Macroeconomia: misurazione e determinazione del PIL
La macroeconomia studia le interazioni tra le differenti variabili e studia le variabili che riguardano il sistema economico nel suo complesso. Ad esempio, la macroeconomia studia fenomeni come l’inflazione, la disoccupazione, la contabilità nazionale, la crescita economica, lo sviluppo economico di un sistema. Tutte variabili che si riferiscono al sistema economico nel suo complesso e non al singolo agente economico.
Si studia l’andamento di un Paese considerando il PIL (prodotto interno lordo) e si può analizzare la crescita economica di un sistema economico sia a breve, sia a lungo periodo. Quando si fa riferimento all’andamento del reddito nazionale di breve periodo, si fa riferimento al ciclo economico di un sistema, che è costituito da diverse fasi: crescita, espansione, crisi, depressione. Queste fasi del ciclo economico di un Paese possono avere una durata molto breve, nel senso che le fasi cicliche si possono invertire nel corso di un anno, oppure hanno la necessità di più anni. Tendenzialmente, un sistema economico ha una crescita positiva, di lungo periodo. Tale trend positivo, però, può conoscere delle fasi alterne, che costituiscono il ciclo economico del reddito.
Rappresentazione grafica del ciclo economico
Volendo dare una rappresentazione grafica del ciclo economico e del trend in crescita, consideriamo un sistema di assi cartesiani, ponendo il livello di reddito nazionale in y e la variabile tempo in x. Come detto, il trend di crescita risulta essere solitamente positivo. E il ciclo economico conosce diverse fasi: crescita, espansione, crisi, depressione. Questi andamenti possono essere più o meno lunghi o brevi.
Prodotto interno lordo
Il prodotto interno lordo può essere visto o come valore della produzione di beni e servizi, oppure come valore della spesa per l’acquisto di beni e servizi, oppure ancora come valore dei redditi distribuiti. Se si considerano le famiglie, da un lato, e le imprese dall’altro, si può considerare il flusso del reddito che avviene tra le famiglie e le imprese, come se fosse un piccolo sistema economico. In tale sistema economico le famiglie offrono il proprio lavoro, acquistando beni e servizi dalle imprese e, contestualmente, ricevono dalle imprese un salario. Quindi, oltre al flusso monetario si ha anche un flusso di beni e servizi. Le imprese, dall’altro lato, assumono i lavoratori e quindi sono datori di lavoro, producono beni e servizi per le famiglie e raggiungono profitti dati dalla vendita di beni e servizi.
Il prodotto interno lordo è il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti da una nazione in un determinato periodo di tempo. Solitamente il periodo di tempo considerato è un anno, ma potrebbe essere anche un trimestre.
Nel definire il PIL si fa riferimento al valore di beni e servizi finali poiché, nel computo del PIL, si devono escludere i beni intermedi, ossia i beni che hanno concorso nella produzione del bene finale. Ad esempio, per produrre il bene finale “pane” vengono utilizzati diversi beni intermedi, come farina, lievito, sale. Quello che viene computato nell’ambito del PIL è solo il bene “pane” perché se dovessimo computare anche i beni intermedi, è come se lo calcolassimo due volte. Ed ecco perché si considerano esclusivamente i beni e i servizi finali. In altri termini, si considera quello che è il valore aggiunto del bene, ossia l’incremento di valore di una merce che esce dal processo produttivo.
Si parla di prodotto interno lordo perché è al lordo degli ammortamenti. Per ammortamento si intende il procedimento con il quale si distribuiscono su più esercizi i costi di beni a utilità pluriennale che perdono valore a causa della loro obsolescenza. Il carattere lordo del P.I.L. sta a indicare che è incluso nel suo valore, una quota dei beni strumentali (macchine, impianti, mezzi di trasporto, ecc.) che si deprezzano nel corso del processo produttivo. Per calcolare il valore di quanto di questi beni strumentali è sopravvissuto al deprezzamento fisico e tecnologico è stata introdotta la definizione di Prodotto Interno Netto (P.I.N.) che si ottiene sottraendo al valore del≡P.I.L. il valore degli ammortamenti: PIN = PIL – Ammortamento.
Altro elemento della definizione del P.I.L. sono i prezzi utilizzati per valutarlo, che possono essere correnti o costanti:
- Quando moltiplico le quantità prodotte per i relativi prezzi di quel periodo si dice P.I.L. a prezzi correnti. Ad esempio la quantità di prodotti del 2010 ai prezzi dello stesso anno. Questo significa che a parità di quantità prodotta, aumentando i prezzi da un anno all’altro, proporzionalmente aumenta anche il P.I.L.
- Per eliminare gli aumenti di prezzo ed evidenziare solo gli aumenti della produzione, si fa riferimento al P.I.L. a prezzi costanti. Per far questo si utilizzano i prezzi di un determinato anno, anno base (ad esempio il 1995) e si calcola la produzione con i prezzi di quell’anno per tutti gli anni in esame. In tal modo la variazione di produzione si avrà solo sulla quantità escludendo gli aumenti di prezzo. Il P.I.L. a prezzi costanti è quello che viene comunemente indicato dagli organi di stampa.
Nella definizione di PIL si fa riferimento anche al territorio nazionale. In altri termini, si considerano nel calcolo del prodotto interno lordo quei beni e quei servizi prodotti sul territorio nazionale, a prescindere della residenza. Se, invece, dovessimo considerare soltanto i residenti si parlerebbe di prodotto nazionale netto.
Il PIL è dato dalla somma del consumo più gli investimenti privati, più la spesa pubblica, più la differenza tra esportazioni e importazioni.
Y = C + I + G + (X – M) (legenda: Y PIL, C consumi, I investimenti, G spesa pubblica, X esportazioni, M importazioni. Differenza X – M è detta esportazioni nette)
In tale “equazione” non viene inclusa la tassazione, anche se essa incide in maniera indiretta sul livello del PIL perché, nel calcolo del reddito e del reddito nazionale, si deve considerare il livello del reddito disponibile e su questo si calcola la tassazione.
Principali variabili macroeconomiche: inflazione e disoccupazione
Disoccupazione
Per disoccupato si intende chi cerca attivamente il lavoro ma effettivamente non riesce a trovarlo. Pertanto è disoccupato chi è disposto a lavorare, è iscritto al collocamento, manda curriculum, fa colloqui di lavoro. Il tasso di disoccupazione è dato dal numero dei disoccupati fratto la forza lavoro per cento. La forza lavoro è data dagli occupati più i disoccupati. Il tasso di partecipazione al lavoro, invece, è dato dalla forza lavoro fratto la popolazione adulta per cento.
- Forza lavoro = n. occupati + n. disoccupati
- Tasso di disoccupazione = (n. disoccupati / forza lavoro) × 100
- Tasso di partecipazione al lavoro = (forza lavoro / popolazione adulta) × 100
Inflazione
Per inflazione si intende un aumento generalizzato e persistente del livello generale dei prezzi. L’aumento dei prezzi riguarda una pluralità di beni e servizi e solitamente si fa riferimento a un paniere individuato dall’ISTAT. Il tasso di inflazione viene misurato in maniere differenti: tramite l’indice dei prezzi al consumo o tramite il deflatore del PIL. Solitamente è dato dal rapporto tra il livello generale dei prezzi riferito al tempo T meno il livello generale dei prezzi misurato nell’anno precedente, fratto il livello generale dei prezzi, tutto moltiplicato per 100:
\(\pi = \frac{{P_t - P_{t-1}}}{{P_{t-1}}} \times 100\)
La disoccupazione e l’inflazione
Le diverse tipologie di disoccupazione
Come detto il disoccupato è colui che cerca attivamente il posto di lavoro ma non lo trova. Il fatto che ci siano delle risorse inutilizzate comporta dei costi sociali per colui che non riesce a trovare un’occupazione e naturalmente dei costi in termini economici perché il livello di reddito potenziale a cui un sistema economico potrebbe puntare risulta differente dal livello di reddito effettivo, non impiegando tutte le risorse a sua disposizione. Ciò vale non solo per il fattore produttivo lavoro, ma per una qualsiasi tipologia di risorsa. La teoria classica supponeva che tutte le risorse venissero utilizzate, quindi ipotizzava il pieno impiego delle risorse produttive. Tuttavia, è possibile che non tutte le risorse siano pienamente impiegate. Tra le risorse rientra il lavoratore ed ecco perché vi è la distinzione tra le diverse tipologie di disoccupazione.
Tra queste vi è la disoccupazione volontaria, di stampo classico. I classici ritenevano che il disoccupato fosse colui che volontariamente non accettava un posto di lavoro perché non corrispondente alle proprie aspettative. Tutti i mercati, per i neoclassici, risultano essere in equilibrio. Il mercato di occupazione è in equilibrio quando la domanda di lavoro corrisponde all’offerta di lavoro. Pertanto anche nel mercato del lavoro si determina un livello di salario di equilibrio. Più basso è il salario, più l’impresa è disposta a assumere nuovi lavoratori. Pertanto, la domanda risulta essere decrescente rispetto al tasso di salario reale. La funzione di offerta, invece, sarà maggiore quanto maggiore sarà il salario reale.
La domanda e l’offerta di lavoro si incontrano in un punto E che determina una posizione di equilibrio, in cui la domanda del fattore lavoro è uguale all’offerta del fattore lavoro. Se la domanda del fattore produttivo lavoro è superiore rispetto all’offerta, il mercato ritorna in equilibrio tramite una variazione verso l’alto del livello salariale. Questa è la spiegazione del mercato del lavoro per i classici. Il mercato del lavoro ritorna automaticamente ad un punto di equilibrio. Dal salario dipendono la domanda e l’offerta del fattore produttivo lavoro. Se su un sistema di assi cartesiani poniamo il salario e l’offerta del lavoro, noteremo che la domanda del fattore produttivo lavoro è relazionata inversamente al salario, mentre l’offerta è direttamente relazionata al salario. Dall’intersezione si determina una posizione di equilibrio con il livello di salario reale e la domanda e l’offerta di lavoro risultano uguali.
Dopo un certo livello di salario, però, la curva di offerta di lavoro si ritorce su se stessa. Per un livello W2 chi offre lavoro non è più disposto a farlo ed è per questo che la curva ritorna su se stessa, incontrando un nuovo punto, che chiamiamo E’, che però non è una posizione di equilibrio.
Critiche di Keynes
Questa impostazione del ritorno automatico, tuttavia, è stata criticata da Keynes. Infatti, l’economista, avendo vissuto la grande crisi del 1929, notò come, nel sistema economico, ci fossero soggetti che pur disposti a lavorare non trovavano un posto di lavoro. A Keynes va attribuita la c.d. disoccupazione involontaria. Vi sono soggetti che sono disposti a lavorare anche a un salario più basso, ma che non riescono a trovare un posto di lavoro. Durante la crisi degli anni ’30 la disoccupazione era molto elevata e non poteva essere spiegata con l’impostazione neoclassica.
Keynes affermava che non sempre le posizioni di equilibrio raggiunte potevano essere posizioni di piena occupazione delle risorse. Potevano essere delle posizioni di equilibrio di sotto –occupazione. Il reddito di equilibrio potenziale può essere differente dal reddito di equilibrio effettivo nel momento in cui le risorse non sono tutte pienamente impiegate.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, Keynes criticava la possibilità che si potesse raggiungere facilmente una posizione di equilibrio, poiché i sindacati non permettono che il salario possa ascendere sotto un livello minimo. Inoltre, sosteneva che pur ammettendo che il salario potesse calare al di sotto del salario minimo garantito, i soggetti economici non raggiungevano un livello di reddito tale da poter incrementare i consumi. Di conseguenza, i consumi della famiglia venivano limitati e il sistema economico non riusciva ugualmente a crescere.
Altre tipologie di disoccupazione
Un’altra tipologia di disoccupazione è quella frizionale, anch’essa inserita nell’ambito della teoria neoclassica. La disoccupazione frizionale indica la condizione di coloro che non hanno un’occupazione e interessa il breve termine, per coloro che cercano lavoro per la prima volta oppure stanno cambiando impiego. Un’ulteriore tipologia di disoccupazione è la disoccupazione strutturale, che è dovuta dalla differente formazione professionale che hanno gli offerenti di lavoro rispetto la richiesta dei datori di lavoro. Nell’ambito di tale disoccupazione, può essere compresa la disoccupazione tecnologica. Questa tipologia di disoccupazione è dovuta dall’introduzione di macchinari e impianti nel processo produttivo che riduce la quantità di lavoro impiegata per ogni unità di prodotto.
Occorre menzionare anche la disoccupazione naturale o tasso naturale di disoccupazione, di cui parla Friedman. La disoccupazione naturale è un tasso di disoccupazione che viene rilevato statisticamente, per cui ogni Paese ha un tasso di disoccupazione insito nel sistema economico dovuto a differenti motivazioni. Su un sistema di assi cartesiani, poniamo il salario reale W in ordinata e il numero dei lavoratori NL in ascissa. Tracciamo la retta decrescente LD che rappresenta la domanda del fattore lavoro. La curva crescente LF rappresenta, invece, la forza lavoro del sistema. Infine, la retta, sempre crescente, AJ rappresenta il numero di lavoratori che desidera accettare lavoro. L’equilibrio si realizza nel punto E, in cui si determina il livello di salario di equilibrio e l’offerta di lavoro risulta essere uguale alla domanda di lavoro. Tuttavia, la forza lavoro LF è più a destra rispetto a tale punto di equilibrio. Pertanto la distanza EF rappresenta il tasso naturale di disoccupazione registrato statisticamente.
L'inflazione
L’inflazione è un aumento generalizzato e persistente del livello generale dei prezzi che comporta una riduzione del potere d’acquisto. Vi è anche la deflazione che si verifica quando il livello generale dei prezzi anziché aumentare si sta riducendo. Si distingue, inoltre, tra inflazione strisciante e inflazione galoppante. L’inflazione è detta strisciante quando il tasso di inflazione raggiunge valori moderati, mentre è detta galoppante quando il tasso raggiunge valori elevatissimi. Le cause dell’inflazione sono molteplici. Ad esempio, si parla di inflazione da importazione, quindi dipendente da beni o fattori produttivi importati.
Un altro esempio è di stampo keynesiano. Keynes afferma che nel momento in cui, in un regime di pieno impiego delle risorse, la domanda supera l’offerta, il livello generalizzato dei prezzi aumenta. Un’altra tipologia è l’inflazione da costi. Supponendo che aumenti il costo di una materia prima, gli imprenditori aumenteranno il prezzo di vendita dei beni. Lo stesso ragionamento è possibile farlo con l’aumento dell’IVA.
I monetaristi, tra cui Friedman, affermano che l’aumento generalizzato dei prezzi dipende dall’aumento della quantità di moneta in circolazione. In base alla teoria quantitativa della moneta, MV = PQ, dove M è la moneta in circolazione, V è la velocità di circolazione, P è il livello generale dei prezzi e Q è la quantità di beni e servizi. In base alla teoria quantitativa della moneta, la velocità di circolazione (V) e la quantità di beni e servizi (Q) risultano essere costanti. La velocità di circolazione è costante poiché si presuppone che, nel breve periodo, i soggetti non cambiano le proprie scelte. La quantità di beni e servizi è costante perché vi è la piena occupazione delle risorse, per cui le uniche variabili risultano essere la moneta in circolazione e il livello generale dei prezzi. Pertanto, ad un aumento della quantità di moneta in circolazione, corrisponde un aumento del livello generale dei prezzi.
La teoria di Philips
Un’applicazione del legame sussistente tra salario reale, da un lato, e tasso di disoccupazione e tasso di inflazione, dall’altro, fu condotta da Phillips. Tramite delle verifiche empiriche relative allo studio sul tasso di disoccupazione e sul livello salariale, Phillips notava un trade off, ossia una relazione inversa sussistente tra queste due variabili. Se su un sistema di assi cartesiani, poniamo il tasso di disoccupazione e il livello di salario reale, notiamo una relazione inversa tra queste due variabili. Questa relazione, non solo è decrescente, ma taglia l’asse delle ascisse. Se il livello di salario è alto, il tasso di disoccupazione si riduce poiché più soggetti sono disposti a lavorare, mentre più è elevato il tasso di disoccupazione, più basso è il salario reale. Vi è un punto in cui la curva taglia l’asse delle ascisse. In questo punto il salario è pari a zero, ma vi è comunque un tasso di disoccupazione che corrisponde al tasso naturale di disoccupazione.
La curva di Philips che poneva in relazione il tasso di disoccupazione e il livello di salario reale, fu utilizzata per analizzare il trade off tra il tasso di disoccupazione e il tasso di inflazione. Questo passaggio dalla prima relazione studiata da Philips e quella riguardante il trade off tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione deriva dall’inflazione dei costi. In altri termini, un aumento del costo del fattore produttivo lavoro, quindi un aumento del salario reale, comporta un aumento da parte degli imprenditori del prezzo dei beni, per recuperare il costo aggiuntivo.
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