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Metodologia della ricerca

Appunti di metodologia della ricerca infermieristica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Pietrini dell’università degli Studi di Firenze - Unifi, facoltà di Medicina e Chirurgia, Corso di laurea in infermieristica. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Metodologia della ricerca infermieristica docente Prof. L. Pietrini

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3. Pone un metodo di descrizione del sapere professionale: la diagnosi infermieristica

rappresenta un giudizio clinico dato su una risposta alla malattia, attuale o potenziale.

Il giudizio è la prova del fatto che l’infermiere dichiara il suo sapere, di tipo

scientifico-professionalizzanti, nei confronti della persona.

4. Ha un linguaggio comune: il fatto di utilizzare una classificazione e, quindi, di avere

un approccio per diagnosi infermieristica, porta anche a quello che viene chiamato

unificazione del linguaggio fra professionisti. Se tutti adottano lo stesso tipo di

modello teorico di riferimento, è chiaro che anche il linguaggio da adottare dovrà

essere comune. Questo non solo valorizza quello la professionalità di un infermiere,

ma permette di comprendere efficacemente la problematica trattata, evitando così di

rischiare errori.

5. Ricerca infermieristica: tra le responsabilità di un infermiere generalista c’è la

funzione di ricerca. Questa può essere effettuata su più livelli, poiché esiste una

ricerca base e una ricerca avanzata. La diagnosi infermieristica contribuisce alla

ricerca dell’infermiere generalista, per esempio quando questo deve fare ricerca nelle

banche dati; quando si fa ricerca bibliografica è necessario impostare una stringa con

operatori booleani e la diagnosi può essere benissimo un elemento di stringa da

inserire per poter trovare le evidenze scientifiche in relazione a quel problema, così da

analizzarle e da capire quali sono gli interventi più raccomandati per il dato problema.

6. Qualità di cure: seguire un ragionamento diagnostico, ossia ragionare per problemi e

non per prestazioni, essere in grado di giudicare con professionalità quella che è la

risposta, impostare quello che è il programma di cura, è sicuramente un metodo

efficace per indirizzare la terapia ad una qualità elevata.

Il modello bifocale di Carpenito analizza 2 ambiti, come già precedentemente detto:

1. Un ambito in cui l’infermiere è prescrittore e, quindi, esercita un’autonomia

professionale.

2. Un ambito di collaborazione, in cui l’infermiere ha un approccio nei confronti

dell’assistito per problemi collaborativi.

Problema collaborativo: Qui prevale quella che è la componente biomedica, dove

l’infermiere ha una responsabilità limitata a quelli che possono essere gli indicatori di

miglioramento o peggioramento dello stato clinico della persona. Non si tratta, quindi, di

affrontare un problema infermieristico, ossia la diagnosi, ma si tratta unicamente di analizzare

un problema di ordine prettamente medico. Prevale, dunque, l’autonomia operativa su quella

decisionale. Tuttavia, è sempre un po’ presente anche l’autonomia decisionale, relativa al

fatto che l’infermiere dovrà scegliere quella che possono essere gli interventi che

contribuiscono al miglioramento del problema (interventi che dipendono sempre dal profilo

professionale dell’infermiere). L’infermiere può, solo in caso di necessità e urgenza,

somministrare farmaci di sola competenza medica. Esiste un solo altro caso in cui

l’infermiere può somministrare senza prescrizione medica: nel caso in cui, fra infermiere e

medico, sia stato condiviso precedentemente un protocollo terapeutico.

I modelli funzionali di Gordon

L’ipotesi diagnostica deve essere sempre sostenuta da elementi oggettivi, soggettivi e

strumentali. Per questo, successivamente a quando il modello di Carpenito è stato

implementato nella pratica clinica, ci si è accorti che la sola adozione delle diagnosi

infermieristiche non era sufficiente: Carpenito si è messa insieme a Gordon. Gordon è

un’altra teorica, che ha cercato di capire quali potevano essere gli elementi che, da un punto

di vista dimensionale, potevano essere di supporto all’infermiere nel capire la malattia della

persona assistita; ecco, dunque, che sono stati scritti i modelli funzionali di Gordon. La

struttura dei modelli funzionali di Gordon ha carattere olistico e si applica alla persona in

considerazione del fatto che le entità distinte vanno ricollegate sempre all’unicità e alla

complessità della persona. Tuttavia, mentre Carpenito prendeva in considerazione le

dimensioni della salute facendo prevalere il metaparadigma, ossia il carattere filosofico,

Gordon ha aggiunto ad ogni modello un carattere scientifico: ad ogni modello, infatti, sono

state associate le possibili diagnosi infermieristiche, che un infermiere poteva attivare,

qualora il paziente riscontrasse un alterazione del modello stesso. Esistono, infatti, vari indici

che, se alterati, contraddistinguono l’alterazione di un modello e, di conseguenza, una

diagnosi rispetto ad un’altra. I modelli funzionali (fisiologici) specificati da Gordon

includono:

1. Percezione e gestione della salute. Questo modello ci permette di capire che pensieri

ha la persona rispetto al suo stato di salute, come si mantiene, gli abitudini di vita, gli

stili di vita che la persona ha (se incidono sulla salute della persona o meno).

Descrive, quindi, come la persona percepisce il suo stato di salute e le modalità in cui

la gestisce. Include la gestione dei rischi per la salute, abitudini e stili di vita che

influenzano la salute, comportamenti, trattamenti e prescrizioni, storia medica e

sanitaria in genere.

2. Nutrizione e metabolismo. Questo modello ci presenta le abitudini alimentari della

persona assistita (se mangia e come mangia). Descrive, dunque, come la persona

assume il cibo ed i liquidi in termini di qualità e quantità. Include gli indicatori del

fabbisogno metabolico dell'organismo. Rientrano in questo modello la descrizione

delle condizione della cute, delle unghie, delle membrane mucose, del peso,

dell'altezza e della temperatura corporea.

3. Eliminazione. Questo modello ci presenta le abitudini della persona nell’eliminazione

di, per esempio, urine o feci.

4. Attività e esercizio fisico. Questo modello ci permette di definire la capacità della

persona nella cura di sé, quanto è in grado di soddisfare particolari bisogni primari. E’

un modello estremamente importante per l’infermiere. Per esempio, una persona

anziana che, per un qualche motivo (magari ha un gesso su tutti e due gli arti

superiori), non può mangiare.

5. Riposo e sonno. Questo modello descrive i modelli di sonno e riposo nell' arco delle

24 ore, inclusa la percezione della persona rispetto al livello di riposo/sonno energia,

gli ausili e le abitudini.

6. Cognitivo e percettivo. Questo modello descrive l’adeguatezza delle modalità

sensoriali della persona (i sensi), i relativi disturbi e la presenza di protesi, inclusa la

percezione del dolore e come viene gestito, le abilità cognitive come il linguaggio, la

memoria e l'assunzione di decisioni.

7. Sessualità e riproduzione. Questo modello descrive atteggiamento e percezioni che la

persona ha in relazione alla sessualità e alla funzione riproduttiva, inclusi disturbi e

problemi.

8. Ruolo e relazioni. Questo modello descrive le relazioni di ruolo; include la percezione

dei principali ruoli e responsabilità inerenti la situazione di vita attuale della persona

comprese la soddisfazione o i problemi in ambito familiare e lavorativo, le relazioni

sociali e le relative responsabilità.

Percezione e concetto di sé. Questo modello descrive gli atteggiamenti che la persona

9. ha nei confronti di se stesso, la percezione delle proprie abilità, l'immagine corporea,

l'identità.

10. Coping e tolleranza allo stress. Il coping è la capacità che una persona ha di

rispondere agli agenti stressanti. E’ fondamentale comprendere come l’assistito

risponde alla propria malattia e allo stress, per agire al meglio e capire quali interventi

mettere in atto.

11. Valori e convinzioni. Questo modello descrive il modello di valori, obiettivi e

convinzioni, comprese quelle spirituali, che guidano le scelte e le decisioni della

persona, includendo ciò che viene percepito importante nella vita e qualunque

conflitto percepito rispetto a valori e convinzioni correlate con la salute.

L’obiettivo dell’infermiere non è quello di identificare il problema, ma quello di identificare

l’autonomia funzionale dell’assistito, ossia quello che funziona della persona (indirettamente

vengono così accertati gli elementi che non funzionano e saranno questi da considerare per

poter ristabilire la funzionalità completa). Ecco che, quindi, il modello può risultare

funzionale o disfunzionale.

Attenzione!!!: Il deficit della cura di sé/alimentarsi non esprime lo stesso stato della

nutrizione inferiore al fabbisogno. In quest’ultima, infatti, la persona mangia poco, ma ha

capacità di alimentarsi. Nel deficit, invece, la persona vorrebbe mangiare, ma non ha la

capacità di alimentarsi in maniera autonoma. Nel primo caso, quindi, siamo nel modello

“ Attività e esercizio fisico” , mentre il secondo rientra nel modello “ Nutrizione e

metabolismo”.

Classificazione con tassonomia NNN (NANDA, NOC, NIC)

Questo modello tenta di far prevalere la componente scientifica rispetto a quella filosofica.

In questa classificazione viene messo insieme i NANDA con i NOC e con i NIC, ossia con i

risultati e con gli interventi o operazioni da eseguire sull’assistito.

La tassonomia NNN, innanzitutto, presenta un indice temporale: questo significa che è

costantemente soggetta a revisione: il contenuto scientifico è prevalente e aggiornato.

Tutta la struttura tassonometrica è basata su alcuni elementi base, ossia:

1. Il focus diagnostico

2. La localizzazione

3. Il soggetto della diagnosi e, quindi, l’età

4. Il giudizio

5. Lo stato della diagnosi

6. Il tempo

L’età indica una particolare fase di evoluzione dell’organismo, che aiuta l’infermiere a capire

la risposta dell’assistito alla malattia (questa, infatti, cambia tra un bambino di 5 anni e un

anziano di 80). Ecco che, quindi, anche in questa tassonomia si prende in considerazione il

soggetto come unico: la malattia avrò differenti risposte su soggetti diversi.

Gli elementi di continuità col Carpenito sono il giudizio e la localizzazione. Quest’ultima ci

permette di essere in linea con quella che è la visione olistica (possiamo, infatti, avere una

localizzazione fisica, una localizzazione psicologica, ecc.). Dobbiamo, quindi, localizzare

qual è la dimensione caratterizzata dalla disfunzione.

Ecco che nella tassonomia sono state presentati:

1. Dei domini, ossia delle sfere di studio, degli ambiti di interesse. Definisce la

macroarea di interesse dell’infermieristica, rispetto alla localizzazione, che è la

dimensione. Per esempio, dimensione “alimentazione”.

2. Delle classi, presenti all’interno dei domini, che ci permettono di identificare i vari

sottogruppi della dimensione. Per esempio: E’ un problema relativo all’apporto dei

nutrienti? E’ un problema relativo all’utilizzo dei nutrienti? Ecc.

3. Della diagnosi infermieristica, ossia il giudizio clinico riguardante le risposte della

persona alla malattia.

4. Dei NOC e dei NIC, ossia i risultati e gli interventi da effettuare. Per esempio: Quali

risultati posso associare a quella diagnosi? Quali interventi?

I domini sono 13, le classi sono 47 e le diagnosi

infermieristiche sono 204. Ogni dominio può avere

una o più classi; queste possono avere associate una o

più diagnosi infermieristiche; queste, a loro volta,

possono avere uno o più NOC e NIC.

I domini sono molto simili a quelli di Gordon, anche

se scritti in maniera più scientifica:

1. Promozione della salute

2. Nutrizione

3. Eliminazione e scambi

4. Attività e riposo

5. Percezione e cognizione

6. Auto-percezione

7. Ruoli e relazioni

8. Sessualità

9. Coping e tolleranza allo stress

10. Principi di vita

11. Sicurezza e protezione

12. Benessere

13. Crescita e sviluppo

A lato è presente un esempio di procedimento

secondo Tassonomia NNN.

Metodologie di pianificazione

Tra le metodologie di pianificazione, ritroviamo il

problem solving e il decision making. Entrambe

vengono applicate all’infermieristica; tuttavia, fra le

due, la metodologia prevalente è il problem solving.

Questo, infatti, parte da una situazione che necessita

di una valutazione generale, che permette di

identificare, attraverso la raccolta dati, una situazione problematica (diagnosi infermieristica),

che deve poi essere risolta. Il decision making è, invece, una metodologia che parte da un

problema già definito: il problema già lo conosciamo e, dunque, non risulta necessario

raccogliere dati. Porremo, quindi, attenzione a quella che è la risoluzione del problema. In

questo ambito viene meno, infatti, il ragionamento diagnostico e ipotetico-deduttivo, ma

risulta invece primario l’attuazione di una procedura, volta a risolvere il problema.

Le fasi che contraddistinguono il decision making sono:

1. Definizione problema.

2. Identificazione cause. Le cause da prendere in considerazione sono, ovviamente,

quelle primarie, che hanno potuto provocare il problema, non quelle secondarie, che

da sole non bastano affinché il problema possa sorgere.

3. Soluzioni possibili. Esamino le probabili soluzioni al problema.

4. Soluzione vantaggiosa. Fra le varie soluzioni, scelgo quella che risulta essere più

vantaggiosa, in base ai risultati che questa ha nei confronti del problema.

5. Messa in atto. Attuo la soluzione più vantaggiosa appena scelta.

6. Valutazione. Effettuiamo una valutazione generale, che richiede un processo di

ragionamento e di confronto, fra i risultati che avevamo ipotizzato e quelli realmente

raggiunti.

Come già detto, però, il decision making ha un’applicazione molto limitata nell’ambito

infermieristico, perché i nostri assistiti non li conosciamo. Infatti, nel momento in cui questi

arrivano nella nostra unità operativa, il nostro obiettivo primario è proprio quello di

conoscerli, quello di scoprire il loro problema: il nostro tipo di approccio, quindi, è più

orientato verso il problem solving e meno verso il decision making.

Quand’è che, quindi, l’infermiere può trovarsi ad applicare il decision making? Durante la

presa in carico di un assistito, può capitare che si presentino nuovi problemi, non riscontrati

inizialmente. A questo punto, una volta scoperto il problema, il ragionamento da eseguire è

proprio il decision making. Andiamo a vedere qual è la causa, identifichiamo le possibili

soluzioni, applichiamo quella più vantaggiosa e poi valutiamo il risultato.

Normalmente, il decision making è più un processo utilizzato dal medico: questo, infatti, va

unicamente a trattare un problema che già conosce (per esempio, gli arriva uno con un infarto

del miocardio; il medico sa esattamente come procedere). All’infermiere non arriva un

assistito con una diagnosi infermieristica già pronta. Questo perché, la prima cosa da fare,

quando ci arriva un assistito, è quella di valutare l’autonomia della persona, così da capire

quali sono i problemi che questa ha.

Allora vediamo di cosa si compone il problem solving. La prima fase che contraddistingue il

problem solving dal decision making, è la raccolta dati, che poi dovranno essere analizzati, e

valutati. Ecco, quindi, le fasi:

1. Raccolta dati (accertamento), che devono essere opportunamente elaborati, integrati

e analizzati.

2. Identificazione del problema. Anche se il problem solving, come già detto, non

prevede una vera e propria riflessione sulle cause, è comunque importante

conoscerle e valutarle. Le cause le deduciamo attraverso l’analisi dei dati raccolti.

Se, infatti, non conosciamo le cause del problema, è impossibile pianificare la

risoluzione.

3. Pianificazione.

4. Attuazione.

5. Valutazione. Anche qui dobbiamo eseguire un confronto fra i risultati che ho

ipotizzato di raggiungere e quelli che ho realmente raggiunto.

Il problem solving, dunque, è quel metodo che ci permette di identificare il problema, che è la

diagnosi infermieristica e di risolverlo, attraverso un ragionamento. Ovviamente, la fase che

contraddistingue la diagnosi infermieristica è l’identificazione del problema.

Il processo infermieristico

Il processo infermieristico non è altro che una serie di fasi ed azioni pianificate che mirano a

soddisfare i bisogni e risolvere i problemi degli individui.

Alla base del processo infermieristico troviamo la metodologia utilizzata nel problem solving,

un processo logico e sistematico per risolvere i problemi.

Il processo di nursing è costituito da 5 fasi, come il problem solving stesso:

1. Accertamento, che rappresenta la raccolta dati nel PS. L’accertamento consiste nella

raccolta e classificazione dei dati. Queste sono guidate dai concetti fondamentali della

disciplina infermieristica e sono finalizzate ad ottenere informazioni relative al

paziente, considerando i fattori fisici, psicologici, socioculturali ed emotivi che

possono influenzare il suo stato di salute. Principale obiettivo della raccolta dati è

proprio l’accertamento del livello di autonomia dell’assistito, in modo da determinare,

sia per il passato che per il presente, le condizioni di salute e lo stato funzionale della

persona. Importante, i questa fase, è anche il modello di coping, ossia la capacità

dell’individuo di adattarsi alla malattia. L’accertamento può essere di tipo iniziale, se

fatto entro le 48h dall’ingresso dell’assistito (questo perché, passate 48h, lo stato

funzionale della persona può essere mutato). Questo tipo di accertamento è attuato nel

momento in cui il paziente entra nella struttura sanitaria, riceve assistenza da un

servizio domiciliare o è visitato per la prima volta in un ambulatorio. Gli scopi sono di

valutare lo stato di salute del paziente, identificare i modelli fisiologici di salute

problematici e offrire un database approfondito e completo, fondamentale per valutare

i cambiamenti nello stato di salute del paziente negli accertamenti successivi. Poi

abbiamo l’accertamento di tipo mirato ad un preciso problema. Questo raccoglie dati

su un problema già identificato: ha, infatti, uno scopo più specifico e si realizza in un

tempo più breve dell’accertamento iniziale. Nell’accertamento mirato l’infermiere

determina se il problema esiste ancora e se lo status del problema è cambiato (per

esempio, se è migliorato, peggiorato o risolto). Questo accertamento comprende

anche la valutazione di ogni problema nuovo, trascurato o mal diagnosticato. In

un’unità di cure intensive l’infermiere può eseguire un accertamento mirato ogni

pochi minuti.

I dati che andiamo a raccogliere vengono detti caratteristiche definenti; questi

rappresentano quegli elementi soggettivi, oggettivi e strumentali, che permettono

all’infermiere di definire l’autonomia della persona e, di conseguenza, la diagnosi

infermieristica.

I dati, poi, vengono elaborati e confrontati con dei valori standard o scale di

valutazione, tramite le quali è possibile assegnare un punteggio totale alla

caratteristica definente, che corrisponde al livello di autonomia funzionale

dell’assistito. Ovviamente, la variabile che ha raggiunto un valore minimo è quella su

cui sarà necessario lavorare maggiormente.

2. Diagnosi infermieristica (DI) o problema collaborativo (PC), che corrisponde

all’identificazione del problema nel PS. La diagnosi infermieristica costituisce la base

sulla quale scegliere gli interventi infermieristici volti a raggiungere dei risultati di cui

l’infermiere è responsabile. E’ un’affermazione che descrive uno specifico tipo di

problema o di risposta identificato dall’infermiere. Esprime, quindi, il giudizio

professionale sulle condizioni del paziente, sulle sue risposte ai trattamenti ricevuti e

sulle necessità di assistenza infermieristica.

3. Pianificazione. L’obiettivo principale della pianificazione è l’uso migliore delle

risorse disponibili al fine di aiutare la persona a raggiungere i risultati attesi. E’,

inoltre, un metodo per comunicare all’intera equipe quale assistenza infermieristica il

nostro utente richiede.

4. Attuazione, in cui l’infermiere mette in atto le abilità necessarie per far fronte alle

diagnosi infermieristiche del paziente e per risolvere i bisogni di salute del paziente.

Durante l’attuazione, l’infermiere può riproporre una nuova valutazione, revisionare e

modificare il piano d’assistenza, cercare aiuto, stabilendo, se necessario, l’intervento

di altri membri dell’equipe.

5. Valutazione, in cui viene accertata l’efficacia del piano di assistenza.

6. Follow Up, che indica una serie di controlli a cui viene sottoposta la persona assistita,

in seguito alla terapia. Questo ci permette di assicurare quella che è la continuità delle

cure. Facciamo conto, per esempio, che oggi l’assistito si trova in medicina, mentre

domani passerà in chirurgia. Il follow up ci permette di garantire la continuità di cure

all’assistito, prima di passarlo ad un ambito diverso.

L’attore principale del processo infermieristico è, ovviamente, l’infermiere. Tuttavia,

troviamo anche gli OSS e i consulenti in generale. La responsabilità, tuttavia, resta sempre

dell’infermiere, che è prescrittore e collaboratore. Ecco, dunque, che l’infermiere assume la

piena autonomia decisionale su tutte le fasi del processo infermieristico.

Gli OSS hanno sola autonomia operativa: quindi, si inseriscono in tutte le fasi del processo,

ma con un ruolo minore, di collaboratore. Tuttavia, nella fase di “attuazione”, è possibile

“lasciare da soli gli OSS”, poiché questi si dovranno limitare ad applicare compiti che

l’infermiere ha assegnato loro.

Infine, tutti quei professionisti chiamati in consulenza, li troveremo in tutte le fasi, tranne in

quelle di diagnosi infermieristica (che ovviamente è di nostra competenza) e nella fase di

valutazione.

Le diagnosi possono essere di varia tipologia:

1. Reali: diagnosi presente. Diagnosi derivante da problemi che risultano essere presenti

nella persona assistita; tutta una serie di fattori che permettono di convalidare una

specifica diagnosi. Se il problema è convalidato, la diagnosi allora risulta essere reale.

2. Potenziali o di rischio: al momento il problema non è tangibile; tuttavia ci sono tutta

una serie di fattori contribuenti lo sviluppo del problema. Ciò che viene evidenziato,

dunque, è l’insieme di alcuni fattori di rischio: la persona risulta essere esposta ad un

rischi. Ciò che bisogna fare è contenere questi fattori, così da non permettere

l’insorgere del problema. Possiamo, ovviamente, intervenire solo su quei fattori

cosiddetti modificabili (fumo, per esempio), non su quello non modificabili (età,

sesso, ecc.).

3. Possibili: esiste una possibilità molto bassa di sviluppare un problema. Il fattore

contribuente è presente, ma momentaneamente ininfluente sullo stato della persona. In

altre parole, questo fattore di rischio pesa molto poco sulla salute dell’assistito.

4. A sindrome: la sindrome è un insieme di più problema, presenti contemperamenti, con

diversi livelli di gravità, sull’assistito. Queste diagnosi, quindi, sono quelle

caratterizzate da una sommatoria di diagnosi reali e potenziali.

5. Di benessere: applicate pochissimo, poiché gli assistiti presi in carico presentano una

ridotta autonomia funzionale. Questa diagnosi, invece, ci permette di prendere in

carico persone che hanno il bisogno di ottenere un autonomia superiore di quella che

già possiedono; si parla, infatti, di benessere. Sono diagnosi che vengono attivate per

coloro che hanno un livello di benessere già buono e lo vogliono migliorare. Gli

ambiti che ci permettono di lavorare su questo tipo di diagnosi sono quelli relativi

all’educazione.

Componenti di una diagnosi infermieristica

1. Titolo diagnostico: esprime la definizione di un problema, con giudizio clinico, che

identifica un livello di gravità e ci permette di identificare l’area del problema che

dovremo analizzare e di cui ci occuperemo. Per esempio: “compromissione della

mobilità nel letto”.

2. Definizione: definisce lo stato della persona (modello olistico), esprimendo

chiaramente e precisamente in dettaglio il titolo della diagnosi. Ci aiuta ad uniformare

la concezione globale del problema.

3. Caratteristiche definenti: sono i dati che raccogliamo durante l’accertamento

infermieristico, che ci permettono di validare la diagnosi infermieristica (in campo

biomedico, sarebbe i sintomi e i segni clinici, che descrivono nello specifico un dato

problema). Non tutte le diagnosi possiedono le caratteristiche definenti: quelle

potenziali e quelle possibili non le hanno, ovviamente. Le caratteristiche definenti

saranno, quindi, in questo caso, sostituite dai fattori contribuenti o fattori di rischio.

Carpenito identifica 2 tipologie di caratteristiche definenti: maggiori (definite come

indicatori critici presenti nell’80-100% dei casi) e minori (definite come indicatori di

supporto, ossia come prove di sostegno per le diagnosi, ma che possono non essere

presenti: 50 - 70% delle situazioni).

4. Fattori correlati: esprimo le cause del problema. Per esempio, in “compromissione

della mobilità nel letto”, i fattori correlati potrebbero essere “caduta, frattura”.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in infermieristica (BORGO SAN LORENZO, EMPOLI, FIGLINE VALDARNO, FIRENZE, PISTOIA, PRATO)
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher engyfro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca infermieristica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Pietrini Luca.

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