Definizione di testo e moduli del corso
Una quantità di lingua si definisce testo se trasmette un contenuto coeso e coerente. Terzo modulo: dimensione diacronica, cioè la storia della nostra lingua. Comprende anche la grammatica storica: evoluzione linguistica dal latino volgare al fiorentino che poi diventerà il nostro italiano. Quarto modulo: relazioni effettuate da 10 coppie nel corso delle lezioni. Prova scritta alla fine del corso: chi supera l’esame non porta il modulo A (manualistica e elementi di linguistica italiana).
Lezione 1
La dimensione di osservazione immediata che si percepisce quando si ha a che fare con le altre persone è il luogo di appartenenza delle persone. Questo qualcuno condivide con noi una determinata o si discosta da noi in base al modo in cui usa la lingua. Tutti ci si rende conto che la lingua ha a che fare con il luogo. Esiste una dimensione di variazione che si chiama diatopia > composta da dia > attraverso topia > luogo.
L’osservazione di questa dimensione è preliminare, ineludibile, che soggiace a tutte le altre dimensioni. Le altre dimensioni di variazione quali sono? Sempre con il suffisso DIA:
- Diastratia: una lingua cambia a seconda dei gradi socio-culturali di istruzione e classe sociale.
- Diafasia: dimensione di variazione legata alla situazione.
- Diamesia: la lingua varia a seconda del mezzo che noi usiamo per trasmetterlo (testo scritto, orale...).
Queste dimensioni di variazione è come se si disponessero tridimensionalmente: Verruto ha proposto una disposizione di queste dimensioni in cui vengono poste tra di loro in una dimensione non piatta e che abbiano un punto di incontro in un centro che potrebbero fare pensare a un luogo in cui tutte le marcatezze linguistiche vengono annullate.
In questo centro si potrebbe pensare che si trovi la varietà non marcata della nostra lingua. Ciò che noi recuperiamo lungo queste assi di variazioni sono delle varietà > vuol dire che dovremmo cercare di imparare che la nostra lingua non è una sorta di monolite ma è qualcosa soggetta a mutamento a seconda della dimensione in cui noi la osserviamo.
Primo documento della nostra storia linguistica
(960) Placito capuano recita:
- Sao ko kelle terre per kelli fin ke qui contene trenta anni le possette parte sancti benedicti.
- So per certo che le terre di cui si parla in questo documento sono possedute dalle terre di San Benedetto.
Sao ko kelle terre le possette > inscritto il fenomeno A ME MI. La particolarissima storia della nostra lingua ha fatto sì che A ME MI venga considerato errore. La nostra lingua, come tutte le altre, prima viene parlata poi viene scritta.
È stata per secoli una lingua priva di parlato. Quando si ha avuto una codificazione grammaticale della nostra lingua? Nel XVI secolo. Che recupera i modelli nel Trecento fiorentino (Dante, Petrarca, Boccaccio). È una lingua considerata quasi come una lingua morta. Questa codificazione viene fatta in considerazione dei letterati (che compongono testi letterari).
Questa vicenda si perpetua almeno fino al Novecento. L’Italiano è una lingua di tutti gli italiani soltanto da tempi relativamente recenti. Infatti, al tempo dell’Unità d’Italia (1861) la percentuale degli italofoni è bassa (2 decine di percentuale). Nel corso del Novecento, anche grazie ai mass media, è diventata una lingua per tutti. Nella seconda metà del Novecento, l’italiano si pone come lingua parlata. A ME MI non è che un tratto dell’italiano che è accettabile a seconda del contesto in cui viene usato.
Lingua considerata come una gamma di varietà che si proiettano lungo le dimensioni di variazione (in questo corso).
Dimensione diatopica
Accanto alle varietà dell’italiano ci sono anche i dialetti, che possono essere suddivisi in gruppi:
- Linea La Spezia-Rimini: dialetti settentrionali (che si dividono in dialetti gallo-italici e dialetti veneti). Linea costituita da un fascio di isoglosse - l’isoglossa è una linea linguistica che separa zone in cui si realizza un dato fenomeno linguistico da zone in cui quel fenomeno non si ha. Es. Lombardia occidentale da quella orientale.
- Linea Roma-Ancona: macro-area centrale comprende dialetti toscani e dialetti Italia centrale.
- Dialetti meridionali: distinguibili in dialetti meridionali e dialetti estremi.
Accanto ai dialetti abbiamo varietà di italiano e lingue di minoranza. Dal punto di vista linguistico non c’è una differenza tra lingua e un dialetto. Ciò che fa di una lingua un dialetto e viceversa sono fattori extralinguistici. Cos’è l’italiano? È un dialetto che si è affermato sopra di altri anche se quando questo è avvenuto non si parlava di dialetti ma di volgari. Il dialetto che si è affermato sopra gli altri è il fiorentino.
Una lingua possiede una codificazione scritta mentre il dialetto no, o comunque non sempre. Una lingua è dotata di una tradizione letteraria e di prestigio, i dialetti non sempre. I dialetti tendono a essere riusati per la capacità espressiva.
L’italiano-regionale: è quella varietà di italiano interferente alle soggiacenti varietà dialettali, indipendentemente dal conoscere del dialetto stesso. Il dialetto su di noi agisce ancora. I dialetti funzionano come delle varietà di sostrato rispetto alla lingua, cioè come quelle lingue non più esistenti ma la cui azione è riconoscibile da lingue che si sono imposte successivamente. Se i dialetti continuano ad agire sull’italiano, i nostri italiani sono differenti a seconda di ciò che ‘sta sotto’ ossia al sostrato. Avremo quindi varietà regionali diverse a seconda delle provenienze geografiche.
Lezione 2
Ogni varietà è condizionata da uno degli assi, ma l’influsso di variazione è presente su tutte le varietà. Le varietà > non sono entità definite. Hanno dei contorni sfumati e noi passiamo dall’una all’altra varietà quasi insensibilmente. La rappresentazione della slide risale al 1987. La diatopia non c’è.
Nessuno di noi parla un italiano senza aggettivi ulteriori (italiano standard letterario), a meno che non ci sia qualcuno non si sia orientato verso corsi di dizione. L’italiano standard è un’entità abbastanza nebulosa, qualcosa di non ben chiarito nella sua reale esistenza.
Il nostro italiano è un italiano regionale > si situa ad un certo punto della diatopia che può essere più o meno lontano dal dialetto. L’italiano regionale non è un dialetto: ciascuno di noi tradisce per un motivo o per l’altro la propria area geografica di provenienza e cerca allo stesso tempo di limitare le caratteristiche della nostra marcatezza geografica. In determinati contesti ricorriamo in una marcatezza regionale rispetto ad altri contesti.
Italiano regionale e influsso geografico
Cosa vuol dire regionale? Qualcosa che ha a che fare con le nostre regioni di tipo amministrativo; italiano regionale concluso all’interno delle nostre regioni. A livello linguistico però non ha immediatamente a che fare con le regioni di carattere amministrativo (istituito solo nel 1970).
Oggi gli studiosi parlano di un italiano a livello delle città metropolitane, polo di aggregazione sempre più forte. Più del 20% degli italiani vive nelle città. Si vede in più l’afflusso di lingue diverse; la città quindi diventa quadro di una trasformazione linguistica. L’italiano regionale va inteso in senso ampio: da un punto di vista degli studi il 1960 Giovan Battista Pellegrini, sempre nel Novecento studiosi o persone attente alla lingua si erano resi conto di quanto fossero importanti. Dal 1960 si assiste a un atteggiamento scientifico nei confronti dell’italiano regionale come tratti di lingua e non solo come errori.
Pensiamo a quanto avviene ne L’IDIOMA GENTILE di De Amicis; è importante per quel che riguarda la riflessione linguistica; può essere inquadrato tra quegli studiosi che si schierano alla parte della proposta toscanista di Manzoni. Nel brano LA LINGUA ITALIANA IN FAMIGLIA lo scrittore riflette su alcuni fatti linguistici: in particolare su quanto poteva avvenire in una famiglia borghese del Piemonte. Nel brano l’autore ringrazia la cugina. Accusa la famiglia di usare una lingua francese. La parola che De Amicis denunciava come dialettale si è imposta nell’uso toscano (l’esempio è rubinetto).
Esempi in corsivo che ricorrono nel brano:
- Mi sono sbagliato > secondo De Amici sarebbe sbagliato, correttamente si dice è sbagliato
- Oggi è l’equivalente di ‘mi mangio un panino’ dove si accentua l’intensificazione emotiva.
L’atteggiamento di De Amici è la preoccupazione dell’aspetto linguistico, di imposizione di una norma a noi interessa non soltanto per il tipo di norma che De Amicis vorrebbe imporre (il toscano) e ma anche come registro di varietà linguistica. Questa varietà non compare soltanto a partire dalla metà del Novecento, ma compare anche nel passato, meno visibile per la tipica storia della nostra lingua che tende a censurare ciò che è deforme rispetto allo standard letterario, che sta al centro o quasi dello schema (slide a lezione). Quando all’indomani si pone un problema di addestramento linguistico a tutta la Nazione emerge più forte la differenza di lingua tra gli italiani.
Strumenti e pronuncia
La pronuncia ha a che fare alla differente apertura delle vocali toniche (ossia sulla quale cade l’accento). È legata anche all’intonazione che noi diamo al nostro parlare, che dipende dalla nostra regionalità linguistica. Fonema > un suono particolare. È la minima unità linguistica priva di significato ma dotata di potere distintivo. Questo tipo di suono può far sì che una coppia di parole venga distinta. Es. CANE\LANE > le parole si distinguono soltanto per l’iniziale; C e L sono due fonemi di per sé privi di significato però sono capaci di distinguere il significato della parola CANE da quello di LANE; sono una coppia minima, ossia coppia di parole che si differenzia per un solo fonema.
Prova di commutazione; distinguiamo dei fonemi vocalici > che noi produciamo dalla fuoriuscita del canale orale senza che questa incontri ostacoli; la differenza sta nella minore o maggiore apertura del canale orale. Rappresentato è il triangolo vocalico nella slide. Dal centro abbiamo una vocale di massima apertura il cui canale orale è completamente aperto. Mano a mano che si sale il canale orale si restringe. Possiamo distinguere, delle vocale posteriori o velari, e anteriori o palatali. 7 fonemi vocalici non sempre però, soltanto per quel che riguarda le vocali toniche. In sede atona le vocali sono soltanto 5. Non abbiamo cioè i gradi aperti delle vocali medie (la E e la O) ma A E I O U.
Coppia minima > coppia di parole che differisce dal fonema vocalico. Es. BOTTE\BOTTE qui non mettiamo accento che distingua grado di apertura della vocale tonica. Es. PESCA\PESCA anche se la differenza tende ad annullarsi. Dal punto di vista regionale non funziona più perché per es. in Lombardia Pesca è uguale a Pesca e viceversa. Es. ESCA\ESCA (verbo, oggetto). E aperta > è la voce del verbo uscire. La proprietà distintiva si è persa, annullata.
Lezione 3
Ci sono anche i fonemi consonantici > sono dei fonemi che nella loro emissione incontrano un ostacolo. L’ostacolo può essere parziale o totale.
- Sonorità-sordità > sono legate alla vibrazione delle corde vocali. In base all’assenza o meno della vibrazioni (le vocali sono sempre sonore).
- Modo di articolazione > ostacolo che si frappone all’emissione dell’aria che può essere totale -> consonanti occlusive, o se l’ostacolo è parziale - > le consonanti sono continue. Le affricate cominciano come occlusive e terminano come continue. Le continue si dividono in nasali eccetera... Le consonanti nasali possono essere classificate come occlusive ma l’emissione dell’aria avviene attraverso il naso quindi si possono inserire tra le consonanti continue.
- Luogo di articolazione -> ostacolo ha emissione libera dell’aria. Che possono avvenire attraverso labbra, labiodentali, dentali, alla altezza degli alveoli, alveolari, all’altezza del palato inferiore, palatali, all’altezza del velo palativo (la parte posteriore) avremo consonanti velari.
(Vedi schema del libro come schema glottologia). Uno dei fatti dell’italiano regionale settentrionale è la tendenza a sonorizzare le vocali sibilanti interconsontantiche. Esempio: Fuso > può essere sostantivo o participio passato del verbo fondere; Fuso\fuso sono coppie minime che tra loro però non funzionano più. Chiese > può essere sostantivo al plurale o passato remoto del verbo chiedere; Chiese\Chiese sono coppie minime che tra loro però non funzionano più. Il passato remoto è con s sorda. Opposizione che non funziona più in nessuna zona d’Italia se non in alcuni luoghi della Toscana.
Gnomo\Ogni > la mia nasale è sempre intensa. La pronuncia nelle varietà settentrionale è sempre scempia. Affricata alveolare sorda all’interno di parola è sempre rafforzata. Le nostre lettere non sono sufficienti per esporre tutti i fonemi della nostra lingua. Accanto alle 7 vocali e ai 21 fonemi abbiamo anche delle semiconsonanti > es. Piede \ Buono pronunciamo più rapidamente queste vocali rispetto alle corrispettive vocali. Questa I e questa U pronunciate più velocemente sono delle semiconsonanti e le troviamo esclusivamente nei dittonghi come IE o UO. Questa I e U viene detta JOD e UAU.
Ci sono alcune tendenze generali che hanno a che fare con i dialetti: quelli gallo italici > pronuncia scempia o debole delle consonanti. Area settentrionale quindi si assiste a pronuncia che segnala la tendenza al dialetto. Un parlante colto del settentrione non produrrà quei rafforzamenti come OGNI, ossia intensificazione di queste consonanti. Nella fonetica sarà evidente un fenomeno come il mancato rafforzamento delle consonanti > es. Vado a casa > il parlante settentrionale non produce un fenomeno che sarebbe dello standard ma che la grafia non indica. Non produce raddoppiamento della consonante che si trova all’interno di 2 vocali. La velare sorda iniziale di casa si trova fra due A. Dovremmo avere un fenomeno chiamato raddoppiamento fonosintattico. Se la grafia non registra il fenomeno, i parlanti non sono in grado di produrre questo fenomeno. Questa sequenza deve essere ricondotta a una formula latina AD CASAM in cui si ha una consecuzione di due consonanti che danno luogo ad una assimilazione, la prima delle 2 consonanti diventa simile alla consonante successiva.
Sopra tutto Soprattutto > unione di 2 parole che si fondono e danno luogo al raddoppiamento consonante iniziale della seconda parola. Per gli italiani regionali settentrionali si può notare una diversa distribuzione dei gradi di apertura delle vocali medie. Nell’area settentrionale si tende a mettere l’articolo davanti ai nomi propri di persona. Anche in Toscana si usa l’articolo davanti al nome femminile. Piuttosto che > al posto di ovvero, oppure. Passato remoto > uso nell’area meridionale, sconosciuto in area settentrionale. Branzino e spigola > denominazioni geograficamente marcate di uno stesso pesce. Sono due geosinonimi > vanno distinti da voci dialettali; sono parole che in luoghi differenti d’Italia designano oggetti identici. Questo geosinonimi tendono a essere oggetti di uso quotidiano. Perché servono a garantire la ricchezza della nostra lingua. La geografia pervade tutti i livelli della nostra lingua.
Diatopia
Possiamo registrarla nelle varietà regionali e come presenza di altre lingue come i dialetti che possono essere collocati verso il fondo secondo un degradare che va dalla lingua al dialetto, in mezzo possiamo trovare varietà intermedie per es. Dialetti italianizzati. I Sardi, e il franco-provenzale che si parla in Valle d’Aosta per esempio. In Alto-Adige c’è il tedesco, l’italiano e il ladino. Con la presenza di confini è più facile trovare delle minoranze linguistiche. Il friulano è considerato parente stretto del ladino da molti studiosi, quindi non come dialetto. Ci sono minoranze linguistiche albanesi (in Sicilia), il grico in Calabria. Varietà sarde: ad Alghero c’è una minoranza spagnola perché durante la dominazione spagnola, la popolazione sarda viene sostituita con una popolazione spagnola. Queste sono le minoranze linguistiche storiche, ci sono anche quelle recenti o recentissime nelle quali però siamo in grandi difficoltà per il loro studio e anche dal punto di vista dell’interferire dell’italiano con queste minoranze.
Lezione 4
Asse che occupa il verticalmente l’asse di variazione (fenomeni legati a fatti socioculturali) Slide. L’italiano regionale popolare: una varietà di lingue, che viene collocata nella substandardità legata a fatti socio-culturali, non a fatti legati alla situazione socio-culturale. Concetto che può essere travisato, potrebbe essere l’italiano di ciascuno di noi appartenenti al popolo. I primi studi dell’italiano popolare, Tatiana.. parla dell’italiano come italiano colloquiale, però nel 1963 esce un’opera fondamentale di De Mauro in cui accenna a una varietà di italiano popolare, intitolata ‘Storia linguistica dell’italiana unita’: sempre De Mauro nel 1970 in una nota nel volume ‘Lettere da una...’ di Annabella definiva meglio questa varietà, definendo che l’italiano popolare è il modo di esprimersi di un incolto che senza a...
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