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quegli eventi o quella categoria di eventi sia variata nel luogo e nel tempo che metto sotto

osservazione. Se io, questi obiettivi conoscitivi di tipo descrittivo, non li contestualizzo sempre dal

punto di vista temporale e spaziale, non potrò mai rispondere in maniera corretta.

Esempi di ricerca esplicativa: lo sviluppo economico contribuisce alla diminuzione della micro

criminalità? La presenza delle forze dell'ordine nelle strade riduce il numero dei furti? Il numero dei

reati varia al variare della presenza immigrata? Tutte queste sono ipotesi che hanno l'obiettivo di

spiegare perché esistano determinate relazioni una volta che le abbiamo osservate, che si basano sul

confronto sulla letteratura prevalente in materia e sulla sensibilità circa la realtà che si ha intorno.

Forme di spiegazione dei fatti sociali: spiegazione ideografica, spiegazione nomotetica.

La spiegazione ideografica è la spiegazione di un caso specifico, limitato, di un evento o un

episodio. Ciò che ci interessa capire di quel caso specifico è la sua dinamica, gli attori coinvolti, lo

svolgimento nel corso del tempo, le conseguenze future su attori indiretti, vogliamo andare a fondo

e conoscere tutto ciò che accade, senza preoccuparci se ciò che osserviamo nella realtà possa essere

utile per comprendere ciò che accade in altri contesti.

Una spiegazione nomotetica è quella interessata a spiegare classi di eventi o situazioni, attraverso

l'osservazione di casi specifici di cui noi, alla fine dei conti, rileviamo solo quegli aspetti che vanno

a costituire il minimo comune denominatore e cioè che appartengono a tutti i casi.

Quindi si può procedere nel lavoro scientifico, nel tentativo di capire il mondo, attraverso due

modalità: la prima è l'analisi di un caso specifico in grande profondità, la seconda è l'analisi di una

molteplicità di casi in cui non mi posso permettere di andare in profondità perché non sarebbe

economico e dunque vado a rilevare, con uno strumento disegnato in partenza, solo gli aspetti utili

all'obiettivo al quale sono interessato (sono interessato a verificare un'ipotesi e costruisco uno

strumento per andare ad osservare soltanto quegli elementi di realtà che mi servono per capire se

quell'ipotesi è vera o meno).

Approccio induttivo e approccio deduttivo: il primo va dal particolare (da una serie di osservazioni

specifiche) al generale (scoperta di un modello che rappresenta qualche grado di ordinamento tra

tutti gli eventi occorsi). Es: io sono uno studente, sto assistendo ad un esame e mi accorgo che tutti

gli uomini che fanno l'esame con quel docente vengono trattati in un certo modo, mentre le donne in

un altro. Osservando situazioni specifiche, inizio dunque a formulare un'ipotesi (seppur da

verificare) per cui il docente ha la tendenza a premiare gli studenti sulla base del loro genere e non

della loro preparazione.

L'approccio deduttivo è invece quello per cui da un modello generale, ciò che potremmo

logicamente attenderci, al particolare, attraverso osservazioni che verificheranno empiricamente la

tenuta del modello.

Quando io applico un approccio deduttivo devo avere già in testa una teoria della realtà che osservo,

mentre nel primo caso non ho una teoria in testa e dunque ho l'onere di doverla costruire.

Premessa “ho davanti un animale che ha quattro zampe, una coda ed abbaia, ma non so cosa sia.

Avevo già incontrato numerosi animali che avessero queste caratteristiche. Conclusione, a questo

punto posso stabilire con relativa certezza, che esista una categoria di animali con determinate

caratteristiche e che posso chiamare cani.”

Premessa 2 “siccome i cani hanno quattro zampe, una coda e abbaia, e siccome l'animale che ho

davanti ha quattro zampe, una coda e abbaia, allora sarà un cane”.

Uno dei ragionamenti è di tipo induttivo, l'altro è deduttivo. Precisamente, il primo è induttivo

perché parto dall'osservazione della realtà che ho davanti e costruisco una teoria (questo è il tipo di

ragionamento che devo fare con la ricerca qualitativa). Nel secondo approccio, invece, ho una teoria

in testa e vado a verificare se la realtà mi fornisce prove sufficientemente solide (questo approccio

si utilizza con la ricerca quantitativa).

La ricerca pura e la ricerca applicata: sono entrambe fondamentali e l'una senza l'altra non potrebbe

esistere. La prima, teorica, parte da interrogativi speculativi che possono anche non avere alcuna

utilità immediata rispetto alla risoluzione di interrogativi che riguardano il mondo, ma che

potrebbero in futuro aiutarci a comprenderlo meglio. Essa ci serve a costruire le premesse per

risolvere nuovi problemi: produce nuove conoscenze, seleziona teoria che guidi nella formulazione

di ipotesi verificabili e, soprattutto, serve per verificare le ipotesi.

La ricerca applicata, invece, risponde a indicazioni che provengono da committenti specifici:

mentre quella teorica è finanziata dallo stato, quella applicata è quella finanziata anche da fondi

pubblici ma che deve dare immediate risposte per la soluzione di problemi specifici e viene dunque

finanziata anche dal settore privato.

Dati quantitativi e dati qualitativi: ogni tipo di dato che noi raccogliamo, a prescindere dallo

strumento che utilizziamo, all'inizio è di tipo qualitativo; siamo noi che, attraverso un processo di

astrazione, siamo in grado di attribuire un codice numerico ad eventi che condividono determinate

caratteristiche perché abbiamo bisogno di semplificare la realtà per poterci costruire elaborazioni di

tipo statistico. Le due ricerche si distinguono a seconda del tipo di obiettivo che si ha: quella

quantitativa funziona quando la realtà la conosciamo già bene; quella qualitativa evita la

precostituzione di categorie e inizia a costruirsi le teorie via via che osserva ciò che ha intorno. Non

si può mai dire che un metodo sia meglio dell'altro.

Qualche esempio di dato qualitativo:

Intervista fatta ad un malavitoso di Genova (M.G.) negli anni '60, tratta dal libro di Dal

– Lago: come tutte le organizzazioni, anche la mafia si trova a che fare con il problema del

cambiamento. In particolare, un affiliato parla del modo di comportarsi di un altro affiliato, e

fa una comparazione circa il comportamento di quest'ultimo e del suo processo di

trasformazione culturale: ci viene detto come si comporta M. e come ci si dovrebbe

comportare, relativamente soprattutto a valori quali il rispetto per la famiglia, a rottura con il

sud, al concetto di essere uomini d'onore.

Commento della sociologa Daniela Danna al saggio “violenza maschile contro le donne e

– risposta delle istituzioni pubbliche”: la ricercatrice indaga sulla carenza delle risposte

istituzionali alla violenza sulle donne; dunque che cosa si possa fare al di là dell'intervento

di polizia nel momento in cui si ha un caso di violenza e la difficoltà dei servizi sociali nel

trattare un fenomeno di questo tipo. Ma su che aspetto della difficoltà? Sulla cultura

normativa dell'assistente sociale in questione. Alla base c'è dunque l'idea che esistano le

leggi, le quali stabiliscono determinati procedimenti d'intervento definendo criteri precisi, ed

esiste l'interpretazione della legge da parte di chi è chiamato ad applicarla. In questo caso ci

soffermiamo proprio su questo processo di interpretazione di un ruolo professionale che dal

punto di vista normativo è regolato quasi quanto quello di un ufficiale di polizia, ma come

l'ufficiale di polizia, anche l'assistente sociale non può adempiere ad una norma

prescindendo dal contesto territoriale in cui si trova: entra dunque la dimensione

interpretativa che è uno degli aspetti più importanti che fa sì che una norma abbia un impatto

di un certo tipo. Uno dei compiti della sociologia è quello di indagare la distanza tra la

norma e la realtà perché in alcuni casi può essere più ampia che in altri e, se ci

accontentiamo di ciò che dice la norma, non comprenderemo mai come quel fenomeno si

muove. In questo caso l'autrice ci dice cosa s'intende con “mandato di imparzialità”

riprendendo un pezzo d'intervista a conferma della sua interpretazione, pur essendoci di base

l'interpretazione del ricercatore.

PARADIGMI DELLA RICERCA SOCIALE E QUESTIONI ETICHE

Toccheremo tre punti in particolare: innanzitutto capire cos'è l'epistemologia, capire le

caratteristiche di base di quelli che sono i due principali paradigmi delle scienze sociali (positivista

e costruttivista), e poi, relativamente alle questioni etiche, cosa sia giusto o meno fare quando si fa

ricerca empirica, rispetto a come si coinvolgono gli indagati.

Che cos'è l'epistemologia?

È una disciplina che ragiona sui fondamenti e i limiti dell'attività conoscitiva scientifica. Essa ha

alla base un problema da risolvere, cioè cosa sia la realtà e, avendo risposto a ciò, con la

metodologia scopriamo invece come si può conoscere ciò che riteniamo essere la realtà. Il discorso

epistemologico è un discorso di fede più che di scienza, nel senso che è un qualcosa che appartiene

ad un valore del ricercatore in quanto non è dimostrabile scientificamente e al quale si crede a

partire da credenze personali.

Che cos'è la realtà? Noi possiamo distinguere o distribuire le diverse posizioni epistemologiche

nell'ambito delle scienze sociali lungo un continuum che vede ad un estremo la posizione realista e

all'altro quella costruttivista. Secondo i realisti, la realtà sociale esiste, è oggettiva, esterna all'uomo,

e lo studioso può studiare l'oggetto senza influenzarlo con la propria attività di ricerca. Dire che la

realtà sociale esiste può apparire scontato, ma significa dire che a prescindere dal luogo e dal tempo

differente di osservazione di un fenomeno, quest'ultimo sarà sempre osservabile e il compito del

ricercatore è di descriverla o osservarla nei migliori modi possibili. Quindi, per il realismo, la sfida

della scienza è tutta giocata sullo strumento con il quale osserviamo la realtà: più lo strumento è

preciso, più la scienza sarà in grado di restituire un'immagine vera della realtà.

Questo è un paradigma che nasce in Europa tra il '600 e il '700 attraverso le scienze che si pongono

il problema di individuare leggi generali di funzionamento del mondo fisico che si traducono in

leggi generali di funzionamento del mondo sociale.

I costruttivisti, invece, pensano che la realtà sia colta dagli esseri umani attraverso la mediazione di

quadri simbolici e cognitivi di natura sociale, e quindi scompare la distinzione tra oggetto di studio

e studioso. Alla base di questa premessa c'è dunque la negazione dell'idea che la realtà sia qualcosa

che può essere colta da individui diversi collocati in posizione o in epoche diverse. Ciascuno di

questi individui avrà una rappresentazione propria della realtà, che diventa molteplice e dipende dal

punto di vista di ogni individuo che la osserva, ovvero dai quadri simbolici e cognitivi, che non

sono altro che la cultura di ognuno. Come si fa a dire, dicono i costruttivisti, che esiste ed è

osservabile dall'esterno una relazione, che è l'oggetto principale della sociologia? Attraverso i

quadri simbolici e cognitivi con i quali i ricercatori o gli individui chiamano il mondo; per loro non

è possibile una ricerca scientifica della realtà se non partiamo dal presupposto che il nostro rapporto

con la realtà è mediato dal linguaggio, ed il linguaggio è una costruzione (noi chiamiamo tavolo ciò

che altri potrebbero chiamare muro). Il problema non è dunque la natura dell'oggetto, ma come

interpretiamo quell'oggetto a seconda del contesto in cui è calato, ed il potere performativo del

linguaggio sulla realtà.

Esempi di costruttivismo:

“L

– ’azione si svolge in un immaginario regno in Polonia ed è incentrata sul personaggio di Sigismondo,

erede al trono di Polonia, che il padre, il re Basilio, ha fatto rinchiudere in un castello in seguito a un

oscuro presagio. Sigismondo, incatenato dalla nascita, odia selvaggiamente il mondo, eppure aspira alla

libertà. Una notte il padre lo fa trasportare addormentato nella reggia, per aver una prova definitiva della

sua malvagità. Venuto a conoscenza della sua vicenda, Sigismondo si comporta da tiranno. Tratta tutti con

superbia e arroganza, giungendo a uccidere. Il padre lo fa riportare, di nuovo nel sonno, nella prigione del

castello, dove Sigismondo si risveglia, dubitando della realtà di quanto ha vissuto. Tutta la vita gli appare

allora un sogno, che bisogna vivere con la coscienza che di sogno si tratta e non di realtà.”

La realtà è dunque ciò che viene concordato come tale, anche quando opera contro

l'esperienza. È reale ciò che noi decidiamo sia reale, anche se può essere il frutto di

un'imposizione, ma è comunque il frutto di qualcosa di intersoggettivo.

– Un rabbino è stato a lungo nel bosco in preghiera. Dopo molti giorni in solitudine, rientra al villaggio.

Ai margini del villaggio, l’osteria a cui intende fermarsi è tuttavia chiusa. Se fosse sabato, sarebbe

naturale. Ma è venerdì, e il rabbino si stupisce che non vi sia alcuna attività. L’oste è in casa. Vedendo il

rabbino dalla finestra, gli scende incontro. A sua volta, è sbalordito di vedere in viaggio il rabbino: infatti

è sabato, e al sabato la legge ebraica proibisce ogni genere di attività, viaggi compresi. Tuttavia, vedendo

in viaggio il rabbino, uomo autorevole, si convince di doversi essere sbagliato: se il rabbino è in viaggio,

non deve essere sabato. Dunque, apparecchia e cucina.

Questo esempio ci dice qualcosa di più del precedente: dietro l'autorevolezza si cela il fatto

che lo statuto di verità della realtà è comunque sempre il frutto di un rapporto di potere, che

in alcuni casi si risolve pacificamente in quanto esiste un'attribuzione di legittimità nei

confronti dell'autorevolezza, in altri no. Quindi il come ci comportiamo è il frutto non di ciò

che è la realtà, ma di ciò che riteniamo essere la realtà; se così è, il ruolo dello scienziato

sociale è quello di andare a capire che cosa gli uomini ritengano essere la realtà, a differenza

di uno scienziato di stampo realista che osserva la realtà a prescindere da quelle che sono le

proprie convinzioni.

La premessa epistemologica dà vita ad una molteplicità di paradigmi che si rifanno alla traduzione

della prima nel positivismo (che ha una premessa epistemologica realista) e il costruttivismo (che ha

una premessa epistemologica costruzionista). Ci interessa mettere in evidenza la natura della realtà,

il rapporto tra il ricercatore e la realtà osservata, il ruolo dei valori del ricercatore, il linguaggio che

si utilizza nella ricerca ed il processo di ricerca.

La natura della realtà: per i positivisti, che hanno alla base una premessa epistemologica realista, la

realtà è obiettiva ed unica. Ad esempio, ho il problema di studiare la relazione tra immigrazione e

tassi di delinquenza: per me, la realtà è oggettiva e dunque vado a ricercare i fattori che più di altri

mi facciano capire per quale motivo al crescere dell'una, l'altra diminuisca e viceversa. Non mi

pongo problemi circa il fatto che mi venga in mente questo problema e non un altro o che cosa

intendo con tassi di delinquenza ed immigrazione; il ricercatore, non influenzando la realtà, ha il

compito di far diventare la scienza l'unica disciplina in grado di riflettere la realtà così com'è,

scontrandosi con tutte quelle altre discipline (religione) che cercano di dare spiegazioni non basate

sulla scienza.Per i costruttivisti, la realtà è invece soggettiva e molteplice, e dunque esistono tante

realtà quanti sono gli individui che azzardano un'interpretazione della stessa. Essa diventa dunque

ciò su cui rivediamo un accordo intersoggettivo rispetto ad un'ipotesi di senso di una serie di

elementi che altrimenti non ne avrebbero e che noi mettiamo in fila con un ragionamento; qui, il

ricercatore interagisce fortemente con la realtà, prima di tutto attribuendole un nome, soprattutto

quando si è di fronte a fenomeni inediti.

Il ruolo dei valori: secondo i positivisti, se il ricercatore si attiene al procedimento scientifico, il

ruolo dei valori è oggettivo ed il suo personale sistema di valori non condiziona la ricerca e i

risultati; secondo i costruttivisti, invece, il sistema dei valori del ricercatore non può non

influenzare la ricerca e per questo va esplicitato.

Il linguaggio della ricerca: per quanto riguarda i positivisti è necessariamente impersonale ed

espresso in numeri e dunque in dati quantitativi; è un linguaggio che tende a valorizzare la natura

stessa del numero, dimenticandosi che in realtà il numero è uno strumento per approssimarsi meglio

alla realtà e non è la realtà, e come strumento è manipolabile. I costruttivisti rifiutano l'uso del

numero in quanto preferiscono utilizzare un linguaggio che sia più vicino all'esperienza umana, cioè

quello della parola.

Il processo di ricerca: nel caso del positivismo è qualcosa di decontestualizzato, cioè le categorie di

analisi sono isolate prima della ricerca, sulla base di ipotesi causa-effetto. Questo modo di

procedere permette di fare generalizzazioni e previsioni, e permette di dirci che ciò che io indago

qui ed ora potrebbe valere anche in altri contesti. Secondo i costruttivisti, invece, la ricerca non

può essere slegata dal contesto in cui si svolge, nel senso che il significato che io do a ciò che

osservo dipende dal contesto in cui sono, le categorie di analisi sono costruite a posteriori dal

ricercatore, le teorie sono sviluppate attraverso la comprensione (non la spiegazione) dei fenomeni.

Approcci qualitativi e quantitativi sono altamente ingannevoli: noi raccogliamo sempre e comunque

parole, osserviamo la realtà attraverso il linguaggio, la quantificazione della realtà è un effetto di

costruzione.

Gli approcci che si ispirano al positivismo hanno un punto di partenza che è quello della teoria a cui

fanno riferimento, che costituisce una sorta di occhiale che il ricercatore si mette per guardare il

mondo, con il quale posso vedere alcuni aspetti e non vederne completamente altri, ma è una scelta

a priori che il ricercatore fa proprio perché vuole andare a vedere se quella teoria (quegli occhiali)

permette di osservare la realtà in questione: per i positivisti, l'obiettivo della ricerca è quello di

confermare o falsificare le teorie valide sino a quel momento, consolidate nel corso del tempo.

Il costruttivismo ha l'approccio contrario: sostiene che il ricercatore deve iniziare ad osservare la

realtà privo di qualsiasi pregiudizio su come la realtà operi e, a partire da questa osservazione,

giungere alla costruzione di una teoria con concetti, linguaggi e riferimenti teorici che stanno nella

tradizione di quella disciplina. Però, è soltanto ribaltando l'approccio, sostengono i costruttivisti,

che possiamo rispettare la realtà senza pretendere di conoscerla già attraverso l'approccio inverso.

Questioni etiche nella ricerca sociale

Perché ci poniamo il problema dell'etica nella ricerca sociale? Cos'è l'etica? Principi circa cosa sia

giusto e cosa sbagliato, in questo caso nell'attività scientifica, in un determinato momento storico.

La ricerca sociale si pone questo problema in quanto inserita in un determinato contesto nel quale ci

sono dei problemi e dei vincoli di natura scientifica (che hanno a che vedere con la costruzione ad

esempio di un questionario), amministrativa, etica e politica. Da quando la scienza si pone in

maniera così stringente la questione etica? Dal fatto che molta ricerca medica è stata spesso

accusata di aver violato principi etici in quanto alcuni scienziati avrebbero calpestato alla dignità

umana (esperimenti fatti nel periodo nazista su prigionieri politici). E poi per il fatto che di qualsiasi

attività di ricerca si debba ormai fare un uso politico.

Oggi tutti i paesi hanno codici etici che impongono e chiedono di sottoscrivere a tutti i ricercatori

nelle varie discipline. I principali nodi sono quattro:

Richiedere la partecipazione volontaria all'indagato: in parte perché è giusto che una persona che

viene coinvolta sia debitamente informata sul processo in cui viene inserito, in parte perché

coinvolgere una persona in una ricerca empirica è fare un'intrusione nella sua vita in quanto si

richiede a questa tempo e risorse. Il secondo problema è che, in alcuni casi, facciamo all'intervistato

delle informazioni sulla propria vita che magari lo stesso intervistato vorrebbe non fornire.

Non danneggiare i partecipanti: spesso, durante queste interviste, si viene a conoscenza di

informazioni, esperienze, comportamenti riguardanti la persona che abbiamo di fronte, che

sicuramente l'individuo in questione non deve far sapere agli altri. Quindi, la risposta a questo è

ottenere il consenso informato e dunque il ricercatore prima deve spiegare i reali obiettivi della

ricerca e i rischi nei quali l'individuo incorre, per poi ottenere il consenso o meno della persona. Si

cercherà dunque di garantire l'anonimato o la riservatezza rispetto al collegamento tra

l'informazione che io tratto e il soggetto che me l'ha fornita.

Gestione dell'identità del ricercatore o il problema dell'inganno: questa è problematica in quanto

spesso è difficile rivelare l'obiettivo della propria ricerca, il committente ed anche il fatto di essere

un ricercatore, perché queste azioni potrebbero modificare i comportamenti degli individui.

IL DISEGNO DELLA RICERCA

Questa unità didattica ci vuole spiegare come costruire un progetto di ricerca.

Gli obiettivi principali sono tre, la descrizione, la spiegazione e l'esplorazione. Ci sono fenomeni

che non conosciamo che ci sorprendono, di fronte ai quali siamo completamente impreparati prima

di tutto dal punto di vista cognitivo e quindi possono essere approcciati inizialmente anche con

metodi che non rispettano tanti dei requisiti essenziali per una procedura scientifica. In questo senso

la ricerca non ha finalità descrittive né esplicative, ma esplorative.

Cos'è una ricerca descrittiva? Quella che ha l'obiettivo di descrivere situazioni ed eventi con

osservazioni scientifiche attente e deliberate. Per distinguere spiegazione e descrizione, quest'ultima

serve a rispondere alle domande “Chi? Dove? Quando? Dove?”, mentre la spiegazione serve a

rispondere al perché. È dunque difficile spiegare senza descrivere.

La ricerca che si propone l'obiettivo di spiegare mira a scoprire relazioni tra diversi aspetti del

fenomeno studiato e a giustificarle con un qualche tipo di meccanismo plausibile. Una spiegazione

della realtà è valida sino a che non viene falsificata.

Qual è la logica della spiegazione causale?

Esistono cause necessarie al verificarsi di determinati eventi, ma che malgrado la loro presenza

possono non determinare necessariamente quell'evento, ed esistono cause sufficienti, cioè a

prescindere dai fattori correlati con un dato evento, il verificarsi di quell'aspetto immediatamente

determina il verificarsi dell'evento anche se non si verificano cause necessarie.

La logica della spiegazione nomotetica

L'idea di causazione, cioè rintracciare le cause alla base di un determinato evento, è un'ambizione

che riguarda anche il senso comune ed il pensiero ordinario, quindi quest'idea non appartiene solo

alla spiegazione nomotetica ma anche a quella ideografica. La spiegazione ideografica punta su un

caso specifico e su questo cerca di rilevare tutti i fattori causali che ci sono alla base, la spiegazione

nomotetica al contrario pretende di realizzare generalizzazioni e non si sofferma su un singolo caso,

analizzando una classe di eventi molto differenziati tra loro e pretendendo di rintracciare alcuni

fattori causali comuni a tutti questi eventi a prescindere dalle differenziazioni spaziotemporali.

L'idea di causazione appartiene dunque a tutti i tipi di ragionamento, ma nel 99% dei casi uno

scienziato sociale si concentra su quello nomotetico.

I criteri base della causalità nomotetica sono tre, ci sono tre condizioni affinché si possa realizzare

una spiegazione di questo tipo:

1) Le variabili devono essere correlate

2) La causa deve avvenire prima dell'effetto

3) La relazione o correlazione non dev'essere spuria (falsa)

Le variabili devono essere correlate: ciò significa che tra le variabili deve esistere un'associazione,

cioè la variazione di una variabile genera un'immediata variazione dell'altra. Ma cosa sono le

variabili? Sono termini tecnici fondamentali nell'ambito delle scienze sociali che indicano una serie

di attributi attraverso i quali cerchiamo di dare un senso a ciò che osserviamo (la variabile sesso si

suddivide in due attributi, maschi e femmine). Dunque le variabili devono rimandare a fenomeni

reali immediatamente osservabili.

Un esempio di correlazione tra due variabili: le due variabili sono il titolo di studio (x) e la

condizione occupazionale (y). X può assumere tutti gli attributi che vogliamo in quanto dipende da

quello che vogliamo osservare: ad esempio, andiamo ad avere X1(medicina), X2(lettere),

X3(ingegneria), a seconda del tipo di laurea. Y è invece il tipo di lavoro, possiamo avere occupato,

disoccupato, altro. Come si verifica l'esistenza di una correlazione tra X e Y? Attraverso

l'osservazione della realtà. Ad esempio in aula abbiamo 100 laureati distribuiti in maniera differente

a seconda del tipo di laurea: medicina (8occupati su 10), lettere(4 occupati su 10), ingegneria

(9occupati su 10). Sulla base di questi dati esiste una correlazione tra X e Y? Si, esiste una relazione

perché non è indifferente il fatto di avere un certo tipo di attributo X rispetto al valore che assume Y,

nel senso che ad esempio i laureati in ingegneria hanno grandi possibilità di essere occupati,

altrettanto si può dire per i laureati in medicina ma non per quelli laureati in lettere. Dunque, al

variare di X, varia Y. Avremo dunque Y1= 21 e Y2=9. Al variare di X, varia Y; se questo non

accade, non esiste una relazione, ad esempio nel momento in cui tutti i laureati, a prescindere dal

titolo che hanno conseguito, hanno le medesime probabilità di essere occupati. A quel punto vuol

dire che non esiste relazione tra le variabili.

Osservare la variazione, di per se non è sufficiente a stabilire un rapporto di causazione, in primo

luogo perché i fattori che potrebbero influenzare la probabilità di essere occupati possono non

essere solamente il titolo di studio.

La causa deve avvenire prima dell'effetto

Non basta osservare una correlazione tra due variabili ma ci dev'essere un certo tipo di ordine

temporale: se ha senso dire che il titolo di studio che uno acquisisce influenzi la sua probabilità di

essere occupato, non è logico dire il contrario.

Esempio: in un aula di una scuola mi accorgo che il 70% fa catechismo e che i genitori di quei

bambini sono più religiosi di quanto non lo siano i genitori del 30% rimanente. Qual è la nostra X e

quale la nostra Y? Non siamo nelle condizioni di poterlo stabilire se non ipotizzando una teoria che

deriva da esperienze o magari letture di fenomeni simili, questa è una scelta del tutto arbitraria da

parte del ricercatore.

La relazione o correlazione non dev'essere spuria (falsa)

Non deve esistere una terza variabile che ci spiega il perché due variabili covariano.

Esempio: ci accorgiamo che all'aumentare della vendita di gelati, aumenta anche il numero di

annegamenti in mare. Che cosa spiega l'esistenza di una relazione? Tra queste due c'è una falsa

relazione perché sono mediate da una terza, che le influenza entrambe, cioè la stagione dell'anno.

Esempio2: correlazione positiva diretta tra numero di scarpe e competenza in matematica, cioè un

numero di scarpe più grande equivale ad una maggiore competenza matematica. È difficile stabilire

quale sia X e quale Y perché nessuna delle due può essere considerato logicamente un fattore

causale. E allora, la variabile che può intervenire per aiutarci è l'età: se aumenta l'età, aumenta il

numero di scarpe che si porta, ed in termini probabilistici aumenta anche la conoscenza in

matematica.

CAUSE NECESSARIE E CAUSE SUFFICIENTI

Distinguiamo tra queste perché i fattori causali possono essere di diversa natura ed avere efficacia

differenti: esistono quelli necessari ma non sufficienti affinché si verifichi un determinato evento,

esistono quei fattori sufficienti al loro verificarsi malgrado il verificarsi di altri eventi. Una causa

necessaria DEVE essere presente affinché si verifichi anche l'effetto, ma non necessariamente la sua

presenza fa si che l'effetto si verifichi.

Esempio di causa necessaria: un auto senza carburante non funziona, ma pur avendo del carburante

potrebbe non funzionare per altri motivi.

Causa sufficiente è una condizione che quando è presente, garantisce che si verificherà un effetto

anche senza il verificarsi di altri fattori causali precedentemente identificati come necessari.

UNITA' DI ANALISI

Indica il tipo di oggetto in cui ci si occupa in una precisa ricerca empirica, cioè che cosa si sta

studiando. In genere noi studiamo i fenomeni che ci interessano passando attraverso i soggetti fisici,

che sono ovviamente l'unità di analisi più micro che possiamo individuare e che sono portatori di

variabili. Poi abbiamo altri tipi di oggetti, i gruppi sociali, che non sono la semplice somma degli

individui in quanto all'interno di un gruppo si determinano dinamiche specifiche; abbiamo le

organizzazioni sociali formalmente costituite (università, forze di polizie); abbiamo le interazioni

sociali (l'atto dell'indagare mette in relazione gli individui) e abbiamo gli antefatti sociali (oggetti,

libri, video).

Un artefatto che mettiamo sotto osservazione può essere l'influenza che ha l'attività scolastica nei

primi anni di vita sull'assunzione di modelli di genere, lo faccio sfogliando testi e interpretando

immagini presupponendo attraverso l'interpretazione alcune interazioni. Le interazioni sociali:

posso ad esempio studiare le interazioni che avvengono in rete attraverso gli individui, ma posso

anche andare ad osservare l'interazione osservando lo stile, il numero di parole che vengono

utilizzate, la durata di una comunicazione. In questo caso non tengo sotto osservazione gli individui

ma operativizzo fenomeni reali che riguardano l'interazione.

Organizzazioni formali formalmente costituite: qualcosa stabilito da uno statuto che ha funzioni

formalmente definite e in molti casi l'obiettivo è capire come quella forma prevista dalla norma

venga in realtà applicata (ad esempio l'indagare come le forze di polizia applicano la legge

attraverso un meccanismo interpretativo tra ciò che devono fare per regolamento e ciò che

applicano per opportunità).

Gruppi sociali: importanti perché se voglio studiare gli individui che appartengono alle bande

giovanili, mi concentrerò sulle caratteristiche individuali di chi frequenta queste bande; ma se

voglio studiare perché le bande giovanili in Italia si differenziano a seconda dei contesti urbani che

metto sotto osservazione, andrò a rilevare alcune caratteristiche che non appartengono ai singoli

individui ma al gruppo.

FALLACIA ECOLOGICA

Ciò che accade ad un'unità ecologica non può essere trasferito anche agli individui che la

compongono: tutte le volte che osserviamo dati riguardanti unità ecologiche più ampie del singolo

individuo, dobbiamo stare attenti a non trarre valutazioni sugli individui che compongono quei

gruppi.

Esempio: correlazione tra comuni italiani in cui è alta l'incidenza di immigrati e comuni in cui sono

alti i tassi di microcriminalità. L'unità ecologica in questione sono i comuni, ed il ragionamento

errato classico riguarda il fatto che esista una relazione tra immigrazione e furti.

Noi possiamo cogliere dati che ci parlano di individui ma anche di somme di individui più o meno

formalizzati: la maggior parte delle ricerche avviene sugli individui ma capita di farle anche sui

gruppi sociali. Il problema della fallacia ecologica riguarda il secondo caso; abbiamo definito il

concetto come il fatto che “ciò che accade al gruppo non può esser trasferito anche agli individui

che lo compongono”.

LA DIMENSIONE TEMPORALE

Spesso partiamo da interessi che danno luogo a domande che iniziano con “com'è cambiato un

determinato evento....” ed ogni volta dobbiamo tenere sotto controllo la dimensione temporale e

mettere a confronto più periodi. Tutto ciò non è semplice in quanto dovremmo osservare in fasi

distinte della nostra vita lo stesso fenomeno.

Questo problema come si risolve? Esistono le indagini trasversali e le indagini longitudinali: le

prime sono fotografie istantanee rispetto a ciò che accade in un determinato momento; le seconde,

invece, prevedono che l'osservazione segua un lasso temporale relativamente esteso, o comunque

esteso tanto quanto basta per rispondere alla domanda che ci siamo posti.

Il problema è che fare studi longitudinali è particolarmente costoso e difficile, e allora si sono

trovate diverse modalità per cercare di tenere comunque sotto controllo la dimensione temporale,

distinguendo in tre tipi diversi di studi longitudinali:

Trend studies

– Cohort studies

– Panel studies

Gli studi di trend sono studi che fotografano ciò che una popolazione o una parte di essa fa o pensa

in momenti differenti: cioè, sono studi che osservano il fenomeno di interesse in momenti differenti,

mettendo però a confronto i risultati emersi nelle diverse rilevazioni; in questo modo si cerca di

verificare come nel corso del tempo il gruppo in questione abbia modificato i propri comportamenti.

I cohort studies non sono altro che uno studio di trend in cui però la popolazione messa sotto

osservazione condivide una medesima corte di nascita, cioè quella popolazione nata in un

medesimo periodo temporale, che possiamo identificare con un anno o con una generazione.

I panel studies hanno una specificità singolare: essi seguono nel corso del tempo sempre lo stesso

individuo e si preoccupano di capire come quel particolare individuo abbia modificato

atteggiamenti o comportamenti. Qui, noi, ragionando sulla vita del singolo, dobbiamo avere per

forza lo stesso individuo a disposizione. Sono veri e propri studi longitudinali perché sono gli unici

che legano la dimensione temporale al corso di vita di un individuo. Sono gli unici studi che a

livello più micro possibile ci permettono di evitare qualsiasi tipo di errore in termini di fallacia

ecologica perché studiamo il mutamento nella vita dei singoli.

Un modo di ovviare a difficoltà di tipo economico e logistico è quello di chiedere loro qualcosa a

proposito del passato, anche se questo risulta rischioso dal punto di vista della memoria.

DISEGNARE UN PROGETTO DI RICERCA

Fondamentale ogni volta che si vuole fare una ricerca è partire da un interesse, un'idea o una teoria

già formulata. Una volta che si siamo posti una domanda precisa, in cui le coordinate

spaziotemporali sono ben definite, nascono una serie di problemi: definire l'unità di analisi in

primis, poi dobbiamo decidere con quale tipo di metodo dobbiamo muoverci (quantitativi o

qualitativi), e ancora abbiamo il problema della concettualizzazione, tappa fondamentale

immediatamente dopo che abbiamo capito cosa ci interessa studiare.

Cosa vuol dire concettualizzare? Definire in maniera precisa e puntuale ciò che stiamo osservando o

cosa intendiamo con i termini che utilizziamo nella nostra domanda di ricerca, perché solo con una

definizione puntuale possiamo arrivare ad osservare la realtà.

È fondamentale avere una teoria in testa ogni volta che ci si mette ad analizzare la realtà; quando

non c'è, bisogna descrivere il più analiticamente possibile la realtà che si ha di fronte. Avere una

teoria non risolve il problema in quanto questa ci dice solo cosa osservare tra una molteplicità di

fattori che ho di fronte.

CONCETTUALIZZAZIONE, DEFINIZIONE OPERATIVA E MISURAZIONE

Concettualizzazione: ci poniamo questo problema perché spesso ci poniamo l'obiettivo di indagare

dei fenomeni non immediatamente osservabili nella realtà (ad esempio il grado di pregiudizio della

popolazione italiana, come lo osservo concretamente ad occhio nudo?). Il problema della

concettualizzazione è il problema di come misurare oggetti che non esistono nella realtà e raramente

possiedono un significato univoco. Sarebbe più corretto osservare piuttosto che misurare, ma li

useremo come sinonimi e parliamo di misurazione perché rinvia ad un'attività deliberata applicata

con consapevolezza ed in maniera continua. Ogni volta che facciamo ricerca sociale, ci troviamo a

dover tradurre significati di senso comune che non hanno un'immediata traduzione concreta.

Dobbiamo dunque porci il problema di rilevare relazioni, fenomeni, eventi, per avvicinarci alla

realtà che stiamo cercando. Il secondo problema è che noi spesso diamo per scontato un determinato

significato, che può non essere lo stesso per qualcun altro.

Esempi di concettualizzazione, partendo da due foto: un disoccupato ed una babygang. Cosa

vogliono dire questi due concetti? Come sono rintracciabili nella realtà e come sono gestibili per

realizzare una ricerca empirica? Dobbiamo costruire un processo attraverso il quale cerchiamo di

raggiungere un accordo sul significato dei termini.

Come definiamo il concetto di disoccupato? Esiste in Italia una indagine che l'Istat realizza

nell'ambito di un accordo internazionale, che fornisce mensilmente statistiche sulla disoccupazione.

Ha per questo identificato dei criteri che definiscono la condizione di disoccupati come “le persone

che non hanno un impiego regolare, tra i 15 e i 74 anni, che hanno effettuato almeno un'azione

attiva di ricerca di lavoro nei 30 giorni che precedono l'intervista, sono disponibili a lavorare o ad

avviare un'attività autonoma entro le due settimane successive all'intervista”. Un'azione attiva

rientra in un elenco, tra alcune possibili.

Come, invece, definiamo una street gang? Un gruppo sociale informale deve avere innanzitutto la

caratteristica della durata per essere gang; gli spazi in cui si muove non devono essere domestici né

scolastici, dunque non devono essere sotto il controllo degli adulti o delle agenzie del controllo e

delle istituzioni formalmente predisposte ad occuparsi di giovani; tra i 12 ed i 25 anni; deve avere

un'identità collettiva in cui ciascun membro si identifica (chi fa parte di quel gruppo si deve

riconoscere nelle caratteristiche salienti del gruppo di varia natura, ma deve anche essere

riconosciuto da chi non fa parte del gruppo come altro da se); tale identità deve includere il

coinvolgimento in attività illegali.

Il problema della concettualizzazione assume forme diverse a seconda che la ricerca da fare sia

qualitativa o quantitativa.

Che cos'è un concetto? È un costrutto, cioè è una costruzione sociale o scientifica o culturale che

può modificarsi anche costantemente. Abbiamo tre definizioni:

“Un concetto è un ritaglio operato in un flusso di esperienze, infinito in estensione e in

– profondità e infinitamente mutevole”.(Barradi)

“Un concetto è un'immagine mentale che sintetizza un insieme di osservazioni, sentimenti o

– idee.”

“Un concetto è una rappresentazione di un oggetto, o di una delle sue proprietà, o di un

– fenomeno di comportamento”.

Da queste tre definizioni possiamo ricavare degli elementi per cercare di averne una sola: con la

prima definizione ci viene detto che il concetto è una scelta arbitraria da parte del ricercatore di

interpretare il mondo che si ha di fronte; al tempo stesso, i concetti sono anche un'immagine della

realtà, una rappresentazione simbolica che si può esprimere attraverso vere e proprie immagini o

attraverso termini. Dunque abbiamo che il concetto è un costrutto, una costruzione arbitraria, che

rinvia a fenomeni che non esistono nella realtà come esistono le pietre, è l'esito del mutuo accordo

di immagini mentali e soprattutto è soggetto a variabilità.

A cosa serve un concetto? A classificare, cioè a costruire categorie sociali e fare qualcosa che va

contro l'individualità che caratterizza ciascuno di noi. Classificare vuol dire organizzare le

conoscenze sulla realtà al fine di ridurre la complessità del mondo esterno e permettere così

all'uomo di poter governare, dopo averla conosciuta, la realtà che ha di fronte. Ma più noi riduciamo

la complessità, più l'organizzazione delle conoscenze è inutile.

I concetti combinano due tipi di informazioni: gli oggetti studiati, i cosiddetti referenti empirici, ciò

che della realtà noi stiamo osservando, e le proprietà che caratterizzano questi oggetti. Questi due

elementi rinviano all'estensione e all'intensione.

Perché parliamo di concettualizzazione? Abbiamo tre categorie di fenomeni che cerchiamo di

studiare quando facciamo ricerca empirica: eventi immediatamente osservabili, fenomeni rilevabili

indirettamente, eventi non rilevabili.

Cos'è un concetto? È un costrutto sociale, qualcosa che non esiste nella realtà, ma attraverso il quale

pretendiamo di dare una definizione condivisa alla realtà che osserviamo. Un concetto serve per

organizzare le conoscenze sulla realtà riducendone la complessità in maniera arbitraria: attraverso

quest'attività che viene chiamata categorizzazione, io posso dare senso al mondo e in qualche modo

cercare di governarlo e gestirlo rispetto alla probabilità che avranno certi eventi di verificarsi in

futuro o di trasformarsi secondo dinamiche più o meno note. I concetti combinano due tipi di

informazioni: gli oggetti a cui si riferiscono e le proprietà che caratterizzano questi oggetti. La

prima informazione rinvia alla dimensione dell'estensione del concetto, la seconda alla dimensione

dell'intensione: identificando le proprietà di un oggetto, ne riduco le possibilità di estensione ad una

pluralità di oggetti. All'approfondirsi dell'intensione, inevitabilmente ne riduco l'estensione.

Esempio: il concetto di partito politico.

Io posso definire un partito politico come “quell'insieme delle forme organizzative che partecipano

ad elezioni competitive con il fine di far accedere i propri candidati alle cariche pubbliche

rappresentative”. Questa definizione include alcuni elementi ma ne esclude altri, perché il

ricercatore ogni volta che si misura con un fenomeno lo deve definire. Le proprietà più importanti

di quel concetto possono essere la forza organizzativa, il sostegno elettorale, la presenza di una

leadership ben strutturata... Al massimo di estensione, ho il minimo di intensione e viceversa:

dipende dall'obiettivo dell'indagine.

INDICATORI E DIMENSIONI DI UN CONCETTO

Concettualizzazione: quel processo attraverso il quale specifichiamo l'esatto significato condiviso e

descriviamo gli indicatori che useremo per misurare il concetto e i differenti aspetti del concetto, le

dimensioni.

Gli indicatori sono simboli manifesti della presenza o dell'assenza del concetto che stiamo

studiando, cioè un indizio immediatamente osservabile. Tra concetto e indicatore ci dev'essere un

rapporto di significato condiviso dalla maggioranza.

Le dimensioni sono invece gli aspetti specificabili del concetto che possono lavorare o verificarsi in

maniera indipendente l'una dall'altra.

Esempio: concetto di partecipazione politica.

Prima definiamo le dimensioni, poi gli indicatori.

Dimensioni: partecipazione invisibile, partecipazione visibile.

Indicatori: discutere di politica, iscriversi ad un partito politico.

DEFINIZIONE OPERATIVA

Come si passa da un concetto ad una variabile? Una variabile è un insieme attributi

immediatamente rilevabile.

Nella concettualizzazione definisco le dimensioni di un concetto e di ogni dimensione i relativi

indicatori.

Strettamente connessa alla concettualizzazione c'è la fase di operativizzazione: qui, diamo una

definizione operativa ad un indicatore, cioè facciamo in modo che quell'indicatore diventi

immediatamente utilizzabile e quindi osservabile. Ciò vuol dire passare da un indicatore ad una

variabile. Attraverso il concetto di operativizzazione, io stabilisco il modo in cui rilevare e registrare

i differenti stati di una proprietà. Cos'è la proprietà? Le caratteristiche che quel concetto che sto

indagando assume in virtù della mia definizione.

Che cos'è una variabile?

I concetti, per poter essere studiati, devono essere trasformati in variabili: dunque, una variabile è

un concetto operativizzato. Due sono le caratteristiche principali per quanto riguarda la definizione

di variabile: innanzitutto una variabile, per essere tale, deve variare, deve cioè assumere stati

differenti sulla proprietà considerata. Le proprietà sono le caratteristiche dell'oggetto studiato,

quelle che noi vogliamo attribuire al nostro concetto. Dunque, ogni proprietà diventa almeno una

variabile (in alcuni casi anche più di una), la quale deve assumere nel momento in cui viene rilevata

degli stati differenti, perché altrimenti sarebbe una costante. Secondo elemento, si riferisce a

qualcosa di concretamente osservabile nella realtà empirica. Per non commettere errori, gli attributi

che compongono la variabile devono essere esaustivi, ma devono anche essere puntualmente

esclusivi. Ma cos'è l'attributo (o modalità o categoria)? Tutte le possibilità che si possono

determinare nella realtà.

Esempio: dov'è accaduto il furto ed il tentato furto? L'obiettivo di questa variabile è rilevare un

indicatore specifico, dunque, perché è importante rilevare il luogo? Perché prima di arrivare a delle

politiche si deve analizzare il luogo in questione. Se inserisco una variabile, deve in qualche modo

incidere sul fenomeno che sto osservando, altrimenti l'inserimento è inutile.

Le variabili si possono distinguere rispetto alla posizione che occupano in una relazione causa-

effetto: in una relazione tra due variabili si ipotizza che una variabile X, indipendente, influenzi la

variabile Y, dipendente. Esse sono in una relazione di causa-effetto: parlare di causa-effetto, però,

non vuol dire rilevare una variazione concomitante tra variabili, cioè una associazione. Rilevare una

variazione concomitante vuol dire osservare una tabella a doppia entrata in cui ci sono solo due

informazioni, tipo l'orientamento politico di una popolazione e l'orientamento nei confronti della

pena di morte: al variare dell'una, varia anche l'altra, ma non sappiamo quale sia tra i due elementi

la causa dell'effetto. Diverso il caso in cui abbiamo variabili che non possono essere influenzate da

altre: se abbiamo come variabili il genere e l'orientamento verso la pena di morte, difficilmente

possiamo pensare che il secondo influenzi il primo; dobbiamo partire dal fatto che, se il genere è la

causa, dobbiamo andare a verificarlo ma non può essere diversamente. Dunque, non si può ricavare

dalla semplice osservazione di una relazione concomitante, una relazione causa-effetto: per fare ciò

serve un'analisi multivariata.

TIPI DI VARIABILI

Le variabili possono essere di tre tipi: nominali, ordinali e cardinali

Nominale: consente di classificare individui o oggetti assegnandoli a diverse categorie o modalità

della variabile considerata.

Ordinale: consente di disporre i casi lungo un continuum, stabilendo però differenze di grado tra le

diverse classi.

Cardinale: consente di stabilire se un caso ha più o meno della proprietà misurata.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia e scienze criminologiche per la sicurezza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martolino.kokky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca sociale e dell'indagine criminologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof De Luigi Nicola.

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