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Economia politica - oggetto e metodo Appunti scolastici Premium

Appunti di Economia politica sull'oggetto e il metodo. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: definizione e strumenti di analisi, pendenza ed elasticità, modelli economici, applicazioni, equilibrio di mercato, comportamento del consumatore, beni inferiori, le decisioni individuali di consumo.

Esame di Economia politica docente Prof. -. Non

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ESTRATTO DOCUMENTO

V INCOLO DI BILANCIO

Nella ricerca della massima utilità, il consumatore non può prescindere dal vincolo di

bilancio. Questo è determinato dai prezzi dei vari beni, dal livello del suo reddito e in

particolare da quella parte di reddito che egli ha deciso di destinare al consumo. Gra-

ficamente il vincolo di bilancio si rappresenta con una retta i cui punti indicano per

quali quantità del bene x (sull’asse delle ascisse) e del bene y (sull’asse delle ordinate)

la spesa è uguale. In tal modo, sovrapponendo tale grafico alla famiglia di curve di

indifferenza (v. infra), il consumatore sarà in grado di individuare la combinazione

di beni ottimale da cui può trarre la massima soddisfazione impiegando tutto il red-

dito che ha deciso di destinare al consumo. Tale punto di equilibrio coincide con il

punto di tangenza della retta del vincolo di bilancio con una delle curve di indiffe-

renza.

E FFETTO DI REDDITO E DI SOSTITUZIONE

Una variazione del reddito del consumatore si rifletterà, naturalmente, sul suo com-

portamento economico. Tralasciando in questa sede l’influenza delle variazioni di

reddito sul rapporto consumo – risparmio, vediamo cosa accade al “piano” del con-

sumatore. Nel caso di un aumento del reddito disponibile possono essenzialmente

accadere due cose: a) il consumatore aumenta la propria domanda; b) il consumatore

sostituisce un certo bene con uno più costoso che adesso può permettersi (es. caffè in-

vece di tè). Analogamente, in caso di una riduzione del reddito, il consumatore oltre

a ridurre probabilmente la sua domanda, potrà indirizzare la stessa su beni surrogati

o comunque alternativi che possano garantirgli una soddisfazione analoga ad un mi-

nor prezzo.

L E CURVE DI INDIFFERENZA

La curva di indifferenza costituisce il luogo geometrico delle varie possibili combina-

zioni di due diversi beni che garantiscono al consumatore la medesima soddisfazio-

ne. Solitamente si studia non una sola curva ma una famiglia di curve di indifferenza.

Quelle più esterne rappresentano le combinazioni via via di maggior soddisfazione.

In tal modo, sovrapponendo tale diagramma con la retta del vincolo di bilancio (v.

supra) il consumatore sarà in grado di individuare la combinazione di massima sod-

disfazione.

L E DECISIONI INDIVIDUALI DI CONSUMO

Il consumatore, come abbiamo già avuto modo di osservare, non ha la possibilità di

soddisfare completamente ogni suo desiderio data la naturale limitatezza del suo

reddito (pur grande che sia): dovrà quindi comportarsi razionalmente cercando di ot-

timizzare il proprio “piano” di spesa. A tal proposito abbiamo già visto come il vin-

colo di bilancio coordinatamente alle curve di indifferenza possa indicare la migliore

combinazione possibile fra due beni e come la sostituzione di un bene analogo ma

dal diverso rapporto prezzo/utilità concorra allo scopo.

B ENI INFERIORI

I beni inferiori sono quei beni che possono surrogare altri beni di maggior pregio ma

di prezzo maggiore (come l’orzo rispetto al caffè). Naturalmente non si tratta di una

classificazione oggettiva (certe persone potrebbero preferire l’orzo al caffè a prescin-

dere dal suo prezzo e potendosi permettere l’uno e l’altro).

M ETODI PER DERIVARE LA CURVA DI DOMANDA

La domanda di un bene, dal punto di vista dinamico, è funzione (cioè dipende) non

soltanto dal prezzo del bene stesso, ma anche di altri elementi quali: i prezzi di altri

beni, il reddito del consumatore, i gusti e le preferenze del consumatore.

L’ OFFERTA DI LAVORO E LA SCELTA FRA LAVORO E TEMPO LIBERO

L’offerta di lavoro ha quattro dimensioni: ammontare della popolazione, percentuale

degli individui con una occupazione retribuita, numero medio di ore lavorate, quali-

tà dello sforzo produttivo. All’aumentare dei salari, sull’offerta di lavoro si esercitano

due effetti opposti: l’effetto di sostituzione spinge ogni lavoratore a lavorare più a lun-

go grazie alla maggiore retribuzione di ciascuna ora di lavoro; l’effetto reddito esercita

un’influenza nel verso opposto, in quanto salari più alti significano che ora i lavora-

tori possono permettersi più tempo libero, insieme ad una maggiore quantità di mer-

ci. In corrispondenza di un certo salario critico, la curva di offerta può piegarsi

all’indietro. L’offerta di lavoro di persone eccezionali, assai dotate, è perfettamente

anelastica: le loro retribuzioni sono in gran parte “rendita economica pura”.

LA TEORIA DELLA PRODUZIONE

R ,

ELAZIONI FRA IL PRODOTTO TOTALE MEDIO E MARGINALE

La funzione della produzione è la relazione tecnica tra la quantità massima di pro-

dotto che si può ottenere da ciascun insieme di fattori di produzione e l’insieme stes-

so. Essa è definita per un dato stato delle conoscenze tecniche.

Il prodotto totale aumenta per gradini via via decrescenti. Il prodotto marginale di

un fattore di produzione è la quantità addizionale di prodotto che si ottiene impie-

gando una unità addizionale di tale fattore, ferma restando la quantità impiegata di

tutti gli altri fattori (ha un’andatura decrescente).

G LI ISOQUANTI DELLA PRODUZIONE E GLI ISOCOSTI

L’isoquanto, o curva di eguale prodotto, è il luogo geometrico di tutte le combinazio-

ni tecnicamente possibili dalle quali si può ricavare la stessa quantità di prodotto. Po-

tremmo anche chiamarlo curva di indifferenza della produzione per analogia con la cur-

va di indifferenza del consumatore. L’isocosto è il luogo geometrico delle varie com-

binazioni acquistabili di due fattori produttivi dati i prezzi di questi ultimi e una cer-

ta somma di denaro da impiegare per l’acquisto degli stessi.

Mentre la curva dell’isoquanto fa conoscere preventivamente all’imprenditore le

combinazioni possibili fra due fattori produttivi, ritenendo costante la quantità di

prodotto finale che si vuole ottenere, l’isocosto gli fa conoscere preventivamente le

diverse combinazioni acquistabili di due fattori produttivi.

Il punto di tangenza tra la curva dell’isoquanto e la retta dell’isocosto determina la

combinazione dei fattori produttivi di equilibrio (ottima combinazione dei fattori

produttivi), ovvero le quantità dei due fattori necessarie per ottenere, data una certa

somma a disposizione, la massima quantità possibile di prodotto.

I COSTI DI IMPRESA

I costi d’impresa sono tutte quelle spese che deve sostenere un’impresa per ottenere

una certa quantità di prodotto finale.

C , ,

OSTI FISSI VARIABILI TOTALI E UNITARI

I costi d’impresa si dividono in costi fissi e costi variabili. I costi fissi sono quei costi

che l’impresa deve sostenere a prescindere dalla quantità di prodotto che riuscirà a

realizzare in quanto riguardano le spese fisse per mantenere in piedi l’impianto pro-

duttivo: ad esempio l’affitto dei locali, il salario degli amministratori ecc. I costi va-

riabili al contrario dipendono direttamente dalla quantità di prodotto che l’impresa

vuole realizzare: le spese ad esempio per le materie prime e per i salari dei lavoratori.

Il costo totale (CT) è dato dalla somma dei costi fissi (CF) e dei costi variabili (CV). Il

costo unitario medio (CU) è dato dal rapporto fra il costo totale e il numero di unità

prodotte (CU=CT/q).

I L COSTO MARGINALE

Il costo marginale è il costo di ogni unità di prodotto ottenuta in più (cioè addiziona-

le), mediante l’applicazione di ulteriori dosi di fattori produttivi ad un impianto la-

sciato immutato: è il rapporto fra l’incremento di spesa ed il numero di unità di pro-

dotto ottenuto in più, grazie all’incremento di spesa.

L’ ’

EQUILIBRIO DELL IMPRESA NEL BREVE E LUNGO PERIODO

Un’impresa perfettamente concorrenziale è, per definizione, un’impresa in grado di

vendere tutto ciò che vuole al prezzo di mercato. Per massimizzare il proprio profit-

to, essa si muoverà lungo la propria curva di domanda (orizzontale) finché non rag-

giunge la propria curva crescente del costo marginale (cioè l’imprenditore spingerà la

produzione fino al punto in cui il costo dell’ultima unità prodotta (costo unitario

marginale) uguaglia il prezzo di mercato). In corrispondenza di questo punto di in-

tersezione, CM=P, l’impresa massimizza il proprio profitto (o minimizza le proprie

perdite di breve periodo). La curva di offerta dell’industria si ricava sommando oriz-

zontalmente le curve del costo marginale di tutte le imprese che costituiscono

l’industria. Nel determinare il punto di chiusura di breve periodo di un’impresa si

deve tenere conto dei costi variabili. Al di sotto di un certo prezzo critico P, l’impresa

non riuscirà neppure a coprire con i propri ricavi il costo variabile che potrebbe ri-

sparmiare completamente se chiudesse; quindi, piuttosto che incorrere in una perdita

maggiore di quella rappresentata dal suo costo fisso, l’impresa chiuderà e non pro-

durrà alcunché quando il prezzo scende al disotto del prezzo di chiusura.

Nel lungo periodo la libera entrata di potenziali imprese concorrenti elimina, attra-

verso la concorrenza, qualunque eccesso di profitto ottenuto dalle imprese esistenti

in questa industria. Così, esattamente come la libera uscita significa che il prezzo non

può scendere al disotto del punto di chiusura, la libera entrata significa che il prezzo

non può persistere al disopra di quel punto nell’equilibrio di lungo periodo. Quando

un’industria è in grado di espandersi riproducendosi senza fare salire i prezzi di al-

cun fattore peculiare per l’industria stessa o usato da essa in percentuali particolar-

mente grandi, la risultante curva di offerta di lungo periodo sarà orizzontale. Con

maggiore probabilità, qualsiasi industria, tranne le più piccole, userà generalmente

alcuni fattori produttivi in quantità tanto grandi quanto basta per far salire legger-

mente i propri prezzi. Di conseguenza, la curva di offerta di lungo periodo di

un’industria concorrenziale sarà inclinata verso l’alto, almeno lievemente.

LA CONCORRENZA PERFETTA E LE FORME DI

MERCATO IMPERFETTO

La maggior parte delle situazioni di mercato nel mondo reale può essere collocata su

una linea congiungente i casi limite della concorrenza perfetta e del monopolio com-

pleto. La concorrenza imperfetta implica un certo controllo da parte di ciascuna im-

presa sul proprio prezzo, in virtù del fatto che non esiste un numero molto grande di

rivali che vendano un prodotto assolutamente identico.

Le tendenze verso costi decrescenti hanno un effetto distruttivo sulla concorrenza

perfetta, perché allora una o alcune società si sbarazzeranno dei numerosi venditori

necessari per il modello concorrenziale. Quando le dimensioni efficienti minime de-

gli impianti sono grandi rispetto al mercato nazionale o regionale, allora le condizio-

ni dei costi spingono le strutture di mercato verso la concorrenza imperfetta.

Oltre che l’impedimento dei costi decrescenti, esistono anche barriere alla concorren-

za sotto forma di restrizioni legali (quali i brevetti e la regolamentazione pubblica) e

di differenziazione naturale o artificiale dei prodotti.

I L MONOPOLIO

Si dice monopolio quel mercato in cui tutta l’offerta di un dato bene o servizio è con-

centrata nelle mani di una sola impresa, mentre la domanda è frazionata fra numero-

si compratori

L’ OLIGOPOLIO

Nel mercato oligopolistico la produzione di una merce è concentrata in un limitato

numero di grandi imprese. La domanda invece è frazionata fra numerosi compratori

(es. industria petrolifera). Per altre imprese non è agevole introdursi in un settore di

produzione oligopolistica, poiché spesso sono richiesti ingenti mezzi finanziari ed

esperienza tecnica, quando comunque le imprese già operanti sul mercato non hanno

adottato un regime di coalizione.

Quando gli oligopolisti sono in grado di colludere completamente, o quando essi

tengono conto dell’interdipendenza, il prezzo e la quantità possono essere vicini a

quelli di un singolo monopolista.

L A CONCORRENZA MONOPOLISTICA

La concorrenza monopolistica è una forma di mercato simile alla concorrenza perfet-

ta, in quanto la domanda di un bene o di un servizio è frazionata fra molti consuma-

tori e l’offerta è effettuata da numerose imprese, che però producono merci non o-

mogenee. Ciascuna impresa produce infatti beni che sono differenti. Tali differenzia-

zioni possono riguardare le caratteristiche fisiche dei prodotti, la loro confezione, le

condizioni di vendita ecc.

L’ IMPRESA DOMINANTE

In molte industrie c’è un’impresa dominante, circondata da numerose imprese rivali

più piccole. Nei mercati in cui l’impresa più grande controlla il 60-80% del mercato,

essa dispone di numerose strategie possibili. La più probabile è semplicemente quella

di cedere una parte del mercato alla frangia concorrenziale e poi comportarsi come

un monopolio per il 60-80% del mercato che l’impresa in questione controlla. Tale

mercato prende il nome di oligopolio con impresa dominante.

I NFORMAZIONE E STRATEGIE

La politica anti-trust è la principale forma di intervento pubblico volta a limitare i

possibili abusi delle grandi imprese. In via generale essa agisce in due modi: proi-

bendo condotte anticoncorrenziali (come i cartelli per manipolare i prezzi e ripartire i

mercati, la discriminazione dei prezzi, i vincoli vessatori), e limitando le strutture

monopolistiche di mercato

C ENNI ALLA TEORIA DEI GIOCHI

La teoria dei giochi, sviluppata dal matematico John von Neumann, rappresenta il

comportamento economico di due imprese in competizione. Secondo tale teoria, le

due imprese raggiungono una soluzione concorrenziale stabile solo in corrisponden-

za dell’equilibrio di Nash (a meno che queste non colludano). Un equilibrio di Nash

ha la caratteristica che, data la strategia di un’impresa, l’altra impresa non può far

meglio e viceversa.

L’EQUILIBRIO CONCORRENZIALE

L’ OTTIMO PARETIANO

Si ha ottimo paretiano (detto anche efficienza allocativa) quando non è possibile al-

cuna riorganizzazione della produzione che migliori le condizioni di tutti. In tale si-

tuazione, l’utilità di una persona può essere aumentata soltanto da una diminuzione

dell’utilità di qualcun altro (oppure, detto molto più semplicemente, nessuna perso-

na può migliorare la propria condizione senza che qualcun altro peggiori la sua).

I ’

FALLIMENTI DEL MERCATO E L INTERVENTO PUBBLICO

Il ruolo economico del settore pubblico è cresciuto enormemente. Nella nostra società

un numero sempre maggiore di attività viene compiuto sotto la regolamentazione e il

controllo diretto delle autorità.

Un moderno Stato del benessere svolge essenzialmente quattro funzioni economiche:

1. stabilisce il contesto economico (leggi, regole del gioco economico);

2. stabilisce la politica di stabilizzazione macroeconomica per smussare le oscil-

lazioni della disoccupazione e contenere l’inflazione;

3. assegna risorse di beni collettivi mediante l’imposizione fiscale, la spesa e la

regolamentazione quando i fallimenti del mercato diventano importanti;

4. ridistribuisce le risorse mediante i trasferimenti del sistema di protezione so-

ciale.

Mentre la teoria normativa dello Stato riguarda il “come” lo Stato “dovrebbe” agire,

la teoria delle scelte pubbliche analizza il modo in cui lo Stato effettivamente si com-

porta. Uno strumento essenziale di questa analisi è la frontiera delle possibilità di uti-

lità, la quale rappresenta la relazione inversa tra i livelli di utilità o di reddito reale

che possono essere raggiunti da differenti persone o gruppi. La teoria normativa del-

lo Stato suggerisce che la frontiera della possibilità di utilità della società viene e-

spansa dalla possibilità dell’azione collettiva.

Le scelte pubbliche implicano l’aggregazione delle preferenze individuali in una scel-

ta collettiva. Ma poiché è impossibile raggiungere l’unanimità, tali scelte vengono fat-

te con la regola della maggioranza. Esiste però la possibilità che tale sistema non fun-

zioni come nel caso della “cattura” di un’assemblea legislativa da parte di una mino-

ranza o un gruppo di pressione ben finanziato.

Un importante esempio di fallimento del mercato che può richiedere azioni collettive

è quello degli effetti esterni. Essi insorgono quando i costi o i benefici di un’attività

traboccano riversandosi su altre persone, senza che queste vengano pagate (o paghi-

no) per i costi o i benefici traboccati. Si pensi ad esempio a mercati con esternalità

quali l’inquinamento: lo Stato può ad esempio intervenire per correggere tali ineffi-

cienze con standard di emissione di inquinanti o imposte sulle emissioni.

E QUITÀ ED EFFICIENZA

Un tempo gli economisti credevano che la disuguaglianza fosse una costante univer-

sale, non modificabile dalla politica pubblica. Tale concezione è stata smentita dal fat-

to che l’entità della disuguaglianza è diminuita notevolmente negli ultimi decenni.

Occorre comunque osservare che la ridistribuzione ha i suoi costi: ridurre la disu-

guaglianza ha inevitabili ripercussioni sull’ammontare della produzione nazionale.

Fra i principali programmi per alleviare la povertà possiamo ricordare i pagamenti

assistenziali, i buoni-viveri e l’assistenza sanitaria. Nel complesso, questi programmi

vengono criticati in quanto impongono alti tassi di riduzione dei sussidi alle famiglie

a basso reddito, quando queste cominciano a percepire salari o altre forme di reddito.

Per ottenere un programma più efficiente ed equo, gli economisti hanno proposto

una imposta negativa sul reddito che fornisca un sussidio di base, e poi tassi una mode-

sta frazione di qualsiasi guadagno. Gli esperimenti indicano che tale piano determi-

nerebbe una piccola riduzione dello sforzo lavorativo da parte delle famiglie povere.

DALLA MICROECONOMIA ALLA MACROECO-

NOMIA

D OMANDA E OFFERTA AGGREGATE

I principali strumenti analitici per comprendere come funziona la macroeconomia

sono l’offerta aggregata (OA) e la domanda aggregata (DA). La domanda aggregata è

determinata dalla spesa totale che, in un sistema economico, viene compiuta dalle

famiglie, imprese e settore pubblico e rappresenta la produzione reale totale che vie-

ne acquistata in corrispondenza di ogni livello dei prezzi. L’offerta aggregata descri-

ve quanto PNL reale viene prodotto dalle imprese dati i prezzi, i costi e le condizioni

di mercato.

Le curve OA e DA hanno gli stessi andamenti delle familiari curve di offerta e di

domanda della microeconomia benché le ragioni che determinano le pendenze siano

nel primo caso diverse. La curva di domanda aggregata è inclinata verso il basso in

parte perché i consumatori riescono ad ampliare ulteriormente il loro reddito e la lo-

ro ricchezza ad un più basso livello dei prezzi. Similmente, la curva OA è inclinata

verso l’alto nel breve periodo poiché le imprese sono soggette ad alcuni costi fissi

(come quelli dei contratti salariali) e quindi, in tale circostanza, produrranno più beni

e al tempo stesso alzeranno alquanto i prezzi al crescere della domanda: esse possono

ottenere un più alto profitto a più alti prezzi dei beni e perciò sono disposte a pro-

durre di più.

A PPLICAZIONI ED ESEMPLIFICAZIONI

Grazie agli strumenti dell’offerta aggregata e della domanda aggregata possiamo

comprendere alcuni dei più importanti eventi della storia recente (v. pag. 91 man.).

Guerra del Vietnam. Nel 1964, il sistema era vicino al suo prodotto potenziale. In

conseguenza della riduzione delle imposte e del boom durante la guerra del Viet-

nam, la curva subì uno spostamento verso nord-est così come il punto di equilibrio.

La produzione salì molto al disopra di quella potenziale e il livello dei prezzi aumen-

tò rapidamente (perciò la produzione crebbe e i prezzi salirono).

Stagflazione da shock da offerta. Il rapido aumento dei costi del petrolio, delle ma-

terie prime e del lavoro ebbe l’effetto di aumentare i costi delle imprese e ciò condus-

se alla stagflazione, cioè al ristagno combinato con l’inflazione. Per effetto

dell’aumento dei costi, la curva OA subì uno spostamento verso nord-ovest così co-

me il punto di equilibrio. La produzione diminuì mentre i prezzi aumentarono.

PRINCIPI DI CONTABILITÀ DEL REDDITO NA-

ZIONALE

Il prodotto nazionale lordo (PNL) è, per definizione, il flusso monetario di produzio-

ne totale di un paese: la somma del consumo, degli investimenti (interni ed esteri) e

della spesa pubblica per beni e servizi. PNL=C+I+G.

I :

L FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO IL METODO DEI PRODOTTI FINALI E IL

METODO DEI COSTI

In virtù del modo in cui si definisce il profitto come residuo, si può fare corrisponde-

re la misura del PNL come flusso di costi o come flusso di prodotti.

Il metodo del flusso di costi usa le remunerazioni dei fattori, calcolando accurata-

mente i valori aggiunti per eliminare il doppio computo dei prodotti intermedi. E,

dopo aver sommato (al lordo delle imposte) tutti i salari, gli interessi, le rendite, gli

ammortamenti e i profitti, aggiunge a questo totale il costo di tutte le imposte indiret-

te. Il metodo del flusso di prodotti considera il flusso monetario totale annuo delle

spese per beni finali. Le due misure devono essere sempre identiche.

IL SISTEMA KEYNESIANO

L A FUNZIONE AGGREGATA DEL CONSUMO E DEL RISPARMIO

Il reddito è un’importante determinante del consumo e del risparmio. La funzione

del consumo pone in relazione il consumo totale con il reddito totale. Poiché ogni lira

di reddito viene risparmiata o consumata, la funzione del risparmio è l’immagine

speculare della funzione di consumo. Sommando tra loro le funzioni del consumo

individuali, si ottiene la funzione del consumo nazionale, la quale, nella sua forma

più semplice, esprime le spese in consumi totali in funzione del reddito disponibile.

Anche altre variabili influenzano il consumo: la ricchezza e le aspettative riguardo al

reddito futuro hanno mostrato una chiara influenza sulle modalità di consumo.

L E DETERMINANTI DEGLI INVESTIMENTI

La principale motivazione che sta alla base dell’investimento è ricavare un profitto

netto, cioè investire dove i ricavi aspettati, presenti e futuri, sono maggiori dei costi

aspettati, presenti e futuri. Le principali forze economiche che determinano gli inve-

stimenti sono perciò i ricavi prodotti dagli investimenti stessi (influenzati principal-

mente dallo stato del ciclo economico), il costo degli investimenti (determinato dai

tassi di interesse e dalla politica fiscale), e lo stato delle aspettative riguardo al futuro.

Poiché le determinanti degli investimenti dipendono da eventi futuri altamente im-

prevedibili, gli investimenti sono la più volatile componente della spesa aggregata.

I L MOLTIPLICATORE E LE SUE APPLICAZIONI

Nel modello keynesiano del moltiplicatore, un aumento degli investimenti privati

determinerà un’espansione della produzione e dell’occupazione, mentre una dimi-

nuzione degli investimenti ne determinerà la contrazione. Questa semplice analisi

keynesiana della determinazione della produzione mostra che un aumento degli in-

vestimenti farà aumentare il PNL di una quantità amplificata o moltiplicata, cioè di

una quantità maggiore di se stessa: la spesa per investimenti è una spesa di grande

potenza. Questo effetto amplificato degli investimenti sulla produzione viene detto

moltiplicatore. Lo stesso termine viene usato per indicare il coefficiente numerico che

indica l’entità dell’aumento della produzione determinato da ogni aumento unitario

degli investimenti. In altre parole il moltiplicatore è il numero per cui si deve molti-

plicare la variazione degli investimenti per determinare la risultante della produzio-

ne totale.

I IS-LM

L MODELLO

L’analisi IS-LM rappresenta l’equilibrio tra investimenti e risparmio mediante la cur-

va IS e l’equilibrio del mercato monetario mediante la curva LM.

La curva IS rappresenta le combinazioni di tassi di interesse e PNL reale in corri-

spondenza delle quali il risparmio programmato è uguale agli investimenti pro-

grammati. La curva LM rappresenta le combinazioni in corrispondenza delle quali la

domanda e l’offerta di moneta sono uguali. Il punto in cui sia i beni sia i mercati mo-

netari sono in equilibrio è l’intersezione tra la curva IS e la curva LM. Perciò nel pun-

to di intersezione la domanda e l’offerta di moneta sono uguali e il risparmio pro-

grammato è uguale agli investimenti programmati. Quindi, il punto di intersezione

rappresenta i livelli di equilibrio macroeconomico della produzione e dei tassi di in-

teresse (v. pag. 357 manuale).

MONETA, BANCHE COMMERCIALI, MOLTIPLI-

CATORE DEI DEPOSITI E BANCA CENTRALE

La moneta, insieme alla politica fiscale, è un’importante determinante della produ-

zione, della disoccupazione e dell’inflazione in un moderno sistema economico. La

moneta influenza il sistema economico in tre tappe logiche:

1. le variazioni dell’offerta di moneta influenzano i tassi di interesse,

l’ammontare e i termini del credito;

2. i tassi di interesse e le condizioni del credito influenzano le voci della spesa

che sono sensibili al tasso di interesse;

3. le variazioni della domanda aggregata determinano variazioni della produ-

zione e dei prezzi di equilibrio.

Le banche sono imprese commerciali presenti negli affari per ottenere profitti per i

loro proprietari. Un’importante funzione delle banche è quella di fornire conti cor-

renti ai loro clienti. Le banche moderne si sono evolute gradualmente dalle antiche

botteghe di orafo in cui venivano custoditi denaro e preziosi. Alla fine divenne prati-

ca generale detenere riserve inferiori al 100% a fronte dei depositi, il resto venendo

investito in titoli e prestiti per produrre interessi: nacque così il sistema bancario con

riserve parziali. Se le banche detenessero il 100% di riserve in contanti a fronte di tutti

i depositi, non ci sarebbe alcuna creazione multipla di moneta quando venissero im-

messe nel sistema nuove riserve ad alto potenziale da parte della banca centrale. Ci

sarebbe soltanto lo scambio, nel rapporto di 1 a 1, di un tipo di moneta con un altro

tipo di moneta. Le banche moderne sono obbligate, dalla banca centrale, a detenere

riserve legali sui loro depositi a vista, secondo l’ammontare dei depositi stessi. Le ri-

serve possono essere detenute in denaro liquido o in depositi infruttiferi presso la

banca centrale. Ogni piccola banca ha una capacità limitata di espandere i propri pre-

stiti e investimenti: non può prestare o investire più di quanto ha ricevuto dai deposi-

tanti; ammettendo a titolo di esempio una riserva obbligatoria del 10%, può prestare

soltanto circa nove decimi del ricevuto. Però, mentre nessuna banca da sola può e-

spandere le proprie riserve nel rapporto di 10 a 1, il sistema bancario nel suo com-

plesso può farlo. La prima banca individuale che riceve un nuovo milione di lire di

depositi spende in prestiti e investimenti i nove decimi del contante che ha appena

acquisito. Ciò fornisce ad un secondo gruppo di banche i nove decimi di un milione

di lire in nuovi depositi. Le seconde banche a loro volta mantengono un decimo di ri-

serve e spendono il resto e così via. I limiti dell’espansione dei depositi saranno rag-

giunti soltanto quando ogni lira delle nuove riserve conservate nel sistema bancario

finirà con il sostenere 10 lire di depositi in qualche banca del sistema. A questo punto

il sistema ha raggiunto il tetto degli impieghi e non può creare altri depositi finché

non riceve altre riserve. Il rapporto di 10 a 1 tra l’aumentata moneta bancaria e le

aumentate riserve è detto moltiplicatore dell’offerta di moneta.

La banca centrale è una “banca delle banche”. Ha la funzione di controllare

l’ammontare delle riserve bancarie, determinando così l’offerta di moneta della na-

zione. Se la banca centrale volesse rallentare il sistema economico, la successione di

cinque tappe si svolgerebbe così:

1. la banca centrale contrae le riserve bancarie;

2. ciò determina contrazioni multiple del totale dei depositi che fanno parte di M

(moneta);

3. ciò fa salire i tassi di interesse, rende il credito difficile da ottenere e riduce il

valore di mercato della ricchezza;

4. tutto ciò deprime la spesa in investimenti pubblici e privati;

5. ciò infine, dopo una diminuzione moltiplicata della domanda aggregata, frena

la produzione e i prezzi.

I principali strumenti della politica della banca centrale sono i seguenti:

1. operazioni sul mercato aperto;

2. il tasso di sconto sui finanziamenti alle aziende di credito;

3. gli obblighi di riserva.

Usando questi tre strumenti, la banca centrale può raggiungere obiettivi intermedi: il

livello delle riserve bancarie, i tassi di interesse di mercato e l’offerta di moneta. Tutte

queste operazioni sono rivolte verso gli obiettivi finali della politica monetaria, per

raggiungere (nella massima misura possibile) una bassa inflazione, una bassa disoc-

cupazione e una rapida crescita del PNL reale.

Il più importante strumento della politica monetaria è costituito dalle operazioni di

mercato aperto. La vendita, da parte della banca centrale, di titoli pubblici nel merca-

to aperto riduce le attività e le passività della banca centrale stessa, riducendo così le

riserve delle banche commerciali. Ciò ha l’effetto di ridurre la base di riserve delle

banche per i depositi. La gente alla fine si ritrova con meno M e più titoli pubblici. Gli

acquisti di mercato aperto hanno l’effetto opposto, espandendo in definitiva M me-

diante un aumento delle riserve delle banche.

CICLI ECONOMICI E DISOCCUPAZIONE

L’ OFFERTA AGGREGATA

L’offerta aggregata deriva dalla capacità del sistema economico di produrre, cioè dal

suo prodotto potenziale. Per il breve periodo, possiamo considerare che la curva OA

sia relativamente orizzontale fino al livello del prodotto potenziale, poi si avvicini

nettamente alla verticale per più alti livelli di produzione. Gli aumenti del prodotto

potenziale, a costi invariati, spostano la curva OA verso destra; gli aumenti dei costi

(per esempio di quelli dei salari) spostano la curva OA verso l’alto.

Le principali determinanti della crescita del prodotto potenziale sono gli aumenti dei

fattori produttivi capitale e lavoro e il miglioramento dello stato della conoscenza e

della tecnologia. Nei lunghi periodi, la crescita del prodotto potenziale tende ad esse-

re piuttosto regolare.

C ICLI ECONOMICI

I cicli economici sono fluttuazioni dell’attività economica globale, caratterizzata dalla

simultanea espansione o contrazione della produzione nella maggior parte delle in-

dustrie. Nel linguaggio economico moderno, i cicli economici si producono quando il

PNL reale aumenta rispetto al PNL potenziale (espansione) o diminuisce (contrazio-

ne o recessione). Per comprendere meglio i cicli, si può considerarli come movimenti

della domanda aggregata, che rispecchiano spostamenti C+I+G.

L O

EGGE DI KUN

Esiste un evidente collegamento tra i movimenti della produzione e il tasso di disoc-

cupazione durante il ciclo. Secondo la legge di Okun, per ogni punto percentuale di


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AUTORE

luca d.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Docente: Non --
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Non --.

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