ECONOMIA E MANAGEMENT
UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CAMPUS DI FORLÌ
MARKETING
PRIMO MODULO
ESAME DEL 04/04/2022
MARKETING E VALORE
Il termine marketing significa “portare sul mercato”, rappresenta l’incontro tra
domanda e offerta, che avviene in luoghi specifici, e se usato bene migliora le
condizioni di vita dell’individuo.
Tra le prime regole da tenere in considerazione è che se una cosa non si può misurare
è come se non ci fosse, per questo serve misurare le cose; il modo migliore è la
statistica: il marketing si basa su numeri, valutazioni del valore.
Il marketing ruota intorno al concetto di valore: infatti è l’insieme di processi, coerenti
e coordinati, finalizzato a produrre scambi e relazioni tra individui e organizzazioni, con
la duplice finalità di creare valore economico e sociale per l’offerta, e trasferirlo per la
domanda. Il valore ha diverse dimensioni: funzionale, simbolico, emozionale o
esperienziale.
Il campo di azione è molto diverso e coinvolge una serie di attività, tra cui prodotti,
servizi, luoghi, esperienze; in ogni caso le regole di base sono le stesse. Il marketing è
ovunque: qualsiasi azienda ha un marketing.
La sua funzione è la creazione di valore per il cliente. L’azienda deve cercare di
costruire un valore superiore o diverso a quello dei suoi concorrenti: tale azione è
detta posizionamento.
I bisogni sono le necessità di base dell’essere umano; essi preesistono, sono innati
nell’essere umano (tipici sono la sicurezza, l’accettazione sociale, l’autostima).
Rimangono costanti per tutta la storia dell’umanità e anche per alcune specie di
animali. Ciò che cambia nel tempo è come i bisogni vengono poi soddisfatti, a seconda
dell’epoca, situazione sociale del momento.
I bisogni diventano desideri quando sono specifici relativamente a un oggetto. I
desideri sono in funzione del luogo, tempo, contesto in cui si vive. Il marketing cerca di
capire perché le persone hanno determinati desideri, cioè qual è il bisogno
sottostante, in modo da trovare il prodotto migliore da offrire per soddisfarli.
Si parla di domanda quando i desideri diventano ancora più specifici, e sono rivolti a
specifici prodotti e marche.
I bisogni sono comuni a tutti gli esseri umani, ma gli esseri umani non sono tutti uguali
tra loro: ci sono gruppi di individui diversi, con differenze rilevanti e non; a ciascuno
di essi si offrono prodotti, prezzi diversi a seconda delle preferenze.
I consumatori vanno suddivisi in gruppi secondo un criterio funzionale sensato: per
questo motivo si effettua un’analisi di segmentazione, fatta attraverso una analisi
statistica.
Si fanno sempre ricerche di mercato (è la base del marketing), e ci sono diversi tipi
di ricerche di mercato. Esse servono perché non si sa tutto: ad esempio operando in
contesto internazionale le cose cambiano da paese a paese, quindi non facendo
l’analisi di mercato si rischia di inferire al mercato nuovo quello che si conosce del
vecchio, ma i due non sono uguali. 1
Noemi Ammirati
Al mondo ci sono tanti consumatori diversi: essi hanno gli stessi bisogni ma vanno
soddisfatti in modi diversi. Occorre capire come tradurre il proprio prodotto, che
fornisce un beneficio, in un contesto diverso.
Per definire, misurare e quantificare le diverse culture ci sono diversi strumenti; tra i
principali c’è il modello di Hofstede, che dà una sorta di mappatura culturale paese
per paese. Sono strumenti di ricerca secondaria: non specifici per la propria azienda
ma valgono in generale. Essi permettono di avere una prima mappatura numerica: si
traduce tutto con punteggi, guardando non i valori assoluti di un paese ma i valori
relativi.
Spesso gli strumenti sono imprecisi, imperfetti, ma l’alternativa è non avere niente:
anche se il modello non è perfetto però poi il rapporto tra le cose confrontate è valido.
LA RICERCA DI MARKETING
La ricerca di marketing costa, alcuni paesi la fanno più di altri; in particolare
dominano Unione Europea e nord degli Stati Uniti. L’Italia è posizionata tra i paesi più
virtuosi del terzo mondo, ma non tra i più virtuosi dell’Europa.
La ricerca serve a guidare le decisioni, capire cosa succede e decidere cosa fare. Per
fare ricerca ci sono diversi modi, gli strumenti si dividono in due blocchi: ricerca di tipo
qualitativo e di tipo quantitativo.
La ricerca qualitativa è basata sul parlare con le persone; ci sono tante tecniche, e
le principali sono le interviste aperte e i focus groups.
Le interviste aperte vengono fatte solo con numero piccolo di intervistati e non si
parla di campioni: il numero di persone intervistate è n+1: si prosegue fino a che viene
fatta un’intervista che non aggiunge niente a quanto già detto prima, cioè finché non
c’è convergenza di opinioni; non significa che tutti la pensano uguale, ma che non si
estraggono più nuove informazioni dall’intervista. Il vantaggio di questo meccanismo è
che si ottengono molte informazioni, ma esse non sono codificate numericamente.
Il focus group consiste nel prendere un gruppo di circa 7-10 persone, organizzare
delle interazioni con focus su un argomento; l’incontro dura circa 40-60 minuti, di
solito moderato da uno psicologo. Serve a estrarre una serie di informazioni,
percezioni che le persone hanno del prodotto.
Dalla ricerca qualitativa si ottiene una serie di elementi che aiutano a costruire la
ricerca quantitativa; in questo contesto si usano tutti gli strumenti disponibili della
statistica, a volte più semplici a volte più complessi.
Le tecniche più comunemente usate sono tre:
- conjoint analysis, che serve a definire prodotti, testare prototipi e identificare quelli
ideali per i consumatori;
- cluster analysis, che serve per identificare i gruppi di consumatori (segmentazione
del mercato);
- multidimensional scaling, che serve a individuare il posizionamento di una marca,
cioè come è percepita dalle persone (positioning).
Oltre a questi, principale strumento utilizzato è il questionario (a risposta chiusa). Le
risposte sono codificate con numeri che vengono poi usati a proprio piacimento.
La principale differenza tra il tipo qualitativo e il tipo quantitativo è che nella ricerca
qualitativa il cliente viene fatto parlare liberamente, mentre nella ricerca quantitativa
le risposte sono già preimpostate, e occorre scegliere tra una di esse. 2
Noemi Ammirati
I dati sono una delle ultime cose che si raccolgono, prima si parte con delle analisi.
Esistono due grandi fonti di dati: dati primari e dati secondari.
- I dati primari sono quelli raccolti personalmente per i propri scopi, per uno specifico
progetto di ricerca. Si raccolgono in funzione di un obiettivo, e in modi diversi a
seconda di cosa si vuole ottenere.
- I dati secondari sono già stati raccolti da qualcun altro (come ISTAT, Camera di
Commercio) per altri scopi, dunque sono preesistenti; sono utili per avere un prototipo
di idea e sono recuperabili facilmente. Aiuta fino ad un certo punto.
I dati secondari permettono di scremare le opzioni da prendere in considerazione;
una volta fatto ciò, per sapere se il proprio prodotto è apprezzato o meno nei vari
contesti, diversi mercati, occorre fare ricerca primaria, per capire come vanno le cose.
L’ultimo passaggio e il più rapido è l’analisi, con i conti di solito fatti da un software.
Le ricerche fatte con l’uso di dati secondari richiedono un impegno del ricercatore
nella valutazione di:
- specificità di dati e obiettivi: vuol dire capire che differenza di percezione c’è tra le
marche;
- accuratezza ed errori: va capito il tipo di qualità che serve, perché se i dati non sono
validi sono inutili, dunque occorre individuare il campione giusto, chi intervistare,
eccetera;
- aggiornamento, cioè i dati devono essere ciclici: i tempi cambiano a seconda del
contesto, dei diversi mercati, dunque anche la frequenza con cui esaminare le cose
cambia.
Piano di ricerca
Il piano di ricerca consiste nel partire da una ricerca qualitativa per capire cosa sta
succedendo in quel mercato, sentire la voce dei clienti, capire come ragionano, cosa
cercano, perché comprano o non comprano il prodotto.
Successivamente si fa una ricerca quantitativa che fornisce dei risultati numerici.
Su questi vengono tratte delle conclusioni, cioè avviene la consegna dei risultati e
decisioni manageriali.
Il numero di ricerche è quello che serve per rispondere alla domanda.
- Le ricerche qualitative vengono fatte finché le interviste aggiuntive continuano a dare
nuove informazioni, dunque fino alla n+1.
- Le ricerche quantitative vengono fatte fino a quando non si ottiene la risposta alla
domanda, con metodi più o meno difficili; si estrae un campione, meglio se più piccolo
perché se no diventa inutile.
Non è importante tanto la dimensione del campione, ma più che altro si guarda alla
sua rappresentatività: serve un campione che permetta di fare inferenza statistica, che
significa estendere le conclusioni tratte dal campione a tutta la popolazione.
I campioni per una ricerca di mercato si comprano: si pagano società che si occupano
di ricerca di mercato le quali forniscono i campioni a seconda di quello che serve
(panel) e ne garantiscono la rappresentatività. Esistono varie società che hanno solo lo
scopo di vendere campioni di corrispondenti.
Per campioni business to business di solito ci si rivolge direttamente ai clienti o ad
associazioni specifiche.
Una volta preso il campione occorre capire cosa farci con esso. 3
Noemi Ammirati
Analisi semantica vuol dire che si fanno interviste aperte. Per trattare i dati che si
raccolgono si conta la frequenza con cui delle parole vengono usate; esse poi vengono
codificate, associandole in stessi contenitori logici, cioè mettendo insieme quelle
concettualmente simili e andando a vedere quali contenitori sono più affollati, cioè
quali sono usati più spesso. Con le parole si creano delle mappe.
IL VALORE
Analisi del valore fa parte del marketing management o marketing strategico:
occorre capire cosa dà valore al cliente, perché compra il proprio prodotto, e poi
darglielo.
Il valore è un rapporto tra i benefici e i costi (cosa dai per cosa ricevi). Il costo è sia
monetario che non monetario (come il tempo, impegno); i costi non monetari sono
molto più difficili da stimare e in vari casi si cerca di intervenire proprio su di essi.
Ci sono fonti diverse per generare il valore: o si aumentano i benefici o si abbassano
i costi. Uno dei modi migliori per abbassare il prezzo è avere economia di scala:
producendo in grandi volumi il costo marginale scende.
Creare valore con un prezzo più basso è sempre più difficile, per questo sempre più
spesso si cerca di aumentare i benefici o diminuire i costi non monetari.
Una volta individuato il valore, il marketing definisce una proposta di valore (value
proposition): è un insieme di benefici atto a soddisfare i bisogni, significa mettere
insieme i pezzi per dare un valore al cliente.
La value proposition, che è intangibile, poi va concretizzata tramite prodotti, servizi,
informazioni che il cliente collega a funzioni, simboli, emozioni, prezzi, esperienze.
Il valore è una combinazione di qualità e prezzo: il consumatore fa un confronto tra
la qualità che percepisce (spesso il consumatore non capisce niente dei prodotti che
compra, non è detto che il valore percepito sia quello effettivo), e il prezzo che deve
pagare, e in base a questo prende la sua decisione.
La cosiddetta customer value chain è composta da:
- capire cosa dà valore al cliente (cercando di essere molto specifici);
- costruire la value proposition, cioè si mettono insieme i pezzi (caratteristiche del
prodotto) per concretizzare quegli aspetti;
- comunicare il valore al cliente, perché altrimenti non capisce, non si documenta, non
sa (questo avviene tramite pubblicità ad esempio);
- dare il valore, cioè viene fatto arrivare, consegnato (value delivery).
Ragionare in modo spannometrico è pericoloso: occorre ragionare sulle cose. Le
attività dell’azienda vanno divise in aree per poi chiedersi quali di esse contribuiscono
a creare valore e quali creano costi. Gli schemi servono alle imprese a ragionare.
Questo perché comprendere il valore è complesso, ha delle caratteristiche che lo
rendono difficile da gestire.
Caratteristiche del valore
Soggettivo, cioè cambia da persona a persona: quello che crea valore per qualcuno
non lo crea per altri; per tale motivo non si possono trattare tutti i clienti nello stesso
modo, ma vanno identificati e va fatta una preposizione di valore diversa a seconda
del gruppo (segmentazione).
Relativo, cioè dipende da cosa fanno i concorrenti: i clienti fanno confronti e il
benchmarketing è competitivo. 4
Noemi Ammirati
Dinamico, cioè cambia nel tempo e a seconda del contesto (tra i vari paesi): cosa dà
valore oggi può cambiare rapidamente nel tempo (secondo la mano invisibile i
concorrenti cercano di fare sempre meglio degli altri).
Multidimensionale, cioè gli item che lo compongono sono molteplici: ci sono cose
che richiedono più variabili per spiegare un fenomeno; l’equazione non è lineare ma si
lavora su spazi n dimensionali che non possono quindi essere letti graficamente. Il
valore è fatto da tante componenti, per questo è complesso.
Misurabile, perché se non lo fosse significherebbe chiedersi cose che non hanno
senso.
Misurare il valore
Per la ricerca occorre misurare il valore; il procedimento è:
- Si parte da dove ci sono contemporaneamente valori individuali e obiettivi specifici
dell’azienda: serve trovare un compromesso tra i due.
- Il cliente vuole dei benefici, che sono di tanti tipi, in particolare funzionali (nei mercati
più generici) e simbolici (in particolare nei mercati del lusso).
- I benefici sono astratti, e per concretizzarli si usano caratteristiche nel prodotto:
occorre costruire gli attributi del prodotto che corrispondano a quei benefici. Un
prodotto è un paniere di attributi, che vanno scelti in funzione di uno specifico
beneficio. Gli attributi sono sia tangibili sia intangibili.
Per misurare il valore percepito dal cliente esistono tanti strumenti, i principali dei
quali sono catene mezzi-fini, analisi Fishbein, analisi congiunta.
Essi hanno in comune l’ascolto del cliente, importante perché si fa tutto in sua
funzione e per farlo occorre prima capire cosa vuole. Per saperlo, il modo più semplice
è chiederlo direttamente alle persone: bisogna far parlare le persone per capire cosa
vogliono.
Il cliente dice cosa non va, ma difficilmente dà delle soluzioni su come migliorare,
esprime i suoi bisogni latenti, fornisce delle idee innovative ma non in termini che
servono, non specifiche. Ascoltare il cliente è importante per capire dov’è il
problema ma non basta per la soluzione.
Catene mezzi-fini
Le catene mezzi-fini hanno una struttura piramidale, tendono ad andare da un
livello concreto ad uno sempre più astratto, e si leggono dal basso all’alto livello. In
questo modo si riesce a capire perché il cliente compra il prodotto, cosa cerca.
Leggendo dall’alto al basso invece viene trovato il come, cioè come concretizzare
l’idea del cliente, in modo da capire il valore ultimo da dargli.
Prima di pensare a soluzioni alternative occorre capire l’obiettivo ultimo. Una volta
capito l’obiettivo ultimo del cliente (perché) ci si chiede come realizzarlo in concreto
(come).
La struttura generale è quella che permette di leggere dimensioni in più del
prodotto, e aiuta a capire meglio da dove nasce il valore. A volte si trovano soluzioni
diverse a causa di limiti preesistenti.
In cima alla piramide ci sono pochissimi attributi tra cui scegliere per raggiungere il
valore astratto; servono per rispondere ai bisogni primari (strategici), che sono quelli
chiave, rilevati sul mercato; sono al massimo 2 o 3, danno una definizione del mercato
con maggiore chiarezza. 5
Noemi Ammirati
In mezzo alla piramide ce ne sono un po’ di più, sono relativi ai bisogni secondari
(tattici), dimensioni percettive dei bisogni primari, i mezzi per raggiungere i fini
primari; sono 5-10, e forniscono migliore comparabilità con i concorrenti.
Alla base della piramide ce ne sono tanti di più, riguardano i bisogni terziari
(operativi), che sono gli aspetti tangibili che contribuiscono a soddisfare i bisogni
secondari; sono più di 20 e permettono la progettazione delle singole caratteristiche
del prodotto che contribuiscono a modificare le percezioni delle dimensioni secondarie.
Il livello concreto è la base, molto più largo, il livello astratto è la punta, più stretto.
Anche se sono tutti elementi diversi, sono coerenti tra loro perché rispondono allo
stesso bisogno.
Tecnica di Fishbein
La tecnica di Fishbein è diretta: si chiede direttamente al consumatore e ci si basa
direttamente sulle sue scelte.
Essa è scompositiva: viene preso un prodotto, identificato come paniere di attributi,
e si scompone il valore come somma del valore di ogni singolo attributo; al singolo
individuo poi si chiede quanto vale il singolo attributo, e per questo è diretta.
Funziona meglio su attributi di tipo funzionale; il suo vantaggio è che è una tecnica
semplice, dà una prima traduzione numerica del valore.
Spesso per chiedere la valutazione si usano scale da 1 a 7. Per chiedere l’importanza
relativa si chiede di rispondere attribuendo dei valori con somma che è 100, per far sì
che i
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