Tocqueville, Democrazia in America e libertà della persona
La libertà di stampa non influisce solo sulle leggi ma anche sui costumi, impedisce i mali della democrazia più che produrre bene. Una sorta di terra di mezzo iperscrutabile tra completa indipendenza e totale asservimento. In un paese in cui regna la sovranità del popolo la censura è non solo un pericolo ma anche una grande assurdità. Chi governa dovrebbe riconoscere una pluralità di pensiero ed espressione valida anche come guida del paese stesso. La sovranità del popolo e la libertà di stampa sono dunque correlate.
Ci vuole un popolo educato e responsabilizzato, capace di superare i rischi, che pur ci sono, di un regime democratico. Come? Attraverso sei condizioni necessarie. Parola di Tocqueville. Ogni epoca ha i suoi simboli, i suoi feticci, i suoi spettri. Prima l'epoca di Marx, della classe operaia pronta per il paradiso, della rivoluzione permanente, dell'eguaglianza contro la libertà. Poi l'epoca di Max Weber, dell'individualismo protestante al servizio del capitalismo, della caduta dei legami che tengono insieme popoli e uomini, dell'utilitarismo di massa, della libertà contro la fraternità. Oggi, non sembrano esserci dubbi: il simbolo più coerente con lo spirito del tempo è Alexis de Tocqueville, che, benché morto da quasi centocinquanta anni, non ha perso la sua stringente attualità: la democrazia e l'America, la religione e lo Stato, le comunità e la libertà. Tutto sintetizzato nelle sue opere, «La democrazia in America» e «L'antico regime e la rivoluzione».
A lui guardano tutti quelli che ragionano di crocifissi sui muri delle scuole, di scontri di civiltà da evitare, di democrazia da difendere o magari da esportare, di comunità da rifondare, di libertà da proclamare. A Tocqueville si rifanno i neo-comunitaristi, preoccupati per la crisi dei legami caldi, di parentela e solidarietà, e per le conseguenze sulla tenuta stessa della civiltà d'Occidente. Ma a lui guardano anche alcuni elementi di punta del pensiero neoconservatore, balzati agli onori delle cronache per essere divenuti le guide teoriche della presidenza Bush: a loro piace molto il teorico della libertà e del suo rapporto stringente con la religione, il sostenitore dell'autonomia della società rispetto allo Stato. E anche dentro la Chiesa c'è chi, come il cardinale Camillo Ruini, guarda a Tocqueville come a un riferimento teorico inevitabile. Insomma, oggi si direbbe che Tocqueville è un pensatore "bipartisan": scavalca le tradizionali categorie e pone nel cuore dell'Occidente domande decisive per la sua stessa sopravvivenza.
Niente democrazia senza libertà
La tesi centrale di Tocqueville ne «La democrazia in America» può essere sintetizzata così: tutto ciò che nella società moderna spinge l'uomo a rompere i legami sociali e comunitari rintanandosi nel privato tende a condurlo sempre più decisamente nel porto del potere, un potere vicino, determinato, intimo e provvidenziale. È il potere della democrazia moderna con le sue radici dell'opinione pubblica, egualitario e maggioritario. Diversamente da altri critici della democrazia, però, Tocqueville non aveva nessuna intenzione di combatterla, convinto com'era della sua ineluttabilità storica e filosofica. Il suo interesse fu piuttosto quello di comprendere i contesti in cui la libertà potesse essere preservata dentro i tempi e gli spazi democratici, rendendoli immuni dalle derive dispotiche che si erano manifestate in Europa e in particolare nella Francia rivoluzionaria. A questo scopo identificò una serie di condizioni che riteneva necessarie per la difesa della libertà nelle società democratiche.
Per il mantenimento della libertà
«La più fondamentale tra le cause del mantenimento della libertà nella democrazia americana - scriveva lo storico del pensiero sociologico Robert Nisbet - Tocqueville ci mostra essere il principio americano della divisione dell'autorità nella società». Lo studioso francese riteneva che in America i diritti individuali fossero ottenuti attraverso la diversificazione dell'autorità, e questo principio è alla base non solo della struttura di autorità complessiva in America, ma anche di tutte le istituzioni fondamentali della vita americana, inclusa la religione, l'economia e lo stesso governo politico. Una seconda fonte di libertà negli Stati Uniti, secondo Tocqueville, era la presenza e la rilevanza delle istituzioni locali, intese come vere e proprie scuole di cittadinanza e di libertà. Intimamente collegata ad essa vi è la terza causa della libertà americana: il sistema federale, che separa l'una dall'altra le branche esecutiva, giudiziaria e legislativa del governo nazionale e separa i poteri del governo nazionale dai poteri statali e locali. Quarta tra le condizioni necessarie, la libertà di stampa, ritenuta decisiva non tanto per un'astratta possibilità di giudizio individuale sulle cose pubbliche (come penseremmo forse oggi), ma innanzitutto perché agli occhi di Tocqueville una stampa libera era essenziale per stimolare le persone a formare associazioni di grandezza sufficiente per dedicarsi alle cause importanti. Con le parole dei nostri giorni, sarebbe dunque una pre-condizione per una corretta applicazione della sussidiarietà orizzontale.
Contro la statolatria
Stranamente questa società individualistica presenta alcune caratteristiche comuni con l'isolamento proprio delle società dispotiche, perché il dispotismo tende a isolare gli individui gli uni dagli altri. Per questo motivo Tocqueville, anticipando una riflessione che maturerà soprattutto in Hannah Arendt, formulò ciò che Raymond Boudon definisce il suo «teorema fondamentale»: e cioè che il pubblico di individui separati e distanti "tende a lasciare il campo perfettamente libero agli effetti perversi generati dalle buone intenzioni dello Stato". Quello Stato che, seguendo sempre Tocqueville, non soltanto diventa imprenditore, educatore, assistente sociale, ma definisce anche le idee e i valori che danno sostanza a quelle pratiche (specialmente quella educativa). Così la democrazia tende verso una forma di «dispotismo» abbastanza differente dalle passate forme di tirannia. Nelle parole di Tocqueville: "Il sovrano estende il suo braccio sull'intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue".
Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia
Il discorso sulla fotografia nel Novecento si presenta estremamente eterogeneo. Esso si inscrive in differenti ambiti disciplinari, sviluppandosi spesso al loro incrocio: fra teoria e storia dell'arte, sociologia della comunicazione e dei comportamenti di massa, indagine epistemologica e semiologica, cultural studies e visual studies. Di conseguenza anche la forma di questo discorso varia dall'analisi teorica, passando per il saggio o l'articolo da feuilleton, fino al pamphlet e al manifesto.
La fotografia, denominata all'inizio dagherrotipia, fu messa a punto, a partire dagli anni Venti del XIX secolo, attraverso il fissaggio chimico su supporto di vetro o di carta di un'immagine generata attraverso la camera oscura. Questa tecnica realizzava per la prima volta nella storia il mito dell'acheiropoietos, immagine non generata da mano umana. Il dibattito teorico che senza soluzione di continuità dall'Ottocento prosegue fino ai primi decenni del Novecento aveva conosciuto sovente delle polarizzazioni fra gli ammiratori (E. Zola) della precisione imparziale della macchina e coloro che sdegnati volevano la nuova tecnica asservita all'arte (C. Baudelaire).
Walter Benjamin (1892-1940) è il primo che valuta la fotografia nell'intreccio dei cambiamenti sociali e ideologici che caratterizzano la modernità. Nella sua Kleine Geschichte der Fotografie (1931) egli rivolge uno sguardo ammirato ai primordi della fotografia. Le dagherrotipie degli anni Quaranta dell'Ottocento ritraevano gli uomini in un atteggiamento di sicurezza e dignità che derivava loro dal raggiunto status sociale e dal rispetto nei confronti dell'operatore fotografico. La progressiva commercializzazione delle immagini, la decadenza del gusto borghese, la nascita della fotografia amatoriale (Kodak lancia sul mercato nel 1888 la prima macchina di facile uso) distrussero l'aura che emanava dai primi clichés.
La perdita dell'aura è diventata però secondo Benjamin, grazie ad alcuni grandi fotografi di inizio secolo, come Eugène Atget (1857-1927), un tema rappresentativo dell'alienazione fra uomo e spazio urbano, anticipando motivi sviluppati in seguito dai surrealisti. La riproducibilità tecnica garantita dalla fotografia rende possibile una ricezione di massa dell'arte e stimola l'elaborazione di categorie estetiche in sintonia con un nuovo ritmo di vita.
Dal Futurismo italiano giunge uno dei primi documenti di questa ricerca artistica applicata alla fotografia. Nel 1911 Anton Giulio Bragaglia (1890-1960) pubblica il manifesto del Foto dinamismo futurista: la fotografia doveva lasciarsi alle spalle le riprese statiche che congelano la realtà, essa doveva esprimere la vita quale puro movimento. Bragaglia stesso mette in atto questa rivoluzione attraverso le sue foto dinamiche: una tecnica di ripresa che, tramite un tempo di apertura prolungato dell'otturatore, imprime sulla pellicola le traiettorie di un corpo in movimento.
Le fotodinamiche sono per Bragaglia espressioni di un'arte più autentica di qualsiasi rappresentazione realistica in quanto in grado di rappresentare assieme al reale anche il trascendente. Non sorprende dunque che egli praticasse anche sedute di fotografia spiritica, volte a cogliere il fantasma della realtà. La fotografia di Bragaglia risentiva, del resto, del fiorire, caratteristico dei primi decenni del Novecento, di dottrine esoteriche che si proponevano di riconferire alla realtà quell'aura che il progresso tecnico, come aveva rilevato Benjamin, aveva dissolto.
Se il Futurismo esaltava il movimento, l'ungherese Laszlo Moholy-Nagy (1895-1946) individuava nella luce la rivoluzione del XX secolo e mirava a farne un mezzo espressivo nell'arte. Nelle sue teorie, influenzate dal costruttivismo e dal Bauhaus, la fotografia rappresenta un passaggio nodale fra passato e futuro: essa forniva soluzioni nuove all'antico problema della luce, al centro dell'arte figurativa occidentale fin dal Rinascimento, e preludeva al linguaggio del cinema che, attraverso il movimento e il sonoro, rendeva possibile una percezione sinestetica della realtà.
Un uso creativo della fotografia apriva all'artista inesplorati territori di ricerca. Moholy consiglia e sperimenta lui stesso, ad esempio, inquadrature stranianti.
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