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Macroeconomia

0. Introduzione

Macroeconomia = studio di fenomeni aggregati come PIL, tassi d’interesse, disoccupazione, prezzi (indice dei prezzi, tasso di crescita dei prezzi = inflazione).

Breve, medio e lungo periodo

  • Breve: guardiamo all’alternarsi di fasi economicamente favorevoli/espansive e di fasi di rallentamento, che se molto gravi diventano recessioni -> congiunture economiche. Ci si concentra sull’andamento di una singola economia e si ipotizza che i prezzi rimangano costanti (semplificazione, accettabile perché variano di poco).
  • Medio: tratta il trend, guarda ad un interpolante. Confronto tra paesi diversi: la pendenza dell’interpolante mi dice quale è il tasso di crescita.
  • Lungo: confronto del benessere dei paesi, anche su periodi molto ampi (100 anni). Si guarda allo sviluppo economico dei paesi.

La storia

Prima della prima grande crisi del 29: la macroeconomia classica.

-> Teoria di Adam Smith, “i mercati tendono all’equilibrio”.

Aggregando i comportamenti individuali si ottengono risultati prevedibili e auspicabili. (= la mano invisibile: le famiglie massimizzano l’utilità, le imprese il profitto ecc. e tutto, come guidato da una mano invisibile, raggiunge l’equilibrio).

Metà 800/inizi 900: rivoluzione dei marginalisti (= scoperta del calcolo differenziale -> creazione di modelli matematici) (+) si inizia a capire che nel mercato ci sono delle imperfezioni: si massimizza il proprio interesse ma ci sono le esternalità, che possono essere sia positive che negative.

Crisi del 29: nasce la macroeconomia moderna.

La crisi del 29 causa disoccupazione e recessione.

Keynes ha cercato di capire come mai il tasso di disoccupazione fosse molto elevato, nonostante la crisi fosse nata nel mondo finanziario.

Keynes studia i fenomeni di recessione come fenomeni di disequilibrio.

Teoria generale di Keynes: teoria giusta al momento giusto.

Interventismo delle istituzioni (intervento statale a sostegno dell’economia): dare potere d’acquisto per cercare di creare la domanda e la spesa = riaccendere la domanda per rimettere in moto l’economia.

Shock petroliferi degli anni ‘70: la crisi della macro keynesiana.

Lo shock tocca la dinamica di crescita dei prezzi = inflazione + alta disoccupazione (entrambi sopra al 20% in molti paesi sviluppati).

Le banche centrali non avevano ancora gli strumenti di oggi e rimasero spiazzate (risultati inattesi e indesiderati).

L’inflazione non è originata dal rincaro delle materie prime, ma nel processo di uscita dalla recessione (oggi, dovuta alla pandemia) dall’impennata della domanda.

Se l’inflazione è generata solo dall’aumento della domanda non si crea disoccupazione, anzi il contrario.

Ma se si aggiunge la stagflazione, ovvero la stagnazione (disoccupazione, redditi che scendono), all’aumento della domanda lo shock è molto più forte. È proprio questo che accadde con gli shock petroliferi e i governi erano del tutto impreparati.

Se i prezzi aumentano, i lavoratori chiedono e ricevono (perché i salari sono indicizzati) uno stipendio maggiore. Se lo stipendio aumenta, i prezzi aumentano. Si genera un processo di attesa di prezzi più alti e i produttori aumentano i prezzi del sistema produttivo -> si crea un circolo.

La nuova macroeconomia classica

Un minor interventismo nella politica economica rende meno probabili i risultati inattesi ed indesiderabili.

  • Meno incertezza sui mercati.
  • Importante il ruolo delle banche centrali.

Risultato: maggiore stabilità dei prezzi.

Teoria keynesiana: si concentra sulla domanda.

Keynesiani (interventisti) o neoclassici?

Chi ha ragione?

Dipende dall’orizzonte temporale:

  • Keynesiani: orizzonte temporale di breve periodo => il ciclo economico.
  • Neoclassici: orizzonte temporale di medio-lungo periodo => il trend, la crescita.

Congiuntura globale

1. Crisi finanziaria 2008, Pandemia.

Shock che hanno coinvolto la domanda, specialmente la crisi finanziaria. Sono avvenuti in maniera sequenziale: la pandemia è iniziata quando stavamo ancora vivendo gli strascichi della crisi del 2008.

La crisi del 2008 ha portato a tassi di interesse molto bassi.

2. a) US: bassi tassi d’interesse (zero lower bound).

Le banche tagliano il costo del denaro in modo rapido e sostanziale.

b) Europa: crisi debito sovrano 2010, bassi tassi d’interesse, disoccupazione.

Crisi sul debito sovrano: dopo la crisi finanziaria del 2008 importata dagli Stati Uniti e dopo che le banche centrali avevano tagliato i tassi a zero (e al di sotto non si può scendere) ed erano rimaste in “trappola”, il testimone è passato nelle mani del governo. Intervenire a sostegno dell’economia con politiche fiscali come taglio delle tasse o strumenti di sostegno del mercato del lavoro come cassa integrazione ha un costo e conseguenze sui bilanci pubblici.

Attacchi speculativi sul debito sovrano europeo.

La pandemia è arrivata in un momento in cui i tassi di interessi erano ancora a 0, le economie europee non si erano ancora riprese dalle due crisi precedenti.

A causa della mancanza di domanda si è creata una forte disoccupazione.

(Negli US il mercato del lavoro è molto più flessibile, ma non esiste il contratto a tempo indeterminato; è tutto incerto e instabile per ragioni congiunturali. Nel momento in cui c’è un rallentamento dell’economia le persone perdono i posti di lavoro facilmente; non essendoci molte case di proprietà molte persone perdono così anche la casa).

c) Cina: alto risparmio, fiducia, investimenti esteri.

Nel lungo periodo il risparmio è benefico, in quanto finanzia ad esempio le infrastrutture.

Fiducia degli investitori, specialmente stranieri: i fondi sovrani provengono da paesi esteri (che non investono in paesi instabili o in situazioni di guerra).

3. Guerra: rincaro materie prime.

Nuovo tipo di shock (shock).

La pandemia non è solo uno shock alla domanda, alcuni elementi hanno toccato anche l’offerta.

Durante la pandemia: perdita di competenze e calo di produttività = cambiamenti strutturali che hanno toccato l’offerta.

(L’offerta nello studio del breve periodo non ha nessun ruolo, ma solo la domanda. Nel medio periodo è invece l’offerta a regnare sovrana).

Nel breve periodo: i prezzi variano poco, quindi si considerano costanti (una possibile ipotesi -> menu costs).

(Esempio: Gestore di un ristorante: il prezzo dello zucchero del fornitore è aumentato di poco, ma il gestore non aumenta immediatamente il prezzo del caffè. Aspetta che si crei un accumulo di aumenti e a quel punto cambia il listino dei prezzi, altrimenti cambiarli sarebbe ancora più oneroso).

Nel breve periodo gli shock che fanno variare il PIL sono solo shock alla domanda (teoria keynesiana = teoria della domanda).

1. Contabilità nazionale

Produzione aggregata (PIL = prodotto interno lordo): valore dei beni e servizi prodotti in un’economia (es. nazione/blocco di regioni/regione/provincia) in un dato arco temporale (di solito un anno ma anche un trimestre).

Idea => produzione all’interno di un dato confine geografico, a differenza per esempio del PNL (= prodotto nazionale lordo) che consiste nel valore dei beni e servizi prodotti dai residenti in un’economia, ovunque essi si trovino (fa riferimento alla nazionalità delle persone e delle imprese: dove sta la sede legale di un’economia).

Es. Se un’azienda francese produce in Italia, la sua produzione rientra nel PIL italiano ma non rientra nel PNL.

Produzione e reddito sono strettamente collegati: li useremo come sinonimi. Più produciamo e più gli stipendi crescono.

PIL: 3 metodi di calcolo

1. Valore dei beni e servizi finali (*) prodotti nell’economia in un dato periodo di tempo t (vendite al pubblico, incluse esportazioni a qualsiasi stadio (**) - importazioni materie prime o beni intermedi (***)).

Es. tutto quello che noi importiamo deve essere tolto dal PIL perché fa parte del PIL degli altri paesi.

(*) Devono essere sottratti tutti i consumi intermedi. Anche compattando due imprese in un’unica impresa (integrazione verticale) si ottengono gli stessi risultati: la produzione aggregata non dipende dal fatto che le imprese decidano di fondersi o meno. Non potrebbe essere diversamente, altrimenti si penalizzerebbero i paesi con struttura produttiva molto integrata verticalmente (che producono “dalla culla alla tomba”, es. dall’estrazione del metallo alla costruzione della macchina), premiando invece i paesi con una struttura molto frazionata/frammentata. Ecco perché è necessario considerare solo la produzione finale.

(**) Per le esportazioni si può anche contabilizzare il valore dei consumi intermedi e persino delle materie prime. Ecco perché il PIL di alcuni paesi arabi è molto elevato: non producono beni finali, ma producono petrolio e gas naturale (materie prime, ma quando attraversano i confini degli Emirati Arabi entrano a far parte del loro PIL).

(***) Tutto quello che noi importiamo deve essere tolto dal nostro PIL nel momento in cui fa ingresso nel nostro paese, perché è PIL ad esempio dei Paesi Arabi o della Russia.

Es. L’Italia importa dalla Cina delle borse per consumo finale degli agenti economici: non deve essere contabilizzato nel PIL italiano (perché tutto il valore della produzione fa capo alla Cina).

Se dalla Cina venisse importata solo la pelle e il resto venisse prodotto in Italia, devo togliere dal PIL solo il valore della pelle importata.

2. Somma del valore aggiunto dell’economia in un dato periodo di tempo t (ricavi incluse esportazioni - costo materie prime e/o beni intermedi e importazioni di materie prime e/o beni intermedi).

Tutti i ricavi meno tutti i costi (delle materie prime e dei beni intermedi), ad eccezione del costo del lavoro (salari e stipendi), siccome sono le persone ad aggiungere valore.

3. Somma dei redditi e imposte indirette (es. IVA) dell’economia in un dato periodo di tempo t (profitti, salari, stipendi, tasse).

Reddito da lavoro = parte dei ricavi usata per pagare i lavoratori; il resto rimane all’impresa = reddito da capitale o profitto.

Le tasse sono da trattare come se fossero un reddito, un reddito per lo stato.

[Se i profitti non sono esplicitati, devono essere calcolati facendo quadrare i due lati del conto economico].

1. vs. 3.: ecco perché si parla indifferentemente di reddito o prodotto!

Esempio.

L’impresa B compra acciaio dall’impresa A.

NB. Il metodo 2 e il metodo 3 devono dare lo stesso risultato, mentre il metodo 1 no.

Imp. Come abbiamo già detto, va contata solo la produzione finale, altrimenti andremmo a penalizzare le imprese con una produzione molto aggregata.

La struttura produttiva non conta nel calcolo del PIL.

Vediamo cosa cambia se consideriamo un’unica impresa aggregata.

Calcolo del tasso di crescita del PIL nominale e reale

Il PIL nominale è la somma delle quantità dei beni e servizi finali valutati al loro prezzo corrente. Questa definizione suggerisce che il PIL nominale cresce nel tempo per due ragioni: primo, perché la produzione di beni e servizi cresce nel tempo; secondo, perché il prezzo di beni e servizi cresce anch’esso nel tempo.

Quindi il PIL nominale comprende anche l’inflazione.

Se il nostro obiettivo è misurare la produzione e le sue variazioni nel tempo, dobbiamo eliminare l’effetto dell’aumento dei prezzi dalla nostra misura del PIL. A questo scopo si costruisce il PIL reale come la somma delle quantità di beni finali valutati a prezzi costanti (invece che correnti).

Rispetto all’esempio di prima si estende l’arco temporale (almeno 2 anni).

Per valutare l’andamento di un’economia da un anno all’altro, gli economisti considerano il tasso di crescita del PIL reale, chiamato semplicemente crescita del PIL. I periodi di crescita positiva sono chiamati espansioni, i periodi di crescita negativa sono detti recessioni.

Ma in percentuale quanta crescita è imputabile al prodotto (PIL reale) e quanta ai prezzi (inflazione)?

Il PIL reale deflaziona il tasso di crescita. Un paese è premiato se produce più beni e servizi, non se c’è un maggiore aumento dei prezzi (che erode il potere d’acquisto degli acquirenti: fenomeno penalizzante).

(Nota. L’anno base viene scelto arbitrariamente, non è per forza l’anno zero).

Almeno approssimativamente, il tasso di crescita dei prezzi (inflazione) è del 10%. Il 15% dell’aumento del PIL nominale viene scomposto nel 5% di crescita reale della produzione e nel 10% dell’aumento dei prezzi (vale se i tassi non sono troppo elevati).

Il tasso di inflazione

L’inflazione è un aumento sostenuto del livello generale dei prezzi, o semplicemente del livello dei prezzi. Il tasso di inflazione è il tasso al quale il livello dei prezzi aumenta nel tempo. In modo simmetrico, la deflazione è una riduzione del livello dei prezzi e corrisponde a un tasso di inflazione negativo.

Generalmente si considerano due indicatori del livello dei prezzi o indici dei prezzi: il deflatore del PIL e l’indice dei prezzi al consumo.

Il deflatore del PIL contiene informazioni in merito al prezzo medio della produzione, cioè dei beni finali prodotti nell’economia. Tuttavia, i consumatori sono interessati al prezzo medio dei beni che consumano.

Questi due prezzi medi possono differire perché i beni prodotti nell’economia non coincidono necessariamente con i beni acquistati dai consumatori.

Inflazione = tasso di crescita dei prezzi.

Tasso d’inflazione: metodi di calcolo

Ipotesi: t-1 = anno base.

Dimostriamo che il tasso di crescita nominale è dato dalla somma tra il tasso di crescita reale e l’inflazione, quando però i tassi di crescita sono bassi.

  • Calcolo con il deflatore (metodo standard).
  • Calcolo come differenza tra tasso di crescita del PIL nominale e reale.
  • Confronto tra i due metodi.

[Danno risultati simili se il PIL reale cresce a tassi ragionevolmente bassi].

2. Il mercato dei beni

Breve periodo: alternarsi di fasi espansive e recessive del ciclo economico, che non ha una durata ben precisa (in media 5 anni, ma non necessariamente). Ciclo economico: fase lunga dal 2000 al 2008.

Alternarsi di fasi espansive e di rallentamento/recessione.

→ 2001: fase di rallentamento (crollo delle torri gemelle + rallentamento economico fisiologico).

→ Fase di crescita.

→ 2008: Vigilia dello shock della crisi finanziaria.

Si vede come può essere repentina una fase recessiva.

[Medio periodo: non guardiamo l’andamento ciclico, ma studiamo il trend, un’interpolante di almeno un alternarsi di fase espansiva e recessiva, e in particolare l’inclinazione di questo trend, mettendo a confronto più paesi.]

  • Breve periodo: prezzi costanti (→ le imprese riescono a far fronte a qualsiasi shock della domanda, dal momento che, siccome il periodo è breve, non sono così ampi e non vanno a scontrarsi con il fatto che le imprese hanno capacità produttiva limitata).
  • Medio periodo: prezzi variabili, almeno un input fisso.
  • Lungo periodo: prezzi variabili, input variabili (anche il capitale).

Produzione = Y.

La domanda (aggregata/spesa) = Z = C + I + G + X - M.

  • Acquisto di beni e servizi da parte delle famiglie (consumo = C; comprendono anche consumi di beni durevoli ma non la domanda di immobili residenziali da parte delle famiglie, che ricadono invece negli investimenti).
  • Acquisto di macchinari e impianti da parte delle imprese e immobili (investimento = I).
  • Acquisto di beni e servizi da parte del settore pubblico, lo stato (spesa pubblica = G; tutto ciò che è di proprietà pubblica è domanda dello stato, che raccoglie le imposte e le usa per pagare i servizi e beni pubblici. La spesa pubblica per beni e servizi comprende sia la spesa per consumi sia quella per investimenti pubblici e i servizi includono anche quelli forniti dagli impiegati pubblici, cioè il valore dei loro stipendi).
  • Acquisto di beni e servizi da parte del settore estero (esportazioni, importazioni).

[Noi assumiamo però che la nostra economia sia chiusa, ovvero X = M = 0].

La differenza tra beni prodotti e beni venduti in un dato anno prende il nome di investimento in scorte.

Se Y>Z si accumulano scorte => Y-Z = investimento in scorte.

[La differenza tra esportazioni e importazioni è chiamata esportazioni nette o saldo commerciale. Se le esportazioni eccedono le importazioni, il paese registra un avanzo commerciale. Se invece le esportazioni sono inferiori alle importazioni, il paese presenta un disavanzo commerciale.]

L’Italia è una grande esportatrice di manufatti, moda, cibo… le esportazioni costituiscono solo l’1,5% perché sono nette (= esportazioni meno importazioni) e noi siamo infatti anche dei grandi importatori. Tipico delle economie fortemente integrate, di solito dei paesi piccoli.

I paesi piccoli sono tipicamente paesi con confini molto permeabili. Per esempio, il Lussemburgo ha esportazioni di servizi finanziari altissime e tutto il resto lo importa.

L’Italia è sempre stata sia esportatrice che importatrice.

Gli Stati Uniti sono invece un paese meno permeabile e lo squilibrio nella bilancia commerciale, ovvero l’eccesso di importazioni sulle esportazioni, è stata una delle cause della crisi del 2008 e questo ha avuto effetti su capitali esteri e tassi di cambio.

Domande a cui vogliamo rispondere: qual è la produzione (o il reddito) di equilibrio? Qual è l’impatto di una variazione dei gusti o della fiducia dei consumatori? Qual è l’impatto di politiche fiscali o di politiche monetarie in termini di benessere (reddito)?

Ipotesi del modello:

1. Prezzi costanti = assenza di limiti alla capacità produttiva, altrimenti le imprese si schianterebbero contro la disponibilità dei

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher claramarossi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Dalla Pellegrina Lucia.
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