Introduzione
Il romanzo manzoniano è il primo romanzo moderno della letteratura italiana. Lunga fase di gestazione: Fermo e Lucia '21-'23, prima minuta (bozza), pubblicata nel Novecento, in 4 tomi; Promessi Sposi '27 "Ventisettana": radicale revisione pubblicata a Milano. Inni sacri: dal Ferrario, lo stesso editore delle digressioni ridotte (ad es. quella sull’amore passionale, grave cruccio dello scrittore educato a Port Royal, in cui il secentesco Racine si era rifugiato per espiare i suoi canti profani con azioni teatrali sacre in condanna dell’amore passionale); '40 "Quarantana" (edizione definitiva): revisione esclusivamente linguistica fiorentina con soggiorno a Firenze ("a sciacquare i panni in Arno") per apprendere il toscano parlato, non colto: idioma nazionale mantenendo la colloquialità lombarda, senza francesismi. Problema non da poco dell’unità linguistica italiana. Uso del vocabolario Cherubini milanese-italiano e della Crusca. Medesimo problema anche in poesia: vuole conquistare un verso tragico nuovo. Scelta in nome della lingua viva, molto letto dai borghesi (a differenza delle tragedie alfieriane, più pure e colte).
Leopardi e Manzoni incarnano due poli opposti della modernità contraddittoria. Isaia Ascoli, retore e studioso della lingua italiana, disse che il Manzoni "con una mano che sembrava senza nerbo riuscì ad estirpare il cancro della retorica dalla letteratura italiana": la prosa manzoniana è duttile, il "cancro della retorica" è quella del Monti, del poema del Trissino (Cinquecento) in cui si celebra un’unità d’Italia oratoria. Manzoni invece confida a Fauriel di non voler scrivere nella lingua dei retori, ma in una lingua viva. Inoltre, vuole trovare un metro poetico per i colti, che poi rifiuta a favore del romanzo, genere secondo lui "proscritto dalla letteratura italiana".
Manzoni è lettore attivo dei romanzi inglesi (Scott, Fielding), conosce l’inglese e il tedesco, oltre al francese. Il romanzo deve aprirsi ai romanzi della letteratura europea e "svecchiarsi", in una lingua simile a quella francese, ma in Italia non esiste una lingua che tutti possano capire, a differenza che in Francia. Da qui nasce il problema della lingua.
Modernità del romanzo
Il romanzo è moderno non soltanto perché primo in Italia, ma per i modi: espediente del fittizio manoscritto ritrovato (cfr. Cervantes), rappresentazione del Seicento dominato dagli Spagnoli, epoca ricca di affinità con l’Ottocento asburgico (di Maria Teresa e poi Giuseppe II) lombardo con frenate spinte patriottiche.
Il romanzo è fatto di notturni e sogni, insonnie, dormiveglia e risvegli più o meno penosi. Ci sono anche i sogni ad occhi aperti, che rappresentano le fantasie ridenti o cupe dei personaggi. Capp. XXVII-XXXVIII del "sogno de’ dotti", discesa nella notte della storia, delirio interpretativo dei dotti aristotelici che non si fidano della scienza e che mal interpretano la peste (don Ferrante) con una lente deformante: elaborano una "teoria del complotto", diventando negazionisti (non vogliono pronunciarne la parola) e volendo trovare un capro espiatorio che diventano gli untori che disperderebbero umori venefici portatori del contagio (nella "Ventisettana" c’è della Storia della colonna infame l’aggiunta, denuncia di un male terribile, la tortura dei presunti untori, nella figura storica di Giangiacomo Mora, vd. Pietro Verri e Beccaria), con denuncia delle tenebre morali della peste (cfr. Tucidide, Livio e Boccaccio).
Manzoni e la mente umana
Manzoni si spinge in territori inesplorati della mente, il contrario della luce diurna, in cui, nella penombra o nel buio, entra soltanto la luce della luna intesa nei suoi molteplici significati. La mente è indagata con gli strumenti della prosa, spesso con il monologo interiore. Varie rime a distanza tra i notturni (vd. Abbondio/Lucia; Lucia/innominato).
- Notte del cap. II;
- Archinotturno del cap. VIII;
- Capp. X-XI: situazione diurna ma tenebrosa di Gertrude;
- Renzo inconsapevole all’osteria della luna piena al cap. XIV;
- Seconda osteria di Gorgonzola al cap. XVI + cap. XVII: notturno di Renzo alla ricerca dell’Adda;
- Capp. XX-XXI: notturni paralleli di Lucia e dell’innominato;
- Cap. XXXIII: notturno di don Rodrigo.
Finale considerato guidato dalla Provvidenza: i Promessi Sposi sono un’"epopea della Provvidenza" (Momigliano, anni ’20-’30), ma l’epopea vera e propria è socialmente e stilisticamente più alta del romanzo, con eroi e non antieroi come Renzo. Il romanzo è genere decaduto rispetto all’epopea (Lukacs, "il romanzo è il figlio dell’epos" cadetto con stesso narratore onnisciente; Bachtin, deportato in Siberia e vissuto poi in Francia, inizio Novecento, "il romanzo europeo viene dalla postclassicità Dialoghi ellenistica", dai in satira menippea di Luciano di Samosata, con inversione di ruoli sociali e desublimazione, con espressione pluralistica di idee dei personaggi senza narratore onnisciente).
Il narratore dei Promessi Sposi
Il narratore dei Promessi Sposi è problematico o onnisciente? Dialoga da subito con l’Anonimo, il narratore secentesco, autore implicito fittizio del romanzo, e le voci dei personaggi, molto evidenti nei notturni, stanno sullo stesso piano di quella del narratore, che tuttavia commenta; perciò si parla di romanzo dialogico, pluralistico, polifonico (Bachtin). Ciò differenzia il narratore romanzesco dal poeta epico.
Questione della Provvidenza: essa è più una categoria delle persone che hanno fede, che vedono nella storia la Provvidenza divina, che non è dunque oggettiva. Non è Lucia a incarnare l’idea della Provvidenza, ma Renzo, che ha sua idea di fede e di giustizia, è quello che esprime più volte la parola "provvidenza" (11 volte), che si attiva attraverso la caritas, la fraternità cristiana. Concezione immatura di don Abbondio nel finale della Provvidenza come "scopa" che spazza via chi lo merita (don Rodrigo), mentre alla fine del romanzo i due sposi dialogicamente diranno che i guai vengono indipendentemente dalla propria condotta, ma che la fiducia in Dio, viscerale, affettiva, li rende funzionali a una vita migliore, in terra (Baldi) o nell’aldilà.
Perché Dio consente il male della storia? Manzoni cerca di trovare una risposta, soprattutto alla morte della moglie Enrichetta.
Il romanzo senza idillio
Il romanzo è senza idillio: gli sposi non tornano più al paese perché è rimasto un idillio fuori dal mondo, da cui Renzo e Lucia si sono emancipati definitivamente, e raggiungono l’allegrezza; dunque il finale non è completamente idillico.
Dal romanticismo all'informale
Arcangeli: mostra con romantici inglesi, Constable (associato a Manzoni per la sua limpidezza) e Turner (associato a Leopardi per i suoi vortici e grovigli di forme), polarità irriducibili con contraddizioni problematiche, fino all’informale dell’americano Pollock (grovigli di vortici con cromatismo intenso): lo spazio interiorizzato dei notturni è disperato, anche se c’è speranza. Rembrandt e Caravaggio sono esempi di umanità vista nelle sue dilaceranti lotte interiori e illuminata da una luce radiante chiaroscurale ottenuta con la camera oscura (caratteristica anche del Romanticismo manzoniano, che riflette caratteri metafisici). Il sogno interessa Manzoni fin dalle tragedie, in particolare nell’atto IV (spt. coro) dell’Adelchi, con Ermengarda ripudiata da Carlo Magno, di cui vede l’immagine prima denudato a metà mentre si lava dopo la caccia e durante la caccia stessa: delirio per un amore tremendo non concluso, tradito dal nuovo matrimonio di Carlo con Ildegarda, con echi della Fedra di Racine, di Didone e della Mirra alfieriana, che nega per tutto il dramma il suo amore incestuoso per il padre soprattutto alla nutrice Euriclea (cfr. Odisseo) finché, confessata la sua colpa, si uccide con il pugnale stesso del padre. Per Alfieri il luogo dove si producono i sogni è il fantastico, "tasto nascosissimo del cuore umano", da cui emergono immagini oniriche spaventose per i "sognautori". Lo spazio interiore non rispecchia, come nel Medioevo, più quello esteriore, ma si costruisce su basi proprie all’interno dei personaggi, in una spazializzazione della mente, legata allo spazio dell’inconscio e dell’onirico, presente anche nelle arti figurative.
I grandi miti dal Romanticismo esistevano già fin dal Settecento illuminista, che non è solo il secolo dell’Illuminismo, ed essi non nascono solo con la Rivoluzione francese (vd. Sade, anteriore): si scoprono territori poco indagati dell’animo umano. La Rivoluzione fa esplodere a livello più superficiale queste esplorazioni di terre incognite all’inizio dell’Ottocento: è l’evento che rianima le speranze dei giovani, che estrinsecano il desiderio di emergere soprattutto nella carriera militare (vd. Napoleone), spesso come meteore, ed esprime il mito della giovinezza (Starobinski, sogni e gli incubi della ragione Trionfo, sogno dell’ideale rivoluzionario giacobino, vd. della libertà manzoniano e Holderlin, e l’incubo della delusione di Napoleone, vd. Manzoni che ripudia la produzione classicista prima della conversione volendo bruciare come Virgilio con l’Eneide).
Manzoni
Nasce nel 1785 in una famiglia della nobiltà milanese, il padre ufficiale è Pietro Manzoni (in realtà lo era probabilmente l’ultimo dei fratelli Verri, Giovanni), la madre Giulia Beccaria, figlia di Cesare, educato fin da piccolo in collegi di frati somaschi di Lugano e Merate e a Milano dai padri barnabiti, più moderni. Nel 1805 esce dall’educazione che ha voluto il padre, non la madre, donna spregiudicata che ora vive a Parigi con Carlo Imbonati, di cui Alessandro apprezza le qualità morali, come scriverà In morte di Carlo Imbonati nei versi, in una riflessione verso il Cristianesimo: gli ha insegnato a non tradire il "santo ver", cardine della poetica manzoniana. Conoscenza della madre di un circolo di intellettuali che si riunisce nella casa di Claude Fauriel, idéologues, parte di un gruppo di tardi illuministi detti non cristiani e non deisti che studiano la storia, e Sophie De Condorcet, vedova: gli intellettuali del circolo diventano i suoi padri e Fauriel il suo mentore per la vita (vd. epistolario).
Nel 1807 durante un viaggio a Genova si invaghisce di una giovane non gradita a Giulia Beccaria ed è subito richiamato all’ordine dalla madre che gli ha trovato la sposa adatta, Henriette Blondel, svizzera, di famiglia calvinista, sedicenne, che sarà immediatamente (e per tutta la vita) amata profondamente dal Manzoni, a cui darà 11 figli, con cui il padre ha un rapporto alternativamente anaffettivo (con Matilde, della quale ci rimane un diario) o più empatico (spt. con i maschi). Il matrimonio si celebra con rito calvinista, che è per Manzoni, insieme con Enrichetta, il primo stimolo alla meditazione sulla religione cristiana, a cui è lui stato battezzato.
Nel 1810 dopo due anni di intense letture e frequentazioni liturgiche desidera sposare con rito cristiano Enrichetta, che abiura soffertamente: nella religione procede autonomamente nella lettura di Sant’Agostino e San Paolo e delle loro derivazioni con gli Spiritualisti francesi, accomunati dalla presenza all’abbazia di Port Royal: questo ha fatto sorgere il mito ormai rifiutato del cosiddetto Giansenismo manzoniano, non legato a Port Royal. Il Giansenismo è una visione pessimistica radicale dell’umanità caduta nel buio dopo la creazione, divenuta una massa dannata tra cui soltanto pochi, con la predestinazione divina e indipendentemente dalle loro opere, potranno salvarsi. Il Cristianesimo manzoniano è invece evangelico, definito da De Sanctis come un "illuminismo battezzato": c’è in più la lettura dei Pensieri di Pascal, uno dei colti di Port Royal, che lo illumina sul concetto di figura paolino e agostiniano (cfr. Auerbach e Dante, Antico e Nuovo Testamento in Cristo), sorta di passage che Manzoni mette in pratica nelle 5 feste religiose che celebra negli Inni.
Aneddoto del ’10 della conversione: a Parigi durante le nozze di napoleone con Maria Luigia improvvisamente, agorafobico e claustrofobico, perde nella folla, personalità temuta della storia, Enrichetta, entra nella chiesa di Saint Roch, dove c’è la tomba di Voltaire, e promette a Dio di convertirsi se troverà la moglie (modello paolino di folgorazione). Invece la conversione è lenta, si riflette in quella dell’innominato, più consona per il ripensamento alla propria intera vita, e di padre Cristoforo. La ragione ha una grande parte nella conversione: incontra il pensatore cattolico Rosmini sul lago Maggiore, comprende che Dio dà e toglie (la moglie che è morta), la fede può attenuare il senso della perdita, la sventura, dolore inflitto da un disegno più alto che ci risulta incomprensibile (cfr. Giobbe). Scrive di getto nel Natale del ’33 un frammento incompiuto rivolto al bambino appena nato dopo la morte della moglie descrivendolo come un essere portatore di dolore. La fede di Manzoni supera anche la razionalità, come il Dio di Pascal dell’Antico Testamento che si rivela con il Verbo incarnato: è uno slancio che gli richiederà, prima di partire per l’ultima volta per la Francia nel ’19, di mettere a punto le ultime Osservazioni sulla morale cattolica, la prima prosa di Manzoni, che echeggia in certi passi il cardinale Borromeo e padre Cristoforo, rappresentanti della "Chiesa buona" (Calvino). La sua fede è meditata grazie alla lettura di questo decennio: le Osservazioni sono capitoli dedicati alle virtù cristiane, cioè all’umiltà, alla modestia, all’amore fraterno, all’elemosina, ripresi e modificati negli anni ’50 in una seconda edizione dopo l’incontro col Rosmini.
Ultimo soggiorno a Parigi molto fruttuoso: chiude alcuni conti della sua prima carriera poetica da convertito (gli Studi sull’Adelchi, infatti il secondo Adelchi sarà pubblicato nel ’22 al ritorno dalla Francia, la Pentecoste nel ’22 e annessa agli Inni sacri già pubblicati nel ’15). Nel ’19 ha lasciato all’amico fraterno Ermes Visconti il compito di pubblicare il Conte di Carmagnola (cominciato nel ’16) con le correzioni imposte dalla censura: è un "testo ingabbiato".
Una volta tornato da Parigi vede il fallimento dei moti rivoluzionari per l’unificazione del ’21, in cui aveva sperato con gli altri intellettuali del Conciliatore, ma a cui non aveva partecipato (è estraneo a qualsiasi ribellione in quanto provocatrice di violenza, vd. lettera del ’14 a Fauriel sul massacro del ministro Prina a opera della folla; la violenza è una quaestio irrisolta per l’etica cristiana dell’amore fraterno).
Dopo i moti del ’21 avviene la sconfessione dei generi letterari praticati fino a quel momento: all’inno tornerà con un frammento dedicato ad Ognissanti negli anni ’40: ciò che gli preme superare è il dramma storico con le sue "anime belle", personaggi elevati socialmente e moralmente; osserva che c’è un solo genere che combina nobile e mischino, ragionevole e pazzo, il romanzo (Shakespeare mantiene questo mélange anche nella tragedia). Il massimo del mélange è la presenza di Cristo sulla Terra (Dio + uomo): nella prosa si attua con il ricorso alla storia (romanzo storico), in un’epoca solo allusiva al contemporaneo, e con lo scavare i sentimenti degli uomini all’interno della storia in ciò che la Storia non ci ha tramandato (invenzione + Historia).
Intorno al ’40 sposa Teresa Borri Stampa, diversa da Enrichetta, matrona della nobiltà milanese con già un figlio, Stefano Stampa, che si consacra alla celebrazione di Manzoni vivo e lo aiuta nelle sue opere, isolando il genio nel suo studio, come già facevano Giulia Beccaria ed Enrichetta, lontano dai problemi pratici che risolvono le donne della sua vita. Alla sua morte e a quella di alcuni figli Manzoni procede nella sua riflessione scrivendo un discorso Del romanzo storico, in cui rinnega l’esperienza dei Promessi, poiché dopo aver approfondito il Cristianesimo sente inadeguata la mescolanza di fittizio e storico. A questo punto le sue occupazioni principali diventano gli scritti di lingua, di filosofia (dialogo Dell’invenzione in cui si pongono le basi di una separazione tra la creazione, possibile solo a Dio, e la scrittura umana che non può essere che saggistica e storica, vd. storia della Rivoluzione francese degli anni ’50) e l’attività storico-politica.
Promessi Sposi
Si svolge dal 7 novembre 1628 al 1632. Pensa il romanzo dal 1821, quando non ha ancora pubblicato né l’Adelchi, né la Pentecoste, e ne dà notizia all’amico Fauriel manifestando la sua delusione per l’Adelchi, eroe patriottico idealista inadatto al Medioevo, simile agli amici risorgimentali di Manzoni, più contemporaneo di quanto dovrebbe essere, anacronistico. Nel Medioevo non può esistere un eroe che vuole unire Latini e Longobardi, perché i Latini medievali sono passivi, del tutto diversi da quelli classici, e, sebbene protetti dell’istituzione pontificia (tuttavia ambigua verso di loro), non hanno un capo e passano.
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Alessandro Manzoni
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