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Pil: definizione e calcolo

P.I.L è un indicatore della performance dei risultati macroeconomici di un’economia, dà un’idea di quanto un sistema economico produce in un determinato anno. Pil è valore monetario, non è una quantità di merce (ma dipende anche da questa), le quantità delle varie merci prodotte vengono moltiplicate tutte per il prezzo unitario (il loro prezzo).

Perché non diciamo semplicemente in sede di definizione e non procediamo senz’altro in sede di calcolo? Perché dobbiamo dire che pil è valore monetario? La ragione è semplice, si possono commettere errori di duplicazione contabile. Se non sto attento a contare gli oggetti, arrivo a un totale che contiene errori di definizione. Se io faccio sommatoria dei valori monetari di tutte le merci prodotte da un sistema economico, sono sicuro di commettere degli errori di duplicazione contabile, cioè il valore di alcune merci lo conto più di una volta.

Il calcolo corretto del Pil

Imprese dell’indotto automobilistico che producono componenti: se faccio la sommatoria, io li conto due volte, questo avviene per tutte le catene di offerta, per tutte le supply chains. Quindi diciamo valore monetario delle merci finali; questo aggettivo non significa finite, ma significa che le merci sono al netto dei beni intermedi, cioè io prendo impresa che assembla autoveicoli, tolgo dal valore monetario il valore dell’input e ottengo il cosiddetto valore monetario delle merci finali.

Il metodo del valore aggiunto (VA)

Come fa l’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT) a calcolare correttamente il P.I.L? La natura finale o intermedia è caratteristica intrinseca del bene o no? NO! Non è una caratteristica nota a chi vende tali bene o meglio quando tali beni escono da impianti produttivi non possono dirlo, e allora l’ISTAT come fa? Seguono il cosiddetto metodo del valore aggiunto (VA). È il metodo corretto per determinare il pil senza commettere duplicazioni contabili.

L’ISTAT manda un questionario all’impresa 1 e le chiede “dimmi il tuo fatturato (cioè valore pi x X1 della tua produzione) e dammi il valore monetario dei tuoi acquisti intermedi”. La differenza tra questi prende il nome di valore aggiunto dell’impresa. Si chiama così perché è il nuovo valore che viene creato all’interno dell’impresa, attraverso il processo produttivo che avviene all’interno dell’impresa, che va ad aggiungersi al valore degli input intermedi e che si ritrova nel valore del prodotto. L’ISTAT fa sommatoria valori aggiunti di quelle imprese e cosa trova? Il valore aggiunto complessivo del sistema economico che è il valore monetario di tutte le merci al netto dei beni intermedi.

Industria e impresa

Industria è diverso da impresa; l’industria, es. farmaceutica, è l’insieme delle imprese farmaceutiche, così come l’insieme delle imprese automobilistiche costituiscono l’industria automobilistica, quindi quando si dice industria si allude a un insieme di imprese. All’interno di un dato sistema economico si intende all’interno dei confini geopolitici che definiscono un sistema economico; è importante sapere se il prodotto rimane nel territorio o ne esce.

Variabile di flusso e variabile di stock

Un periodo di tempo si definisce in relazione a un tempo iniziale e un tempo finale. È una variabile di flusso, definita in relazione a un periodo di tempo. Le variabili di stock sono definite in relazione a un istante del tempo. Il reddito di una famiglia di una persona lo si definisce come reddito mensile/annuale quindi è una variabile di flusso; la ricchezza o patrimonio di una famiglia è il valore dell’insieme delle sue attività patrimoniali (stock).

Misurazione e criticità del Pil

Misurare il prodotto interno lordo non è facilissimo. Per calcolarlo si deve passare attraverso il valore monetario e non si devono contare due volte le merci. L’IVA è l’imposta sul valore aggiunto. È il nuovo valore creato all’interno di un’impresa che si va ad aggiungere alle merci che si trovano sul mercato.

L'impresa e la trasformazione degli input in output

L’impresa è un’organizzazione che al suo interno ha la capacità produttiva. Essa ha la capacità di trasformare i prodotti intermedi in output. Ci sono vari tipi di impresa, ma ciascuna impresa ha la capacità di trasformare gli input in output. L’impresa acquista dai fornitori dei beni, che trasforma in suoi beni che poi vende. Come fa l’organizzazione che viene chiamata impresa a trasformare gli input in output? Questa capacità deriva dal fatto che l’impresa ha a propria disposizione i fattori dei servizi dei beni capitale.

“K” indica lo stock dei macchinari, impianti e attrezzature che l’impresa ha a propria disposizione per trasformare gli input in output. Oltre a questo, un’impresa deve avere anche dei dipendenti, ossia coloro che fanno parte dell’altro fattore primario di produzione: il lavoro che viene indicato con “L”. Tutti coloro che lavorano in un’impresa con un determinato titolo sono indicati con L. I servizi dei fattori primari di capitale e lavoro sono necessari per la sopravvivenza dell’impresa. Il valore aggiunto va in parte al fattore K e in parte a L. Esso è costituito da profitti e salari (redditi da capitale e redditi di lavoro); è quando costituito da una remunerazione del capitale. La sommatoria è la nozione compatta per indicare il valore aggiunto.

Il valore aggiunto e l'importanza degli aspetti distributivi

Facendo la sommatoria dei valori aggiunti delle varie imprese, siamo sempre sicuri di arrivare a determinare il valore delle merci finali, ossia al netto dei valori intermedi. Sono importanti gli aspetti distributivi per quanto riguarda la distribuzione del reddito tra salari e profitti. La teoria economica si occupa di un’altra questione: che cosa determina il prodotto interno lordo? Perché nel 2019 il PIL è cresciuto pochissimo? E perché ci sono fasi in cui esso cresce di più? Quali sono i fattori determinanti del valore del PIL? Ciò viene descritto dall’economia macro-economica.

Il Pil negli anni '30 e la grande depressione

Durante gli anni ’30 il PIL si colloca a livelli molto bassi, circa alla metà di quello degli anni ’20. La grande depressione degli anni '30 ha portato il tasso di disoccupazione circa al 25/30%, che persiste poi nel tempo. Persistendo, ha sollevato problemi sociali, economici e politici. Equilibrio generale di piena occupazione corrisponde alla visione economica del tempo. La visione dell’equilibrio economico generale ha suggerito convinzioni negli economisti e nell’opinione pubblica generale che si potesse far fare ai mercati, in cui la piena occupazione era garantita, lasciava pensare che il sistema potesse arrivare a quest’equilibrio.

Il prodotto potenziale e l'output gap

Il prodotto potenziale del sistema viene indicato con y* o YF (full employment), è il valore monetario delle merci finali prodotte da un sistema economico che utilizza pienamente il suo stock di K e la sua forza lavoro ossia L. Il valore monetario delle merci finali prodotto da questo sistema che è in piena utilizzazione della capacità lavorativa. È l’unico equilibrio possibile. Si ottiene utilizzando tutto il capitale. Negli anni trenta il y effettivo si colloca a un livello inferiore rispetto a YF. Questa differenza di posizione oggi si chiama output gap.

La crisi finanziaria e la recessione

Il crollo della borsa è definita come crisi finanziaria. Crisi finanziaria: le banche non fanno più prestiti alle imprese. L’economia entra in difficoltà. Il PIL comincia a diminuire. Per convenzione si dice che quando il PIL di un sistema economico diminuisce per un semestre, l’economia si parla di recessione o contrazione. Questa è una fase in cui il PIL diminuisce. Se si è partiti con la piena occupazione, y diminuisce e la disoccupazione aumenta. La disoccupazione è molto maggiore di 0(v>>0). Viene definita come grande depressione in quanto Keynes ha dato insegnamenti molto importanti.

La crisi del 2008 e le politiche espansive

Nel 2008 si è verificata una nuova crisi finanziaria in cui la recessione che è partita è durata un po', e le autorità sono intervenute con politiche monetarie espansive per non mettere in stallo il sistema. Si ha stagnazione quando il PIL non cresce. Il problema è dove si riesce ad interrompere il ribasso del PIL. Questi sono i fatti essenziali per poter vedere il flusso circolare del reddito.

Il flusso circolare del reddito

(domanda esame) Esso non è ancora un vero modello economico, ma è uno schema concettuale che è utile introdurre per capire la visione di Keynes e di come riuscì ad uscire dagli schemi walrasiani. Presenta le relazioni macroeconomiche chiave per comprendere le determinanti che determinano il prodotto lordo del sistema.

Il sistema economico e il reddito lordo

K. comincia a ragionare così, guardando il lato economico di un sistema. Ci sono le imprese che prendono decisioni; queste sono decentrate. Esse decidono quanto output portare fuori, determinano quindi il PIL che viene indicato con y. La prima assunzione è chiusa e dice che il nostro sistema economico non ha rapporti con l’estero. Se è chiusa si parla solo di prodotto lordo. Questo prodotto lordo è uguale al valore aggiunto. Questo valore aggiunto è uguale al reddito di capitale e reddito di lavoro. Quindi le imprese nel produrre il prodotto lordo. Sulla base dell’attività produttiva in base PL, alle famiglie arriva un reddito lordo (RL). In base a questo, le famiglie prendono una decisione: una parte di reddito utilizzeranno per acquistare dei beni di consumo (C).

Risparmio e investimento

Le famiglie non spendono tutto, la parte di reddito y che non si traduce in consumi viene risparmiata. Il risparmio è indicato da S. I consumi delle famiglie sono ordini per le imprese. C è una componente della domanda aggregata effettiva, cioè della domanda pagante. Ci sarà una seconda componente di domanda aggregata, un secondo canale attraverso cui si determina la domanda di spesa complessiva: rappresentata da spesa per investimento dell’impresa. La domanda aggregata complessiva è costituita da consumi delle famiglie e spesa per investimento delle imprese. Stiamo presentando un flusso circolare del reddito estremamente semplice di un’economia chiusa e senza stato.

Spesa, mercato e domanda aggregata

La spesa crea sbocchi di mercato per la produzione. Il risparmio delle famiglie deve essere uguale all’investimento delle imprese, perché si formi una domanda aggregata esattamente coerente con prodotto lordo delle imprese; dunque tutte le merci prodotte trovino corrispondente domanda e vengano vendute. Supponiamo che Y sia il prodotto potenziale del sistema. Lo schema flusso circolare serve a mettere a fuoco:

  • Formazione domanda aggregata
  • Uguaglianza tra risparmio e investimenti, condizione di equilibrio macroeconomico dell’impresa

Il messaggio Keynesiano e la domanda aggregata

Schema importante per capire il centro del messaggio Keynesiano: qualcosa può andare storto dal lato della formazione della domanda aggregata complessiva del sistema. Supponiamo che ci sia una crisi finanziaria per cui si riduca fiducia nella capacità del sistema bancario di garantire istituzioni dei prestiti etc. Le famiglie decidono quanto consumare, le imprese decidono quanto investire. Possiamo immaginare situazioni economiche in cui le famiglie decidono di risparmiare 40 e le imprese no, in questo caso i risparmi sono maggiori degli investimenti.

Equilibrio economico e disoccupazione

Se il sistema economico va a collocarsi in un equilibrio di piena occupazione, nella visione Walrasiana Yf era l’unico possibile equilibrio (meccanismi di convergenza all’equilibrio sono talmente marcati e forti che il sistema si fionda sempre al livello di piena occupazione), nella visione di Keynes invece qualcosa può andare storto dal lato della spesa aggregata complessiva. Se c’è una situazione di tensione (parliamo di shock economici dal lato della tecnologia) per cui domanda aggregata si riduce, soprattutto attraverso investimenti delle imprese, questi meccanismi non vengono riassorbiti dal sistema velocemente, anzi possono anche accumularsi (per il miglioramento ci vuole del tempo), il sistema è vincolato dal lato della domanda effettiva.

La visione Keynesiana e la persistenza della disoccupazione

Chiaro che la visione Keynesiana correttamente intesa l’economia può andare a collocarsi su un livello di reddito non con coerente la piena occupazione, abbiamo spiegazione della persistenza della disoccupazione nel tempo, che la visione tradizionale non contempla. Consente di inquadrare alcuni fatti essenziali che si sono presentati negli anni della grande depressione.

Implicazioni di politica economica della visione di Keynes

Quali sono le implicazioni di politica economica della visione di Keynes? (Policy) Erano implicazioni di lasciar fare, vuol dire che agenti economici prendano le loro decisioni decentralizzate senza che autorità centrale di governo intervenga con decisioni centralizzate per affrontare una certa situazione economica (lasciar fare al mercato). Deriva dal fatto che in questa visione si ha grande fiducia negli automatismi del mercato.

La necessità di politiche pubbliche attive

Non nega che ci siano dei meccanismi spontanei per cui nel tempo il sistema da solo possa anche arrivare, tornare a un equilibrio, a situazione di piena occupazione; la tendenza all’equilibro continua a operare nei vari mercati, ma quanto tempo impiega il meccanismo automatico (forze del mercato) per riportare il sistema ad equilibrio di piena occupazione? Se lo scostamento è poco, i tempi come sono? “La fine del lasciar fare” decreta, scrive un saggio che si chiama necessità di politiche pubbliche attive. Keynes propone una critica radicale all’idea che decisioni decentralizzate prese dagli agenti siano sempre sufficienti a decretare i modi migliori possibili.

Politiche macroeconomiche

Quali politiche può l’autorità di governo mettere in campo per stabilizzare il sistema? Sono politiche (politiche macroeconomiche) di due tipi per influenzare performance macroeconomica del sistema:

  • Politica monetaria
  • Politica fiscale

Se parliamo Keynesianamente di politica fiscale, è chiaro che lo stato esiste.

Modifiche al flusso circolare del reddito

Quali decisioni pubbliche l’autorità di governi può prendere per influenzare la domanda aggregata, quindi il P.I.L del sistema? La politica fiscale ha due componenti decisive: la politica tributaria (decisione relativa alle imposte). Supponiamo che a questo punto le famiglie (redditi = 100) su questi redditi le famiglie debbano pagare delle imposte, c’è un prelievo statale per cui una parte di questo cento va allo Stato.

L'effetto della politica fiscale

Dal punto di vista concettuale, la parte di reddito che va sotto forma di imposte allo stato, queste imposte rappresentano una dispersione del flusso circolare del reddito; la decisione delle famiglie su quanto consumare e risparmiare non è più basata su Y ma su Y-T (entrate fiscali/gettito fiscale dello stato). Può utilizzare allora la politica fiscale per sostenere la domanda aggregata se si è in una situazione Keynesiana. Le entrate fiscali complessive sono date da aliquota di imposta x reddito. Una riduzione della pressione fiscale stimola la domanda aggregata.

La spesa pubblica e la pressione fiscale

Flusso circolare del reddito cambia, è la spesa G delle pubbliche amministrazioni che acquistano beni e servizi. Se lo stato nelle sue varie articolazioni decide di spendere di più e aumentare G, questo implica che domanda aggregata aumenta. G non è tutta la spesa pubblica, è solo quella parte che riguarda acquisto di beni e servizi.

La politica fiscale restrittiva: ci sono casi in cui è meglio fare ovvero non ridurre ma aumentare la pressione fiscale, per ridurre il reddito disponibile e quindi diminuire i consumi oppure attraverso l’altra variabile strumentale della politica fiscale, ridurre la spesa pubblica per beni e servizi e quindi ridurre per questa via la domanda aggregata.

Strumenti della politica fiscale

Le decisioni possono influenzare la domanda aggregata; gli strumenti della politica fiscale sono due: aliquota delle imposte e, oltre a T, abbiamo anche G, parte della spesa pubblica che si traduce subito ad aumentare la domanda aggregata. Le famiglie non ricevono solo il prodotto lordo dalle imprese, entrano nei redditi delle famiglie anche i salari e stipendi delle pubbliche amministrazioni.

Il bilancio pubblico

Quando Keynes decreta la fine del lasciar fare e la necessità di intervento pubblico, cosa succede al bilancio pubblico quando il governo attua una politica fiscale espansiva? Il bilancio pubblico è il prospetto in cui da un lato ci sono le entrate fiscali (sotto forma pagamento imposte) e dall’altro la spesa pubblica totale. Come fa uno stato a spendere più di quello che porta a casa? Si indebita. Si chiama titolo del debito pubblico (attraverso prestiti). Il deficit è una mozione di flusso, il debito è uno stock.

La politica fiscale e la crescita economica

Keynes ha detto che se esiste un problema nel breve periodo è bene fare qualche cosa e si può fare con utilizzo espansivo della politica fiscale. Un sistema tributario (architettura complessiva imposte) deve prevedere imposta patrimoniale (imposta sulla ricchezza delle famiglie) o no? È giusto introdurre una Flat tax (tassa in cui pressione fiscale t è uguale per tutti i redditi)? È meglio avere un sistema tributario progressivo in cui la percentuale di t aumenta all’aumentare del reddito?

Spesa pubblica e ruolo dello stato

Dal lato della spesa pubblica per acquisto di beni e servizi: quali beni e servizi è bene che le pubbliche amministrazioni acquistino? Dipende dal ruolo complessivo dello stato; se sistema economico ha presenza dello stato anche nelle imprese (sistema manifatturiero) questo porta a una serie di conseguenze, se invece stato non è presente la questione è diversa. La spesa pubblica può essere usata ai fini della crescita economica (crescita di lungo periodo). La pressione fiscale e la composizione della spesa pubblica, se sistema rischia nel breve di scostarsi dal tasso di crescita di lungo periodo ed arrivare

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ketty5jenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Venturini Luciano.
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