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Macroeconomia

La macroeconomia si occupa dello studio delle variabili aggregate (produzione, disoccupazione, inflazione). La produzione aggregata o PIL (prodotto interno lordo) può essere definita in tre modi:

  • Il PIL è il valore dei beni finali prodotti nell'economia in un dato periodo di tempo.
  • Il PIL è la somma del valore aggiunto nell'economia in un dato periodo di tempo.
  • Il PIL è la somma dei redditi dell'economia in un dato periodo di tempo.

Nel primo caso si usa il termine beni finali perché nel calcolo del PIL non si tiene conto dei beni intermedi (cioè di tutti quei beni che vengono utilizzati per produrre altri beni).

Esempio di calcolo del PIL

Per capire queste tre definizioni facciamo un esempio: ci sono solo due imprese nell'economia, una produce acciaio e un'altra automobili.

  • Impresa siderurgica
    • Ricavi 100
    • Costi (lavoro) 80
    • Profitto 20
  • Impresa automobilistica
    • Ricavi 200
    • Costi (lavoro) 70
    • Acquisto acciaio 100
    • Profitto 30

Il PIL in questa economia sarà sempre di 200 (valore dei ricavi dell'impresa automobilistica). Nella prima definizione non si tiene conto dei beni intermedi (acciaio) che servono per fabbricare le automobili e quindi il PIL è uguale al solo valore delle automobili (pari al ricavo di 200).

Nella seconda definizione il valore aggiunto è la differenza tra il valore della produzione meno il valore dei beni intermedi. Per l’impresa siderurgica non ci sono beni intermedi quindi il suo valore aggiunto è 100, mentre per l’impresa automobilistica il suo valore aggiunto è il valore della sua produzione (200) meno il valore dei beni intermedi (acciaio per un valore di 100) quindi 100+100 = 200.

Nella terza definizione il PIL è la somma dei redditi cioè sempre 200 (80 + 20 per l’impresa siderurgica e 70 + 30 per l’impresa automobilistica).

PIL nominale e reale

Un'importante distinzione è quella che si fa tra PIL nominale o a prezzi correnti €Yt. Misura il valore dei beni e servizi al prezzo che esiste in un certo momento nell’economia. Non è una misura molto attendibile della crescita della produzione perché il PIL nominale è dato dal prodotto tra la quantità di un bene e il suo prezzo per cui se si confrontano PIL di periodi diversi l’aumento del PIL può essere dato dall’aumento del prezzo piuttosto che dall’aumento della produzione.

PIL reale o a prezzi costanti Yt. Misura sempre il valore dei beni e servizi che esiste in una certa economia però si moltiplica la quantità di beni e servizi per uno stesso prezzo per evitare che confrontando PIL di periodi diversi la variazione sia dovuta ai prezzi e non alla quantità. Normalmente il PIL si misura annualmente o anche meno e si confronta con PIL precedenti per calcolare il tasso di crescita del PIL.
(Yt – Yt-1) / Yt-1

Se questo tasso è positivo per un periodo si ha un’espansione altrimenti una recessione. Infine, per PIL pro capite si intende il PIL reale diviso la popolazione ed è una misura del tenore di vita di un paese.

La disoccupazione

È un'altra variabile oggetto di studio della macroeconomia. Gli occupati sono coloro che hanno un lavoro N. I disoccupati sono coloro che non hanno un lavoro ma lo stanno cercando U. La forza lavoro sono il numero degli occupati più i disoccupati L. Quindi L= N+U.

Come si fa a stabilire quando una persona è disoccupata? Uno dei modi è quello delle indagini telefoniche a campione (Labour Force Survey), in Italia si chiama “rilevazione sulle forze di lavoro” ed è condotta dall’Istat. Secondo quest’indagine viene considerato occupato chi nella settimana precedente l’intervista ha lavorato almeno un’ora retribuita. Chi invece pur essendo disoccupato non cerca lavoro viene considerato al di fuori delle forze lavoro e quindi viene detto lavoratore scoraggiato.

La macroeconomia studia la disoccupazione sia perché una maggiore disoccupazione si riflette sul benessere delle persone sia perché ci fa capire che le risorse non sono utilizzate in modo efficiente. Anche un tasso di disoccupazione troppo basso può essere un problema perché potrebbe significare che l’economia sta sovrautilizzando le sue risorse e potrebbe correre il rischio di carenza di forza lavoro.

Il tasso di inflazione

L’inflazione è l’aumento del livello dei prezzi mentre il tasso di inflazione è il tasso a cui aumenta il livello dei prezzi nel tempo. La deflazione è la diminuzione del livello dei prezzi e corrisponde a un tasso di inflazione negativo.

Ci sono due modi per misurare l’inflazione. Uno è il deflatore del PIL. Il deflatore del PIL è il rapporto tra il PIL nominale e il PIL reale.

P = PIL nominale/PIL reale nell’anno t €Yt /Yt

Poiché il PIL nominale è il rapporto tra il prezzo del bene per la quantità e il PIL reale considera solo la quantità del bene, questo rapporto si traduce in una variazione di prezzo nell’anno t che, confrontata con variazioni di periodi precedenti, porta alla variazione del livello dei prezzi e quindi del tasso di inflazione.

L’altro modo è l’indice dei prezzi al consumo (IPC). Il deflatore contiene informazioni sui prezzi dei beni prodotti che non necessariamente coincidono con quelli consumati i cui prezzi sono oggetto di interesse dei consumatori per due ragioni: perché molti beni sono venduti alle imprese piuttosto che ai consumatori e perché molti beni acquistati dai consumatori non sono prodotti nel paese ma importati. L’indice dei prezzi al consumo misura il prezzo medio del consumo o costo della vita e riflette le variazioni dei prezzi dei beni tipicamente consumati dalle famiglie italiane. Questo paniere di beni viene aggiornato annualmente per includere nuovi beni divenuti parte integrante del consumo delle famiglie e per eliminare quelli obsoleti.

Perché controllare l’inflazione è così importante? Perché se ci fosse solo un fenomeno di inflazione pura (cioè di aumento di tutti i prezzi proporzionale quindi anche dei salari che sono appunto il prezzo del lavoro) non ci sarebbero particolari problemi perché il potere di acquisto dei consumatori non sarebbe modificato. Purtroppo, l’inflazione pura difficilmente si verifica, i salari tendono a muoversi più lentamente dei prezzi creando pericolose redistribuzioni del reddito.

Legame tra produzione, inflazione e disoccupazione

Chiaramente produzione, inflazione e disoccupazione hanno tra loro stretti legami. Uno di questi è la famosa Legge di Okun che ci fa capire la relazione che esiste tra il tasso di crescita della produzione e il tasso di disoccupazione. Questa legge ci dice che quando il tasso di crescita della produzione è elevato la disoccupazione diminuisce perché occorrono più lavoratori per produrre più beni e servizi. Questi dati riguardavano gli Stati Uniti nel 1960. Il rapporto tra queste due variabili era dello 0,4%: vuol dire che per ogni aumento della produzione dell’1% si verificava una diminuzione della disoccupazione dello 0,4%.

Per finire, la crescita dell’economia di un paese può essere divisa in tre orizzonti temporali:

  • Breve periodo (di solito qualche anno): qui la crescita della produzione dipende dalla domanda dei beni, cioè dalle richieste dei consumatori.
  • Medio periodo (di solito un decennio): qui la crescita della produzione dipende dall’offerta, cioè da quanto un’economia può produrre, quindi dalla tecnologia, dalla quantità e dall’efficienza dei lavoratori.
  • Lungo periodo (qualche decennio): la produzione dipende da altre variabili come il ruolo del governo o il sistema di istruzione.

Il mercato dei beni

Da cosa è composto il PIL?

  • Consumo (C). Si tratta dei beni e servizi acquistati dai consumatori. Il consumo dipende dal reddito disponibile (il reddito al netto delle imposte). Il consumo viene rappresentato dalla seguente equazione: C= co + c1(Y-T).
    co rappresenta il consumo quando il reddito è zero, che si verifica quando le persone attingono ai risparmi o prendono a prestito.
    c1 è la propensione al consumo che ci fa capire cosa succede al consumo quando ad esempio il reddito disponibile aumenta di un euro (la propensione è un numero compreso tra zero e uno; se fosse ad esempio 0,6 vuol dire che un aumento del reddito di uno aumenta il consumo di 0,6).
  • Investimento (I). Si distingue in investimento residenziale (acquisto di case) e investimento non residenziale (acquisto di beni da parte di imprese). Cosa diversa è l'investimento in scorte, che si verifica quando la produzione eccede le vendite. L’investimento è una variabile esogena, cioè viene considerato dato, ma più avanti non sarà più così.
  • Spesa pubblica (G). Rappresenta l'acquisto di beni e servizi da parte dello Stato e degli enti pubblici e descrive insieme alle imposte (T) la cosiddetta politica fiscale, cioè le politiche che riguardano le entrate e le uscite dello stato. Nella spesa pubblica non si tiene conto dei trasferimenti (cioè le pensioni, l’assistenza sanitaria, gli interessi sul debito pubblico).

Nel mercato dei beni si deve verificare che la produzione, cioè il PIL, deve essere uguale alla domanda, indichiamo la domanda come Z si deve avere che Y=Z e se Z è a sua volta la somma di consumi, investimenti e spesa pubblica si avrà che

Y = Z = C + I + G = co + c1(Y-T) + I + G

Riordinando i termini si ha

Y = 1/(1-c1)(co + I + G - c1T)

Il termine 1/(1-c1) si chiama moltiplicatore. Poiché abbiamo detto che c1 è un numero compreso tra 0 e 1, il moltiplicatore sarà un numero maggiore di uno. Il moltiplicatore ci fa capire che qualsiasi aumento di una delle componenti cosiddette autonome fa aumentare la produzione in maniera più che proporzionale.

Grafico del moltiplicatore

Vediamo questo fenomeno con un grafico. Dal grafico si capisce che un incremento della domanda (ad es. un aumento della spesa pubblica) fa aumentare la produzione la quale a sua volta fa aumentare il reddito e più reddito fa aumentare la domanda che provoca un ulteriore aumento della produzione sempre più marcato rispetto all’incremento della domanda iniziale per effetto del moltiplicatore.

L'equilibrio nel mercato dei beni

L’equilibrio nel mercato dei beni può essere visto in un modo alternativo rispetto alla condizione di equilibrio Y=Z cioè attraverso la condizione di equilibrio tra risparmio e investimento.

Il risparmio può essere di due tipi:

  • Risparmio privato, cioè quello dei consumatori, che è uguale al consumo meno il reddito disponibile S = Y-T-C
  • Risparmio pubblico, cioè quello dello stato che è positivo quando le entrate dello stato (le imposte meno i trasferimenti) eccedono le uscite che sono rappresentate dalla spesa pubblica. Nel primo caso si ha un avanzo, nel secondo caso un disavanzo. In questo caso l'investimento deve essere uguale al risparmio che a sua volta è la somma del risparmio pubblico e privato. In un'economia le decisioni di investimento spettano alle imprese mentre le decisioni di risparmio ai consumatori e al governo.

Si deve avere che I = S + (T-G)

L'investimento deve essere uguale al risparmio privato e pubblico. Questa equazione viene chiamata curva IS (investment and saving, cioè risparmio). Così come esiste la propensione al consumo esiste la propensione al risparmio, ci fa capire quanta parte di un incremento unitario di reddito viene risparmiata. Se un euro viene o consumato o risparmiato e se la propensione al consumo è un numero compreso tra 0 e 1, la propensione al risparmio sarà per forza 1-c1 cioè sempre un numero compreso tra zero e uno.

Paradosso del risparmio

Fu un argomento introdotto da Keynes per dimostrare come un aumento del risparmio può determinare una riduzione del reddito nazionale. Se le famiglie decidono di destinare una quota maggiore del loro reddito al risparmio, questo sarà sottratto al consumo di beni e servizi. Le imprese, vedendo ridursi i consumi, dovranno necessariamente ridurre la produzione, determinando una riduzione del livello di equilibrio del PIL. Le imprese inoltre reagiranno riducendo anche gli investimenti i quali, grazie al moltiplicatore, genereranno anche ulteriori diminuzioni della produzione.

Mercati finanziari

È il luogo dove si contrattano e scambiano strumenti finanziari di varia natura (azioni, obbligazioni, fondi comuni). Faremo una semplificazione ipotizzando che esistano solo due strumenti finanziari:

  • La moneta che viene usata come mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore, non paga interessi e viene usata nelle transazioni. Può essere di due tipi: il circolante cioè le banconote e la moneta metallica e i depositi in conto corrente.
  • I titoli che invece pagano un interesse ma non possono essere usati nelle transazioni, data la numerosità di tipologie dei titoli si semplifica affermando che esiste un solo titolo che paga un interesse i.

I mercati finanziari si comportano come qualsiasi altro mercato cioè ci sarà una domanda di moneta e un’offerta di moneta. La domanda di moneta ha un’equazione che la rappresenta:

M = €Y L(i)D

La domanda di moneta dipende dal PIL nominale, più è alto il PIL più è plausibile che le transazioni nell’economia aumentino e quindi c'è bisogno di più moneta per sostenerle. Inoltre, la domanda di moneta diminuisce all’aumentare del tasso di interesse sui titoli perché se i titoli pagano un alto tasso di interesse gli individui terranno la loro ricchezza in titoli anziché in moneta liquida da usare per gli scambi.

L’offerta di moneta, cioè la quantità di moneta in circolazione, si divide in:

  • Depositi in conto corrente (offerti dalle banche)
  • Moneta circolante (emessa dalla Banca Centrale Europea BCE)

Supponiamo per ora solo il secondo tipo di moneta, cioè il circolante, l’equilibrio nei mercati finanziari presuppone che l’offerta di moneta deve essere uguale alla domanda di moneta se indichiamo l’offerta con M si deve avere che M = €Y L(i). L’offerta di moneta non dipende dal tasso di interesse per cui viene rappresentata da una retta verticale. L’equilibrio tra domanda e offerta di moneta determina il tasso di interesse di equilibrio.

In che modo la BCE fa variare l’offerta di moneta? Uno dei modi sono le cosiddette operazioni di mercato aperto attraverso le quali la BCE compra e vende titoli nel mercato obbligazionario. Se vuole aumentare l’offerta di moneta, cioè la quantità di moneta in circolazione, acquista titoli e immette moneta in circolo, quest’operazione si chiama intervento espansivo di mercato aperto. Nel caso contrario li vende e la moneta esce dal sistema e entra nelle casse della BCE in questo caso si ha un intervento restrittivo di mercato aperto.

Quindi attraverso le operazioni di mercato aperto si ha una variazione dell’offerta di moneta ma anche un cambiamento nella domanda e nell’offerta di titoli in quanto sono gli strumenti che vengono utilizzati con queste operazioni. Se la BCE compra titoli la domanda di titoli aumenta perché c’è più richiesta di titoli e quindi ne aumenta il prezzo; viceversa se vende titoli ne aumenta l’offerta e quindi il prezzo diminuisce.

Ma cosa succede al tasso di interesse? Il prezzo del titolo è strettamente collegato al tasso di interesse. Quando si acquista un titolo si ha diritto a una certa cifra di rimborso alla scadenza del titolo (supponiamo che questo rimborso sia €100 dopo un anno) ma il titolo viene pagato all’atto dell’acquisto con un prezzo €P minore di 100 per cui il guadagno dopo un anno sarà: i = €100-€P/€P che rappresenta il tasso di interesse. Notiamo una cosa importante: più aumenta €P più il tasso di interesse diminuisce per cui il tasso di interesse è inversamente correlato al prezzo dei titoli.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ECONOMISTA73 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Commendatore Pasquale.
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