Keynes e il "vecchio" modello classico
Introduzione
Il dibattito tra "Keynes e i classici" risale alla metà degli anni '30 ed è proseguito da allora in poi in varie forme. Per economia classica intendiamo l'economia anteriore alla Teoria generale di Keynes, la quale si basava sulla certezza dell'esistenza di una naturale capacità dei meccanismi di mercato di mantenere l'equilibrio di piena occupazione.
- La scuola del ciclo d'equilibrio, che consideriamo interna alla nuova macroeconomia classica, porta avanti la tradizione degli economisti classici e sottolinea la capacità di ottimizzazione di agenti economici nel contesto delle forze di mercato;
- La nuova scuola keynesiana ritiene che per spiegare le fluttuazioni economiche non basti studiare gli intrichi dell'equilibrio generale, ma occorra anche capire la possibilità di vasti malfunzionamenti dei meccanismi di mercato.
In ogni caso dobbiamo tener conto di ciò: (1) prima di Keynes non esisteva una singola teoria unificata o formalizzata dell'occupazione aggregata (di cui si occupa la macroeconomia), al contrario tra gli economisti esistevano sostanziali divergenze quanto alla natura e all'origine dei cicli economici e (2) solo dopo, proprio con l'esigenza di confrontarsi con la teoria di Keynes, nacque una vera e propria struttura della macroeconomia.
La macroeconomia classica
Su cosa si basava l'economia classica? Lo abbiamo in parte già detto: sulla consapevolezza che un'economia capitalistica di mercato possa deviare dal suo equilibrio del prodotto e dell'occupazione solo per breve tempo; essa quindi contemplava solo ed esclusivamente la possibilità di perturbazioni dell'equilibrio temporanee. E come questo poteva essere possibile? O meglio, come l'equilibrio sarebbe riuscito a ristabilirsi in breve tempo? Semplice, per gli economisti classici il mercato sarebbe intervenuto prontamente ed efficacemente a restaurare l'equilibrio di piena occupazione e quindi l'intervento dello Stato sarebbe stato inutile o peggiorativo.
Si legge quindi una evidente fiducia dei classici in un "potere ottimizzante" delle forze di mercato e l'idea che l'intervento pubblico, lontano dal creare armonia, sia soltanto dannoso. Ecco che per gli economisti classici l'idea di "piena occupazione" era la normalità; questa normalità verrà poi duramente attaccata da Keynes.
Modello classico
Ora vediamo il modello classico, ovvero la spiegazione di come gli economisti classici siamo potuti giungere ad una conclusione così ottimistica (che vedremo derivare da concezioni di microeconomia). Questi assunti che elenchiamo garantiscono che i mercati del modello classico, compreso quello del lavoro, siano sempre in equilibrio:
- Tutti gli agenti economici (imprese e famiglie) sono razionali e mirano a massimizzare i loro profitti o la loro utilità; inoltre non vi è illusione monetaria.
- Tutti i mercati sono perfettamente concorrenziali.
- Gli agenti conoscono perfettamente le condizioni e i prezzi di mercato prima di impegnarsi nello scambio.
- Lo scambio ha luogo soltanto quando in tutti i mercati si siano stabiliti prezzi tali da equilibrare il mercato (p= cmg).
- Gli agenti hanno aspettative stabili.
Per vedere come il modello classico spieghi la determinazione delle macrovariabili cruciali, analizzeremo un'economia divisa in due settori: quello reale e quello monetario (o cosiddetti reale e nominale). Inoltre, per semplificare l'analisi utilizzeremo (per ora) un'economia chiusa, priva cioè di commercio, scambi, con l'estero.
- La teoria classica della determinazione dell'occupazione e del prodotto;
- La legge dei mercati di Say;
- La teoria quantitativa della moneta.
Mentre le prime due componenti mostrano come i valori d'equilibrio delle variabili reali del modello vengano determinati interamente nei mercati del lavoro e delle merci; la terza componente spiega come siano determinate le variabili nominali del sistema. Ecco che nel modello classico esiste una dicotomia: i settori reale e monetario sono separati. Ne consegue che variazioni nella quantità di moneta non influenzano i valori d'equilibrio delle variabili reali del modello.
Con le variabili reali invarianti rispetto a variazioni nella quantità di moneta, gli economisti classici sostenevano che la quantità di moneta è neutrale; ciò significa che il livello del prodotto reale è indipendente dalla quantità di moneta presente nell'economia.
Ci chiediamo: cosa determina il prodotto reale? La risposta l'abbiamo dalla funzione di produzione di breve periodo. Essa è una funzione che esprime la quantità massima di prodotto che un'impresa può ricavare da un dato ammontare di fattori: Y(K, L) → quanto più lavoro (L) e capitale (K) si impiegano, tanto maggiore sarà il prodotto ottenuto. Nel breve periodo però si assume che l'unico input variabile sia il lavoro, il capitale è quindi fisso (K') e anche la tecnologia.
Quando si considera l'economia nel suo complesso, la quantità di prodotto aggregato (PIL = Y) dipende anche dalla quantità degli input impiegati e dall'efficienza con cui vengono utilizzati. Questa relazione nota come funzione di produzione aggregata di breve periodo può essere scritta nella forma seguente: Y = A F (K,L)
- Y = prodotto reale per periodo
- K = quantità di input di capitale impiegati per periodo
- L = quantità di input di lavoro impiegati per periodo
- A = indice della produttività totale dei fattori
- F = funzione che collega il prodotto reale agli input K e L
La funzione di produzione aggregata di breve periodo ha una caratteristica particolare: essa mostra rendimenti di scala decrescenti rispetto all'input variabile, il lavoro, com'è indicato dall'inclinazione della funzione di produzione (ΔY/ΔL) che diminuisce al crescere dell'occupazione. Incrementi successivi della quantità di lavoro impiegato danno un prodotto addizionale sempre minore; infatti ΔY/ΔL = prodotto marginale del lavoro (PML).
Ecco che associamo l'incremento dell'occupazione al decremento del prodotto marginale del lavoro.
Per capire il modello di mercato del lavoro dei classici bisogna considerare il lavoro impiegato da un'impresa (microeconomia) per massimizzare il profitto. La ben nota condizione di massimizzazione del profitto è Rmg=Cmg, ovvero il ricavo marginale deve essere uguale al costo marginale di produzione e in un'economia perfettamente concorrenziale si avrà: Rmg= P=Cmg → P = Cmg.
Se un'impresa assume lavoratori in un mercato concorrenziale deve pagare ad ogni lavoratore addizionale un salario uguale a W e quindi il costo addizionale da sostenere per assumere un lavoratore addizionale sarà W ΔL. Mentre il ricavo addizionale generato da un lavoratore addizionale è dato dall'incremento di prodotto ottenuto (ΔQ) moltiplicato per il prezzo del prodotto dell'impresa (P) → ricavo addizionale = P ΔQ. Per massimizzare il profitto deve necessariamente essere quindi: P ΔQ = W ΔL.
Essendo ΔQ/ΔL il prodotto marginale del lavoro, otteniamo che un'impresa dovrebbe assumere lavoratori finché il prodotto marginale del lavoro non uguaglia il salario reale.
A causa dei rendimenti decrescenti il PML è una funzione decrescente della quantità di lavoro impiegato, la curva PML è inclinata verso il basso. Poiché abbiamo dimostrato che il profitto è massimizzato quando un'impresa uguaglia il PML a W/P, la curva del prodotto marginale è equivalente alla curva della domanda di lavoro dell'impresa (DL):
- DL (W/P) → la domanda di lavoro è una funzione inversa del salario reale: quanto minore è il salario reale, tanto più lavoro verrà impiegato reddittivamente.
In questo ragionamento abbiamo analizzato il comportamento di una singola impresa ma tutto questo ragionamento può essere esteso all'economia nel suo complesso. Ecco che la funzione aggregata del lavoro è: DL (W/P) = LD.
Ora dobbiamo considerare il lato dell'offerta di lavoro e si assumerà che le famiglie mirino a massimizzare la loro utilità. Pertanto l'offerta di mercato del lavoro è una funzione positiva del salario reale: SL (W/P) = LS.
Quanto lavoro venga offerto da una data popolazione dipende dalle preferenze delle famiglie fra consumo e tempo libero, essendo entrambe queste opzioni dotate di utilità positive. Ma per consumare si deve guadagnare del reddito sostituendo tempo libero con tempo di lavoro; pertanto le preferenze dei lavoratori e il salario reale determinano l'ammontare d'equilibrio di lavoro offerto. Un aumento di salario reale rende il tempo libero più costoso in termini di reddito sacrificato e tende ad accrescere l'offerta di lavoro → effetto sostituzione.
Tuttavia un aumento del salario reale ha anche un altro effetto, quello di migliorare la situazione dei lavoratori, i quali possono quindi permettersi di optare per un aumento di tempo libero → effetto reddito. Il modello classico assume che l'effetto sostituzione prevalga su quello reddito, cosicché l'offerta di lavoro reagisce positivamente ad aumenti del salario reale.
Ecco derivate le curve di domanda e d'offerta del lavoro. Ora passiamo a esaminare la determinazione del prodotto e dell'occupazione in condizioni di equilibrio di concorrenza nel modello classico. Il mercato del lavoro classico esprime le forze della domanda e dell'offerta, le quali stabiliscono un salario reale d'equilibrio (W/Peq) e un livello d'equilibrio dell'occupazione (L). Se il salario reale fosse minore di W/Peq vi sarebbe un eccesso di domanda delle imprese concorrenti, riportando il salario reale al suo valore d'equilibrio. Se il salario reale fosse al di sopra del livello di equilibrio, vi sarebbe un eccesso di offerta di lavoro e in questo caso i salari monetari scenderebbero fino a riportare il salario reale a W/Peq.
Nel modello classico questo risultato è garantito in quanto gli economisti classici assumevano mercati perfettamente concorrenziali, prezzi flessibili e informazione completa. Ecco che il livello dell'occupazione d'equilibrio (Leq) rappresenta la "piena occupazione", in quanto tutte le forze di lavoro che desiderano occuparsi al salario reale d'equilibrio hanno la possibilità di farlo.
Mentre la scheda SL indica quanti sono disposti ad accettare offerte di lavoro per ciascun salario reale, la scheda LT indica il numero totale di quanti desiderano essere fra le forze di lavoro per ciascun salario reale. Nell'analisi svolta abbiamo visto che nel modello classico la concorrenza nel mercato del lavoro assicura la piena occupazione. Nessuno di quanti desiderano lavorare per il salario reale d'equilibrio rimane disoccupato. In questo senso i "postulati classici non ammettono la possibilità di disoccupazione involontaria".
Tuttavia gli economisti classici si rendevano perfettamente conto che poteva verificarsi un persistente eccesso della disoccupazione rispetto al suo livello d'equilibrio, se si imponevano delle restrizioni artificiali alla funzione equilibrante dei salari reali.
Keynes considerava l'esito d'equilibrio rappresentato come un "caso speciale" tutt'altro che tipico della "società economica reale in cui viviamo". L'equilibrio di piena occupazione del modello classico era un caso speciale perché corrispondeva a una situazione in cui la domanda aggregata era esattamente sufficiente ad assorbire la quantità prodotta, ma gli economisti classici invocando la "legge di Say" negavano la possibilità di un'insufficienza della domanda aggregata.
La legge di Say
Nell'economia capitalistica una classe sociale, i capitalisti, possiede i mezzi di produzione e può quindi decidere e controllare il processo produttivo, mentre la classe dei lavoratori non ha altra possibilità che vendere il proprio lavoro ai capitalisti in cambio di un salario in moneta (salario monetario). Chiediamoci come si avvia un ciclo produttivo. I capitalisti acquistano forza-lavoro e la impiegano per produrre merci. In un'economia in cui gli scambi avvengono in moneta (economia monetaria), i capitalisti avviano la produzione solo se prevedono di poter vendere la merce facendo adeguati profitti. I lavoratori, venuti in possesso dei loro salari, li spendono per comprare beni di consumo (supponiamo per semplicità che spendano tutti i loro salari; che non risparmino).
I capitalisti decidono che cosa produrre e quanto produrre di beni di consumo (alimentari, vestiario…) acquistati dai lavoratori (per i quali c’è la relativa domanda) e di beni strumentali o di investimento (impianti, macchinari, combustibili...) utilizzati dalle stesse imprese per lo svolgimento del processo produttivo.