I. L’ ITALIANO NELLA SOCIETÀ DELLA COMUNICAZIONE
Dall’audiovisivo al multimediale: scripta volant
Nella cosiddetta “società” della comunicazione il dominio dell’audiovisivo faceva prevedere una
progressiva perdita d’importanza della parola scritta a favore della varie forme di oralità secondaria
italiani trasmessi: televisione, radio e telefono.
Nel frattempo però, in seguito all’evoluzione delle tecnologie informatiche, il concetto di
audiovisivo è stato riassorbito all’interno di quello più ampio di multimedialità, in cui la parola
scritta ha riconquistato uno spazio importante: la rete in effetti si presenta come un corpo
testocentrico, e il diffondersi della comunicazione telematica ha significato una netta rivincita per la
scrittura, soprattutto per merito degli strumenti in grado di garantire una corrispondenza in
simultanea, come posta elettronica, SMS e chat-line.
Tutto questo ha profondamente modificato l’assetto degli italiani trasmessi, che ora contemplano
anche una vasta gamma di media scritti. L’effetto più rilevante è stato quello di una certa
“desacralizzazione della scrittura” scrivere per raggiungere chiunque e dovunque: il testo diventa
labile, scrivere diventa gesto quotidiano e perde l’aura di ufficialità che aveva sempre caratterizzato
il gesto; inoltre di solito dall’altra parte c’è qualcuno che aspetta, per cui il testo diventa breve,
rapido, adatto a una fruizione “usa e getta”.
L’italiano digitale (o digitato)
Sicuramente il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione ha accelerato alcuni processi in atto da
tempo, come il progressivo avvicinamento fra scritto e parlato, sia da un punto di vista sintattico che
da un punto di vista lessicale (primo tipo di mutamento più lento del primo in genere).
La pressione dell’inglese
Il fenomeno del “prestito linguistico” (passaggio di alcune forme da una lingua di maggior prestigio
a un’altra) riguarda soprattutto il lessico dagli Stati Uniti d’America oggi. In realtà, per quanto
alcuni linguisti vedano con preoccupazione questo fenomeno e si collochino su posizioni
neopuriste, alla prova dei fatti non c’è da temere per l’integrità della lingua italiana.
Italiano-inglese 1 a 1?
Molti degli anglicismi, tutti risalenti agli ultimi quindici/venti anni, sono collegati direttamente o
indirettamente alla “rivoluzione telematica”: alcuni sono già stati affiancati da un corrispondente
italiano (attachment-allegato, wallpaper-sfondo, home page-pagina iniziale), altri ancora piuttosto
difficili da sostituire (blog, cookie, browser).
Il fascino dei prestiti integrali
Alcuni di questi anglicismi possono essere considerati parole simbolo, quasi impossibili da
sostituire (new economy, wireless, non global, reality show): si tratta di quell’aura di prestigio che le
porta ad essere sentite come parole tecniche, in seguito a una certa sudditanza culturale. L’effetto è
che queste parole prese in prestito rimangano nella lingua d’arrivo senza subire alcuna modifica: in
questo caso di parla di “prestiti integrali” o “non adattati” nell’italiano antico i prestiti venivano
sempre adattati.
Spesso capita che la pronuncia inglese riscuota talmente tanto fascino da essere estesa anche a
parole che inglesi non sono Màicol Schumacher.
L’itangliano è ancora lontano
A ben guardare sono i media che offrono l’immagine di un italiano artificialmente saturo di parole
ed espressioni anglo-americane, mentre alla prova dei fatti gli anglicismi nell’italiano odierno si
aggirano intorno al 2% (contro l’1% dei primi anni Settanta), anche se va detto che negli ultimi anni
(1990-2003) sono entrati nell’italiano una massa di anglicismi pari a quasi un terzo di quelle entrate
in tutta la storia della nostra lingua.
Si scrivono, ma non si dicono
Se è difficile calcolare quanti anglicismi passino o siano passati negli ultimi anni per la nostra
lingua, ancora più difficile è capire quanto la penetrazione delle parole inglese sia giunta in
profondità: la percezione è quella di un uso abbastanza sistematico, ma ancora molto lontano
dall’intaccare il nucleo della lingua spontanea. Uno dei motivi della scarsa presenza di anglicismi
nel parlato e nel lessico di base va cercato nel fatto che molti di questi vocaboli appartengono alle
terminologie di vari linguaggi tecnici o scientifici. Tuttavia non va sottovalutato l’influsso che il
linguaggio della pubblicità, dell’informatica e della finanza stanno esercitando, rischiando di
condizionare in prospettiva la lingua di tutti i giorni.
Linguaggi settoriali e lingua comuni
Tecnicismi d’importazione
Il processo di aziendalizzazione della nostra lingua sembra piuttosto avanzato, anche se ancor più
evidente è quello di informatizzazione termini tecnici in molti casi sono anche entrati nella lingua
di tutti i giorni con significati traslati (bypassare).
Dai linguaggi settoriali alla lingua comune
Finché il modello per l’italiano è stato la lingua letteraria, i tecnicismi sono stati considerati parole
che non dovevano uscire dal loro ristretto ambito d’uso.
Oggi si registra una chiarissima inversione di tendenza: la lingua letteraria non ha più alcuna
autorevolezza, mentre godono di un grandissimo prestigio le scienze e i saperi tecnici a cui si
rivolge sempre più spesso.
I tecnicismi tendono a risalire dalle terminologie specialistiche alla lingua comune attraverso i testi
divulgativi nella pubblicità il termine tecnico viene adottato proprio per il suo potere evocativo,
per l’implicita valutazione positiva che comporta e per la capacità di affascinare e convincere chi
legge o ascolta: la comunicazione funziona lo stesso se il destinatario ignora il significato esatto dei
vocaboli.
Effetto Babele
Le linee di tendenza appena tracciate sembrano andate incontro a due possibili pericoli: il primo è
che la sempre più accentuata divisione del lavoro, che rende i parlanti reciprocamente sempre più
estranei, se esasperata sfoci nell’incomunicabilità (effetto Babele); il secondo pericolo non riguarda
la comunicazione “orizzontale”, quanto quella “verticale” tra gli usi specialistici della lingua
comune.
Inoltre, viviamo immersi in una lingua sempre più specializzata e finiamo spesso per familiarizzarci
con molti termini di cui non conosciamo il preciso significato.
Italiano e dialetti
Una nuova dialettalità
Il diffondersi capillare dell’italofonìa (capacità di capire e parlare l’italiano), ha provocato nei
parlanti il bisogno di registri affettivi e familiari caratterizzati da una nuova carica di espressività,
esigenza soddisfatta anche recuperando le varietà locali: i dialetti hanno guadagnato nuovo spazio,
caratterizzandosi come linguaggio della confidenza, dell’emotività, e dell’ironia, anche nella
canzone e nella letteratura oltre che nel parlato. Nel frattempo però, sotto la pressione continua
dell’italiano, i dialetti hanno subito profonde modificazione (lessicali, fonetiche, grammaticali).
Oltre ad essersi così indebolito dal punto di vista qualitativo quindi, il dialetto è regredito
soprattutto in senso quantitativo (meno del 7% degli italiani usa prevalentemente il dialetto).
Il dialetto recupera terreno
Nonostante tutto, pare di assistere negli ultimi anni a un’inversione di tendenza per cui, ora che la
lingua italiana è stata appresa dalla totalità della popolazione in maniera sicura, il dialetto possa
tornare ad essere (ri)parlato.
Il vero italiano parlato è l’italiano regionale
Anche perché fra dialetto e italiano non c’è una frattura, ma una serie di livelli intermedi che
sfumano l’uno nell’altro italiano comune, italiano regionale, dialetto regionale, dialetto puro: la
realtà più frequenta è oggi costituita da un italiano con coloritura regionale: quando un italiano parla
tradisce inevitabilmente la sua provenienza. Difficile dire quale fra le principali varietà regionali
d’italiano abbia un ruolo preminente: con buona probabilità quella settentrionale, specialmente di
Milano.
Il linguaggio giovanile
In generale, si può affermare che nel linguaggio giovanile il dialettismo serve solo a staccarsi dal
lessico degli adulti rafforzando il sentimento del voler essere diversi. Il dialetto è una delle fonti a
cui attinge chi parla la lingua dei giovani per saziare la sua fama di novità.
Un ricambio rapido e incessante
Il linguaggio giovanile è stato giudicato da alcuni il motore del rinnovamento dell’italiano, da altri
niente più che un registro giocoso. La sua consistenza in effetti si riduce soprattutto al lessico,
peraltro limitato a una ristretta gamma di argomenti (sport, amore, sesso, musica, scuola, droga), e
caratterizzato da pochi procedimenti che ritornano in tempi diversi: abbreviazioni, usi figurati,
l’enfasi, internazionalismi o pseudo-internazionalismi.
Ogni tentativo di esemplificare questo lessico risulterà comunque parziale e scarsamente
aggiornato, perché il linguaggio giovanile cambia in maniera particolarmente sensibile in rapporto
con lo spazio e con il tempo: nasce per riconoscersi in un gruppo e il ricambio deve essere rapido e
incessante. Il meccanismo è semplice: l’uso frequente e stereotipato brucia in breve tempo le
diverse parole, rendendole ben presto inservibili. Per questo, la gran parte delle espressioni
scompare nel giro di qualche anno; le poche espressioni che non scompaiono, invece, entrano a far
parte del repertorio comune del linguaggio giovanile.
Parole (troppo) alla moda
Modismi e occasionalismi
Tipici del linguaggio giornalistico sono gli occasionalismi: vocaboli scherzosi, coniati in maniera
quasi estemporanea, destinati a rimanere usi isolati, se non unici (hapax). Cosa diversa quindi dai
modismi, che sono voci, espressioni, formule, intercalari accomunati proprio dalla grandissima
diffusione di cui godono in un determinato (di solito breve) periodo tangentopoli, che ha dato il là
ad assentopoli, calciopoli, ecc.
Gli occasionalismi lasciano traccia solo se attestati per iscritto, i modismi rimbalzano invece
continuamente dal parlato allo scritto. Nel modismo in cui un modismo viene avvertito come tale, la
sua connotazione ha già assunto valenze negative: in questo caso l’insofferenza arriva al senso di
saturazione, soggettivo e collettivo che tale parola trasmette.
II. N ORMA E NORMALITÀ
L’immagine della norma linguistica
Per meglio capire cosa si intende con norma linguistica è meglio partire dalla nozione di errore,
considerandolo come quella violazione della norma che provoca una sanzione sociale. Certo
l’errore è un concetto molto relativo, visto che forme e costrutti un tempo considerati corretti
possono diventare errori da un certo momento in poi, e viceversa.
La norma dunque cambia nel tempo, secondo un’evoluzione continua ma lenta (una certa
accelerazione si è verificata dagli anni Sessanta, quando la lingua nazionale ha preso ad essere una
lingua veramente parlata, e quindi sottoposta a una vera pressione dal basso).
Non si parla come un libro stampato
Esprimersi troppo correttamente in determinate situazioni può costituire un errore, certo non
grammaticale, ma comunicativo.
Antinormativi e ultranormativi
L’idea di una comunicazione che risulti più spontanea e diretta è alla base del progressivo
abbassamento del tasso di formalità in molti ambiti (ad esempio il discorso politico) che
privilegiano l’effetto comunicativo. Dall’altra parte della barricata c’è invece chi preferisce
rimanere strenuamente attaccato alla norma tradizionale.
La norma degli utenti
Queste due posizioni contrapposte ci dicono in parte di una percezione della norma ancora
monolitica, che pretende regole semplificate e incontrovertibili in realtà in una lingua viva e
parlata la norma si rifrange in una pluralità di norme.
Le fonti della norma linguistica
Come si forma oggi la coscienza della norma linguistica nella grande massa dei parlanti? quali sono
i punti di riferimento a cui il parlante può guardare per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato?
Svanito ormai da tempo il potere modellizzante dei testi letterari, grammatiche e dizionari
continuano ad essere tenuti in considerazione, anche se le maggiori responsabilità formanti vanno
ricercate nella scuola e nei mezzi di comunicazione di massa.
L’imprining scolastico
Da una parte la scuola, dall’altra la televisione. Nella ricostruzione di Tullio de Mauro, la
televisione avrebbe avuto il merito di proporsi come un’efficace scuola di lingua, poiché capace di
mettere in contatto con l’italiano anche i tanti che non sapevano leggere e scrivere e soprattutto
perché offriva un modello di lingua più vicino alle esigenze della comunicazione quotidiana
italiano comune.
L’ha detto la TV
Oggi la televisione ha rinunciato al suo ruolo pedagogico, anche in materia di lingua: la televisione
ormai fa testo per quello che dice e per come lo dice, e la sua efficacia è inversamente proporzionale
alla preparazione culturale di chi la guarda: per chi non legge libri e giornali, la TV è l’unica fonte
di informazione.
Un modello di notevole prestigio resta la lingua letta dagli speaker dei telegiornali ad esempio,
l’affermazione di euro invece che euri è dovuto non tanto a ragioni linguistiche quanto a ragioni
mediatiche.
Il torto e il diritto del non si può
Le prescrizioni più nette nascono spesso da motivazioni legate al gusto o alla moda: in questo caso
il compito del grammatico è quello di suggerire una scelta. Su questo principio si basa la
Grammatica italiana (grande stagione delle grammatiche negli anni Ottanta, ora la loro influenza è
in calo).
Ciò che si nota nell’ultimo periodo per quanto riguarda le grammatiche è la tendenza a parcellizzare
le indicazioni grammaticali, focalizzando l’attenzione su quelli che si considerano i dubbi linguistici
più diffusi, secondo il criterio di rapida consultazione e forma facilitata. Certo questa modalità
contiene in sé due rischi, come quello di far passare un’immagine della norma linguistica come un
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