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Il Mediterraneo geofisico

Il primo fatto da considerare riguarda l'aspetto geofisico. La studiosa Nichols, nel saggio "Linguistic diversity in space and time" (1992), sostiene che le lingue nella loro distribuzione e nei loro rapporti spaziali sono condizionate ma non direttamente determinate dalla geografia. Non c'è un rapporto deterministico tra spazio geografico e sistema linguistico.

In secondo luogo, non è possibile estrarre una nozione di Mediterraneo di tipo essenzialistico e olistico. Ogni definizione è approssimativa e variabile.

Definizione geografica di Mediterraneo

Il livello geografico sembra quello in cui si può dare una definizione immutabile. Il più grande studioso in questo campo è stato Braudel che, in un saggio del 1949 sul Mediterraneo e i suoi imperi, imposta un discorso sostenendo la teoria della lunga durata: lo studio di fenomeni storici è precondizionato da fattualità che si sviluppano nel lunghissimo periodo. Anche gli eventi circoscritti. La lunga durata consente di capire le mutazioni nell'ambiente che fa da sfondo alla storia.

Per definire lo spazio geografico del Mediterraneo, Braudel parte dall'orografia. Questa scelta ha due motivazioni:

  • Motivazione storica: per millenni le popolazioni hanno abitato le alture e non le pianure, bonificate solo a partire dal XVI secolo;
  • Motivazione geografica: i monti circoscrivono il mare.

L'aspetto geografico

Il Mediterraneo è un mare tributario: dipende dall'Atlantico, con cui si collega per mezzo dello stretto di Gibilterra (oggi è collegato anche con il golfo di Suez attraverso l'omonimo canale). L'area è per il 48% di spettanza dell'Eurasia e per il 52% di spettanza dell'Africa. È scarsamente alimentato da grandi fiumi: i principali sono il Nilo, il Po e il Rodano. Gli altri sono tutti piccoli corsi. L'estrema propaggine è costituita dal Mar Nero. Il Mediterraneo è diviso in due bacini (occidentale e orientale) distinti dalla penisola italica e da quella greca. Le isole e le coste rappresentano i luoghi fondamentali del Mediterraneo.

Slide: carta geopolitica della regione circummediteranea

  • Arco latino: Portogallo, Spagna, Francia, Italia;
  • Conca adriatica: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania;
  • Ponte anatolico-balcanico: Grecia, Turchia, isole egee, Creta, Rodi, Cipro;
  • Facciata medio-orientale: Libano, Siria, Giordania, Israele;
  • Flesso libico-egiziano: Egitto, Libia;
  • Fronte maghrebino: Tunisia, Algeria, Marocco.

Livello ecologico e fito-ecologico

Il Mediterraneo ha un clima così tipico da definire un tipo climatico: il clima mediterraneo, presente anche in zone non mediterranee (es. Sudafrica, California, Cile). In queste condizioni climatiche si sono sviluppate alcune essenze botaniche tipicamente mediterranee: grano, ulivo, vite, palma, fico. Queste, tuttavia, non sono attestate solo nel Mediterraneo: l'uomo ha agito con processi di adattamento tecnico e le ha impiantate altrove. La loro presenza, dunque, non è utile per delimitare l'area geografica: nemmeno considerazioni di tipo fito-ecologico consentono di dare una definizione olistica.

In realtà anche il clima varia nel tempo. Il fenomeno di desertificazione è di lunga durata, ma variabile: negli ultimi 2000 anni il Sahara è giunto fino alla costa. Nel paleolitico (12 mila anni fa), l'Africa presentava zone boscose e praterie.

Secondo il SIL, sarebbero parlate al mondo 6912 lingue (studio del 2005). Queste lingue si concentrano enormemente nelle aree delle foreste pluviali che presentano i biotopi più ricchi (per biotopo si intende uno spazio caratterizzato da forme di vita sia vegetali che animali). Esiste un collegamento tra la ricchezza del biotopo e la ricchezza linguistica: a parità di condizioni, nel Mediterraneo antico a una maggiore ricchezza biotopica doveva corrispondere una maggiore ricchezza linguistica.

Nemmeno dal punto si vista climatico riusciamo a dare definizioni olistiche ed essenzialistiche. Tutti i livelli di analisi interagiscono e variano anche in dimensione diacronica.

Dato che gli aspetti culturali rifuggono da generalizzazioni, è impossibile definire il Mediterraneo culturale in maniera essenzialistica e olistica. In passato si poteva sentir parlare di concetti come mediterraneità: la quintessenza di ciò che è mediterraneo. In senso culturale si denota un'unità composita e dialettica.

Lettura: Matvejević (2007)

Non esiste una sola cultura mediterranea: si hanno tratti per certi versi simili, dati dalla prossimità e dall'incontro favorito dal mare, di nazioni e forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti di origine, storia e costume. Somiglianze e differenze non sono assolute e costanti: talvolta prevale l'una, talvolta l'altra. La lingua è sia un fatto di cultura che di natura. Il limite tra i due aspetti varia. In questo senso ci aspettiamo che le lingue del Mediterraneo siano soggette alla stessa mutabilità ed eterogeneità degli altri fatti culturali: ci aspettiamo quindi che rifuggano a definizioni essenzialistiche e olistiche.

La scrittura si affaccia nel Mediterraneo in Egitto (fine IV millennio a.C.) e da lì si diffonde nel Mediterraneo occidentale. La presenza di una intensa scritturalità è un dato comune che si esplica in una molteplicità di forme. Un'Area Linguistica è normalmente anche un'Area Culturale: non è un rapporto biunivoco. Il Mediterraneo è certamente un'area culturale e ciò ha fatto supporre che in passato potesse essere stato un'area linguistica.

Lettura: Braudel

Considerato alla scala umana, il mare interno del 1500 appare più vasto di oggi. Ciò è da intendersi in una dimensione che tenga conto dei mezzi di trasporto. Fin dall'antichità, il Mediterraneo è visto non solo come elemento di divisione, ma anche di unione tra le terre.

Gr. Pontos Lat. Pons Scr. Pantah

La parola greca per “mare” ha la stessa etimologia del termine latino “pons” = ponte. I Greci distinguevano tra mare interno, il Mediterraneo, e mare esterno. Il mare interno era anche chiamato “mare nostro”. I Latini riprendono questo concetto nell'espressione Mare nostrum. Presso gli autori classici, l’aggettivo “mediterraneus” indica “terra circondata da altre terre”, quindi una porzione di territorio che non è a contatto con il mare. Il significato di “mare circondato da terre” compare per la prima volta in Solino e sempre come aggettivo (III sec. dC). La prima attestazione di Mediterraneus come nome del mare è di Isidoro di Siviglia (560-636). Tuttavia, Isidoro considera il Mar Nero come parte del Mediterraneo per via dell'Impero d'Oriente.

Gli storici greco-romani guardano da un punto di vista unitario al Mediterraneo. Con il 476 dC, la storiografia conclude la storia del mondo antico, in coincidenza con la caduta dell'Impero romano d'Occidente. Lo storico Pirenne contrappone un'idea diversa: il mondo antico termina con la frattura dell'unità mediterranea. A seguito del crollo dell'impero d'Occidente, infatti, le dinamiche socio-economiche restano le stesse. Più tardi succede qualcosa che davvero rompe l'unità e segna un nuovo periodo: l'avanzata del mondo arabo a partire dal 632, anno della morte di Maometto. È un'avanzata velocissima: in meno di un secolo viene assoggettata tutta l'Africa settentrionale. Nel 711 gli arabi conquistano la Spagna. L'avanzata viene arrestata a Poitiers nel 732 da Carlo Martello. Secondo Pirenne dunque, l'avvento degli arabi è il vero fatto epocale di questo periodo, più del 476. Se gli arabi spezzano l'unità mediterranea, polarizzando tra settentrione e meridione, d'altra parte si costituisce una loro macro-unità da Occidente a Oriente.

Il Mediterraneo rappresenta una dimensione caratterizzata dalla possibilità di navigazione: tra le sue sponde si ha una fitta rete di relazioni e rotte. Il mare separa ma allo stesso tempo unisce, consentendo rapidi travalicamenti. Quali sono i limiti di permeabilità di un tratto che giunge dalle coste? Esistono grandi regioni che pur non trovandosi sul mare, a seconda del periodo storico, si sono legate al Mediterraneo.

  • Vicino Oriente: Egitto, Israele, Palestina, Libano, Siria, Turchia, Cipro, Giordania, Penisola Araba, Iraq;
  • Medio Oriente: Persia, Asia centrale (Afganistan, Azerbaigian), Sub-continente indiano;
  • Regione caucasica;
  • Regione danubiana;
  • Nord Europa.

In altre fasi si sono avute importanti rotte terrestri di collegamento con l'Oriente.

Lettura: Hansar

Mediterraneo come “terra di mezzo” (Tolkien). Il punto di saldatura tra le varie aree del Mediterraneo è costituito dal Vicino Oriente.

La linguistica storica

La visione del Mediterraneo come unità linguistica è recente: nel primo cinquantennio del XX secolo si diffonde l'impianto sostratistico. Nel corso dell'Ottocento erano state individuate le famiglie linguistiche: indoeuropea e camito-semitica. All'inizio del Novecento, quando ancora si discuteva sull'origine delle famiglie, si pone il problema delle relazioni che queste famiglie instaurano con i popoli preesistenti, secondo un punto di vista stratale.

C = adstrato B = superstrato A = sostrato

Le lingue indoeuropee e camito-semitiche sono divenute lingue di superstrato. Le lingue A si sono progressivamente estinte, lasciando però un sostrato mediterraneo. Per decenni si è assunto che tale sostrato fosse unitario. Si è poi dimostrato che non è così. Attraverso varietà di sostrato affiorate nelle lingue di superstrato si sono delineati diversi sotto-areali mediterranei: i settori nei quali ciò si registra maggiormente sono la fitonimia e la zoonimia. Hubschmid tratta la questione della Sardegna (1953-56).

Linguistica mediterranea

Prime 3 tappe storiche della disciplina:

  • Mediterraneo come unità da indagare linguisticamente. Coincide con la nascita della sostratistica;
  • Atlante Linguistico Mediterraneo (ALM): Folena e Cortelazzo, avviato alla fine degli anni '50 del Novecento con l’intento di documentare, mediante un questionario di circa 850 voci, la terminologia marinaresca e peschereccia in 165 porti e località costiere del Mediterraneo e del Mar Nero;
  • Tipologia Areale: anni '90 del Novecento, Linguistica areale (o geografica).

Problematiche della variazione

I termini lingua e dialetto hanno un impiego controverso, sia per la linguistica scientifica che nella lingua comune. Si hanno 3 diverse accezioni:

  1. Punto di vista storico: Varvaro. La lingua è l'unità base dalla quale per frammentazione nascono unità subordinate chiamate dialetti. Ma si ha anche il processo inverso: lingue che derivano dalla fusione di più dialetti (es. greco ellenistico -koiné- che nasce dalla fusione di più dialetti di greco-dorico, ionico, ecc.). Il processo per cui più dialetti si fondono in una lingua si dice appunto koinizzazione.
  2. Punto di vista strutturale “latu sensu”: basato su un criterio di intercomprensibilità. Se due varietà sono mutuamente intercomprensibili è probabile che una delle due sia un dialetto dell'altra o che entrambe siano dialetti di una terza varietà. Il concetto di intercomprensibilità è troppo soggettivo. Se sottoponiamo un parlante a un criterio di autovalutazione di comprensibilità di una varietà di lingua, è appurato che la percentuale di chi affermerà di comprendere sarà proporzionata al prestigio di cui gode quella varietà, a prescindere dalle effettive competenze: percentuale alta se il prestigio è alto; percentuale bassa se il prestigio è basso. Inoltre, ci sono varietà mutuamente intercomprensibili che però sono considerate lingue diverse (es. svedese, norvegese, danese).
  3. Criterio strutturale “stricto sensu”: Coseriu e Kloss. Kloss introduce i concetti di abstand (distanziazione) e ausbau (elaborazione, intesa come complessità strutturale). Le lingue si caratterizzano storicamente per gradi diversi di elaborazione, per ragioni di carattere sociale e culturale si dotano di un apparato grammaticale e lessicale funzionali a esprimere concetti funzionali alle esigenze comunicative della comunità. Argomenti diversi a diversi livelli di complessità.

Handout: tabella policorica 3 livelli di complessità per 3 macrosettori di argomenti. Tutti e 3 i settori di argomenti possono essere trattati con livelli crescenti di complessità, per un totale di 9 gradi di progressiva complessità. Una lingua deve dotarsi di strumenti lessicali e grammaticali in funzione del livello di complessità che vuole raggiungere.

Ausbau: livello di elaborazione/complessità intrinseca che una lingua raggiunge in un determinato momento storico. Kloss lo considera sinonimo di standard: varietà di lingua codificata attraverso strumenti di riferimento normativo e dotata di una letteratura di riferimento, un corpus di testi che per il valore loro riconosciuto dalla comunità funzionano come paradigma. Si hanno lingue letterarie ormai mai passate attraverso una normazione esplicita. L'arabo classico nasce come varietà letteraria messa a punto da popolazioni nomadi illetterate. Si parla di poesia “ǧāhiliyya” (ignoranza) per indicare la poesia pre-islamica, precedente la venuta di Maometto. Si tratta di una varietà linguistica solida e coerente priva di frammentazioni dialettali ma nessun beduino ha mai scritto un dizionario: la lingua araba non è dunque passata per i classici processi di standardizzazione delle società letterarie.

  1. Criterio sociale: dal punto di vista sociale, Ladino e Sardo sono dialetti, poiché non sono dotati di equivalenza funzionale nel repertorio sociale dell'Italiano, che viene usato in tutte le situazioni comunicative e in particolare negli usi alti. Non altrettanto può dirsi del Sardo e del Ladino che si trovano, da questo punto di vista, al pari del romanesco o del siciliano, sebbene storicamente e geneticamente siano delle lingue. Le leggi nazionali 482 e 26 hanno contribuito a cambiare lo status delle lingue minoritarie.

Il problema è dunque complesso e le definizioni dipendono dal campo in cui stiamo agendo. Per tagliare la testa al toro si parla di “varietà di lingua”.

Gli universali

La tipologia linguistica, o linguistica tipologica, studia le lingue al fine di comprendere, come obiettivo euristico, se la variabilità delle lingue sia finita o meno, ovvero se le lingue varino con o senza restrizioni. La tipologia linguistica procede di pari passo con la linguistica degli universali. Per universale si intende una proposizione che enuncia un comportamento invariante relativamente a uno o più tratti e afferma che le lingue, in relazione al tratto x, si comportino tutte allo stesso modo. Esempio prototipico: tutte le lingue hanno le vocali, è un universale senza eccezioni (dipende da ragioni biologiche: l'apparato fonatorio umano non potrebbe pronunciare suoni consonantici sempre senza appoggio vocalico).

Sia la tipologia linguistica che la linguistica degli universali hanno un approccio empirico e induttivo: qualsiasi ricerca è basata primariamente su acquisizione dei dati attraverso l'osservazione e la descrizione delle lingue. Il processo argomentativo usato in maniera preminente è l'induzione, modo di argomentare che parte dai casi singoli offerti dalle esperienze empiriche e trae delle generalizzazioni sulla base della frequenza statistica dei comportamenti. All'induzione si oppone la deduzione che, invece, parte dalla generalizzazione astratta e trae dei casi concreti. La linguistica generativa ha un paradigma deduttivo.

Classificazione degli universali

  • Sostanziali: proposizione che predica circa una proprietà sostanziale e costitutiva delle lingue. (es. Tutte le lingue hanno vocali);
  • Formali: proposizione che predica circa le proprietà formali della grammatica. (es. Formazione dell'interrogativo in inglese attraverso l'inversione di ausiliare e pronome. Inversione speculare e integrale della frase affermativa: non esiste nessuna lingua che formi le interrogative in questo modo);
  • Assoluti: universali che non ammettono eccezioni;
  • Tendenziali: colgono dei fenomeni altamente frequenti in modo più che casuale che tuttavia ammettono delle eccezioni. Esempio: Greenberg. Nella frase nucleare enunciativa si hanno 2 possibili ordini di Soggetto e Oggetto: SO oppure OS. Le due possibilità hanno però una distribuzione statistica diversa nelle lingue del mondo: SO 95%; OS 5%. In questo caso si parla di universale non assoluto ma con maggioranza stilistica schiacciante, ovvero tendenziale.

La linguistica degli universali si occupa di individuare le tendenze generali che rappresentano dei limiti alla variabilità delle lingue.

Universali semplici e implicazionali

Il fatto che tutte le lingue abbiano le vocali è un universale semplice: fa riferimento a un solo tratto della lingua. Gli universali implicazionali pongono in relazione almeno due tratti di una lingua. Essi sono fondamentali anche in relazione al concetto di arealità.

Universali implicazionali

P = premessa; Q = conseguenza.

P, Q; P e Q; P Q: si leggono tutti "se P allora Q". NON = negazione. Combinando questi simboli si hanno 4 possibilità.

Handout: logica e formalismo degli universali implicazionali. Il caso 2 è barrato perché intrinsecamente contraddittorio. Questo schema tuttavia va verificato con un caso empirico: bisogna trovare nel mondo reale casi che confermino 1, 3, 4, ma che non confermino 2. P = essere umano; Q = bipede: verificando lo schema, notiamo che ha valore predittivo. Greenberg negli anni '

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/12 Lingua e letteratura araba

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher wahavy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica Mediterranea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Putzu Ignazio.
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