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Dislocazione a destra: l’emarginazione del complemento e la sua anticipazione con un clitico

avvengono senza che si abbia, apparentemente (perché i complementi assumono un valore tematico,

a dispetto della posizione postverbale) uno spostamento rispetto all’ordine normale delle parole.

Carattere di maggiore informalità diafasica: ne abbiamo già parlato (tema), di questo.

L’elemento a destra è sempre già un dato del discorso, è anticipato da n pronome cataforico,

che rinvia a ciò che segue, a destra ed è preceduto dalla pronuncia di una breve pausa.

Rispetto all’ordine non marcato non è il complemento oggetto o indiretto

1

(come nella dislocazione a sinistra ), ma il predicato verbale, che è pure un dato, un tema.

Frase scissa: isola a sinistra l’informazione rematica, in una frase costituita dal verbo essere più

l’elemento focalizzato (complemento oggetto), seguita da una falsa relativa introdotta da che,

deputata a esprimere il presupposto di partenza (l’elemento dato, tematico).

L’informazione si spezza in due blocchi distinti, con un procedimento che in una certa misura

supplisce la più difficile pianificazione del discorso tipica del parlato e ne facilita la ricezione.

È stata stigmatizzata a lungo dalla norma grammaticale perché vista come costrutto francesizzante.

C’è presentativo / il y a francese: spezza l’informazione rematica in due momenti

distinti e più semplici, a vantaggio del locutore, che può pianificare meglio il suo

enunciato, e del destinatario, che lo riceve in due frasi distinte: la prima introdotta

da c’è presentativo, la seconda formata da una pseudorelativa adibita alla seconda informazione.

2

Nella sintassi del periodo si espandono andamenti coordinativi e giustappositivi, con la successione

di periodi monofrastici e senza legami sintattici, per la ridotta possibilità di progettazione del

discorso. Nel parlato la subordinazione figura con costrutti lineari (modi impliciti) costituiti da

infinitive rette da verbi che assumono valore di servili (Beretta, 1994, p. 252) e, nelle proposizioni

esplicite, si avvale di una gamma di congiunzioni più ristretta che nella scrittura:

non si usano affinché, poiché, giacchè; sono gradite siccome, dato che e visto che causali.

Frequentissimo l’uso di subordinate introdotte da un che polivalente, non sempre definibile

3

per categoria grammaticale e valore semantico (spesso ha funzione causale, esplicativa, modale ).

1 La dislocazione a sinistra campeggia nel testo indicato come l’atto di nascita del volgare, il platico caupuano (960).

2 Tra principali e tra subordinate. Per la tendenza alla semplificazione della lingua e della sintassi si tende

a dilatare l’uso di questo procedimento a spese dell’opposto procedimento, a spese dell’esplicitazione dei legami logici.

In questi casi è il ricevente a dover compiere l’inferenza necessaria per l’esatta comprensione del messaggio.

La coordinazione può essere di diversi tipi: sindetica (con congiunzione) e asindetica (con segni di interpunzione , ; :).

La coordinazione sindetica può essere classificata rispetto alla funzione logica svolta dalle congiunzioni che legano

le proposizioni. La coordinazione asindetica è detta giustapposizione, a indicare l’avvicinamento senza collegamento.

Polisindetica è la coordinazione con più congiunzioni e separate da diverse proposizioni. Approfondimenti sul libro.

3 Per modo si intende quella categoria del verbo che segnala l’atteggiamento

del parlante nei confronti del contenuto dell’enunciato: certezza, probabilità, possibilità, comando, preghiera, divieto

Polivalente pure il che relativo come pronome indeclinato in enunciati che emergono nei registri

diafasici meno controllati, ripreso da clitici che, in assenza di preposizione, esplicitano il caso.

Per la sintassi del verbo il parlato si caratterizza con la presenza di usi che contraddicono

l’osservanza del dato temporale (anteriorità, contemporaneità, posteriorità dell’evento descritto

rispetto al momento dell’enunciazione). La forte estensione nell’oralità dell’imperfetto indicativo

(avevo l’esame il 18) si addebita all’esigenza di rappresentare sfumature modali.

È temporalmente ancorato al passato l’imperfetto fantastico che evoca un accadimento immaginario

del passato, una possibilità che non si è attuata (avremmo potuto fa).

L’imperfetto ipotetico, all’indicativo, sostituisce il congiuntivo imperfetto nella protasi e il

condizionale composto nell’apodosi della nostra norma grammaticale (se lo sapevo non venivo).

L’imperfetto potenziale esprime una forma di supposizione (doveva essere qui).

In altri usi dell’imperfetto il riferimento al passato è del tutto assente: l’imperfetto ludico è quello

dei giochi infantili (tu eri il capo degli indiani); quello di modestia o di cortesia rende meno

categorico, quasi trasferendolo al passato, il tenore di una richiesta attuale (volevo concordare

4

l’esame) . L’imperfetto epistemico richiama, in previsione del futuro, presupposti, conoscenze,

credenze precedenti (partivamo stasera).

In molti degli impieghi con l’imperfetto il locutore trasferisce l’azione dal mondo della realtà in un

altro, irreale, ipotetico o possibile, frutto dell’immaginazione o di supposizioni: ha valore modale.

Pragmaticamente, nell’interazione tra parlanti, questi usi si sviluppano perché

attenuano la perentorietà delle richieste, esprimono una maggiore disponibilità interpersonale.

Presente pro futuro: indica eventi prossimi, non lontani, a meno che non siano assolutamente certi.

Per un’esigenza di semplificazione del sistema: il russo e il cieco distinguono la

nozione di passato rispetto a quella del non passato, affidando l’espressione del futuro al presente;

in inglese, tedesco e in latino volgare (cantare habeo, canterò) il futuro non è morfologizzato,

non è espresso da forme autonome, ma da perifrasi.

5

Nelle parlate dialettali contemporanee e nella lingua scritta del

Centro-Sud è espresso dal presente (calabrese) o da perifrasi (cfr. Rohlfs, II parr. 189-191, 1968):

4 Il lessico del parlato si connota spesso per la coloritura dei toni, per una ricerca di espressività attuata secondo varie

modulazioni. Nascono esigenze di affettività (le forme di diminutivo) che spesso rendono meno perentorio un ordine:

ormai stereotipati momentino e attimino, che esprime una nozione temporale

molto elastica; è del tutto spogliato di ogni riferimento cronologico quando assume il ruolo di attenuativo generico *.

5 Sottolineano non tanto le coordinate temporali dell’azione, quanto quelle aspettuali, la sua

imminenza. Aspetto: espressione della dimensione temporale interna al verbo, può essere durativa, perfettiva, ripetitiva.

andare, stare, venire/a/infinito

stare per/infinito; stare/gerundio

Futuro epistemico: esprime congetture in riferimento al presente, con valore modale (saprà bene).

Nell’italiano parlato e contemporaneo, per l’uso dei modi è corrente la persuasione, il topos,

riflesso nelle lettere a quotidiani e periodici, dell’indicativo a scapito del congiuntivo, che risulta

debole alla seconda persona del presente, quando richiede l’esplicitazione del soggetto.

L’inclinazione all’indicativo concerne le verità diastratiche più basse ed è marcata in diatopia.

Le subordinate che esprimono questa tendenza sono le completive soggettive (mi pare che),

le oggettive dipendenti da verba putanti (penso che vengono), le interrogative indirette (cosa

voleva). Preferito il congiuntivo come terza persona, mentre per la prima prevale la costruzione

implicita Rovesciando la prospettiva del discorso, il congiuntivo mostra zone di maggiore

resistenza: nell’italiano di Roma e negli italiani regionali meridionali, non in Toscana e al Nord.

Serianni (1988, pp. 400, 468), per la lingua scritta, è meno pessimista sulle sorti del congiuntivo.

Pronomi: peculiare del parlato e acquisito nello scritto, almeno nei registri medio-bassi, l’impiego

di LUI/LEI/LORO come pronomi tonici di terza persona con funzione di soggetto

(EGLI/ELLA/ESSI). I grammatici hanno osteggiato per secoli l’uso di queste

forme, deputandole solo all’espressione dei casi obliqui (tutti, tranne nominativo e accusativo).

Uso di gli come dativo (a loro, loro), pure stigmatizzato come erroneo dalla norma grammaticale,

o consentito nei registri meno formali. Entrambi i costrutti vantano un’ampia illustrazione nella

prosa letteraria, per esempio in quella di Alessandro Manzoni:

nella revisione linguistica dei Promessi Sposi adotta spesso queste forme di pronomi – non in modo

sistematico – obbedendo a un adeguamento stilistico in direzione di forme correnti e colloquiali.

Uso di gli come dativo singolare femminile e te con funzione di soggetto, quest’ultimo parallelismo

con l’affermazione di lui alla terza persona: nel parlato pare in atto una tendenza ad annullare

la distinzione tra le forme soggetto e quelle oblique (tutti, tranne nominativo e accusativo),

a favore delle seconde, non si può prevedere con quali sviluppi nella norma grammaticale del

futuro. Usi che, a differenza di quanto appena descritto per lui soggetto e loro dativo plurale, anche

le grammatiche più permissive non hanno (o non hanno ancora) accettato nell’italiano standard.

Nel parlato i pronomi tonici ricorrono nelle conversazioni: con i vari indicatori di luogo e tempo

(spesso avverbi), riportano dall’interno dell’enunciato al contesto esterno dove si attua lo scambio

linguistico; con il termine tecnico, hanno valore dittico (che può essere assunto anche dai pronomi

atoni). Permettono di omettere i riferimenti alle conoscenze comuni, già noti agli attori.

Nel parlato i pronomi atoni (mi, accusativo e dativo) sono più fitti che nella prassi dello scritto,

indotti da un’esigenza di rafforzamento dell’informazione che poggia su richiami anaforici e

cataforici che assicurano coesione a testi evanescenti, affidati alla sola memoria degli interlocutori.

Rientrano nella stessa strategia altri usi pronominali, conseguenti a dislocazioni,

classificati come pleonastici o ridondanti e censurati come errori dalle grammatiche normative,

ma usati nel parlato radiotelevisivo (della supervincita al Lotto ne riparleremo dopo);

cade a questo proposito a me mi piace, interpretabile come dislocazione a sinistra

dove è posto a tema un pronome personale, ripreso da un clitico deputato a indicare il caso (mi).

Il lessico dell’italiano parlato è di natura uguale a quella dello scritto: attinge le stesse parole allo

stesso repertorio, al normale vocabolario della lingua italiana.

Sono diversi i meccanismi di selezione: il parlato privilegia il lessico dei registri informali.

Sono diverse le proporzioni quantitative e le scelte semantiche: la lingua parlata, già incline alla

ripetizione lessicale, rispetto allo standard, fa uso di un nucleo più ristretto di

voci, spesso di significato molto generico [esempi]. Tra i verbi sono frequentissimi in usi

fraseologici [esempi]: alta densità di verbi pronominali, accompagnati da uno o due clitici [esempi].

Oralità quotidiana, banalità generica della routine e di sensazioni di scarso rilievo emotivo.

• Superlativi assoluti enfatici (sicurissimo, d’accordissimo, ristrettissimo, esamissimo)

• Sostantivi e Locuzioni avverbiali o con valore aggettivale (vedi esempi sopra)

• Bello/aggettivo o sostantivo con significato antifrastico (bella figura! che imbecille!)

• Che pronome o aggettivo esclamativo (che brutta faccia! che cafone!)

• Esclamazioni enfatiche (cribbio, porca miseria, cavolo, bestia, merda, cazzo, madonna)

• Enfasi accrescitiva (tanto di, un sacco di, un casino, un tubo, un cazzo)

• Espressioni onomatopeiche (attinte dalla paraletteratura, nei fumetti)

• Raddoppiamenti (voglio farmi una vacanza vacanza, faccia nera nera)

Procedimenti di formazione delle parole:

• Suffissati in ATA (abbuffata, barcata, calmata,

chiassata, imbarcata, porcata, sbandata, stupidata,

cavolata, cazzata, figata, puttanata, stronzata, vaccata).

Più produttivi della lingua italiana contemporanea.

• Neologismi (pizzata). Numerosi travalicano dal parlato alla

scrittura dei registri diafasici inferiori (Adamo, Della Valle, 2005).

Nell’oralità dei giovani (giovanilese):

• troncamenti affettivi o apocope (prof, filo - tutti quando

risultano dalla divisione di parole composte retro), purchè

non s preconsonantica, z, gn, x, ps), persuasi dall’influsso

del francese, filo e disco, con pronuncia sulla vocale finale.

• distinzioni diastratiche e diatoniche: aggiustare,

beccare, bestiale con valore intensivo, cagnara,

cesso, frana, fregare, fregarsene, gasato, alla

grande, promosso dalle cronache sportive;

pazzesco, pizza (noia), scassare, stronzo.

Tra gli aspetti fonologici del parlato, tralasciando i tratti che cadono nel quadro della variazione

diatopica, meritano riflessione solo alcuni fenomeni di

metatesi (areoplano) e la tendenza alla ritrazione dell’accento sulla terzultima sillaba.

Considerando che le parole italiane sono prevalentemente piane,

quest’ultimo fenomeno è riconducibile a una volontà nobilitante

polìzza per pòlizza). Un gruppo di parole di origine greco-latina, che possono avere l’accento del

greco – generalmente proparossitono – o quello latino –

paraossitono. Ritrazione d’accento per voci francesi, accentate nella lingua d’origine sull’ultima

sillaba. L’allegro investe non forme singole, la catena parlata: apocopi

postconsonantiche, vive nella tradizione letteraria, in regresso nella scrittura, e forme di aferesi.

• Paratassi, Stile Nominale.

• No proposizioni incidentali.

• Lingua Cronaca giornalistica

• Modificabili-Modificati

• In pagine collegate da links

• Scrittura: grafico-alfabetico-visivi

• Immagini, animazioni e filmati:

grafico-iconico-visivi

• Parlato e musica: sonoro-uditivi

• Movenze del parlato con emotions

• Stile immediato e informale

• Anglicismi e dialettalismi

• Tessere e locuzioni di registri diversi

• Parole accorciate e sintetizzate in acronimi

• Comunicazione sintetizzata e contestuale

• Uso efatico della punteggiatura

Analfabetismo di ritorno/Analfabetismo funzionale: incapacità a intendere correttamente

o comporre un testo, breve ed elementare, relativo a eventi di pubblico dominio.

L’italiano popolare (T. De Mauro, M. Cortellazzo, 1970) è orientato verso il parlato in diamesia (o

nella nella scrittura) e si realizza nei registri inferiori della diafasia, nelle occasioni di minor

controllo formale [p.s]. I fenomeni che ne definiscono la fisionomia investono tutti i settori della

lingua e sono riconducibili all’influsso delle parlate dialettali e alla spinta dell’oralità, chiara anche

nelle strutture testuali, che ripetono la poca coesione e la difficoltà di progettazione del parl

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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