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cardiocircolatoria e il sangue tende a depositarsi nelle parti declivi del corpo. La formazione di tali

macchine segue un’evoluzione cronologica alla quale è possibile far riferimento ai fini della

fissazione del momento della morte. La rigidità cadaverica inizia a distanza di circa 3-6 ore dalla

morte, determinando la fissazione delle articolazioni. Essa sarebbe il risultato della gelificazione

dell’ATP. La rigidità catalettica conferisce al cadavere un’istantanea fissità di tutte le sue

articolazioni, facendogli mantenere la stessa posizione che aveva il soggetto al momento della morte.

Bisogna tener presente dell’influenza che possono esercitare sul suo sviluppo i fattori estrinseci con

particolare riferimento alla temperatura esterna e all’umidità dell’ambiente. 3) l’osservazione dei

fenomeni trasformativi, la cui evoluzione cronologica porterà alla completa scheletrizzazione del

corpo e quindi alla sua totale distruzione morfologica. Questi fenomeni iniziano a manifestarsi a

distanza di circa 48 ore dalla morte. Essi sono la putrefazione, la saponificazione, la macerazione e la

mummificazione. La putrefazione consiste nei processi di scomposizione delle sostanze organiche dei

tessuti dovuti allo sviluppo di microrganismi ad attività saprofitica. I batteri aerobi ed anaerobi della

putrefazione sovrappongono la loro azione a quella dell’autolisi, scindendo e modificando

profondamente proteine, carboidrati e grassi. La putrefazione ha quattro fasi: la fase collettiva si

manifesta due giorni dopo la morte con la presenza di una macchia verde sulla parete addominale, in

basso a destra. Dopo 3-4 giorni dalla morte il colorito verdastro si estende a tutta la superficie

corporea sulla quale è possibile osservare il disegno della rete venosa che si chiama appunto

putrefattiva. Il colorito del cadavere tende a divenire verde scuro e poi in nero dopo circa 7 giorni

dalla morte. La fase gassosa inizia circa 3-4 giorni dopo la morte, con lo sviluppo di gas putrefattivi

all’interno della cavità corporee che fanno assumere al cadavere un aspetto rigonfio dopo circa 6-7

giorni. La fase colliquativa inizia 7-8 giorni dopo la morte con la fuoriuscita del gas putrefattivi dal

cadavere e conseguente afflosciamento dello stesso. Inizia la demolizione dei tessuti con produzione

di liquidi putrefattivi. La fase scheletrica può realizzarsi totalmente anche in 30-40 giorni se il

cadavere si trova il luogo aperto. Se il cadavere è custodito il luogo chiuso, la scheletrizzazione

completa si osserverà dopo diversi mesi o anni dal decesso.

La saponificazione si realizza quando il cadavere giace in acqua o è inumato in un terreno molto

umido. Gli acidi grassi si trasformano in saponi e il cadavere appare ricoperto da una massa bianco-

grigiastra, aumentato di peso e viscido .

La macerazione del cadavere consiste nel raggrinzimento e successivo distacco delle strutture

epidermiche della cute e si osserva nel feto morto trattenuto nell’utero o nei cadaveri che stazionano

in un mezzo liquido.

La mummificazione del cadavere consiste nell’essicazione totale e completa dei tessuti molli del

corpo e si realizza allorché il cadavere soggiorna in ambiente caldo e molto ventilato Tale processo si

completa circa 2-3 mesi dopo la morte.

Leggi il regolamento di polizia mortuaria.

CAP. 10 – ANTROPOLOGIA FORENSE

L’antropologia forense è quella disciplina delle scienze biologiche che studia lo scheletro o i resti

scheletrici per finalità giudiziarie o forensi. L’attività dell’antropologo forense inizia nel momento del

rinvenimento di resti scheletrici, ossia con il sopralluogo. Il sopralluogo prevede l’intervento

dell’antropologo forense o medico legale, e delle forze di polizia che devono transennare il luogo,

controllare il flusso del personale autorizzato, ispezionare i dintorni, acquisire le informazioni

sull’eventuale denuncia di scomparsa di persone e acquisire informazioni sulle condizioni climatiche.

Il recupero dei resti scheletrici rinvenute in superficie o in acqua non pongono in genere grosse

difficoltà pratiche. Nel recupero dei resti scheletrici interrati si distinguono almeno cinque fasi

operative: lo scavo, la rimozione dei resti ossei, la raccolta dei dati di interesse antropologico-forense,

la diagnosi in sede di sopralluogo, l’etichettatura e trasporto dei resti scheletrici nel laboratorio. La

sepoltura secondaria si concretizza quando lo scheletro è stato deposto nel luogo di rinvenimento

dopo un precedente e temporaneo seppellimento in una sepoltura primaria. Ciò è comprensibile dalla

disposizione casuale dei segmenti ossei, dall’eventuale mancanza di alcuni segmenti ossei, dalla

presenza di fenomeni trasformativi anomali rispetto alle condizioni ambientali del luogo di

ritrovamento. Dopo i primi accertamenti di sopralluogo i resti scheletrici sono trasportati in

laboratorio. La pulitura e la preparazione delle ossa è necessaria per risaltare quelle caratteristiche

morfologiche e quelle alterazioni patologiche o traumatiche indispensabili per l’identificazione

generica e personale e per l’accertamento della causa della morte. Le ossa meglio conservate possono

essere lavate in acqua corrente fredda; quelle più fragili vengono spazzolate delicatamente. Qualora i

residui di tessuti organici siano tenacemente adesi alle strutture ossee si può procedere anche

all’ebollizione in una pentola d’acciaio inossidabile. I resti scheletrici, una volta lavati, devono essere

asciugati all’aria e all’ombra, lontano da fonti di calore. La ricomposizione dei resti ossei deve essere

effettuata con collanti che possiedano caratteristiche di reversibilità e di resistenza al tempo e aagli

agenti esterni. In caso di numerosi frammenti ossei si deve accertare se questi appartengano alla

stessa persona o a più individui. Si osservano le differenze metriche tre segmenti ossei, le differenze

morfologiche delle ossa, le varianti anatomiche, la colorazione delle ossa, lo stato di conservazione e

le alterazioni patologiche. Terminata la fase di pulitura e di ricomposizione dei frammenti scheletrici,

si passa all’esame morfologico e alla rilevazione dei principali parametri metrici. Ciò consente di

acquisire gli elementi necessari per l’accertamento dei caratteri identificativi generali, quali il gruppo

etnico di appartenenza, il sesso, l’età, la statura, dei caratteri identificativi specifici o individuali quali

le alterazioni patologiche, le simmetrie ossee, gli interventi chirurgici, e delle cause della morte e dei

mezzi che possono averla provocata. In primo luogo si procede all’esame morfologico dei resti

scheletrici con riferimento al cranio e al bacino. Una volta descritte le principali caratteristiche

morfologiche di tali resti, si procede alle rilevazioni metriche, effettuate con l’antropometro, il calibro

e il goniometro. Le problematiche relative all’identificazione dei resti scheletrici occupano un posto

di rilievo in antropologia forense. Identificazione genetica si basa sulla rilevazione di parametri

antropomorfologici e antropometrici indispensabili per giungere all’accertamento della specie, del

gruppo etnico, del sesso ecc. Esistono tre gruppi etnici: Caucasici, cui appartengono europei, indiani

dell’Asia, popolazioni mediterranee e americani di origine indoeuropea e mediterranea, caratterizzati

da orbite di forma ovalare apertura nasale allungata e ristretta, mento prominente, denti a lama,

capelli ondulati; Mongolidi, cui appartengono gli asiatici e i nativi d’America, caratterizzati da orbite

rotondeggianti, apertura laterale rotondeggiante, denti a pala, capelli lisci, dritti e spessi; Negroidi, cui

appartengono gli africani e i neri d’America, caratterizzati da orbite squadrate, apertura nasale ampia,

capelli con raggi di curvatura molto ridotto. Attraverso l’esame del cranio e delle ossa del bacino

avviene l’identificazione del sesso. Nel sesso maschile il cranio presenta una maggiore inclinazione

della fronte, l’arcata diplomatica è ampia, la mandibola e ampia; nel sesso femminile tali caratteri

sono meno marcati e più piccoli. Le ossa del bacino risultano più grandi nel sesso femminile per

favorire il transito del feto. La determinazione dell’età si basa sulla dimostrazione delle alterazioni di

natura fisiologica, para fisiologica e patologico-degenerativa che si verificano nel corso della vita. La

maggior parte delle suture della volta cranica sono aperte nella componente endocranica nei soggetti

di età inferiore ai 25 anni e sono completamente chiuse nei soggetti di età superiore ai 26 anni. La

sutura occipito-temporale non ancora chiusa depone per un soggetto di età inferiore ai 20 anni. La

sutura palatina incisiva si salda intorno ai 25 anni, la sutura palatina mediana anteriore si inizia a

chiudere intorno ai 27 anni e termina intorno ai 40-50 anni. Per quanto riguarda i denti, fino ai

trent’anni di età si logora lo smalto, a 40 anni inizia l’interessamento della dentina e intorno ai 70 anni

inizia il logoramento della polpa. L’esame istologico dei denti può mettere in evidenza l’aumento

delle fragilità e la riduzione della permeabilità dello smalto. L’esame radiologico è un altro

importante strumento per accertare l’età: consente di valutare il grado di mineralizzazione e l’epoca di

eruzione degli elementi dentali, la comparsa e la fusione dei nuclei di ossificazione, l’ossificazione

delle cartilagini di coniugazione. L’esame radiografico consente di valutare il grado di

mineralizzazione dei denti e di verificare l’avvenuta eruzione. L’indagine radiografica assume valore

entro i primi 25 anni di vita. Le cartilagini di coniugazione vanno incontro a completa ossificazione

intorno ai 25 anni di età. Per determinare la statura si fa riferimento alle formule di Trotter e Glesser,

che valgono per soggetti di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Per quelli di età superiore si deve

sottrarre il prodotto dell’età espressa in anni per cm 0,06. Le formule di Fully e Pineau considerano

anche la lunghezza della colonna vertebrale. L’identificazione individuale si basa sul confronto dei

dati post-mortali, rilevati sui resti scheletrici o sui segmenti ossei, con i dati ante-mortem,

rappresentati da informazioni testimoniali acquisite da familiari o conoscenti ovvero da informazioni

contenute in cartelle cliniche e documenti medici. L’identificazione del volto è l’ultima fase del

complesso processo d’identificazione individuale. Le tecniche utilizzate sono la sovrapposizione

fotografica, la sovrapposizione video e la ricostruzione tridimensionale del volto. Le fratture post-

mortali si caratterizzano per la presenza di margini rugosi, irregolari. Problematiche di natura

diagnostica nascono quando le fratture vengono riscontrate in resti scheletrici sottoposti anche ad

azione delle alte temperature. In queste circostanze si deve stabilire se le fratture siano di natura

traumatica ovvero dovute all’azione del calore. Le lesioni prodotte sui resti scheletrici dagli animali

presentano dei caratteri morfologici abbastanza tipici, che consentono di distinguerle dalle lesioni

traumatiche.

CAP. 11 – LA PATOLOGIA FORENSE

La patologia forense è la lesività medico-legale che studia le alterazioni che incidono negativamente

sull’integrità fisica e psichica della persona e che hanno come effetto una compromissione

dell’organismo, la quale può avere caratteri totalmente o parzialmente reversibili oppure esitare nella

morte. Il suo scopo è identificare la natura e le caratteristiche delle lesioni e del mezzo produttore

delle stesse, individuare i meccanismi patogenetici e le modalità con cui il mezzo ha agito,

evidenziare le conseguenze delle lesioni. Un particolare rilievo assume la traumatologia, che si

occupa degli effetti lesivi prodotti da agenti dotati di energia fisica, particolarmente meccanica. Il

concetto di trauma (dal greco ferita) ha assunto nella terminologia medica il preciso significato di

alterazione organica prodotta da energia fisica, prevalentemente meccanica. Con il termine trauma

psichico si indicano le alterazioni delle funzioni psichiche le quali sono conseguenza di azioni

violente, non dotate di energia fisica (intense emozioni derivanti da spavento, aggressione verbale).

Nell’ambito della patologia forense rientrano anche le alterazioni organiche prodotte dall’azione di

particolari sostanze chimiche dotate di effetto disgregativo.

Il Borri ripartisce la lesività medico-legale in:

a) lesività da energia fisica → Le lesioni da energia fisica sono quelle prodotte da agenti lesivi di

natura meccanica, elettrica, termica, barica, radiante, fotica e vibratoria. Le lesioni da energia

meccanica possono ulteriormente dividersi in lesioni da mezzi contusivi; lesioni da arma bianca;

lesioni da arma da fuoco; asfissie meccaniche violente. Le lesioni da energia elettrica possono essere

distinte in lesioni da energia elettrica naturale o atmosferica (fulmine) e lesioni da energia elettrica

industriale (corrente). Le lesioni da energia termica sono quelle prodotte dal calore naturale (sole) o

industriale (fiamma). Le lesioni da energia barica sono quelle prodotte dalle variazioni di energia

pressoria nell’ambiente. Le lesioni da energia radiante sono quelle prodotte dalle radiazioni

elettromagnetiche e da quelle corpuscolate. Le lesioni da energia fotica sono quelle prodotte dalla

propagazione dei raggi luminosi. Le lesioni da energia vibratoria sono quelle prodotte da onde si

propagano mediante un’oscillazione periodica a velocità variabile in funzione della quale gli effetti

lesivi possono essere da infrasuoni, da suoni o rumori e da ultrasuoni.

b) lesività da energia chimica → Le lesioni da energia chimica possono essere classificate a seconda

della natura dei mezzi produttori, i quali possono agire con meccanismo chimico (sostanze corrosive)

o biochimico (veleni).

c) lesività da energia biodinamica → Le lesioni da energia biodinamica sono sostanzialmente

rappresentate dai traumi psichici e dallo sforzo muscolare. Traumi psichici sono quelli che provocano

nell’organismo una reazione emotiva cui corrisponde una modificazione somatica che può essere di

natura transitoria o persistente. Lo sforzo muscolare rappresenta la reazione dell’organismo,

attraverso l’opposizione dell’attività muscolare, ad una resistenza esterna che si vuole vincere. Lo

sforzo è completo quando si impiega la forza tutto il complesso muscolare, altrimenti è parziale.

Dall’identificazione e definizione degli effetti lesivi prendono vita le conseguenze giuridiche delle

lesioni stesse. A seconda della gravità gli effetti lesivi possono essere così suddivisi:

- morte: essa può realizzarsi istantaneamente quando la lesione produce un grave smembramento

dell’organismo con interessamento degli organi vitali ovvero vengono stimolati determinati centri

nervosi che inducono una inibizione mortale; può rappresentare una conseguenza immediata della

lesione nei casi di embolia o emorragia grave rapida; può infine essere a distanza, quando rappresenta

la conseguenza ultima di determinismi lesivi che si concludono dopo un certo lasso di tempo dalla

produzione delle lesioni.

- emorragia: è conseguenza di una lesione vascolare arteriosa o venosa. Può avere un decorso rapido

oppure lento.

- embolia: è conseguenza immediata della lesione costituita dall’occlusione del lume vascolare da

parte di materiale ematico o grasso o per produzioni di emboli gassosi.

- schok: è una sindrome di grave entità ad insorgenza acuta ed evoluzione drammatica, indotta da

molteplici cause, caratterizzata da complessi disturbi della dinamica circolatoria, compromissione

delle funzioni vitali, turbe metaboliche, neurovegetative e del sensorio. Lo shock cardiogeno è

secondario ad aritmie, fattori meccanici cardiaci, cardiomiopatie; lo schok ostruttivo è dovuto a fattori

estrinseci delle valvole cardiache e al miocardio; lo schok può essere anche ipovolemico; infine vi è

lo shock da alterata distribuzione (tossico, neurogeno, anafilattico). Di fronte alla causa responsabile

dello schok, l’organismo reagisce solitamente in tre fasi: la prima fase, detta di reversibilità, si

caratterizza per una massiccia liberazione di catecolamine (adrenalina e noradrenalina) che provocano

una vasocostrizione al livello delle metarteriole. Si riduce il circolo refluo venoso e la massa

sanguigna circolante; la seconda fase, di irreversibilità, è caratterizzata da una triplice forma di

insufficienza cardiocircolatoria acuta (cardiaca, vascolare e volemica), aggravata dalla sofferenza

intrinseca del miocardio; la terza e ultima fase è detta atonica e si caratterizza per la vasodilatazione,

l’aumentata permeabilità dei capillari, la trasudazione di plasma e la diminuzione della massa

sanguigna circolante. La sintomatologia è drammatica (pallore, ipotermia, torpore psichico) e può

coinvolgere la maggior parte delle funzioni organiche. I vari tipi di shock richiedono provvedimenti

terapeutici tempestivi e specifici interventi volti a controbattere le componenti patogenetiche.

- stress: è la risposta funzionale con cui l’organismo reagisce ad uno stimolo più o meno violento di

qualsiasi natura esso sia, se percepito come minaccioso per la vita o per l’incolumità fisica e

individuale. La reazione di stress si manifesta con un’attivazione psico-endocrina complessa, con

modificazioni di stato del sistema nervoso vegetativo e con variazioni secondarie degli organi. Se lo

stimolo non può essere allontanato si parla di stress cronico, che induce modificazioni metaboliche e

funzionali persistenti che possono essere viste come precursori di malattia.

Ogni lesione, oltre a quelle specifiche, possiede delle caratteristiche generiche. I criteri di giudizio

essenziali attraverso cui si persegue la risoluzione della problematica legata alla diagnosi differenziale

tra omicidio, suicidio e accidente sono il criterio topografico; il criterio di contiguità; il criterio della

dinamica lesiva; il criterio della gravità e letalità delle lesioni.

Una delle problematiche di maggiore approfondimento conoscitivo nell’ambito della patologia

medico-legale è la diagnosi differenziale tra lesione vitale e post mortale. È possibile identificare e

valutare l’epoca di comparsa della reazione vitale cutanea con l’osservazione macroscopica

adeguatamente integrata con l’impiego di metodiche istochimiche e biochimiche. L’esame

macroscopico rappresenta la prima fase: nelle ferite cutanee aperte prodotte da mezzi dotati di energia

meccanica, la presenza di margini divaricati, la formazione della crosta, la comparsa di pus

conseguente all’infezione batterica, rappresentano i caratteri di lesioni avvenute in vita; lo

spandimento emorragico intratissutale cospicuo ed esteso è un dato che consente un giudizio di alta

probabilità di lesione vitale. L’esame microscopico apporta un contributo determinante per la

diagnosi di vitalità e di epoca di produzione della lezione. La deposizione della fibrina un tempo era

ritenuta di esclusiva origine vitale, mentre recentemente si è dimostrato che può esser presente in

emorragia post mortem e assente in ferite vitali; l’aggregazione piastrinica può essere ritenuta sicuro

segno di ferita cutanea vitale, tenendo presente che l’intensità della stessa è direttamente

proporzionale all’intervallo di tempo che intercorre tra la produzione della lesione e la morte del

soggetto. La reazione leucocitaria è caratterizzata dalla presenza di un vallo di leucociti polimorfi che

compare tra la seconda e la 24ª ora dalla produzione della ferita. Un’apprezzabile e significativa

reazione leucocitaria conferisce alla lesione l’inequivocabile attributo di un fenomeno vitale. L’esame

istochimico offre la possibilità di studiare l’attività enzimatica di una lesione attraverso le reazioni

cromatiche specifiche del singolo enzima. Circostante il bordo della ferita cutanea si distingue l’area

periferica, caratterizzata da un’aumentata attività enzimatica (reazione vitale positiva) e l’area

centrale, della degenerazione o necrosi, ove si osserva una reazione vitale negativa. La valutazione

dei risultati delle indagini istochimiche deve essere sempre improntata a grande prudenza. L’esame

biochimico analizza sostanze o enzimi che aumentano, diminuiscono o compaiono all’interno del

focolaio di una lesione cutanea, potendo così identificarne l’eventuale vitalità. È possibile dimostrare

un aumento relativo del contenuto di istamina e di serotonina nella cute lesa ante mortem.

CAP. 12 – LE LESIONI DA ENERGIA FISICA: MECCANICA

Le lesioni da energia meccanica comprendono tutte quelle prodotte da un mezzo fisico che agisce

sull’organismo animato da energia meccanica, in virtù delle forze gravitazionali o di moto che

caratterizzano la materia. In relazione ai mezzi agenti in forza di energia meccanica, le lesioni

possono essere distinte in lesioni da mezzi contusivi; lesioni da arma bianca; lesioni da arma da fuoco;

asfissie meccaniche violente.

Lesioni da mezzi contusivi. Per mezzo contundente si intende qualsiasi corpo fisico che abbia una

superficie più o meno larga, privo di spigoli o punte o taglienti e che abbia margini smussi e

arrotondati. L’azione dei mezzi contusivi può essere o puramente contusiva (dando luogo ad

irritazione cutanea, ecchimosi, ematomi) o discontinuativa (dando luogo ad abrasione, escoriazione,

ferite lacere, fratture, lesioni viscerali). Meccanismi complessi contusivi e discontinuativi danno

luogo ai grandi traumatismi nei quali rientrano la precipitazione, l’investimento, l’esplosione.

L’irritazione cutanea è prodotta dal mezzo contusivo che agisce con un’azione di strisciamento o di

pressione, che provoca una reazione vasomotoria dei tessuti interessati e che si manifesta con un

impallidimento e successivo arrossamento della cute. Data la breve durata di tali effetti, le irritazioni

cutanee sono lesioni che si osservano quasi esclusivamente sul vivente. Solo quando l’azione

traumatica è ripetuta e prolungata nel tempo si possono osservare anche sul cadavere.

Azioni contusive agenti con meccanismo di compressione o decompressione o trazione danno luogo

alla formazione di ecchimosi o ematomi. Per ecchimosi si intende uno stravaso di sangue che si

raccoglie nei tessuti e che è dovuto alla rottura dei vasi di piccolo calibro. L’ematoma si ha quando la

raccolta ematica raggiunge proporzioni rilevanti per la rottura di vasi di maggior calibro, ed assume

l’aspetto di una massa, depositandosi nei tessuti e nelle cavità del corpo. Per le finalità medico-legali,

delle ecchimosi è necessario riconoscere la sede, la forma, il colore, l’origine e il carattere di vitalità.

L’ecchimosi può avere sede superficiale o profonda. Quella superficiale si forma nella sede in cui il

mezzo lesivo esprime la sua forza viva. La forma è solitamente rotondeggiante e ha dimensioni

contenute; si parla di ecchimosi figurata se assume la configurazione del mezzo che l’ha prodotta.

L’ecchimosi superficiale ha una comparsa immediata e assume un colorito rosso violaceo; quella più

profonda ha una comparsa tardiva. Nel vivente il colore della ecchimosi varia con il trascorrere dei

giorni, diventando blu, verde e infine giallo dopo circa 12 giorni. Nel cadavere l’ecchimosi non ha,

ovviamente, variazioni cromatiche se non quelle legate alla trasformazione putrefattiva

dell’emoglobina. L’ecchimosi ha di solito un’origine traumatica ma è fondamentale capire se deriva

spontaneamente da fatti patologici. Le ecchimosi spontanee sono di norma piccole, rotondeggianti,

diffuse omogeneamente sulla superficie cutanea. Per stabilire se si tratta di ecchimosi vitale o meno, è

necessario ricercare istologicamente il reticolo di fibrina la cui presenza è espressione di vitalità della

lesione. Tra le lesioni prodotte dai mezzi contusivi con modalità discontinuative, vanno evidenziate le

abrasioni e le escoriazioni. Escoriazione è la distruzione degli strati superficiali cutanei ad opera di un

mezzo contundente che agisce tangenzialmente sulla cute con azione di strisciamento. Se lo stesso

effetto viene prodotto da uno strumento tagliente che agisce trasversalmente sulla superficie si parla

di abrasione. Se è leso solo lo strato epidermico si forma una crosta sierosa; quando viene interessato

il derma si produce una crosta siero ematica; l’interessamento ancora più profondo dello strato

dermico provoca una crosta ematica più spessa. Particolare rilievo riveste la sede delle escoriazioni, il

cui studio permette di ricostruire l’evento traumatico. Le lesioni escoriative localizzate in

corrispondenza degli orifici o delle vie respiratorie possono denunciare l’attuazione di una meccanica

asfittica, quelle localizzate nella regione genitale o sulle cosce denunciano un’azione di libidine

violenta o di violenza carnale. Di particolare interesse medico legale è la diagnosi differenziale tra

escoriazione prodotta in vita e quella dopo la morte. Macroscopicamente l’escoriazione prodotta in

vita mostra sulla superficie del derma, che è giallastra, una arborizzazione rossastra prodotta dalla

coagulazione del sangue nei capillari: trombosi capillare. Nessun problema diagnostico offre

l’escoriazione post mortale in sede non ipostatica, priva di crosta e di reazione vascolare, mentre in

zona ipostatica è di difficile diagnosi. Le ferite lacere e lacero-contuse si producono quando l’azione

del mezzo contundente, che agisce con un meccanismo di trazione e di schiacciamento, è

particolarmente intensa tanto da vincere la resistenza dei tessuti e provocarne la discontinuazione a

livello superficiale e profondo. Si ha una ferita lacera quando l’azione lesiva è caratterizzata da un

esclusivo meccanismo di trazione o di strappamento; mentre se vi è anche compressione e

schiacciamento si produce un effetto da scoppio generando una ferita lacero contusa. Le ferite lacere

hanno margini più o meno irregolari scollati, pareti irregolari unite da lacinie di tessuto. Le ferite

lacero contuse mostrano una più marcata irregolarità dei margini e una notevole infiltrazione ematica

dei margini, delle pareti e nel fondo della lesione. La maggior parte delle ferite lacero contuse del

cuoio capelluto, a causa della particolare struttura anatomica, hanno una forma stellare solitamente a

tre, ma anche a più punte. Quando l’azione lesiva interessa strutture anatomiche situate al di sotto

dello strato adiposo sottocutaneo si parla di lesioni viscerali. Come conseguenza di tali lesioni si

producono emorragie interne che formano una raccolta ematica nelle varie cavità e che

contribuiscono ad aggravare il quadro traumatico. Quando il trauma contusivo è particolarmente

intenso esso vince la resistenza ossea e produce varie fratture, mediante compressione, flessione o

torsione assiale. Le fratture dirette conseguono all’applicazione della forza direttamente sul focolaio

di frattura dell’osso; in quelle indirette l’energia lesiva è applicata in un punto diverso. Le fratture

delle ossa del cranio hanno delle peculiarità: sul cranio possono prodursi sostanzialmente quattro tipi

di fratture: 1) i complessi fratturativi diffusi, che si producono quando un mezzo contundente a larga

superficie comprime violentemente la teca cranica, realizzando fratture che interessano una superficie

limitata; 2) i complessi fratturativi circoscritti, si osservano quando l’azione lesiva avviene ad opera

di un mezzo contundente a piccola superficie; 3) le fratture irradiate alla base, si osservano quando

per una forza applicata sulla volta cranica si produce una frattura meridianica che dal polo d’urto

tende a portarsi verso il polo di reazione del cranio situato in corrispondenza dei condili occipitali; 4)

le fratture isolate della base si producono quando la trasmissione della forza lesiva che si irradia alla

base non è sufficiente a vincere la resistenza dei punti di maggiore consistenza della base cranica e

produce l’effetto lesivo solo nelle zone di minore resistenza. Quando la base del cranio subisce una

violenta sollecitazione in corrispondenza del punto di appoggio sulla colonna vertebrale si producono

fratture all’anello disposte attorno al forame occipitale. Ciò può avvenire a causa di precipitazione

con impatto sul podice o sulla volta, per investimento o incidente stradale motociclistico.

Tra i grandi traumatismi sono compresi la precipitazione, l’investimento, l’incidente stradale, le

esplosioni, lo schiacciamento e l’impalamento. Si parla di precipitazione quando un corpo, libero

nello spazio, si abbatte al suolo per forza di gravità. Il quadro lesivo della precipitazione è tanto più

grave quanto maggiore è l’altezza della stessa. Di particolare rilievo ai fini della lesività sono le

caratteristiche della superficie di impatto. Caratteristica lesività esterna, in genere escoriativa, si

produce nei casi in cui il corpo durante la caduta urti contro ostacoli sporgenti. La diagnosi deve

essere fatta in base alle peculiarità del quadro lesivo nel suo complesso. Una frattura tipica che si

osserva per caduta del soggetto all’indietro è quella localizzata in sede occipitale che ha forma lineare

e raggiunge quasi sempre l’anello occipitale. La precipitazione è di norma evenienza suicidiaria;

frequente è il fatto accidentale mentre rara è l’ipotesi omicidiaria. Ai fini della diagnosi differenziale,

l’elemento di maggior peso è l’accertamento del carattere di vitalità delle varie lesioni, e ciò al fine di

escludere che si tratti di precipitazione di cadavere. È essenziale completare l’indagine medico legale

con i risultati di un sopralluogo tempestivo, accurato e intelligente. L’investimento tipico è il contatto

violento di un veicolo in movimento con un corpo umano fermo o in movimento. Si possono

distinguere cinque fasi: 1- l’urto, quando il veicolo si avvicina al soggetto ed impatta il corpo con una

sua parte; 2- l’abbattimento al suolo dell’individuo dopo aver subito una brusca accelerazione; 3-

l’accostamento del corpo da parte del veicolo con la spinta in avanti; 4- il sormontamento del veicolo

sul corpo se la corsa non si arresta; 5- il trascinamento del corpo dopo esser stato agganciato dal

veicolo. Se alla fase dell’urto non segue quella dell’abbattimento nessuna delle successive fasi si

realizza. Non è detto che si osservino comunque sempre tutte le fasi. La lesività che si produce nel

corso di un investimento è quanto mai complessa e può interessare la quasi totalità della superficie

corporea. Della fase dell’urto sono proprie le lesioni del tipo fratturativo associate a fatti escoriativi

ed ecchimotici localizzati agli arti inferiori. Nell’abbattimento il soggetto viene prima proiettato in

avanti e in alto, poi subisce una caduta al suolo procurandosi lesioni di tipo ecchimotico-escoriativo e

fratturativo del capo, degli arti superiori e delle spalle. Nell’accostamento prevalgono le lesioni

contusive discontinuative con produzione di escoriazioni, ferite lacere e lacero contuse; nel

sormontamento si osserva una lesività contusiva prodotta dalla violenta compressione che esercita

sulla cute il battistrada del pneumatico. Durante il trascinamento si verificano lesioni del tipo

ecchimotico escoriativo ma anche estese discontinuazioni del mantello cutaneo con messa allo

scoperto del piano muscolare di intere regioni corporee. La diagnosi differenziale tra investimento e

precipitazione deve essere fatta attraverso l’esame esterno del cadavere e con l’ausilio di un accurato

sopralluogo giudiziario. L’investimento può essere dovuto ad accidente, suicidio o omicidio. Nel caso

di investimento da parte di più autoveicoli può essere importante stabilire quale siano state le lesioni

sicuramente mortali, da quali mezzi sono state prodotte e quale la successione dei fatti traumatici.

L’investimento dall’incidente stradale fa riferimento alle lesioni che si osservano nei casi in cui una

persona, a bordo di un veicolo, rimane coinvolta in un sinistro del traffico per l’urto del veicolo

contro un altro ostacolo. Le lesioni riportate dal conducente dell’autoveicolo sono di tipo

ecchimotico-escoriativo e di tipo fratturativo della gabbia toracica. Le più frequenti lesioni investono

il capo, gli arti inferiori e il torace. Le brusche e improvvise accelerazioni e immediate decelerazioni

in caso di tamponamento comportano una flessione anteriore ed una successiva posteriore del collo,

dette colpo di frusta. Per esplosione si intende l’improvvisa e violenta espansione di fluidi cui

consegue una brusca variazione di pressione con produzione di onde d’urto che si trasmettono

nell’ambiente circostante. Le esplosioni sono dovute a scoppi di polveri piriche, mine, bombe, caldaie,

bombole di gas, condutture del metano. La lesività che si produce è la più varia potendosi osservare

anche lo smembramento del corpo. Si parla di schiacciamento quando l’organismo viene

violentemente e totalmente compresso da una forza esterna con gravi ed estese lesioni a organi e

apparati. Può verificarsi a seguito di crolli di edifici, operazione di grossi autoveicoli, per frane o per

altri eventi simili. Vengono coinvolte le strutture cranio-encefalitiche, toraco-addominali e muscolari.

L’emorragia, lo shock traumatico e la sindrome da schiacciamento delle masse muscolari possono

provocare la morte. All’effetto traumatico delle lesioni può aggiungersi una componente asfittica

dovuta a impedimento degli atti respiratori per compressione del torace. L’impalamento è una lesione

da punta impropria mediante azione di mezzi vari come pali, aste delle cancellate, rami di albero,

tondini di ferro. Comportano rilevanti lacerazioni perineali e viscerali.

Lesioni da arma bianca. Per arma bianca si intende qualsiasi mezzo che abbia capacità lesive in

quanto in grado di penetrare nell’organismo, dotato di una punta o di un margine tagliente. Le armi da

taglio che hanno una lama particolarmente robusta vengono definite fendenti. La lesività prodotta

dall’azione di questi mezzi da luogo alle ferite da punta, alle ferite da taglio, alle ferite da punta e

taglio e alle ferite da fendente. Sono considerate armi da punta tutti quegli strumenti aventi sezione

circolare o forma cilindrica o conica, e terminano con una punta più o meno acuminata e che abbiano

consistenza strutturale sufficiente per attuare l’azione penetrante. I più comuni mezzi lesivi a punta

sono gli aghi, gli spilloni, i punteruoli, i chiodi, i fioretti, le punte di ombrello, le forchette, i forconi,

le corna gli animali. Essi agiscono con prevalente meccanismo di pressione e penetrano

nell’organismo divaricando i tessuti senza reciderli, producendo un foro d’ingresso. Attorno al foro

d’ingresso che avrà un effetto contusivo tanto più marcato quanto maggiore sarà l’asperità delle pareti

dello strumento. Si avrà foro di uscita solo quando l’arma è particolarmente lunga o quando è

interessata una struttura corporea di modesto spessore. Queste lesioni avranno una profondità

proporzionata alle dimensioni dello strumento. Se viene usato un mezzo a punta improprio (a sezione

quadrangolare e forma piramidale), la lesione avrà una forma stellare a quattro punte. Sono

considerati strumenti da taglio quelli costituiti da una lama con un margine affilato che ha la capacità

di recidere i tessuti con l’impiego di forza anche modesta. I più comuni mezzi da taglio sono coltelli,

bisturi, rasoi, lamette, falci e spade. Gli effetti lesivi specifici prodotti da questi mezzi possono essere

l’abrasione, conseguente allo strisciamento tangenziale di una lama sulla cute con asportazione

dell’epidermide; le ferite lineari, prodotte dalla lama che penetra perpendicolarmente nei tessuti

provocandone la recessione netta; le ferite a lembo, quando il mezzo tagliente recide i tessuti con

modalità di pressione e strisciamento tangenziale, producendo un lembo di tessuto con un margine

libero; le ferite mutilanti, conseguenti all’azione particolarmente energica del mezzo sul corpo di cui

si provoca lo stacco netto. Nell’economia della diagnosi medico legale, grande importanza rivestono

le codette, ossia discontinuazioni assai superficiali del tessuto localizzate in corrispondenza degli

angoli della ferita, disposte nella stessa direzione di quest’ultima. La disposizione delle codette può

fornire utili indicazioni in ordine alla direzione con la quale ha agito il mezzo. Nell’omicidio le ferite

possono interessare indistintamente tutto il corpo a seconda della posizione della vittima rispetto

all’aggressore; nel suicidio le ferite sono più concentrate, di norma in una sola sede quale il collo, o il

cuore, o l’addome o l’avambraccio. Le ferite da fendente sono prodotte da scure, asce, mannaie e falci.

Caratteri delle ferite da fendente sono i margini poco lineari a causa delle lame assai robuste e spesso

poco affilate; attorno ai margini si osserva un effetto ecchimotico-escoriativo. Ma le ferite sono quasi

sempre attinenti all’evenienza omicidiaria. La diagnosi differenziale deve esser fatta avendo riguardo

al numero, alla profondità, alla sede e alla direzione delle ferite. Le ferite da punta e taglio sono

prodotte da un mezzo dotato di una lama avente un margine tagliente e una punta. I più comuni mezzi

sono i coltelli a punta, i coltelli a serramanico, i pugnali, gli stiletti, le lame delle forbici. Caratteri

generali di queste ferite sono i margini, le pareti e il fondo, netti e scarsamente infiltrati di sangue; gli

angoli acuti se si tratta di un mezzo bi o poli tagliente, o uno acuto e l’altro ottuso e si tratta di un

mezzo monotagliente. La forma varia a seconda del mezzo e può essere condizionata da movimenti

compiuti dalla mano che impugna l’arma quando questa è già infissa nei tessuti. Il deprezzamento è

una forma di lesività complessa che può riguardare sia il corpo vivente che il cadavere; è eseguito con

strumenti da taglio, con fendenti, con mezzi da punta e taglio o con seghe. Nella maggior parte dei

casi integra il delitto di vilipendio di cadavere e serve a rendere più agevole l’occultamento del corpo.

Riveste interesse accertare se il deprezzamento è avvenuto in vita o dopo la morte, e tale diagnosi si

fonda sui caratteri di vitalità o meno delle lesioni.

Lesioni da arma da fuoco. La lesività d’arma da fuoco rientra nelle lesioni da energia fisica

meccanica. Per lesione d’arma da fuoco si intende quella prodotta sull’organismo umano dall’azione

di uno o più proiettili esplosi da un’arma da fuoco. Le problematiche medico legale vertono

principalmente sulla natura delle lesioni medesime, sul numero dei colpi, sulla distanza di sparo,

sull’identificazione dell’arma e delle polveri impiegate, sulla ricostruzione del fatto. Tutto ciò è

finalizzato alla risoluzione della problematica relativa alla diagnosi differenziale tra omicidio,

suicidio e accidente. L’identificazione della lesione d’arma da fuoco è consentita dalle peculiarità del

foro d’ingresso; a livello viscerale, determinanti per la diagnosi è il rinvenimento di proiettili nel

contesto somatico. L’esattezza della distanza di sparo si può ottenere solo eseguendo prove di

confronto effettuate con l’arma eventualmente repertata o con armi dello stesso modello. La direzione

dei tramiti intrasomatici si ricava ricostruendo il passaggio del proiettile attraverso i vari tessuti. Per il

numero dei colpi occorre accertare esattamente il numero dei fori d’entrata e i tramiti. Va detto che

nello stesso foro d’ingresso possono penetrare teoricamente due proiettili e che lo stesso colpo può

produrre più fuori d’ingresso. Identificazione dell’arma è possibile quando nei colpi sparati è rimasta

l’impronta del vivo di volata della canna o quando si rinviene il bossolo o il proiettile durante il

sopralluogo. Le armi da fuoco sono macchine che utilizzano la trasformazione del propellente per

lanciare un proiettile, che assume così moto ed energia cinetica atte a produrre danno sui bersagli. Le

armi possono essere pesanti (cannoni e mitragliatrici) o portatili ( fucili e pistole). Rispetto ai caratteri

balistici le armi si dividono in armi a carica singola, che sparano un solo proiettile per ogni colpo

esploso, e armi a carica multipla, che espellono con un solo colpo più proiettili. Le armi ad azione

manuale sparano un colpo a colpo; le armi all’azione meccanica sparano con il tamburo del revolver,

mentre le armi ad azione semiautomatica o automatica spara una raffica. Rispetto alla destinazione

d’uso, si distinguono in armi da guerra e armi da sparo. L’elemento fondamentale nell’arma da fuoco

è la canna: cilindro cavo di vario spessore la cui anima si presenta liscia o rigata. L’estrema anteriore

della canna è detto volata, l’estremo posteriore è la culatta. I proiettili sono formati da un nucleo

interno di piombo e da una camicia esterna di diverso metallo. Essi sono inglobati nel bossolo che

contiene la polvere. La capacità lesiva di un proiettile è la risultante di tre meccanismi: l’azione

percussoria, cioè l’urto contro il bersaglio; l’azione di cuneo, che recide e divarica i tessuti; l’azione

di trapano che favorisce la penetrazione. I movimenti normali di un proiettile sono quelle di

traslazione e di rotazione lungo l’asse. Si possono aggiungere movimenti irregolari come oscillazioni,

vibrazioni e rotazioni. La forza viva del proiettile è ottenuta moltiplicando la massa per il quadrato

della velocità e dividendo il risultato per due: questa è l’energia cinetica. Le lesioni d’arma da fuoco a

carica singola sono rappresentate principalmente dal foro d’ingresso, dal tramite intersomatico e dal

foro di uscita. Giungendo a contatto con la cute, il proiettile unico vince la resistenza e produce un

foro d’ingresso. Il diametro di questa lesione è solitamente più piccolo del calibro del proiettile che

l’ha prodotto; la forma è rotondeggiante quando il proiettile impatta la cute perpendicolarmente,

mentre è ovale quando penetra obliquamente; i margini della ferita sono irregolarmente frastagliati;

quando la cute non è ricoperta da indumenti, intorno al foro d’ingresso si reperta l’orletto di

detersione, rappresentato da un’area circolare di colorito nerastro, dovuto al deposito sulla cute di

residui di sparo; circostante il foro d’ingresso è sempre presente un orletto ecchimotico-escoriato che

rappresenta l’elemento di maggiore significatività ai fini della diagnosi differenziale con il foro

d’uscita. Si definisce tramite intersomatico il canale che il proiettile produce nell’interno del soma;

esso ha pareti irregolari. Si definisce trapassante il tramite che sbocca in foro di uscita; e a fondo

cieco quando non è presente un foro di uscita e il proiettile è trattenuto nel corpo. La traiettoria del

tramite può essere varia: andamenti rettilinei, tramiti curvilinei, direzione angolata o a linea spezzata.

Anche la forma del tramite dipende dalla struttura anatomica attraversata; normalmente si presenta

come un cono allungato il cui apice è rivolto dalla parte di provenienza del proiettile. Il tramite di

solito è virtuale nei tessuti dove non determina perdita di sostanza. All’interno del tramite sono spesso

rinvenibili materiali diversi come frammenti di indumenti e terriccio. Se il corpo è esploso in

vicinanza, nel tramite si può reperire anche parte della carica esplosiva, fumo e polvere. È buona

regola radiografare il cadavere per esplorare l’eventuale presenza di proiettili ritenuti. Il foro d’uscita

è una soluzione di continuo dei tegumenti, prodotta dall’estroflessione e dalla lacerazione della cute

che il proiettile determina uscendo dal corpo. Ha dimensioni maggiori rispetto al corrispettivo foro di

entrata; la forma è irregolarmente rotondeggiante o ovale. I margini del foro di uscita sono irregolari,

frastagliati. Le lesioni d’arma da fuoco a carica multipla sono diverse e dipendono dal numero e dalla

grandezza dei proiettili usati nonché dalla distanza di sparo. Il foro d’ingresso nei colpi sparati da

vicino è di solito unico ed ampio poiché i proiettili fanno un corpo unico; i margini sono frastornati e

contusi; il tramite è quasi sempre multiplo per la dispersione interna dei proiettili. Quando il colpo è

esploso assai da vicino si possono osservare sugli indumenti e sulla cute le tracce delle azioni

secondarie dei colpi come l’ustione, l’affumicatura, il tatuaggio. L’ustione è dovuta all’azione di

espansione dei gas che accompagna l’esplosione dei proiettili e si configura come un orletto lucido,

pergamenaceo, di natura ecchimotico-contusiva che circonda il foro d’entrata. Essa determina una

caratteristica bruciatura dei peli che si presentano arricciati. L’affumicatura è dovuta al deposito sulla

cute dei prodotti della combustione della polvere da sparo. La forma dell’area interessata è

rotondeggiante o ovale; la colorazione è nerastra o grigio-giallastra, a seconda delle polveri usate.

L’affumicatura è tanto più estesa quanto più l’arma è lontana dal bersaglio. Il tatuaggio è dovuto alla

penetrazione negli strati superficiali della cute, dei residui incombusti della deflagrazione. Si forma

una punteggiatura a rosa che circonda il foro, in stretta correlazione con la direzione del colpo; al

contrario dell’affumicatura, questa non scompare con il lavaggio. L’ampiezza di tutti gli aloni

descritti decresce col diminuire della distanza di sparo.

Asfissie meccaniche violente. Vengono ricomprese tutte quelle forme di lesività che si caratterizzano

per il fatto che l’impedimento alla penetrazione dell’aria nell’albero respiratorio è conseguenza

dell’azione di una causa esterna, quindi esogena, di natura meccanica, che si estrinseca, con

consistente energia, improvvisamente e rapidamente. L’azione meccanica violenta puramente asfittica

si estrinseca attraverso variegate modalità: occlusione degli orifici respiratori (soffocazione),

ostruzione esterna delle vie respiratorie (strangolamento, impiccamento, annegamento), ostruzione

interna delle vie e degli organi respiratori (sommersione interna, intasamento), carenza di ossigeno

nell’ambiente (confinamento). Costituiscono segni esterni della morte asfittica: - La cianosi del volto

e la protrusione dei globi oculari; - le petecchie emorragiche sotto congiuntivali; - la schiuma che

fuoriesce dagli orifici respiratori. Costituiscono segni interni: - l’enfisema polmonare acuto; - la stasi

viscerale diffusa; - la spremitura della polpa della milza; - La dilatazione del cuore; - il sangue scuro e

fluido. Per soffocazione si intende quella forma di asfissia meccanica violenta che si realizza a

seguito dell’occlusione degli orifici respiratori attuata esercitando contemporaneamente sulla bocca e

sul naso una violenta pressione con l’impiego delle mani o di altro mezzo fisico che, per risultare

adeguato, deve essere soffice. Il quadro lesivo è caratterizzato da lesività ecchimotico-escoriativa

localizzata in corrispondenza degli orifici respiratori e talvolta sulla proiezione cutanea della

mandibola. Quando viene usato un mezzo solido soffice come un cuscino, la lesività cutanea può

anche mancare del tutto; difficilmente manca la lesività delle mucose, la quale costituisce spesso

l’unico elemento diagnostico del meccanismo asfittico. La soffocazione è evenienza prevalentemente

omicidiaria. Viene attuata prevalentemente su neonati, infanti, anziani e soggetti in stato di

incoscienza per effetto di sostanze alcoliche o stupefacenti. Lo strozzamento serializza mediante

ostruzione delle vie respiratorie attuata esercitando una violenta compressione a livello del collo.

L’effetto che ne deriva è l’impedimento del passaggio dell’aria, con conseguente sintomatologia

asfittica. Costituiscono segni esterni dello strozzamento le lesioni ecchimotiche localizzate alle facce

anteriori e laterali del collo; le lesioni escoriative lineari prodotte dalle unghie. Sono segni interni

l’infiltrazione ematica dei fasci neuromuscolari del collo, le lesioni delle strutture cartilaginee tiroidee

e di quelle dell’osso ioide, le lesioni dell’intima delle carotidi. Lo strozzamento è evenienza

esclusivamente omicidiaria. È richiesta una notevole sproporzione di forza tra vittima e aggressore.

Non si ha la perdita rapida della coscienza, quindi è possibile la reazione da parte della vittima, per

annullare la quale è indispensabile una notevole forza dell’aggressore. I movimenti della vittima

producono lesività, quale espressione di una avvenuta colluttazione. Lo strangolamento si attua

mediante costrizione dall’esterno delle vie aeree ottenuta con l’uso di un laccio, posto attorno al collo,

a cui è applicata una forza traente agente in senso trasversale rispetto all’asse maggiore del collo. Si

differenzia dallo strozzamento per l’utilizzazione di un mezzo meccanico idoneo a produrre la

costrizione degli organi del collo con un progressivo restringimento. La morte nello strangolamento

avviene per asfissia i cui tempi hanno una durata in rapporto alla più o meno completa ostruzione

delle vie aeree. Unico segno esterno è il solco cutaneo impresso su tutta la superficie del collo, con

una disposizione trasversale. I segni interni coincidono con quelli dello strozzamento. Lo

strangolamento può in uguale misura attenente all’omicidio, al suicidio o al fatto accidentale.

L’impiccamento si caratterizza per l’ostruzione delle vie aeree attuata mediante la violenta costrizione

degli organi del collo con un laccio che si tende per l’energia derivante dalla sospensione del corpo.

Si usano corde, cinghie, fili metallici ed elettrici, lenzuola, sciarpe. Si fa compiere al laccio, su cui è

stato fatto un nodo scorsoio, una o più volute attorno al collo; l’estremità del laccio viene fissata ad un

sostegno rigido, che faccia da reazione alla trazione esercitata dal peso del corpo sospeso nel vuoto

cosicché l’ansa del laccio, scorrendo nel nodo scorsoio, venga a restringersi progressivamente

esitando nella ostruzione delle vie aeree. L’impiccamento è definito tipico quando il piano dell’ansa

cinge la faccia anteriore del collo e il nodo scorsoio è situato in sede occipitale. Si dice atipico quando

il nodo scorsoio viene a trovarsi nelle regioni anteriori collaterali del collo ed il pieno dell’ansa in

sede contro laterale. L’impiccamento è completo quando tutto il corpo rimane sospeso dal piano

terreno gravando quindi con l’intero suo peso. È incompleto quando il corpo poggia con i piedi o con

altre strutture sul piano terreno, o su altro sostegno. L’azione lesiva viene ad essere esercitata sempre

e comunque in corrispondenza dello spazio tra il laringe e l’osso ioide. Tra i reperti che caratterizzano

il quadro lesivo dell’ impiccamento, rilevante è la lesione cutanea di natura ecchimotica escoriata

prodotta dall’azione del laccio sul collo, detta solco. Questa lesione ha una posizione obliqua,

dall’avanti all’indietro, dal basso verso l’alto, ma può essere a volte orizzontale se l’ impiccamento è

incompleto. Nel solco sono presenti creste emorragiche e vescichette sierose, che dimostrano la

vitalità della lesione. I reperti della lesività interna riguardano gli organi del collo, dove si osserva una

infiltrazione emorragica dei fasci muscolari e nervosi, la lacerazione dei fasci nervosi, la rottura dei

corni superiori della cartilagine tiroidea e dei corni dell’osso ioide. L’ impiccamento è di norma

evenienza suicidiaria. Se un cadavere viene impiccato per dissimulare una diversa azione delittuosa si

parla di sospensione di cadavere. L’annegamento si caratterizza per l’ingresso di un mezzo liquido

negli organi respiratori cui consegue la sostituzione del contenuto aereo dei polmoni con liquido e

l’impedimento dei normali scambi gassosi. Il mezzo liquido entra negli organi respiratori attraverso

gli orifici respiratori quando il corpo si trova ad essere totalmente immerso in un ambiente liquido.

L’annegamento atipico consegue alla brusca chiusura della glottide per fenomeno riflesso indotto

dalla presenza nella laringe di acqua; ciò può avvenire quando solo gli orefici respiratori sono

immersi nel liquido. La fase di sorpresa è causata dall’istintiva reazione dell’organismo che cerca di

immagazzinare aria nei polmoni; la fase di resistenza o di apnea costituisce la risposta del soggetto

che trattiene il respiro nel tentativo di impedire l’ingresso del liquido negli altri respiratori; segue la

fase della dispnea espiratoria, la fase della pausa respiratoria e la fase del boccheggiamento. Tra i

segni esterni si possono osservare la schiuma mucosa biancastra agli orifici respiratori, detta fungo

schiumoso; la cute anserina, volgarmente detta pelle d’oca; trasparenza e lucentezza delle strutture

corneo congiuntivali; macerazione cutanea; presenza di sabbia nelle cavità naturali e sotto le unghie.

Tra i segni interni, rilevabili solo all’esame autoptico, ricordiamo l’enfisema acuto polmonare: i

polmoni sono rigonfi, pressati contro le pareti costali; la diluizione del sangue è dovuta al passaggio

nel torrente circolatorio del liquido annegante a livello polmonare; la presenza di materiale estraneo

nei polmoni di natura minerale, animale o vegetale. L’annegamento è evenienza prevalentemente

suicidiaria. I meccanismi fisiopatologici che precedono alle morti improvvise in acqua sono di tipo

nervoso, circolatorio e anafilattico. Nervoso: l’improvvisa immersione del corpo in acqua fredda può

produrre una consistente stimolazione delle mucose nasali e faringea; a ciò consegue l’arresto

cardiaco immediato. Circolatorio: il contatto del corpo con l’acqua fredda può anche produrre

un’immediata vasocostrizione periferica con conseguente squilibrio cardiocircolatorio o morte

sincopale per collasso. Anafilattico: la brusca stimolazione esercitata dall’acqua fredda in soggetti in

fase di digestione provoca il passaggio in circolo di proteine alimentari non ancora degradate che

inducono una reazione anafilattica. Il cadavere che staziona in acqua dopo l’annegamento o a seguito

di morte in acqua va incontro a modificazioni indipendenti dal tipo di morte, quale l’ipostasi, poiché a

causa della posizione che assume il cadavere in acqua, il sangue di tipo statico si deposita con

maggiore concentrazione al viso, agli arti superiori, agli arti inferiori, nel torace; il raffreddamento del

cadavere: se l’atto molto fredda la dispersione post mortale della temperatura del cadavere è più

veloce; la putrefazione ha un decorso più rapido rispetto alla norma; la macerazione cutanea riguarda

tutti i cadaveri che si trovano in acqua. Per sommersione interna si intende l’ostruzione delle vie

respiratorie e la conseguente invasione degli alveoli polmonari da parte di un liquido proveniente

dall’interno dell’organismo. Generalmente il mezzo che ricorre maggiormente è il sangue. La

sommersione interna è evenienza accidentale e può ricorrere nelle fattispecie di omicidio o suicidio

solo quando rappresenta una conseguenza della lezione principale. L’intasamento si caratterizza per

l’introduzione di corpi estranei attraverso la bocca nella laringe, i quali costituiscono parzialmente o

totalmente le vie respiratorie. Nell’intasamento tipico si possono usare mezzi solidi che abbiano le

caratteristiche tali da poter costituire un tampone; in quello atipico il mezzo costituente è costituito

dal bolo alimentare o da piccoli corpi estranei che, a seguito di ispirazione profonda, si incuneano

nella laringe o nei bronchi. L’intasamento tipico è evenienza prevalentemente omicidiaria; le

fattispecie di intasamento atipico riguardano quasi esclusivamente il fatto accidentale. La

compressione del torace si realizza quando ostacoli interposti al torace e all’addome impediscono i

normali movimenti di escursione della gabbia toracica e di conseguenza la ventilazione polmonare.

Dicesi confinamento la forma di asfissia che si realizza quando il soggetto si viene a trovare in un

ambiente nel quale l’ossigeno dell’aria si è quasi totalmente esaurito. È evenienza perlopiù

accidentale. La finalità di omicidio è rara e limitata nell’ambito dell’infanticidio.

CAP. 13 – LE LESIONI DA ENERGIA FISICA: TERMICA, ELETTRICA, BARICA,

RADIANTE, VIBRATORIA

Lesività da energia termica. L’esposizione del corpo umano a temperature o troppo elevate o troppo

basse provoca delle lesioni la cui entità è in funzione delle temperature raggiunte. Il contatto tra una

fonte di calore e la superficie corporea determina degli effetti lesivi locali sui tegumenti definite

ustioni; quando vi è un’esposizione mediante irraggiamento di tutto l’organismo si realizza il colpo di

calore e il colpo di sole. Le ustioni sono determinate da corpi solidi incandescenti, scottature, da un

agente tecnico liquido o da bruciature. In rapporto alla temperatura del mezzo, alla sua durata e alle

caratteristiche del tessuto colpito, si producono diversi gradi di ustioni. I grado: si caratterizza per la

comparsa dell’eritema cutaneo e la guarigione avviene entro 4-5 giorni; II grado: Si caratterizza per

un’intensa relazione infiammatoria e la guarigione avviene entro due-tre settimane; III grado: Si

caratterizza dalla necrosi dei tessuti colpiti e generalmente interessa la cute ma può raggiungere anche

i tessuti profondi fino all’osso; dopo circa 2-3 settimane l’escara si rammollisce e cade mettendo a

nudo il tessuto di granulazione e residua una cicatrice spessa; IV grado: Si caratterizza per la

carbonizzazione dei tessuti che assumono un aspetto nerastro e friabile; se interessa l’osso, si provoca

la calcinazione. Il cadavere carbonizzato presenta una maggiore rigidità, una posizione da lottatore,

con gli arti flessi per accorciamento dei muscoli. È importante stabilire se la carbonizzazione sia

avvenuta in vita o dopo la morte e delle lesioni del cadavere siano dovute o meno all’effetto della

carbonizzazione. Le ustioni superiori al 20% della superficie corporea danno luogo ad una malattia da

ustione. Per circa 12 ore si avrà dolore e disturbi della diuresi; segue poi la cianosi, la sudorazione

fredda, l’ipotermia, la tachicardia e l’ipotensione; per circa 15-20 giorni si avrà la febbre alta.

Potranno poi comparire delle sepsi, con il rischio di infezioni. Infine vi è la parte della convalescenza

caratterizzata da processi riparativi e rigenerativi. Il colpo di calore è una sindrome da alterazione

della omeostasi termica dell’organismo per l’esposizione ad alte temperature ambientali. Il colpo di

sole o insolazione si manifesta per esposizioni prolungate ai raggi solari del capo e della nuca. Il

quadro clinico esordisce con febbre altissima, abolizione della sudorazione, cefalea, vertigini,

tachicardia, seguito da ipotensione e coma. Se il soggetto non viene trattato adeguatamente va

incontro alla morte. Esistono altre forme particolari tra cui quella fulminante, quella asfittica e quella

psicotica. L’esposizione all’azione del freddo può indurre una ipotermia che se si protrae sotto i 25°C

è responsabile dell’arresto delle funzioni organiche e quindi della morte del soggetto. La

sintomatologia esordisce con un abbassamento della temperatura corporea a cui segue una scarica

adrenalinica, pallore, brividi, ipertensione e tachicardia. Successivamente compare cianosi,

ipoglicemia e diminuzione della frequenza cardiaca. Esiste poi ad un arresto delle funzioni organiche,

con sensazione di sonnolenza fino alla narcosi. All’esame autoptico si può rilevare sangue fluido,

congestione cerebrale, edema polmonare, emorragie. Si parla di congelamento quando vi sia stata

l’esposizione al freddo di determinate zone del corpo. Esso determina uno spasmo arteriolare con la

vasocostrizione locale a cui segue una vasodilatazione paralitica veno-capillare. A seconda della

gravità distinguono 3 gradi di congelamento. I grado: eritema di colore rosso-violaceo e dolore; II

grado: Comparsa dell’edema a livello dermo-epidermico; III grado: Necrosi dei tessuti superficiali e/o

profondi.

Lesività da energia elettrica. Si possono suddividere in due distinti gruppi: quelle determinate da

elettricità atmosferica e quelle derivanti da correnti elettriche industriali. Le prime sono dovute quasi

esclusivamente al fulmine, costituito da una scarica elettrica che si crea quando si instaura una

consistente differenza di potenziale tra l’atmosfera e la terra. Le lesioni da corrente elettrica

industriale dipendono principalmente dalle caratteristiche della corrente usata e dalle caratteristiche

dell’individuo. L’intensità della corrente (ampère) è il principale parametro ai fini della valutazione

della pericolosità di una corrente. Importante è anche la durata del contatto. Se il corpo è sudato o

bagnato la resistenza è minore e quindi l’intensità della corrente è più elevata. La lesione è

determinata principalmente da fenomeni elettrotermici e dalla polarizzazione elettrolitica. La corrente,

passando attraverso il corpo umano produce calore proporzionalmente alla resistenza rincontra. Si

produce inoltre l’arco voltaico che si determina per la ionizzazione dell’aria interposta tra un

conduttore ad alta tensione e la cute con produzione di fiamma. I fenomeni di polarizzazione

elettrolitica sono dovuti ai campi elettrici e magnetici che si creano nell’organismo al passaggio della

corrente, responsabili di modificazioni molecolari e cellulari. Questi fenomeni provocano

sull’organismo ustioni o marchio elettrico. Le ustioni elettriche sono in genere ben delimitate,

indolori, non danno luogo a suppurazione; la cute si presenta disidratata e di aspetto pergamenaceo. Il

marchio elettrico interessa una piccola zona di cute e può essere con o senza perdita di sostanza. Vari

possono essere i determinismi causali della morte per elettrocuzione: si può determinare una morte

cardiaca, o una morte per asfissia. La diagnosi di morte per elettrocuzione deve basarsi soprattutto

sull’esame esterno del cadavere.

Lesività da energia barica. Quando l’organismo è esposto a brusche variazioni di pressione o quando

vengono oltrepassati i limiti di adattabilità possono insorgere delle patologie anche mortali.

L’iperbarismo è la cosiddetta malattia dei cassoni. I cassoni pneumatici vengono utilizzati per lavori

subacquei e sono costituiti da due campane che comunicano tra loro attraverso un canale. Gli operai

effettuano, prima di scendere nella seconda campana, una lenta compressione per arrivare alla

pressione della seconda campana. Prima di risalire viene effettuata una decompressione delicata e

lunga. È questa fase avviene in maniera troppo rapida si hanno embolie rapidamente letali. I più

frequenti quadri clinici sono le sindromi neurosensoriali, le sindromi artralgiche e le sindromi artrosi

che. Le prime si caratterizzano per un decorso rapido con perdita di coscienza, collasso cardiaco,

convulsioni e coma. Le seconde si caratterizzano per tumefazione e dolore articolare, disturbi della

coscienza, collasso cardiaco e vertigini. L’ipobarismo è l’esposizione a pressioni inferiori a quella

atmosferica, che dà luogo al mal di montagna, o al male degli elettori. Vi è una diminuzione della

pressione parziale dell’ossigeno e la conseguente ipossiemia e ipercapnia.

Lesività da energia radiante. Le radiazioni sono un fenomeno di propagazione dell’energia per mezzo

di onde o di particelle. Sono dette ionizzanti se possiedono energia tale da determinare nei tessuti

colpiti una ionizzazione degli atomi. Tra le radiazioni non ionizzanti, quelle che rivestono maggiore

interesse medico legale sono le radioonde, le microonde, i raggi infrarossi, i raggi luminosi e i raggi

ultravioletti. Clinicamente si evidenziano disturbi di tipo psichico caratterizzati prevalentemente da

reazioni ipocondriache, irritabilità e depressione. In particolare le microonde sono responsabili

dell’alterazione del metabolismo del ferro, del alterazione della maturazione dei globuli rossi e

dell’aumento della produzione dei linfociti. Le radiazioni infrarosse provocano un aumento del

metabolismo cellulare e vasodilatazione cutanee con comparsa di eritema cutaneo. I raggi luminosi

determinano lesioni da foto esposizione rappresentate da dermopatie acute che possono variare di

gravità fino alla produzione anche di ustioni. I raggi ultravioletti emessi dalla luce solare, da lampade

o la fiamma ossidrica hanno effetti lesivi più modesti poiché non riescono a penetrare. Possono

produrre eritemi, ustioni, febbre, cefalea e nausea. Questa lesività riveste un notevole interesse

medico legale soprattutto per i risvolti assicurativi in tema di responsabilità professionale, posto che

questo tipo di lesione riguarda prevalentemente pazienti sottoposti a radioterapia o radio isotopo

terapia; ma può interessare radiologi, fisici e operai di industrie specializzate.

Lesività da energia vibratoria. Le vibrazioni sono costituite da oscillazioni periodiche che si

riproducono ad intervalli uguali e si propagano alla stessa velocità. Tra le caratteristiche essenziali

delle vibrazioni vanno ricordate il periodo e la frequenza. Le vibrazioni si possono suddividere a

seconda della loro frequenza in suoni, infrasuoni e ultrasuoni. La lesività indotta dai suoni è data dai

cosiddetti rumori, ossia vibrazioni irregolari e non periodiche ( urti, colpi, scoppi). Questi rumori

inducono delle patologie di origine professionale come le ipoacusie e disturbi neuropsichici. Gli

ultrasuoni trovano un notevole uso in medicina sia a fini diagnostici che a fini terapeutici. Tra le varie

forme patologiche prodotte dagli infrasuoni quelle di maggiore interesse medico legale sono le

patologie a carico dell’apparato osseo articolare e del sistema vascolare: alterazioni delle cartilagini

danno luogo a patologie di tipo artrosico; disturbi di tipo vasomotorio, spasmi.

CAP. 14 – LA LESIVITA’ DA ENERGIA CHIMICA

La tossicologia forense o medico legale è la disciplina che studia gli agenti tossici in relazione al

danno sull’uomo, quando il fatto assume rilevanza giudiziaria. Un posto di rilievo occupa

l’accertamento della natura stupefacente di prodotti di ogni genere. Questo tipo di indagine ha

carattere esclusivamente analitico e tende a ricercare la presenza di quelle sostanze che la legge

classifica come stupefacenti e sottopone ad una particolare disciplina. I veleni sono tutte quelle

sostanze organiche ed inorganiche, naturali o sintetiche, solubili o atte a divenire tali, le quali, quando

penetrino per una qualsiasi via nell’organismo in dosi relativamente piccole siano capaci di produrre

un danno alla persona di varia durata ed entità, agendo direttamente sull’organismo con azione

chimica, biochimica o anche chimico fisica. I fattori che influenzano l’azione lesiva sono la natura

chimica della sostanza, la forma chimica, la solubilità, la dose e la via di introduzione. Già nel 16º

secolo si affermava che tutte le sostanze sono veleni; la giusta dose distingue un veleno da un rimedio.

Per dose farmacologica si intende la più piccola quantità di sostanza in grado di provocare, in

un’unica somministrazione, un effetto farmacologico. Per dose tossica si intende quella quantità di

sostanza capace di provocare un danno la persona. Per dose minima letale si intende la minima

quantità in grado di procurare la morte. Gli avvelenamenti si distinguono in acuti e cronici. Negli

avvelenamenti acuti, l’assunzione massiva in unica soluzione del tossico provoca una sintomatologia

drammatica che richiede una terapia rianimatoria. Nell’intossicazione cronica l’assunzione del tossico

avviene in dosi inferiori ma ripetute nel tempo. La diagnosi medico legale di avvelenamento deve

derivare dalla convergenza di diversi elementi di giudizio. I criteri attraverso i quali viene elaborata

una diagnosi di avvelenamento sono: - il criterio clinico anamnestico, che riguarda la sintomatologia

del soggetto dopo l’assunzione del veleno e prima della morte; - il criterio anatomo-patologico, che

utilizza e valuta i dati dell’esame necroscopico; - il criterio chimico-tossicologico, costituito dalla

valutazione dei risultati delle indagini volte ad accertare la presenza di una sostanza tossica di origine

esogena nel materiale in esame. Se si ottiene un risultato positivo, esso va valutato sotto l’aspetto

qualitativo e quantitativo. Se dalle indagini si ottiene un dato negativo o il tossico è assente (perché

non assunto, eliminato o degradato) ovvero non è tecnicamente possibile rilevarlo (perché le dosi

sono basse o perché si trasforma in una sostanza normalmente presente nell’organismo). La scelta dei

campioni da prelevare per l’indagine tossicologica dipende dalle finalità dell’indagine, dal fatto che si

tratti di prelievi da vivente o da cadavere e dal sospetto che si tratti di un’intossicazione acuta o

cronica. Il sangue rappresenta il materiale di elite nei casi di sospetta intossicazione acuta poiché se è

trascorso poco tempo il tossico è ancora circolante e può essere identificato e quantificato; l’urina è

molto utile per valutare la quantità di sostanza che è stata eliminata; il contenuto gastrico è utile nel

caso di sospetta intossicazione acuta e per assunzioni per via orale poiché nello stomaco possono

essere rinvenute compresse non ancora sciolte. Nel caso di intossicazione letale è importante

prelevare anche la bile, l’encefalo, il fegato e i reni. Recentemente hanno avuto crescente importanza

le analisi di tossici in matrici biologiche alternative, intendendo cioè alcuni fluidi o tessuti non

tradizionali che possono fornire valide informazioni per la formulazione della diagnosi: saliva, sudore,

capelli e unghie. L’analisi dei capelli consente di accertare un’intossicazione cronica dovuta ad

assunzioni risalenti anche a parecchi mesi prima del prelievo. Per la tossicologia forense è importante

conoscere le modalità con cui un tossico viene assorbito, biotrasformato e eliminato. L’assorbimento

di un tossico dipende dalla sua solubilità o dalla sua velocità di soluzione. Le sostanze insolubili non

vengono assorbite. Sostanze introdotte direttamente nel flusso ematico ( per endovena) esplicheranno

la loro azione molto rapidamente e gli effetti saranno molto intensi ma di breve durata; sostanze

introdotte attraverso le mucose o la cute saranno assorbite più lentamente e gli effetti saranno non

molto intensi ma di più lunga durata; l’inalazione di fumi di sostanze produce effetti sovrapponibili a

quelli dell’assunzione per endovena. La ricerca chimico-tossicologica può essere mirata o generica.

La ricerca mirata ha come fine l’identificazione e il dosaggio di una o più sostanze tossiche note. La

ricerca generica si effettua in tutti quei casi in cui vi è un sospetto di avvelenamento senza alcun

elemento che consenta di ipotizzare la natura della sostanza responsabile dell’intossicazione. I

risultati delle indagini sono molto importanti anche se negativi perché consentono di escludere la

morte per una causa lesiva esogena. Nell’indagine generica i tossici vengono suddivisi in base a

metodo utilizzato per separarli dal materiale biologico in cinque gruppi principali: gassosi, metallici,

anioni tossici, organici non volatili e non altrimenti classificati. L’espressione droga viene adoperata

per indicare quelle sostanze, di origine naturale o sintetica, che possono provocare determinati effetti

sull’uomo e sul comportamento e, se assunte in maniera continua e sistematica, fenomeni di

assuefazione e dipendenza. Le principali droghe di abuso possono essere classificati in: deprimenti

l’attività del s.n.c. (analgesici narcotici, oppiacei, barbiturici, sedativi); stimolanti l’attività del s.n.c.

(cocaina, caffeina, antidepressivi); psichedelici (derivati della cannabis, allucinogeni). L’attuale

legislazione sulle sostanze stupefacenti è basata sulle norme del trattato unico delle leggi in materia di

disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati

di tossicodipendenza, così come modificato nel 2005. Nella sezione A sono compresi i principi attivi

e composizioni medicinali prescrivibili con una nuova ricetta a ricalco; nella sezione B sono

comprese le sostanze per preparazioni galeniche e le composizioni a base di sodio oxibato; nella

sezione C vi sono le composizioni medicinali prescrivibili con la ricetta normale da rinnovarsi volta

per volta; nella sezione D sono comprese composizioni medicinali riscrivibili con la ricetta normale e

alcuni farmaci prescrivibili con una ricetta a ricalco; nella sezione E vi sono composizioni medicinali

ad uso diverso da quello iniettabile.

Oppiacei. L’oppio è costituito dal lattice che si ricava dalle capsule seminali immature del papavero.

La coltivazione del papavero e la raccolta dell’oppio sono processi molto semplici e ciò spiega la

grande produzione. La pianta si sviluppa dopo tre mesi dalla semina e dopo la fioritura le capsule

sono pronte per raccolta dell’oppio. Le capsule vengono incise superficialmente e fuoriesce un lattice

bianco che imbrunisce e si rapprende all’aria in gocce che vengono raschiate e forgiate in pani. Più

del 50% dell’oppio è costituito da sostanze vegetali. Nella rimanente parte sono contenuti numerosi

alcaloidi fenantrenici e benzilisochinolici. Solo gli alcaloidi fenantrenici presentano un’attività

stupefacente, come la morfina e la codeina. La morfina e i suoi derivati sono stati impiegati come

analgesici poiché deprime alcune funzioni specifiche del s.n.c e ne stimola altre. Fu inizialmente

commercializzata come antidolorifico e attualmente il suo uso terapeutico è limitato a quei casi in cui

la sindrome dolorosa non può essere risolta con altri farmaci meno potenti. A basse dosi da modesti

fenomeni di euforia, a dosi medie presenta azione analgesica, a dosi eccessive provoca forte

depressione del s.n.c cui può seguire coma e morte. L’eroina prende il suo nome da energico, eroico.

Nel 1874 fu sintetizzata per definire la struttura della morfina, fu inviata a Londra per una

sperimentazione clinica e fu prodotta per alleviare i dolori. Purtroppo disattese tutte le speranze.

Rappresenta oggi la droga regina di una generazione di tossicodipendenti. Non ha più alcun impiego

in terapia ed è vietato ogni tipo di commercio o prescrizione medica. Si presenta come una polvere

bianca, cristallina, poco solubile in acqua, in odore e di sapore amaro. Se viene preparata a partire da

una morfina non ben purificata o dall’oppio grezzo assume un colore marrone. Gli effetti sono più

intensi di quelli della morfina. Oltre che endovena, può essere assunta per intramuscolo, sniffata o

fumata. La codeina è un alcaloide naturale, narcotico, analgesico che si ottiene dall’oppio oppure per

metilazione della morfina. Inferiore è la sua attività analgesica e il suo potere sedativo. Modesta è la

sua azione inibente sul centro del respiro, mentre è spiccata la sua azione sedativa sul centro bulbare

della tosse. Il metadone appartiene alla classe degli oppoidi sintetici ad azione analgesico-narcotica.

Ha una lunga durata d’azione, provoca una dipendenza e una tolleranza minori di quelle dell’eroina

ed è efficace per assunzione orale. Il trattamento con metadone di tossicodipendenti è un trattamento

di mantenimento e non di disassuefazione e la difficoltà consiste nel trovare le condizioni di stabilità

del mantenimento.

Cocaina. È un alcaloide utilizzato dagli indigeni come mezzo antifatica e per lenire il senso di fame e

di sete. L’impiego medico della cocaina era in passato diffuso come anestetico locale o regionale; con

la restrizione sulla importazione e distribuzione della sostanza si ebbe un calo dell’uso di tale farmaco.

La cocaina viene utilizzata esclusivamente a scopi voluttuari. L’assunzione può venire per

masticazione delle foglie secche, per iniezione ovvero per inalazione (sniffing). L’intossicazione

acuta da cocaina può dare origine ad un comportamento criminoso: questa sostanza, stimolando il

s.n.c., rinforza la volontà e permette di compiere ogni azione, anche delittuosa, che altrimenti il

soggetto non avrebbe avuto il coraggio di attuare. Con il termine crack si intende la cocaina base. La

differenza è soprattutto nell’intensità degli effetti e nella rapidità con cui si ottengono. A causa della

breve durata degli effetti sono richieste assunzioni più frequenti rispetto alla cocaina intranasale e ciò

aumenta il rischio di intossicazione.

Derivati della cannabis. Questa classe comprende i derivati della pianta della canapa. È una pianta

coltivata dall’uomo fin dall’antichità e diffusa nel mondo perché usata per la produzione della fibra.

La Cannabis, coltivata opportunamente, può sviluppare un principio attivo (THC), dotato di

particolari proprietà psicoattive. Per poter classificare come stupefacente una Cannabis è sufficiente

determinare la percentuale di principio attivo che deve essere superiore a 0,5%. La marijuana è una

miscela delle foglie, dei fiori e degli steli della canapa, essiccati e triturati. Di norma viene fumata.

L’hascisc è costituito dalla retina che si ricava dalle infiorescenze della pianta e che viene forgiato in

bastoncini, mescolato a sostanze inerti che ne determinano il colore. Il derivato al maggiore attività

stupefacente è l’olio di hashish, un estratto della retina e della pianta che può contenere fino a 60% di

tetraidrocannabinolo. Gli effetti della cannabis variano a seconda del tipo di sostanza assunta, della

dose, della via di assunzione e dei fattori ambientali. L’azione della droga sulla corteccia cerebrale

frontale sembrerebbe responsabile dello stato di euforia, della modificazione della percezione del

tempo e della diminuzione della capacità di concentrazione. Comporta disturbi della memoria.

L’azione della cannabis sul cervelletto sembra collegata ai disturbi motori e alla perdita di equilibrio.

Allucinogeni e psichedelici. Sono sostanze appartenenti a gruppi chimici diversi, che disorganizzano

le funzioni nervose centrali provocando alterazioni della percezione del reale, del tempo e dello

spazio. Il termine allucinogeno indica l’alterazione della percezione culminante nella allucinazione; il

termine psichedelico indica la capacità di rivelare contenuti psichici profondi e processi creativi

inconsci. La maggior parte degli allucinogeni è di tipo vegetale ma sono state prodotte per via

sintetica diverse sostanze chimiche con effetti allucinogeni. Il più potente è l’LSD, derivato da un

fungo parassita che cresce sui chicchi di segale frumento ed orzo; ha effetti psicodislettici a dosi

veramente minime. L’assunzione avviene ponendo il frammento di carta sotto la lingua e lasciando

sciogliere la sostanza. L’uso continuato può indurre il consumatore a comportamenti pericolosi. La

psilocibina si ricava da un fungo messicano e provoca gli stessi effetti con durata più breve.

Anfetamine. Sono una classe di sostanze chimiche aventi effetto stimolante sul sistema nervoso

centrale. Il capostipite, l’anfetamina è stato sintetizzato per la prima volta nel 1887 per curare l’asma.

Commercializzata come decongestionante nasale venne successivamente registrata come farmaco

broncodilatatore e antidepressivo. Ebbero grande diffusione tra gli studenti per vincere il sonno

durante la preparazione agli esami, e tra gli sportivi per vincere la stanchezza durante le gare (doping).

L’uso delle anfetamine agli sportivi può essere molto pericoloso poiché l’individuo, non percependo

fatica, può sottoporsi a prestazioni eccessive per le proprie risorse fisiche. Oggigiorno circolano sul

mercato illecito come droghe d’abuso. A partire dagli anni 80 ha avuto grande diffusione sul mercato

illecito un derivato dell’anfetamina conosciuto con il nome di Ecstasy. Successivamente questa

sostanza usata per favorire l’introspezione. Oggi non trova alcun impiego farmacologico ed è diffusa

solo come droga d’abuso. All’aspetto si presenta come compresse variamente colorate. Attualmente

l’abuso dei derivati anfetaminici costituisce un serio problema sociale, sia per la diffusione tra i

giovani, sia per i danni che ne derivano al consumatore cronico, come disturbi cerebrali e

cardiovascolari e, nei casi più gravi, convulsioni, coma e morte per blocco respiratorio.

Intossicazione da monossido di carbonio. Il monossido di carbonio (CO), è un gas incolore, inodore e

insapore che si forma nella combustione incompleta delle sostanze organiche. È noto infatti che nella

normale combustione, in eccesso di ossigeno, si formi anidride carbonica, secondo la reazione

C + O → CO . Quando nel corso della combustione la concentrazione di ossigeno si riduce, i

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rapporti stechiometrici si alterano e si produce ossido di carbonio secondo la reazione

C + 1/2O → CO. Fondi comuni sono il fumo delle sigarette, i gas di scarico dei motori delle

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automobili, nonché alcuni processi industriali. L’ossido di carbonio rappresenta il più abbondante

inquinante della bassa atmosfera. È una sostanza tossica per l’uomo e la sua inalazione fa registrare

ogni anno un gran numero di decessi. La sua tossicità è dovuta alla capacità di legarsi all’emoglobina,

impedendo il normale trasporto dell’ossigeno. La tossicità del CO NON è legata solo alla

concentrazione del gas nell’aria ispirata ma anche alla durata dell’esposizione, alla gittata cardiaca,

alla richiesta di ossigeno dei tessuti e alla concentrazione di emoglobina nel sangue. I soggetti

anemici sono più sensibili al CO rispetto ad individui con livelli normali di emoglobina. I sintomi e

segni clinici dell’avvelenamento da CO dipendono dalla concentrazione di carbossiemoglobina e sono

quelli caratteristici dell’ipossia. Per concentrazione fino al 10% di solito non si riscontrano sintomi,

ma per concentrazione superiori si possono manifestare cefalea, debolezza, vertigini, nausea, vomito

e collasso. Per concentrazioni superiori al 60% l’intossicazione è sicuramente fatale. L’anossia

conseguente ad un’intossicazione acuta da ossido di carbonio può provocare lesioni cellulari

irreversibili al livello del sistema nervoso centrale. Per una corretta diagnosi particolare rilievo

assume il criterio circostanziare volto alla identificazione della sorgente di produzione del monossido

di carbonio. L’ispezione esterna del cadavere e l’esame autoptico forniscono indizi molto chiari per

indirizzare la diagnosi verso un avvelenamento da monossido di carbonio. L’elevata concentrazione

di carbossiemoglobina conferisce al sangue un colore rosso ciliegia e una particolare fluidità. Per una

diagnosi definitiva è necessario effettuare la determinazione della percentuale di emoglobina satura

con ossido di carbonio, rispetto all’emoglobina totale.

CAP. 15 – IL LABORATORIO MEDICO LEGALE, EMATOLOGIA FORENSE

L’ematologia forense è la branca della medicina legale che opera nell’ambito della criminalistica

mediante l’indagine biologica su tracce e reperti ai fini identificativi, tesa ad ottenere il maggior

numero di informazioni possibili per una loro riconducibilità a precisi soggetti, ma anche per

l’accertamento dei rapporti parentali con l’analisi per il riconoscimento o disconoscimento di

paternità. Le indagini di emogenetica hanno quindi lo scopo di accertare da quale persona provengano

le tracce biologiche repertate e la prima fase dell’analisi è necessariamente tesa ad accertare

l’effettiva natura della traccia (diagnosi generica), seguita da quella per evidenziare se essa sia

appartenuta alla specie umana o animale (diagnosi di specie) e poi, ottenuti risultati positivi da tali

prove, si procederà all’analisi dell’identificazione della persona (diagnosi individuale). Le tracce di

interesse medico legale possono essere classicamente suddivise in: tracce per impregnazione

(macchie) e tracce per incrostazione (incrostazioni). Nel caso di una macchia essa potrà essere

prelevata ritagliando un’ampia area di tessuto che contenga anche una parte non imbrattata per

allestire controlli negativi; nel caso di incrostazioni su superfici piane ed impermeabili il materiale

potrà essere meccanicamente prelevato mediante raschiamento della superficie. Se il materiale è in

fase fluida, lo si può aspirare con pipetta sterile e porlo in provetta. Il materiale biologico oggetto di

indagine ematologico forense deve essere sempre prelevato, preservato e conservato in maniera

idonea e tale da non pregiudicare le successive analisi. È necessario evitare di contaminare i materiali,

munendosi di mascherina e guanti sterili. Ogni campione dovrà essere repertato singolarmente e posto

in buste di cellophane sterili opportunamente contrassegnate.

La diagnosi generica (I fase) è tesa ad accertare la natura ematica della traccia, evidenziando la

presenza di alcuni costituenti tipici del sangue, quali emoglobina e catalasi. Uno dei metodi impiegati

è il test di Adler: Reazioni chimiche effettuate mediante l’impiego di sostanze che hanno la capacità

di cambiare colore in presenza di derivati del sangue. Tali reazioni hanno solo una funzione

orientativa. Metodi di certezza sono quelli spettroscopici e spettrofotometrici basati sulla capacità di

riconoscere nella traccia la presenza degli spettri di assorbimento dell’emoglobina e dei suoi derivati.

Non deve essere trascurata la possibilità di falsi positivi. Nei casi di presunta violenza sessuale,

possono essere effettuate analisi mirate sullo sperma. I reperti sono perlopiù rappresentati da tamponi

e strisci vaginali o rettali eseguiti sulla vittima nell’immediatezza del fatto. Verranno evidenziate sulla

macchia particolari sostanze chimiche presenti nel liquido seminale mediante la luce ultravioletta.

Potrà essere utile fare ricorso a speciali colorazioni istologiche del campione in esame. La conferma

sulla presenza di sperma può essere ottenuta anche mediante indagini immunologiche, cimentando il

campione in esame con un siero anti sperma anti-uomo. Qualora si sospetti che il materiale in esame

sia costituito da saliva, si procede all’analisi per la rilevazione di sostanze contenute nella saliva, ossia

l’amilasi, presente in rilevante quantità soltanto nella saliva umana. Una volta evidenziata la natura

della traccia repertata, si passa alla II fase: diagnosi di specie, per dimostrare che essa appartiene ad

una specie animale. I metodi morfologici sono estremamente utili nel caso di reperti quali denti, resti

scheletrici, formazioni pilifere ecc. Nel caso invece di tracce ematiche, risultano di largo impiego i

metodi immunologici. Le reazioni antigene anticorpo di interesse medico legale sono quelle di

inibizione delle antiglobuline umane è quella della siero precipitazione in provetta. L’analisi delle

formazioni pilifere è svolta al microscopio ottico; i peli sono formati dallo stelo (all’interno del quale

troviamo la cuticola, la sostanza corticale e la sostanza midollare) e dalla radice (che contiene il

bulbo). I peli umani, a differenza degli animali, hanno una sostanza midollare molto sottile, con bolle

d’aria molto piccole, una corticale con granulazioni fini ed omogenee ed una cuticola formata da

scagli sottili e poco sporgenti. Ottenuto risultato positivo alle precedenti prove, si passa alla III fase,

la diagnosi individuale, volta ad identificare il soggetto da cui proveniva la traccia. Tra i sistemi

analitici impiegati in medicina legale a tali fini, ci interessano quelli che presentano un ampio ed

equilibrato poliformismo. Un locus genico si definisce polimorfico in una popolazione quando

presenta almeno due alleli con una frequenza apprezzabile. Ai nostri fini si è fatto ricorso a numerosi

sistemi ematici tra cui il sistema ABO che consente di classificare gli individui in quattro distinti

gruppi: A, B, AB e 0. Vari sono i metodi impiegati per la determinazione degli antigeni del sistema

ABO su una macchia di sangue, tra cui quello dell’assorbimento di inibizione, dell’agglutinazione

mista, dell’assorbimento-eluizione. Tali analisi fondate sulle reazioni gruppo specifiche possono

essere effettuate nei casi di tracce ematiche ma anche di altri reperti biologici quali sperma, saliva e

polpa dentaria che contengono tanti antigeni gruppo specifici. Ai fini dell’indagine identificativa sono

disponibili molti altri sistemi di valore analogo, tra cui il sistema Rh, ma anche sistemi siero proteici.

Tuttavia sistemi finora indicati, ancorché validi e utili, sono stati soppiantati dalle più sofisticate

tecniche di analisi del DNA. Il DNA è una molecola che presenta una struttura a doppia elica, formata

da una successione di nucleotidi composti da una base azotata, da un 2-deossiribosio e da un gruppo

fosfato. L’informazione genetica è trasmessa attraverso l’assemblaggio dei nucleotidi e la diversa

sequenza di essi produce una diversa proteina. L’impiego dei polimorfismi del DNA umano in ambito

medico legale si basa sul principio che il DNA presenta alcune porzioni di cromosoma molto variabili

da un individuo all’altro e trasmesse ereditariamente in maniera indipendente tra loro, scaturendo

un’estrema differenza genetica fra gli individui. Il DNA è contenuto in qualunque campione biologico

e può essere estratto con metodiche di laboratorio diversificate da caso a caso; una volta estratto può

essere conservato a -20°C per un tempo indeterminato. Con la tecnica della reazione a catena della

polimerasi (PCR), si ottengono buoni risultati anche con pochissimo materiale. Nella prima fase, a

temperatura elevata, la doppia catena del DNA si dissocia in singoli filamenti; nella seconda fase,

volta a temperatura più bassa, avviene l’ibridizzazione; La terza fase del ciclo consiste nell’estensione

dei primers (sequenze di DNA) ad opera di una DNA polimerasi. Non può mai essere trascurato il

Dna mitocondriale, che è una piccola quota di DNA contenuto al di fuori del nucleo cellulare

all’interno dei mitocondri. Esso ha la peculiarità di essere trasmesso ereditariamente per via materna,

quindi tutti i fratelli e sorelle avranno lo stesso DNA mitocondriale della madre. Le analisi del DNA

mitocondriale ai fini forense si basano sull’amplificazione di frammenti e sul loro sequenziamento.

Tutti i risultati ottenuti consentono di identificare il DNA in studio ovvero di attribuire l’identità di

determinate tracce ad un soggetto. Nel caso di riconoscimento o disconoscimento della paternità

occorre effettuare analisi attendibili basate sul confronto del finger-print (genotipo) ottenuto dal

minore con quelli ottenuti da entrambi i genitori. Una volta individuate nel figlio le bande alleniche di

provenienza materna, si dovrà valutare se vi sia corrispondenza o no tra le bande alleniche del figlio

con quelle del padre presunto. Gli esami ematologico-forensi dovranno concludersi con l’analisi

statistica dei risultati ottenuti tali da fornire agli interessati una valutazione probabilistica dell’esame

stesso in termini di compatibilità o chiara incompatibilità.

CAP. 16 – L’IDENTIFICAZIONE PERSONALE

Con il termine di identificazione si fa riferimento al complesso di operazioni volte a stabilire

l’identità di una persona o di qualsiasi altra materialità. Per identificazione individuale si intende il

processo di individuazione, in un soggetto, di caratteri fisici specifici comuni ad altri, appartenente

alla stessa specie e natura. L’identificazione personale ha sempre rappresentato l’esigenza della

società e il problema principale della lotta contro la criminalità. Identità preventiva si occupa

dell’identificazione di una persona indipendentemente dalla commissione di un reato e

conseguentemente alla perpetrazione di un fatto criminoso; l’identità giudiziaria contribuisce, a

seguito della commissione di un reato, a risalire alla persona oggetto di indagine grazie anche

all’esame di elementi quali tracce e impronte. L’identificazione personale preventiva si concretizza

nel segnalamento: processo metodologico finalizzato a cogliere e fissare i caratteri generali e

particolari di un soggetto al fine di giungere alla sua identificazione. In Italia è prevista la

compilazione del cartellino segnaletico sul quale figurano i connotati salienti dell’individuo, i

connotati cromatici, la fotografia fronte e profilo destro, i contrassegni e le impronte dei polpastrelli.

Nella pratica medico-legale forense in ambito identificativo, importante è l’osservazione dei segni

caratteristici eventualmente presenti in varie parti del corpo: esiti cicatriziali, dei quali deve essere

descritta la sede, la forma, lo stato e l’epoca di produzione; i tatuaggi. L’identificazione sul vivente ha

come scopo principale quello di attribuire una precisa identità ad una persona. Possono essere

praticate l’identificazione di gruppo etnico, di sesso, di età, professionale e infine individuale.

L’identificazione del gruppo etnico si basa sulla ricerca istologica delle melanine, ossia dei pigmenti

presenti sulla cute dell’uomo che ne danno il colore caratteristico della propria razza. La

determinazione del sesso generalmente non presenta difficoltà. Vanno menzionati casi di anomalie

sessuali quali il sesso dubbio, ossia la mancanza congenita delle ghiandole sessuali; l’ermafroditismo

vero, ossia la contemporanea presenza delle ghiandole sessuali di entrambi i sessi; lo

pseudoermafroditismo, cioè l’esistenza di un terzo determinato sul quale si sono innestati aspetti

eterosessuali. Per quanto riguarda l’età, tranne che nel feto e nelle prime fasi di vita extra uterina, è

opportuno parlare di età apparente. I criteri generali utilizzati per stabilire l’età sono la statura, il peso,

lo sviluppo corporeo complessivo, l’aspetto della cute, lo sviluppo delle masse muscolari, lo sviluppo

dei genitali esterni ed interni, i caratteri dello scheletro, lo stato della dentizione. L’identificazione

della professione del soggetto può essere talora ipotizzato dal solo esame somatico esterno. Diverse

attività lavorative, infatti, danno luogo a particolari modificazioni di tessuti, a callosità, all’ipertrofia

muscolare, ad alterazioni dei capi articolari. L’identificazione individuale si esegue mediante il

confronto delle caratteristiche fisiche dell’individuo con quelle già preliminarmente segnalate. Il

segnalamento può essere descrittivo, fotografico, antropometrico, dattiloscopico. Il segnalamento

descrittivo consiste nella descrizione dei connotati dell’individuo e dei suoi eventuali contrassegni. Il

segnalamento fotografico consiste nella registrazione fotografica a mezzo busto dell’individuo nelle

due pose di fronte e di profilo. Il segnalamento antropometrico consiste nel misurare determinate parti

del corpo dell’individuo, ossia la statura, l’apertura delle braccia, l’altezza del gusto, il diametro del

cranio, la lunghezza del dito medio e del mignolo della mano sinistra, la lunghezza del piede sinistro.

Il segnalamento dattiloscopico consiste nel rilevare le impronte delle linee papillari del polpastrello

delle dieci dita della mano. La dattiloscopia è la scienza che studia le creste papillari (sporgenze

dermiche) relative ai polpastrelli, al palmo delle mani, nonché alla pianta del piede. Essa viene

eseguita attraverso il disegno che le sporgenze lasciano, per contatto, su una qualsiasi superficie. Le

impronte si distinguono in digitali, riproducenti il disegno di polpastrelli; palmari riproducenti il

disegno delle creste papillari che ricoprono il palmo della mano; plantari, riproducenti la pianta del

piede. Un’impronta digitale risulta costituita da tre sistemi di linee che demarcano tre zone: la zona

basale, data da linee che decorrono con un andamento pressoché parallelo all’articolazione della

falange terminale, più prossima alla piega tra la seconda falange e il polpastrello; la zona marginale

data dalle linee che originano da un lato del polpastrello per poi portarsi dal lato opposto dello stesso

dopo aver compiuto una voluta; la zona centrale, nucleo dell’impronta, composto da linee che

assumono svariate configurazioni caratteristiche del tipo di impronta. Nell’impronta palmare si

rilevano tre regioni corrispondenti alle sporgenze della faccia interna della mano: la regione superiore,

con vortici e involuzioni alla base di ciascun dito; la regione tenare, con le rughe minute

all’andamento perpendicolare rispetto alla linea di inserzione delle dita lunghe; la regione ipotenare,

con fasci di creste papillari di maggiore spessore a sviluppo lievemente obliquo verso l’esterno.

Nell’impronta plantare individuiamo una zona anteriore, corrispondente alla regione metatarsica, una

regione mediana e una regione posteriore. Lo studio delle caratteristiche istologiche delle creste

papillari identifica quattro strati nell’epidermide: lo strato corneo; lo strato granuloso; lo strato del

Malpighi; lo strato basale. La dattiloscopia moderna si fonda su tre principi: le figure dei polpastrelli

delle dita sono variabili, non esistono due figure uguali; le figure sono immutabili, fino al

disfacimento del cadavere; le impronte dei polpastrelli sono classificabili in adelta, monodelta, bidelta

e composta, a seconda delle figure delineate dalle linee che a loro volta si articolano in sottoclassi

fino alla costituzione di un vero e proprio schedario dattiloscopico. Le linee del sistema basale e

marginale convergono in un punto determinando una figura a forma di triangolo, definito delta. In

Italia la classificazione attualmente in uso è quella di Gasti, basata su parametri quali linee che

compongono la figura, direzione e numero delle linee del sistema centrale, numero e rapporto dei

delta. Il Gasti elaborò nove tipi di figure rappresentate da nove simboli numerici (da 1 a 9), a cui

aggiunse il simbolo 0 quale decima possibilità. Ad ogni impronta è possibile attribuire un simbolo,

per stabilire quale è necessario adottare una metodica ben precisa: contare il numero delle linee che

intrinsecano un segmento immaginario che unisce il delta con il centro della figura. Tale

classificazione è applicata alle impronte presenti sul cartellino decadattiloscopico compilato da tutte

le forze di polizia durante le operazioni di foto segnalamento. Presso il servizio polizia scientifica

della direzione centrale della polizia criminale è istituito il casellario d’identità, dove sono trasmessi,

classificati, trattati e archiviati i cartellini segnaletici compilati. Il rilevamento delle impronte papillari

è uno degli aspetti fondamentali del sopralluogo, inteso come quel complesso di operazioni tese ad

individuare, raccogliere e fissare, tutti gli elementi utili alla ricostruzione dell’evento e/o alla

identificazione del reo. Le impronte papillari a seconda dei casi possono essere lasciate per pressione,

per asportazione di polvere, per la sovrapposizione di sostanza. Un’impronta lasciata per pressione

delle creste papillari ha i caratteri generali del polpastrello e della regione palmare di appartenenza;

un’impronta lasciata per asportazione di polvere o di altra sostanza appare nitida soltanto in caso di

avvenuto contatto; un’impronta lasciata per sovrapposizione di sostanza può essere influenzata

dall’entità della pressione esercitata sul substrato e dalla stessa direzione della linea di pressione

rispetto ad esso, dunque, è indispensabile risalire sempre alla dinamica con cui impronta è stata

lasciata. Normalmente le creste papillari sono umettate di una lieve patina di sudore. A seconda

dell’intervallo di tempo trascorso, l’impronta tende ad impoverirsi. Col tempo la polvere si addosserà

alle incrostazioni lasciate dal sudore pur riproducendone il disegno. Nella fase di asportazione

dell’impronta con adesivo, permarrà sul substrato il disegno dell’impronta, cioè l’incrostazione

causata dall’essiccazione del sudore. La dattiloscopia giudiziaria si occupa dell’identificazione degli

autori di reato attraverso i frammenti di impronte digitali che essi hanno lasciato sul luogo del reato. Il

metodo tradizionale prevede il confronto per esclusione, sia con le impronte digitali delle vittime del

reo e dei loro familiari e quelle di terze persone intervenute in tempi diversi che esulano dal reato; per

sospetto, riguardo persone schedate; per iniziativa, cioè per il raffronto si procede all’analisi di

frammenti di impronte di quelle persone che sono solite commettere reati dello stesso tipo.

Le metodiche radiologiche applicate all’identificazione personale offrono un sostanziale supporto ai

procedimenti identificativi. Ai fini identificativi si utilizza la radiografia del massiccio facciale con

particolare riferimento ai seni frontali la cui particolare morfologia, diversa da individuo ad individuo,

può documentare spunti identificativi interessanti. Nell’indagine cadaverica si effettua una radiografia

dello scheletro nella sua interezza, evidenziando pregresse fratture, difetti della osteogenesi, patologie

degenerative, deformanti, scoliosi, ecc. Importante è anche l’osservazione dei nuclei di ossificazione

e delle cartilagini di ossificazione. Un metodo radiologico utile per avere delle informazioni circa

l’età scheletrica sia sul vivente che sul cadavere è l’esame del radiografia della mano e del carpo. Si

prendono in considerazione quattro punti di riferimento di quattro fasi differenti dell’ossificazione

mettendoli in rapporto con la curva di crescita: ossificazione del sesamoide a livello dell’articolazione

metacarpo-falange del pollice; epifisi della falange mediana del dito medio; epifisi della falange

distale del dito medio; saldatura del epifisi distale del radio. Negli ultimi anni si è molto dibattuto

sulla possibilità di stabilire l’età del soggetto in crescita esaminando il grado di maturazione delle sue

vertebre cervicali. Uno dei principali motivi dell’aumento di importanza di tale metodo è dovuto al

fatto che l’analisi relativa alla maturazione delle vertebre cervicali può essere eseguita sulla

teleradiografia latero-laterale, un’indagine radiologica utilizzata di routine in ambito ortodontico. Si

evidenzia inoltre che il metodo della maturazione delle vertebre cervicali ha un livello di affidabilità

comparabile a quella del metodo della mano e del polso, potendo quindi evitare di seguire una

radiografia aggiuntiva.

In presenza di un cadavere o di resti parziali di esso è possibile procedere all’identificazione della

specie, della razza, del sesso, dell’età, della statura e infine, nei casi più fortunati, a quella individuale.

L’identificazione dell’appartenenza alla specie umana si esegue attraverso indagini di anatomia

comparata o mediante l’osservazione morfologica e istologica delle ossa stesse che hanno strutture

caratteristiche. Per quanto riguarda l’identificazione del gruppo etnico di appartenenza del cadavere,

si usano gli stessi metodi impiegati per l’identificazione del vivente (melanina). L’identificazione del

sesso si basa generalmente sull’osservazione delle differenze morfologiche delle singole ossa, che

generalmente nel maschio hanno dimensioni maggiori. Si osservano soprattutto cranio e pelvi. Il

cranio del maschio ha dimensioni maggiori, architettura robusta, orbite squadrate e piccole con

margini arrotondati, zigomi massicci, mandibola più grande, denti di maggiori dimensioni. Per

identificare la statura del soggetto si utilizzano tavole e formule matematiche proposte da vari autori

in base al principio che la statura di un soggetto è proporzionale alla lunghezza delle sue ossa lunghe.

L’identificazione dell’età somatica mediante uno studio comparato radiologico e anatomico risulta di

agevole risoluzione fino a circa il 24º anno. Per gli adulti risulta assai importante lo studio del cranio

ed in particolare le suture delle varie ossa che lo compongono. Un altro elemento utile è lo stato dei

denti. Ai fini dell’identificazione individuale di un cadavere soccorre lo studio dell’apparato dentale

poiché sia i denti sia eventuali protesi hanno una grandissima resistenza all’insulto di fattori

traumatici e alle alterazioni tanatologiche trasformative. Gli elementi sui quali ci si basa per

l’identificazione sono rappresentati dalla conformazione delle arcate dentali, dalla struttura dei singoli

denti, dalla presenza di otturazioni e le loro caratteristiche, dalla presenza di protesi fisse o mobili.

Questi metodi vengono impiegati quando si è in presenza di un gran numero di vittime come nei casi

di calamità naturali, di grossi incidenti, i disastri aerei. Qualora lo stato di conservazione dei resti lo

consente, si ricorre al rilievo delle impronte digitali e palmari con le stesse metodiche impiegate sul

vivente. Il rilievo del disegno papillare di cadavere in avanzato stato di putrefazione può essere

possibile solo attraverso particolari metodiche di laboratorio. La prima fase consiste nella

amputazione a livello dell’articolazione interfalangea prossimale e di quella metacarpo falangea per il

I dito. I singoli segmenti così ottenuti vengono poi lavati con un solvente per detergerne la superficie

da eventuali detriti. Nei casi di reperti assai imbrattati si può lasciare il reperto in immersione nel

solvente per 30-60 minuti. Nella seconda fase si immergono i reperti in una soluzione di alcol etilico

95° e si lasciano a bagno per 2-3 ore, fino ad ottenere la completa disidratazione della reperto. Il

reperto così trattato viene immerso in soluzioni di idrato di sodio, fino ad ottenere una soddisfacente

turgore e adeguata consistenza del tessuto. Si osserverà uno sbiancamento della superficie papillare.

La terza fase consiste nell’asciugare la superficie e nel cospargerla di polvere di alluminio o di

argento; si predispone una fonte luminosa mediante la quale si espone la superficie suddetta ad un

fascio di luce radente e si fotografa. La fotografia, invertita di posto e di colore, sarà utile per il

confronto dattiloscopico. Le più moderne tecniche di analisi prevedono l’utilizzo del computer. In

casi particolari è possibile procedere con la inchiostrazione della superficie papillare e il trasferimento

del disegno sul cartellino.

CAP. 17 – L’IDENTIFICAZIONE ODONTOSTOMATOLOGICA

Le metodiche odontostomatologiche rivestono un’indubbia importanza nelle procedure identificative

del vivente e del cadavere in quanto le arcate dentarie rappresentano un documento identificativo di

grande valore per molteplici motivi. Per la raccolta della formula dentale sono stati studiati diversi

metodi. Tra i più utilizzati vi è quello che impiega la formula secondo Zsgimond nella quale i denti

permanenti sono espressi in cifre arabe, i decidui in cifre romane e le quattro emiarcate attraverso una

croce. Nella formula dentale bi digitale, invece, ogni elemento dentale viene identificato attraverso

due cifre arabe, la prima indica l’appartenenza ad una emiarcata e l’altra il tipo di dente

corrispondente. Nel vivente le procedure di identificazione odontostomatologica vengono utilizzate

per stabilire l’età e l’identità di un individuo che sia sconosciuto o che distingue la propria identità,

attraverso metodi descrittivi, radiografici, fotografici, siero-immunologici. L’uomo è un essere

difiodonte, presenta cioè nel corso della vita una duplice dentizione, la decidua e la permanente. Nella

prima fase gli elementi dentari sono venti, nella fase successiva di elementi decidui vengono sostituiti

dai corrispettivi permanenti e si aggiungono altri, sino a comporre una dentatura definitiva di 32

elementi. L’identificazione odontostomatologica del cadavere è utile in caso di ritrovamenti di corpi

in avanzato stato di decomposizione, carbonizzati, corpi sui quali non è più possibile usare altri

metodi identificativi. Ad un’attenta osservazione, i denti rivelano la specie di appartenenza per

peculiari differenze morfologiche dettate da meccanismi naturali evolutivi e adattativi che negli anni

hanno caratterizzato le diverse specie; la tipologia del movimento masticatorio ed il tipo di dieta

rappresentano delle discriminanti importanti. Le metodiche odontostomatologiche procedono dal

livello macroscopico a livello molecolare. Analizzando le strutture di primo ordine sottoposte a

confronto diretto; le strutture di secondo ordine, relative al quadro istologico; le strutture del terzo

ordine costituite dall’assetto sub-microscopico; le strutture di quarto ordine a livello molecolare. Vi

sono delle somiglianze tra i denti umani e quelli di alcuni primati di grossa taglia (bue e suino).

I denti e i mascellari presentano particolari morfologici che sono geneticamente legati a determinate

popolazioni. In base all’indice dentario ( rapporto tra la lunghezza di premolari e molari e la

lunghezza della base del cranio), è possibile classificare gli individui in microdonti, mesodonti,

megadonti e ipermegadonti. È possibile distinguere gruppi etnici sulla base della morfologia dentale,

delle caratteristiche ossee dell’apparato boccale, indici antropometrici. Vi sono dei caratteri distintivi

in termini di appartenenza razziale quale il prognatismo alveolare, il davanzale nasale, l’occlusione e

l’appiattimento facciale. L’identificazione del sesso mediante metodiche odontostomatologiche

avviene attraverso rilievi antropologici di tipo morfologico; rilievi antropometrici; diametro mesio-

distale del canino inferiore; sviluppo dentale; età dentale. La determinazione dell’età può essere

effettuata in rapporto alla maturazione dei sistemi scheletrico e dentale. Lo studio delle suture radiche

rappresenta un metodo valido per risalire all’età del soggetto: la sutura incisiva si salda intorno ai 25

anni; la sutura palatina comincia la sua obliterazione a partire dal 25º anno di età; la sutura

intermascellare inizia il suo processo a partire dal 27º anno, per terminarlo verso il 40º-50º anno; la

sutura palato-mascellare inizia a saldarsi intorno ai 22 anni e si completa verso i 40-50 anni. La

metodica morfologica permette di eseguire un confronto diretto tra lo stato della dentatura

dell’individuo in esame e le tabelle relative allo sviluppo dentario realizzate da diversi autori. Nei

cadaveri l’analisi dell’apparato dentario viene sempre eseguita previa autopsia orale. I rilievi

fotografici sono di indubbio ausilio durante l’ispezione poiché rappresentano l’unico mezzo che si ha

per immortalare l’aspetto del cadavere al momento del ritrovamento. La procedura del metodo

morfologico prevede come prima fase la raccolta e la registrazione della formula dentaria;

esaminando questi elementi si potrà stabilire in che se si tratta di un soggetto in crescita o di un

individuo adulto. La metodica istologica può essere usata solo nel cadavere. Nell’adulto sia il metodo

morfologico e quello istologico mirano ad esaminare i cambiamenti che subiscono i tessuti dentali

dopo la completa eruzione e l’impiego funzionale. Secondo Gustafson (1950), i parametri da prendere

in considerazione sono rappresentati dall’usura della superficie occlusale, dalla apposizione di dentina

secondaria, dalla neoformazione di cemento, dalla migrazione apicale dell’attacco parodontale; il

riassorbimento della radice e la trasparenza dei canali radicolari. Dalitz nel ’62 propose un suo

metodo per la determinazione dell’età basato sull’analisi dell’attrito, della dentina secondaria, della

trasparenza della dentina. Bang e Ramm (1970) hanno elaborato il metodo dello studio della

trasparenza della dentina radicolare. A seguito di fenomeni di invecchiamento è possibile che si

manifestino delle discromie dentarie. La metodica radiologica per la determinazione dell’età può

essere usata sia nel vivente che nel cadavere. Si analizzano le gemme dentali e i corrispondenti

elementi in arcata. Questa indagine consente di documentare fedelmente il grado di mineralizzazione

dei denti e di verificarne l’avvenuta eruzione. Nei soggetti adulti la tecnica radiologica viene

utilizzata per esaminare i parametri relativi ai cambiamenti strutturali degli elementi dentali correlati

con il passare degli anni. La metodica radiologica è utile nei casi di resti dentali di vecchia data o

sepolte per molto tempo nel terreno. Tra i migliori metodi identificativi per stabilire l’età dei soggetti

adulti, il principale è rappresentato dalla racemizzazione dell’acido aspartico, che rappresenta una

metodica biochimica. La racemizzazione è quel processo biochimico per cui gli aminoacidi passano,

col trascorrere del tempo, dalla forma L alla forma D. In caso di cadaveri esposti ad elevate

temperature, non si può ricorrere a tale metodo. Questo processo è influenzato dalla temperatura, dal

pH e dall’umidità del luogo di conservazione del corpo. Identificazione individuale

odontostomatologica è di fondamentale importanza nel contesto dei disastri di massa, per le numerose

informazioni che fornisce, soprattutto in casi di pessime condizioni del cadavere, quando altri agenti

esterni hanno agito sul corpo provocando la perdita di elementi utili al riconoscimento. Grazie alla od

odontologia forense è possibile giungere fino all’identificazione individuale della vittima mediante

indagini morfologiche, istologiche, biochimiche e radiologiche. Viene esaminata clinicamente

l’arcata dentaria del cadavere. Tramite l’ortopanoramica è possibile effettuare uno screening iniziale

sull’età dei cadaveri. Attraverso l’esame clinico è possibile stabilirne con precisione l’identità

rilevando segni distintivi, come lesioni cariose, discromie e restauri protesici. L’esame radiologico

rileva la presenza di trattamenti odontoiatrici a carico degli elementi dentari nonché la comparazione

con le radiografie prodotte ante mortem. Alcune lesioni dentali o dei tessuti molli boccali permettono

talvolta di stabilire le abitudini di vita e le condizioni socio-economiche e culturali dell’individuo da

identificare: scheggiature sui margini degli incisivi centrali superiori fanno pensare a donne dedite

all’attività di cucito, per il taglio dei fili per la cucitura; solcatura singola del margine di un dente


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 30elode di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Medicina legale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Arcudi Giovanni.

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