Capitolo 1
La regione e la sua storia
La Campania è stata abitata sin dall’età preistorica, cioè da circa centomila anni. Nell’età antica le città più importanti erano Capua e Cuma: la prima abitata dal secolo IX a.C. dagli Etruschi, che popolavano anche la parte meridionale della regione; la seconda fondata nel VII secolo a.C. dai Greci che già in precedenza si erano stabiliti nell’isola di Ischia, da loro chiamata Pithecusa. Gli abitanti di Cuma si spostarono anche un po’ più a sud fondando prima Dicearchia (la futura Pozzuoli) e poi Partenope. Questo nuovo villaggio fondato su un colle, il monte Echia, molto vicino alla costa.
La zona meridionale della regione attuale: il Cilento che si estende tra il fiume Sele e il golfo di Policastro, era controllato dai Lucani che nel IV secolo a.C. si impadronirono di Posidonia, la città che i Romani avrebbero poi chiamato Paestum. I Sanniti e gli Oschi occupavano le vaste zone collinari dell’interno della Campania, intorno alle valli del Calore e del Volturno.
Quando i Greci sconfissero gli Etruschi i Sanniti avanzarono verso la pianura, sottraendo spazio agli Etruschi e minacciando la stessa Cuma. Nel frattempo la nuova città di Neapolis acquistava un ruolo rilevante. I Romani, dopo aver superato la resistenza del fiero popolo sannita, entrarono nella regione e vi stabilirono una serie di roccaforti militari, favorendo lo sviluppo delle località termali dell’area flegrea.
Dopo oltre un secolo dall’arrivo dei Romani, i Greci della Campania riconobbero il prestigio del latino, che a partire dal 180 a.C. diventò lingua ufficiale della città di Cuma. Anche per i Romani la Campania vera e propria era la pianura compresa tra il Vesuvio e la Terra di Lavoro. I Romani favorirono lo sviluppo della città di Napoli, costruendo nella regione una serie di strade che collegavano le città campane alle regioni vicine: la via Popilia; la via Appia.
La crisi dell’Impero romano fece sentire i suoi effetti a partire dal II secolo d.C. Le campagne si spopolarono, si ridusse la produzione dei campi e diminuì l’importanza dei movimenti commerciali. Nel V secolo la regione fu occupata dai Goti, popolazione di stirpe germanica, mentre il centro dell’Impero romano si spostava in Oriente, a Bisanzio. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente giunsero i Longobardi mentre Bisanzio controllava una parte della regione.
Ancora una volta la Campania fu abitata da popolazioni tra loro contrapposte: i Longobardi occupavano le zone interne, mentre i Greci Bizantini si trovavano lungo la costa e nel Cilento. Il primo effetto linguistico di tale differenziazione tra Greci e Latini è dato dalla più consistente presenza di parole di origine greca nelle zone napoletana e nel Cilento, mentre nelle aree interne si presentano parole e toponimi di provenienza longobarda.
Dopo l’anno Mille, arrivarono in Campania i Normanni “uomini del nord”. Nello stesso periodo Benevento (nel 1052) si consegnò al Papa, e rimase sotto il suo controllo fino all’Unità d’Italia. I Normanni ebbero una funzione decisiva nella storia della Campania e di tutte le altre regioni meridionali, perché per loro iniziativa fu unificato il territorio che come Regno di Napoli, avrebbe poi conservato i confini fissati dai Normanni. Proprio i Normanni istituirono nel nuovo Regno un regime feudale.
Con l’Imperatore Federico II anche Napoli ebbe per la prima volta una funzione politica e culturale ufficiale. Infatti nel 1224 l’imperatore vi fondò uno Studio universitario, che ebbe tra l’altro il compito di formare i giuristi destinati a intervenire con autorevolezza nelle contese tra Papato e Impero.
Dopo la morte di Federico II il regno passò agli Angiò, che scesero in Italia quando il Papa offrì a Carlo d’Angiò la corona di re di Sicilia. Nel 1266, presso Benevento, gli Angioini lottarono contro Manfredi, figlio ed erede di Federico II. Il re Carlo d’Angiò stabilì la capitale a Napoli. In questo periodo cominciò ad accrescersi la popolazione della capitale che attirava persone dal resto del Regno. Napoli diventava tra l’altro il simbolo di una monarchia accentatrice, pronta a imporre una forte pressione fiscale, che avrebbe in seguito provocato un dislivello tra città capitale e Regno, e avrebbe anche causato i malumori dei feudatari. La capitale da parte sua si aprì all’influenza e alle mode dei francesi e accolse anche numerose parole di origine francese.
Il dominio degli Angioini finì quando dalla penisola iberica arrivò il re catalano Alfonso d’Aragona. Il re Alfonso, detto il Magnanimo, entrò a Napoli nel 1442; contribuì a un profondo rinnovamento della cultura, poiché era un appassionato lettore dei classici latini e desiderava approfondire i suoi studi. Perciò si circondò di letterati, chiamando a Napoli personaggi di prestigio come Pontano, Panormita, Lorenzo Valla, che furono tra i maggiori protagonisti dell’Umanesimo.
Con la fine della dinastia aragonese, nel 1503, il regno di Napoli perse la sua autorità e diventò Viceregno spagnolo, per il suo continuo sviluppo demografico furono necessari interventi urbanistici. In questo periodo per iniziativa del viceré Pedro di Toledo, furono edificati i Quartieri spagnoli, destinati inizialmente ad accogliere le truppe spagnole. La dominazione spagnola inasprì il peso delle tasse e contribuì a rendere più difficili le condizioni delle province, si ebbero più volte carestie e pestilenze. Sia sul finire del Cinquecento, sia a metà del Seicento vi furono insurrezioni e rivolte, la più celebre delle quali, nel 1647, fu capeggiata da Masaniello.
A seguito della guerra di successione di Spagna, il regno di Napoli all’inizio del Settecento rientrò nel dominio austriaco fino al 1734, quando sul trono di Napoli salì Carlo III di Borbone, con lui Napoli fu di nuovo capitale di un Regno, nel quale si avviarono numerose innovazioni. Fu sua l’idea di far edificare la Reggia di Caserta, e a Napoli il Teatro San Carlo. A Carlo III si deve anche la fondazione di un immenso Albergo dei Poveri, il principio dell’assistenza ai poveri e i primi tentativi di un sistema di istruzione statale furono segni notevoli di modernità che posero il regno di Napoli all’avanguardia tra le monarchie illuminate del Settecento.
Dalla Francia, sul finire del Settecento, giunsero le idee rivoluzionarie, che attecchirono anche a Napoli, dove nel 1799 ebbe luogo un tentativo di rivoluzione che portò alla proclamazione della Repubblica Partenopea, ma ebbe una tragica conclusione. Con il dominio di Napoleone, anche il Regno di Napoli, per circa un decennio fu controllato dai francesi.
Nei decenni successivi l’area napoletana fu percossa da nuove aspirazioni politiche e culturali che puntavano all’unificazione politica italiana. In questa prima parte dell’Ottocento si accentuarono le distanze tra zone evolute e zone depresse del Regno. In questo periodo, Napoli, svolse rispetto all’intera area campana un fondamentale ruolo linguistico e culturale: proprio da Napoli si irradiava nel resto della Campania l’italiano delle istituzioni religiose e burocratiche e si formava un ceto intellettuale e politico, che in seguito avrebbe dato un suo importante contributo alla nascita e allo sviluppo del nuovo stato unitario.
Il regno di Napoli fu aggregato al Piemonte dopo il plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, e dal 1861 i territori campani diventarono una regione del nuovo Regno d’Italia e assunsero il nome di Campania, che non era più in uso dalla fine dell’Impero romano. Negli anni postunitari, mentre nelle campagne si diffondeva il fenomeno del brigantaggio, che a tratti assunse le caratteristiche di una reazione contraria all’unificazione, Napoli cominciò ad avvertire i contraccolpi negativi della sua nuova condizione. Dopo essere stata per sei secoli capitale di un Regno, la città è avviata verso un declino di tipo culturale che si sarebbe avvertito sempre più con il passare dei decenni, mostrava sempre tanti problemi sociali ed economici, e non era più nemmeno il centro dell’economia e del commercio della regione, sintomo e in parte causa di tali problemi va considerato il mutamento di fisionomia della delinquenza organizzata, nota con il nome di camorra.
La crisi dell’agricoltura, i nuovi stili di vita, la diffusione di modelli culturali diversi da quelli tradizionali sono tutti fattori connessi alle modifiche linguistiche; a volte, con sbrigative semplificazioni, si tende ad affermare che la diffusione dell’italiano ha provocato la “morte” dei dialetti, i dialetti in realtà non muoiono, ma cambiano: interi settori del lessico possono diventare all’improvviso arcaici e uscire dall’uso quotidiano perché si modificano profondamente alcune tecniche di lavorazione o di produzione artigianale. Tali modifiche però non comportano solo perdita di alcune parole, ma anche acquisizione di una nuova terminologia adattata al dialetto. Se la perdita del ruolo di capitale ha pesato non poco sul versante culturale, si registrano d’altro canto sia la buona conservazione del dialetto, sia la nuova diffusione extralocale. Inoltre è significativa una certa diffusa attenzione verso il dialetto che si affianca alla costante opera di valorizzazione del dialetto come oggetto di studio delle ricerche di ambito accademico e scientifico.
Non si dimentichi infine che i dialetti, almeno dall’Unità in poi, soprattutto a Napoli si sono giovati di una valutazione favorevole anche da parte di numerosi intellettuali cittadini che hanno nutrito interesse per il dialetto e per le sue manifestazioni artistiche.
Capitolo secondo
Tratti tipici dell’area campana
Le caratteristiche linguistiche tipiche dei dialetti campani si incontrano, con dislocazione e concentrazione diverse, anche negli altri dialetti meridionali. Tuttavia, alcuni fenomeni si ritrovano tutti insieme in una gran parte del territorio campano.
- Dittongo metafonetico
- Chiusura metafonetica
- Femminile plurale con rafforzamento sintattico
- Vitalità del genere neutro
- Variazione consonantica
- Suono indistinto finale
Occupandoci della metamorfosi di tipo napoletano è indispensabile fare riferimento al latino. Nel latino classico le vocali si distinguevano in base alla quantità. Si avevano perciò cinque vocali brevi e cinque vocali lunghe, in una serie che può essere così rappresentata: 3 Ī Ĭ Ē Ĕ AA OO UU. Nel latino parlato, che è quello da cui dipendono i dialetti italiani e tutte le altre lingue romanze, le vocali però si distinguevano però attraverso il grado di apertura; le vocali originariamente brevi erano pronunciate come aperte, mentre le vocali originariamente lunghe erano pronunciate come chiuse. Inoltre, alcuni suoni tra loro simili, si sono ridotti a un suono unico. Si è pertanto delineato un vocalismo tonico formato da sette vocali. Le vocali che sono anche alla base dei dialetti di tipo campano sono quindi queste sette: i è è a ò o u.
Per effetto della metafonesi, quando nella sillaba successiva o in quella finale si trovano –I oppure –U etimologica, le vocali aperte toniche -è-, -ò- dittongano in –ie- e in –uo-. Si parla in questi casi di dittongazione metafonetica.
Dittongo è>ie dittongo ò>uo
Campaniello, dispietto, pietto, piezzo, stiento, strafucamiente, tiempo, vasiette, viecchio, tiempo.
Cuollo, cuorpo, fuoco, fuoglio, fuosso, luongo, mariuolo, muorto, suonno.
Quando invece la metafonesi colpisce le vocali chiuse è, sempre per effetto di una –I oppure di una –U etimologica, si produce la chiusura metafonetica: la –è- chiusa si chiude ulteriormente in –i- mentre la –o- si chiude ulteriormente in –u-.
Appiso, capille, chillo, cicere, nzipeto, pisce, spisso, tantillo.
Capitune, culure, cunto, fasule, fravecature, guagliune, musso, nfuso, sapure.
È da osservare per quanto detto fin qui che gli esiti metafonetici si realizzano quasi esclusivamente in nomi e aggettivi di genere maschile. Pertanto troviamo da un lato forme maschili con dittongo, dall’altro femminili senza dittongo.
- Apierto aperta, aperte
- Attiento attenta, attente
- Viecchio vecchia
- Muorto morta
- Tuosto tosta
- Spuorche sporche
Allo stesso modo le chiusure metafonetiche differenziano i maschili dai femminili.
- Appiso appesa
- Friddo fredda
- Sicco secca
Inoltre in tutti i nomi che presentano al plurale la desinenza –i, ma al singolare la desinenza –e, si determina una distinzione tra plurali con esiti metafonetici e singolari non metafonetici.
- Cìcere cécere
- Culure colore
- Diente dente
- Fravecature fravecatore
- Mise mese
Le chiusure metafonetiche e i dittonghi metafonetici assumono una funzione morfologica anche nelle voci verbali. Nella flessione di un verbo, infatti, la vocale tonica si adegua per metafonia alla vocale della desinenza. Nella seconda persona, che ha desinenza –i, si determinano le condizioni metafonetiche, per cui la seconda persona si distingue dalle altre.
- Porto “io porto”
- Scèngo io scendo
- Corro io corro
- Sento io sento
Puorti “tu porti” Scinni tu scendi Curri tu corri Sienti tu senti Porta egli porta” Scénne egli Corre egli corre Sente egli sente scende
Il rafforzamento sintattico, e la pronuncia rafforzata delle consonanti iniziali quando queste siano precedute da monosillabi o da alcune parole particolari. Nei dialetti campani, il rafforzamento sintattico, assume un’importante funzione morfologica, poiché si presenta nei femminili plurali e nei nomi di genere neutro.
Le forme che provocano in Campania il rafforzamento sintattico non sono sempre le medesime che lo determinano in italiano, nei dialetti campani producono rafforzamento le seguenti forme:
- Le congiunzioni e, né
- La negazione nu (non)
- Le preposizioni a, cu, pe
- Gli indefiniti ogne, quacche
- Il che interrogativo
- Accussì
- Cchiù “più”
- Tre
- L’articolo neutro ‘o
- Il pronome neutro ‘o
- Gli articoli femminili plurali e in genere le forme pronominali o aggettivali femminili
- I pronomi maschili e femminili plurali
- Le forme verbali so’
- La prima persona del verbo stare: sto, per cui si dice sto pparlanno.
Tutte le consonanti sono pronunciate come intense quando si determina il rafforzamento sintattico, mentre, in caso contrario, sono non intese o sceempie. Nel caso di alcune consonanti la pronuncia in posizione forte è radicalmente diversa da quella in posizione debole.
Questo fenomeno, noto come variazione consonantica, può essere chiarito attraverso una serie di casi concreti. Per esempio se diciamo nu cavallo janco “un cavallo bianco” l’iniziale dell’aggettivo janco, che in questo caso è in posizione debole, è la semivocale j-. Se la stessa iniziale si trova in posizione forte, cioè in un contesto fonetico che provoca rafforzamento sintattico, viene invece pronunciata come –g- intensa: perciò diciamo “o cavallo è gghianco”.
La variazione consonantica colpisce anche altri fonemi. Il fonema dentale sonoro /d/ è pronunciato in posizione debole come [r], mentre in posizione forte è reso come [dd]. Perciò abbiamo carè, “e riente” tre ddiente.
Il fonema velare sonoro /g/ in posizione debole tende a scomparire o a essere pronunciato con leggera aspirazione (nu allo, nu uaglione), mentre in posizione forte l’iniziale viene rafforzata (tre ggalli, ggrano).
Il fonema /b/, in posizione debole è realizzato come [v]: ‘a vucchella “la boccuccia”. In posizione forte si presenta invece come suono labbiale intenso [bb]: tre bborze, ‘eb bocche. Allo stesso modo il fonema /v/ in posizione forte è reso come [bb]: ‘eb balìge, che bbuo?.
‘a rete ‘e rrete ‘a sore ‘e ssore A guaglione ‘e gguaglione ‘a figlie ‘e ffiglie
Nei femminili plurali la consonante iniziale è rafforzata non solo quando precede l’articolo, ma anche quando le forme sono precedute da aggettivi qualificativi o dimostrativi. Nelle opere di Eduardo De Filippo, per citare casi concreti, troviamo per esempio: chelli ttre cammere, chelli mmele, chelli qquatto cannele, na sera, una ‘e chelli ttante.
Il rafforzamento sintattico permette di trasferire sull’articolo e sulla parte iniziale delle parole quell’informazione morfologica che dovrebbe essere veicolata dalla desinenza e dalle vocali finali. Tale sistematica funzione grammaticale risalta con piena evidenza in alcune forme che, in assenza di opposizione fondata sul rafforzamento, rischierebbero di dare luogo anche a un’ambiguità lessicale.
‘e pizze “le trine” ‘e ppizze “le pizze” ‘e pile “i peli” ‘e ppile “le batterie, le pile”
In Campania, a esclusione di una fascia nella zona settentrionale della regione, esistono i nomi di genere neutro. Alcuni nomi che nei dialetti sono neutri sono o possono essere neutri anche in latino; in molti casi, i nomi neutri del dialetto rappresentano delle innovazioni rispetto al latino e spesso sono neologismi più o meno recenti: si tratta di una categoria ancora largamente produttiva. L’incremento numerico dei nomi di genere neutro è un
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