici. Quindi se noi vogliamo studiare l’uomo in azione, che produce delle

azioni all’interno di un processo storico, l’idea di Dilthey è che dobbiamo

fare piazza pulita dei metodi naturalistici e che dobbiamo assumere come

metodo procedure alternative. Alla base di queste procedure c’è la

distinzione tra interno ed esterno. Questa procedura che si sta facendo strada

è l’intuizione. Quindi in realtà noi possiamo dire che il metodo, la procedura

principe delle scienze dello spirito è l’intuizione. Ancora prima della

comprensione eccetera.

A.d.r. – Sono molti i concetti a cui si potrebbe collegare questa concezione. A

me interessa che voi cogliate in maniera netta l’opposizione al metodo empirico

perché così ha senso il ragionamento di Dilthey.

A.d.r. – L’intuizione sta all’osservazione come la comprensione sta alla

spiegazione.

A.d.r. - Il fondamento di questo ragionamento è la differenza tra interno ed

esterno. E’ la teoria dell’acquario: tu osservi un acquario ma solo se sei un pesce

puoi osservarlo dall’interno. Ma se non sei un pesce hai una sola possibilità: di

osservarlo dall’esterno. Allora, l’idea è che la storia sia un contenitore unico

che contiene tutti noi (è la teoria dell’acquario!) per cui se noi siamo dentro noi

possiamo studiare i fenomeni storica sociali dall’interno. Per cui l’idea dei

positivisti è un assurdo, non ha senso, è metodologicamente improponibile

uscire dalla storia quando noi dentro la storia ci siamo. In questo senso diciamo

che studiamo la storia dall’interno, perché ci facciamo parte anche noi stessi.

Per la teoria dell’acquario, chi sta fuori dell’acquario sta fuori ma è un problema

suo: noi siamo dentro la storia e la natura ci è estranea.

A.d.r. - Vuoi mettere una ricostruzione dell’acquario stando al di fuori con una

ricostruzione dell’acquario standoci dentro? Certo che c’è una differenza. La

differenza sta nel diverso grado di familiarità.

A.d.r – Il vostro collega sta chiedendo perchè questa ulteriore connotazione

critica sulla superiorità dello status delle scienze dello spirito sulle scienze

naturali, che motivo c’è? E’ chiaro che c’è. Il discorso è questo. Le scienze

naturali sono portatrici di verità nella misura in cui sono capaci di produrre

conoscenza impersonale. Nel positivismo, in effetti, la figura del singolo

scienziato non entra mai in gioco: i metodi di Mill sono rivolte a tutti gli

scienziati, sono regole universali del procedimento scientifico e sono in grado

di provvedere di impersonalità il tipo di un prodotto che dall’applicazioni di

essi deriva. L’idea di Dilthey è esattamente opposta in quanto egli sostiene che

per quanti sforzi possano fare le scienze della natura, l’impersonalità non è un

punto a favore dell’oggettività e della verità: è un punto che indebolisce la

pretesa di oggettività, di verità delle scienze naturali. L’impersonalità è l’unica

strada che possono percorrere perché non possono entrare nei fenomeni fisico-

naturali: non possiamo essere dei vulcani in eruzione.

A.d.r – Attenzione, l’intuizione è un processo per cui noi vediamo come chiaro

qualcosa. Cioè è come qualcosa che si dà in maniera chiara anche se poi

dobbiamo capire il perché si dà in maniera così chiara. Alla base

dell’intuizione Ditlheyana c’è un processo empatico che consiste nella

convinzione della stessa natura: cioè la natura umana è la natura che unisce

l’oggetto ed il soggetto che studia. La natura natura è cosa diversa dalla natura

umana: in questo senso l’impersonalità, l’esteriorità che sarebbero i cardini del

pensiero positivista sono obbligati perché un naturalista che volesse seguire un

altro approccio non avrebbe alternative, non avrebbe altre strade da imboccare

perché l’unico approccio che lui può seguire è quello dell’osservazione. In

alcuni casi è costretto a stimolarlo, a manipolarlo il proprio oggetto di studio

ma a seguito della manipolazione che cos’altro può fare se non osservare?

L’osservazione è quindi l’unica risorsa che si dà allo scienziato naturalista

mentre lo scienziato spiritualista non ha bisogno dell’osservazione.

L’osservazione per lui è un metodo minore, è un metodo che è costretto ad

adottare quando non c’è di meglio. Per studiare la natura umana c’è molto di

meglio che l’osservazione esterna: abbiamo la possibilità di condividerla, di

intuirla, abbiamo la possibilità di penetrazione empatica, di vivere, di

immedesimarsi nell’oggetto.

A.d.r – Il vostro collega chiede se nel momento in cui noi siamo in grado di

produrre una conoscenza empaticamente ciò significa che noi siamo in grado

di governare questi stessi fenomeni? La risposta è no. Perché no? L’idea è che

l’individuo è autonomo, è libero, quindi la categoria della libertà individuale.

Quando diciamo che le scienze dello spirito sono autonome, quando noi

diciamo che la natura umana non dipende dalla natura biologica ed istologica

che è uno degli assunti che abbiamo veduto prima, stiamo dicendo che

l’individuo umano non è sottoponibile a leggi. Senza farmi correre troppo in

avanti, tenete presente che la libertà individuale è intangibile. E’ questo uno

degli assunti dello storicismo: l’individuo è libero. In questo senso l’idea di un

governo, allo stesso modo in cui noi governiamo i fenomeni naturali, è dubbio.

C’è un ulteriore aspetto da sottolineare che ha a che fare con l’idea che le leggi

universali che caratterizzano le scienze naturali in realtà, secondo Dilthey,

presentano un doppio elemento di debolezza. Il primo, ha a che vedere con un

fattore più vicino ai fenomeni macrosociali onde Dilthey avrebbe di che ridere

perché le scienze fisiche, per come le concepiamo oggi, non possono più basarsi

su leggi universali ma si basano su leggi statistiche. Le leggi statistiche hanno

un margine di incertezza e così torniamo alla tesi diltheyana per cui la

conoscenza delle scienze fisico-naturali non può essere una conoscenza certa

perché non è conoscenza che si può produrre dall’interno. La conoscenza

esterna è caratterizzata dall’esistenza di un alone di incertezza che non è

riducibile. Il secondo fattore di debolezza è che se questa fosse legge

universale, secondo Dilthey, sarebbe una finzione perché l’universalità non è

empiricamente osservabile: si possono osservare centomila casi, un milione di

casi, 100 milioni di casi ma l’universalità intesa come “tutti i casi passati,

presenti e futuri” sfugge al principio di osservazione che è un principio forte. In

questo senso c’è bisogno, per formulare l’universalità di principi astratti che

scavalcano, che trascendono l’osservazione, proprio come il principio

dell’universalità della natura. Quindi affermerebbe ancora di più,

maggiormente, il carattere di debolezza delle scienze naturali. Quindi dietro la

forza delle leggi universali si nasconde una certa impotenza delle scienze

naturali al punto che ad una analisi ravvicinata, le leggi universali non hanno

ancora trovato (?). La legge universale non può basarsi sull’osservazione.

L’idea di Dilthey è che l’osservazione può portare semplicemente a delle

formulazioni con beneficio di inventario, cioè torniamo ad un discorso

luhmiamo e quindi al problema dello scetticismo tipico della tradizione

luhmiana, per cui io osservo delle regolarità ma la trasformazione di queste

regolarità in principi universali implica un passaggio che non sta dentro il

metodo. Questo è il punto. Questo vuol dire che quel metodo, in modo

particolare il metodo dell’osservazione, contiene in sé dei limiti e questi limiti

dipendono dal fatto che l’osservazione dei fenomeni, secondo Dilthey, è

esterna. I fenomeni sono inconoscibili dall’interno. Da questo dipende il

carattere debole delle leggi universali che sono delle formulazioni astratte

basate non su un vero fondamento ma su un principio psicologico e, pertanto,

ad una analisi ravvicinata non resisterebbero perché questa universalità, ripeto,

non è fondata sull’osservazione e non potrebbe mai essere fondata

sull’osservazione. Questo problema noi non ce lo abbiamo perché noi non

sappiamo che farcene dell’osservazione in seno alle leggi dello spirito.

(Lezione n. 8 - 21 ottobre 2004)

Cerco di riassumere la complessa domanda che ha posto la collega: In realtà, la

precisazione che avrebbe aggiunto Dilthey esclude la necessità di un

orientamento di tipo teorico rispetto all’analisi dei fenomeni individuali, dei

fenomeni dello spirito. Lei dice di aver letto sul libro che lo stesso Dilthey, che

è fautore della posizione appena detta non sembrerebbe escludere la possibilità

di istituire delle convenzioni astratte e quindi delle conoscenze che in qualche

modo vadano al di là delle convinzioni individuali e storicamente determinate

di chi si occupa delle scienze empiriche. Ho compreso bene la sua domanda?

La mia convinzione è la seguente. Naturalmente questa impressione deriva dal

fatto che Dilthey è autore di diverse opere: quando viene presentato il pensiero

di un autore all’interno di un manuale c’è una sorta di resoconto e di

individuazione delle parti salienti. E’ certo che in uno dei tre lavori – si tratta di

un lavoro postumo – Dilthey ammetta la possibilità di convenzioni di questo

tipo. Tuttavia, queste convenzioni, non assumono il valore di leggi universali

(Attenzione!) alla maniera in cui si possono intendere il concetto e la

definizione di leggi universali con riferimento alle scienze naturali. Cioè una

legge del tipo “se x, tutte le volte che x, y” laddove x e y sono rappresentate da

un numero indefinito di fenomeni tipo x e tipo y, una legge di questo tipo

Dilthey sembrerebbe escluderla. Cioè le convenzioni di cui lei ha letto, non

sono equiparabili a leggi universali: sono un’altra cosa, sia per il contenuto sia

per il metodo che importa una formulazione di queste condizioni. L’idea è che

quel tipo di metodologia cui facevamo riferimento ieri, non rappresenta un

cambiamento di orientamento. Come vi avevo detto Dilthey non cambia idea,

non rivede le proprie idee sull’intuizione, sul verstehen, quindi, se questo è

vero, le uniche concezioni che possiamo formulare possono essere basate solo

su questa metodologia. Noi non possiamo formulare concezioni generali

basandoci sull’osservazione o su altro: le uniche concezioni possono essere

basate su questa metodologia che è una metodologia alternativa alla

metodologia positivista. Allora, bisogna intendersi ed immaginiamo che queste

concezioni astratte siano date. Considerate come orientamenti molto generali,

come modalità rapportate al fenomeno individuale come molto generali – non

vorrei parlare di prospettive universali perché non si può parlare di questo –

come orientamenti più generali che ai quali, tuttavia, non va attribuito un

significato tale per cui possiamo neanche lontanamente paragonarle alle leggi

universali. Sono delle concezioni che possono nascere da analisi nella

direzione che dicevamo prima: più generali. Io direi così. E’ chiaro?

Cioè, ragazzi, abbiamo visto qual è il concetto guida delle scienze spirituali: è

la realtà sociale, una realtà storico-sociale è una realtà individuale e quindi le

concezioni sono quindi individuali, sono concezioni storicamente determinate

e non sono riconducibili a leggi universali.

A.d.r. – L’intuizione è un processo, l’empatia può essere letta o come un

prodotto o anch’essa come un processo. L’intuizione è il tipo; l’empatia è il

mezzo. Per dirla in modo più semplice. Qual è lo strumento che mi consente di

penetrare i fenomeni storico-sociali? Lo strumento è l’empatia. Quindi, il fine è

entrare dentro; la chiave per entrare dentro è l’empatia. Cioè la comune natura

tra soggetto e oggetto è il grimaldello che ci permette di attivare quel processo

che chiamiamo intuizione che è un processo di penetrazione; parliamo infatti di

penetrazione empatica cioè processo di penetrazione attraverso l’empatia.

Andiamo avanti.

Il dualismo metodologico ripreso da Johann Droysen :

VERSTEHEN vs. ENKLAREN

(comprensione) vs. (spiegazione)

«I fatti della società ci sono comprensibili dall'interno, possiamo riprodurli in noi

s ulla bas e dell' os s er vaz ione dei nos tr i pr opr i s tati, e accompagniamo

intuitivamente la rappresentazione del mondo storico con l'amore e l'odio, con

tutto il gioco dei nostri affetti. Invece la natura è per noi muta. Soltanto la forza

della nostra immaginazione diffonde su di essa un barlume di vita e di interiorità.

La natura ci è straniera ... La società è il nostro mondo. Noi viviamo in essa il

gioco delle azioni reciproche, con tutta la forza del nostro intero essere, poiché

percepiamo in noi stessi, dall'interno, in un vivente tumulto, gli stati e le forze su

cui si costruisce il suo sistema».

«I fatti spirituali, in quanto tali, sono dati nell'esperienza immediata; in base alla

pienezza della propria esperienza vissuta [ERLEBNIS] si può riprodurre e

comprendere, mediante una trasposizione, l'esperienza vissuta al di fuori di noi ...

Anche la comprensione degli altri poggia sulla riproduzione della connessione

presente in loro ... La connessione della natura esterna è postulata nei fenomeni in

virtù di un collegamento di concetti astratti ... la connessione psichica e storica è

vivente e satura di vita».

Vertstehen significa comprensione ed Enklaren significa spiegazione: questa

dicotomia, questo dualismo, questa contrapposizione è ripresa da Johann

Droysen che era un altro storicista e Dilthey la fa propria in quanto trova che

essa sia perfettamente organica al suo disegno (la natura (?)).

Verstehen è la comprensione. La comprensione è un atto di distinzione

dettato su un elemento di natura empatica e produce un risultato. Il

risultato è di stabilire una connessione perché lo scienziato spirituale è

interessato a stabilire connessioni. Ora, questa connessione viene

stabilita attraverso un processo che consente al soggetto di riviverla in

prima persona: quindi questa connessione il soggetto la rivive in prima

persona. Di conseguenza, se io in questo momento, scendendo lo scalino

inciampassi e rovinassi al suolo, e mi lasciassi andare ad una

imprecazione di dolore voi cogliereste in realtà una connessione tra i

diversi momenti: inciampo, cado, provo dolore ed impreco. Questa è una

connessione che voi cogliete come un tutt’uno. Io l’ho spezzettata in

diverse parti per rendervene idea ma in realtà voi la cogliete come un

tutto unico. Cioè la causa e l’effetto si danno in un tutto unico, che ha

senso come un tutto unico. Anche se io per comodità ho scomposto

a n a l i t i c a m e n t e t u t t a l a s e q u e n z a : i n c i a m p o , c a d u t a , d o l o re ,

imprecazione. Questi elementi, in realtà, si danno alla nostra coscienza

di osservatori in un tutto unico. Questo darsi in un tutto unico è un

prodotto di una esperienza vissuta: cioè il soggetto rivive dall’interno

q u el l ’esp eri en za e ri v i v en d o q u el l ’esp eri en za co g l i e u n a u n i t à

inscindibile tra le cause e gli effetti (o tra la causa e l’effetto). Questo è

un passaggio cruciale. Ora questa è la contraddizione: è diverso nel

merito e nel metodo questo processo e il risultato che sortisce, dal

processo e dal risultato che sortisce la spiegazione. Perché? Perché la

spiegazione, secondo Dilthey è basata si sulla intuizione di un nesso

causale ma l’intuizione di tale nesso è legata ad un processo di

osservazione riferita di una sequenza di fenomeni staccati, distinti tra

loro. Cioè, tra la causa e l’effetto, nelle scienze naturali, delle scienze

ch e si b asan o su lla sp ieg azio n e, n o n c’è u n a in tima ev id en te

connessione. La causa e l’effetto sono due fenomeni distinti tra i quali è

lo scienziato naturalista che intuisce una connessione: la connessione,

quindi, non è dentro i fenomeni, non è interna ai fenomeni, ma è istituita

dall’osservatore esterno. E non è una cosa da poco questa. Mentre nel

verstehen la connessione è già evidente ed è dentro i fenomeni e voi

cogliete la connessione dei fenomeni e non cogliete la sequenza in cui i

fenomeni sono staccati uno dall’altro; nell’enklaren c’è una serie di

fenomeni e voi provate, ipotizzate di intuire una connessione. Se

osservate l’accadere di y a seguito di x una volta, poi provate ad

ipotizzate che ci sia una sequenza regolare e fate una osservazione per

vedere se ad altri casi di x seguono altri casi di y: queste osservazioni

so n o semp re p i ù o men o l i b ere. Immag i n at e u n a o sserv azi o n e

completamente libera sul campo ovvero l’osservazione più o meno di

tipo vincolato in laboratorio (gli esperimenti): ma sia che voi facciate

una esperienza sul campo sia che facciate un esperimento, l’idea è

sempre quella di seguire connessioni che non sono già date e che voi

siete in grado di cogliere con i dati. Quand’anche, per amore di

ragionamento ci sia una connessione interna ai fenomeni naturali che

state studiando, questa connessione non è alla vostra portata: non è cioè

alla portata dell’osservatore. Cioè io posso osservare che y fa seguito ad

x, una volta due, cento, mille e posso ipotizzare di conseguenza che vi

sia un nesso causale. Ma la natura di questo nesso ora e per sempre non

mi sarà mai manifesta perché io non ho gli strumenti con l’osservazione

per entrare dentro i processi e capire che c’è un intimo legame (ammesso

che ci sia) di natura interiore e necessaria tra la causa e l’effetto. Per

converso, per completa opposizione (con il verstehen), questi nessi si

danno immediatamente alla mia conoscenza: alla coscienza non si da un

effetto che consegue dalla causa; si dà una unità causa-effetto. Si dà un

nesso diverso che posso cogliere attraverso l’empatia, come vi dicevo

prima. Ecco che cosa vuol dire la dicotomia tra comprensione e

spiegazione: vuol dire le cose che sto dicendo adesso. Il problema non è

del nesso causale perché anche lo scienziato spirituale è interessato al

nesso causale perché il nesso causale, nelle scienze dello spirito, non

può essere concepito allo stesso modo in cui si concepisce il nesso

causale nelle scienze naturali: è una cosa diversa, è un’altra cosa. Il

n e s s o c a u s a l e d e l l e s c i e n z e d e l l o s p i ri t o è n a t u ra l m e n t e e

metodologicamente differente dal nesso causale che contraddistingue i

fenomeni naturali.

Studente: qual è la caratteristica che differenzia lo scienziato naturale da

una persona qualunque che comprende i fenomeni.

Professore: la risposta è che noi, in quanto esseri storici, in quanto

membri dell’acquario, saremmo tutti noi provvisti della dotazione di

volontà, di sentimento, di pensiero, necessaria per intuire, per cogliere

queste condizioni. Idealmente, pertanto, non ci sarebbe nessuna

differenza. Idealmente tutti noi avremmo le virtù per comprendere le

medesime cose.

A.d.r – Attenzione, nelle scienze della natura in realtà Dilthey sostiene

che il nesso causale è di tipo funzionale cioè tu puoi osservare delle

regolarità ma la forza interna che tiene connessi due fenomeni (ammesso

che sia così) la puoi immaginare ma non la puoi cogliere dall’interno

perché i fenomeni naturali sono estranei all’uomo. Questo stesso

problema noi non lo abbiamo: se io inciampo, cado, mi faccio male e

urlo non c’è motivo di fare una ipotesi per la quale il mio grido è legato

al dolore ed il dolore è legato alla caduta. Non è questa la logica della

m e t o d o l o g i a d e l l e s c i e n z e d e l l o s p i ri t o : q u e s t a , s e m m a i , è

l’atteggiamento dello scienziato naturalista di fronte a delle sequenze

formula delle ipotesi che vengono poi sottoposte a controllo empirico.

Noi che siamo spiritualisti non formuliamo ipotesi del genere. Non

d o b b i amo farl e p erch é q u est e so n o co se ci st an n o d en t ro , l e

comprendiamo dall’interno e quindi sono fenomeni perfettamente alla

nostra portata in quanto unità psicofisiche viventi tutti noi.

A.d.r. – Nelle scienze dello spirito non c’è un accesso mediato ai

fenomeni -mediato da una teoria, da un ragionamento, da una ipotesi –

così com’è nelle scienze naturali: l’accesso è immediato. Infatti, questa

contrapposizione, questo dualismo, in realtà se ne porta dietro degli

altri: ulteriori dualismi

LIBERTÀ vs. NECESSITÀ

INTUIZIONE vs. OSSERVAZIONE

DIRETTO vs. INDIRETTO

INTERNO vs. ESTERNO

INDIVIDUALE vs. GENERALE

Individuale vs. Generale – leggiamo cosa dice Dilthey a questo proposito:

«Nelle scienze della natura il fine conoscitivo predominante è costituito

dall'uniformità; entro il mondo storico si tende invece alla particolarizzazione fino

a raggiungere 1' individuo... La ricerca storica ha la sua vita nel progressivo

approfondimento di ciò che è peculiare … mentre nella natura cerchiamo soltanto

l’elemento della legge, nel mondo storico diventa oggetto di scienza il singolare … Se negli

erlebnisse cogliamo la realtà della vita, quel che ci appare in questa prospettiva è sempre

qualcosa di singolare, di irripetibile».

Qui in realtà il ragionamento è molto semplice. I fenomeni generali non hanno

cittadinanza dentro la storia. Dentro la storia hanno cittadinanza i fenomeni

storici, gli accadimenti puntuali, individuali, datati. Quindi, in questo senso, il

fenomeno generale non ha cittadinanza. Le scienze della comprensione sono

scienze fortemente individualizzanti perché sono interessate da dar conto di

quel dato accadimento, di quella particolare connessione. Mentre le scienze

naturali puntano alla generalizzazione. Generalizzazione consiste nell’inferire

un evento individuale da una formulazione di tipo universale. Perché questo

evento porta con se questo y concreto qui ed ora segue a questo x concreto (?).

L’idea è “perché y è generale per cui tutti gli x sono veri”. Allora io da questo

y generale inferisco i fatti particolari qui ed ora, questi fatti, questo x, questo y.

Ma questa connessione ha il suo senso solo se si configura come inferenza da

una connessione generale. Cioè io ho bisogno delle leggi generali altrimenti le

connessioni individuali non sarebbero giustificate. Cioè la connessione tra un

fenomeno naturale x ed un fenomeno naturale y – la singola connessione – è

assolutamente ingiustificata se non ho una formulazione generale da cui inferire

quella singola connessione. Tant’è che quando è inedita questa singola

connessione, ha bisogno di essere sottoposta a controllo empirico; cioè ho

bisogno di osservare più regolarità. Perché? Per pervenire ad una sorta di

regolarità generale che giustifichi il fatto che io in quel preciso caso ho

osservato l’espressione del fenomeno. Domanda: “ma lo scienziato spirituale

non ha bisogno di leggi generali?”. Non ne ha bisogno perché le connessioni

viventi si danno immediatamente alla nostra coscienza. Non c’è bisogno di una

legge generale che dica che tutte le volte che si inciampa si cade, tutte le volte

che si cade si prova dolore e tutte le volte che si prova dolore si urla. C’è

bisogno di una connessione in questi casi? Diciamo che è superflua, non ha

senso. E’ come se in questo modo io introducessi un dubbio di carattere

metodico – alla Pierce – secondo il quale io non posso tener conto di queste

evidenze e allora devo avere il dubbio che sono caduto non perché ho

inciampato; che ho urlato non perché ho provato dolore, eccetera. Questo modo

di ragionare non riguarda le scienze dello spirito perché l’accesso agli

accadimenti è diretto.

Libertà e necessità – La necessità è una categoria che si deve immaginare come

operante all’interno della vita perché altrimenti, se non introducessimo la

categoria della necessità, non potremmo esercitare nessun controllo sui

fenomeni naturali per cui noi immaginiamo che i fenomeni naturali siano

governati da leggi necessarie e che il nostro compito debba essere quello di

pervenire ad una spiegazione. Ma si innesca un circolo vizioso perché noi

possiamo pervenire a tali formulazioni di tipo generale solo se immaginiamo

che esiste una necessità. Se noi non postulassimo la necessità non potremmo

neanche formulare delle regole generali. Cioè Dilthey si diverte a smascherare

l’elemento mistificatorio che secondo lui c’è nella retorica delle scienze

naturali. Per quanto riguarda le scienze naturali la scienza si tinge cioè di

scientismo: l’idea di generalità, l’idea di universalità, l’idea di necessita, ad una

analisi più attenta sono sì idee molto forti ma sono idee alquanto ingiustificate.

Dall’altra parte abbiamo la libertà e ce l’abbiamo perché Dilthey, come vi

dicevo la lezione scorsa, immagina che l’individuo si muova liberamente, che

l’individuo non abbia vincoli allo stesso modo in cui sono sottoposti a vincoli i

fenomeni naturali. Perciò l’individuo è libero. Questo però, considerando la

nostra dotazione di cui sopra, la libertà non fa paura allo scienziato dello

spirito. Perché? Perché il fatto che l’individuo sia libero questo non fa problema

dal punto di vista del metodo, che è l’intuizione, che ci consente in ogni caso di

stabilire le connessioni, Lo stabilimento di connessioni non fa a pugni con

l’idea di libertà: l’individuo è libero e ciò nonostante noi possiamo procedere,

intuitivamente, verso formulazioni che riguardano le connessioni viventi. Non

è un problema. Nell’esempio in cui io inciampo, nel momento in cui voi

tracciate, esprimete una conoscenza, una formulazione che dà conto di quello

che è accaduto, questo non è che va contro l’idea della libertà. Quindi, in

questo senso, si immagina che la libertà sia una categoria centrale nelle scienze

dello spirito e che la libertà stessa, in quanto dotazione comune, non costituisca

alcun elemento vincolante per l’istituzione dei nessi.

A.d.r. – il lag significa che se un storico mi racconta di un episodio storico io

ho la possibilità, rileggendo quelle pagine, di rivivere a mia volta

quell’esperienza. La domanda della vostra collega potrebbe essere riformulata

forse nel senso che l’esperienza che io così rivivo diventa forse soggettiva?

Forse mi vuole chiedere se quello stesso accadimento rischierebbe di essere

interpretato in maniera differente? La risposta di Dilthey è no perchè il nesso è

già dato. Cioè il nesso è già dato ed è accessibile attraverso l’esperienza vissuta

quindi questo problema del relativismo, delle interpretazioni molteplici non ce

l’ho. In realtà, se noi parliamo di esperienza vissuta, stiamo facendo riferimento

ad una categoria complessa all’interno della quale ci sono le emozioni, ci sono i

sentimenti, c’è tutta una umanità eccetera, quindi non è l’interpretazione che è

differente ma differente il modo di raccontare. Cioè se io sono un bravo storico

e sono capace di far riaffiorare le emozioni, i sentimenti che ha vissuto la

persona di quell’evento io sono in grado di comunicare persino il dolore di

quella persona scrivendo di quel dolore. Quindi, in realtà, io posso attraverso la

mia testimonianza scritta fa rivivere ad altre persone ciò che ha vissuto il

protagonista dell’evento del quale sto raccontando. Io ho la dotazione

necessaria per fare questo e questa stesa mia capacità può essere colta dai

lettori. L’idea è che io, mettendomi nei panni di quella persona, posso in realtà

provare le sue stesse emozioni e, per lo stesso motivo, posso essere certo che chi

legge la mia testimonianza ripercorrerà lo stesso accadimento in termini di

esperienza vissuta. Il ripercorrere la stessa esperienza non è un ripercorrere

razionale ma è un rivivere e quando si parla di rivivere non si fa semplicemente

riferimento ad una capacità del pensiero. Per questo si parla di “connessione

vivente”: non è una connessione amorfa, priva di partecipazione e fine a se

stessa. Questo fenomeno non è come il moto dei corpi fisicamente

rendicontabile: è una connessione vivente nel senso che chi la rivive è in grado

di immedesimarsi, di viverla come se fosse propria. E siccome siamo tutti dotati

del patrimonio necessario per questo immedesimarsi è una esperienza che tutti

possiamo fare. Dunque c’è chi può raccontarla meglio, c’è chi può raccontarla

peggio ma l’esperienza quella è in ogni caso: cioè, la conoscenza è uguale per

tutti, dopo di che (e qui, ha ragione lei) si può anche credere che ci siano

persone differentemente dotate che la esprimono in modo diverso. Dotate di una

“sensibilità” più sottile. Dilthey, in sostanza, ci sta dicendo che noi, in quanto

esseri storici, in quanto elementi dell’acquario vivente, siamo in grado di

comprenderci tutti. Dilthey ci dice che, ad esempio, l’aborigeno ha la nostra

stessa dotazione per cui lui arriverà alla nostra stessa interpretazione e lo

strumento che usa, badate bene, non è la formulazione di una ipotesi ma

attraverso i sentimenti, attraverso il pensiero, la volontà. Ma perché i fenomeni

naturali sono dotati di volontà? Soltanto una lettura di tipo antropomorfica

della natura può ammettere che un fenomeno “ha la volontà” di pervenire ad un

certo risultato, sono previsioni che noi facciamo che sono basate su proiezioni

di come siamo fatti di noi (cioè dotati di volontà). Allora, in questo senso,

l’aborigeno, in quanto provvisto di una nostra stessa dotazione, basandosi su

questa dotazione, può pervenire alla comprensione di fenomeni spirituali così

come ci arriviamo noi. Quello che distinguerà Weber dallo storicismo è che

Weber dice che anche i fenomeni che a noi appaiono come i più evidenti,

comunque vanno intesi con un certo margine di dubbio: questo è quello che

poi è l’insegnamento fondamentale di Weber. Vedremo come la comprensione

così come la intende Weber è completamente diversa dalla comprensione intesa

dallo storicismo.

Studente: ma praticamente, secondo il ragionamento di Dilthey, non esiste più

lo scienziato perché in quanto membri (tutti) dell’acquario vivente siamo tutti

scienziati. Allora la differenza tra scienziato e uomo comune la fa il metodo?

Professore: Lei ha perfettamente ragione. Il punto è che Dilthey vuol marcare la

differenza. Non dobbiamo scandalizzarci troppo di questo modo di pensare di

Dilthey perché alcune tradizioni di ricerca sociologica cosiddette “alternative”,

non convenzionali, oggi si basano proprio su questo ragionamento e

sostengono che siamo tutti sociologi, che l’uomo comune (o l’attore sociale) è

in realtà in grado di comprendere come funziona il mondo eccetera e il

sociologo professionale dovrebbe partire da lui e dovrebbe adeguare i suoi

schemi di sociologo convenzionale agli schemi dell’attore sociale. In fondo,

questa non è una lettura troppo diversa da quello che va dicendo Dilthey. E’

chiaro che c’è il rischio di annullamento della specificità metodologica dentro

le scienze sociali. Per soddisfare questa esigenza di demarcazione rispetto alle

scienze naturali, Dilthey finisce con annullare l’idea stessa di metodo interno:

cioè lui non riesce più a demarcare, all’interno, il metodo scientifico dal sentire

comune. Pertanto, la metodologia delle scienze dello spirito non avrebbe nulla

di specifico rispetto al sentire comune. In realtà questa è una critica che può

essere giustamente mossa a Dilthey. Egli, nell’esasperare la demarcazione tra

scienze naturali e scienze dello spirito ha finito con l’annullare, all’interno

delle scienze dello spirito, la differenza tra metodo scientifico delle scienze

spirituali e sentire comune. E’ una demarcazione interna che viene meno al

punto che chiunque può dire la sua dal momento che tutti siamo dotati delle

stesse capacità di immedesimazione.

A.d.r. – In realtà, lo storico, il sociologo, dovrebbero essere animati da un

desiderio puro di comprendere i fenomeni spirituali. Per quanto abbiamo detto,

secondo il pensiero di Dilthey, tutti siamo storici e tutti siamo sociologi. Però,

lo storico e il sociologo propriamente detti, in quanto tali, avrebbero il

privilegio di accedere ai nessi che sono sì accessibili a tutti ma che non tutti

riusciamo a cogliere in maniera esplicita perché è vero che tutti abbiamo la

medesima dotazione ma questa dotazione in alcuni è meno collaudata, in altri è

contaminata da alcuni fattori eccetera. Però il problema che pone il vostro

collega rimane perché la linea di demarcazione qual è? Cioè, come faccio io a

dire, di fronte a due resoconti storici, qual è quello proprio e quello che proprio

non è? Perché tutti i criteri sui quali stiamo giocando sono tutti criteri interni

all’individuo: non c’è alcun criterio dall’esterno che ci consenta di fare una

demarcazione. Stiamo parlando di persone “più sensibili” e di persone “meno

sensibili”: ma la sensibilità, la possiamo osservare esternamente? No.Possiamo

porre il problema in modo da poter individuare dall’esterno questa “differente

sensibilità”? No. Lo scienziato più sensibile, poi, però, ha dovuto comunque

giustificare le sue scoperte. Cioè il contesto della scoperta è un contesto in cui

tutto è possibile; nel contesto della giustificazione ci sono delle leggi che

valgono per tutti. Allora, avendo fatto saltare questa distinzione, lavorando per

opposizione, Dilthey ha perso proprio questa demarcazione importantissima tra

ciò che è scienza e ciò che scienza non è. Dilthey così facendo ha

completamente ridotto il contesto della giustificazione al contesto della

scoperta: non c’è più demarcazione tra scoperta e giustificazione perché,

secondo il suo modo di ragionare, il fatto di “sentire” certe cose è sufficiente per

dire che ciò che si è sentito è vero, è reale. Per questo Statera lo fa a pezzi,

Dilthey Quindi, i processi che portano alla scoperta sono gli stessi che

giustificano la scoperta stessa. Nel nostro esempio del tizio che inciampa, se io

dico che tizio ha urlato perché si è fatto male ed io lo so perché l’ho “sentito”

quindi non devo ricorrere a giustificazioni di quanto affermo che siano

riconducibili alle procedure che mi hanno portato a dire quanto ho detto. Cioè

le giustificazioni non sono esterne. Dopo di che può esserci qualcuno che si

domanda chi ci garantisce che Tizio non abbia urlato perché si è fatto male ma

perché ha rotto l’orologio al quale teneva tanto! Sensibilità a questo punto

dovrebbe voler dire che c’è uno scienziato che, quando Tizio cade, sia in grado

di capire la diversa motivazione dell’urlo e cioè che quell’urlo non è un urlo di

dolore causato dall’aver battuto il polso ma è un urlo di rabbia perché ho rotto

l’orologio.

A.d.r. – C’è tutto un filone della sociologia che sta con lui: il metodo delle

interviste, la etnometodologia, le storie di vita, l’osservazione partecipante, le

metodologie neocomprendenti. Sono tutte correnti di pensiero che nascono dal

pensiero diltheyano. Sono delle evoluzioni piuttosto manifeste dell’origine di

questi problemi. E’ Dilthey. E’ per questo che io ho scelto di dedicarli una

lezione. Dilthey è importante per questo motivo: perché una parte importante

della sociologia contemporanea muove dalle idee di Dilthey, hanno lì le loro

radici.

Studente – Per rispondere alle critiche che sono state fatte a Dilthey, si può dire

che porsi il problema che comunque Dilthey non dà fondo ad una metodologia

è un falso problema dal momento che le scienze dello spirito non hanno

bisogno di una metodologia perché mirano allo studio di quel complesso, unico

e nel contempo variegato panorama che è l’uomo?

Professore – Lei ha ragione ma io non sono d’accordo sul fatto che è un falso

problema. Non è un falso problema e ve lo voglio spiegare con un esempio che,

fra i tanti, ci propone Weber. Quando Weber ci fa l’esempio del bambino che fai

capricci e della mamma che lo percuote. Voi vedete che la mamma percuote il

bambino e pensate che lo percuota perché il bambino ha fatto i capricci. Ora, il

fatto che la realtà sia complessa, variegata, eccetera, non ci impedisce di voler

capire qual’è la vera ragione per la quale la madre ha percosso il bambino. I

critici di Dilthey ci dicono che non è sufficiente appellarsi all’autonomia delle

scienze spirituali, all’intuizione in opposizione alla spiegazione, all’interno

contrapposto all’esterno, tutte queste cose non sono sufficienti per giustificare

l’autonomia e provvedere di validità quel processo conoscitivo che è basato

sull’immedesimazione. In questo esempio c’è chi mi potrebbe dire che la

mamma ha percosso il figlio perché era nervosa; l’ha percosso perché nella sua

cultura ogni atto contrario alla buona educazione va sanzionato. I perché sono

diversi. Chi mi dice qual è la ragione vera per la quale la madre ha percosso il

figlio? Weber mi dice che devo avere una legge generale di riferimento entro la

quale poter inquadrare la mia ipotesi di risposta: ad esempio, l’ha percosso

perché c’è un codice morale secondo cui se il bambino viola una norma è

sanzionato con le percosse. Weber (riconosce la estrema complessità della

realtà) dice la tua ipotesi è valida ma, nel caso specifico, è valida perché c’è un

codice morale al quale riferirla. Il problema è che Dilthey, invece, nella sua

ottica oppositiva, avendo annullato ogni possibilità di demarcazione perché

sull’intuizione si basa uno, sull’intuizione si basa l’altro individuo; sul rivivere

si basa uno e sul rivivere si basa l’altro; sulla connessione interna si basa uno e

sulla connessione interna si basa l’altro, allora, il giudizio di validità su che

diavolo si poggia? Sul fatto che lo storico ha la patente di storico? Non se ne

esce ed è per questo che Dilthey è stato criticato duramente. Per me è importante

che voi capiate le ragioni per le quali Dilthey è stato criticato – e a ragione – ma

è altrettanto importante che voi capiate quanto grande è stato il suo contributo.

A me piacerebbe che voi leggeste Dilthey in questo modo. C’è una parte

destruens di opposizione al positivismo e c’è una parte construens che è la

parte che riguarda la costruzione del metodo delle scienze dello spirito.

Nella parte destruens Dilthey accorpa tutti gli elementi per inabilitare il

positivismo allo stato in cui si applicano alle scienze sociali proponendo per

esse un metodo proprio: per questo io vorrei che fosse trattato con il

massimo rispetto. Ad esempio ci sono alcune tecniche, come l’osservazione

non partecipante, applicate ad alcune dimensioni che caratterizzano

l’individuo che non sono appropriate, quindi Dilthey ha ragione e lo

dobbiamo trattare con il massimo rispetto. Quanto alla sua proposta

metodologia con riferimento alle scienze dello spirito ci sono dei punti

sicuramente criticabili. Non dimentichiamo che c’è un importante filone

della sociologia contemporanea che è manifestamente in una posizione di

emulazione delle tecniche delle scienze naturali quindi la parte destruens

del pensiero di Dilthey è tuttora valida: ci sono in realtà settori della

sociologia empirica che adottano, neppure tanto nascostamente, un

approccio che corrisponde ad una mutuazione dei modelli procedurali delle

scienze fisico-naturali che non sono appropriati: è inutile girarci attorno. C’è

una laureanda che sta facendo con me la tesi sul neuro-marketing. Pensate

che ci sono alcuni filoni di ricerca, molto ben finanziati, che hanno proposto

alcune ipotesi di lettura dei bisogni e delle scelte del consumatore sulla base

delle sue risposte cerebrali, neurali, agli stimoli pubblicitari: quindi, si

immaginano leggi di tipo fisiologico nel senso che se viene rilevato che

alcune aree del cervello si illuminano vuol dire che quel prodotto vende. Ma

così si baipassa tutto l’ambito che riguarda la libera scelta del soggetto. E ci

sono milioni di dollari investiti in ricerche di questo genere. Questi

ricercatori non è che estraggono un campione e poi fanno l’esperimento;

questi ricercatori prendono un soggetto e danno per vero che il suo cervello

risponda così come risponderebbero tutti i cervelli di tutti gli uomini. E’ un

modello procedurale tipico delle scienze fisico-naturali. In alcuni casi questi

ricercatori non si preoccupano neanche di confrontare lo stato del cervello

prima di somministrare lo stimolo col dopo la somministrazione dello

stimolo. I processi sociali, così – perché anche l’acquisto di un prodotto può

essere considerato un processo sociale – può spiegato in termini di

meccanismi neurali: in questo senso, quanto diceva Dilthey rappresenta una

opinione di tutto rispetto perché egli ribadiva l’autonomia delle scienze

spirituali dalle scienze fisiche; autonomia dell’individuo – che è realtà

storicosociale – dalla biologia, dalla fisica, dalla chimica. In questo senso

egli merita il massimo rispetto. Per la parte construens avete potuto invece

cogliere la fallacia. Se io sto osservando un gruppo di bambini e voglio

studiare il modo in cui questi bambini si rapportano ai loro coetanei che

hanno la pelle di colore diverso io non posso condurre una analisi

scientifica basandomi solo su elementi derivanti dal mio “sentire” perché

solo quegli elementi non sono sufficienti. Se volete, dirò di più, e forse non

sarete d’accordo: questi elementi sono perfino indispensabili, necessari, ma

non sono sufficienti. L’introspezione è una condizione ineliminabile ma con

questo a dire che l’introspezione sia sufficiente ce ne corre: possiamo

metterci d’accordo sulla necessità ma sulla sufficienza no.

(Lezione n. 9 – 26 ottobre 2004)

Interno esterno -

«La nostra immagine dell'intera natura risulta una mera ombra,

gettata da una realtà a noi nascosta, mentre noi possediamo la realtà

qual essa è solamente nei fatti della coscienza, dati nell'esperienza

interna».

E’ Dilthey che parla. Da ciò deriva che la conoscenza prodotta nel campo

delle scienze della natura è caratterizzata da incertezza, inattendibilità ed

è sempre integrabile. Viceversa, la conoscenza prodotta nell' ambito delle

scienze dello spirito ha carattere definitivo, apodittico, e non necessita di

ulteriori, supplementari controlli.

«I fatti della società ci sono comprensibili dall'interno, possiamo

riprodurli in noi sulla base dell'osservazione dei nostri propri

stati, e accompagniamo intuitivamente la rappresentazione del

mondo storico con l'amore e l'odio, con tutto il gioco dei nostri

affetti. Invece la natura è per noi muta. Soltanto la forza della

nostra immaginazione diffonde su di essa un barlume di vita e di

interiorità. La natura ci è straniera ... La società è il nostro mondo.

Noi viviamo in essa il gioco delle azioni reciproche, con tutta la

forza del nostro intero essere, poiché percepiamo in noi stessi,

dall'interno, in un vivente tumulto, gli stati e le forze su cui si

.

costruisce il suo sistema»

Come potete notare in questo passo che abbiamo appena letto c’è una vena

romantica chiarissima. Direi veramente no comment; più chiaro di così! Chiaro,

naturalmente, non vuol dire indiscutibile: è chiaro ma è molto discutibile e ne

abbiamo di cose da dire e l’abbiamo visto nelle scorse lezioni.

Andiamo avanti:

«I fatti spirituali, in quanto tali, sono dati nell'esperienza immediata;

in base alla pienezza della propria esperienza vissuta [ERLEBNIS] si

può riprodurre e comprendere, mediante una trasposizione,

l'esperienza vissuta al di fuori di noi [prof.: questa è l’empatia!]…..

Anche la comprensione degli altri poggia sulla riproduzione della

connessione presente in loro ... La connessione della natura esterna è

postulata nei fenomeni in virtù di un collegamento di concetti

astratti ... la connessione psichica e storica è vivente e satura di vita».

Pure di questo se ne è parlato. Lui qui lo dice: i fatti spirituali sono si connessi

tra di loro ma questa connessione non è asettica, non è anonima, è una

connessione “vivente” mentre gli altri tipi di fenomeni che pervengono alle

scienze naturali hanno connessioni di tipo meccanico, di connessioni, se volete

(e mutuo una espressione da altri autori) “priva di senso”. Mentre nella

connessione dei fenomeni spirituali siamo di fronte ad una connessione “di

senso”, nei fenomeni naturali siamo di fronte ad una connessione “priva di

senso” perché il senso lo costruiamo attraverso concetti più astratti, postulando

delle regolarità dei sensi più profondi per i fenomeni naturali ma che però non

sono accessibili alla nostra conoscenza. Postulati di questo tipo non riguardano

le scienze spirituali perché il senso è già interno alle connessioni: vale

l’esempio che facevamo nelle lezioni scorse (io inciampo, cado, mi faccio male,

urlo) dove è chiaro che non c’è bisogno di fare delle ipotesi, delle

concatenazioni che sono già di per loro piene di significato e piene di senso.

Non c’è un problema di interpretazione del significato perché il significato è

già dentro i nessi che si danno alla nostra intuizione. E’ chiaro? L’espressione

che ho usato per definire le connessioni delle scienze naturali, cioè che sono

“prive di senso” ha a che fare con le idee di Weber per cui anche le connessioni

di Weber sono connessioni di senso ma il problema di Weber è che lui riteneva

che in queste connessioni interne ci fosse un senso “dato” sulla base dei valori

soggettivi di ciascuno. La differenza con Dilthey è che Dilthey ritiene che ci sia

un senso dentro le connessioni manifesto, palese e che può essere accessibile in

maniera immediata, senza ricostruzioni di sorta, senza ipotesi che rappresentano

invece la strada che bisogna percorrere per arrivare a cogliere le connessioni tra

fenomeni nelle scienze naturali.

Continuiamo a leggere. E’ sempre Dilthey che scrive.

«Nelle scienze della natura il fine conoscitivo predominante è

costituito dall'uniformità; entro il mondo storico si tende invece alla

particolarizzazione fino a raggiungere 1' individuo... »

Anche qui non ci sono margini di dubbio: è il metodo che diremmo

“idiografico” ; è un metodo che punta alla riproduzione del fenomeno nella sua

individualità; un metodo che non è interessato a cogliere gli aspetti di

generalità di fenomeni.

«La ricerca storica ha la sua vita nel progressivo approfondimento di

ciò che è peculiare … mentre nella natura cerchiamo soltanto l’elemento della

legge, nel mondo storico diventa oggetto di scienza il singolare … Se negli

erlebnisse (= le esperienze vissute) cogliamo la realtà della vita, quel che ci

appare in questa prospettiva è sempre qualcosa di singolare, di irripetibile».

A questo punto non possiamo non cogliere una possibile vena di debolezza in

questa tesi: non è una vera e propria contraddizione ma ci siamo quasi.

A.d.r. – Le scienze della natura puntano a ciò che vale oggi e vale anche

domani e vale anche dopo domani; le scienze dello spirito invece puntano al

fenomeno, individuale, unico e perciò irripetibile. Questa è la differenza: da un

lato c’è l’elemento della legge e dall’altro c’è l’elemento individuale; da un

lato c’è l’elemento generale, dall’altro c’è l’elemento particolare; da un lato c’è

l’elemento della ripetibilità, dall’altro c’è l’elemento dell’unicità. Ne abbiamo

abbastanza di antinomie: tutta la proposta di Dilthey è basata su questa retorica

antinomica, di contrapposizione. Dilthey lavora per opposti.

Ma dov’è la debolezza? Se si porta alle estreme conseguenze il discorso della

unicità, della irripetibilità, della individualità indivisibile – diciamo così – in

realtà, a mio giudizio, ci sono elementi sufficienti per indebolire la tesi della

riproduzione. In altri termini, voi avete visto che in almeno un paio di quei

brani che abbiamo letto, Dilthey fa riferimento alla riproduzione: è come dire

che i fatti accadono e vengono riprodotti (secondo lo schema dell’intuizione,

dell’empatia eccetera eccetera) nelle coscienze degli individui. Questa

operazione di riproduzione dà vita alla rendicontazione dei fatti. Abbiamo visto

anche che questa operazione di riproduzione l’essere che riproduce è coinvolto

in tutta la sua ricchezza: Dilthey parla di affetti, di sentimenti, di emozioni,

quindi è una riproduzione che mette in gioco l’intera umanità dell’agente della

conoscenza. E questo è lo strumento. L’obiettivo è la riproduzione. Ora, il

punto è che l’unicum, nel momento in cui viene riprodotto, non è più tale. Cioè

se effettivamente esso fosse caratterizzato da estrema peculiarità non potrebbe

essere riprodotto perché l’idea di irripetibilità ci ricorda che lo stesso evento

non si può dare due volte. In realtà, a rigore questa tesi non può essere sostenuta

perché in realtà l’evento può darsi almeno due volte: una volta in quanto

evento-accadimento storicamente determinato; un’altra volta in quanto evento

rivissuto dal soggetto agente della conoscenza. Quindi dobbiamo ammettere

che l’unicità e l’irripetibilità sono date secondo in un’ottica temporale e

fondamentalmente esterna. Se c’è una riproduzione, intanto entra in crisi l’idea

di irripetibilità, l’idea di unicità, di peculiarità irriducibile. Peculiarità

irriducibile significa, appunto, che un evento è unico; e non si può parlare

neanche di “genere” per dire “unico nel suo genere” perché viene proprio meno

la categoria di genere e viene meno uno degli assunti della classificazione per

cui gli eventi sono classificabili secondo un elemento di generalità. Se questa

ottica viene portata alle estreme conseguenze non sarebbe possibile la

conoscenza: gli eventi di questo tipo non sarebbero riproducibili perché sono

radicalmente unici ed irripetibili, quindi, in quanto tali, sono come le opere

d’arte. L’opera d’arte, nel momento in cui viene riprodotta non è più un’opera

d’arte. La caratteristica dell’opera d’arte è l’essere unica e irripetibile e in questo

senso è irriproducibile. La copia è una copia ed ha problemi di corrispondenza

tra la copia e l’originale: se è una riproduzione ci pone il problema della

corrispondenza con l’originale; se non è una riproduzione è nulla. Quindi, o i

fenomeni siamo in grado di riprodurli, ma allora non sono unici e dobbiamo

avere un qualche strumento che ci consente di riprodurli almeno per una

seconda volta. Di più, se poi ammettiamo come possibile la riproduzione,

abbiamo il problema della corrispondenza nel senso che nel momento in cui noi

abbiamo riprodotto l’evento dobbiamo stabilire che effettivamente questa

riproduzione corrisponda all’evento stesso. Allora, Dilthey ci argomenta che le

modalità seguendo le quali si ottiene la riproduzione dovrebbero essere

garanzia del risultato finale: intuizione, empatia, ecc. sono tutte garanzie per

fare una riproduzione fedele dell’originale.

A.d.r. – Attenzione, quando si parla di riproduzione, il termine riproduzione,

attenzione, significa, per Dilthey, che noi viviamo, sentiamo, percepiamo tutto

ciò che ha vissuto, sentito e percepito l’attore. Quando lui dice che noi

dobbiamo entrare dentro l’altro e che dobbiamo rivivere con tutto il nostro

essere è questa una riproduzione laddove la posizione non è una posizione

limitata ad alcuni aspetti: pare di capire che la riproduzione di cui parla Dilthey

è una riproduzione totale per cui analizzate un evento lo rivivete totalmente. Il

termine “riprodurre” è un termine forte. Dilthey non ci dice “rappresentare” o

“interpretare”: ci sta dicendo di “riprodurre”. Per questo ci mette in crisi: la

riproduzione, in realtà, ha una valenza importante.

A.d.r. – C’è un problema che al momento ci sfugge. Allora, supponiamo di avere

un evento, quindi io devo rivivere ciò che mi è capitato. Abbiamo un problema

logico per cui se Dilthey ci sta dicendo che gli esseri individuali sono

irriducibilmente tali questo significa che io, in questo caso qui, che rivivo non

sono lo stesso io che ero prima. Perché l’individuo è sé stesso ma in questa

logica della individualità irriducibile, con il fattore temporale è sé stesso, è

irriducibile, è unico ma è sempre diverso da sé. Quindi in questo caso già si

pone un problema di diversità. Cioè nella comune identità si può postulare una

propria identità: in questo caso l’identità sarebbe la stessa ma non possiamo

ignorare che, magari, è proprio quella esperienza che mi ha cambiato e quindi

quando io vado a rivivere la stessa esperienza la rivivo sulla scorta

dell’esperienza che mi è capitata. Dilthey parla della superiorità delle scienze

dello spirito grazie a questo patrimonio, a questa dotazione che noi abbiamo e i

fenomeni fisici no. Seguendo il pensiero di Dilthey io non posso fare a meno di

cogliere alcune delle incongruenze: una è questa qui. Lei partiva da

quell’esempio ma in quell’esempio in realtà noi abbiamo già un problema grave

di identità. In più, chi ci dà la garanzia che la mia riproduzione sarebbe la stessa

sia che io fossi caduto una sola volta sia che io fossi caduto più volte?

Probabilmente no perché se io cado più volte questo fatto implica delle

problematiche – sempre parlando con Dilthey – che non sarebbero implicate in

una caduta unica: cioè il fatto che io cado ripetutamente mi porterebbe a

riflettere sul mio stato di equilibrio e mi spingerebbe alla ricerca di qualche

problema, eccetera. Quindi, in realtà, l’individuo potrebbe basarsi o meno sul

numero delle esperienze di fatto accadute. Dilthey direbbe “vissute”

dall’individuo. E qui siamo nella (?) in cui a rivivere è lo stesso individuo. Io

proprio volutamente ho portato questo esempio. Quindi, voi direste che se è lo

stesso individuo che problemi di riproduzione può presentare? Ci sono i

problemi di risoluzione eccome e sono quelli che abbiamo visto nell’esempio

appena fatto. Quindi, a maggior ragione, a me sembra che questi stessi problemi

di riproduzione che molti di voi hanno segnalato nella scorsa lezione ci siano

quando l’attore dell’esperienza vissuta è un altro.

A.d.r. – Il problema è un altro. Io non sto mettendo in discussione il fatto che ci

sia un senso: la connessione è vivente, quindi il discorso tiene. Il problema

nasce quando ci chiediamo “ma siamo certi che il senso che abbiamo colto

intuitivamente è il senso vero della connessione?”. Questo è il punto.

Ammettendo che esista un senso il problema è come lo abbiamo colto. Allora se

la probabilità di cogliere il senso è legata all’identità di natura tra soggetto e

oggetto della conoscenza, allora mi sembra che l’argomento dell’individualità,

portato alle estreme conseguenze, sia un argomento scomodo dal un punto di

vista della logica della riproduzione perché questa logica non si basa su un

argomento che è quello della individualità ma si basa sull’argomento della

generalità. Pensare che l’idea della riproduzione e l’idea dell’individualità

possano stare insieme mi sembra un pochino complicato. Questo è quello che io

penso. L’idea di Dilthey è che noi dobbiamo andare al nocciolo ed il nocciolo,

per lui, è l’individuo. Al di là dei fenomeni eccetera, c’è l’individualità e le

scienze dello spirito devono occuparsi dell’individuo.

A.d.r. – D’accordo. Lei dice che la riproduzione serve per la comprensione. Io

dico che è il contrario: è la comprensione che serve per la riproduzione. Cioè io

per riprodurre un fenomeno spirituale uso lo strumento della comprensione. La

mia idea è che mi sembra che tra il concetto di individualità e ed il concetto di

riproduzione – quando li metto insieme - ci sia uno stridore. Non mi sembrano

che queste due nozioni siano del tutto coerenti. Dilthey non pensa

all’individualità intesa come individuo di una classe: non è questa per lui

l’individualità. Per Dilthey individualità vuol dire individualità intesa come

unicità e irripetibilità: quindi, ogni individuo fa classe a sé.

Continuiamo:

«La conoscenza delle forme che prevalgono nella società, delle cause che

hanno provocato le sue scosse, dei mezzi di un sano progresso in essi

presenti è diventata una questione vitale per la nostra società»

Anche in questo io noto che da un lato Dilthey spinge sull’acceleratore della

individualità dall’altro, però, in questo brano emerge chiaramente la sua

preoccupazione di cogliere quali sono le “forme prevalenti”. Ma quando uno

parla di “forme prevalenti” non ragiona più in termini di individualità ma

ragione in termini di leggi di necessità. Allora, a me sembra che questa idea

della riproduzione, questa idea di capire quali sono le forme prevalenti di una

società abbiano a che fare con una esigenza di generalità e non più di

individualità. Cioè, se da un lato Dilthey ha bisogno di premere l’acceleratore

sulla individualità, allora noi chiediamo perché ne ha bisogno. Capiamo che ne

ha bisogno perché sta (?) con l’individuo. Dove il tema dell’individualità non

ha cittadinanza entro la tradizione positivista; il metodo dell’induzione

esclude l’individualità; l’idea stessa del “caso” è una idea che ha a che fare con

l’osservazione di un caso in un numero più ampio, di un insieme. Quindi l’idea

di caso positivista non è l’idea di individuo diltheyana. Sia ben chiaro. Quindi

da un lato è in polemica con il positivismo, e va bene, dall’altro, però, sembra

che non riesca a trattenere altre esigenze che non sono coerenti con il (?): una è

quella riproduzione.

A.d.r. – Attenzione, ragazzi.Leggete bene perché nel brano che abbiamo appena

letto ci sono alcune parole pericolose. Una di queste è progresso. L’idea del

progresso non è una idea storicista a meno che non si intenda per storicismo un

metodo storico cioè c’è un obiettivo interno alla storia e la storia altro non

sarebbe che un movimento verso questo obiettivo. Ma l’idea di Dilthey non è

questa: per Dilthey la conoscenza sociologica ci serve per costruire le basi per

controllare le cose interne alla società, che possono portare la società verso

obiettivi o verso strade idealmente verso lidi poco sicuri. Quindi c’è una idea di

progresso, c’è una idea di ordine, c’è una idea di stabilità della struttura sociale

rispetto a forze, a scosse, che possono imprimere, colpire, infrangere le strutture

sociali. Allora la conoscenza sociologica in realtà punta alla conoscenza delle

forme prevalenti proprio per garantire la strada del progresso e per “controllare”

o “dominare” queste forze, queste scosse. La mia idea è che le categorie che

sono critiche dentro la concezione storicista alla Dilthey, sono le categorie di

“forme prevalenti” e la categoria di “progresso” perché non sono categorie

coerenti con l’impianto del pensiero diltheyano: non c’è coerenza tra il modo

in cui sono andate formando conoscenze storico-sociali ed il tipo di

prescrizioni che Dilthey sembra fornire.

A.d.r. – C’è un recupero di categorie che non sono coerenti con l’impianto

originario. Tutto qua.

Io ho fatto una selezione di quelle espressioni che mi sembravano più chiare

rispetto all’economia del pensiero di Dilthey. Ad esempio io noto che ci sono

degli elementi importanti. Questa idea del cestismo, questa idea della

riproduzione fedele addirittura pedissequa, l’ansia dell’oggettività non è che si

trova in altre parti. In fondo, l’idea di Dilthey, è fare del soggetto, che è un

possibile elemento di perturbazione, un elemento di forza perché laddove la

idealità, l’affettività, l’emotività possono essere considerate, in un’ottica

scientifica, come problema, Dilthey le fa diventare risorse. Cioè gli affetti, i

sentimenti, le emozioni, i valori non rappresentano delle problematiche ma

sono il fondamento della oggettività. Ma ciò che è importante sottolineare è

secondo Dilthey questi sono i metodi, i canoni, che garantiscono la scoperta del

certo.

A.d.r. – C’è probabilmente un residuo che riguarda la concezione della

conoscenza che è addirittura pre-positivistica, pre-storicistica: c’è l’idea di

verità, di riprodurre la verità, di rappresentare il mondo in maniera oggettiva.

Ora, possono cambiare i metodi, e cambia i metodi; può cambiare l’oggetto di

studio, e cambia l’oggetto di studio; può cambiare l’approccio generale, e

cambiamo l’approccio generale; può cambiare, addirittura, la categoria centrale

del discorso generalità vs. individualità, e cambia anche quella. Quello che non

cambia è comunque l’idea di oggettività. Cioè possiamo dire che la conoscenza

scientifica – sia essa pensata positivisticamente o pensata storicisticamente – è

produttrice di assoluto, di certezze, di dati indiscutibili, di verità. Di più:

secondo Dilthey, la verità si ottiene, nelle scienze dello spirito, prendendo le

distanze, affrancandosi, liberandosi, della tradizione positivista. Quindi l’idea

che sembra manifestare Dilthey è che “se volete raggiungere la certezza della

verità dentro il dominio di studio delle scienze storico sociali non potete

seguire quei metodi”. Quindi proprio perché siete interessati alla verità, proprio

per avere la certezza, conviene abbandonare la prospettiva positivista.

A.d.r. – A me è parso che ci fosse una contraddizione nel senso che

l’individualità in quanto tale, ragazzi, non si può riprodurre. O una cosa è

irripetibile oppure è riproducibile. Se è irripetibile riproducibile non è.

Riproducibilità e irripetibilità sono nozioni contraddittorie.

A.d.r. – Dilthey ritiene che si debba, che si possa arrivare all’oggettività, nelle

scienze dello spirito, solo attraverso questa strada: non ci sono altri modi.

Allora, se uno volesse sviluppare una critica a Dilthey partendo da qui, noi

potremmo risalire a un nuovo fenomeno. Potremmo risalire a tutte le

argomentazioni di Dilthey e vedere come una per una possano essere messe in

discussione in maniera deduttiva, inferenziale, passando dall’una all’altra, nel

senso di discussione degli argomenti fino ad ora trattati.

A.d.r. – La vostra collega mi ha chiesto che fine fa allora l’idea della libertà - dal

momento che una delle contrapposizioni è libertà vs.necessità – se si parla di

generalità. In maniera latente, dentro la trattazione di Dilthey, ci sono degli

elementi di tipo contraddittorio.

A.d.r. – No, come dicevo prima, la riproduzione che si ottiene è intima. Mi

viene in mente una analogia anche se, come tutte le analogie è insufficiente: la

riproduzione è come una pellicola che va avanti; voi gli fate fare il “return” (=

torna indietro) un po’ più lento e poi la rifate andare avanti. Questa è la

riproduzione: potete dire che è lo stesso film? Si. Però, nell’ottica di Dilthey,

colui che vede il film non è lo stesso, non è la stessa persona perché se io vedo

lo stesso film due volte la prima visione potrebbe avermi cambiato rispetto alla

seconda visione. Se l’operazione meccanica per cui un film torna indietro e

quindi è riprodotto può essere accettata, perché certo che è lo stesso film. Se si

trattasse di riprodurre semplicemente in questo modo i fenomeni non ci

sarebbero problemi: vale il meccanismo della pellicola che si riavvolge e riparte

lo stesso film. Ma non è così perché dall’altra parte c’è l’individualità che vive.

Questo è il punto. Dentro quello che dice Dilthey c’è tutto il gioco dei nostri

affetti. Ma è proprio il gioco dei nostri affetti che depone contro la

riproduzione: se noi pensiamo ad una riproduzione fedele, l’idea di fedeltà, in

qualche modo, va a farsi benedire perché essa è minata proprio dal nostro essere

dentro la storia e dentro la società. Il fatto che nel fatto riprodotto abbiamo

colto lo stesso senso non significa che il senso che abbiamo colto è quello

dell’altro. Gli psicologi sociali hanno talmente ben presente questa cosa che

quando pensano ad un esperimento cercano di cautelarsi proprio contro questo

pericolo in quanto ritengono che la riproduzione sia un fattore che minaccia il

buon esito dell’esperimento. Se sottopongo delle persone ad un test preliminare

alla visione di un film: dopo devo considerare che esse non sono le stesse di

quando ancora non avevano subito le domande perché le persone che hanno

fatto il test sono state in qualche modo sensibilizzate e quindi hanno una

risposta diversa rispetto a quelle che hanno visto il film ma che non sono state

sottoposte al test preliminare. Gli psicologi sociali sono tanto consci di questa

situazione che hanno sviluppato delle tecniche sperimentali senza pre-test.

Certo che il pre-test condiziona, anche se gli psicologi sociali lo hanno capito

in un secondo momento. Questo esempio mi è servito semplicemente per dire

che questi elementi di complessità Dilthey ha cercato di farli valere come

elementi di semplificazione: cioè il fatto di essere dotati di volontà, di affetti, di

sentimenti, eccetera, che sono elementi che semplificano e potenziano

all’ennesima potenza la capacità dello storico sociale. Allora, in queste ultime

battute, a me sembra di capire che anche quando sposiamo questo modo di

pensare di Dilthey non possiamo basare una tesi di oggettività su questi

elementi. Oggettività in senso classico di riproduzione perché un momento fa

abbiamo detto che la riproduzione oggettiva, tirando alle estreme conseguenze

quello che ci dice Dilthey, noi non saremmo in grado di sostenerla.

A.d.r. – Non può essere riproducibile perchè nel momento in cui io lo riproduco

lo ripeto: quindi o è irripetibile, e se è irripetibile non esiste una riproduzione

pedissequa; nella riproduzione ci sono elementi di differenziazione. Cioè la

riproduzione di un fenomeno irripetibile è un altro fenomeno irripetibile,

nell’ottica di Dilthey. Cioè, se si postula la irripetibilità ed unicità dei

fenomeni, anche un fenomeno di nostra esperienza vissuta (erlebnis) è una

esperienza vissuta storicamente determinata; non è una esperienza vissuta

generalizzata ma è una mia esperienza vissuta qui ed ora ed è un evento

irripetibile perché è diversa da quella esperienza vissuta da lei che è a sua volta

un evento irripetibile. Quindi la categorie della individualità, portata alle

estreme conseguenze, fa cadere tutto l’impianto di Dilthey. E’ questo il punto

sul quale sto cercando di farvi riflettere. Cioè, non è una risorsa. La categoria

dell’individualità su cui Dilthey costruisce una critica al positivismo, non è una

risorsa in maniera scontata perché ci fa problema. Ci fa problema perché in

un’ottica di produzione di conoscenza, quale versione devo dare per buona? La

versione del soggetto che è caduto più volte o la versione del soggetto che è

caduto solo una volta sola essendo queste esperienze vissute da persone diverse

nel senso che hanno fatto esperienze diverse? Proprio per questo dico che mi

pare evidente come l’idea di irripetibilità porti più problemi di quanti ne

risolva. La proposta che Dilthey che fa per fondare oggettivamente le scienze

dello spirito non tiene: è una proposta che è suscettibile di alcuni critiche. Ciò,

naturalmente non mi comporta di eliminare la parte construens che è la messa al

bando di alcune ingenuità positivistiche molto pericolose. Dilthey per primo ha

proclamato con forza l’incompatibilità tra l’approccio naturalista e l’oggetto di

studio delle scienze dello spirito. Questo problema dell’individualità, ragazzi,

ce lo troveremo pari pari in Rickert in quanto egli ha addirittura bisogno, per

fondare oggettivamente le conoscenze storiche di postulare valori universali,

metastorici: altro che! Quindi lui fa un tentativo disperato di coniugare

l’individualità dei fenomeni storici e la regola universale di alcune piattaforme

valoriali come fondamento dell’oggettività. Quindi Rickert e lo stesso Dilthey

avevano colto come la categoria dello spirito davano dei problemi: il modo in

cui loro pensavano di risolvere il problema dell’individualità non funziona.

A.d.r. – La tesi di Dilthey è la tesi del “siamo fatti tutti della stessa pasta”.

Benissimo. Ora, se questa idea si sviluppa verso la generalità è un conto ma se si

sviluppa verso l’individualità è un altro: o siamo tutti parte dell’acquario o

siamo noi stessi. O siamo tutti pesci dell’acquario, allora siamo tutti pesci

dell’acquario ed abbiamo qualcosa in comune. Ma se spingo alle estreme

conseguenze il discorso dell’individualità entriamo in una prospettiva di

psicologismo, di solipsismo che dà problemi anche all’individuo stesso perché

l’individuo non è mai lo stesso ma è sempre diverso da sé per ogni unità di

tempo. Per questo dico che la storia dell’acquario avrebbe dovuto consentire a


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149

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1.11 MB

AUTORE

luca d.

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2004-2005

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Fasanella Antonio.

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