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Metodologia della ricerca archeologica Appunti scolastici Premium

Appunti di metodologia della ricerca archeologica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Chiesa dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Metodologia della ricerca archeologica docente Prof. F. Chiesa

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ESTRATTO DOCUMENTO

• l’intensità, cioè quante persone ho a disposizione, quanto sono distanti tra loro e quanto

è il numero dei paesaggi; secondo gli inglesi che hanno fatto una serie di esperimenti la

distanza ottimale tra ognuno è di 5metri;

• visibilità;

la

• condizioni del clima

le (stagione, tempo atmosferico, ora e luce);

• conoscenze dei ricognitori,

le infatti è meglio avere persone che conoscono ambiti

cronologici diversi.

Per visibilità si intende come il territorio si presenta, cioè quanto posso vedere i reperti archeologici

in superficie; ci sono molti elementi che limitano la visibilità come l’urbanizzato, i fenomeni

geologici che hanno creato le situazioni attuali e che hanno coperto i paleosuoli, la vegetazione; per

registrare il dato che determina la possibilità di registrare i dati archeologici ci creano delle scale di

visibilità che vanno da ottima a buona a pessima e a nulla: l’esito finale è una carta di visibilità in

cui sarà registrato il grado di visibilità del terreno.

Sul campo i ricognitori percorrono a distanza regolare il territorio e quando un ricognitore individua

una concentrazione di reperti archeologici maggiore di un minimo fissato, questi si ferma e registra

il dato; deve quindi posizionare cartograficamente il sito sulle carte catastali o sul GIS; una volta

posizionato si raccolgono i reperti.

Di solito si procede lungo le arature per mantenere una certa equidistanza, quando l’aratura non c’è

si posizionano dei paletti; la registrazione del sito e il suo posizionamento sono molto importanti

perché si è visto che l’attività di aratura tende a modificare la nuclearità del sito che man mano

viene distrutto dalle arature e tende a spostarsi dal luogo effettivo in cui si trovava; quindi

posizionare subito il sito e in alcuni casi posizionare reperto per reperto è una operazione basilare

per poi avere i dati per studiare ogni singolo sito e siti tra loro (tuttavia posizionare reperto per

reperto è un’operazione rara, si preferisce recuperare una campionatura di reperti più estesa).

Un documento importante è la scheda di unità di ricognizione per identificare l’area e che deve

essere compilata per ogni porzione di territorio a prescindere che sia stata trovata documentazione

archeologica o meno e, in caso positivo devo compilare la scheda di sito.

Importante è la definizione del sito, cioè stabilire se una concentrazione di reperti è un sito o no,

cioè se l’uomo ha vissuto lì stabilmente o si è trattato di un ritrovamento casuale; per definire sito

una concentrazione di reperti ci deve essere una concentrazione minima prefissata o su base

sito particolare

conoscitiva o sull’esperienza; si definisce ogni area archeologica con delle

non sito

evidenze monumentali; un o extra sito è invece tutto quello che non ha raggiunto la

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concentrazione minima di reperti e costituisce il “rumore di fondo”, cioè è l’ambito culturale in cui

si è mosso un uomo per un certo periodo di tempo.

La fase di registrazione dei dati si conclude qui; nel caso della campionatura devo elaborare i dati,

ma cmq anche nel caso della ricognizione sistematica devo dare delle risposte a delle domande

storiche; prima di tutto procedo a estrapolare come l’uomo nel corso del tempo ha occupato il

territorio; poi vado a indagare ogni fase antropica e interpreto per ciascuna come l’uomo ha

occupato il territorio e posso arrivare a porre la basi per lo scavo si siti specifici.

Il prodotto finale di questo lavoro sono carte archeologiche generali che ricostruiscono tutti i dati

archeologici in senso diacronico, cioè si tratta di carte di fase, distinte per fasi cronologiche e carte

tematiche che analizzano problema per problema; l’ultimo livello è costituito dalla carta del rischio

o della potenzialità archeologica (tutela) che ha lo scopo di difendere il patrimonio archeologico

scoperto da interventi infrastrutturali successivi, quindi i destinatari di queste carte sono gli enti

comunali e le soprintendenze.

Progetti GIS per la tutela e la valorizzazione dei beni archeologici

I dati provenienti da ricognizioni, scavi, foto aeree, possono confluire in un GIS (Geographical

Information Systems). Lo scopo è quello della semplice gestione del record archeologico e delle sue

possibili analisi spaziali che contribuiscono sia alla comprensione delle dinamiche insediamentali di

un determinato territorio sia allo sviluppo interno di un singolo sito.

Si tratta di un sistema informatico in grado di produrre, gestire e analizzare dati spaziali associando

a ciascun elemento geografico una o più descrizioni alfanumeriche; gli elementi grafici, che

rappresentano di fatto oggetti geografici, sono georeferenziati, cioè posizionati sulla base di

coordinate geografiche note; nei sistemi GIS gli elementi geografici sono visualizzati e ordinati per

mezzo di temi definiti da simboli quali punti, linee, poligoni, per questo si parla di temi puntuali,

poligonali e lineari.

Le finalità di un GIS sono diverse: è sia un contenitore di dati, sia un mezzo di consultazione che

uno strumento di analisi, infatti i dati possono essere analizzati, ottenendo così dei risultati che a

loro volta rientreranno nel contenitore di dati e potranno poi essere analizzati di nuovo; esso

permette la costruzione e consultazione in tempo reale di modelli di analisi delle informazioni (es.

costruzione di carte di fase), a seconda dei fabbisogni informativi dell’utente.

Il GIS in archeologia può essere un GIS territoriale o un GIS di scavo. Sia il GIS territoriale che il

GIS di scavo hanno: 22

• base cartografica;

una la cartografia di base di un progetto GIS è costituita da immagini

raster oppure vector (vettoriali): in una cartografia raster una linea è definita da una serie

di punti (dot) collegati tra loro a cui sono attribuite delle coordinate, invece in una

cartografia vettoriale la medesima linea è identificata dalle coordinate X, Y, Z dei suoi

punti di inizio e di fine

• database

un strutturato secondo le proprie esigenze: esso ha il vantaggio della facilità

della gestione, i dati sono quantitativamente e qualitativamente superiori e consente

tempo reale e complesse

elaborazioni in (automatizzazione di passaggi tradizionalmente

considerati dispendiosi in termini di tempo e energie). Devo sempre potere aggiungere

dati nuovi e di diverse tipologie (architettura del dato aperta).

schemi complessi

Il modello relazionale permette la strutturazione di che rispecchiano la

realtà della ricerca; è costituito da una o più tabelle che contengono tutti i dati necessari.

Ciascuna ricorrenza dei dati (detta record) viene memorizzata in una sola tabella, ma è

tabella relazionata.

comunque possibile accedere a tali dati da qualsiasi altra La tabella

è intesa come un archivio costituito da campi (colonne) e righe (record), mentre la

relazione è un legame fra due tabelle attraverso un campo, detto chiave o identificatore,

che contiene valori comuni.

Un sistema informativo è basato su un database cartografico elaborato in Access in cui le

informazioni sono strutturate in:

• scheda di sito che contiene le caratteristiche geomorfologiche del sito ed è una

sola;

• scheda di unità archeologica (possono essere più di una).

• media

l’archivio è costituito da foto digitali, disegni dei materiali e ricostruzioni 3D; le

immagini acquisite sono divise in cartelle a seconda delle tipologie e sono contenute su

un supporto CD, da inserire nel PC al momento.

La base cartografica, il database e l’archivio media costituiscono la piattaforma GIS e i programmi

utilizzati sono ArcView (ESRI) e geocoding per il PC Windows, mentre MacMap per Mac.

Come si procede per realizzare un GIS? Prima di tutto bisogna importare la cartografia che può

essere costituita dalla Carta Tecnica Regionale 1: 10000, soprattutto per il GIS territoriale, mentre

per il GIS di scavo possiamo avere planimetrie di scavo in scala 1:20 o 1:10; poi sulla cartografia di

base bisogna indicare il sito attraverso un punto, una linea o un poligono. Quindi è necessario creare

il database in Access che viene collegato al punto relativo al sito grazie al join.

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Oltre a essere utilizzato proficuamente a livello di singolo sito (permette di gestire tutti i dati

raccolti durante lo scavo stratigrafico e nel contempo rende possibile la loro archiviazione e

consultazione), a livello territoriale il sistema sarà in grado di gestire sia analisi di rischio

archeologico (carta del rischio archeologico) mediante la localizzazione esatta delle aree di vincolo,

sia ipotesi di ricostruzione del popolamento antico nelle sue linee principali, tramite la

visualizzazione del disporsi degli insediamenti, delle aree di sepoltura, del sistema viario e così via.

I sistemi GIS possono essere utilizzati come utile supporto alla pianificazione delle campagne di

survey archeologica, per esempio per definire il diverso grado di visibilità delle aree recognite, per

rappresentare la distribuzione dei reperti sulla superficie dei campi arati, per localizzare le aree

esplorate e quelle ancora da indagare. 24

SECONDO MODULO­ L’ARCHEOLOGIA DA CAMPO.

l’archeologia da campo comprende due grandi sezioni che sono tra loro collegate e complementari,

cioè: • lo scavo che ci permette di conoscere un determinato sito archeologico; esso offre molte

informazioni su una piccola parte di un sito e può farlo una volta sola, mentre la

• ricognizione (survey) ci fornisce relativamente poche informazioni, ma su una grande

quantità di siti, quindi su un territorio più vasto e può essere ripetuta; la ricognizione

prevede l’analisi di più siti entro un contesto unitario, il paesaggio e mostra come esso si

organizzava nei vari periodi dell’antichità e l’arco di tempo in cui si è sviluppata l’attività

umana (a questo scopo sono importanti le carte di fase).

Sia lo scavo stratigrafico che la ricognizione prevedono una attività preliminare e una impostazione

metodologica molto simili; lo scavo e la ricognizione non sono azioni a sé stanti, ma fanno parte di

un contesto di ricerca che parte dalla domanda iniziale, alla base di entrambe infatti vi è una fase di

ricerca in cui è sorta una domanda che deve trovare soluzione con lo scavo o la ricognizione.

Infatti partendo dalla domanda devo formulare un’ipotesi e ricercare quegli elementi che mi

permettono di convalidare o falsificare questa ipotesi e a questo scopo devo effettuare uno scavo o

un’indagine di survey ed è meglio se vengono effettuate entrambe. scavo o ricognizione

Sia lo scavo stratigrafico che la ricognizione hanno due impostazioni: vi è lo

di urgenza: si ha quando occorre intervenire in occasione di un evento che ha intaccato strati

archeologici; avviene ad opera delle soprintendenze competenti per territorio che hanno soprattutto

compiti di tutela.

Accade soprattutto in occasione di grandi opere come il tracciato dei treni per l’alta velocità, la

costruzione di grandi complessi residenziali o anche costruzioni minori; nel caso di grandi opere è

obbligatoria una valutazione di impatto archeologico che integra quella di impatto ambientale.

ricerca scientifica

La risponde alle esigenze del ricercatore e nasce quando il confronto tra la

situazione che sta osservando e il patrimonio delle sue conoscenze porta non a una conferma di ciò

che è noto, ma a una contraddizione; quindi la ricerca nasce per risolvere questa contraddizione e il

ricercatore pone la domanda che dà origine alla ricerca.

In ogni caso la ricerca trae origine da una domanda o meglio da una serie organizzata di domande e

ha lo scopo di risolvere la contraddizione iniziale. Protagoniste della ricerca scientifica in Italia

sono soprattutto le università e gli enti di ricerca; cmq qualunque sia la motivazione iniziale di uno

scavo, questo deve essere condotto con i medesimi criteri di rigore scientifico.

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Lo scavo d’urgenza, una volta terminata la fase di pericolo del sito, può poi trasformarsi in uno

scavo di ricerca; esso avviene dividendo il bacino archeologico in quadrati in modo poi da ottenere

durante lo scavo una sezione trasversale e longitudinale delle unità stratigrafiche, di cui verranno

fatti anche i rilievi.

Circa le fasi dello scavo, prima di impostare il progetto di scavo, ma anche quello di ricognizione,

occorre conoscere tutto quanto è già noto sull’argomento, consultando:

• Fonti scritte:

• Fonti classiche;

• Letteratura specifica precedente;

• Archivi.

• Tradizione orale:

• Memoria di un ritrovamento;

• Toponimo esatto;

• La cartografia:

• Cartografia storica;

• Carte IGM

• Carte tecniche regionali;

• Mappe catastali;

• Carte geologiche e pedologiche;

• Carte archeologiche;

• Cartografia numerica;

• Le prospezioni fisiche già note

• La documentazione fotografica:

• Foto d’archivio;

• Foto aree;

• Foto da satellite;

• La documentazione iconografica:

• Stampe antiche del sito;

• Dipinti e disegni. 26

È necessaria la formazione di un equipe pluridisciplinare che collabora fin dall’inizio con

l’archeologo direttore del progetto (quindi anche i risultati interesseranno discipline diverse); egli

individua lo scopo specifico del progetto, cioè pone la domanda di base e formula l’ipotesi da

verificare. Sulla base dello scopo specifico, ciascuno dei membri dell’equipe propone il proprio

campo d’indagine, corrispondente alle sue specializzazioni e quindi formula le domande cui lo

scavo o la ricognizione devono rispondere; in tal modo si ottiene il questionario della ricerca, diviso

per argomenti, ma comune a tutta l’equipe. Il questionario si trasforma in una serie di schede

normalizzate con risposte predeterminate, che vengono compilate sul campo.

Sul campo, prima di procedere allo scavo bisogna innanzitutto scegliere il luogo di scavo mediante

l’analisi del terreno e le prospezioni che permettono di vedere cosa si trova sotto terra senza dovere

ricorrere allo scavo; poi bisogna fare l’analisi del sito (quindi bisogna avere delle conoscenze

pregresse e delle conoscenze sul sito stesso) e segnare il “punto zero” sulla carta IGM.

Dopo queste operazioni preliminari sia sul terreno che sulla carta è necessario impostare la

quadrettatura e infine bisogna scegliere le tecniche di scavo che fino a poco tempo fa erano diverse,

mentre oggi su tutti gli scavi archeologici si utilizza lo scavo stratigrafico.

Circa una breve storia dei metodi di scavo:

primi scavi

I consistevano nel “liberare dalla terra” gli oggetti artistici del passato; dal

Rinascimento con la “riscoperta” dell’antico e poi, con gli scavi sul palatino e nel Foro e infine con

la scoperta di Pompei, iniziarono in Italia i primi scavi, che si proponevano di riportare in luce, di

“disseppellire” le antichità del passato.

Nel 1800 nascono i primi scavi stratigrafici in funzione della cronologia: tra i primi ad applicare il

nuovo metodo furono gli archeologi preistorici; anche un archeologo classico, Giacomo Boni,

impostò secondo questo metodo gli scavi del Foro Romano.

preistoria

Fino al 1970 ­ In si assiste a scavi stratigrafici per saggi e per tagli: gli scavi preistorici

seguono gli strati, ma danno importanza soprattutto alla stratigrafia verticale, che permette di

leggere la loro successione e quindi la loro cronologia. Si procede in generale per “tagli”, che

mettano appunto il luce la successione degli strati e per “saggi” con funzione diagnostica.

Si hanno quindi sequenze cronologiche abbastanza precise, ma poche piante, a causa dell’area

indagata troppo ristretta. Nei saggi inoltre si scendeva di un numero determinato di centimetri per

volta, non tenendo conto che in tal modo gli strati venivano tagliati e i loro materiali mescolati e

quindi le cronologie confuse. 27

archeologia Classica:

Fino al 1970 ­ In lo scavo segue l’andamento delle strutture architettoniche e

il profilo delle tombe. Le operazioni di scavo quindi seguono i muri o il perimetro delle tombe,

isolando così i monumenti dai loro contesti stratigrafici.

Gli innovatori del XIX e XX secolo:

Il generale Augustus Lane­Fox Pitt­Rivers condusse scavi in modo sistematico e in particolare

diede importanza a tutti i singoli reperti rinvenuti e non solo a quelli considerati opera d’arte che

quindi avevano molto valore sul mercato; curò in particolare la precisione nella documentazione.

metodo Wheeler

Negli anni ‘30­’50 si sviluppò il (1890­1976): Sir Mortimer Wheeler, anch’egli

militante nell’esercito britannico, impostò lo scavo per quadrati. In genere la misura adottata fu di

quadrati di m5x5 intervallati da una zona di 1 metro non scavata e da conservare come testimone. Il

metodo, che curava in particolare le sezioni e quindi la successione degli strati sulle quattro pareti

del quadrato, ebbe un grande successo e venne generalmente applicato sui più importanti cantieri.

Tuttavia questo scavo pone una serie di problemi: prima di tutto i testimoni venivano lasciati in loco

per eventuali studi futuri, ma essi non sono eterni, infatti essendo in terra non potevano resistere a

lungo; poi questi quadrati andavano sempre più in profondità, diventando così pericolosi. Quindi i

testimoni si degradavano e quindi si avevano delle sezioni con buchi in mezzo, infatti era difficile

mettere insieme due sezioni di blocchi diversi; quindi sia le sezioni che le piante erano molto

lacunose proprio a causa dei testimoni, ma anche i ritrovamenti non erano completi per le

interruzioni imposte dai testimoni (ad esempio non si poteva scavare completamente la pianta di un

edificio)

scavo per “plana”

Lo fu teorizzato alla fine degli anni ’60 da Carl­Axel Moberg, archeologo

svedese, che proponeva di scavare sempre per piani successivi, facendo accuratissimi rilievi. In tal

modo gli strati venivano tagliati e confusi.

La ricostruzione degli strati reali in laboratorio, sulla base dei rilievi risultava però molto

difficoltosa. Questo metodo ebbe una certa fortuna in ambito mitteleuropeo.

scavo in estensione:

Negli anni ‘50 ­ ’60 si sviluppò invece lo il metodo Wheeler, con i testimoni

risparmiati, rendeva difficile la lettura delle strutture sepolte, per questo alcuni archeologi, tra i

quali soprattutto Philip Barker, proposero lo scavo per grandi aree, senza più saggi e trincee, che

permetteva di leggere in pianta per intero le strutture. I testimoni si assottigliarono e pian piano si

scavarono completamente, rilevando gli strati man mano che si toglievano.

Naturalmente restarono importanti le stratigrafie verticali, ma collocate in punti strategici e

comunque si idearono piante e sezioni cumulative. La quadrettatura del terreno era ormai un

metodo irrinunciabile per ancorare le piante al terreno, ma divenne soltanto un reticolo geometrico,

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evidenziato solamente da picchetti e fili collocati sopra l’intera area di scavo; in più il reticolo

geometrico non era più basato su misure standard, ma esse erano adeguate all’area di scavo.

stratigrafica

Dagli anni ‘70 ad oggi è nata e si è diffusa su tutti gli scavi l’archeologia di Edward

C. Harris; in Inghilterra avvenne quindi l’ultima grande innovazione, in parte operativa, relativa

cioè alla impostazione delle tecniche di scavo, e in parte teorica. Era stato introdotto, da parte di

Harris, il concetto di “unità stratigrafica”: lo strato è un oggetto unitario, che va considerato in sé, e

che non deve essere manomesso e tagliato, ma scavato unitario nella sua completezza.

Il metodo dell’archeologia stratigrafica di Edward C. Harris in Italia fu diffuso e pubblicizzato da

Andrea Carandini (Storie dalla terra, prima ed. De Donato, Bari 1981).

stratigrafica

L’unità costituisce l’elemento base di un contesto stratificato, ed è appunto, una

unità: deve essere riconosciuta e scavata nella sua completezza, senza intaccare le US vicine.

Appare omogenea, dotata di caratteristiche proprie, che permettono di distinguerla dalle altre,

soprattutto consistenza, colore, matrice.

Le US hanno un volume, una larghezza e altezza massima e una superficie, chiamata interfaccia,

una superficie di discontinuità che differenzia una US dall’altra; esse possono avere origine

antropica o naturale. Possono inoltre essere positive che hanno una loro consistenza o negative che

invece sono dei tagli (ad es. il taglio di un buco di palo, il taglio di fondazione di un muro). Queste

ultime sono prive di consistenza fisica, e formate da semplici superfici.

Il contesto archeologico stratificato è costituito da insiemi di unità stratigrafiche preesistenti al sito

da indagare (stratigrafia geologica), da insiemi formatisi durante la vita delle comunità che lì

risiedevano (processi deposizionali) e da insiemi formatisi dopo l’abbandono (processi

postdeposizionali).

contesto stratificato

Un è quindi il risultato di periodi di deposito/ accumulo, erosione/distruzione,

movimento/trasporto e le cause della formazione Possono essere sia naturali sia umane.

Lo scavo distrugge: si tratta del momento più delicato, poiché è un’azione distruttiva e necessità

quindi di una grande attenzione.

Come si procede:

1. togliere l’humus superficiale su un’area prestabilita (Settore di scavo); quindi compariranno varie

“macchie” di colore diverso che devo delimitare e queste saranno le mie unità stratigrafiche, infatti

poi occorre 29

2. individuare in pianta le facce superiori delle unità stratigrafiche;

3. fare le foto e il rilievo della superficie individuata, evidenziando le US;

4. impostare una scheda di US, da compilare man mano che lo scavo procede;

5. iniziare lo scavo di ogni singola US cominciando dalla più recente procedendo verso la più

antica; la cronologia degli strati è infatti prima di tutto basata sulla successione spaziale, poi devo

considerare che se uno strato taglia un altro strato, il primo è più recente del secondo e che ciò che

riempie il taglio è ancora più recente; devo anche considerare che se uno strato si appoggia a un

altro, il primo è più recente.

Per potere determinare la cronologia degli strati è importante la legge di sovrapposizione secondo

cui di due depositi, considerati nelle loro condizioni originarie, lo strato superiore è più recente di

quello inferiore; si tratta di una legge concernente la datazione relativa di ciascuna coppia di strati

posti in diretto contatto fisico. La stratigrafia è però più complessa e i rapporti stratigrafici,

individuati dall’Harris, che possono intercorrere tra le varie US sono.

È UGUALE A

SI LEGA A

COPRE/ È COPERTO DA

TAGLIA/ È TAGLIATO DA

RIEMPIE/ È RIEMPITO DA

GLI SI APPOGGIA/ SI APPOGGIA A

6. poi bisogna procedere “smontando” le US nell’ordine inverso a quello della loro formazione.

7. nel caso lo strato sia molto spesso, all’interno della singola US si può procedere per tagli

successivi, seguendo l’andamento delle componenti interne

8. raccogliere tutti i materiali rinvenuti in contenitori in cui devono essere riportati il numero della

US e degli eventuali tagli, la sigla corrispondente al sito e agli altri dati.

cantiere di scavo,

Circa il qui la parte teorica dell’Archeologia lascia il posto ad un settore quasi

imprenditoriale; Per aprire un cantiere occorrono:

• precisi accordi con le soprintendenze archeologiche;

• la concessione rilasciata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali agli enti di

ricerca, cioè all’ente che deve condurre lo scavo, come ad esempio le Università;

• Il decreto di occupazione temporanea del terreno e l’accordo con i proprietari (nel caso

in cui il terreno non sia demaniale il decreto sarà rilasciato dalla sovrintendenza e

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l’ente che ha la concessione dovrà risarcire i danni, ad esempio nel caso di un mancato

raccolto);

• i fondi necessari per l’attrezzatura del cantiere e dell’acquisto degli strumenti

• i fondi necessari per gli operatori archeologici

Il cantiere di scavo non è molto diverso da un cantiere edile e deve obbedire alle medesime norme

di sicurezza.

Durante lo scavo e dopo lo scavo è necessario prevedere una accurata documentazione che

diario di scavo

comprende, primo tra tutti il in cui si annota quanto accade giornalmente e si fanno

schede

osservazioni, ipotesi e commenti, suggeriti dallo scavo stesso. Poi vi sono tutta una serie di

tra cui:

• Scheda di Sito che contiene tutte le altre schede, tra cui quella topografica e quella di

unità archeologica;

• Scheda di Settore in cui vengono descritte le caratteristiche di ogni settore; in più qui si

trovano la pianta del settore e una possibile ricostruzione dell’alzato;

• Scheda di Struttura in cui è registrato ogni elemento che è contenuto nel settore e che

contiene informazioni strutturali;

• Scheda di US (US negativa)

• Scheda di US (US positiva)

• Scheda dei Materiali

• Scheda di Documentazione Grafica fotografica

Poi ci devono essere anche una documentazione che comprende fotografie aree, foto

zenitali, foto dei particolari e infine una documentazione grafica che comprende piante, sezioni,

disegni dei materiali e così via.

I materiali rinvenuti sullo scavo vanno puliti, siglati, fatto l’elenco e archiviati, possibilmente

durante la campagna di scavo; devono essere conservati in appositi contenitori archiviati per anno di

scavo, settore, struttura, US. E’ consigliabile suddividere i materiali per categorie qualitative

(ceramica, bronzo, pietra ecc, materiali organici, campionature), ma i contenuti di ciascuna unità

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stratigrafica vanno conservati nello stesso contenitore o in più contenitori, con la medesima

etichetta.

Principi di stratigrafia

Il processo di stratificazione archeologica è un processo di erosione e di accumulo e può essere

causato da:

• Forze naturali;

• Attività umane;

Stratificazione composta di depositi e di interfacce che, una volta create, possono essere alterate o

distrutte nella prosecuzione del processo di stratificazione; quindi una volta che l’US si è formata,

essa è soggetta, da allora in poi, solo ad alterazione o deperimento, non può essere ricostituita.

Tre fattori determinano l’accumulo involontario di resti culturali mediante il processo di

stratificazione archeologica:

• Superfici di terreno già esistenti

• Forze della natura

• Attività umane

Quando la deposizione dello strato è lasciata alla natura, la sua superficie tenderà ad essere

orizzontale e ad assottigliarsi alle estremità; strati artificiali derivano da scelte di natura culturale

(terra modellata secondo la volontà dell’uomo). Esistono tre classi di US archeologiche:

• Strati di materiali depositati

• Elementi che tagliano gli strati

• Elementi costituiti da costruzioni intorno alle quali si sono poi formati gli strati

I materiali per la costituzione degli strati naturali possono essere trasportati dall’uomo o dalla

natura; i materiali per lo strato di origine antropica sono interamente trasportati dall’uomo e la loro

deposizione è regolata dalla volontarietà delle azioni umane. Esistono due tipi di strati artificiali:

• Quelli che vengono distesi su una determinata area (si accumulano secondo un normale

modello di sovrapposizione);

• Quelli che vengono innalzati sopra una superficie di terreno già esistente; si tratta di

strati verticali che costituiscono un tipo unico di stratificazione artificiale e non sono

confrontabili con alcuno strato geologico.

Strati naturali, antropici e verticali hanno in comune i seguenti elementi stratigrafici:

• Faccia o superficie originaria (superficie superiore originaria di uno strato)

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• Contorni delle superfici di strato (definiscono estensione nello spazio di ciascuna US

nella dimensione verticale e orizzontale)

• Rilievi delle superfici di strato

• Volume e massa

• Posizione stratigrafica nella sequenza stratigrafica

• Cronologia (tutte US create in una determinata epoca.

La stratificazione archeologica è costituita da una combinazione di interfacce e strati; uno strato e la

sua interfaccia, o superficie, costituiscono un fenomeno unitario, ma spesso è necessario distinguere

tra i due negli studi stratigrafici, poiché alcune interfacce sono determinate dalla distruzione di

strati, non dalla loro deposizione. Esistono due tipi di interfacce:

• Superficie di strato che può essere orizzontale (documentata su piante che dovrebbero

indicare i contorni delle superfici degli strati, quindi i limiti delle interfacce); verticale

(documentata mediante un disegno o prospetto)

• Superfici in sé: si tratta di interfacce formate dalla distruzione della stratificazione

preesistente ; sono US valide per sé stesse, dovrebbero ricevere un numero di strato e

avere il proprio insieme di rapporti stratigrafici con le altre US della stratificazione, i

propri contorni e rilievi di superficie. Possono essere:

• orizzontali,

Superfici in sé associate a strati verticali e

segnano i livelli ai quali alcune parti di tali depositi sono stati distrutti (si

presentano su siti con edifici in muratura o dove sopravvivono costruzioni in

legno); • verticali

Superfici in sé risultano dallo scavo di fosse;

l’interfaccia della fossa viene considerata come uno strato astratto e

documentata di conseguenza, mentre gli strati sul fondo della fossa verranno

messi in relazione con l’interfaccia. Essa può essere documentata in pianta

solo mediante il rilievo quotato dei livelli del suolo, poiché questi non sono

che superfici.

• Interfaccia di periodo equivale alla somma totale delle superfici che sono state livelli di

terreno in uso in uno stesso e unico momento; su ogni sito che presenta superfici in sé

verticali parti delle superfici di alcune interfacce di periodo saranno state distrutte e

queste aree possono essere definite come interfacce di distruzione.

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Le analisi successive allo scavo si dividono in due campi di studio, il primo è di carattere

stratigrafico e include le operazioni di correlazione, messa in fase e periodizzazione, l’altro analizza

i reperti mobili rinvenuti nello scavo.

La costruzione delle sequenze stratigrafiche e la loro divisione in fasi e periodi sono parte entrambe

dell’operazione di messa in fase, ma sono momenti o procedimenti separati; la sequenza

stratigrafica deve prima essere costruita e poi suddivisa. sequenza

Il fine primario dello studio della stratificazione di un sito è la costruzione di una

stratigrafica che può essere definita come la sequenza della deposizione di strati o della creazione

di superfici in sé su un sito nel corso del tempo; la sequenza stratigrafica sulla maggior parte dei siti

non coincide direttamente con l’ordine fisico della stratificazione che è indicato dalla sezioni.

Poiché le sequenze stratigrafiche sono astrazioni, esse possono essere esposte per iscritto o

attraverso diagrammi schematici (metodo del matrix di Harris).

Lo scavo stratigrafico mira a rimuovere gli strati nell’ordine inverso a quello in cui si sono deposti,

quindi con un piccolo sforzo le sequenze stratigrafiche nello stile del matrix di Harris possono

essere costruite via via nel corso dello scavo (diagramma costruito dall’alto verso il basso, cioè

dallo strato più recente verso il più antico, a imitazione del procedimento dello scavo stratigrafico).

L’operazione di messa in fase consiste di due parti, la prima è la costruzione della sequenza

stratigrafica e la seconda è la suddivisione di quella sequenza in fasi e periodi; la prima risulta dalle

correlazioni stratigrafiche, dallo studio dei rapporti di sovrapposizione e dall’applicazione della

legge di successione stratigrafica. La suddivisione della sequenza stratigrafica in fasi o periodi può

avere luogo nel corso dello scavo o in un momento successivo: gli strati e le interfacce vengono

raggruppati sulla base della loro posizione stratigrafica e di qualunque altro criterio rilevante, come

la somiglianza di reperti contenuti in parecchi strati differenti.

La periodizzazione della stratificazione deve contenere periodi di deposizione e periodi di non

deposizione, cioè ci saranno in alcune epoche varie attività edilizie, in altre la superficie di terreno

sarà utilizzata solo per le attività di vita quotidiana

Molte interfacce sono superfici di strati i quali contengono reperti mobili di ogni tipo; l’analisi di

questi reperti conferisce validità culturale, ambientale e cronologica al carattere della stratificazione

di un sito nel tempo e nello spazio. Le analisi di questi reperti devono basarsi sulla sequenza

stratigrafica del sito, poiché questa indica le posizioni i cui essi furono rinvenuti nei successivi

depositi. I tre tipi di rinvenimenti ricorrenti sono:

34

• Reperti in giacitura primaria: sono oggetti fabbricati più o meno nella stessa epoca di

formazione dello strato in cui sono stati trovati (strato e oggetto sono contemporanei);

• Reperti residui: sono oggetti fabbricati in un’epoca molto più antica di quella di

formazione del deposito in cui sono stati trovati; sono presumibilmente da considerarsi

ciò che resta dopo che, in un deposito, gli oggetti presenti in giacitura primaria, siano

stati separati da questi altri.

• Reperti infiltrati: oggetti fabbricati in un epoca più tarda di quella di formazione del

deposito in cui sono stati trovati.

Stratificazione ribaltata o rovesciata: quando si scava una fossa nella stratificazione archeologica la

terra viene ammucchiata nelle vicinanze, nello stesso ordine in cui è stata scavata, cioè il terreno

estratto per ultimo dai livelli più bassi dello scavo viene collocato sulla cima del mucchio di terra;

quindi i manufatti provenienti dai depositi superiori si troveranno a giacere nel mucchio al di sotto

di quelli, di età più antica, provenienti dai depositi inferiori; nell’idea della stratificazione rovesciata

sono gli oggetti che sono stati rovesciati, non gli strati (il processo di formazione degli strati

archeologici consiste nella creazione di nuovi strati attraverso la distruzione di formazioni più

antiche).

La documentazione degli oggetti sugli scavi non tiene conto del loro essere residui, infiltrati o in

giacitura primaria; nella documentazione tridimensionale due misure collocano l’oggetto

topograficamente, mentre una terza segna la quota del suo punto di ritrovamento in rapporto a un

dato fisso, come il livello del mare (questo tipo di documentazione è riservata ai reperti particolari);

l’oggetto è situato nel tempo con il metodo stratigrafico, mediante il quale esso viene assegnato allo

strato nel quale è stato rinvenuto.

Un singolo manufatto o oggetto naturale trovato in un deposito archeologico possiede più di una

diversa cronologia, esso possiede

• Una data di origine,

• Periodo d’uso

• Data di deposizione

Il fine degli studi sui materiali è anche quello di fornire una cronologia per singoli strati e

interfacce, fasi e periodi; con questo mezzo le sequenze stratigrafiche relative possono essere

agganciate alla cronologia della storia umana calcolata in anni; senza le indicazioni cronologiche

fornite dai resti in esse contenuti, le sequenze stratigrafiche dei siti archeologici hanno una scarsa

validità storica o culturale. 35

La ricognizione

Circa i metodi e le tecniche utilizzati dagli archeologi per ottenere dati archeologici rispetto ai quali

verificare le proprie ipotesi possiamo dire che spesso i dati utilizzabili derivano sia da vecchi che da

nuovi lavori sul campo (molti materiali assai interessanti e potenzialmente ricchi di informazioni

giacciono chiusi nelle cantine di Musei e di istituzioni in attesa di essere analizzati con tecniche e

prospettive moderne).

Di solito il lavoro archeologico sul campo viene visto quasi esclusivamente in termini di scoperta e

di scavo di singoli siti; oggi l’attenzione va sempre più concentrandosi sullo studio di interi

paesaggi e sull’uso di ricognizioni di superficie dei siti in aggiunta o in sostituzione allo scavo.

Gli archeologi si sono infatti resi conto che esiste una grande varietà di testimonianze non

riconducibili direttamente ai singoli siti che forniscono importanti informazioni circa lo

sfruttamento dell’ambiente da parte dell’uomo; lo studio di interi paesaggi condotto attraverso la

ricognizione su scala regionale costituisce oggi una parte fondamentale del lavoro archeologico sul

campo. Le ricognizioni di superficie e le indagini subsuperficiali condotte con l’impiego di tecniche

non distruttive di prospezione stanno quindi assumendo un’importanza sempre maggiore.

Uno dei principali compiti dell’archeologo è quello di localizzare e registrare la posizione di siti e di

elementi; una distinzione può essere fatta tra la scoperta di siti condotta a livello del suolo (indagine

al suolo) e la scoperta fatta dal cielo o dallo spazio (ricognizione area).

I metodi per identificare i singoli siti comprendono la consultazione di fonti scritte e lo studio della

toponomastica, ma in primo luogo il vero e proprio lavoro sul campo che consiste nel seguire il

procedere dei lavori di costruzione nel caso dell’archeologia di salvataggio o nell’impiego di

tecniche di ricognizione nei casi in cui l’archeologo sia più libero di operare.

Nell’archeologia di salvataggio il ruolo dell’archeologo è quello di individuare e documentare il

maggior numero di siti prima che vengano distrutti dalla costruzione di nuovi edifici; specifici

accordi con i responsabili dei lavori permettono di eseguire la ricognizione archeologica lungo il

percorso di una strada o sull’area di un edificio prima che i lavori siano condotti a termine.

Un metodo tradizionale, ma ancora valido è quello di analizzare i più importanti resti presenti in un

territorio, ma molti siti si presentano in superficie soltanto come manufatti sparsi e, per essere

identificati, richiedono un’indagine più approfondita che si può definire ricognizione territoriale;

esistono però aree su cui i manufatti sono scarsi e che non possono essere qualificate come siti, ma

che non di meno rappresentano importanti attività umane.

36

Queste aree, che possiamo definire non sito o extra sito, cioè aree a bassa densità di reperti,

andrebbero individuate e documentate, operazione che si può compiere solo attraverso una

ricognizione sistematica che preveda accurate procedure di campionamento; questo tipo di

approccio si rivela particolarmente utile nelle aree in cui la popolazione conduceva una vita nomade

e che ha lasciato solo testimonianze archeologiche sparse.

La ricognizione territoriale è diventata importante anche per un altro motivo, l’affermarsi degli studi

regionali, infatti gli archeologi si dedicano sempre più allo studio dei modelli di insediamento, cioè

della distribuzione dei siti in un paesaggio di una determinata regione. Sono quindi intere regioni

che devono essere esplorate e questo richiede necessariamente un programma di ricognizione.

Negli ultimi decenni la ricognizione è andata evolvendosi da semplice fase preliminare del lavoro

sul campo, a modello di indagine più o meno autonomo, a un’area di ricerca in sé compiuta che può

fornire informazioni diverse da quelle prodotte dallo scavo; infatti il moderno scavo scientifico è

lento e costoso, mentre la ricognizione è veloce, economica e relativamente non distruttiva.

Esistono due tipi di ricognizione di superficie

• asistematica

Quella ed è la più semplice: consiste nel camminare in ogni settore

dell’area esaminando attentamente la striscia di terreno sulla quale si cammina,

raccogliendo o studiando sul posto i manufatti presenti sulla superficie e

registrando la loro ubicazione insieme con quella di ogni altro elemento presente

sul terreno; i risultati di questo lavoro possono però essere travisati, infatti i

ricercatori sono portati a cercare i reperti, concentrandosi di più su quelle aree che

sembrano esserne più ricche e perdendo spesso di vista la necessità di ottenere un

campionamento realmente rappresentativo dell’area.

• Per questo la maggior parte delle moderne ricognizioni è condotta in maniera

sistematica, utilizzando una griglia o una serie di strisciate parallele ed

equidistanti; l’area oggetto d’indagine viene divisa in settori e questi sono esaminati

sistematicamente, in questo modo nessuna parte dell’area può essere sotto o sovra­

rappresentata nella ricognizione. I risultati diventano più attendibili nel caso di

progetti di lungo periodo: in questo caso è possibile ricoprire ripetutamente un’area.

I tipi di campionamento probabilistico sono:

• campione casuale semplice

Il tipo più semplice è basato su un

in cui le aree da campionare sono scelte sulla base di una tavola di numeri

casuale; questo metodo richiede la conoscenza a priori dei confini del sito e

questi non sempre sono noti con certezza, poi la natura stessa dei numeri

37

casuali implica la possibilità che in alcune aree ci siano gruppi di quadrati

indagati, mentre altre aree rimangono totalmente inesplorate e il campione ne

viene influenzato; una possibile soluzione a questi problemi è rappresentato dal

• Campione casuale stratificato: la regione o il sito sono

suddivisi nelle loro zone naturali e i quadrati sono scelti poi con la stessa

procedura di casualità, eccettuato il fatto che a ogni zona viene assegnato un

numero di quadrati direttamente proporzionale all’area effettivamente

occupata; • Campione sistematico comporta la definizione di una griglia

di posizioni tra loro equidistanti (si corre però il rischio di mancare ogni

singolo esempio in una distribuzione altrettanto regolare sul terreno; questa è

una ulteriore causa di potenziali errori sistematici);

• Campione sistematico stratificato combina gli elementi più

importanti di queste tre tecniche; questo metodo non solo assicura la

disponibilità di campioni non affetti da errori sistematici distribuiti più

uniformemente sull’intero sito, ma rende anche superfluo definire i confini del

sito; nel caso di ricognizioni su vasta scala a volte i transetti sono preferibili ai

quadrati, soprattutto in aree con fitta vegetazione.

Nei progetti moderni il lavoro al suolo è normalmente integrato e spesso preceduto dalla

ricognizione area che costituisce una delle maggiori conquiste dell’archeologia del nostro secolo.

La fotografia area non è unicamente o prevalentemente utilizzata nella fase di scoperta di siti

archeologici; essa è piuttosto una pratica di enorme importanza per documentarli e interpretarli e

per i cambiamenti che avvengono sui siti stessi nel corso del tempo.

Le fotografie eseguite dal cielo sono semplicemente degli strumenti e quindi devono essere

impiegati come strumenti per raggiungere un fine; occorrono una lunga esperienza e un occhio

attento per distinguere le tracce archeologiche dagli altri elementi che compaiono sul terreno; le

fotografie aree sono di due tipi:

• Oblique: sono le migliori per la scoperta di nuovi siti; esse possono presentare:

• shadowmarks,

Siti con cioè gli elementi più visibili tra quelli presenti

sul territorio; dove ci sono muri o terrapieni la luce solare radente, all’alba o al

38

tramonto ne accentua il rilievo, permettendo talvolta di cogliere l’intero sviluppo

del complesso.

• cropmarks

Siti con che sono identificabili grazie alle variazioni

nell’altezza e nel vigore e nel tipo di piante da raccolto e di altre forme di

vegetazione che possono indicare che un elemento giace sepolto sotto la superficie;

cropmarks

la visibilità dei varia nelle diverse ore del giorno, a seconda della

stagione e in ragione di molti altri fattori.

• soilmarks

Siti con che sono costituiti da differenze o disuniformità di

colorazione o di tessitura del suolo; altrettanto rivelatrici possono essere le

differenze di umidità.

• Zenitali: utili per definire la planimetria dei siti; piante e mappe precise dei siti possono

essere realizzate con una certa facilità sulla base di fotografie zenitali. Le fotografie

possono essere sovrapposte per ottenere un effetto stereoscopico: con questo

procedimento i siti e gli ambienti circostanti sono visti in tre dimensioni.

Trasformare le fotografie oblique è più difficile a causa della loro prospettica distorta, tuttavia gli

elementi presenti in queste immagini possono oggi essere trasferiti su una carta in maniera

abbastanza precisa e rapida utilizzando programmi informatici relativamente semplici.

Le fotografie eseguite da satellite trovano un’applicazione limitata in archeologia a causa della loro

scala, ma le immagini fornite dai satelliti LAND­SAT (per il rilevamento delle risorse terrestri) si

sono rivelate utili; le immagini LAND­SAT sono state utilizzate per delineare il tracciato di

elementi archeologici di grandissime dimensioni.

Un'altra tecnica di telerilevamento è lo SLAR che consiste nella registrazione, sullo schermo radar,

degli echi di impulsi di radiazione elettromagnetica emessi da un aeroplano in volo.

I dati provenienti da ricognizioni, scavi, foto aeree, possono confluire in un GIS; Lo scopo è quello

della semplice gestione del dato e della sua elaborazione in analisi spaziali che contribuiscano alla

compresione delle dinamiche insediamentali di un determinato territorio.

TERZO MODULO­ DALLE SCIENZE APPLICATE ALL’ARCHEOMETRIA

Già dall’800 alcune indagini conoscitive mutuate dalle discipline chimiche e fisiche furono

applicate ai materiali rinvenuti negli scavi; vennero analizzate ad esempio le leghe metalliche o le

sostanze vetrose per conoscerne i componenti e i raggi X vennero impiegati per riconoscere i falsi,

39

soprattutto in pittura (grazie a queste analisi si è potuto aumentare il potere informativo delle fonti

archeologiche).

GRUPPO I: le prospezioni: si tratta di analisi preliminari che si applicano prima dello scavo e

hanno per oggetto il territorio e il sito da indagare. Le principali scienze e tecnologie riferibili a

questo gruppo sono:

A. Ricognizione aerea

• Telerilevamento e lettura delle foto da satellite;

• Foto aerea e fotointerpretazione: essa serve per individuare i resti che si trovano sotto la

superficie del suolo e che sono consistenti;

• Fotogrammetria è utile per i disegni con le curve di livello; infatti, per quanto riguarda

le architetture, permette un rilievo precisissimo a distanza senza intervenire sul

monumento e permette una stima del degrado e della relativa velocità.

B. Ricognizione terrestre

• Prospezioni meccaniche

• Carotaggi

• Sonde e trivelle

• Prospezioni geofisiche (tecniche di prospezione non distruttive ideali per gli archeologi

che desiderano avere più dati su un sito prima di iniziare lo scavo o che non vogliono

ricorrervi affatto; si tratta di dispositivi di prospezione geofisica che implicano la

trasmissione di varie forme di energia attraverso il suolo per “leggervi” ciò che vi giace

sotto la superficie in base alle anomalie che l’energia incontra nel propagarsi attraverso

il suolo o della misurazione dell’induzione del campo magnetico terrestre)

• Metodo della massa battente

• Metodo a onde stazionarie utilizza uno strumento che produce e

amplifica le onde di Rayleigh, ottenute percuotendo il suolo delicatamente e

ripetutamente; la velocità di propagazione delle onde può essere calcolata

predisponendo due punti di captazione a una distanza prefissata; dato che le onde

si propagano più velocemente nei materiali duri e meno velocemente nell’argilla

e nei materiali teneri, possono essere individuati elementi quali piani di calpestio

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Chiesa Federica.

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