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DEFINIZIONE DI ARCHEOLOGIA

“discorso sulle cose antiche”

ARCHEO-LOGIA: = è il sapere tutta l’antichità. È una disciplina

umanistica che si occupa del passato dell’uomo, dunque della storia come dell’arte, e lo fa a

partire dalla cultura materiale.

Archeologia= senza confini: 1) il sottosuolo del nostro

pianeta è una fonte inesauribile di manufatti e

l’archeologia non ha confini cronologici, limiti di tempo, si

può fare archeologica (ricostruire il passato) a partire da

resti preistorici, medievali, moderni… 2) un’indagine non

chiude le porte dopo aver trovato ciò che cercava, ma deve

aprire una nuova ricerca, stimolare altre idee e obbiettivi

(essenziale sotto questo punto di vista è la pubblicazione

dovere).

delle ricerche e dei risultati dell’archeologo, è un

Per questo l’archeologia ha uno sviluppo circolare e

come tale è infinita. (gioca con il

Spesso l'archeologo, nell’immaginario comune, è visto come un disturbatore della quiete dei morti

tempo) (“cose meravigliose”);

e un cacciatore di tesori ad alimentare questa concezione dell’archeologia un ruolo

centrale lo occupa la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922, una storia che ha come protagonista 3

uomini e 2 zanzare. Il primo, ovviamente, è Tutankhamon, faraone della 18° dinastia (1334-1325 a.c.) che salito al

potere ripudia l’eresia del culto di Aton del padre per tornare al culto di Amon, per questo cambia il nome

Tutankhaton. È figlio di Akhenaton e Tiye, fratello e sorella, e questa probabilmente è la causa della fragilità del suo

corpo; soffriva per es di piede equino e senza un bastone gli era impossibile camminare (trovati in abbondanza

nella tomba), inoltre che poco prima di morire si era fratturato un osso della gamba sinistra, forse per una caduta,

ma ciò che lo ha portato alla morte sarà la malaria contratta a causa della puntura di una zanzara (ed ecco la

prima zanzara della nostra storia). Gli altri 2 uomini della storia sono gli scopritori della tomba: Carter e Lord

Carnarvon, al quale si deve la geniale trovata di documentare passo dopo passo la scoperta, grazie alla

partecipazione del fotografo Henry Burton; una mossa vincente, per portare l’archeologia al grande pubblico e

“perdita di innocenza dell’archeologia

ricavare fondi, che sancisce la ”. L’immensa tomba conteneva davvero “cose

meravigliose”, come disse Carter quando si trovò di fronte una mole impressionante di oggetti preziosi, dai più

piccoli e raffinati gioielli alle monumentali statue guardiane; un vero esempio di deposito archeologico conservatosi

intatto fino a noi, proprio perché è rimasto un ambiente sigillato in cui nessuno è più entrato per migliaia di anni.

Aperta la camera funeraria il sarcofago del faraone era come un’enorme matrioska, 4 sarcofaghi uno dentro l’altro

dalla preziosità e raffinatezza crescente; si sono persino trovati 2 piccoli sarcofaghi con feti mummificati,

probabilmente i figli che il faraone ebbe con la sorella. Ad alimentare l’entusiasmo della gente, oltre alla grande

pubblicità che venne fatta e che portò alla così detta Tutmania, contribuì soprattutto la maledizione. Poco prima

di aprire la camera funeraria, Lord Carnarvon muore per la puntura di una zanzara (ecco la seconda) e in seguito

anche il suo cane e 21 persone; ecco che la voce si sparge: i profanatori della tomba sono destinati a morire tutti,

anzi, stanno già morendo! Ovviamente non ce alcuna connessione tra i decessi, tutti muoiono in tempi e modi

diversi, e soprattutto Carter, il vero profanatore, morirà a 64 anni di morte naturale. Comunque, una scoperta che è

anche un perfetto esempio dell’archeologia come senza confini: le indagini sulla tomba continuano anche a

distanza di molti anni, perché da un lato molte domande sono rimaste senza risposta, dall’altro i nuovi sviluppi

delle tecnologia e dell’archeologia fanno nascere nuovi quesiti, ciclicamente; in primis le analisi del DNA o anche la

recente scoperta del pugnale del faraone, un’arma di ferro che sicuramente non poteva essere stata prodotta

all’epoca dato che ancora non si conosceva la lavorazione del metallo! Ecco allora che le nuove ricerche condotte

tramite i raggi X hanno dimostrato l’origine meteorica di quel ferro. Un’ultimissima novità riguarderebbe le

presunte stanze nascoste.

ARCHEOLOGIA VS FONTI SCRITTE solo

Essendo l’archeologia sapere tutta l’antichità, chi si occupa delle fonti scritte non può

essere considerato un archeologo. Non esiste una scala di valori dei manufatti, l’iscrizione e il

coccio ci parlano entrambi, semplicemente dicono cose diverse e la bravura dell’archeologo

sta nel fare parlare il coccio tanto quanto lo scritto. Ciò nonostante, a lungo è durato il primato

delle fonti scritte su quelle materiali. Alcuni come Schliemann si basano, per le loro ricerche, sulle fonti

scritte; l’imprenditore tedesco riuscì di fatto a trovare la città scomparsa di Troia (a Hissarlik 1871-90) seguendo

Omero (l’Illiade); dopo Schliemman, inesperto del metodo stratigrafico, altri archeologhi più capaci (Wilhelm

Dorpfeld, William Blegen…) hanno continuato gli scavi portando alla luce ben 10 città sovrapposte e si ritiene che

Troia VI o VII sia quella “omerica”. Addirittura, gli scavi più recenti di Korfmann hanno aperto un’interessante pista:

Altri invece scavano principalmente per

Troia non sarebbe una città di cultura greca ma anatolica (ittita).

trovare fonti scritte, primo fra tutti Paolo Matthiae, scopritore di Ebla (Tell Mardikh); in una zona periferica

Ma non sempre

del palazzo reale G verrà trovato il famoso archivio di tavolette in scrittura cuneiforme (1974).

le fonti scritte sono attendibili, e spesso deformano la realtà; le fonti scritte dicono quello che

chi le ha scritte vuole che venga detto. Ecco allora che l’archeologia diventa lo strumento

per smascherare le fonti scritte. Oltre ai casi in cui fonti scritte e fonti archeologiche non

combaciano, ci possono essere casi in cui le discrepanze si trovano fra fonti scritte e fonti

scritte. Un buon esempio è quello della città di Ravenna; dalla piccola Ravenna quadrata di origine romana, si

amplia notevolmente una volta divenuta la capitale, fino a comprendere anche la città portuale di Classe e Cesarea

(courbazione). Dopo un periodo molto fiorente, nel 6/7° secolo il porto di Classe smette progressivamente di

funzionare e la città muore; ma lo stesso Andrea Agnello, che aveva ufficializzato la morte di Classe, scriverà

successivamente che l’esercito ravvennate comprendeva anche il battaglione di classe. Perciò Classe non era

morta e lo testimonia anche il ritrovamento di una piccola officina e altre tracce di frequentazione; infatti, a parte

rari casi come Pompei, una città non muore improvvisamente, la sua vita continua anche se in piccole forme.

Infine, ci sono casi in cui le fonti scritte non documentano tutto e quindi spetta all’archeologia

completarle. Spesso infatti la storia è storia battaglia o storia degli avvenimenti, cioè la

storia fatta dai vincitori, che non tiene traccia dei vinti, delle masse comuni; e per le masse la

storia non può essere fatta se non sulla base della cultura materiale. Ecco dunque che nel

corso del 900 si viene a creare l’idea che si può fare storia/narrarla anche a partire dagli

oggetti materiali e non solo da fonti scritte o orali.

L’IMPORTANZA DEL CONTESTO E CENNI DI STORIA DELL’ARCHEOLOGIA

Il contesto è essenziale per comprendere i manufatti. Per contesto si intende:

situazione circostanze

1) la e le in cui un oggetto o un gruppo di oggetti è stato rinvenuto

(tutti oggetti che sono riferiti alla stessa situazione/circostanza).

2) l’insieme dei reperti archeologici (manufatti ed ecofatti) individuati nell’ambito di una

stessa unità di raccolta (N.B. l’unità di raccolta più piccola è lo strato).

Importanti sono soprattutto le relazioni che l’oggetto intrattiene con gli altri; se ad es di

una serie di vasi recuperati da una tomba si portano via tutti tranne 1, quell’unico vaso senza

gli altri non potrà mai essere datato; senza contesto si brancola nel buio. Spesso però

all’archeologo arrivano solo frammenti/tracce di contesto e sta a lui ricostruirlo; potremmo

sotto questo punto di vista parlare dell’archeologia come semeiotica: maniera di affrontare il

È la scienza dei detective

sapere che parte da indizi/tracce per arrivare al sapere assoluto. . Un

Future Anterieur

brillante esempio dell’importanza del contesto ce lo fornisce la mostra : il mondo di oggi è stato

distrutto, per poi essere riavviato da una civiltà futura del 4000 a.c sulla base dei resti. Ma ecco che, senza il

contesto originario, uno stampo per torte e un tappo di bottiglia, avendo forma simile, hanno la medesima

funzione; semplicemente cambia la grandezza e quindi le porzioni. È il tipico errore della comparazione.

Nonostante la sua importanza, l’attenzione al contesto nasce abbastanza tardi, e in primis nei

paesi scandinavi o inglesi dato che, a differenza del territorio italiano-mediterraneo famoso

(siti particolari,

per essere un “paesaggio con rovine” che hanno una dimensione

monumentale), essi avevano soprattutto a che fare con la terra e piccoli manufatti. Agli inizi,

poco importava il contesto, basti pensare che l’antiquario era l’antenato dell’archeologo

e nel 1600, quando fu inaugurato uno dei primi musei della storia (nella casa dell’antiquario

Ole Worn in Danimarca) l’unica cosa importante era stupire, meravigliare, stravolgere,

l’horror vacui. stanze delle meraviglie

sconfiggere Erano le così dette Wunderkammer o ,

dove gli oggetti e i manufatti più svariati venivano accumulati senza ordine o criterio alcuno.

Nonostante tutto, ci sono stati antiquari che hanno portato alla nascita dell’archeologia; come

John Aubrey, che girava per i territori con in mano delle mappe su cui poi si annotava ogni

osservazione, metteva simboli e descrizioni, dunque ci forniva tutti gli attrezzi per capire cosa

stiamo guardando. A cavallo tra 800 e 900 i personaggi di maggiore spicco, grazie ai quali ci

si avvicinerà sempre più al modo di fare ricognizione moderno, furono Lanciani e Ashby, i

wonderer

così detti “ ” della campagna romana, che da soli (diversamente dalle moderne

vagabondavano

ricognizioni) documentando le evidenze archeologiche su carte geografiche

esattamente come Aubrey, e dunque facevano archeologia a tutti gli effetti. In realtà, però,

fino agli anni 60 non si può parlare di vere e proprie ricerche di archeologia dei paesaggi, ne

progetti

di di ricognizione perché fino ad allora si trattò principalmente di iniziative prese

singolarmente da questo o quello studioso, con caratteri e contenuti tematici/circoscritti. Ecco

South Etruria Survey,

quindi che in pieno 900 Perkins dirige il nel quale si assiste per la

prima volta a ricerche di un estremo rigore metodologico; nel corso di un ventennio quasi

tutta la campagna a nord di Roma fu sottoposta a ricognizione, più di 2000 siti archeologici

furono censiti e decine di scavi furono intrapresi. Può dirsi nata l’archeologia dei paesaggi

come “disciplina moderna”, volta a ricostruire l’evoluzione dei paesaggi nel corso del tempo.

programma

Contemporaneamente riprende forza il di edizione della Carta Archeologica

Forma Italiae

d'Italia (nato nel 1881), un progetto noto anche come e finalizzato alla

redazione di un vero e proprio catasto archeologico sulla base delle tavolette IGM, utile per la

ricerca storica ma in primis per la tutela. Un progetto oggi finanziato dall'università di Roma

La Sapienza.

I 3 SAPERI DELL’ARCHEOLOGO: 3 sono i saperi dell’archeologo perché 3 sono i modi in

cui estraiamo/recuperiamo i nostri dati, sia sul campo che in laboratorio:

sapere topografico

- Il (ricognizione)

sapere stratigrafico

- Il (lo scavo)

sapere tipologico

- Il (classificazione in laboratorio)

LA RICOGNIZIONE (SAPERE TOPOGRAFICO)

La ricognizione è un’indagine sul territorio al fine di identificare il maggior numero possibile di

siti archeologici e percorsi (unità topografiche).

Ci sono 4 tipi di ricognizione, ovviamente differenti impostazioni

4 TIPI DI RICOGNIZIONE:

portano a una diversa documentazione; queste tecniche non si escludono a vicenda e

possono convivere all’interno degli stessi progetti.

1) Ricognizione sistematica: è un'ispezione diretta dei territori coltivati fatta in modo

uniforme;

da garantire una copertura quest'ultimo aspetto viene perseguito

suddividendo il territorio e i ricognitori in squadre che lo attraversano per linee parallele

e a intervalli regolari. Questa tecnica tende a produrre grandi quantità di siti costituiti

da aree dei manufatti.

2) Ricognizione selettiva: Un'indagine sul territorio che non mira a coprire

completamente la zona prefissata ma si concentra nelle aree più promettenti; in genere

particolari

portano alla scoperta di siti (monumentali).

3) Ricognizione sotto la superficie: condotta tramite indagini geognostiche e sondaggi.

Le indagini geognostiche consentono, analizzando le proprietà fisiche (prospezione

geofisica) e chimiche (prospezione geochimica) del terreno e sulla base di determinate

anomalie di queste, di rilevare la presenza e le caratteristiche di tracce archeologiche

resistività

nel sottosuolo. Per es, una elettrica o anomalie nell’intensità-orientamento

(magnetometria)

del campo magnetico indicano strutture murarie sepolte; spesso però

le anomalie sono dovute a particolari conformazioni del sottosuolo, per questo tale

tecnica è utilizzata non nella localizzazione di nuovi siti ma per precisare i confini e le

articolazioni interne dei siti già individuati; un altro limite è che la magnetometria

restituisce i resti dell’ultima fase di un sito, manca la visione temporale. I sondaggi

sono piccoli scavi disposti a distanze regolari, non condotti stratificamente ma rivolti

solo al rinvenimento di manufatti. È una ricognizione utilizzata in zone di scarsa

visibilità di superficie, come foreste e pascoli.

4) Ricognizione indiretta: Condotta senza l'ausilio dell'uomo, tramite soprattutto

fotografie aeree. È particolarmente utile nel riconoscere tracce lineari sul territorio e

per comprendere l'articolazione interna dei grandi siti come città, dunque consente di

particolari.

localizzare i siti :

PROGETTAZIONE DELLA RICOGNIZIONE SISTEMATICA

A. Raccolgo le informazioni già disponibili sul territorio da indagare (bibliografia,

cartografia, siti noti…).

B. Definisco l’ambito geografico (contesto) di interesse (che presuppone anche

pratica

l’ambito cronologico; P.S. nella la ricognizione è diacronica, ma nella

progettazione è necessariamente circoscritta all’epoca che deve rispondere alle mie

in ogni caso

domande storiche; ovvio nel contesto della tutela è diacronica).

C. Stabilisco le modalità della raccolta dati: l’intensità con cui un territorio deve essere

indagato e dunque imposto anche la campionatura.

D. Nel mentre faccio anche osservazioni sul paesaggio (visibilità).

E. Fisso i tempi e i modi della ricerca.

: Al di la degli attrezzi, l’archeologo ha anche degli

DOCUMENTAZIONE CARTOGRAFICA

strumenti, tra questi ci sono le carte (e la precisione). In generale la cartografia usata

nell'ambito di una ricerca è al tempo stesso supporto per la ricerca, ovvero una guida durante

la ricognizione, e strumento di conoscenza (quando è datata); sotto quest'ultimo aspetto si

parla di cartografia storica in quanto una carta topografica è, prima di ogni altra cosa, la

perfetta

rappresentazione del periodo in cui è stata edita e quindi può riportare città, strade,

toponimi… tutte cose che al giorno d’oggi potrebbero non esistere più o essere diventate

rovine (le carte storiche sono un’ottima fonte per capire dove scavare).

Fra le carte di progettazione vanno considerate anzitutto le carte topografiche dell'istituto

geografico militare (IGM), ovvero la Carta Ufficiale dello Stato Italiano. La serie IGM ha 3

ordini di grandezza: è costituita da 277 Fogli in scala 1 a 100 mila E al numero che

contrassegna il foglio virgola in alto, segue la denominazione della località di maggiore rilievo

presente nella carta; ogni foglio è diviso in 4 quadranti, in scala 1 a 50 mila, denominati con

numeri romani a partire dal riquadro a destra-alto, poi destra-basso, sinistra-basso e sinistra-

alto; infine, ogni quadrante è a sua volta diviso in 4 tavolette (in tot 3556), in scala 1 a 25

mila, che rappresentano le vere e proprie carte topografiche.

Esistono, sempre nell’ambito delle carte igm, altre scale come quelle 1 a 250 mila (12 fogli) o la carta 1

a 1 milione (una sola in Italia) che però per l’elevata scala hanno una minore importanza nella

prospettiva archeologica e sono usate raramente.

I problemi delle tavolette igm:

1) La scala ancora troppo elevata che causa non pochi problemi all’altro strumento

fondamentale dell’archeologo, la precisione. Non consentendo di collocare con

esattezza i punti relativi a un sito o struttura lineare, questi nelle carte igm sono

segnalati con dei simboli (annotati nella legenda). spesso.

2) Invecchiano e ovviamente non possono e non vengono rinnovate In compenso

le edizioni più vecchie di queste carte sono diventate cartografia storica.

Problemi che si possono aggirare. Infatti, sono state create carte con scala sempre più ridotta

come le CTR carte tecniche regionali, con una scala 1 a 10 m

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/10 Metodologie della ricerca archeologica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gine4600 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Augenti Andrea.
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