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Il percorso psicodiagnostico

Cap. 1 Diagnosi e valutazione clinica

La valutazione psicodiagnostica è una forma di conoscenza estremamente complessa. In ambito clinico la diagnosi è legata alla formulazione di un profilo psicologico relativo al funzionamento mentale del soggetto, indispensabile alla prognosi e ad un eventuale trattamento.

La psicopatologia e la psicodiagnostica sono dialetticamente correlate, poiché la prima costituisce il sentiero che porta alla diagnosi. Ciò è confermato dal fatto che talvolta la capacità di diagnosticare è limitata ad un’adeguata conoscenza della psicopatologia. Come tutto ciò che fa capo alla cultura medico-scientifica occidentale, anche la psicopatologia ha trovato il suo fondamento epistemico in un pensiero oggettivante. La psicodiagnosi, però, va ripensata in funzione di una psicopatologia che miri alla ricerca del senso di ogni vissuto.

La descrizione psicopatologica è fondamentale per la comprensione del disturbo psichico, in quanto dà ad esso forma e nome, ma, come tutti i termini clinici, ha lo svantaggio di fissare idee e creare delle etichette. Infatti, l’etichetta rimanda alla diagnosi psichiatrica tradizionale e alle sue caratteristiche di fissità. Causalità e istantaneità, il nome, invece, fa riferimento al concetto di diagnosi intesa come valutazione clinica. Per costituirsi come valida risposta alla domanda diagnostica, è necessario che la descrizione psicopatologica non sia né satura né definitiva, ma aperta alle possibili ridefinizioni.

La psicopatologia diviene una sorta di storiografia umana, basata sull’ascolto e sulla comprensione, solo se strettamente connessa all’uso dell’empatia. L’etimologia della parola “patologia”, dai termini greci “pathos” e “logos” rimanda al significato di questa disciplina: la sofferenza come aspetto dell’esistenza umana è dunque l’oggetto di un discorso che si basa sulle capacità umane dell’intuire e del comprendere. Il disturbo psichico va distinto nettamente dall’idea di malattia come agente esterno che attacca l’individuo.

Cap. 2 Il contesto relazionale

La comprensione dell’esperienza del singolo non può prescindere dalla partecipazione dei due soggetti, psicologo e paziente. L’alleanza conoscitiva non può configurarsi come astratta e oggettiva: infatti, uno dei compiti dello psicodiagnosta è quello di creare un’atmosfera nella quale il paziente si senta libero di parlare. Affinché il processo psicodiagnostico si sviluppi è necessario un setting che lo contenga.

Il setting (scenario, cornice) è dato da due aspetti: quello che fa riferimento alle condizioni esterne, gli aspetti formali, spazio-temporali e sociali della relazione (set) e gli atteggiamenti mentali e la dimensione relazionale che consente ai soggetti della relazione di pensare i fenomeni e i sintomi, di guardare e dare significato ad essi. La situazione diagnostica poggia su una trama costituita da ciò che Saraceni e Montesarchio definiscono spazio e tempo della diagnosi: per spazio si intende il vissuto intimo dello psicologo, definito dal “sapere” e dal “vissuto”; per tempo, invece, si intende il tempo psicologico e il ritmo che lo caratterizza.

Per lo svolgimento del processo diagnostico è necessario l’instaurarsi di una alleanza di lavoro in cui il diagnosta si troverà a dosare i movimenti oscillatori tra “distanza” e “vicinanza”. Un buon uso della distanza è elemento essenziale di ogni setting, in quanto consente al paziente di accedere al senso dell’esperienza del soggetto. La reazione dell’individuo alla transitorietà dell’esperienza diagnostica è un prezioso indicatore di alcuni aspetti della sua sofferenza psichica in quanto costituisce una lente attraverso la quale l’individuo legge tutto quanto gli accade.

Un’altra caratteristica fondamentale del setting è costituita dalla varietà di strumenti di cui dispone lo psicodiagnosta: sarà indispensabile l’integrazione dei dati provenienti dai colloqui, dall’anamnesi, dall’analisi delle condizioni mentali, dai test psicologici, da esami fisici e neurologici. Il setting dovrebbe essere relativamente adattabile ai bisogni del soggetto, attraverso la variazione di alcune costanti che lo definiscono.

Un’applicazione troppo rigida delle regole del setting dà esito ad una ritualizzazione del setting stesso che ostacola il perseguimento degli obiettivi conoscitivi della psicodiagnosi e porta ad errori in quanto, limitando le ipotesi e le variazioni, conduce ad una cristallizzazione precoce del giudizio.

Indipendentemente dal tipo di disturbo psichico, ogni paziente deve essere ascoltato e non osservato da sguardi oggettivanti. L’attenzione alla dimensione dell’ascolto è un’eredità psicoanalitica: Freud parlava di attenzione fluttuante, cioè l’attenzione rivolta agli scarti, alle sfumature e ai piccoli particolari. Assumere un tale atteggiamento significa non stabilire una gerarchia degli aspetti più importanti per la conoscenza del soggetto, ma lasciarsi guidare da come quest’ultimo organizza il discorso della propria storia.

È necessario che nello psicologo, ma anche nel paziente, si sviluppi una capacità di ascolto a “due piani”: un piano esterno in cui si sperimenta la capacità di ascoltare l’altro e un piano interno che prevede l’ascoltare se stessi e porre attenzione alle risonanze che la relazione stessa genera. L’unico modo per comprendere il paziente è cercare di creare nella propria mente qualcosa che sia simile alla sua esperienza, immedesimandoci nei suoi vissuti. Ciò è stato definito da Jung “empatia”.

La caratteristica principale di tale capacità è la transitorietà in quanto l’osservatore deve spostare temporaneamente l’attenzione da sé ad un'altra persona, in modo da tradurre in spiegazione ciò che ha provato immedesimandosi nel paziente. A tutto ciò si lega la capacità dello psicologo di esplorare i propri contenuti mentali, ben sapendo che essi influenzeranno l’osservazione. Dunque, la valutazione clinica si basa proprio sulla comprensione empatica, sul mantenimento dell’equilibrio tra immedesimazione e giusta distanza.

Cap. 3 La diagnosi e i suoi modelli

Il termine diagnosi si può tradurre come “distinzione, discernimento, giudizio e valutazione”: questi significati rimandano a tre possibilità di interpretazione e a tre fasi della diagnosi. La distinzione e il discernimento fanno riferimento alla necessità di un’attenta osservazione; il giudizio e la valutazione indicano l’esigenza di una riflessione su un caso particolare; la decisione riguarda i passi necessari al fine di intervenire attraverso la presa in carico personale o l’invio ad un collega.

Il termine diagnosi deriva dal greco diagnosko che può essere tradotto come esaminare accuratamente e riconoscere. Esaminare attentamente coincide con l’osservazione e l’uso di strumenti, mentre riconoscere rimanda alla ricerca di corrispondenze tra quanto osservato e il sapere della diagnostica. La conoscenza psicodiagnostica è una conoscenza speciale in cui sono i bisogni e le caratteristiche del paziente a guidare il processo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ciccina.ale di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi e tecniche psicodiagnostiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Campare Anna.
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