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Medicina legale e del lavoro - infanticidio Appunti scolastici Premium

Appunti di Medicina legale e del lavoro per l’esame del professor Crisci. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l'infanticidio e il feticidio, la condotta dell'infanticio e del feticidio, il XII secolo della nostra era, l'analisi statistica del fenomeno.

Esame di Medicina legale e medicina del lavoro docente Prof. A. Crisci

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bambini, con una media di circa 10 ogni anno. Le madri sono autrici soprattutto fino ai sei anni di

età, i padri tra i 7 e i 12 anni. Ma il numero effettivo dei piccoli soppressi appena nati, ovvero la

fattispecie in esame, ascrivibili all'intervento materno è incalcolabile.

Indicativo è anche il fatto che la maggioranza degli infanticidi avviene nel Nord Italia (48.9%)

mentre diminuisce nel Centro (24.3%) nel Sud (17.8%) e nelle isole (12%).

Molto probabilmente, dato il particolare contesto socio-economico che sta vivendo il nostro paese,

il numero di infanticidi e feticidi è ben più alto rispetto a quello stimato e mostrerà un trend di

crescita. Inoltre, le statistiche non prendono in considerazione eventuali occultamenti di cadaveri,

che per via delle dimensioni ridotte possono essere facilmente eliminabili.

Numerosi studi statistici, vedono un ruolo centrale della donna nella commissione di tali reati. Ciò è

scontato, dato il fatto che la donna partoriente o che abbia da poco partorito è l'unico soggetto ad

essere a stretto contatto con la giovane vita, potendo così indisturbata compiere il reato.

Interessanti sono ulteriori dati in merito alle caratteristiche delle donne che commettono tale

crimine. L'Illustrazione 3 mostra la correlazione tra

l'età materna e il numero di infanticidi. Si può

notare come il fenomeno interessi tutte le

fasce di età di donne in periodo riproduttivo,

tuttavia si possono evincere due picchi: il

primo riguarda la fascia di età tra 19-23 anni,

la seconda tra 29-33. L'interpretazione di

questi due picchi potrebbe suggerire un

particolare profilo socio-psico-economico

della donna che si macchia di infanticidio o

feticidio.

In merito alla nazionalità, circa il 60% è

italiana e solo il 44% delle donne è nubile.

Quello che deve essere chiaro è che tale

fenomeno vede coinvolto soprattutto donne

giovani, intorno ai 20-30 anni, con una

distribuzione quasi paritaria tra donne

Illustrazione 3: Relazione tra numero di infanticidi e coniugate o single. Con questo, si vuole solo

età della madre.

affermare che non esiste un prototipo di infanticida o per lo meno non risulta essere chiaro dai dati

forniti.

Per quanto riguarda le aree “preferite” per occultare il piccolo cadavere, o peggio ancora, l'infante

abbandonato, queste risultano essere le più disparate. I dati comunque evidenziano la facilità con

la quale può essere occultato il misfatto date le esigue dimensioni. Molto spesso, in circa il 70%

dei casi, il cadavere viene avvolto in un sacchetto di nylon ed abbandonato nelle aree più

disparate.

Alla luce dei fatti, il numero di ritrovamenti di piccoli cadaveri potrebbe forse rappresentare sola la

punta di un iceberg, un fenomeno la cui entità, allo stato delle cose, risulta essere difficilmente

valutabile.

3. Reato di infanticidio e feticidio

Prima di procedere, viene riportato in toto il testo dell’art. 578 c.p. che così sancisce:

“La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto

durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale

connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni.

A coloro che concorrono nel fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non inferiore ad

anni ventuno. Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere

diminuita da un terzo a due terzi.

Non si applicano le aggravanti stabilite dall’articolo 61 del codice penale”.

Volendo individuare la collocazione sistematica della fattispecie così delineata, emerge

chiaramente la sua natura intrinseca di delitto contro la persona e l’incolumità individuale, lesivo

della vita umana, e precisamente di quella del feto e del neonato, inserendosi nel Titolo XII, Capo I

del c.p.

Si tratta quindi di una fattispecie a se stante, laddove il bene tutelato, pur nel trattamento

sanzionatorio più mite, è comunque da individuarsi nell’interesse dello Stato alla sicurezza della

persona fisica, bene primario di rilevanza costituzionale esplicita.

Il diritto alla vita rappresenta, infatti, un diritto intangibile e tendenzialmente indisponibile, la cui

protezione preesiste al diritto e a qualsivoglia disposto normativo, la cui posizione sovraordinata ne

rafforza la meritevolezza di tutela; la vita e l’integrità fisica assumono, cioè, la veste di beni

giuridici, difesi attraverso il diritto penale, attraverso il necessario ricorso alla repressione

predisposta dall’ordinamento statale.

Volendo considerare la struttura del reato in esame, si devono analizzare i seguenti elementi:

1. il soggetto agente o attivo;

2. il soggetto passivo;

3. l’intenzione di uccidere (dolo generico);

4. l’aver agito in condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto;

5. l’aver usato mezzi idonei a produrre la morte del neonato o del feto;

6. l’essersi verificata la morte del prodotto del concepimento in conseguenza dei mezzi

adoperati.

La medicina legale gioca un ruolo determinante soprattutto negli ultimi due punti, in merito alla

diagnosi di morte e nella dimostrazione della sua immediatezza. Inoltre ha un ruolo determinante

nello stabilire il nesso di causalità tra le lesioni riportate dal neonato o feto e la sua morte, nonché

di dimostrare la presenza o meno di vita al momento del parto.

Prima di procedere oltre, occorre fare una precisazione in merito a termini di “infanticidio” e

“feticidio”:

per infanticidio si intende l'uccisione del neonato “immediatamente” dopo il parto;

• per feticidio, termine improprio visto che, durante il parto, il corpo in transito dovrebbe

• essere definito come “prodotto del concepimento”, quindi non più feto ma già persona, si

intende la soppressione durante il parto, prima che egli abbia iniziato la vita extrauterina.

3.1 Il Soggetto attivo

Dopo l’abolizione della rilevanza penale della causa d’onore, l’art. 578 attualmente in vigore,

configura un’ipotesi di reato proprio o a soggettività ristretta, limitando l’ambito di applicazione della

norma esclusivamente al caso in cui a cagionare la morte del neonato o del feto sia la madre.

A parte la scarsa utilità, sotto il profilo pratico, di indicare genericamente nella “donna” il soggetto

attivo, è da ritenere che con l’esplicito riferimento alla “madre”, si sia inteso sottolineare che solo

quando il fatto è commesso da quest’ultima, in particolari condizioni di disagio materiale e morale

inducono a ritenere un diverso, e meno grave, disvalore dell’azione.

D’altra parte, solo in relazione alla madre è configurabile tale status di isolamento e di abbandono,

proprio perché indissolubilmente connesso con il momento del parto; anche sulla base di questo

rilievo, parte della dottrina ha sostenuto che, nell’ipotesi in cui l’infanticidio sia realizzato da un

terzo, mentre quest’ultimo sarà punibile per omicidio comune, alla madre che abbia assunto il ruolo

di partecipe, ricorrendo ogni altro presupposto, resterà comunque applicabile il fatto di cui all’art.

578.

Solo in relazione alla figura materna può essere individuato lo stato di sconforto, di solitudine, di

emarginazione, di mancanza di mezzi economici e di rapporti sociali ed affettivi in cui la stessa si

viene a trovare e che irrimediabilmente la spingono al delitto.

L’art. 578 lascia indubbiamente delle notevoli perplessità di carattere interpretativo e applicativo, in

quanto non completamente risolte possono considerarsi le problematiche relative allo stato di

mente della madre, in relazione a condizioni patologiche mentali, sia preesistenti, sia derivanti

dall’evento del parto, per le peculiari circostanze in cui questo si è verificato, per le motivazioni

drammaticamente vissute dalla donna, a cagione di una maternità non voluta.

È stata opportunamente richiamata l’attenzione sul fatto che l’infermità mentale non deve essere

confusa con quel turbamento psichico, determinato dal parto, di cui si è già tenuto conto ai fini

della configurazione del reato ed agli effetti della pena. Quando tale stato emotivo trascenda in una

infermità totale o parziale di mente, le disposizioni degli art. 88 e 89 c.p. dovranno trovare

applicazione.

Quando l’alterazione psichica sia insorta nella madre in conseguenza del parto o della nascita, si

potrà prospettare in concreto l’eventualità di una reazione psicogena, in rapporto di piena

comprensibilità con l’avvenimento-causa e fornita di tutte le caratteristiche costitutive della

reazione abnorme all’avvenimento. Non vi è infatti alcuna difficoltà ad ammettere che il parto,

come pure tutto il periodo della gravidanza, possa essere vissuto con particolare angoscia, proprio

a causa di questa particolare reattività di fronte a particolari situazioni che possono motivare la

soppressione del prodotto del concepimento.

3.2 Il soggetto passivo

Il fatto materiale può consistere sia nell’uccisione del feto durante il parto, sia del nato

immediatamente dopo il parto, costituendo la fattispecie di infanticidio.

Bisogna premettere che la distinzione fra il neonato ed il feto nel corso del parto ha valore

prevalentemente terminologico, poiché anche il feto dal momento dell’inizio del parto acquista, agli

effetti della legge penale, natura di essere umano. Il Manzini sottolinea qui il carattere improprio

del termine “feto”, perché il nascente vivo non è più feto, né in senso biologico, né in senso

giuridico, bensì persona. Ciò detto, se nell’uccisione di esso non ricorrono gli altri requisiti dell’art.

578, è applicabile il titolo comune di omicidio. Se così non fosse, il fatto non sarebbe punibile, non

costituendo il delitto di provocato aborto, né integrando, come detto, la fattispecie dell’infanticidio.

Il feticidio, che rappresenta un’ipotesi alquanto rara, presuppone che si sia concluso il processo

fisiologico della gravidanza, perché in caso diverso la distruzione del prodotto del concepimento

rientrerebbe nella figura dell’aborto. Esso si verifica quando la morte viene provocata in quello

stadio di transizione che intercorre dal momento del distacco del feto dall’utero materno all’istante

in cui il prodotto del concepimento acquista vita autonoma. Secondo l’opinione corrente, il distacco

del feto dall’alvo materno si desume dal verificarsi dalle doglie, cioè dal travaglio del parto.

Per configurare il reato d’infanticidio occorre che il feto sia vivo, non importa se di vita biologica od

autonoma. Nel feticidio è aprioristicamente necessario dimostrare la presenza della vita nella

piccola vittima; vita biologica, che compete al feto per tutta la durata della vita intrauterina (e di

essa l’indice più evidente è la circolazione sanguigna), o vita autonoma, che viene acquisita al

momento dell’espulsione e che si manifesta con la respirazione o ventilazione polmonare, ma

peraltro non indispensabile per configurare il reato de quo. Infatti, nel caso di feticidio, la vita non

può essere dimostrata dall’esame dei polmoni, in quanto per definizione essi non hanno ancora

respirato, ed il giudizio non può che emergere, eventualmente, dalle caratteristiche delle lesioni

intenzionalmente provocate al feto.

L’accertamento della vita autonoma si basa essenzialmente sull’avvenuta respirazione, tramite la

cosiddetta docimasia polmonare, che ha inizio alcuni secondi dopo la nascita, trascorso un breve

periodo di apnea fisiologica.

Se essenziale per la configurazione del feticidio è che il prodotto del concepimento sia vivente,

trascurabile è l’elemento della vitalità, ovvero della capacità protratta di vivere in via autonoma,

della possibilità di adattamento durevole all’ambiente esterno. Se anche venisse provata la non

vitalità del nato vivo, poi ucciso, sussisterebbe ugualmente il reato in esame.

Il feticidio si configura quando viene soppresso il prodotto del concepimento nel momento in cui,

compiuto il processo fisiologico della gravidanza, con l’inizio del parto, comincia il suo distacco dal

grembo della madre, la distinzione rispetto all’infanticidio si basa essenzialmente sulla diversa

condizione fisiologica del soggetto passivo.

Si tratta, tuttavia, di una distinzione cui la legge non dà alcun rilievo perché le due figure sono

espressamente equiparate nell’art. 578.

Rimane da analizzare, per meglio comprendere tale assunto, la seconda fattispecie criminosa

entro cui si snoda la disciplina di cui all’art. 578, ovvero l’uccisione del “proprio neonato

immediatamente dopo il parto”.

L’infanticidio in senso stretto ricorre quando l’uccisione avviene dopo il compimento del parto, e

cioè dopo che il prodotto della gestazione è completamente fuoriuscito dal ventre materno. Anche

in questo caso si esige che l’essere sia nato vivo, e la scienza medica, abbandonati gli antichi

criteri dell’emissione dei vagiti, dell’apertura degli occhi ecc..., ora concordemente ritiene che la

prova della vita (più precisamente della “vita autonoma”) sia fornita dall’avvenuta respirazione, e

cioè dalla docimasia polmonare.

Per neonato poi si intende, secondo l’accezione comune, l’infante nato da poco. La norma tuttavia,

ne restringe la portata, riferendosi a colui che è nato da poco e che viene soppresso

immediatamente dopo il parto.

Sentenza 49945 della Suprema Corte di Cassazione Penale del 2002: Viene riportato un estratto

della sentenza che chiarisce le differenze tra aborto, feticidio, infanticidio ed omicidio:

“...l’ordinamento attribuisce rilievo penale alla soppressione del prodotto del concepimento in

relazione a diverse fattispecie: l’aborto, il feticidio, l’infanticidio e l’omicidio.

L’aborto, da intendersi come interruzione del processo fisiologico della gravidanza con

conseguente morte del prodotto del concepimento...é ora disciplinato in modo organico dalla legge

22-5-1978 n.194, recante norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria

della gravidanza.

...Feticidio e infanticidio sono unitariamente previsti e puniti, dall’art. 578 c.p., il cui ambito di

applicazione è circoscritto, oltre che sotto il profilo soggettivo (essendo soggetto attivo del reato

soltanto la madre, con la quale possono concorrere altre persone, destinatarie di un differenziato

trattamento sanzionatorio edittale), anche sul piano oggettivo, costituendo specifico elemento

qualificante del reato la condizione di abbandono materiale e morale, connessa al parto, in cui

versa la donna: elemento che individua la linea di confine rispetto alla figura criminosa

dell’omicidio aggravato ai sensi dell’art. 577 primo comma c.p..”

3.3 Le condizioni di abbandono materiale e morale

Il legislatore, nel dare autonomo rilievo alla condotta della madre infanticida, ha individuato nelle

condizioni di abbandono materiale e morale l’elemento degradante - specializzante, capace di

differenziare il delitto di infanticidio dalla più generica figura criminis dell’omicidio volontario

aggravato.

Un gesto di per sé gravissimo, considerato nella coscienza collettiva delitto “contro natura”,

assumerebbe un diverso e meno grave disvalore penale a causa delle eccezionali e drammatiche

circostanze in cui viene commesso.

Ed è per questo che la nozione di abbandono riveste un ruolo centrale nella struttura del reato.

Vi è una certa unanimità in dottrina, nell’intendere tali condizioni come presupposto del fatto, che

come tale preesiste alla condotta e da cui questa prende le mosse.

L’ abbandono attiene non esclusivamente ad uno stato psichico, bensì ad una situazione oggettiva,

ed andrebbe ad ipotizzare, nella struttura della fattispecie incriminatrice, un vero e proprio

elemento del fatto oggettivo tipico; in quanto riferibile alle modalità di verificazione appunto, del

fatto di infanticidio. E, proprio perché tali, le condizioni di abbandono, da cui deriva evidentemente

il grave gesto criminoso, devono essere accertate nella loro concreta esistenza: a prescindere

dalla loro incidenza psicologica, e dalla influenza determinante nella commissione del delitto.

É stata proposta una tesi che modifica tale consolidata posizione, individuando il giudizio di minor

disvalore dell’infanticidio rispetto all’omicidio, non sul piano dell’antigiuridicità obiettiva, ma sul

profilo soggettivo della fattispecie. Sarebbe la minore colpevolezza della madre infanticida a

legittimare il giudizio di minore gravità da parte del legislatore. Le condizioni di abbandono

materiale e morale, secondo simile tesi, sarebbero un cosiddetto “elemento obiettivo di

colpevolezza”, una situazione oggettiva che incide, nondimeno, sul grado di colpevolezza dalla

partoriente che commette un infanticidio. L’art. 578, richiedendo che il reato sia “determinato” da

tali condizioni, sembrerebbe ipotizzare un rapporto di causalità psichica tra le condizioni stesse e

l’uccisione del neonato: ciò che in realtà farebbe dubitare sulla possibilità di valutarle come

elemento meramente oggettivo.

Ci si troverebbe di fronte ad un’ambivalenza concettuale: le condizioni di abbandono, cioè,

rileverebbero anche soggettivamente nella misura in cui costituiscano il “movente determinante”

del delitto; movente del quale la madre deve avere, ovviamente, piena coscienza. In altri termini,

esse acquisterebbero tale natura perché investono la particolare situazione nella quale si è

formata la volontà dell’agente; situazione tanto più difficile in quanto connessa ad un momento

caratterizzato “naturalisticamente” da un fortissimo stress psico-fisico: il momento cioè del parto.

Dal punto di vista giuridico, costituisce abbandono qualsiasi condotta che contrasti con l’obbligo

della cura e della custodia per effetto della quale si lascia in balia di sè stesso colui che è

impossibilitato a provvedere alla propria persona. La definizione ricomprende, invero, solo il

concetto di abbandono materiale, che la dottrina dominante scinde da quello morale, consistente,

per lo più, in una noncuranza per il mantenimento e l’educazione a cui si è obbligati nei confronti di

un altro; l’abbandono materiale implica, invece, anche un distacco fisico fra il soggetto obbligato ed

il legittimo beneficiario dell’assistenza. L’abbandono di cui tratta l’art. 578 sembra riferirsi, piuttosto,

alla situazione di chi, al momento del parto ed a causa del parto è lasciata a sé stessa da coloro

che dovrebbero esserle più vicini, insensibili alle necessità materiali ed affettive intimamente

connesse all’evento.

In concreto, le condizioni rilevanti ai fini dell’art. 578 si ravvisano, sotto il profilo morale

dell’abbandono, nell’isolamento psicologico, nella solitudine reale della madre, nella mancanza

della necessaria assistenza, qualora le siano venuti a mancare quegli aiuti e quella solidarietà

ambientale (in primis familiare) che sono consueti.

Ovviamente deve trattarsi di condizioni obiettivamente sussistenti, e non subiettivamente ritenute

tali; devono cioè essere reali e non putative e a carattere persistente e non soltanto momentaneo.

La seconda precisazione riguarda la connessione con il parto. Non sarebbe, poi, sufficiente che le

condizioni de quo siano congiunte e connesse al momento del parto, essendo indispensabile la

loro efficacia determinante al delitto, nel senso della loro idoneità a riflettersi nella psiche della

donna costituendo il movente del suo agire.

Sentenza della Cassazione penale del 2010, n. 40993: Con la sentenza in esame la Corte di

Cassazione ha affrontato il problema della definizione del concetto di “condizioni di abbandono

materiale e morale”, elemento specializzante del delitto di infanticidio (art. 578 c.p.).

Il caso di specie cui si riferisce la sentenza ha ad oggetto la condotta di M.R.G., la quale, il 27

luglio 2007, verso l’alba, partoriva nel bagno di casa, senza l’assistenza e l’aiuto di alcuno dei

familiari, un bambino; provvedeva da sola al taglio del cordone ombelicale e, dopo avere

imbavagliato e soffocato il neonato, lo avvolgeva in un sacco dell’immondizia e lo gettava nel

cassonetto dei rifiuti. Il bambino era nato da una relazione con un uomo sposato, il quale aveva

preannunciato il suo rifiuto di riconoscere in futuro il bambino. La donna, sottoposta a numerosi

interrogatori, aveva dichiarato di aver taciuto la notizia della gravidanza ai familiari per paura delle

loro reazioni. I familiari dell’imputata avevano riferito di non essersi accorti dello stato di gravidanza

(pur vivendo con la M.R.G. in un’abitazione composta di due stanze ed avendo notato il forte

aumento di peso della donna) e di non aver avvertito nulla di strano il 27 luglio. Da altre

deposizioni emergeva che era immediatamente percepibile lo stato di gravidanza di M.R.G. e che

tuttavia i parenti non ne avevano mai parlato esplicitamente.

“La Suprema Corte afferma che l’abbandono “morale e materiale” costituisce un requisito della

fattispecie oggettiva da leggere “in chiave soggettiva”: la concreta situazione di abbandono, pur

rappresentando un dato concreto che deve effettivamente sussistere, non deve rivestire carattere

di assolutezza; è invece sufficiente la percezione di totale abbandono avvertita dalla

donna nell’ambito di una complessa esperienza emotiva e mentale quale quella che accompagna

la gravidanza e poi il parto”.

3.4 La disciplina del concorso di persone nel reato

Una particolare novità di rilievo introdotta dall’odierno testo dell’art. 578 è costituita dalla disciplina

del concorso di persone nell’infanticidio commesso dalla madre.

La norma in vigore stabilisce che “a coloro che concorrono nel fatto di cui al comma primo si

applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. La ratio di tale scelta sanzionatoria si ravvisa

rammentando che il “privilegio dell’infanticidio” si giustifica solamente se viene riferito al fatto

criminoso della madre.

È evidente, infatti, che le condizioni di abbandono morale e materiale incidono esclusivamente

sulla minore colpevolezza della madre e non certamente su quella di eventuali altri concorrenti nel

reato. In questo caso, la pena comminata è quella per l'omicidio doloso.

Si deve distinguere il caso in cui la madre uccida di mano propria ed altri concorrano nel delitto da

lei commesso, dal caso in cui altri uccidano con il concorso, morale e/o materiale, della madre.

Il tenore letterale dell’art. 578 sembra restringere l’ambito della previsione soltanto al primo caso

perché si riferisce espressamente “a coloro che concorrono”; come si è detto, però, ai concorrenti

nel fatto della madre si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno.

La previsione può apparire sorprendente per la sua incongruenza con la regola generale del

concorso di persone stabilita all’art. 110 c.p., in forza della quale “quando più persone concorrono

nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita”. Da ciò emerge la

diversità rispetto al trattamento sanzionatorio previsto all’art. 578.

La norma prevede una circostanza attenuante speciale e ad effetto speciale, applicabile a chi


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Medicina e chirurgia
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher antonioromanelli86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Medicina legale e medicina del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Crisci Antonello.

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