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Macroeconomia

Premessa: che cosa studia la macroeconomia?

La microeconomia fornisce ipotesi e spiegazioni sul modo in cui i singoli consumatori operano nelle loro scelte di mercato e illustra la relazione tra il prezzo delle merci e la domanda che i consumatori rivolgono alle merci stesse. Per fare ciò, ragiona come se i consumatori fossero isolati da tutto ciò che non costituisce l’oggetto delle loro scelte (importanti reddito e gusti), e come se l’atto di scegliere e di consumare non producesse altra conseguenza che quella di arrecare una maggiore o minore soddisfazione agli individui stessi.

La macroeconomia non mette in discussione questa analisi. Prescinde dalle spiegazioni del comportamento dei consumatori e si occupa invece di esaminare il risultato del comportamento complessivo di tutti i consumatori che operano in un paese, o a volte di tutti i consumatori di un certo bene esistenti nel mondo in un dato momento. La macroeconomia riguarda la possibilità dell'economia nel suo insieme di generare ricchezza. Il risultato complessivo di un insieme di comportamenti individuali a volte non è eguale alla pura e semplice somma dei comportamenti individuali.

Così, ad esempio, nella prospettiva della micro, risparmiare ha sempre, come effetto, la possibilità di disporre di una maggiore quantità di beni in un secondo tempo. Ma se ipotizziamo che tutti gli individui di una collettività (o, almeno, un numero abbastanza grande di essi) incomincino di punto in bianco a risparmiare sulle loro spese, è molto probabile che la loro disponibilità di beni nel periodo successivo diminuisca. E quindi diminuisca la sua stessa capacità di risparmiare in futuro!

La macro si occupa poi di temi che non hanno una dimensione microeconomica, come l’attività dello stato, la moneta, la finanza, il commercio internazionale. Infine, nella prospettiva della micro, l'unità minima di osservazione era costituita da entità molto piccole (individui, famiglie, imprese). Invece, in macroeconomia, l'unità minima di osservazione che dobbiamo adottare è quella costituita da una collettività di individui piuttosto ampia: ad es., l'economia di una regione, o di un intero paese, quando non l'economia di un gruppo di paesi, o di un continente, o dell’intero pianeta. Perfino il mercato rappresenta un'unità di osservazione troppo piccola, quando adottiamo una prospettiva macroeconomica: nella macro, non consideriamo il mercato delle calzature o quello del petrolio, ma consideriamo l’insieme dei consumatori (di un paese, o di un continente, o talvolta perfino del mondo) e l’insieme dei produttori.

Capitolo 1: La contabilità nazionale e le principali relazioni macro-economiche

1. Il prodotto

Il prodotto interno. Il valore complessivo della produzione di beni e servizi finali di un paese in un dato periodo (normalmente, un anno) viene definito come il prodotto interno di quel paese (prodotto interno lordo - PIL), perché le misure statistiche più facilmente disponibili di tale grandezza includono la componente degli ammortamenti (come un costo di produzione dovuto al logoramento del capitale). Se potessimo sottrarre gli ammortamenti dalla misura del PIL, otterremmo il prodotto interno netto (PIN).

Il PIL di un paese in un dato anno è costituito dalla somma dei valori di tutti i beni e servizi prodotti in quell'anno in quel paese. Poiché i beni e i servizi prodotti sono fisicamente eterogenei, e quindi non possono essere espressi in una unità di misura comune (tonnellate, metri quadrati o simili), l'unico modo per ottenere una tale somma è quello di moltiplicare ciascuna quantità fisica prodotta per il corrispondente prezzo di mercato. Ma, per fare ciò, è necessario conoscere i prezzi di mercato di tutti i beni che entrano a fare parte del PIL. Quindi, il PIL risulta dalla somma delle quantità dei beni e servizi prodotti in un dato paese in un dato anno, ciascuna moltiplicata per il relativo prezzo. Il PIL deve essere deflazionato, cioè depurato degli incrementi dei prezzi, se si vogliono ottenere valori dei diversi anni confrontabili tra loro.

Parliamo di:

  • PIL reale – o a prezzi costanti - quando la sua espressione è stata corretta per eliminare gli effetti prodotti dalle pure e semplici variazioni dei prezzi (cioè, quando è stata effettuata la deflazione)
  • PIL nominale – o a prezzi correnti - quando la sua espressione contiene ancora tali effetti al suo interno (e quindi i valori risultano ancora ‘inflazionati’ dalla crescita dei prezzi).

Per calcolare la crescita di un’economia bisogna utilizzare i dati relativi al PIL a prezzi costanti. In tale serie gli aggregati dei vari periodi successivi sono calcolati come se i prezzi rimanessero invariati da un anno all’altro, e quindi la misura che otteniamo riflette le variazioni dei volumi di produzione, ovverosia dell’andamento dell’economia reale. La variazione annuale dell’indice dei prezzi impliciti del PIL esprime il tasso di inflazione da un anno all’altro. Questo si ottiene ricavando il deflatore implicito (che non è altro se non il rapporto tra PIL a prezzi correnti e PIL a prezzi costanti) e misurando la variazione annua dell’indice.

PIL pro capite

Potremmo pensare di rimediare sommariamente al problema delle differenti dimensioni tenendo conto del diverso numero di abitanti di ciascun paese. Dividendo le espressioni del PIL di ciascun paese per il numero di residenti nel paese nell'anno considerato, otteniamo il cosiddetto PIL pro capite del paese. La misura del PIL ci aiuta a farci un’idea sommaria della ricchezza di un paese e del modo in cui essa varia nel tempo, e della ricchezza relativa dei diversi paesi confrontati tra di loro.

In effetti, i tassi di crescita (annui) dei paesi rivelano fatti abbastanza sorprendenti. I paesi più dinamici, nell’ultimo anno, non sono certamente quelli su cui si concentra l’attenzione della stampa e della TV. Al primo posto si trova la Cina e al terzo l’India. In compenso, ai primi posti non figura nessuno dei paesi più industrializzati. L’Italia figura al 187° posto, con un tasso dell’1,7. Bisogna tuttavia considerare che, quando un paese parte da un livello molto basso, fare registrare tassi elevati è relativamente facile, anche quando la crescita in sé stessa non è straordinaria.

La dimensione del PIL in se stessa è poco significativa: quella che risulta rilevante è la dimensione del PIL pro capite, vale a dire, il PIL diviso per il numero degli abitanti di un paese. Pertanto, le variazioni del PIL vanno sempre rapportate alle variazioni della popolazione: un incremento annuale del PIL, a cui corrisponda un incremento più che proporzionale nella popolazione rappresenta in realtà una diminuzione nel valore del PIL pro capite. Oggi, in molti paesi avanzati il tasso di incremento della popolazione risulta alquanto vicino allo zero. Pertanto, un incremento anche modesto (es., 0,5 %) del PIL rappresenta un reale aumento nella quantità di beni e servizi a disposizione di ciascun abitante.

Composizione del prodotto interno

La quantità di beni e servizi di cui è composto il prodotto interno (lordo o netto) di un paese rappresenta una indicazione del benessere del paese stesso. In generale, si può dire che i problemi posti dall'eccesso di beni riguarda soltanto un'esigua minoranza della popolazione mondiale.

In linea di principio, qualunque prodotto finale dell'attività economica deve entrare come componente nel calcolo del PIL: pertanto, vi includeremo i computer, le motociclette, le merendine, i CD, le ville in Costa Smeralda, le lattine di birra, ecc. ecc. (tutti questi sono beni); e vi includeremo tutti i servizi forniti in quel paese in quell’anno: ad es., le prestazioni professionali degli avvocati e dei notai, le lezioni dei professori, i trasporti di passeggeri e merci effettuati dalle Ferrovie dello Stato, dalle compagnie aeree e dai tassisti, le cure fornite dai medici e dagli infermieri. Le statistiche riescono a cogliere le diverse componenti del PIL in quanto vi sia un passaggio di proprietà e un corrispondente passaggio di denaro. Ciò che viene prodotto, ma non venduto, può essere destinato al consumo diretto del produttore (c.d. autoconsumo), e allora dovrebbe essere calcolato come componente del PIL, benché sia molto difficile farlo per mancanza di informazioni; oppure si tratta di produzione che va ad accrescere le scorte invendute del produttore: in questa ipotesi, se viene venduta in qualcuno degli anni successivi, entrerà nel PIL di questi anni; se invece finisce con l’essere distrutta, non sarà mai calcolata nel PIL.

Il fatto che, ai fini della rilevazione statistica, sia necessario un passaggio di beni e di denaro ha delle conseguenze in parte fastidiose, a proposito di servizi come il lavoro delle casalinghe, o di beni come il tempo libero. Vi sono molti 'beni' che saremmo senza dubbio inclini a considerare parte del 'benessere' di un paese, anche se non possiedono un prezzo di mercato e quindi a prima vista non possono essere inclusi nel PIL.

Esternalità

Vi sono cose che vengono prodotte e che contribuiscono al benessere della collettività, pur essendo prive di prezzo. Rientrano in questo ambito, in primo luogo, le esternalità. Le esternalità hanno valore economico, ma non hanno prezzo. Il fatto che non vi sia un prezzo da considerare, tuttavia, rende problematico il calcolo dello stesso valore. Le esternalità positive rappresentano componenti positive del benessere di una collettività: il loro valore dovrebbe quindi essere aggiunto a quello del PIL. Il contrario vale per le esternalità negative. Ma aggiungere o sottrarre queste componenti ai fini di una contabilità adeguata è un'impresa pressoché disperata, almeno sul piano pratico. A differenza dei prezzi di mercato, che sono facilmente osservabili da chiunque, i valori ricostruiti attraverso queste tecniche dovrebbero essere calcolati ad hoc di volta in volta, per ciascun bene.

Beni comuni e beni di nessuno. Vi sono poi altre componenti del benessere collettivo che non possiedono un prezzo di mercato: i beni come gli animali e le piante su cui non siano stati definiti diritti da parte di nessuno, i beni sui quali non è stato posto un prezzo per scelta politica, come i beni artistici e culturali, e così via. In quest'ultimo caso, in effetti, rimediare alla mancanza di un prezzo sarebbe abbastanza agevole. Basterebbe infatti che lo stato calcolasse e applicasse valori monetari alle varie componenti del patrimonio artistico e culturale non possedute da privati. Bisogna tuttavia considerare che, in casi come questi, siamo di fronte a beni che per lo più non sono stati prodotti, o sono stati prodotti in anni molto lontani. Come non si include nel PIL il valore delle case ri-vendute, così non c’è motivo di considerare parte del PIL la maggior parte dei beni artistici, culturali, naturalistici, ecc.

Il tempo libero. Alcuni hanno suggerito, fin dall'inizio degli anni '70, di includere nel calcolo del PIL il valore del tempo libero. In effetti, il tempo libero è spesso un bene prodotto congiuntamente con altri beni tradizionali: se io posso destinare alcune ore della mia giornata all'ascolto della musica che preferisco, è come se io avessi 'prodotto' con il mio lavoro anche il risultato di poter godere di quelle ore di non-lavoro. Vi è tuttavia in questo calcolo una evidente difficoltà pratica: le ore di riposo, o di non-lavoro, sono normalmente una condizione per lo svolgimento della successiva attività di lavoro, alla stessa stregua del cibo e di altre attività fondamentali. In questo senso, le ore di non-lavoro potrebbero essere considerate almeno in parte non già come un prodotto, ma come un fattore della produzione. Idealmente, dovremmo essere capaci di distinguere, per ciascun individuo, quante ore di non-lavoro devono essere considerate come input per la produzione di reddito, e quante devono essere considerate come output. Ma si tratta evidentemente di una distinzione molto sottile.

Infine, vi sono attività che pongono problemi meno complessi da un punto di vista concettuale, ma pressoché incurabili sul piano pratico. Rilevare il valore della produzione è infatti reso qui praticamente impossibile dalla mancanza di documenti dai quali poter risalire a tale valore: a volte, perché i documenti non vengono rilasciati (è questo il caso dei lavori svolti in casa dai membri della famiglia), altre volte perché l’attività è illegale, o viene effettuata in tutto o in parte all’oscuro del fisco (i documenti fiscali sono la principale fonte di informazione per il calcolo del PIL). Così sfugge del tutto al calcolo del PIL il prodotto della cosiddetta economia criminale: l'economia criminale (traffico di droga, prostituzione, commercio di manodopera clandestina, giochi d'azzardo o vietati, ecc.) comprende l'insieme delle attività che non sono dichiarate in quanto illecite. Anch'esse peraltro, danno luogo a tutti gli effetti a componenti del PIL: le prostitute e gli spacciatori ricevono dai loro clienti denaro contante in cambio della fornitura di servizi, anche se tale denaro non viene dichiarato al fisco. L'economia sommersa, o economia nera (o anche informale) comprende invece tutta quella produzione che non viene dichiarata ufficialmente, generalmente per evitare il pagamento di imposte e contributi sociali, pur svolgendosi a tutti gli effetti sul mercato. I prodotti di queste attività vengono stimati in forma indiretta (mediante ipotesi ricavate dalla conoscenza di alcuni indizi).

Il calcolo del PIL in pratica

La metodologia usata per il calcolo del PIL esclude inoltre i servizi forniti dai membri della famiglia (pulizie, cucina, assistenza agli anziani e ai malati, ecc.) e che sostituiscono i servizi di collaboratori esterni, domestici, infermieri, badanti e simili. In teoria, un qualunque membro della famiglia che svolga compiti domestici (non necessariamente la moglie), evita la spesa che l'assunzione di un collaboratore esterno comporterebbe. Da un punto di vista statistico, il suo servizio ha pertanto un valore ricavabile dal compenso medio della prestazione risparmiata.

Infine, la contabilità nazionale suggerisce di tenere conto del valore di taluni servizi (i cosiddetti servizi non-market) i quali, in effetti, non vengono scambiati sul mercato, ma il cui valore di mercato è di determinazione relativamente agevole. Ad esempio, il fatto di possedere un'abitazione ha per il proprietario un valore economico, che però si manifesta sotto forma di un mancato esborso (= il pagamento dell'affitto), anziché nella forma di un guadagno netto. In pratica, non sarebbe difficile tenere conto del valore dei 'servizi abitativi' forniti dalle case ai loro proprietari, includendo nei conti nazionali i fitti figurativi, cioè somme eguali all'affitto risparmiato dai proprietari stessi.

In conclusione: vi è indubbiamente un divario tra il PIL e una misura perfetta del benessere di un paese, se non altro perché molte componenti del benessere non si prestano facilmente a essere calcolate ai fini della loro inclusione nel PIL. Tuttavia, anche con questi limiti, il PIL rappresenta la migliore misura di cui disponiamo per quantificare la ricchezza prodotta in un paese in un dato anno, per descriverne l’andamento nel tempo e per confrontare la condizione di paesi diversi tra di loro.

Per calcolare il PIL di un certo paese in un dato anno, è necessario sommare tra loro il valore di tutti i beni e servizi finali prodotti in quel paese nell'anno indicato. Pertanto, la corretta alternativa al calcolo del valore dei prodotti finali consiste nel limitarsi a considerare il reale apporto di ciascuna impresa al valore del bene. Questo è definito valore aggiunto dell’impresa: il valore aggiunto della produzione di una singola impresa è dato dal valore del prodotto meno il valore degli acquisti dalle imprese collocate a monte nella catena di produzione. In altre parole, al valore del bene acquistato dall'impresa, o dalle imprese, a monte, ogni impresa aggiunge ulteriore valore, dato dal contributo dei suoi lavoratori, delle sue macchine e del lavoro dell'imprenditore.

Quindi, in termini economici, da cosa è dato questo apporto? Ogni impresa acquista dall’impresa collocata a monte nel ciclo produttivo dei beni (materie prime e/o semilavorati) e contribuisce al prodotto finale apportando il lavoro umano, i servizi del capitale e il contributo organizzativo dell’imprenditore che operano al suo interno. Il valore aggiunto da ciascuna impresa rispetto all'impresa a monte è costituito allora dalle remunerazioni di lavoratori (salari), capitale (interessi) e imprenditore (profitti). Quindi: valore aggiunto = (salari + interessi + profitti).

Un'applicazione del concetto di valore aggiunto: l'IVA

L’imposta sul valore aggiunto (IVA). In Italia l'IVA sostituì, negli anni '70, la precedente IGE (Imposta Generale sulle Entrate), che colpiva l'intero valore degli scambi tra un produttore e un altro. In questo modo, beni che venivano prodotti attraverso un numero elevato di passaggi venivano tassati più pesantemente di beni prodotti da imprese più integrate verticalmente. A parte la distorsione ora accennata, il difetto dell'IGE era - secondo gli studiosi del tempo - quello di incentivare l'evasione, perché riuscire a nascondere in tutto o in parte il valore della produzione venduta poteva essere soltanto un vantaggio per l'impresa.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Nuti Giovanetti Fabio.
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