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gergo della malavita scivolano nel dialetto muschille “ragazzi affiliati alla malavita

organizzata” pezzotto e pezzottato genericamente “falso” “taroccato”. Dopo una

lunga tradizione di uso letterario riflesso e dopo un periodo in cui è spesso apparso

sul punto di vivere una crisi definitiva, il dialetto, tra la fine del secolo XX e l’inizio

del XXI, ha forse conquistato nuovi spazi. A volte il dialetto affiora anche nella

comunicazione scritta che ha luogo attraverso i messaggini telefonici, le chat-line, la

posta elettronica. A una rinnovata vitalità rimanda inoltre l’uso del dialetto in

scritture destinate non alla comunicazione privata, ma a un’esposizione in zone

pubbliche, insegne, pubblicità commerciale, agli striscioni periodicamente esposti in

coincidenza di eventi di un certo rilievo.

Capitolo IV

L’italiano regionale

La diffusione dell’italiano non comporta necessariamente la crisi dei dialetti o la loro

scomparsa. L’idea, circolante in verità sin dagli anni postunitari, secondo cui

l’italiano avrebbe soppiantato del tutto i dialetti, nasceva forse dalla convinzione

implicita che in realtà linguistica e nella competenza di ciascun parlante ci fosse, per

così dire, spazio per una sola lingua alla volta.

Gli studi linguistici e dialettologici nel corso del Novecento si sono sempre più

delineati come studi della variazione linguistica, cioè hanno posto al centro

dell’attenzione le modalità di cambiamento degli usi linguistici nel tempo

(prospettiva diacronica), nello spazio (prospettiva diatopica), in rapporto al canale di

comunicazione usato, (prospettiva diamesica), al grado di formalità o informalità

(prospettiva diastratica).

L’evidenza dei fatti ha confermato da un lato che gli usi linguistici sono tutt’altro che

uniformi, dall’altro che la situazione non è uguale dappertutto, nel senso che mentre

in alcune aree l’uso del dialetto appare circoscritto, altrove è invece molto radicato e

consistente. In area campana i dialetti sono ancora lingua materna per una buona

parte della popolazione: più che di ripresa si può dunque parlare di estensione

dell’uso del dialetto, favorita da nuovi mezzi di comunicazione. L’idea postunitaria

secondo cui l’italiano si sarebbe del tutto sostituito ai dialetti è quanto meno da

rivedere e da riformulare, in considerazione degli eventi storici.

A questo proposito è utile tenere conto di un’indagine condotta, attraverso un

questionario, in area napoletana su un campione di circa mille famiglie, per un totale

di circa 3500 parlanti. Dalle risposte alla domanda sulla lingua usata dai genitori

degli intervistati si ottengono risposte diverse secondo le percentuali qui indicate:

Sempre il dialetto dal 30,9% dei genitori;

- Più il dialetto che l’italiano dal 14,5% dei genitori;

- Sia il dialetto, sia l’italiano dal 24,3 dei genitori;

- Più l’italiano che il dialetto dal 18,2% dei genitori;

- Sempre l’italiano dal 12% circa dei genitori.

-

A Napoli il dialetto è usato abitualmente nella comunicazione da circa il 70% dei

parlanti; mentre solo il 12% di essi non userebbe mai il dialetto. Queste percentuali

conducono a due riflessioni.

18 La prima è questa: se il 30,9% dei genitori parla abitualmente in dialetto vuol dire

1) che molto probabilmente in un terzo all’incirca delle famiglie il napoletano è

lingua materna.

La seconda breve riflessione è questa: l’osservazione della realtà, lo stesso

2) svolgimento della storia linguistica, un sondaggio su un campione consentono di

affermare che il dialetto, almeno in gran parte dell’area campana, convive con

l’italiano, ma non si trova in crisi, né si può dire che sia “minacciato”

dall’italiano.

Se si escludono i casi di una pronuncia esente da caratteristiche locali, si può dire che

l’italiano parlato oggi risenta spesso dell’influenza più o meno rilevante dei dialetti.

Le varietà di italiano che risentono di tratti riconducibili ai dialetti locali prendono il

nome di italiano regionale.

L’italiano regionale o locale, probabilmente non è una novità degli ultimi decenni:

per i secoli passati almeno per Napoli, si ha notizia di un italiano parlato,

verosimilmente di tipo locale. Nel 1589 Giovan Battista Del Tufo, distingue tra il

modo di parlare della plebe o popolaccio e un “favellar gentil napolitano”che a suo

pare è uguale al toscano. Nel seicento Giulio Cesare Capaccio parla di un “parlare

napolitano” che è diventato “assai regolato, e massime nelle bocche dei nobili che si

delettano della lingua cortigiana”; se una parte dei cittadini già tra il Cinquecento e

Seicento, si accostava all’italiano è inevitabile che ciò accadesse con prevedibili

fenomeni di interferenze con il dialetto: ciò conferma l’idea che già in quest’epoca

alcuni a Napoli parlassero, almeno in certe occasioni, un italiano di tipo locale. Nei

primi decenni del Settecento il giurista Niccolò Amenta, sodale del purista Leonardo

Di Capua, nel suo trattato sulla lingua, offre, per Napoli, alcuni esempi di un modo di

parlare imperfetto, cioè un italiano pronunciato con interferenze dialettali, come nel

caso di vocali aperte che in toscano sarebbero chiuse o viceversa. Più ampie sono le

indicazioni date da Carlo Mele nel primo Ottocento, che segnalando gli errori di

pronuncia diffusi a Napoli, dà testimonianza dell’italiano locale atri autori, fino al

Novecento inoltrato, segnaleranno le parole considerate provinciali da evitare quando

si parla italiano e daranno conto, del lessico tipicamente locale,cioè diffuso

nell’italiano regionale. Le opere qui ricordate da un lato documentano che l’italiano

parlato non è una novità dell’ epoca postunitaria, dall’altro sono utili fonti per la

conoscenza dell’italiano regionale del passato e possono integrare i dati offerti dagli

studi sull’argomento, dai testi teatrali, Eduardo De Filippo, Annibale Ruccello,

Vincenzo Salemme, dalle opere di narrativa (Ferdinando Russo, Matilde Serao fino

alle opere più recenti), dal cinema (si pensi ai dialoghi dei film di Massimo Troisi), e

dalle canzoni (Renato Carosone a Pino Daniele).

Una serie di indizi, distribuiti nel tempo tra il Trecento e l’Ottocento, autorizzano a

dedurre che la compresenza di varietà linguistiche diverse, distribuite drasticamente,

almeno per la città di Napoli, non sia una novità dell’ultimo secolo. Sin dall’Epistola

napoletana di Boccaccio si trae l’impressione che la situazione linguistica napoletana

sia stata spesso guardata da osservatori esterni con un interesse metalinguistico e

contrastivo. Anche dal punto di osservazione di parlanti napoletani, d’altra parte, non

è mancata una riflessione sul modo di parlare locale, messo a confronto con la varietà

toscana: la continua presenza di toscani e di parlanti di altra provenienza (francesi,

spagnoli, italiani settentrionali) ha insomma messo i napoletani e il napoletano

19 continuamente a confronto con altri modi di parlare, in una situazione di interferenza

e di “studio” reciproco.

La curiosità verso il napoletano era per esempio avvertita da una fanciulla della

famiglia fiorentina degli Acciaioli, che nel Trecento rivestiva un ruolo centrale nei

rapporti tra Napoli e Firenze. Ma è dell’inizio del Cinquecento la prima indicazione

esplicita di un autore napoletano, Benedetto Di Falco, che, nella sua opera

raccomanda ai napoletani di parlare evitando alcuni spiccati dialettalismi fonetici.

Queste indicazioni a prima vista possono apparire in un certo senso sfavorevoli per la

sorte del dialetto, ma a ben guardare, come ogni tipo di riflessione metalinguistica, da

un lato avranno favorito – in chi lo desiderava – l’apprendimento della lingua

letteraria, dall’altro hanno senz’altro reso più consapevoli gli usi linguistici,

inducendo una maggiore sorveglianza nell’evitare i rischi di un’involontaria

interferenza: ciò significa che i parlanti napoletani, nel seguire queste e altre

prescrizioni simili nei secoli successivi hanno in un certo senso acquisito tra l’altro

una maggiore capacità di tenere tra loro separati il napoletano e il toscano.

Non è escluso che proprio l’osservazione della lingua tipica del popolo favorisca

negli autori napoletani l’intento di condurre il dialetto locale nei territori della

letteratura semmai anche sperimentandone nella scrittura le forme più concrete e

corpose, già nel primo Seicento non tutti i napoletani vivevano dall’interno una

competenza linguistica spontanea ed esclusiva di una varietà locale dotata di

caratteristiche del genere. Basti pensare del resto che per spiegare il fallimento della

Rivoluzione napoletana del 1799 Vincenzo Cuoco sottolineava ce “le vedute de’

patrioti e quelle del popolo non erano le stesse: essi aveano diverse idee, diversi

costumi e finanche due lingue diverse”. Sin dal Seicento, insomma, si cominciano a

delineare le premesse di una situazione favorevole a una fruizione letteraria ed

estetica del dialetto. Tale situazione acquista una piena evidenza dopo l’unificazione

italiana a ancor più nel corso del Novecento, quando, anche negli ambienti in cui,

prevalgono ormai l’italiano e l’italiano regionale, si determina un atteggiamento

largamente positivo e di apprezzamento per il dialetto locale, che viene identificato,

come lingua del teatro, della poesia o della canzone. A questo proposito è rivelatrice

la testimonianza della scrittrice Elisabetta Rasy, che nel suo libro intitolato Posillipo

(1997), dopo aver dichiarato che nella sua famiglia il napoletano non era lingua di

uso spontaneo, ricorda . nella mia ondeggiante famiglia c’era però , un momento in

cui il dialetto napoletano riacquistava d’incanto tutta la pienezza, la potenza e la

capacità d’illusione che il suo capriccioso uso sociale gli aveva tolto. Era quando si

cantava. Allora il dialetto diventava una lingua. Ma una lingua perduta, la lingua di

una finzione, la finzione artistica, ma anche la finzione del cuore, e la finzione del

tempo che non passa.

Nell’italiano pronunciato da parlanti campani risaltano alcuni tratti fonetici ben

riconoscibili. Le vocali toniche dei dittonghi sono pronunciate chiuse, mentre in

italiano la tonica dei dittonghi è aperta. Dopo palatale sorda la –i- viene pronunciata,

laddove in italaino non si sentirebbe (quindi soc-i-o, soc-i-ale, c-i-elo). Inoltre, anche

quando parlano in italiano, i campani tendono a pronunciare come indistinto il suono

vocalico finale. Per le consonanti è tipico il rafforzamento di b-e-g- in posizione

intervocalica (abbitare, reggione). L’affricata palatale sorda intervocalica è resa come

fricativa. A un livello di maggiore informalità, e forse meo a Napoli che nelle altre

province, la s –prima di velare e labiale è resa come palatale fricativa, mentre dopo

20 nasale, vibrante e liquida diventa affricata dentale (per cui penza, borza, salza, per

pensa, borsa, salsa). Nei vocativi infine l’ultima sillaba tende a cadere (dottò,

professò, Giovà).

Nella pronuncia dell’italiano regionale, quando l’influenza del dialetto si fa più

consistente, diventano avvertibili alcuni fenomeni che si collegano a una più radicata

dialettalità dei parlanti. Sarebbero perciò etichettabili come tratti dell’italiano

popolare più che dell’italiano regionale caratteristiche come la vocale d’appoggio

(anaptissi) nei nessi consonantici (in forme come pisichiatra per psichiatra);

l’indebolimento nella pronuncia dell’intera sillaba finale e non solo dell’ultima

vocale, l’accettazione sistematica sull’ultima sillaba delle parole che terminano per

consonante (Mercedès, pulmànn, camiòn) o negli stessi contesti la ritrazione

ipercorretta dell’accento in Càvour, De A’micis. Inoltre, l’assimilazione, la

dissimilazione di nessi consonantici e il rafforzamento fono sintattico, tra i fenomeni

morfosintattici sono frequenti: il congiuntivo imperfetto invece del condizionale; il

passato remoto in riferimento a eventi del giorno prima; l’uso esclusivo della

preposizione a nello stato in luogo e nel paragonare; costruzione transativa, per

ipercorrettismo, di dispiacere, volere bene, telefonare e, come in dialetto, di scendere,

salire, entrare; posposizione del possessivo (le scarpe sue); preposizione a prima di

un infinito soggettivo a spendere; la funzione avverbiale espressa da un aggettivo

(state bello) o a volte da un sostantivo; costruzione delle interrogative con

che+infinito+fare.

Il lessico che qualifica l’italiano di tipo camapano è stato esemplificato in diversi

studi. Tra le voci molto diffuse, si segnalano abbuscare “guadagnare”, accattare

“comprare”, addormuto “svagato”, ammappuciato “sgualcito”, intalliarsi “indugiare”

(letteralmente mettere radici), inciucio “pettegolezzo”, lazzaro “giovinastro”,pali

atone “solenne bastonatura”, pazzièlla “gioco, cosa di poco conto”, provola

“mozzarella affumicata”, punessa “puntina da disegno”, (<fr.punaise), quartino

“appartamento” scancellare “cancellare”, scostumato “maleducato”, sfruculiare

“prendere in giro”, trasiticcio “invadente, pettegolo”, anche nell’italiano locale è

produttiva la serie dei nomi derivati senza aggiunta di suffisso (o a suffisso zero) dai

verbi, come per esempio allucco “urlo” (da alluccare), sfratto “trasloco” (per cui in

Campania accanto a dare lo sfratto, che è ormai italiano, si sente anche ho fatto lo

sfratto nel senso di “ho traslocato”), scasso “luogo in cui si raccolgono le auto

rottamate”, scippo “furto a strappo, arrevuoto “sovvertimento” (da arrevotà)”.

Elementi coesivi del discorso interessanti sono l’ispanismo né tampoco “ne tanto

meno” (che in italiano è un aulicismo molto marcato) e come infatti nel senso di

“tanto è vero che, infatti”.

In passato è probabile che i campani che parlavano in italiano dessero maggior spazio

al lessico dialettale. Ne possiamo avere un’idea seguendo le indicazioni dei testi che

suggerivano agli scolari di evitare dialettalismi inconsapevoli. Per esempio, il

manualetto di Goffredo Cammarano (nel 1889) consigliava agli alunni di non

immettere nei discorsi in italiano espressioni o parole come vòzzola in canna

“fastidio in gola”, rociuliare per gli scalini “sdrucciolare rovinosamente”, tuculiare

“oscillare”, mappociare “gualcire”, arronzare “abborracciare”. Nella situazione

attuale all’interno di una frase in italiano. È più frequente che il ricorso ad arronzare,

rociuliare,ammappuciare , dipenda dall’intenzione di una sorta di “citazione” dal

21 dialetto. Anche quest’ultimo aspetto può forse essere il segno di una buona vitalità

del dialetto, che si conserva meglio se è meno esposto all’interferenza con l’italiano.

Capitolo V

Testimonianze letterarie e documenti

Nel Medioevo la lingua usata nella scrittura fu per molto tempo soltanto il latino. In

quel tempo, i notai avvertirono per primi l’esigenza di mettere per iscritto la lingua

davvero parlata, perché nei loro atti di compravendita dovevano descrivere in modo

chiaro le proprietà terriere, gli edifici e gli oggetti che passavano da un proprietario a

un altro. In un documento notarile scritto a Capua nel marzo 960 viene inserita par la

prima volta una frase in volgare che ha una funzione ufficiale. Il testo del documento

è in latino, ma ognuno dei tre testimoni pronuncia in volgare una dichiarazione:

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte

Sancti Benedicti.

Negli stessi anni, sempre nella zona di Montecassino si trovano altri documenti simili a

questo, ma nei secoli successivi, fino alla fine del Duecento, in Campania saranno usati

nella scrittura soltanto il greco e il latino. Nei documenti notarili, ricorrono parole tipiche

del lessico locale come calzatoro “calzatoio”, camisa “camicia”, cammara “camera”, caso

“formaggio”, con l’arrivo dei regnanti angioini, gioungono a Napoli molti mercanti, in

particolare fiorentini. Anche in Campania, la scrittura in volgare si diffonde in primo luogo

in testi che si riferiscono ad attività commerciali, il più antico testo campano scritto in

volgare è una carta di prestito, la cosiddetta Scritta amalfitana, del 1280 circa, con cui una

monaca di Amalfi conserva memoria di una somma prestata a due conterranei. Solo nel

trecento a Napoli, accanto ai soliti lettori di opere colte ed erudite scritte in latino, si delinea

l’esistenza di un pubblico che, risentendo forse dell’esempio dei toscani presenti a Napoli, si

mostra interessato a leggere opere in volgare. Intorno alla metà del Trecento un autore

anonimo di buona cultura traduce in volgare napoletano l’opera latina Historia destructionis

Troiae scritta nel 1287 dal giudice messinese Guido delle Colonne. La lingua della Soria

della distruzione di Troia è il napoletano: in questo caso, però, parliamo di volgare

napoletano, non ancora di dialetto. Nello stesso periodo anche un autore molto noto, il

toscano Giovanni Boccaccio, usa il napoletano in un breve testo in cui sotto forma di lettera

racconta che a una giovane napoletana è nato un bambino. Dal suo punto di vista il

napoletano è una lingua locale, mentre per lui il toscano è già il miglior volgare letterario.

Quindi per Boccaccio il napoletano è come un dialetto. Perciò questo testo può considerarsi

come la primissima anticipazione della letteratura dialettale napoletana. Nella lettera la

descrizione di una festa di battesimo diventa per Boccaccio lo spunto per cogliere abitudini

tradizionali locali che in lui, suscitano curiosità. In questo primo testo dialettale napoletano

c’è già un requisito che sarà poi costante nella grande letteratura napoletana, un uso del

dialetto che si abbina a un’attenta osservazione con spirito antropologico, della realtà locale

(cioè, la rappresentazione di un mondo visto dall’esterno, da autori che pur affermando il

proprio legame con tale mondo non se ne sentono del tutto partecipi).

Diversamente da tutti quelli che nel trecento scrivevano in volgare napoletano, Boccaccio

non vuole attenuare i fenomeni locali, ma vuole anzi registrare tutti quelli che riesce a

percepire. Ecco quindi documentato nella sua lettera il betacismo, il passaggio l>r in cuorpo

“colpo”, la forma chillo, l’alternanza tra gli articoli lo e lu, il condizionale derivato dal

piuccheperfetto latino, la tendenza all’accumulo di pronomi enclitici. Davvero significativa

è poi l’abbondante ripresa di lessico di origine francese: un indizio evidente di come la

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buona società napoletana del tempo fosse esposta all’influenza della lingua dei regnanti

angioini e di nobili venuti al loro seguito. Una vera letteratura dialettale scritta da autori

napoletani fiorisce a Napoli alla fine del Quattrocento, quando i letterati che vivono intorno

alla corte osservano il mondo cittadino circostante come un universo da loro lontano. Su

questa osservazione si fonda lo sperimentalismo linguistico: gli autori letterati come Iacopo

Sannazaro (1456-1530) usano ormai nei loro scritti una lingua letteraria vicina al toscano,

ma in alcuni testi, in particolare nel genere degli gliòmmeri presentano la lingua del popolo

cittadino, negli gliommeri si coglie il primo indizio di un distacco tra due ambienti culturali

che spinge a osservare (e imitare) ciò che si percepisce come “altro”. In altre corti

quattrocentesche la percezione di un mondo diverso si identifica con l’osservazione del

contado; per il letterato napoletano, l’incontro con un mondo diverso dall’ambiente in cui

egli abitualmente vive ha luogo non appena mette piede nelle strade cittadine, dove si

imbatte in quel dialetto che viene appunto presentato negli gliòmmeri.

In uno gliòmmero (gomitolo) del Sannazzaro si ha una rappresentazione carnevalesca, in cui

si presenta sulla scena un popolano, che propone il punto di vista del popolo e rimpiange i

tempi andati, cioè l’epoca angioina. Ciò spiega l’abbondante ripresa di parole. Il rimpianto

per un passato perduto nasconde però una larvata polemica verso il presente: le critiche

riferite alle novità gastronomiche introdotte dagli Aragonesi nascondono (e svelano) un

certo malcontento popolare verso i regnanti. L’autore colto, attraverso la finzione

carnevalesca, dà quindi spazio alla voce del popolo, di cui riprende anche una prospettiva

legata alla vita materiale e concreta. Nei primi versi troviamo qui la voce del poeta, che

nella lingua abituale del genere lirico introduce il tema, prima di passare, la parola al

personaggio del popolo. Nella parte finale del testo ritorna la lingua del poeta che fa

sfumare il testo in una descrizione dal tono arcadico. Il malcontento del popolano è

incorniciato tra due blocchi poetici che rendono più evidente lo scarto linguistico tra usi

poetici e popolari.

Intorno alla metà del Cinquecento è vissuto un poeta di cui conosciamo solo il nome,

Velardiniello (cioè Bernardiniello), la sua opera più famosa, scritta in ottave, si intitola

Storia de cient’anne arreto. In quest’opera i tempi passati sono rievocati come momenti di

abbondanza e di ricchezza. Nel Cinquecento le condizioni del popolo napoletano sono

davvero difficili che in passato. La popolazione della città aumenta molto, la città si allarga

e, con la costruzione di nuovi quartieri, comincia a espandersi nelle campagne circostanti.

Nella prima metà del Cinquecento, a opera del vicerè don Pedro de Toledo, sono progettati e

costruiti i cosiddetti Quartieri spagnoli, destinati inizialmente ad accogliere le truppe

spagnole stanziate a Napoli. Gli edifici costruiti in quei decenni e gli altri già esistenti in

città, a partire dal secolo successivo, furono poi progressivamente sopraelevati: si creano

così le premesse per una concentrazione demografica sempre più intensa.

Vincenza Braca scrisse alcune farse dialettali in versi, che rientravano nel genere della farsa

cavaiola.

Nella farsa intitolata Lo mastro de scola, cioè Il maestro di scuola, troviamo litigi, libri

strappati e mal ridotti, un maestro che cerca di richiamare l’attenzione della scolaresca,

alunni indisciplinati che protestano: ecco come si presentano, nel Seicento queste scene di

vita scolastica. Qui il maestro comincia a parlare in latino, perché il latino era una lingua

normalmente usata a scuola e latini erano i libri studiati.

Giulio cesare Cortese (Napoli 1575-dopo il 1640) è con Basile uno dei due grandi autori

della letteratura napoletana del Seicento, le sue opere più celebri sono in dialetto

proponendosi in un certo senso come una sfida rispetto ad abitudini consolidate: il poeta

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ricorda che ormai tutti i letterati napoletani si dedicano alla produzione di opere scritte in

toscano, prive spesso di vigore e di originalità, tanto che, come scrive nel suo poema

Vaiasseide “A Napoli non c’è più nessuno che non imbratti la carta con l’inchiostro”.

Cortese allude all’esercizio diffuso e alla fruizione della letteratura in toscano, che poi

esemplifica quando nella stessa Vaiasseide presenta un potecaro che durante un banchetto

recita versi toscani.

Nel suo intento caricaturale Cortese mostra da un lato che tutti possono avere ambizioni

letterarie, dall’altro che il toscano, anche nelle sue forme auliche, può essere orecchiato

anche da chi, come il potecaro, non fa il letterato di professione. Pertanto, Cortese intende

comporre opere che abbiano un sapore originale sin dalla lingua usata,in una dedica a Basile

l’autore dichiara che il napoletano dovrebbe essere lucidato da qualcuno così come

Boccaccio ha lucidato il fiorentino.

Alla luce di questa dichiarazione possiamo dedurre che Cortese si sia appunto proposto di

dimostrare che anche il napoletano poteva essere usato in letteratura. Con le sue opere infatti

egli si cimenta in generi letterari disparati, di moda recente o di tradizione consolidata:

“poema eroico”, l’opera in prosa, romanzo alessandrino.

Nella Vaiasseide (pubblicata nel 1612), il poeta presenta la vita del popolo cittadino,

osservato nella sua realtà quotidiana e nelle sue abitudini, dà luogo a un continuo

abbassamento comico e parodico, ma in effetti dà anche spazio a un mondo plebeo che

irrompe sulla scena con la sua lingua. Verso questo mondo il poeta rivela un’attenzione

autentica, senza quell’intento satirico o antipopolare che spesso ha accompagnato le

rappresentazioni letterarie del mondo degli umili. Nell’osservazione e nella descrizione di

aspetti anche minuti della realtà e delle abitudini popolari si svela ancora una volta il nesso

molto stretto tra letteratura dialettale e intento di documentazione antropologica.

Giambattista Basile (Napoli 1575-Giugliano 1632), è stato uno dei maggiori autori della

letteratura dialettale in italia. In napoletano ha scritto Lo cunto de li cunti, overo lo

trattenemiento de piccerille, che riunisce cinquanta fiabe o cunti, a cui si sono ispirati in

seguito altri grandi autori di fiabe come Perrault o Andersen.I protagonisti dei cunti sono

principesse, orchi, principi, fate e personaggi che vivono esperienze magiche di vario

genere. Benedetto Croce, sul finire dell’Ottocento ne crò la traduzione in italiano el a definì

come il più bel libro italiano barocco. Lo cuinto de li cunti è uno straordinario affresco

realistico della cultura tradizionale e popolare napoletana. In uno stile ricco di similitudini,

metafore, lunghe elencazioni di sinonimi, l’autore trova il modo di inserire veri e propri

cataloghi di usi, giochi, cibi, abiti, toponimi, credenze, proverbi, modi di dire. Il catalogo

oggi per noi più importante è proprio quello della lingua: dall’incontro tra cultura popolare e

dialetto deriva infatti una fitta documentazione, di lessico locale. Pur nell’elevata letterarietà

dello stile, non c’è dubbio che la fonetica e la morfologia siano quelle del napoletano del

tempo, che tra l’altro si presenta per qualche aspetto affine agli odierni dialetti campani

dell’interno.

Oggi per noi la lingua di Basile non è facile; essa per certi aspetti è ancora vicina alla lingua

trecentesca. Il dialetto napoletano forse proprio tra Cinquecento e Seicento cominciò a

mutare e, anche per la crescita urbana e per la forte presenza di genti di ogni luogo,

cominciò ad acquisire caratteristiche nuove. Forse proprio la percezione di veloci

trasformazioni in atto suggerì a Basile l’idea di fissare in un’opera letteraria il suo dialetto.

Inoltre, in questo periodo, in cui la Napoli vicereale è popolata e governata da Spagnoli, è

possibile che l’uso del dialetto, in Basile come in Cortese, sia funzionale a una sorta di

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affermazione della cultura cittadina, non tanto in chiave anti-toscana, quanto come

alternativa di fatto allo spagnolo dei dominatori.

Tra il Seicento e l’Ottocento molti autori hanno scritto in dialetto napoletano opere

letterarie, in prosa e in versi, e testi teatrali. Su questi autori molto ha influito il modello di

Cortese e di basile. Pompeo Sarnelli rappresenta un caso esemplare. Egli è infatti uno dei

tantissimi intellettuali che, nati nelle province del Regno, hanno contribuito nei secoli ad

arricchire la cultura della capitale: a Napoli Sarnelli giunse giovanissimo per studiare

teologia e diritto, e fu poi ordinato sacerdote. Qui entrò in contatto con la lingua parlata in

città, ma anche con le opere di Cortese e Basile. Nella prefazione anteposta all’edizione del

1674 de Lo cunto de li cunti. Da provinciale entusiasta del napoletano, Sarnelli apprende la

lingua della capitale girando per strada, ma egli è diventato esperto del napoletano in quanto

si è dedicato alla lettura dei buoni autori. L’opera dialettale di Sarnelli, la Posilecheata, si

presenta come una raccolta di “cuntecielle” alla maniera del Cunto de li cunti; il modello di

Basile si manifesta non solo nella scelta del genere, ma anche nella propensione a riprendere

modi di dire, proverbi e riferimenti a usi tradizionali. Con Sarnelli si pone già il dualismo tra

uso linguistico corrente e condizionamento letterario. Forse anche per questo motivo il

napoletano di Sarnelli può apparire a noi meno difficile di quello di Basile o cortese. Come i

tanti italiani che nei secoli hanno imparato a scrivere l’italiano letterario seguendo il

modello degli autore, così Sarnelli, non essendo napoletano, trova più agevole seguire il

modello del napoletano scritto dagli autore dialettali, che per lui rappresentava un punto di

riferimento stabile.

Sembrerebbe quindi paradossale, ma storicamente del tutto plausibile, il caso di una

letteratura dialettale che in effetti non è indirizzata al popolo (anche se ispirata al mondo

popolare), ma in quanto scritta è rivolta in primo luogo (o esclusivamente) ai letterati,

ovvero agli uomini di cultura e agli alfabetizzati, cioè a due categorie che per lungo tempo

coincidono, nel quadro culturale della capitale del Regno.

Proprio come accade per la storia dell’italiano, anche per il napoletano può essere successo

che a un cambiamento del dialetto nel tempo e nello spazio corrispondesse una sua

tendenziale stabilità nella letteratura, almeno tra il seicento e la fine dell’Ottocento. Tale

stabilità, sarà favorita dalla presenza accordata alla poesia dai letterati che scrivono in

napoletano.

Ancora in parallelo con le tendenze della cultura nazionale si spiega una svolta intervenuta

nel corso dell’Ottocento nella letteratura dialettale; come Manzoni aveva affermato per

l’italiano la necessità di un avvicinamento all’uso parlato, così anche per il napoletano, dopo

l’Unità, alcuni giungono alla conclusione che la sua scrittura non debba discostarsi dall’uso

parlato. Questa nuova esigenza, si afferma in seguito in via definitiva attraverso le opere di

Salvatore Di Giacomo e di Ferdinando Russo. Con questi due poeti per l’appunto si

inaugura una nuova fortina del napoletano, collegata a nuove forme letterarie e a nuovi

mezzi di diffusione.

Per i napoletani di oggi le opere di Salvatore Di Giacomo e di Ferdinando Russo sono più

vicini (non solo cronologicamente) rispetto a quelle degli autori del passato, anche perché

sono più vicine alla lingua parlata. La vicinanza di questi autori è però accentuata da un

altro aspetto. I testi dei poeti come Di Giacomo sono difatti più accessibili anche perché

sono stati veicolati attraverso la canzone. Essi hanno dunque raggiunto anche un pubblico di

non lettori. Nella poesia digiacomiana, orientata all’osservazione della realtà filtrata

attraverso la soggettività del poeta, il dialetto si fa mezzo espressivo funzionale al genere

lirico come mai era accaduto in precedenza. Era de maggio. Alla fine dell’Ottocento Napoli

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attraversò momenti molto difficili: nel 1884 un’epidemia di colera provocò molti morti,

colpendo soprattutto le zone della città in cui vivevano i cittadini più poveri, in condizioni di

grande disagio. In una raccolta di poesie intitolata “O Funneco Verde”, Di Giacomo descrive

la vita malsana e triste di alcune strade: il Fondaco Verde, che si trovava nella zona ora

attraversata da via Depretis, è presentato un amaro realismo. Molto spesso, Napoli è vista

attraverso una serie di luoghi comuni che esaltano, la spensieratezza dei napoletani, la

bellezza del sole, del panorama, il sapore della pizza e della mozzarella, le not dei

mandolini. Qui il poeta Di Giacomo dà invece spazio alla rappresentazione del popolo

cittadino più povero.

Dint’a stu vico ntruppecuso e stuorto

Manco lu sole se ce po’ mpezzà

Ma sta disgrazia nun ve pare overa:

so’ muorte vinte? Ne so’ nate ciento

Nun è nu vico. E’ na scarrafunera.

Dalla lettura della poesia Arillo, anima luccio cantatore… si ha un’idea dei versi

digiacomiani in cui aleggia una disposizione malinconica che prelude all’ascolto delle

piccole voci,come quelle del grillo, e a una sintonia con il paesaggio. Questa stessa sintonia

si afferma anche sul piano linguistico, tanto che la lingua, facendosi puro suono, scivola

verso l’onomatopea (e a questo proposito è opportuno il riferimento alla poetica pascoliana).

Zicrì! Zicrì!

Zicrì! Zicrì!

Zicrì!

Nelle opere di Ferdinando Russo (1866-1927) troviamo in un certo senso un ritratto dal vero

della vita cittadina, che l’autore conosce bene dall’interno anche per la sua lunga attività di

cronista. La sua attenzione alla vita dei ceti emarginati, in particolare dei ragazzi che vivono

in strada il loro apprendistato di malavita (gli scugnizzi), qualifica Russo come protagonista

del verismo letterario, forse il solo che fotografi l’unica realtà urbana in qualche modo

simile alla metropoli parigina rappresentata dall’autore francese E’mile Zola.

La raccolta di sonetti ‘E scugnizze (18979, pubblicata con Gente ‘e mala vita, è dedicata ai

ragazzini che in condizioni molto misere trascorrevano la loro vita per strada, abbandonati a

se stessi, costretti a vivere di espedienti, e spesso destinati a venire a contatto con ambienti

di malavita. Nella prefazione alla seconda edizione (1920) il poeta dichiara: <Questi sonetti

devono considerarsi come Inno melanconicamente ironicoall’Infanzia abbandonata.

Scugnizzi in balìa del Caso fino a quindi o sedici anni, i miei piccoli eroi, fatti adulti, non

possono altro diventare che Gente ‘e mala vita>.

Se è vero che questi scugnizzi, come Russo non manca di osservare nelle sue inchieste,

rappresentavano un inesauribile vivaio per la malavita organizzata (camorra), è anche vero

che il loro modo di vivere non era tra le cause dei malesseri di Napoli, ma solo un dei loro

sintomi più evidenti. Nei versi di Russo si cogli la commiserazione per dei bambini

abbandonati che, per quanto piccoli delinquenti pronti a usare il coltello già a nove anni,

sono pur sempre le prime vittime di una condizione sociale difficile. Ancora una volta, il

dialetto letterario è funzionale alla rappresentazione di un mondo e si presta a un’indagine

socio-antropologica, che nel caso di Russo è presentata esplicitamente come parte del suo

metodo di lavoro.

26

In relazione proprio agli interessi di Ferdinando Russo e alle sue curiosità per gli ambienti

della malavita merita una parentesi il caso particolare della parola scugnizzo. Questa parola

che con ogni probabilità prima di Russo mai nessuno aveva messo per iscritto, è una voce

gergale passata al dialetto napoletano forse non molti anni prima del 1897, quando viene

pubblicata la raccolta ‘E scugnizze. Dal napoletano la parola passò velocemente all’italiano:

nel 1922 è già nella prima edizione in volume del Vocabolario di Nicola Zingarelli. Nello

stesso anno ha un’enorme successo in tutt’Italia un’operetta intitolata Scugnizza di Mario

Costa e Carlo Lombardo, mentre del 1932 è il dramma di Raffaele Viviani, L’ultimo

scugnizzo (con la celebre Rumba degli scugnizzi),da cui poco dopo fu anche tratto un film.

Viviani peraltro già aveva interpretato all’inizio del secolo la macchietta Scugnizzo e nel

1918 l’atto unico intitolato Scugnizzo – Via partenope. Del 1989 è poi il film Scugnizzi di

Nanni Loi, da cui è stato tratto il musical C’era una volta…scugnizzi (1997) di Claudio

Mattone.

In una celebre opera intitolata ‘O cantastorie (1895) Ferdinando Russo prende spunto da un

passatempo tipico della Napoli ottocentesca, quello degli affezionati ascoltatori di storie di

cavalieri raccontate dai cantastorie che declamavano le imprese dei paladini di Francia.

Sono più o meno le stesse storie che tra Quattrocento e Cinquecento avevano dato materia ai

poemi cavallereschi. Quando non c’era né il cinema, né la televisione, il popolo amava

ascoltare le avventure dei cavalieri e si radunava attorno ai cantastorie, che presentavano i

racconti tradizionali, usando un po’ l’italiano letterario e un po’ il dialetto che serviva a farsi

capire meglio dal pubblico. Ferdinando Russo inseriva dunque nelle sue opere le differenti

varietà linguistiche che effettivamente convivevano nella Napoli del suo tempo (come in

quella presente).

Raffaele Viviani (Castellammare di Stabia 1888-Napoli 1950), inizialmente interprete di

canzoni e macchiette, poi anche poeta, è stato uno dei maggiori autori del teatro italiano del

Novecento, accanto a Luigi Pirandello, Dario Fo, e all’altro napoletano Eduardo De Filippo.

Viviani ha scritto e recitato numerosi drammi in dialetto, mettendo al centro della sua

attenzione il mondo popolare napoletano. Viviani, al pari di Eduardo De Filippo, si inserisce

in una tradizione incentrata sull’antica arte della recitazione che, grazie anche alle

sollecitazioni di una realtà sempre vivace e quasi destinata alla rappresentazione, anche di

recente ha prodotto autori e interpreti molto significativi. Rispetto ad altre forme espressive,

il teatro, in area napoletana, ha potuto sempre contare sulla nutrita partecipazione del

pubblico, anche delle sue componenti popolari, il teatro di Viviani porta in scena, nei suoi

aspetti veri e a volte crudi, la realtà della gente comune. Nel dramma I vecchi di san

Gennaro è presentata la vicenda di Cosimo Pompei, anziano insegnante, che dopo essere

stato ricoverato in un ospizio se ne allontana per tornare dai suoi vicini di casa e ritrovare tra

loro confronto e compagnia prima della fine. Anche da pochi scambi dialogici ci si accorge

subito che, contrariamente a ciò che si sente dire in genere, il teatro di Viviani non è

integralmente dialettale. Qui alcuni personaggi si esprimono solo in italiano, mentre il

protagonista Cosimo usa sia l’italiano sia il dialetto; la sua scelta linguistica dipende a volte

dall’interlocutore, a volte dallo stato d’animo. Come nella realtà, dunque, italiano convivono

e si avvicendano all’interno del medesimo dialogo e talvolta della stessa frase.

Eduardo De Filippo (1900-1984) nella sua vasta opera teatrale coniuga la tradizione

dell’intreccio comico, alla maniera di suo padre Eduardo Scarpetta (1853-1925), con un

teatro aperto a tematiche novecentesche di respiro europeo (la crisi della famiglia, la

solitudine dell’individuo, la critica delle convenzioni borghesi, le profonde ferite della

guerra). La sua appartenenza a una famiglia d’arte gli ha garantito una solida formazione di

27

uomo di palcoscenico: sin da bambino è andato in scena con il padre; da giovane ha recitato

nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta, prima di formare compagnia con i due

suoi fratelli Titina e Peppino De Filippo. Per la loro adesione a una realtà a volte dimessa,

ma sempre rappresentata in modo verosimile, i testi di Eduardo De Filippo sono un prezioso

repertorio degli usi linguistici novecenteschi in area napoletana. Per questo autore vale in

modo particolare ciò che già si è accennato a proposito della fortuna postunitaria del

napoletano: il suo teatro sin dagli anni Cinquanta è stato diffuso prima attraverso la radio,

poi attraverso la televisione.

La riproduzione in videocassetta e ora in DVD delle opere di Eduardo de Filippo fa sì che

anche le giovani generazioni possono avvicinarsi a questo autore, che insieme a Viviani è

uno dei protagonisti assoluti del teatro italiano novecentesco. Qui leggiamo la parte

conclusiva del terzo atto di Napoli milionaria!, un testo del 1954 in cui si seguono le

vicende di una famiglia popolare napoletana. Attraverso la prospettiva del basso della

famiglia Jovine che si arricchisce con la borsa nera, si seguono gli sbandamenti morali di

una città esposta all’improvvisa ubriacatura del benessere, al suo ritorno dalla prigionia, il

capofamiglia con equilibrio e con buon senso riesce nella sua semplicità, a trovare il modo

di riannodare i legami affettivi all’interno della famiglia. Da ciò la fiducia con cui egli

attende che passi la “nuttata”, che arrivino cioè la guarigione della figlia, l’armonia

familiare, la ripresa morale di una città e del mondo degli afflitti dalla guerra. Già da questi

pochi accenni e dal breve brano qui riportato si capisce dunque che il teatro di Eduardo De

Filippo tocca motivi di interesse universale e non è né bozzettistico, né provinciale.

Nel novecento è molto ricca la produzione poetica in dialetto spesso orientata al grande

modello digiacomiano. Il sostegno della tradizione e la necessità continuamente avvertita di

trovare soluzioni espressive originali conferiscono notevole spessore ad autori che ormai

meriterebbero un’adeguata attenzione critica, anche in rapporto alla coeva poesia italiana.

Alcuni di questi autori, protagonisti di una poesia dialettale fiorente nel corso del

Novecento, come già Di Giacomo, hanno dato un apporto straordinario alla canzone

napoletana che si è diffusa nel mondo (Voce’e notte è di Nicolardi; Chist’è ‘o paese d’’o

sole di Bovio). Il contatto virtuoso tra poesia e canzone è saldo anche nella seconda metà del

Novecento, come mostra l’opera di Salvatore Palomba, autore tra l’altro del testo di

Carmela, suggestiva canzone interpretata da Sergio Bruni che è andata ad aggiungersi ai

classici della musica napoletana. In napoletano scrivono inoltre poeti di altre aree della

Campania: tra questi segnala il salernitano Mario Mastrangelo, si può dare un’idea di una

tradizione poetica tuttora varia e originale attraverso i testi di Raffaele Pisani che dimostra

come il contatto assiduo con autori illustri del passato non escluda la sperimentazione delle

forme comunicative o il rinnovamento dei temi. Da questo punto di vista l’impegno civile si

combina in pisani con un impegno religioso e cristiano.

Accanto a una linea più apertamente lirica si profila nel corso del Novecento una poesia

narrativo-dialogica che punta da un lato a toni descrittivi, dall’altro, secondo una tradizione

consolidata, alla rappresentazione di aspetti della vita quotidiana. Acquista per esempio un

respiro epico la storia della Marina militare italiana scritta da Giuseppe Guizzi nel volume

Marenare, che si compone di una “catena” di sonetti, tra loro collegati in un’unica narrativa.

Il poemetto ‘A livella di Antonio de Curtis, in arte Totò (1898-1967) è l’esemplare e

notissima (perciò qui si può riportare)! Manifestazione di una poesia che, in una prospettiva

edificante, accoglie i toni della narrazione popolare in versi.

La poesia in dialetto, negli ultimi decenni del novecento, si è imposta con un nuovo impeto

di originalità espressiva in tutte le regioni italiane, spesso anche come affermazione di

28

un’alternativa rispetto a un italiano di uso corrente, che ad alcuni appare come lingua poco

poetica o esposto a una perdita di forza di recupero del dialetto come “nuova” lingua

letteraria, è stata denominata neo-dialettale: con questa etichetta si sottintende spesso che

per poeti che compiono tale scelta il dialetto si presenta come una lingua nuovamente

raggiunta a partire dall’italiano. Questo dialetto ritrovato può coincidere con la scoperta del

passato, ma funziona anche come strumento espressivo e sperimentale. In area napoletana il

dialetto non può essere contrabbandato come una lingua riscattata da un silenzio che in

realtà con c’è mai stato. Anche in Campania, però la nuova fortuna letteraria dei dialetti ha

favorito l’approdo alla scrittura dei dialetti più appartati in precedenza mai sperimentati

nella scrittura: è il caso per esempio di Caivano adottato nella poesia di Achille Serao. Il

dialetto di Cappella (frazione di monte di Procida) diventa nuova lingua poetica nei versi di

Michele Sovente, che proprio nelle radici anche linguistiche dei Campi Flegrei ritrova echi

del mondo antico, tanto che alcuni suoi testi si presentano in una forma trilingue, in dialetto,

italiano e latino. Evidenti tratti linguistici locali sono: l’articolo ‘u (al plurale ‘i), la

preposizione ne ‘i “di”, la resa posteriore della –a finale (stò “stà”, ccò “qua”squagliò

“liquefare”, fò “fare”, fo “fa’”, stutò “spegnere”), la –b- per –f- dopo nasale –m- “imberno

per inferno, che rende il nome del lago Averno, che nella tradizione classica è l’accesso

all’aldilà”.

Un poeta irpino, che vive lontano dalla sua terra, è Fedele Giorgio, autore di poesie scritte

nel dialetto di Sant’Andrea di Conza. La distanza acuisce la nostalgia e attraverso il dialetto

il poeta ritrova mementi e immagini del suo passato.

Elena Cofrancesco in un libro intitolato La parlata cerretese (1990) ha pubblicato anche

poesie nel suo dialetto, che prendono spunto da luoghi e vicende di Cerreto Sannita.

Renzo Iacobucci è un giovane poeta originario di Sessa Aurunca, che vive e studia a Roma.

Scrive versi nel dialetto di Corigliano, una frazione di Sessa Aurunca.

La cultura tradizionale è ricca di canti, racconti e proverbi che si trasmettono da una

generazione all’altra e rimangono a lungo nella memoria del popolo, anche se non sono mai

messi per iscritto. Spesso i canti nascevano per accompagnare le diverse fasi del lavoro dei

campi: si riferivano al lavoro oppure ai sentimenti. Talvolta si collegavano a fatti di cronaca

e contenevano riferimenti a nomi o a episodi diventati quasi proverbiali. Dalle tradizioni di

Bagnoli Irpino (in provincia di Avellino) si è occupato Aniello Russo.

I racconti tradizionali appartengono alla cultura popolare delle diverse zone, dove si

tramandavano da una generazione all’altra, quando le famiglie si riunivano intorno al fuoco.

Oggi questi racconti popolari sono stati un po’ dimenticati. Perciò sono spesso raccolti da

studiosi che indagano sulla cultura tradizionale dei diversi paesi. In questo capitolo daremo

alcune indicazioni utili per svolgere un’inchiesta socio-linguistica e per raccogliere dati sul

dialetto e sull’italiano regionale in modo non causale ma ordinato e scientificamente

corretto. Quando partiremo per una campagna di rilevamenti dobbiamo sapere esattamente

qual è il nostro obiettivo, cosa vogliamo documentare. A ogni obiettivo corrisponde una

tecnica d’indagine diversa,

L’intervista sociolinguistica. Si prepara un questionario sociolinguistico con

1) domande che riguardano conoscenze, opinioni, comportamento dell’intervistato nei

confronti del dialetto, e lo si somministra a un certo numero di parlanti, scelti con

criteri opportuni. L’obiettivo è: avere il quadro della vitalità, dell’uso, della

conoscenza e della percezione del dialetto nella comunità, attraverso un certo numero

di interviste.

29 Lì osservazione non partecipante Consiste in registrazioni e riprese nascoste, che

2) hanno per oggetto la produzione dialettale dei parlanti. Ha il vantaggio della

spontaneità, ma ha un grande svantaggio: è poco utilizzabile, in quanto la legge sulla

privacy non consente che sia utilizzata la voce o l’immagine di una persona senza il

suo consenso. Consente però di raccogliere testimonianze autentiche – ma

occasionali, e non necessariamente significative di parlato spontaneo, in situazioni

naturali, non condizionate in alcun modo dall’intervento del raccoglitore.

L’osservazione partecipante Il raccoglitore partecipa per mesi, o per anni, alla vita

3) della comunità, senza porre domande specifiche ma limitandosi a osservare e

annotare il comportamento linguistico dei parlanti. Consente di raccogliere molti

dati. E’ il metodo ideale per chi è nato e vissuto all’interno di una comunità, e per

questo vi è accettato non come osservatore esterno ma come membro a tutti gli

effetti. Richiede però grande sensibilità linguistica e un buon addestramento.

La conversazione guidata Si prestabilisce una “scaletta” di argomenti che

4) riguardano la cultura specifica del punto o campi semantici particolari e si fa

l’intervista seguendo la scaletta. Poi si riascolta, e se ci sono vuoti informativi o

enunciati poco chiari si torna sull’argomento insieme alla fonte, per integrare

l’informazione. Gli obiettivi sono più etnografici che strettamente linguistici: si cerca

di sapere tutto su aspetti specifici della cultura e della lingua locale, ritenuti

particolarmente interessanti.

L’intervista traduzione Si identificano alcuni fenomeni linguistici particolarmente

5) interessanti e si organizza un questionario linguistico: una serie di frasi in italiano,

ognuna delle quali contiene una parola o un costrutto in cui ricorre uno dei fenomeni.

In questo modo il materiale che si raccoglie è sistematico, ordinato, e consente una

descrizione sistematica di alcune caratteristiche linguistiche della comunità. C’è però

un inconveniente: il dialetto non è spontaneo perché è ottenuto con la traduzione:

tradurre non è un’attività “naturale”.

Se vogliamo avere il maggior numero possibile di notizie su chi usa il dialetto, quando e

in che circostanze, dobbiamo preparare un questionario, che leggeremo e compileremo

in presenza della fonte. Sarà formato da due parti. La prima deve contenere notizie sulla

fonte: la seconda parte sarà formata da un certo numero di domande sul comportamento

linguistico: dovremmo studiare una per una le domande, e adattarle alla realtà nella

quale viviamo.

Per avere risultati attendibili non basta una sola fonte. Dobbiamo procedere alla loro

campionatura. Il campione che scegliamo deve essere rappresentativo dell’universo

statistico, cioè di tutta la popolazione del paese e ne deve riprodurre, in piccolo, la

varietà e la stratificazione. Si calcola che per essere rappresentativo un campione deve

comprendere almeno l’8% della popolazione.

Per prima bisogna dunque stabilire quali sono le caratteristiche sociali delle comunità

che possono influire sulle scelte linguistiche, valutarne la presenza nella comunità e

proiettarne le percentuali nel campione.

Un altro tipo di indagine sociolinguistica è quello che ha lo scopo di conoscere le

opinioni della gente sul dialetto , sui cambiamenti che ha avuto e sul suo destino. Anche

in questo caso si prepara un questionario, formato da due parti. La prima deve contenere

le solite notizie sulla fonte, mentre la seconda deve comprendere domande qualitative.

30 Anche questo questionario dovrà essere sottoposto a un campione, selezionato secondo i

criteri esposti prima. Le tabelle che si otterranno elaborando i dati raccolti ci daranno

un’idea della vitalità del dialetto,e di che cosa pensa la gente del dialetto.

Per fare un lavoro preciso bisognerebbe adottare uno dei sistemi di trascrizione fonetica

che usano i dialettologi. Ma per le nostre esigenze amatoriali è sufficiente un alfabeto

più semplice e snello, che si avvicini il più possibile a quello che usiamo tutti i giorni,

l’alfabeto convenzionale, e se ne allontani solo per trascrivere i suoni che si trovano nei

dialetti ma non in ita.liano.

Il sistemna più semplice coincide dunque con la grafia dell’italiano, con queste semplici

aggiunte:

Vocale muta, o indistinta, o evanescente

Vocali turbate

Sibilante sonora (rosa)

Affricata sonora (zona)

Fricativa palatoalveolare sonora delle parole francesi je e jabon

s-c Pronuncia disgiunta del nesso grafico sc

g-l Pronuncia disgiunta del nesso grafico gl

Il lavoro più interessante è forse quello di raccogliere direttamente elenchi di termini, di

espressioni, di modi di dire dialettali, che conoscono gli anziani e che i giovani non

conoscono più.

Possiamo raccogliere in poco tempo e con grande soddisfazione due tipi di materiale

dialettale molto interessante:

Le parole più arcaiche, o disusate legate ai mestieri e alle attività che oggi non si

- praticano più, o si praticano con tecniche molto più moderne.

Proverbi, modi di dire, filastrocche, racconti.

-

Per raccogliere parole antiche non serve un questionario, ma serve invece una buona fonte,

possibilmente anziana, gioviale, disponibile, che abbia vissuto prevalentemente in paese,

che parli volentieri, che conosca molta gente in paese e che sia esperta in settori e attività

tipiche del luogo.

Identificatane una, la si contatta, si fa un’intervista veloce per conoscere i dati essenziali

della sua biografia e per sapere che cosa conosce e che pensa del dialetto.

Questa valutazione è molto delicata bisogna capire “al volo” se è èuna persona curiosa,

attenta ai particolari, paziente, dotata di buona memoria, se è un buon narratore.

Se non si sembra una buona fonte, cerchiamo un’altra persona e ripetiamo il sondaggio.

Prima di tutto spieghiamo alla fonte che cosa vogliamo raccogliere, e la invitiamo a

ricordare modi di dire e parole che giudica tipiche del suo dialetto. Non ci aspettiamo un

lungo elenco: una fonte media non dà più di 20-30 parole. A questo punto la aiutiamo,

guidando il suo pensiero verso oggetti, usi, tradizioni antiche. Per fare questo usiamo uno

schema, che avremo predisposto in modo tale che possa richiamare alla mente in modo

ordinato i diversi settori che formano “il mondo” di un uomo di 40-50 anni fa.

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Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze letterarie Prof.

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