Metodologia delle scienze sociali
Prof. Antonio Fasanella
Lezioni dell’anno accademico 2003-2004
(secondo semestre: ottobre/dicembre 2004)
VOLUME I
1 – Introduzione al corso pag. 2
2 – Il positivismo pag. 33
2.1 – Comte pag. 34
2.2 – Mill pag. 48
3 – Lo storicismo tedesco pag. 68
3.1 – Dilthey pag. 69
3.2 – Windelband pag. 95
3.3 – Rickert pag. 104
1. INTRODUZIONE AL CORSO
(Lezione n. 1 - 5 ottobre 2004)
Anche l’attività più semplice tra quelle che noi svolgiamo ha delle regole
precise anche se a volte, queste regole le diamo per scontate e le eseguiamo in
modo tanto automatico perché ne abbiamo perso la consapevolezza. Anche lo
studio, in quanto attività, di conseguenza, va condotto secondo regole ben
precise. Certo, ci sono delle abitudini di carattere soggettivo (ad esempio, il
ripetere a voce alta, il ripetere a voce, bassa, il sottolineare, ecc.) ma io voglio
indicarvi delle regole di base che possano condurvi per mano nella
preparazione di questo esame particolarmente difficile.
Vediamoli insieme:
Tenere sempre un atteggiamento critico - il libro non deve essere assorbito
passivamente ma deve servire da stimolo per sviluppare lo spirito critico che
ognuno di noi ha. Infatti, il libro spesso dice “a modo suo”, di dobbiamo
appropriarci di ciò che il libro ci insegna leggendo tra le righe e non solo
soffermandoci sul primo significato delle parole. Io a lezione vi dirò di più,
rispetto al libro, ma anche di meno: perciò dovete integrare quello che leggerete
da soli con le cose che ci diciamo in aula e queste cose che ci diciamo a lezione
le dovete capire e non solo “riportare”.
Non imparare nulla a memoria – non serve imparare pedissequamente i concetti
che il libro ci insegna ma dovete fare sempre dei collegamenti fra i vari
argomenti; dovete legarli l’uno all’altro secondo un filo logico e sarete sempre
in grado di rispondere alle domande d’esame. Per me l’esame è una
conversazione, di conseguenza, si parte da un argomento ma, argomento dopo
argomento si può arrivare ovunque.
Ogni esame, per l’80% è ragionamento e per il 20% è corretta terminologia.
Capire sempre tutto prima di procedere oltre – vi dovete sempre chiedere se
quello che avete capito corrisponde a quanto avete letto. Non tralasciate
argomenti che non avete capito pensando di metterli a punto “poi”: avreste
delle lacune trattando gli argomenti successivi. Tutti gli argomenti sono
concatenati l’uno all’altro e le lacune in un argomento si sommano
necessariamente a quelle dell’argomento successivo. Andare piano, pianissimo,
ma capire pagina dopo pagina, argomento dopo argomento.
L’esame è un sistema e non insieme di parti – Ciò vuol dire che gli argomenti
trattati in modo diverso in tutti i libri che dovete studiare, li dovete integrare
tra loro come se si trattasse, alla fine, di un unico grande testo.
Fare sempre esempi – per ogni argomento, per ogni affermazione, dovete essere
in grado di fare tanti esempi perché solo così dimostrerete a voi stessi e a me che
avete capito e che non avete imparato a memoria.
Detto questo, entriamo nel vivo della nostra materia cominciando ad esaminare
i lucidi che trovate nella sezione “materiali” della webcattedra.
Questi sette punti devono essere considerati da voi come delle “chiavi di
lettura” che vi aprono le porte necessarie per intendere questo esame. Sono
concetti fondamentali, importantissimi che devono essere tenuti sempre
presenti.
La scienza non si basa sullo studio del singolo oggetto in quanto tale
ma in quanto appartenente ad una classe più ampia di
(individuum),
oggetti che rispondono a determinate caratteristiche (= proprietà).
Ora, qui stiamo parlando di una attività che si sviluppa in un mondo (?), che
una sua tradizione, che ha dei suoi rappresentanti, che sono gli scienziati,
che ha le sue specializzazioni tra le quali a noi interessa in modo particolare
quella che ha come denominazione quella di “scienze sociali” e, in modo più
particolare, ci interessa la scienza sociologica. Noi siamo qui per questo, per
vedere quali sono le procedure che caratterizzano il modo di produzione
della conoscenza sociologica, che ha l’ambizione appunto di qualificarsi
come una scienza sociale. In generale, la sociologia in quanto scienza rientra
nei cosiddetti (?); cioè a dire la conoscenza scientifica ha (?) ma non ha come
obbiettivo principale l’individuo del singolo genere. Studia la singolarità
nel senso che quel singolo oggetto può essere ricompresso o assegnato ad
una classe più ampia. E come può avvenire l’assegnazione ad una classe più
ampia? Può avvenire in quanto il singolo oggetto (o individuo) ha delle
proprietà che sono condivise da altri oggetti (o individui) e, per effetto di
questa condivisione, quell’oggetto più altri oggetti vanno a far parte di una
classe. Il che significa che la classificazione è un’operazione irrinunciabile
di ogni scienza. Ogni scienziato la fa: la fa il botanico quando osserva le
piante, la fa il medico. L’anatomopatologo che studia il fegato, non studia il
fegato del signor Rossi per approntare una terapia ma studia il fegato del
signor Rossi in quanto è un oggetto che ha alcune caratteristiche specifiche
(un colore, un peso, una forma, ecc.) cioè ha delle proprietà che non sono
proprietà del singolo fegato del signor Rossi ma sono proprietà che noi
possiamo associare all’oggetto astratto “fegato”. Sia chiaro “individuum”
qua significa qualcosa di indivisibile, qualcosa che è unico, che è
irripetibile: la scienza non si occupa di questo. E quando si presenta un
oggetto che non dovesse avere alcune delle caratteristiche ma non tutte, lo
scienziato che fa? Lo considera nella sua particolarità ma lo assegna ad una
nuova classe. Cioè se io trovo un fiore che ha le stesse caratteristiche di un
altro fiore però ha anche una caratteristica aggiuntiva io lo assegno ad
un’altra specie. In questo modo abbiamo migliaia di specie. Questo per dirvi
che se voi andare a guardare la storia della scienza, vi rendete conto che
questa operazione della classificazione è una operazione che riguarda tutte
le scienze, sia le scienze naturali sia le scienze umane. Anche i linguisti,
classificano; naturalmente classificano oggetti che hanno una natura diversa:
classificano i fonemi, classificano le parole, ma anche essi, in realtà,
classificano. Ripeto, gli scienziati non sono interessati alla singolarità in
quanto tale ma alla singolarità in quanto attribuibile ad una classe. Questa
operazione è, inevitabilmente, una operazione di generalizzazione. Ecco che
vediamo che in concetti che abbiamo fin qui introdotti sono: il concetto di
singolarità, il concetto di classe e di classificazione ed il concetto di
generalizzazione. La classe cioè è una classe generale rispetto ad un’altra
classe particolare che, a sua volta, può essere più generale rispetto ad
un’altra classe che è una sottoclasse e via di seguito. Ma si ragiona sempre
nelle logica dell’attribuzione a classi. Ma guardate che si può anche pensare
che queste classi non siano rappresentate da oggetti tipici nel senso che non
abbiamo ancora osservato alcun oggetto da assegnare a quella classe che
tuttavia abbiamo previsto. Cioè, io posso pensare di costruire, a partire da
certe caratteristiche di determinati oggetti (esempio dei pianeti), una
sottoclasse di questi oggetti individuati per alcune caratteristiche possibili
ma non ancora osservate; io cioè immagino di attribuire una certa proprietà e
di costruire su questa base un oggetto che non ho ancora osservato. In
pratica, io ipotizzo che ci possa essere un oggetto che ha una certa
caratteristica (forma, colore, peso, ecc..) ma ancora non l’ho trovato. Io posso
costruire una classe che non ha ancora oggetti all’interno, una classe vuota.
A.d.r. – L’operazionalizzazione è un’attività attraverso la quale noi
convertiamo dei concetti in operazioni; in modo molto generale, possiamo
dire che la classificazione è un’attività attraverso la quale noi possiamo
convertire dei concetti in operazioni. In seguito vedremo meglio.
A.d.r. – Il vostro collega mi sta dicendo che lo spin dell’elettrone
probabilmente è stato prima concettualizzato esattamente nei termini in cui
abbiamo visto noi e poi si è andati alla ricerca di qualcosa. Perciò, tornando
al nostro discorso, possiamo dire che ci sono oggetti che ancora non
esistono, che abbiamo costruito a tavolino prevedendo un fascio (una serie)
di proprietà immaginando che queste proprietà possano contraddistinguere
un oggetto che ancora non abbiamo osservato e che addirittura potremmo
mai osservare e, tuttavia, lo concettualizziamo pur non avendo ancora
osservato alcun caso concreto di quest’oggetto.
Punto centrale ed essenziale di tutto il discorso è che la scienza non studia la
singolarità per studiare un singolo caso e quando lo fa lo studia come “caso
eccezionale”, come un “caso anomalo” rispetto ad una regola. Quindi, anche
quando ci trovassimo di fronte a qualcosa di nuovo è nuovo rispetto a
qualcosa di generale. La scienza lavora così.
A.d.r. – Se noi facciamo attività scientifica non possiamo concepire lo studio
della singolarità in quanto tale ma soltanto in quanto esemplare di una
classe. La singolarità è indicibile in quanto singolarità: se noi non avessimo
il concetto di classe al quale riferire la singolarità non potremmo neanche
distinguerla. Questo discorso ci fa capire come la polemica tra le scienze
idiografiche e le scienze nomotetiche è una polemica che oggi non ha senso
perché una scienza idiografica non avrebbe ragione di esistere: non è negli
obiettivi della scienza offrire spiegazioni in quanto singolarità.
State attenti a questo che vi dico. Lo psicologo sta studiando il caso di
Mario Rossi, i suoi disturbi ed i suoi comportamenti (cioè la sua nevrosi) sta
studiando cioè Mario Rossi che è Mario Rossi, tuttavia, egli non potrebbe
svolgere il suo lavoro, così come tutti gli altri scienziati, se non partisse da
una conoscenza più generale sulle “nevrosi”. Non sto negando, con questo,
l’approccio clinico, ma sto dicendo che l’approccio clinico è un approccio
totalizzante nel senso che quando studio un caso studio solo quel caso. No,
io posso studiare quel caso partendo da classi già esistenti o da classi nuove:
io penso cioè al caso che sto osservando come ad un caso di una specie e non
come un caso a sé.
A.d.r – Il vostro collega mi chiede se questa classificazione è funzionale al
metodo? Cioè lui dice, io posso sperimentare se non considero il singolo ma
considero gruppi. La risposta è si, ma del motivo per cui la risposta è
positiva magari ne parleremo più avanti.
La scienza considera il singolo caso come appartenente ad una classe. Se uno
scienziato fa un esperimento su un atomo di azoto pensa che quell’atomo di
azoto abbia le stesse proprietà di tutti gli atomi di azoto esistenti sulla terra.
In realtà, la ripetibilità significa che o è lo stesso scienziato che rifà
l’esperimento oppure è un altro scienziato di un’altra parte del mondo: ma
nessuno si pone mai il problema di dire “ma ci sarà una differenza” tra questo
atomo e quello studiato dall’altra parte del mondo? Si assume quindi che il
singolo oggetto sia rappresentativo di una classe potenzialmente infinita di
oggetti che rispondono a quella proprietà (cioè sono atomi di azoto).
Il lavoro del sociologo è un po’ più complesso ma ragiona secondo questa
stessa logica.
A.d.r. – La possibilità di studiare un singolo caso deriva dall’applicazione di
conoscenze che sono state studiate su casi simili: questo è il punto. Il
concetto di nevrosi è quindi un concetto che è astratto rispetto ai singoli
innumerevoli casi di nevrosi che sono stati studiati ed è in forza di questa
astrazione che è possibile studiare il singolo caso. E’ chiaro che poi esiste la
clinica che studia il caso singolo ma, ripeto, il caso singolo rientra in una
logica generalizzante.
A.d.r. – Il “tipo ideale” weberiano può essere ricondotto a questa logica. Si
tratta di proposizioni generali che servono ad interpretare il singolo caso.
Weber, come vedremo, non ritiene che sia possibile incontrare il “tipo
ideale” nella realtà cioè non incontreremo ma un caso singolo perfettamente
conforme a quello ipotizzato come “ideale”; tipico significa che è un
concetto classificatorio, è un concetto “classe”, è un “tipo” ideale in quanto
irreale (cioè non c’è nella realtà). Perché allora, vi chiederete, Weber si ostina
a considerare la natura ideale del tipo? Lo vedremo meglio in seguito ma la
ragione è essenzialmente questa qua.
A.d.r. – Io sto cercando di farvi vedere la scienza da una prospettiva
unificante laddove in realtà dobbiamo ammettere che anche lo scienziato che
fa l’analisi del singolo caso non lavora col singolo caso pensando
esclusivamente in termini di indivisibilità. Indivisibilità significa che il
singolo caso è irriferibile, cioè non può essere assegnato ad una classe: non
lavora così.
A.d.r. – Che significa che ci possono essere classi con all’interno “margini di
errore”? Ora mi è chiaro e le faccio un esempio. Un botanico che osserva un
fiore non direi che ha un margine di errore nell’assegnazione di quel fiore ad
una classe; il margine di errore semmai è nell’anomalia. L’anomalia può dare
luogo ad una nuova classe in cui noi consideriamo altri possibili oggetti che
possono farne parte compreso l’oggetto anomalo che non è più tale nel
momento in cui lo riferiamo ad una classe. E’ chiaro? Tuttavia il problema è
pratico. All’air terminal dell’aeroporto di New York hanno un sistema “a rete
neurale” per lo screening dei bagagli. Questo è un sistema di previsione di
che cosa c’è nei bagagli: è un sistema di classificazione con margine di
errore. Cioè il bagaglio passa attraverso uno scanner e lo scanner rende
un’immagine ma l’addetto al controllo non apre tutti i bagagli ma apre solo
quelli in cui il margine di errore supera un dato livello. Allora, qual è il
punto? Il punto è che il sistema a rete neurale, sulla base delle proprietà
dell’oggetto contenuto nel bagaglio lo classifica ma quell’oggetto potrebbe
essere una scarpa o un pezzo di esplosivo al plastico, potrebbe essere una
penna ma anche una lama. Il sistema valuta la probabilità che sia una scarpa
piuttosto che un pezzo di esplosivo così che l’addetto alla custodia apra solo
quello in qui la probabilità che l’oggetto individuato sia esplosivo piuttosto
che una scarpa supera una data percentuale. Quindi sulla base di certe
proprietà il sistema classifica un oggetto ed certo che c’è un margine di
errore. Incertezza c’è quando ci sono proprietà che fanno di quell’oggetto un
possibile nuovo oggetto nel senso di essere un membro di una nuova classe.
A.d.r. – La vostra collega mi sta chiedendo come si fa a considerare (?) gli
oggetti quando le proprietà sono talmente ampie? Questa domanda introduce
il secondo problema.
L'oggetto di studio non è concepito in modo "oggettivistico", nella totalità
dei suoi aspetti, delle sue caratteristiche ovvero nella sua
(proprietà),
"pienezza reale".
Ragazzi, qui siamo di fronte ad un mito. E’ un mito pensare che la scienza
studia la totalità cioè che la scienza è in grado di rappresentare la realtà nella
sua totalità. Non è così. Ad esempio, se io dovessi descrivere quest’aula, vi direi
una serie di cose: il numero delle sedie, l’altezza delle pareti, la lunghezza dei
corrimano. Vi direi cioè “aspetti caratteristici” dell’oggetto “aula” che vi sto
descrivendo. Ora, l’idea è che io, se voglio riprodurre una descrizione
scientifica debba riportare tutte le caratteristiche dell’oggetto in esame. Ma chi
l’ha detto!! Quali sono tutte le caratteristiche di quell’oggetto! Quante sono
tutte le caratteristiche? E a che serve una descrizione così dettagliata? Chi l’ha
detto che la scienza debba rappresentare un’idea totalizzante di un oggetto. E
poi, chi l’ha detto che un oggetto debba poi essere rappresentato nella sua
pienezza reale. Chi l’ha detto che queste proprietà debbano essere “oggettive”
cioè “dell’oggetto” e non possano piuttosto essere “proprietà costruite” dal
soggetto e associate a quell’oggetto. Tornando al nostro esempio, la sicurezza
di quest’aula è una proprietà dell’oggetto, cioè intrinseca, o è una proprietà
costruita e associata (cioè attribuita) all’oggetto. Cioè, c’è qualcosa di
intrinseco all’oggetto aula che è la sicurezza oppure la sicurezza è una
caratteristica che noi attribuiamo all’aula? Ma chi l’ha detto che una scienza
debba essere oggettiva nel senso di ricostruire l’oggetto nella sua pienezza
rea
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