Capitolo II concetti
Osservazioni introduttive
Accade che due o più cose portino lo stesso nome. Detto altrimenti, accade che uno stesso vocabolo denoti oggetti diversi e magari irrelati, eterogenei. De te fabula narratur. Il vocabolo 'interpretazione' è usato nei più svariati contesti per riferirsi ad attività che poco o nulla hanno in comune. Quanto diverse e quanto eterogenee siano le attività che usiamo chiamare 'interpretazione', basta qualche esempio per mostrarlo:
- Interpretare il Clavicembalo ben temperato (riferito ad un clavicembalista)
- Interpretare il Clavicembalo ben temperato (riferito ad un ascoltatore)
- Interpretare il Macbeth (riferito ad un attore)
- Interpretare il Macbeth (riferito ad uno spettatore)
- Interpretare i sintomi di una malattia
- Interpretare i dati di un esperimento
- Interpretare un gesto come un saluto (anziché come una minaccia)
- Interpretare un sogno
- Interpretare la prima guerra mondiale come esito delle tendenze imperialistiche del capitalismo
- Interpretare un decesso come assassinio premeditato (anziché come suicidio o incidente)
- Interpretare i risultati delle ultime elezioni
- Interpretare l'art. 2 della costituzione
Naturalmente, qualunque insieme di oggetti disparati può essere ricondotto ad unità: a condizione di usare concetti tanto indeterminati da risultare privi di qualsivoglia utilità. Così ad esempio — qualcuno potrebbe dire di fatto, molti dicono — che interpretare è, sempre, attribuire "senso" o "significato". Ma, disgraziatamente, vi sono tanti concetti di 'senso' e di 'significato' quanti sono i concetti di 'interpretazione'. Sicché la tesi che tutte le diverse attività che vanno sotto il nome di 'interpretazione' consistano nell'attribuire senso o significato ad alcunché non è per nulla illuminante. Al contrario, è, ad un tempo, sintomo e fonte di confusione mentale. Qualunque teoria "generale" dell'interpretazione che pretenda di ricondurre sotto un unico concetto le diverse cose che nell'uso comune sono chiamate 'interpretazione' è destinata al fallimento.
Oggetti di interpretazione
Come si è detto, secondo l'uso corrente, molte cose eterogenee possono costituire oggetto di interpretazione, e i significati che di volta in volta il vocabolo assume paiono dipendere principalmente dal tipo di oggetto su cui l'attività interpretativa verte. In particolare, circoscrivendo l'analisi al linguaggio delle scienze sociali, 'interpretazione' sembra assumere principalmente l'uno o l'altro dei significati seguenti.
Interpretare atti
Quando si parla di interpretare un atto o comportamento umano, 'interpretare' può significare una o più d'una delle tre cose seguenti (tra le quali peraltro non sempre è facile distinguere):
- Fare congetture intorno agli scopi, alle ragioni, o alle intenzioni di un soggetto agente
- Sussumere un certo atto o comportamento sotto una classe di atti o comportamenti
- Ascrivere un valore all'atto o comportamento considerato
Interpretare eventi
Quando si parla di interpretare un evento storico o sociale, solitamente 'interpretare' significa congetturare una relazione di causa-effetto tra un certo fatto (o insieme di fatti) condizionante ed un fatto (o insieme di fatti) condizionato.
Interpretare testi
Quando si parla di interpretare un testo, 'interpretare' significa attribuire significato - senso (Sinn) e riferimento (Bedeutung) ad un qualche frammento di linguaggio (vocaboli, locuzioni, enunciati). Occorre avvertire, tuttavia, che spesso non si distingue - come pure sarebbe opportuno - tra l'interpretazione del testo in quanto tale e l'interpretazione del comportamento umano consistente nel produrre quel testo (cfr. poco sopra, al punto 1.1). Vero è che la linea di demarcazione tra le due cose, se mai sussiste (il che non è certo), è assai sottile. Nondimeno, la distinzione concettuale va tenuta ferma: altro è interrogarsi sul significato delle parole, altro è interrogarsi sulle supposte intenzioni del parlante. Per esempio, un conto è domandarsi se il vocabolo 'uomo' significhi, in un dato contesto, essere umano o maschio della specie umana; un conto è domandarsi se il tale, dicendo 'Paga i tuoi debiti', intendesse comandare, raccomandare, suggerire, o consigliare.
L'interpretazione giuridica appartiene ovviamente al genere della interpretazione testuale. In espressioni del tipo 'interpretazione giuridica', 'interpretazione del diritto', 'interpretazione della legge', 'interpretazione degli atti (o documenti) normativi', 'interpretazione di norme', e simili, il vocabolo 'interpretazione' denota grosso modo: ora, l'attività di accertare o decidere il significato di un qualche documento o testo giuridico; ora, il risultato o prodotto di tale attività, ossia il significato stesso. Se l'interpretazione sia attività di accertamento o di decisione è questione controversa alla quale le diverse teorie dell'interpretazione offrono risposte differenti — dell'indagine conviene lasciarla irrisolta.
Naturalmente, vi è una grande varietà di testi giuridici soggetti ad interpretazione: fonti del diritto (la costituzione, le leggi, i regolamenti, e via enumerando), atti di autonomia privata (contratti, testamenti, e quant'altro), atti giurisdizionali (sentenze), atti amministrativi, e così avanti. Tuttavia, nella letteratura in tema di interpretazione, un'attenzione speciale è dedicata, comunemente, all'interpretazione della "legge", intesa per lo più in senso “materiale", intesa cioè a designare le fonti del diritto in genere. In particolare, quando si parla della interpretazione di fonti del diritto (testi normativi, formulazioni di norme), come quasi sempre accade, 'interpretare' significa chiarire: ora il "contenuto" normativo di una disposizione (quali norme essa esprima), ora il suo "campo di applicazione" (a quali fattispecie sia applicabile): tra l'una e l'altra cosa, come vedremo, non vi è affatto coincidenza.
La definizione di 'interpretazione (giuridica) qui offerta in prima approssimazione - in diritto, interpretare è attribuire significato a testi, l’interpretazione latamente intesa ricomprende, accanto all’interpretazione testuale in senso stretto, anche una serie di altre operazioni, quali ad esempio la qualificazione di un oggetto come documento normativo; la previa identificazione delle disposizioni da cui ricavare la norma del caso; la qualificazione delle norme secondo categorie dogmatiche del tipo norme imperativa, suppletive, programmatiche, speciali; la risoluzione di antinomie; l’integrazione di lacune; l’elaborazione di sistemi dogmatici; la formulazione di argomenti atti ad accreditare la soluzione interpretativa prescelta; la qualificazione della fattispecie concreta - richiede tuttavia qualche approfondimento, giacché il termine in questione è usato con sfumature di senso abbastanza diverse da rendere controverso il suo riferimento. Almeno sei accezioni si incontrano in letteratura e vanno registrate.
Interpretazione come soluzione di dubbi intorno al significato
Taluni impiegano il vocabolo 'interpretazione' per riferirsi alla attribuzione di significato ad un testo normativo (esclusivamente) in presenza di dubbi o controversie intorno al suo significato o al suo campo di applicazione. Un testo, si dice, richiede interpretazione (solo) allorché il suo significato è oscuro o contestato, ovvero allorché è dubbio se esso sia o no applicabile ad una data fattispecie. Compito dell'interpretazione è chiarire ciò che è oscuro. In questa accezione, insomma, 'interpretazione' significa pressappoco: decisione intorno al significato non di un testo qualsivoglia o in qualunque circostanza, ma (solo) di un testo equivoco od oscuro e/o in una situazione di dubbio. La comprensione irriflessa non è dunque interpretazione. Si dà interpretazione solo quando il significato è dubbio, sicché occorre scegliere tra una pluralità di significati possibili.
Tre osservazioni paiono opportune. In primo luogo, questo concetto di interpretazione è strettamente legato ad una determinata teoria dell'interpretazione (di cui diremo diffusamente a suo luogo). La teoria secondo cui l'interpretazione è attività conoscitiva quando si esercita su testi chiari e inequivoci e/o in presenza di fattispecie cui il testo in questione è sicuramente applicabile, mentre è attività volitiva e decisoria quando si esercita su testi oscuri od equivoci e/o in presenza di fattispecie di dubbia qualificazione. In secondo luogo, questo concetto di interpretazione si riflette in quella direttiva metodologica che si esprime nelle massime "In claris non fit interpretatio" e "Interpretatio cessat in claris". A condizione, beninteso, di intendere 'interpretatio' - non nel senso originario di creazione dottrinale e/o giudiziale di diritto in presenza di lacune od oscurità nella "lex", ma nel senso moderno di interpretazione (attribuzione di significato ad un testo); per l'appunto, non si dà e non occorre interpretazione allorché un testo sia chiaro, non dia luogo a dubbi o controversie.
In terzo luogo, taluni di coloro che impiegano in questo modo il vocabolo 'interpretazione' mostrano di ritenere che, in assenza di dubbi o controversie, la decisione circa il significato del testo normativo di cui trattasi non richieda giustificazione; mentre, in presenza di dubbi o controversie, tale decisione esige di essere argomentata, sia sostenuta da ragioni. Come dire che non si dà "vera" interpretazione senza relativa argomentazione: una "interpretazione" in favore della quale non occorra addurre argomenti non è "vera" interpretazione (ma è comprensione irriflessa).
Interpretazione come comprensione del significato
Taluni impiegano il vocabolo 'interpretazione' per riferirsi a qualsiasi attribuzione di significato ad una formulazione normativa, indipendentemente da dubbi e controversie. Secondo questo modo di usare il termine, qualunque testo, in qualunque situazione, richiede interpretazione. Interpretare un testo, insomma, è comprenderlo. Può trattarsi di una "comprensione" mera, ossia di una attribuzione di significato del tutto irriflessa e intuitiva, o al contrario di una decisione consapevole e problematica (una scelta tra più alternative opportunamente soppesate). Ma, comunque, attribuire significato è interpretare: non vi è significato senza interpretazione.
In questo senso, qualsiasi decisione intorno al significato di un testo, non importa se "chiaro" od "oscuro", costituisce interpretazione. Attribuire ad un testo un significato ovvio o non controverso, come pure risolvere una controversia "facile", può non richiedere argomentazione. Nondimeno, anche un significato ovvio è pur sempre un significato, e il significato è una variabile dipendente dell'interpretazione. Attribuire ad un testo un dato significato e non un altro, come pure includere o escludere una data fattispecie dal campo di applicazione di una certa norma, per quanto possano apparire operazioni ovvie e pacifiche, costituiscono comunque interpretazione. Da questo punto di vista, si dà interpretazione non già solo in presenza di testi oscuri od equivoci, o di casi di difficile soluzione, bensì in presenza di qualunque testo e di qualunque caso: insomma, l'interpretazione è presupposto necessario dell'applicazione. Sicché, tra le altre cose, la direttiva metodologica "In claris non fit interpretatio", intesa nel modo "moderno" che si è detto, è priva di senso o, più semplicemente, mistificatoria, giacché tende ad occultare che qualunque attribuzione di significato, anche la più ovvia, è comunque frutto di attività decisoria (poco importa se consapevole).
Questo modo di vedere, palesemente (e, del resto, programmaticamente), non distingue tra la comprensione immediata e irriflessa di un testo e l'attribuzione ad esso di un significato come risultato di un processo di analisi, riflessione, e decisione.
Interpretazione come conoscenza del significato
Taluni concepiscono l'interpretazione come attività non decisoria e volitiva, ma puramente conoscitiva, sicché - per definizione - ogni decisione o scelta tra una molteplicità di significati è non interpretazione, ma altra cosa (ad esempio: applicazione del diritto, o politica del diritto). Insomma, qualora un testo esprima potenzialmente una pluralità di significati, costituisce interpretazione l'attività consistente nel rilevarli tutti, nel censirli "imparzialmente". Mentre non costituisce interpretazione, ma decisione e volizione, la scelta di un significato a preferenza di altri.
Secondo Ross il vocabolo interpretazione è usato in riferimento a due attività diverse ed eterogenee: l’interpretazione propriamente detta intesa come attività di conoscenza del significato; l’amministrazione della giustizia ovvero il metodo giudiziale, l’applicazione del diritto la quale in nessun caso è attività puramente conoscitiva. Interpretare è prendere conoscenza del significato, dunque il significato è non il prodotto dell’interpretazione ma il suo oggetto. La scelta tra più significati alternativi è frutto di decisione latu sensu politica. L’amministrazione della giustizia è un’attività decisoria.
Questo modo di vedere è ineccepibile, se non per un dettaglio: che nell'uso comune il vocabolo 'interpretazione' si applica indifferentemente sia all'attività di rilevamento dei molteplici significati di un testo, sia all'attività consistente nello scegliere uno scartando i rimanenti. E anzi, nell'uso comune, l'interpretazione per antonomasia è piuttosto questa seconda cosa che la prima.
Interpretazione come soluzione di controversie
Taluni concepiscono l'interpretazione come attività decisoria e, più precisamente, decisoria di casi o controversie. Nel senso che la mera attribuzione di significato ad un testo senza relazione alcuna con una controversia singolare e concreta non costituisce genuina interpretazione. L'interpretazione è dunque attività non conoscitiva ma decisoria, non irriflessa ma consapevole.
Questo modo di vedere, se preso sul serio, presenta il grave difetto di ridurre l'attività interpretativa all'interpretazione "in concreto": attività tipica, se non esclusiva, del giudice. Mentre l'interpretazione "in astratto", che è propria dei giuristi (almeno quando non si atteggiano ad avvocati o consulenti di parte), è esclusa dal denotato del termine (e talora senz'altro svalutata come irrilevante).
Interpretazione come sistematizzazione del diritto
Taluni identificano l'interpretazione con quell'attività di "sistematizzazione" del diritto, che è tipica dei giuristi teorici, e che consiste nell'elaborare deduttivamente le conseguenze logiche delle norme espresse, così da ricavarne norme ulteriori, non espresse, idonee a risolvere anche questioni non previste dal "legislatore" (nel senso generico di autorità normativa).
Questo modo di vedere presenta almeno tre difetti. In primo luogo, esso usa il vocabolo 'interpretazione' per riferirsi ad un'attività che, a ben vedere, non consiste affatto nell'attribuzione di significato ai testi normativi, ma al contrario si compie ad interpretazione ormai avvenuta. Non si traggono conseguenze logiche da testi non ancora interpretati: le inferenze logiche si compiono a partire da significati, non da testi il cui significato sia ancora indeciso.
In secondo luogo, esso richiama l'attenzione sui procedimenti deduttivi attraverso cui i giuristi costruiscono norme inespresse a partire da quelle espresse, ma, così facendo, distrae l'attenzione dal fatto che la gran parte delle norme inespresse "costruite" dai giuristi è frutto di procedimenti argomentativi per nulla deduttivi (quali l'analogia, l'argomento a contrario, etc.).
In terzo luogo, esso sottace che, nel dedurre le conseguenze logiche delle norme, gli interpreti usano per più premesse alcune delle quali non sono affatto norme (espresse), ma tesi interpretive e/o dogmatiche. Per esempio: «si definisce il contratto come accordo, se ne fa discendere la revocabilità della proposta. Lo si definisce come atto consensuale, se ne fa discendere la nullità della dichiarazione scompagnata dalla volontà degli effetti».
Interpretazione come manipolazione del significato
Taluni infine concepiscono l'interpretazione come un trattamento dei testi giuridici (percepito come) scorretto, o manipolatorio. Secondo questo uso linguistico, 'interpretare' significa grosso modo manipolare un testo normativo, allo scopo di eludere la norma da esso espressa. Insomma, si parla di interpretazione quando vuol suggerire che una certa formulazione normativa non sia stata intesa e applicata secondo il suo significato "naturale", "oggettivo", ma invece sia stata alterata o stravolta, così da violarla evitando tuttavia le conseguenze della violazione.
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