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di far ritorno al suo paese in cerca di Lucia. Nessuno in tanta confusione si curerà di lui e dei suoi conti con la

Giustizia. Salutato il cugino Bortolo, riattraversa l'Adda e si affaccia al suo paese. Dovunque imperano i segni

della morte, dell'abbandono, della sofferenza. Incontra Tonio in camicia che dice cose senza senso: la malattia lo

aveva reso idiota e fatto somigliare stranamente al fratello folle. Da una cantonata vede avanzare una cosa nera;

è don Abbondio che ha perduto Perpetua: è mal messo ma si preoccupa della presenza di Renzo. per lui sorgente

di guai. Di Agnese sa che si rifugiata a Pasturo, di Lucia dice che è a Milano in casa di don Ferrante. Altro non

sa; una sola cosa vorrebbe: che Renzo torni al più presto dond'è venuto. Renzo passa anche accanto alla sua

vigna: ormai ridotta a una marmaglia di piante, di vilupponi arrampicati, di rovi, di un guazzabuglio di steli.

Pare anch'essa investita e disgregata dalla peste. A sera trova rifugio in casa di un amico. L'indomani decide di

recarsi a Milano in cerca di Lucia.

Capitoli XXXI e XXXII. Il passaggio delle milizie straniere ha lasciato la peste che comincia a

imperversare a Milano e nel contado. In città la confusione è grande. Il cardinale ordina una

processione espiatoria che non fa che accrescere il contagio. Dovunque si parla di untori, cioè di

agenti del nemico incaricati di spargere la peste ungendo le porte e i muri delle case. Si istituiscono

anche «infami» processi contro innocenti, accusati dall'isterismo popolare.

Capitolo XXXIII. Tra i colpiti dalla peste è don Rodrigo, tradito dal Griso e consegnato ai monatti, i

raccoglitori dei morti e dei contagiati. Renzo, che ha superato la malattia, ora che nessuno si cura

più di lui, si mette in cerca di Lucia, e si reca al paese, dove trova la desolazione; da don Abbondio

apprende che Perpetua è morta insieme con molti altri, che Agnese è presso parenti a Pasturo e che

Lucia è a Milano, presso la famiglia di don Ferrante.

Capitolo XXXIV. Renzo riesce a entrare in Milano; scorge dovunque i segni terribili del morbo e della

desolazione. Assiste all'episodio patetico della madre di Cecilia, la bambina morta di peste. Trovata

finalmente la casa di don Ferrante, apprende che Lucia è al lazzaretto, l'ospedale degli appestati.

Scambiato per un untore, riesce a stento a sottrarsi a un gruppetto di gente imbestialita, saltando su

di un carro di monatti.

Capitolo XXXV. L'aria si fa sempre più afosa, il cielo si copre di una coltre di umidità greve, quando

Renzo entra nel lazzaretto: un insieme di capanne e di fabbricati posticci, alzati per la circostanza,

accanto ad altri in muratura. L'impressione è quella del covile segnato da un vasto brulichio prodotto

da sani e malati, da serventi e da folli, impazziti per la peste, da gente variamente indaffarata. Su tutto

domina l'organizzazione imposta dai cappuccini ed è, il loro, un ordine esemplare sempre tenendo

conto che bisogna amministrare, confortare, curare o avviare al cimitero ben sedicimila appestati. La

visione generale è quella che insorge da un luogo che è un condensato, un contenitore di grandi

sofferenze su cui incombe l'aria ed il cielo nebbioso. Il primo gruppo di malati, collocati a parte,

dentro un recinto, è quello dei bambini allevato da nutrici e da capre: alcuni sono neonati ed hanno

bisogno di costante cura ed attenzione. Molte donne guarite dalla peste provvedono alla cura dei

bambini: ma anche le capre, quasi consapevoli della grande sofferenza, offrono mansuete il proprio

latte ai bambini. È uno spicchio di umanità che intende sopravvivere e resistere nonostante tutto

sembri avviare a morte o a disperazione. E proprio in un atteggiamento di padre che si cura dei

propri piccoli Renzo intravede dopo tanto tempo la cara immagine di padre Cristoforo. Affettuoso

l'incontro tra i due. Il padre dopo essere stato per anni a Rimini, per pressioni esercitate sui superiori

ha ottenuto di essere richiamato a Milano e di essere adibito al servizio dei malati. Renzo gli fa un

succinto riassunto delle sue avventure e dice di essere nel lazzaretto in cerca di Lucia. Potrebbe

essere, se è ancora viva, nel recinto assegnato alle donne: è proibito entrarvi. Ma il padre lo autorizza

date le buone intenzioni che lo animano. Ma Lucia sarà viva? Se non dovesse essere viva, Renzo si

dice pronto a fare vendetta su don Rodrigo, che è all'origine di tutte le disavventure sue e di Lucia. E

a questo punto padre Cristoforo lo redarguisce e alla legge di vendetta contrappone la legge

cristiana del perdono e della carità. Lui, che ha fatto l'esperienza dell'assassinio di un uomo, sa

quanto arida sia la strada della vendetta e quanto allontani da Dio e quindi dall'umanità la ricerca di

una giustizia che impone morte per morte. La vera giustizia è la carità che compensa la morte di un

uomo con la crescita ideale di nuova umanità. Renzo convinto si dice disposto al perdono del suo

avversario. E il frate lo conduce in una capanna dove gli mostra don Rodrigo moribondo: ecco come

si è ridotto colui che voleva farsi padrone dell'altrui vita! E il padre non sa decidere se in quelle

condizioni il signorotto sia per un castigo o per un atto di misericordia della divinità.

Capitolo XXXVI. Dopo affannosa ricerca, incontra finalmente Lucia. L'amarezza per la riconferma del

voto fatto alla Madonna, è risolta dall'intervento di padre Cristoforo, che scioglie Lucia dal voto.

Lucia resta con una ricca signora che ha perduto i suoi e l'ha presa a ben volere, mentre Renzo torna

ad avvertire Agnese del prossimo ritorno della figliola.

Capitolo XXXVII. Uscito dal lazzaretto Renzo è sorpreso da un temporale, quello che porterà via la

peste. Vede Agnese, ritorna a Bergamo dal cugino per cercarsi una casa, è di nuovo al paesello ad

attendervi Lucia che, trascorsa la quarantena, si accinge a ritornare. Prima della partenza, apprende

la morte di padre Cristoforo, il processo contro la monaca di Monza, e la morte anche di donna

Prassede e don Ferrante.

Capitolo XXXVIII. Lucia ritorna al paese. Don Abbondio si decide finalmente a sposare i due giovani,

ma soltanto quando viene a sapere che il palazzo di don Rodrigo è ora occupato dall'erede di lui, un

marchese, «bravissim'uomo» che ha saputo della storia di Lucia e di Renzo, e è disposto ad

acquistare ad alto prezzo le loro casette e a liberare Renzo dall'imbroglio di Milano. I due sposi, con

Agnese, si trasferiscono a Bergamo, dove la famiglia e gli affari prosperano. Il romanzo termina con

la celebre morale messa in bocca a Lucia: «...lo non sono andata a cercare i guai: sono loro che sono

venuti a cercar me... i guai vengono bensì spesso perché ci si è dato cagione; ma la condotta più

Renzo

cauta e più innocente non basta a tenerli lontani...».

Giovane che, nato e cresciuto nel limitato ambiente del suo paese, conosce la vita solo nei suoi aspetti più semplici

e consueti, la fatica del lavoro e la forza degli affetti. Rimasto orfano in giovane età, è abituato a badare a se

stesso e si è creato un onesto lavoro, una sicurezza per sé e per la sposa prescelta, Lucia. Di indole buona, ha

tuttavia un temperamento impetuoso, incline a scatti e a ribellioni improvvise, che hanno però la durata dei

temporali di maggio, che presto vengono e presto si dissipano. Si tratta di esuberanza, più che di prepotenza.

Renzo non è privo di una naturale intelligenza e furbizia che lo aiutano nei momenti critici ma che forse non

bastano quando si trova immerso nei problemi al di fuori del suo paesello, perso tra le mura della città. Renzo è

incline a giudicare il prossimo con ottimismo, ma quando è sicuro di essere oggetto d'ingiustizie si ribella,

mettendo in moto la sua scaltrezza. Contro il rivale, Don Rodrigo, si scaglia furiosamente, ma alla fine il suo

equilibrio e la sua fede in Dio lo inducono a perdonare.

Lucia

Giovane donna, le cui caratteristiche, fisiche e morali, sono tra le meno appariscenti che ci sia dato attribuire ad

un soggetto umano ed a un personaggio di romanzo. Lucia non è passiva come potrebbe sembrare, ella si oppone

con tanta forza a tutto ciò che la sua coscienza nopn può approvare in modo attivo, agendo in una direzione sola,

quella del bene, usando le armi della fede, della preghiera e del lavoro. Ragazza umile, del popolo, alla quale la

modesta origine non impedisce di albergare nell'animo una nobiltà di sentimenti e di ideali a fare invidia a

persone di più alta nascita e cultura, ella è conscia dei suoi doveri di donna e di cristiana, che una strana sorte ha

portato in mezzo ad una serie di loschi intrighi, di terribili vicende. Sensibile al richiamo degli affetti e alla voce

della nostalgia, preda della paura nei momenti più drammatici, non si abbandona mai alla disperazione, ma

istintivamente trova dentro di sé le risorse per riacquistare l'equilibrio e la pace dello spirito.

Agnese

Tipo medio di donna in età, come è possibile trovarne nei paesi lombardi. Il suo carattere deciso e sbrigativo,

unito ad un'esperienza di vita che forse ella sopravvaluta, la porta ad una sicurezza di giudizio che non sempre si

rivela esatta; la sua sollecitudine e l'amore per la figlia Lucia, velati da un riserbo proprio delle persone abituate

ad una vita semplice e ridotta ai valori essenziali, la sua facilità di parola e la sua spontaneità, costituiscono un

marchio inconfondibile. Profilo vivo e veritiero, riesce subito simpatica per la sollecitudine con cui si dispone ad

aiutare la figlia nel raggiungimento della sua felicità. Anche se, spinta da troppa sicurezza, è portata a vedere

solo una faccia della realtà, il suo ottimismo la induce ad escogitare sempre nuove soluzioni per far trionfare la

giustizia e il bene di Lucia.

Padre Cristoforo

Frate cappuccino del convento di Pescarenico, poco distante dal paese dei due promessi sposi, egli è la guida

spirituale cui si affida Lucia. La sua indole ribelle, ma al tempo stesso generosa è già delineata fin da quando,

non ancora frate, porta il nome di Lodovico. Abituato sin da giovane all'agiatezza e al lusso, cresce alimentando

un'abituale fierezza che lo porta, come il padre, a scagliarsi contro l'ostilità del mondo aristocratico e vanesio,

conducendo una guerra aperta contro i suoi rivali e schierandosi a fianco dei deboli che avessero subito da essi

un sopruso. Questo suo atteggiamento lo porterà al famoso duello dal quale uscirà con la convinzione della sua

vocazione. La figura del frate grandeggia, non come quella di un essere superiore, ma come quella di un uomo

tra gli uomini, che ha vissuto le sue esperienze e ha formato il suo carattere proprio in mezzo al complicato

mondo seicentesco. In lui, immagine viva e vera, si può vedere il simbolo dell'eterna lotta tra il bene e il male, tra

forza materiale e forza spirituale che, sorretta da una fede senza confini, è destinata a trionfare. Quello che egli

prima operava a servizio di una giustizia umana, ora opera a servizio di quella divina e proprio in questa

continuità risiede la reale umanità del personaggio. L'ultima immagine che abbiamo di lui, con i segni della fine

sul volto, è quella al lazzaretto, a servire i bisognosi come in tutta la sua vita.

Cardinal Federigo

All'epoca della vicenda è Arcivescovo di Milano e lo troviamo in visita al paese dell'Innominato nei giorni di

Pentecoste. Uomo dotato di eccezionali risorse di volontà, intelligenza e zelo religioso, egli sa veramente applicare

alla vita i principi della religione cattolica, offrendo sempre un valido esempio del bene operare. Modesto,

frugale, umilissimo, deve lottare contro il suo stesso ambiente per affermare i suoi principi e dedica tutta la sua

vita alla carità e allo studio, tanto da essere considerato uno degli uomini più dotti del secolo. La solennità del

personaggio scaturisce dall'attesa del paese in festa, il suo valore dai colloqui, prima con l'Innominato, poi con

Don Abbondio, la sua modestia e umiltà dall'incontro con Lucia, con la gente del paese e con i bambini. Lo

ritroviamo, più tardi, ad aiutare la popolazione durante la carestia e la peste. A differenza degli altri "buoni" del

romanzo, per i quali la bontà è una conquista, egli è libero umanamente da ogni debolezza, integro, grande,

perfetto.

Innominato

L'Innominato è una delle figure psicologicamente più complesse e interessanti del romanzo. Personaggio

storicamente esistito nel quale l'autore fa svolgere un dramma spirituale che affonda le sue radice nei meandri

dell'animo umano. L'Innominato, figura malvagia la cui malvagità più che ripugnanza forse incute rispetto, è il

potente cui Don Rodrigo si rivolge per attuare il piano di rapire Lucia. In preda a una profonda crisi spirituale,

l'Innominato scorge nell'incontro con Lucia un segno, una luce che lo porta alla conversione; solo in un animo

simile, incapace di vie di mezzo, una crisi interiore può portare a una trasformazione integrale. Durante la

famosa notte in cui Lucia è prigioniera nel castello, la disperazione dell'Innominato giunge al culmine, tanto da

farlo pensare al suicidio, ma ecco che il pensiero di Dio e le parolo di Lucia lo salvano e gli mostrano la via della

misericordia e del perdono.

Don Rodrigo

Signorotto invaghitosi di Lucia che, solo per capriccio, vuole avere per sé. Egli rappresenta l'espressione umana

e il simbolo del suo secolo; non riveste una carica particolare, ma è uno dei tanti nobilotti dell'epoca, uno

qualsiasi. Il suo carattere, per niente deciso e fermo, riflette passivamente e fedelmente le magagne e le ingiustizie

sociali dell'epoca in cui è chiamato a vivere. Di lui non viene data una descrizione vera e propria, né fisica né

morale, sebbene sia lui il responsabile di tutta la vicenda; noi lo conosciamo attraverso i simboli e gli attributi

della sua forza e della sua autorità, il suo palazzo, i suoi servi e le sue azioni. Cattivo genio di tutta l'azione,

sicuro che la sua posizione sociale e gli appoggi di persone influenti gli garantiscono l'impunità, conosce solo una

legge, quella del più forte. Pur essendo malvagio, non ha il coraggio delle sue azioni, preoccupato dalle

conseguenze che esse hanno. Dopo le minacce di Padre Cristoforo, probabilmente rinuncerebbe volentieri al

piano malvagio, ma persevera solo per questione di puntiglio e orgoglio vedendosi costretto a ricorrere all'aiuto

di chi è più malvagio di lui, di chi veramente sa fare il male, l'Innominato. Purtroppo la conversione di

quest'ultimo capovolge la vicenda e Don Rodrigo sarà cpstretto ad andarsene, a nascondersi, fino a quando la

peste non lo coglierà e lo condurrà alla morte nel lazzaretto di Milano.

Don Abbondio

Curato del paese di Renzo e Lucia, dovrebbe unirli in matrimonio ma, minacciato da Don Rodrigo, cerca di

evitare a tutti i costi di celebrare le nozze e lo farà solo alla fine del romanzo, quando ogni pericolo sarà svanito.

La vita di Don Abbondio si svolge tutta nell'orbita di Don Rodrigo e sotto l'influsso del suo principale difetto, la

paura. La sua storia non è altro che la storia della sua paura e di tutte le manifestazioni attraverso le quali essa si

rivela. Gretto, meschino, egoista fino all'impossibile, non è uomo cattivo, ma nemmeno buono; egli vive come in

un limbo tormentato dalla paura; vede ostacoli e insidie anche dove non ci sono e l'angoscia e la preoccupazione

di riuscire ad uscirne indenne lo rende incapace di prendere posizione tra il bene e il male. Anche quando, per un

breve attimo, le parole del Cardinale, sembrano risvegliare in lui una luce, questa non riesce a giungere agli

strati superiori della sua coscienza. Il suo carattere, oltre a creare vari spunti di comicità, non è privo di una

certa grettezza che egli rivela per la soddisfazione dello scampato pericolo.

Gertrude

La monaca di Monza, che accoglie Lucia nella sua fuga dal paese natio per sfuggire a Don Rodrigo, è un

personaggio che l'autore descrive ampiamente come se nel racconto della vita della donna egli cerchi in qualche

modo di trovare una giustificazione al male da lei fatto e al male che ancora farà. La vocazione imposta e non

scelta rende Gertrude donna infelice e soggetta a peccare ma allo stesso tempo in ogni suo gesto si ravvisa come

un senso di colpevolezza che serpeggia in mezzo ai grovigli e alle passioni che agitano il suo spirito. E' proprio

questo sordo conflitto tra abiezione e senso di colpa che danno al personaggio della Monaca di Monza la sua

tragicità. Ella non ha ancora superato i problemi che aveva da bambina, problemi nati dal vedersi negare la vita

cui era destinata per la sua indole e dal non essere stata capace di lottare per far valere i suoi desideri. L'invidia

che provava da bambina per le sue compagne più fortunate di lei la prova ancora per chi, come Lucia, conduce

una vita nel mondo a lei precluso e tale invidia la porta a compiangersi e a vendicarsi come può, usando la sua

autorità e compiendo il male. I PROMESSI SPOSI (introduzione)

I Promessi Sposi I "Promessi Sposi" sono il primo grande romanzo italiano di

intonazione realistica. Precisiamo subito, però, che il "realismo" manzoniano si inquadra

in una concezione idealistica della vita: esso nasce dall'esigenza dell'Autore di aderire

con scrupolo alla storia degli uomini, ma è in funzione di un riscatto dell'umanità

destinato a compiersi nell'aldilà.

Il Manzoni nell'introduzione del romanzo racconta di aver trovato un manoscritto

anonimo; questi dice che mentre i grandi storici parlano solamente delle imprese di

grandi uomini lui vuole parlare delle imprese di persone del popolo. Il Manzoni dice che

la storia raccontata dall'anonimo gli piacque per cui vuole rifarla in una lingua più

nuova. Manzoni fa finta che i Promessi Sposi raccontino una vicenda vera, raccontata da

un anonimo e da lui tradotta in una lingua moderna. Il Manzoni dice tutte queste cose

perchè vuole far vedere al lettore che la sua storia è vera e non è una semplice

invenzione. Già nell'introduzione, dietro il pensiero dell'anonimo si nota la concezione

della storia per il Manzoni, cioè la storia non è fatta solo dai grandi personaggi ma anche

dal popolo. La storia secondo Manzoni è fatta di bene e di male, del peccato e della

salvezza. A proposito di ciò, è molto importante l'idea cristiana: cioè la storia, per

Manzoni, è importante perchè nella storia e nella vita di tutti gli uomini, egli vede

sempre la provvidenza di Dio, quindi è una visione religiosa, provvidenziale, perchè

Manzoni nel romanzo vuole parlare soprattutto del bene e del male. La vita è

essenzialmente "dolore", l'egoismo non paga, la fede in una superiore Giustizia resta

l'unica risorsa dell'uomo per fargli accettare la vita come dolore e il Bene come un

valore. Si spiega così nel romanzo la costante presenza della Provvidenza, che non è un

personaggio a sé stante come i miti delle divinità pagane nelle opere classiche, ma è

indistintamente, impalpabilmente dappertutto: è l'anima stessa della storia. D'altra parte

la storia, al di là delle apparenze che ce la mostrano assai spesso in contrasto con la

Legge di Dio, non può che tendere verso il fine supremo prescritto da Dio.Quindi i veri

protagonisti del romanzo sono la Provvidenza e la Storia.

La novità più sorprendente del romanzo è data dalla presenza dei personaggi tratti dal

popolo, dei cosiddetti "umili", che per la prima volta compaiono come protagonisti di

un'opera letteraria. A questo mondo di umili il Manzoni aderisce con intima cordialità e

profonda solidarietà. E se pure è vero che egli tratti quella povera gente con affetto e con

simpatia ma pur sempre con un certo compiaciuto divertimento nel sottolinearne

l'ingenuità od anche l'astuzia proverbialmente contadinesca, è senz'altro da scartare

l'ipotesi di un atteggiamento volutamente malizioso ed è piuttosto da riscontrare in ciò la

registrazione fedele di un rapporto genuino, non farisaico, fra l'Autore, aristocratico

intellettuale, e le sue umili creature.

I personaggi dove meglio vediamo la religione cristiana sono: Fra Cristoforo Borromeo;

dobbiamo ancora ricordare la famosa conversione dell'Innominato, in cui vediamo la

presenza di Dio nel cuore di un uomo; dobbiamo ancora ricordare Don Rodrigo

soprattutto nelle pagine finali quando s'ammala di peste e grazie alla sofferenza si salva

l'anima. (provvida sventura). Dobbiamo anche ricordare la famosa Monaca di Monza

Gertrude, poichè il Manzoni con dolore segue la sua sventurata vicenda. Nella pagina

finale del romanzo, Renzo e Lucia, i quali cercano di capire il vero significato di tutto

ciò che è successo a loro, capiscono che anche se nella vita si soffre, basta aver fiducia in

Dio e così anche la sofferenza ci aiuta a diventare migliori (provvida sventura).

Abbiamo tre stesure. Il romanzo, la prima volta si chiamò "Fermo e Lucia" e presenta un

maggiore pessimismo; poi con il titolo "Promessi Sposi" (II e III) il romanzo diventa più

sereno ed equilibrato. Il carattere principale del romanzo è che le persone buone

vengono sempre perseguitate ma alla fine il bene vincerà. I Promessi Sposi sono un

romanzo romantico per l'amore della verità storica, per la grande religiosità e per l'amore

di Manzoni verso gli umili. Il romanzo è un misto di storia e di invenzione in cui il

Manzoni racconta un fatto privato e fatti più generali; questa unione fra la gente e la

piccola storia rappresenta una novità.

Si parla di un filatore di seta, Renzo, e di una popolana, Lucia, che non si può sposare

perchè un signorotto prepotente, Don Rodrigo, si è invaghito di lei; ma alla fine i due si

sposano dopo molte vicende dolorose. Oltre a questo fatto privato si parla pure della

Lombardia dominata dagli spagnoli, della Spagna e di altre regioni: si parla pure della

carestia a Milano e della peste. Ha una grande importanza nei Promessi Sposi la folla

che viene considerata la vera protagonista del romanzo; ma protagonista viene pure

considerata la provvidenza: appunto per questo la differenza fra i Promessi Sposi e tutte

le altre opere è che il Manzoni nei Promessi Sposi vede sempre la provvidenza nella

storia e negli uomini.

Una grande importanza del romanzo è l'umorismo, che serve al Manzoni per dare un

carattere medio giusto al suo racconto; cioè quando un fatto sta per diventare troppo

tragico, il Manzoni con l'ironia e l'umorismo lo riporta a una certa normalità, facendo

perdere a quel fatto l'eccessiva tragicità; per esempio: quando nel castello

dell'Innominato abbiamo la figura di Lucia sofferente c'è anche la figura un po' comica

della vecchia, la quale serve a rendere meno drammatica tutta la scena. Si ricordi il suo

scritto "Della lingua italiana". Manzoni, mentre si preparava a scrivere, cercava una

lingua popolare e nello stesso tempo letteraria; decide di usare la lingua fiorentina

parlata dalle persone colte, poichè in Italia solo Firenze, dice Manzoni, ha una lingua

nazionale, perchè vi sono poche parole straniere ed è già stata usata dai grandi trecentisti

( Dante, Petrarca, Boccaccio).

Il romanzo, quindi, è romantico anche per la lingua che è popolare pure se in modo

moderato. A proposito della lingua, non ci sono espressioni parlate come ci saranno,

invece, nel Verga. Un'altra differenza dal Verga e dai "veristi" è questa: tutti i

personaggi parlano allo stesso modo di come parlerebbe il Manzoni, cioè il Manzoni non

fa parlare i personaggi come parlerebbero veramente nella realtà, non si abbassa lui ai

personaggi come farà Verga ed i veristi, ma li innalza a lui; per esempio, nell'addio ai

monti le espressioni non sono certo quelle di due popolani. Bisogna anche dire che c'è

ancora nel Manzoni un certo paternalismo, cioè lui tratta gli uomini come un padre tratta

i figli, poichè crede che non sanno decidere da soli e hanno sempre bisogno di qualcuno,

mentre nel Verga i personaggi sono più liberi.

LA STRUTTURA DE «I PROMESSI SPOSI»

Prologo

Introduzione.

Scambio della promessa di matrimonio fra Renzo e Lucia (parte inferibile dal testo all’inizio del III capitolo).

Don Rodrigo scommette con don Attilio che farà sua Lucia (capitolo III: don Rodrigo-Lucia-Attilio nel racconto di

Lucia).

Orientamento

Descrizione del primo capitolo.

Azione complicante

Intimidazione rivolta dai bravi a don Abbondio affinché non celebri il matrimonio.

Peripezie

Tentativo di soluzione di Renzo => Azzecca-garbugli (capitolo III).

Tentativo di soluzione di padre Cristoforo => don Rodrigo (capitoli V e VI).

Tentativo di soluzione di Renzo (e Lucia) => matrimonio segreto (capitolo VIII).

||

Fallimento dei tentativi e divisione degli amanti (capitolo VIII-IX)

PERSONAGGI STORICI RINTRACCIABILI NEL ROMANZO

1) Il cardinale Federigo Borromeo;

2) l’Innominato, in cui rivive Bernardino Visconti;

3) Gertrude, ovvero Marianna de Leyda;

4) padre Cristoforo, al quale corrisponde, in parte, Lodovico Picenardi di Cremona;

5) gli uomini di governo.

FATTI STORICI RIEVOCATI DAL ROMANZO

1) La carestia del 1628;


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2009-2010

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