Linguistica italiana B primo capitolo
Il latino è la lingua madre da cui sarebbero nate le tante “lingue figlie” neolatine. Ma le lingue non nascono dal latino. L’italiano infatti continua il latino. L’italiano è quindi il latino adoperato oggi in Italia.
Varietà di latino
In base al periodo in cui si sono sviluppate, ci sono varietà di latino:
- Latino arcaico (fondazione di Roma VIII-fine II sec a.C.)
- Latino preclassico (…-prima metà del I sec a.C.)
- Latino classico (…-morte di Augusto 14 d.C.)
- Latino postclassico (…-fine II sec d.C.)
- Latino tardo (…-VIII sec d.C.)
Da quale latino deriva l'italiano?
Il latino è una lingua storico-naturale (ovvero le lingue che si oppongono alle lingue artificiali) che fa parte della famiglia linguistica indoeuropea, la stessa a cui appartengono le lingue del gruppo germanico, slavo, baltico, ellenico, albanese, armeno, iranico o indiano. Non esistono certamente più latini ma esistono varietà di latino prodotte da diversi fattori (tempo, modalità di trasmissione ecc..).
- Variabile diacronica: (da dia: attraverso e chronos: tempo) la variabile legata al tempo, differenze più forti man mano che passa il tempo.
- Variabile diatopica: (topos: spazio) la variabile legata allo spazio, differenze che segnano intonazione, pronuncia, lessico e grammatica e sintassi (es. al nord si tende ad usare solo p.p, al sud solo p.r). Nel momento di massima espansione del dominio romano (II d.C.-I d.C.) è inimmaginabile che il latino utilizzato nella penisola iberica fosse lo stesso di quello adoperato in Italia.
Esempi:
- Latino classico: pulcher. Latino parlato: bellus e hermosus = bello ma al centro dell’area romanza si privilegiò bellus (Francia, Provenza) → Italia, nelle zone periferiche si preferì hermosus → Spagna, Portogallo.
- Latino classico: èdere. Latino parlato: comèdere e manducare = mangiare. Area romanza occidentale: comèdere (spagnolo, portoghese). Area centrale e orientale: manducare (francese, italiano). NB mangiare deriva dal francese.
Il latino era all’inizio una delle tante lingue stanziate in Italia (Veneto meridionale: Veneti, centro: Umbri, ovest: Etruschi). Anche le altre popolazioni di Italia avevano una loro lingua, la maggior parte di origine indoeuropea (non l’etrusco), stessa cosa nelle regioni d’Europa, in oriente invece era diffusissimo il greco.
Nel giro di qualche secolo il latino divenne la lingua di un popolo di conquistatori. Dopo la conquista di Roma, quasi tutti i popoli vinti abbandonarono la lingua d’origine e, dopo un periodo di bilinguismo, adottarono il latino che non fu imposto dai vincitori, loro scelsero di abbandonare la lingua d’origine. Fattore fondamentale: il prestigio (la lingua che gode del maggior prestigio finisce sempre per prevalere). I popoli vinti sentivano la loro lingua d’origine di rango inferiore rispetto al latino, lingua di una cultura più avanzata. In buona parte dell’Europa occidentale si affermò un grandioso processo di latinizzazione, ma non in Oriente. Per tutti, compresi i romani, il greco era la lingua che godeva del maggior prestigio.
Le lingue preesistenti però influenzano e lasciarono qualche traccia nella prosodia (cadenza), nella pronuncia, morfologia, lessico e sintassi. Per questo motivo tali lingue vengono dette “di sostrato”: esse testimoniano l’esistenza di uno strato linguistico soggiacente. Es. mondum: latino, mondo: italiano, monno: dialetti centro-meridionali (provenienti da quelli osco-umbro)
- Variabile diafasica: (fasia: parola, linguaggio), legata al livello stilistico di una produzione linguistica. Una lingua può cambiare tono o livello a seconda della situazione in cui si usa.
- Variabile diastratica: legata alla condizione sociale e al livello culturale di chi adopera la lingua. Il latino dei dotti era diverso dal latino degli umili: lingua colta vs lingua popolare.
- Variabile diamesica: (mesos: mezzo) legata alla modalità di trasmissione di una lingua: scritta (più organizzata, precisa) o parlata, che possiamo conoscere solo attraverso qualcosa di scritto.
I volgarismi (forme tipiche del latino parlato) sono presenti nelle iscrizioni murarie o dipinte (disperse e distrutte tranne che in un caso: le iscrizioni pompeiane che a causa del Vesuvio sono arrivate fino a noi dal 79 d.C.), nei glossari, lettere private o documenti, opere di autori che tentano di riportare il latino parlato in forma scritta (Satyricon di Petronio, che usa espressioni di lingua parlata), nella letteratura di ispirazione cristiana (molti autori cristiani si preoccupano poco dell’eleganza del loro stile e si discostano dalla grammatica perché vogliono che il messaggio di Dio sia comprensibile a tutti → affermazione di S. Agostino. Egeria, una religiosa spagnola, tenne un diario del suo pellegrinaggio in Terrasanta in una lingua ricca di tratti tipici del parlato), nei trattati tecnici (culinaria, architettura, veterinaria, che trattano di materie fortemente legate alla vita pratica. Preferiscono che sia chiara la materia specifica), nelle opere dei grammatici o insegnanti del latino che segnalavano gli errori più frequenti degli alunni per evitarli (es. il grammatico Velio Longo, di epoca imperiale, 2°/3° sec d.C. dice che era già in corso un processo che portava la u del latino ad essere pronunciata con un’aspirazione, quasi a farla sembrare una consonante, nasceva la v).
Appendix Probi: la più famosa delle testimonianze dei grammatici. Gli studiosi la collocano nel III o VI secolo d.C. o più probabilmente al V. Un maestro di quell’epoca raccolse le forme errate in uso presso i suoi allievi, affiancandole alle corrette, secondo il modello “A non B”. È un’appendice ad un manoscritto che comprende una lista di 227 parole organizzate in due serie diverse. Nella prima serie le parole si presentano secondo la norma del latino scritto, nella seconda si presentano nella forma errata. Le parole italiane corrispondenti sono più vicine agli errori il che conferma che l’italiano continua il latino parlato, non scritto. Molte di queste parole insistono sul fenomeno di erosione, della sincope, indicano la caduta di un elemento all’interno della parola: Speculum non speclum (la u è stata sincopata, u postonica), columna non colomna (la u del latino già tendeva a trasformarsi in o), auris non oricla, vetulus non veclus, frigida non fricda (caduta la i in posizione postonica), turma non torma, solea non solia (e che si chiude in i, la e si trova in iato, non forma un dittongo), oculus non oclus, viridis non virdis (uguale a frigida).
Differenza tra lingua e dialetto
Non c’è una differenza di merito, una lingua rispetto ad un dialetto è un dialetto che ha fatto carriera, non ha in sé motivi strutturali di superiorità ma la storia gli ha attribuito motivi di prestigio particolari legati a motivi esterni. Dal latino sono nati tanti volgari (non vanno chiamati dialetti) ma il volgare che in Italia si è imposto è il fiorentino perché tra 200 e 300 c’è stato un gigante della letteratura, Dante con la Divina Commedia, che ha fatto sì che uno dei volgari italiani si imponesse.
L’italiano nasce come lingua letteraria, che si impone per il suo prestigio. In Francia e in Spagna si impone pure una lingua che fa carriera per motivi politici: castigliano e la lingua dell’Île de France, Parigi si fa paladina dell’unità della nazione. (lingua d’oc: provenzale, lingua d’oïl: francese) In Italia è nata prima una lingua letteraria, poi è nata la nazione che ha dovuto scegliere una lingua nazionale, lingua che ormai si era già affermata, ovvero il fiorentino però rivisitato, grazie all’azione di Manzoni.
In epoca medievale anteriore al 1500 si parla di volgare italiano perché uno dei volgari si è imposto però l’ufficializzazione è avvenuta nel 1500, con le prime grammatiche che descrivevano e raccoglievano i termini dell’italiano. Il lessico è malleabile, Dante ha creato anche tanti neologismi, parole che non usiamo più, ma l’aspetto fonomorfologico l’ha fatto Dante (si dice che Dante parlava la lingua del sì: l’italiano).
Il latino che studiamo è astratto e costruito perché non è mai esistito come lingua reale parlata. Il latino è la lingua madre delle lingue romanze e come tutte le lingue è stata soggetta a continui cambiamenti. Roma ebbe un’espansione prodigiosa (Italia, Asia minore, coste dell’Africa settentrionali). Il latino infatti si trasforma, adeguandosi ad esigenze culturali, politiche e sociali ma anche attraverso i contatti con lingue diverse. Il latino venne prima in contatto forse con l’antica Tuscia, etrusca. La lingua etrusca apparteneva ad un ceppo diverso, non indoeuropeo e non si crea quel confronto interlinguistico che favorisce la contaminazione come con altre lingue italiche, che sono del ceppo indoeuropeo. Il latino che si diffonde in Toscana, in Tuscia, resta più preservato dalle contaminazioni, si mantiene più puro, ovviamente ci sta che ci siano parole etrusche penetrate nel latino (persona, perso per gli etruschi è maschera).
La lingua che ha esercitato più influsso sul latino è il greco, fin dall’epoca più antica, grazie alle colonie come la Magna Grecia, poi dal prestigio di cui gode la cultura greca e da un diffondersi del cristianesimo. Le prime comunità cristiane in Italia si esprimono in greco fino al 4° secolo. Attraverso questo tramite religioso entrano nel latino tante parole greche (liturgia, vescovo, prete, epifania, pentecoste). Questo è un influsso importante perché agisce dal basso, il messaggio della chiesa è rivolto al popolo. inoltre nel latino penetrano anche parole che fanno parte della lingua comune (parola, parabolè).
La documentazione del latino inizia nel 3° sec a.C. Il latino scritto e la lingua parlata procedono all’inizio parallelamente. Il latino parlato influenza quello scritto e viceversa, c’è un contatto tra di loro. Questa situazione si turba nel 1 sec a.C., tappa importante per la storia del latino: nasce la grammatica latina, nasce il latino classico (per l’italiano questa tappa si raggiunge nel 1500 con DBP e i loro codificatori). Inoltre il 1° sec a.C. è un periodo storico di svolta perché nasce l’impero, la battaglia di Azio, inizia un periodo caratterizzato dalla nascita della grammatica ma anche da un’espansione territoriale. Dal 1 a.C. comincia a crearsi una cesura sempre più evidente tra latino scritto e latino parlato.
Il processo di divaricazione del latino parlato rispetto allo scritto è dovuto non solo alla grammatica ma ad altri fattori. 5° sec d.C.: fine dell’impero romano occidente, invasioni barbariche di stirpe germanica. Il latino parlato a questo punto ha ancora una divaricazione molto più evidente rispetto allo continuità della lingua scritta e si creano i volgari del latino, le lingue romanze. Il latino è la lingua da cui derivano le lingue romanze, ma ci riferiamo ad un latino a cui gli studiosi hanno attribuito l’etichetta di latino volgare. Per latino volgare si intende il latino parlato a Roma e nei territori dell’impero in un arco cronologico tra 1° a.C. e 5° d.C. e il latino non solo parlato dal volgo ma in tutta la gamma di gradazioni sociali e culturali. Alcuni studiosi rifiutano quest’idea, anche se quest’etichetta è oggi accettata. Il latino scritto esercita sempre un’influenza sulla lingua parlata, ma ormai l’influsso del parlato sullo scritto diminuisce dal 1 a.C. perché ormai il latino scritto è irrigidito nella norma grammaticale, questo è dato dalla freccia tratteggiata. Il latino classico sul parlato esercita l’influsso maggiore ovviamente sul ceto acculturato rispetto ai ceti popolari.
La lingua italiana è nata in un continuum di trasformazioni che portano il latino parlato a diventare una lingua diversa, un latino volgare. Nel 960 abbiamo il primo testo scritto in volgare italiano, scritto consapevolmente in questa lingua nuova: il placito capuano. Per la prima volta un notaio abbandona il latino e scrive in volgare, conservato nella biblioteca nell’abbazia di Montecassino.
Lo strumento più importante per la ricostruzione del latino parlato è il confronto tra le varie lingue romanze. Abbiamo soltanto una lingua neolatina in oriente ovvero il rumeno.
Metodo ricostruttivo e comparativo
Un metodo per arrivare a ricostruire il latino volgare, che non parte dalla testimonianza diretta ma la ricostruisce indirettamente sulla base degli esiti romanzi, si ricostruisce una forma del latino volgare. Esso consiste nel ricostruire una forma non documentata, non scritta, propria del latino parlato, sulla base dei risultati che se ne hanno nelle varie lingue romanze. Es. carogna: non si trova in nessun testo scritto in nessuna parola che possa esserne stata la base. Se si confronta con altre lingue romanze: charogne (francese), carroña (spagnolo), caronha (provenzale). L’antecedente comune non è documentato nel latino scritto ma è sicuramente esistito nel latino parlato, altrimenti non si sarebbero formate queste tre parole uguali. Quando una forma non è documentata nel latino scritto ma è ricostruita nel latino parlato la si fa precedere da un asterisco.
Altri due esempi sono il verbo potere, scritto con l’asterisco (nel latino volgare è esistita una forma verbale all’infinito potere, ma non è attestata, ma la attribuiamo al latino tenendo conto di quali sono gli esiti delle lingue romanze → fr. pouvoir, sp. poder, it. potere) e il sostantivo francese, provenzale, portoghese e italiano che ci porta a postulare nel latino volgare il sostantivo [faghina]
Latino classico e latino volgare
Fra le tante varietà di latino spiccano il latino classico e il latino volgare.
- Il latino classico (latino di classe, di prima classe) è il latino scritto così come venne usato nelle opere letterarie rimasto sostanzialmente lo stesso. Lingua colta, espressione dei ceti più alti.
- Il latino volgare è il latino parlato in ogni tempo, luogo, circostanza, da ogni gruppo sociale della latinità. Fu la lingua parlata dai ricchi e dai poveri. Da questa realtà sorsero le varie lingue d’Europa indicate come romanze o neolatine.
Processo di affermazione del latino volgare
Il processo di affermazione del latino volgare sul latino classico e quello della trasformazione dal latino volgare all’italiano sono stati accelerati da due fattori e determinati da un terzo:
- La perdita di potere della classe aristocratica: la lingua colta diminuì il suo prestigio.
- La diffusione del cristianesimo modificò il patrimonio lessicale del latino. Il latino dei cristiani era ricco di grecismi (battesimo, chiesa, cresima, eucarestia, vescovo). Ma soprattutto il latino in cui erano stati tradotti i vangeli, che dovevano essere capiti da tutti, era lontano dalla lingua raffinata degli scrittori e vicino a quella parlata dai poveri.
- Le invasioni barbariche che affermarono il latino volgare in tutti i territori dell’impero romano.
La chiesa impedì il totale dissolvimento del latino classico: nelle biblioteche dei monasteri medievali vennero custodite e trascritte le opere dei grandi scrittori sottratte alle invasioni barbariche. Il latino scritto tendeva senza riuscirci a mantenersi come una lingua fissa rispettando le regole grammaticali, il latino volgare invece si evolveva. Il processo di trasformazione che dal latino condusse ai vari volgari romanzi si concluse nell’ VIII sec d.C. e ne nacquero lingue molto diverse da quella originaria.
Trasformazioni fonetiche
Le trasformazioni fonetiche hanno interessato tutte le parole di origine latina di tradizione popolare entrate a far parte dell’italiano. Le parole di tradizione dotta (dette anche latinismi, cultismi) non sono state toccate da tali cambiamenti. Es: aurum → oro, aureus → aureo. Florem → fiore, flora → flora. Glaream → ghiaia, gloria → gloria, nivem → neve, niveus → niveo.
Le prime sono state usate ininterrottamente dai tempi di Roma antica fino a che il processo di trasformazione che condusse all’italiano non fu concluso. Queste parole sono passate di generazione in generazione e quindi hanno subito tante trasformazioni. Le seconde non sono mai entrate nell’uso comune oppure sono state abbandonate molto presto e sono rimaste solo nei testi latini scritti e inserite nei testi italiani allo scopo di rendere più elegante lo stile. Questi latinismi erano parole particolari: termini filosofici, giuridici, scientifici, culturalmente elevati. (In una società agricola legata ai bisogni quotidiani, come quella della penisola italiana fino al medioevo, era normale che si usasse una parola come glarea, ma non che si usasse una parola come gloria, la cui conservazione ha contribuito la chiesa).
In molti casi, la medesima base latina ha avuto due continuatori, uno popolare e uno dotto, o anche due continuatori popolari. Es. Angustia → angustia (latinismo) e angoscia. Discum → disco (l.), desco (tavola imbandita). Vitium → vizio (l.), vezzo (capriccio). Due forme derivate dalla stessa base latina si chiamano allotropi. Il pisano e il lucchese hanno acuto influssi dal Settentrione molto forti nella fase antica, dovuti anche ai contatti del commercio. Ora no.
Secondo capitolo
La fonologia
Il primo oggetto della linguistica italiana è la lingua nella sua realtà fonica, articolatoria. L’oralità è essenziale nella lingua, la struttura è un fattore secondario. Quando si parla dei suoni siamo sempre portati a pensare alla grafia che è una convenzione, infatti l’h del verbo avere ha un valore diacritico, non fonico, è un relitto grafico. All’inizio del ‘900 c’erano persone più che istruite che utilizzavano l’accento per distinguere “ha” da “a”, non mettevano l&
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