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Prime scripta volgari

La riforma carolingia del latino ha favorito una maggiore distanza tra lingua orale e scritta. L'avvio di scritti in volgare è stato favorito da "intermediari":

  • Notai: dovevano continuamente tradurre da latino a volgare per interagire con i clienti e la stesura dei documenti;
  • Mercanti: conoscevano la scrittura per gli affari e i calcoli e iniziarono a scrivere in volgare per esigenze pratiche;
  • Religiosi: dovevano farsi capire anche dagli illetterati.

I volgari erano tutti diversi, così anche gli scritti, ma possedevano caratteristiche comuni:

  • Ibridismo linguistico: mescolanza tra volgare locale e latino;
  • Variabilità e instabilità: problemi di scrivere i suoni del volgare con l'alfabeto latino e dovuti alla mancanza di una normativa;
  • Forte specificità dell'elemento locale: rende le scriptae molto diverse fra loro nonostante geograficamente non siano così lontane.

Esiste perciò un plurilinguismo e policentrismo. È diversa anche la distribuzione cronologica e geografica delle prime scriptae volgari: primi fra tutte le zone dell'Umbria, più tardi in Toscana (grazie al ceto borghese e mercantile).

L'iscrizione sulla tomba di Commodilla a Roma è il primo testo volgare. "Non pronunciare le orazioni segrete a voce alta". Scrittura conforme con la pronuncia e ille come articolo. Scrittura "esposta", leggibile da tutti.

L'iscrizione di San Clemente contiene parole di servi che credono di aver catturato il santo che si trasforma in pietra. È importante osservare la diversa importanza attribuita al latino (parole del santo) e al volgare (parole dei servi e del persecutore), importante documento per l'antico romanesco.

Il placito capuano, marzo 960, è considerato come la prima attestazione scritta del volgare, scritta consapevolmente in volgare in un documento ufficiale. È un verbale scritto in latino che riguarda il possesso di alcune terre e le tre testimonianze vengono riportate in volgare. Il passaggio dal volgare parlato allo scritto limita molto le espressioni del volgare ed è influenzato dalla formularità dei documenti notarili. Oltre a questo ci sono molti altri documenti notarili che provengono specialmente dal sud.

La carta pisana è il primo testo toscano in volgare ed è un elenco di spese navali. Inoltre, i testi di ambito religioso sono la Formula di confessione umbra che i fedeli dovevano pronunciare ad alta voce e i Sermoni subalpini, una raccolta di preghiere.

Il volgare nei testi pratici e nei testi letterari in prosa

L'affermazione del volgare come lingua scritta avviene molto più lentamente. Nei testi pratici già nel 200 lo si trova in testi appartenenti alla Toscana, mentre alla fine del 200 si trovano già testi in un veneziano coloniale, d'oltremare. Successivamente anche in Lombardia nel tardo 200. L'esistenza di un ceto medio, di una borghesia mercantile e di religiosi o confraternite di laici stimola l'utilizzo del volgare nella scrittura. Nonostante sia il latino la lingua più usata, iniziano a nascere delle tradizioni di scritture pratiche in volgare. Nel corso del 300 iniziano a coadiuvarsi regionalmente, ma rimangono resistenti all'espansione del tosco fiorentino.

Ci sono differenze tra i diversi tipi di testi scritti in volgare. Per esempio, un mercante mantovano scrive le sue lettere in un volgare coevo, non regionale, quasi standard, mentre un notaio mantovano scrive in una lingua esclusivamente mantovana, spinto da orgoglio municipale. Anche nelle università normalmente legate al latino si inizia ad utilizzare il volgare, perché si comprende la necessità di un volgare sovramunicipale, comunque arricchito dagli artefici e dalla retorica latina. Un chiaro esempio è Guido Faba, maestro bolognese che inizia ad utilizzare il volgare. Nascono manuali di ars dictandi, come la Rettorica; anche in testi di grammatica e scolastici si trova il volgare, sebbene solo per l'apprendimento del latino.

Le esperienze volgari in prosa letteraria arrivano con un certo ritardo, considerato il prestigio del latino e del francese. La prima sperimentazione è di Guittone d'Arezzo con le sue Lettere morali e religiose. Inizia verso la fine del 200 una tradizione di testi in volgare, in Toscana, ispirati agli schemi degli scritti latini, quindi seguendone i modelli e le regole. Sono state fatte delle traduzioni dal francese del ciclo arturiano e riscossero molto successo sia in ambiente aristocratico che borghese: sono caratterizzati da formularità e innumerevoli francesismi (dovuto al bilinguismo dei traduttori). È molto diffuso il filone sacro in volgare, anche a livelli popolari. Mentre per quanto riguarda la cronaca e il racconto storico si trovano altre traduzioni in volgare come la Destruction de Troie o le Croniche, che trattano argomenti contemporanei alla stesura del testo ed è stata scritta da un autore formatosi col latino. Nonostante ciò, il racconto è rivolto a chi non sa il latino.

La formazione della lingua poetica

Già dal 200 si riscontra l'avvio di una tradizione poetica in volgare. Grazie alla scuola siciliana si avvia una tradizione di poesia in volgare, si irradia nell'Italia meridionale e nel centro, per attecchire maggiormente in Toscana. Cronologicamente va dal 1200, attraversa Petrarca, la codificazione di Bembo nel 1500 e arriva fino a metà del 1800. Lo stesso Petrarca sarà autore di un sistema normativo per la poesia che durerà sino a Manzoni e Leopardi.

I ritmi giullareschi: all'inizio del 1200 si collocano tentativi di scrittura volgare con intento letterario e fanno parte della categoria giullaresca. Appartengono all'area toscana, marchigiana e campana. Ritmo laurenziano e ritmo cassinese mostrano un intento di superare la municipalità e andare verso una conglomerazione regionale e superare le forme di latino, francese e provenzale, ma non costituiscono delle importanti tradizioni.

La poesia religiosa: nel 1220 il famoso Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi è scritto in volgare umbro. È importante la tradizione delle laudi religiose che venivano copiate nei laudari per essere cantate nelle processioni religiose.

La poesia didattico-moraleggiante: è un filone poetico con finalità didattico-moraleggianti che dice molto sulle attività locali e la funzione della poesia. Sono scritte in un volgare nobilitato dal latino o da utilizzo di francesismi; sono molto caratterizzati in senso locale, per tanto sono un ramo inferiore rispetto alla lirica.

La lirica d'amore e carta ravennate: la lirica è una tradizione unitaria solida e vediamo che si formava già una tradizione in volgare nei primi anni del 1200. La prima nota è una canzone d'amore trovata sul retro di una pergamena. Non si è certi sulla sua provenienza a causa di una mescolanza linguistica, tuttavia è più probabilmente di origine meridionale. Questo comporterebbe problemi di datazione per la nascita della scuola siciliana di Federico II collocata ora dopo il 1230, ciò nonostante i testi erano già in circolazione nelle zone del nord Italia anche 10 anni prima quindi è plausibile che il testo sia meridionale.

La scuola siciliana: utilizza il volgare consapevolmente con fini artistici, nobilitandolo, ovvero togliendovi i tratti tipicamente regionali. Si ispirano alla poesia trobadorica. Abbondano provenzalismi (-anza, -enza), frequenti gli allotropi e le dietologie sinonimiche. La poesia della scuola siciliana venne subito imitata e usata come modello, prima del 1250 (morte di Federico II). Alcuni nomi: Giacomo da Lentini, Guido delle Colonne, Rinaldo d'Aquino.

I canzonieri toscani: in Toscana stava nascendo una classe che richiedeva una certa produzione culturale, perciò vennero creati i tre famosi canzonieri: Vaticano Latino, Laurenziano Rediano e il Palatino. I copisti toscani trascrivevano dunque le poesie dei siciliani, adattandole però al loro sistema linguistico, siccome i due sistemi erano molto differenti (sistema delle vocali). Diedero una patina toscaneggiante ai testi, ma mantennero alcune caratteristiche tipiche del siciliano come il dittongo au; il risultato è una lingua composta, per di più toscaneggiante con tratti siciliani con scopo nobilitante.

Dopo la sconfitta degli Svevi i manoscritti siciliani vennero distrutti per cui si ritennero come originali gli scritti dei canzonieri (trascritti dai toscani); lo stesso Dante elogia la capacità dei poeti siciliani di utilizzare un volgare non locale ma toscaneggiante: è evidente che non si conosceva la vera origine dei testi poetici.

Come si è arrivati a riconoscere la traduzione? Grazie alla rima, in quanto per i siciliani doveva essere perfetta, tuttavia nei testi trascritti le rime non erano tutte perfette, provando però a sostituire le parole della rima con le originali parole siciliane si scopre che la rima è in realtà perfetta. Anche le trascrizioni di Giovanni Barbieri sono importanti per questo riconoscimento, infatti trascrisse dei componimenti siciliani che in seguito furono riscritti in toni toscani, per cui si riconosce chiaramente la sostituzione dei termini e quindi si nota come sia avvenuta l'alterazione.

Poeti siculo-toscani: nati e operanti in Toscana ripropongono con alcuni adattamenti il modello siciliano, mentre i poeti toscano-siculi cercano di distaccarsi e di provare nuove forme espressive. Operano in centri diversi della regione; tuttavia, sono tutti caratterizzati da una imitazione delle poesie sicule sulla base delle traduzioni toscane. La lingua ha tratti toscani consistenti e sfoggia termini siculi come innalzamento della lingua: frequenti sicilianismi e gallicismi. Viene istituzionalizzata la rima siciliana, o imperfetta.

Lo Stilnovo: innovano le tematiche amorose pur avendo tratti scolastici e cristiani, caratterizzati da toni intellettuali e psicologici. Guinizzelli, Cino, Lapo, Cavalcanti e Dante rinnovano i tratti della poesia siculo-toscana trasformando la lingua delle poesie siciliane, pur osservando la tradizione, creando una lingua raffinata e illustre. Sia nelle Rime che nella Vita Nova si nota una nobilizzazione linguistica ovvero nell'eliminazione di caratteri locali o particolaristici; tuttavia, nelle parti in prosa si nota che Dante tende ad assumere una lingua di stampo toscano. Si va a creare una sublimazione della lingua fiorentina che riceve un successo impensato, grazie anche ad altri aspetti di tipo commerciale e di scambi, e alla diffusione di tratti toscani anche in altre regioni d'Italia.

Dante e la sua riflessione sul volgare

Dante fa una riflessione sullo sviluppo dai poeti siciliani, ai siculo-toscani allo Stilnovo. Nel suo trattato "De vulgati eloquentia", scritto in latino ma tradotto in italiano già nel 1500, attua una ricerca di stile poetico. Il volgare è considerato una alta espressione del linguaggio letterario. Dante approfitta per tracciare un excursus storico della lingua partendo dalle frammentazioni regionali al volgare italiano. Identifica 14 varietà di volgari parlati in Italia, nessuno dei quali è quello illustre, condanna alcuni dialetti considerati i peggiori (milanese, friulano, romano), giudica più positivamente quello siciliano elaborato dai poeti della scuola siciliana, non quello della plebe. Nessuno dei 14 volgari italiani è illustre (raffinato), cardinale (al quale si ispirano gli altri volgari), aulico (degno della reggia) né curiale (degno della curia, il tribunale supremo); dice che appartiene a tutta l'Italia. Poi parla del volgare che si addice alla poesia, il momento letterario più alto e deve seguire un criterio molto rigoroso di selezione; esorta a selezionare solo i grandiosa vocabula.

Nel Convivio, scritto in volgare, procede la riflessione di Dante. Si parla del confronto col latino, estremamente superiore e più stabile del volgare, tuttavia Dante commenta le sue canzoni in volgare per poter essere accessibile ad un numero maggiore di lettori; era già consapevole della potenzialità del volgare.

Le tre corone

Per far sì che il volgare ("sole nuovo") arrivasse a svilupparsi esso doveva raggiungere il livello di nobilitazione del latino, ciò poteva accadere solo se esso veniva utilizzato in testi letterari e se veniva diffuso anche fra i non letterati. Questa operazione riuscì grazie alle "tre corone": tre autori che grazie all'altissimo valore delle loro opere consentirono al volgare fiorentino di diffondersi in tutta la penisola e di raggiungere il suo primato sopra agli altri volgari. Essi sono Dante con la Commedia, Petrarca col Canzoniere (300) e Boccaccio con il Decameron.

Dante: La Commedia di Dante è un momento fondamentale per la storia dell'italiano, non si ha una copia manoscritta dell'opera. Dopo pochi anni dalla sua morte era già un testo di successo e ampiamente conosciuto. Veniva tramandato sia in forma scritta che orale, specie per coloro che non sapevano leggere e cantavano e recitavano i versi della Commedia. Inventa la terzina e applica l'uso di più stili.

Ne nasce così un plurilinguismo: - verticale in quanto attinge a tutte le tipologie e stili del fiorentino, da quello colto a quello plebeo, da quello arcaizzante a quello innovativo, che...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SilviaDiazzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Zangrandi Alessandra.
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