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Questa arbitrarietà potrebbe apparire un aspetto negativo, in quanto assenza

di motivazioni; ha invece un’azione positiva sulla stabilità della lingua, in

quanto impedisce che la lingua e questo rapporto segnico diventino oggetto di

discussione. Se un rapporto infatti non è motivato, non si può deliberare sulla

sua esistenza o non esistenza.

Questo comporta che la lingua pur evolvendosi, non sia dipendente, in questa

sua evoluzione, dalla volontà dell’uomo.

Altra caratteristica della lingua è la linearità: il segno, secondo Saussure, si

presenta come lineare, quindi nella dimensione temporale; anche la lingua

scritta è lineare, in quanto qui si presenta un prima e un poi, da destra verso

sinistra, o da sinistra verso destra, o dall’alto verso il basso a seconda della

lingua. Indubbiamente il significante si presenta quindi in modo lineare, in

quanto le unità linguistiche sono sostanzialmente successive.

Due nuovi concetti importati nel meccanismo della lingua sono entità e unità.

L’entità coincide nella lingua con il segno inteso come inscindibile unione di

significato e significante, questa entità è perciò un’unità che vive in una

dimensione psichica.

L’unità a livello linguistico è l’entità nel momento in cui questa viene

delimitata nella catena fonica.

L’unità così definita potrebbe far pensare a una natura fisica, ma invece

Saussure parla di natura funzionale.

Proponiamo ora un esempio. Prendiamo per esempio il treno Milano-Firenze

delle 7.20: questo non viene definito da un punto di vista materiale, come

l’insieme di un certo numero di carrozze, con una determinata locomotiva, che

non sono necessariamente le stesse di giorno in giorno; il treno viene

considerato in base alla sua funzione.

La stessa cosa avviene per la lingua: le varie parole possono avere diverse

articolazioni, diverse intonazioni, ma ciò che ci garantisce la loro identità è la

loro funzione.

Tornando quindi al concetto di langue e parole, possiamo definire la langue

come il repertorio delle unità linguistiche, mentre la parole va considerata

come l’uso di queste unità, possibile grazie al riferimento continuo a un

sistema che costituisce valori.

Altro aspetto fondamentale del meccanismo della lingua è il sistema delle

differenze su cui si fonda il valore linguistico.

Prendiamo ad esempio il gioco degli scacchi: questo gioco si svolge con l’uso di

vari pezzi, ma supponiamo che durante il gioco uno di questi pezzi cada a terra

e si rompa; ai fini del gioco questo è insignificante in quanto è sufficiente

prendere un qualsiasi altro oggetto assegnandogli il valore del pezzo che si è

rotto. Chiaramente non possiamo utilizzare però un pezzo che si possa

confondere con altri pezzi modificando l’andamento del gioco.

Lo stesso avviene nel sistema linguistico, in cui si può sostituire un elemento

con un altro purché chiaramente quest’ultimo non si confonda con un elemento

già presente nel sistema.

Se nella lingua italiana per esempio si introducesse costantemente al posto del

fonema /r/ un suono che in italiano non c’è, per esempio /h/ tedesco, il sistema

della lingua italiana rimarrebbe intatto.

Questi esempi ci permettono di capire che l’identità delle entità linguistiche,

considerata come l’unione di significato e significante, è costituita soltanto

dalle loro differenze.

Ciascun segno, dice Saussure, è costituito dal significante e dal significato i

quali costituiscono un’entità linguistica solo se sono uniti; inoltre ogni segno è

se stesso in quanto inserito nel sistema linguistico in cui funziona.

Dal punto di vista del significante questo è tale in quanto si oppone a tutti gli

altri elementi: nel meccanismo della lingua non è importante che /b/ si

pronunci [b], importa soltanto che si differenzi da tutti gli altri fonemi della

lingua italiana, perché altrimenti verrebbero meno delle differenziazioni a livello

di significato.

Per quanto invece riguarda il piano del significato, ciò che costituisce un certo

significato è, secondo Saussure, è proprio il non identificarsi con gli altri

significati. Ciò che costituisce un certo significato è il non essere gli altri

significati.

Il valore linguistico nasce quindi:

dal fatto che il segno sia unione inscindibile di significante e significato;

- dal fatto che ciascun segno non è se stesso se non è visto nella

- solidarietà di tutto il sistema segnico; il segno è quindi se stesso in

quanto si oppone agli altri segni e il valore di una parola nasce dalle

differenze fra il suo significato e i significati delle altre parole.

La natura del segno è essenzialmente oppositiva; sia sul piano del significante

sia sul piano del significato, il segno è se stesso non per le qualità positive che

possiede, ma per il non essere gli altri segni, ossia per la sua forma e non per la

sua sostanza.

Saussure aggiunge inoltre che l’articolazione del significato si modella

sull’articolazione del significante, come prova del legame che esiste tra

pensiero e linguaggio: le strutture del pensiero si proiettano in modo

immediato diretto nelle strutture del linguaggio. Il rapporto tra pensiero e

lingua viene in effetti ridotto alla saldatura delle due articolazioni del

significante e del significato.

Il nucleo centrale della dottrina saussuriana può dunque essere così

sintetizzato: la forma linguistica del significante emerge in rapporto alla forma

linguistica del significato, ma a sua volta la forma linguistica del significato

emerge in rapporto alla forma linguistica del significante. E’ quindi evidente il

circolo vizioso.

All’interno di un insieme L costituito da quattro elementi a, b, c, d si può dire

che a è non-b, non-c, non-d, e così sarà per tutti gli altri elementi dell’insieme.

Certamente però nessun elemento può essere un non-gli-altri elementi se non

ha in sé qualcosa di positivo; è infatti sulla base delle sue qualità positive che

può contrapporsi. In rapporto però allo spettatore, ciò che interessa è la loro

funzione differenziativa, non la loro natura intrinseca.

CAP. 2 NATURA DEL SEGNO LINGUISTICO

Il segno linguistico unisce un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima

non è il suono materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di

questo suono, la rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei

nostri sensi.

Il concetto può essere sostituito con il termine “significato” e l’immagine

acustica con il termine “significante”.

Questi due ultimi termini hanno il vantaggio di rendere evidente l’opposizione

che li separa sia tra di loro, sia dal totale di cui fanno parte (segno).

PRIMO PRINCIPIO: L’ARBITRARIETA’ DEL SEGNO

Il legame che unisce il significante al significato è arbitrario, ovvero la relazione

esistente tra i due non ha alcuna ragione logica o naturale.

Questa arbitrarietà potrebbe apparire un aspetto negativo, in quanto assenza

di motivazioni; ha invece un’azione positiva sulla stabilità della lingua, in

quanto impedisce che la lingua e questo rapporto segnico diventino oggetto di

discussione. Se un rapporto infatti non è motivato, non si può deliberare sulla

sua esistenza o non esistenza.

Per questo motivo la parola arbitrarietà non deve dare l’idea che il significante

dipenda dalla libera scelta del soggetto parlante: la lingua pur evolvendosi, non

è dipendente, in questa sua evoluzione, dalla volontà dell’uomo.

Ci si è serviti della parola simbolo per designare il segno linguistico o più

esattamente ciò che chiamiamo significante, nonostante il simbolo abbia per

carattere il fatto di non essere mai completamente arbitrario, in quanto implica

un rudimento di legame naturale tra il significante e il significato.

Il nesso quindi tra significante e significato è solamente immotivato.

Saussure ha considerato degli elementi che hanno un’origine simbolica e che

sembrano dimostrare che la relazione tra significato e significante sia motivata

come le onomatopee, ma ritiene che questo fenomeno non sia così semplice

perché si tratta dell’imitazione approssimativa di suoni intrecciata al criterio

della convenzionalità. Altra eccezione considerata da Saussure sono le

esclamazioni: siamo tentati di vedere nelle esclamazioni delle espressioni

spontanee della realtà, dettate dalla natura, ma per la maggior parte di loro si

può negare che vi sia un legame necessario tra significante e significato.

Riassumendo le onomatopee e le esclamazioni sono di importanza secondaria

e la loro origine simbolica è in parte contestabile.

SECONDO PRINCIPIO: CARATTERE LINEARE DEL

SIGNIFICANTE

Il significante, essendo di natura uditiva, si svolge soltanto nel tempo e ha i

caratteri che trae dal tempo: rappresenta un’estensione che è misurabile in

una dimensione, è una linea.

In opposizione ai significati visivi (es. segnaletica stradale, segnali marittimi)

che possono offrire complicazioni simultanee su più dimensioni, i significanti

acustici non dispongono che della linea del tempo: i loro elementi si presentano

l’uno dopo l’altro e formano una catena.

Gli elementi che costituiscono il significante seguono una precisa successione

spazio-temporale e non possono essere simultanei.

CAP. 3 LA SCUOLA DI PRAGA

Praga nel periodo tra le due guerre svolse per più ragioni un ruolo culturale di

rilievo: essa era un punto di collegamento tra la cultura slava e la cultura

europea occidentale, oltre che un centro intellettuale molto attivo.

Praga fu sede provvista, fra le due guerre, di molti esuli russi, arricchendosi

grazie al loro contributo.

Al tempo stesso la città ha proprio nella sua tradizione culturale una particolare

attenzione ai problemi linguistici.

La tesi di fondo dei linguisti praghesi è che nei fatti umani e nella lingua in

particolare l’aspetto fondamentale è l’intenzione, la destinazione. Il perno della

concezione linguistica praghese diventò il Wozu, cioè la domanda intorno al

fine. Per questo si parla della scuola di Praga come una scuola funzionalista,

scuola fondata a Praga da Brentano: l’attività psichica umana ha come motore

la sua finalità, destinazione.

Il termine funzione va inteso nel contesto praghese come “essere in funzione

di…”, ossia come finalità: ci si chiede perciò a che cosa serva un determinato

fatto, verso quale fine esso sia destinato.

Praga è ancora legata alle ricerche di Comenius, interessanti dal punto di vista

sintattico e lessicale, in quanto ha sottolineato l’esistenza di strutture

linguistiche comuni.

Il circolo di Praga fu fondato nel 1926 da Vilém Mathesius, un linguista

praghese che aveva imboccato la strada della sincronia.

Intorno a lui si erano riuniti altri esponenti boemi come Havranek, Mukarovsky,

Trnka, Vachek, ma anche molti studiosi di origine russa come Jakobson,

Trubeckoj e Karcevskij e occidentale come Bühler, Martinet, Tesnière, Vendryes,

Benveniste.

Un contributo fondamentale è stato in particolare quello russo che ha accostato

la lingua considerandola come un tutto strutturato; il formalismo russo che si

sviluppò tra il ’17 e il ’30 aveva inoltre focalizzato la sua attenzione sulla

funzione letteraria e poetica della lingua.

Anche questo elemento confluirà nella scuola di Praga.

Jakobson, ad esempio, fu uno dei fondatori dell’OPOJAZ, ovvero la società per

l’analisi della lingua poetica.

Un altro elemento importante della componente orientale è la nozione di

fonema.

Anche la componente occidentale è piuttosto importante ed è rappresentata da

studiosi come Bühler, Martinet, Tesnière, Vendryes, Benveniste: il loro

contributo sta soprattutto nella dottrina di Saussure.

Queste tre componenti, quella praghese, quella russa e quella occidentale,

saranno sintetizzate, anzitutto nell’opera di Trubeckoj.

Le posizioni della scuola di Praga furono illustrate nelle Tesi pragmatiche che

comparvero nel primo volume dei “Travaux du Cercle Linguistique de

Prague” nel 1929, manifesto collettivo del movimento.

La lingua, in quanto prodotto dell’attività umana, deve essere analizzata in

rapporto alla sua funzione che è di espressione o di comunicazione. Essa è

definita come un sistema di mezzi d’espressione appropriati ad uno scopo.

La prospettiva fondamentale è quella sincronica, ma l’evoluzione non può

essere trascurata: la stessa sincronia è coinvolta nell’evoluzione, poiché una

sezione considerata sincronicamente presenta residui dello stadio in

distruzione e anticipazioni dello stadio futuro.

Non va posta quindi una barriera invalicabile fra metodo sincronico e

diacronico. Bisogna tuttavia passare dallo studio dell’evoluzione delle forme

isolate allo studio dell’evoluzione dei sistemi.

Per quanto riguarda l’analisi del suono si sottolinea innanzitutto la preminenza

funzionale dell’aspetto acustico su quello articolatorio: le immagini acustiche

soggettive, cioè le rappresentazioni, possono essere considerate elementi di un

sistema linguistico “soltanto quando esse svolgono in questo sistema una

funzione di differenziazione dei significati”, ovvero quando si può parlare di

fonemi.

Ogni lingua ha un proprio sistema di denominazione mediante il quale essa

articola tutta la realtà “sia essa esterna o interna, reale o astratta, in elementi

che possono essere colti linguisticamente”. Fondamento della denominazione è

la parola, necessariamente presente in tutte le lingue anche se diversamente

strutturata.

Le parole possono essere divise in categorie (sostantivo, verbo, ecc.)

caratterizzate a loro volta da categorie specifiche (genere, animato, numero

per i sostantivi; aspetto, tempo per il verbo, ecc.).

I praghesi non concepiscono la lingua come astrattamente unitaria. In base alla

diversità delle funzioni svolte, essi distinguono più linguaggi appartenenti alla

stessa lingua: essi distinguono tra linguaggio interiore e linguaggio manifesto.

Il linguaggio orientato socialmente ha una funzione comunicativa o una

funzione poetica a seconda che sia diretto verso la realtà o il segno stesso.

TRUBECKOJ

Prendiamo ora in considerazione la teoria fonologica di Trubeckoj:

inizialmente egli era convinto che la natura psichica del fonema comportasse

necessariamente l’introspezione come strumento fondamentale di indagine

linguistica (riprende la definizione di Boudouin, secondo la quale noi

conosciamo i fonemi attraverso una semplice introspezione).

L’esperienza gli dimostrò però che le cose non stavano così. La struttura

linguistica non può essere oggetto di introspezione: si tratta di un fatto

psichico, ma non tutto ciò che è nella coscienza, nella psiche, può essere

oggetto di osservazione diretta mediante introspezione.

Trubeckoj arriva quindi alla conclusione che esistono in effetti delle dimensioni

della psiche, e la lingua è una di queste, che non si lasciano indagare

direttamente: noi possiamo solo formulare su di esse delle ipotesi più o meno

felici.

Si dovrà perciò distinguere tra una conoscenza di cui noi siamo

immediatamente consapevoli e una conoscenza che certo noi non possediamo,

ma di cui abbiamo consapevolezza. Ci sono dunque cose che noi non sappiamo

di sapere.

La riflessione filosofica, del resto, fin dall’antichità ha mostrato come alcuni

principi siano connaturati, siano coessenziali al nostro discorso e al nostro

pensiero; ricordiamo per esempio il principio di non contraddizione, un principio

che Aristotele considerava come “implicitamente” affermato.

La conoscenza della struttura linguistica passa quindi attraverso i consueti

procedimenti delle scienze empirico-deduttive e solo attraverso l’esperimento,

noi possiamo ricostruire la struttura linguistica.

Il fondamento indispensabile di questo esperimento che si pone come il primo

passo nella determinazione di una metodologia nella linguistica è il seguente:

la verifica della pertinenza mediante la prova di commutazione.

Questa prova è stata ideata da Trubeckoj che tiene innanzitutto conto degli

insegnamenti di Saussure: nella lingua contano soltanto le differenze, ossia non

gli aspetti positivi, ma il differenziarsi, il contrapporsi di questi aspetti.

Trubeckoj parte dalle opposizioni foniche: esse sono semplicemente le svariate

differenze dei suoni che intervengono nei testi dei parlanti. Ma entro le

opposizioni foniche andranno individuate e inventariate come costitutive della

struttura linguistica soltanto certe di queste opposizioni, che sono dette

fonologiche.

Tali opposizioni non possono essere ridotte a semplici differenze foniche, ma

intervengono nel meccanismo della lingua svolgendo una funzione distintiva o

diacritica: per stabilire se un suono è pertinente, se ha cioè rilevanza, se serve

effettivamente nella comunicazione, esso permette di differenziare i significati,

è importante la prova di commutazione, con la quale si vuole quindi verificare,

date coppie oppositive di suoni, se la presenza di questa differenza fonica

comporti una differenza anche sul piano dei valori intellettuali, cioè dei

contenuti.

Definiamo quindi il fonema come l’estremo di un’opposizione fonologica.

I foni possono essere caratterizzati in base alla modalità in cui vengono

articolati, pronunciati.

Ad esempio:

il fono “P”: esso è occlusivo (viene articolato attraverso una iniziale

- chiusura delle labbra, a cui segue un’apertura), bilabiale e sordo (non

vibrano le corde vocali quando viene articolato il fono);

il fono “B”: esso è occlusivo, bilabiale e sonoro (vibrano le corde vocali).

-

Per verificare se questi due foni sono anche fonemi, mettiamo in pratica la

prova di commutazione: si costruiscono coppie minime, cioè due parole

all’interno delle quale due foni vengono sostituiti l’uno all’altro, ad esempio

sostituendo nella stessa parola “P” o “B” (esempio: “Pere” e “Bere”).

“P” e “B” svolgono una funzione distintiva o diacritica a livello di significati,

in quanto permette la differenziazione dei significati stessi: “P” e “B” sono

quindi fonemi.

Si distinguono due tipi di opposizione fonologica:

privativa: questo tipo di opposizione fonologica si manifesta quando uno

- dei due fonemi considerati è privo di un tratto distintivo presente

nell’altro, tratto che viene definito priznak, Merkmal.

Per esempio nel fono “B” c’è sonorità, tratto di cui è privo invece il

fonema “P”. Se prendiamo invece i foni “T” e “D”, il fono “D” è

caratterizzato da sonorità, caratteristica che invece il fono “T” non ha.

Il fonema che si caratterizza per la presenza di un tratto è detto

marcato, l’altro è detto non marcato;

graduale: questo tipo di opposizione fonologica si manifesta quando lo

- stesso tratto distintivo si presenta in tutti e due i fonemi, ma con gradi

diversi. Per esempio se prendiamo le parole “Venti” (plurale “Vento”) e

“Venti” (numero), entrambe le parole hanno in sé il tratto distintivo “E”,

ma questo si presenta con un grado diverso dell’apertura vocalica: nel

plurale della parola “Vento” la “E” è più aperta, mentre è più chiusa nella

pronuncia del numero “Venti”.

Quando le opposizioni fonologiche vengono confrontate con altri fonemi

presenti nel sistema, esse possono essere:

bilaterali: un’opposizione si dice bilaterale, quando riguarda solo due

- fonemi. Per esempio se prendiamo i fonemi “P” e “B”, questi hanno in

comune il tratto occlusività e bilabialità, tratti che diventano la base per

la comparazione; ci chiediamo quindi se esista almeno un terzo fonema

in italiano che condivida questa base. Siccome non esiste allora

l’opposizione riguarda solo questi due fonemi ed è perciò bilaterale;

multilaterali: un’opposizione si dice multilaterale, quando riguarda più

- di due fonemi. Per esempio i foni “B” e “D” condividono i tratti occlusività

e sonorità, tratti però condivisi anche dal fono “G” e l’opposizione è

perciò multilaterale;

proporzionali: un’opposizione si dice proporzionale, quando tra gli

- estremi dell’opposizione c’è un nesso che ricorre in una serie di ulteriori

opposizioni fonologiche. Per esempio considerando i foni “P” e “B”, “T” e

“D”, “K” e “G”, dove “P”, “T”, “K” sono foni sordi, mentre “B”, “D”, “G”

sono sonori: il nesso, la relazione è sorda-sonora.

Altra classificazione delle opposizioni fonologiche è la seguente:

opposizioni fonologiche dirette: questa si ottiene quando siamo stati in

- grado di trovare un segmento di testo tale che sostituendovi uno degli

estremi dell’opposizione considerata con l’altro si ottiene un testo

diverso;

opposizioni fonologiche indirette: i suoni interessati dall’opposizione non

- possono comparire nella stessa sede e perciò non ci sarà mai un testo in

cui i due estremi di opposizione fonica possano essere reciprocamente

sostituiti (la dimostrazione della fonologicità in questo caso è piuttosto

complessa).

Altra classificazione delle opposizioni fonologiche si articola in:

opposizioni fonologiche costanti: sono quelle opposizioni fonologiche

- che non allentano mai la loro energia differenziativa.

Se prendiamo ad esempio “T” e “D” questi sono due fonemi in quanto

nelle parole tedesche “leiden” e “leiten”, sostituendo i due suoni, questi

danno alla parola due significati diversi, un contenuto diverso;

opposizioni fonologiche neutralizzabili: sono quelle opposizioni che

- allentano la loro energia differenziativa.

Se prendiamo ad esempio le parole tedesche “Rad” e “Rat”, nonostante

in sede scritta le due parole terminino rispettivamente con i suoni “D” e

“T”, in sede orale, nella sede finale delle due parole, la forza

differenziativa si perde, in quanto entrambe vengono pronunciate come

se terminassero entrambe in “T”. L’esito della neutralizzazione è detto

arcifonema, che coincide con l’elemento non marcato della coppia dei

fonemi considerati.

La neutralizzazione può a sua volta essere determinata esternamente,

se dà esito ad un suono connesso con il contesto fonologico, oppure

determinata internamente se dipende dalla posizione e non dai tratti

presenti nel contesto.

Oltre però alla funzione distintiva o diacritica, dobbiamo considerare anche la

funzione culminativa e la funzione demarcativa o delimitativa.

La funzione culminativa è la funzione che consente di individuare l’unità ai

vari livelli.

Questa funzione viene per esempio svolta dall’accento: un accento può essere

di vario tipo, accento di sintagma, accento di frase, accento di parola, e la

natura e la funzione specifica di ciascuno di questi accenti varia da lingua a

lingua.

La funzione demarcativa o delimitativa è invece la funzione che segnala

dove comincia o dove finisce un’unità.

A volte comunque uno stesso elemento può avere sia funzione culminativa che

demarcativa.

JAKOBSON

Jakobson ha sempre manifestato l’interesse per la struttura dell’opera poetica,

che resta una costante della sua ricerca.

Egli cerca tuttavia una soluzione del problema della struttura poetica nella

cornice di una compiuta concezione linguistica.

Il tratto che Trubeckoj definisce priznac, viene chiamato da Jakobson marca di

correlazione cioè il tratto che con la sua presenza o assenza distingue i due

estremi dell’opposizione fonologica.

Jakobson ritiene possibile dare di qualsiasi sistema fonologico una descrizione

mediante le sole marche di correlazione, ossia mediante tratti distintivi binari.

Tali tratti sono categorie universali atte alla descrizione di tutti i sistemi

fonologici.

La poetica è per lui una parte della linguistica poiché corrisponde a una delle

funzioni del linguaggio e il linguaggio va studiato in tutte le sue funzioni. La

determinazione delle funzioni parte dal rilevamento dei fattori costitutivi di ogni

processo linguistico.

Il modello di comunicazione di Jakobson si ispira al modello di Bühler e mette in

particolare a fuoco sei fattori fondamentali della comunicazione:

devono esistere due soggetti, il mittente e il destinatario e il mittente

- deve inviare un messaggio al destinatario;

il messaggio deve essere riferito al contesto;

- mittente e destinatario devono condividere interamente o almeno in

- parte lo stesso codice;

deve esserci tra mittente e destinatario un canale fisico e una

- connessione psicologica che consenta loro di stabilire e di mantenere la

comunicazione.

A questi sei elementi fondamentali della comunicazione corrispondono sei

funzioni testuali: emotiva, referenziale, poetica, fatica, metalinguistica e

conativa.

Le funzioni non compaiono mai allo stato puro, solo che si ha la prevalenza di

una o dell’altra funzione: per esempio, per quanto riguarda la funzione poetica,

essa è presente eminentemente in poesia, ma non soltanto in essa.

La funzione poetica è definita come orientamento del messaggio al messaggio

stesso: il messaggio non rinvia ad altro da sé se non a se stesso, mostrando

così una certa autoreferenzialità.

Tale orientamento dà luogo ad una particolare struttura linguistica che

Jakobson caratterizza per la presenza in essa di rapporti di contiguità e

similarità.

Ogni testo è costituito da una combinazione (rapporti di contiguità) di elementi

ciascuno scelto da una classe di elementi similari (rapporti di similarità). La

combinazione e la selezione sono i due assi costitutivi di ogni testo.

La presenza di una struttura poetica non è quindi condizione sufficiente della

poeticità di un testo, in quanto la versificazione può anche essere utilizzata, ad

esempio a scopi mnemonici.

Un messaggio, dice Jakobson, per essere operante, richiede il riferimento ad un

contesto e richiede che il messaggio stesso possa essere afferrato dal

destinatario e che sia “verbale o suscettibile di verbalizzazione”: ciò richiama

la tesi secondo cui il significato dei segni non sta in un oggetto, ma nella loro

conversione-traduzione in altri segni. In questo modo Jakobson fa propria la tesi

di Peirce, secondo la quale la destinazione del segno è la sua traduzione in altri

segni.

OSSERVAZIONE: RAPPORTO FRA LINGUA E REALTA’

La distinzione entro langue e parole, che Jakobson fa corrispondere

rispettivamente a codice e messaggio, impone di distinguere il rapporto della

lingua con la realtà.

Ma in che rapporto stanno i contenuti degli elementi delle lingue con la realtà?

A questo punto Jakobson introduce il concetto di traduzione, che però non

coincide con l’accezione comune di questo termine, ma con il significato del

termine interpretazione.

Si parla di tre tipi di traduzione:

endolinguistica: parafrasi;

- interlinguistica: traduzione comunemente intesa;

- intersemiotica: trasferimento di un messaggio da un codice semiotico

- all’altro.

Jakobson si è inoltre occupato dell’afasia, ovvero della perdita della capacità

linguistica. I disturbi afasici sono riconducibili ai due aspetti fondamentali del

funzionamento del linguaggio: l’asse della similarità (selezione) e l’asse della

contiguità (combinazione).

Gli afasici, nei quali è danneggiato l’asse della similarità, non sono in grado di

scegliere un termine nel sistema; non riescono, per esempio, a dire il nome di

un oggetto o a sostituire una parola con un’altra ad essa equivalente. L’asse

della contiguità può rimanere intatto.

Gli afasici, in cui invece è danneggiato l’asse della contiguità, non avranno

difficoltà nel riportare elenchi o nell’individuare sinonimi, ma non saranno in

grado di costruire un discorso connesso.

LINGUISTICA E POETICA

La linguistica è la scienza che si occupa delle strutture linguistiche.

La poetica tratta i problemi di struttura verbale, ovvero una particolare

struttura linguistica, e quindi può essere considerata parte integrante della

linguistica.

Esistono delle obiezioni contro tale asserzione in quanto molti processi

studiati dalla poetica non sono circoscritti all’arte del linguaggio. Basta

pensare, ad esempio, che è possibile trasporre “Wuthering Heights” in un film.

Quindi è evidente che molti tratti poetici non appartengono soltanto alla

scienza del linguaggio, ma alla teoria dei segni nel suo insieme, cioè alla

semiotica generale.

Inoltre, talvolta, si sente dire che la poetica, in opposizione alla linguistica, ha

compiti valutativi. Questa separazione dei due campi si fonda su

un’interpretazione corrente, ma errata, del contrasto tra la struttura della

poesia e altri tipi di strutture verbali: si sostiene che questi ultimi si oppongono

per la loro natura “fortuita” e non intenzionale, al carattere intenzionale, “non

fortuito” del linguaggio poetico. Infatti, esiste una stretta corrispondenza, molto

più stretta di quanto non pensino i critici, tra la questione dell’espansione dei

fenomeni linguistici nel tempo e nello spazio e quella della diffusione

spaziale e temporale dei modelli letterali. Anche forme di espansione

discontinua, ad esempio, come il riaffermarsi di poeti trascurati o dimenticati

trovano paralleli nella storia del linguaggio standardizzato, dove si verifica la

tendenza a risuscitare modelli arcaici, talvolta dimenticati da tempo.

E’ necessario, inoltre, notare la confusione terminologica tra “studi letterari”

e “critica”, la quale induce lo studioso di letteratura a sostituire con un

giudizio soggettivo e censorio la descrizione dei valori intrinsechi dell’opera

letteraria. L’etichetta di “critico letterario”, assegnata ad uno studioso di

letteratura, è altrettanto erronea quanto quella di un “critico grammaticale”

che si volesse attribuire ad un linguista. Infatti, come nessun manifesto che

proclami i gusti e le opinioni personali di un critico sulla letteratura creatrice

può sostituire un’analisi scientifica obiettiva dell’arte del linguaggio, allo stesso

modo la ricerca sintattica e morfologica non può essere soppiantata da una

grammatica normativa.

L’insistenza nel separare la poetica dalla linguistica è quindi giustificata solo

quando il campo della linguistica viene arbitrariamente limitato: quando, ad

esempio, certi linguistici vedono nella frase la struttura più complessa che sia

analizzabile, o quando il fine della linguistica è confinato nella sola grammatica.

Il linguaggio deve essere studiato in tutta la varietà delle sue funzioni. Prima di

prendere in considerazione la funzione poetica, dobbiamo stabilire qual è il suo

posto tra le altre funzioni del linguaggio.

Innanzitutto dobbiamo passare in rassegna i fattori costitutivi di ogni atto di

comunicazione verbale: il mittente invia al destinatario un messaggio, che

per essere operante richiede il riferimento ad un contesto che possa essere

afferrato dal destinatario, e che sia verbale, o suscettibile di verbalizzazione.

Inoltre è necessario che i due soggetti coinvolti nell’atto di comunicazione

verbale condividano interamente, o almeno parzialmente, lo stesso codice e

che sia presente un contatto, ovvero un canale fisico e una connessione

psicologica tra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di

mantenere la comunicazione.

Ciascuno di questi sei fattori dà origine a una funzione linguistica diversa.

Sebbene distinguiamo sei aspetti fondamentali del linguaggio, difficilmente

potremmo trovare messaggi verbali che assolvano soltanto una funzione: la

diversità dei messaggi non si fonda infatti sul monopolio dell’una o dell’altra

funzione, ma sul diverso ordine gerarchico tra di esse.

Presentiamo quindi le funzione svolte da ognuno dei fattori costitutivi di ogni

atto di comunicazione verbale:

funzione espressiva o emotiva: questa comunicazione si concentra

- sul mittente e mira ad un’espressione diretta dell’atteggiamento del

mittente riguardo a ciò di cui parla. Lo stato puramente emotivo, nella

lingua, è rappresentato dalle interiezioni. La funzione emotiva, evidente

nelle interiezioni, colora in qualche modo tutte le nostre espressioni a

livello fonico, grammaticale e lessicale. Se si analizza il linguaggio dal

punto di vista dell’informazione che esso trasmette, non si ha il diritto di

limitare la nozione di informazione all’aspetto cognitivo del linguaggio.

Infatti, un individuo che usa elementi espressivi per manifestare l’ironia o

lo sdegno, trasmette una chiara informazione.  Es. : manifestazione dei

propri sentimenti o una pagina di diario.

funzione conativa: questa comunicazione è incentrata sul

- destinatario in quanto ha lo scopo di agire su di esso mutandone le idee

o azioni. Questa funzione trova la sua espressione grammaticale più pura

nel vocativo e nell’imperativo, che, dal punto di vista sintattico,

morfologico e spesso anche fonematico, si staccano dalle altre categorie

nominali e verbali. (Le frasi imperative presentano una differenza

fondamentale rispetto alle frasi dichiarative in quanto le prime non

possono subire una verifica della realtà).

funzione referenziale: l’attenzione è posta sul contesto, ovvero su

- elementi del mondo appartenenti al contorno circostanziale della

comunicazione.  Es. : “Dove hai comprato quel cappotto?”.

funzione fatica: questa comunicazione è incentrata sul contatto, sul

- canale, si tratta infatti di messaggi che sono dei veri tentativi di verifica

della tenuta del canale o di rafforzamento della connessione psicologica

tra i parlanti. Servono essenzialmente a stabilire, prolungare o

interrompere la comunicazione, a verificare se il canale funziona (“Pronto,

mi senti?”), ad attirare l’attenzione dell’interlocutore o ad assicurarsi la

sua continuità (“Allora, mi ascolti?”). Questa accentuazione del contatto

può dare luogo ad uno scambio sovrabbondante di formule stereotipate,

a interi dialoghi il cui unico scopo è di prolungare la comunicazione. La

funzione fatica è la prima funzione verbale che viene acquisita dai

bambini, nei quali la tendenza a comunicare precede la capacità di

trasmettere o di ricevere un messaggio comunicativo.

funzione metalinguistica (metalinguaggio): questo discorso è

- incentrato sul codice e ciò avviene ogni volta che il mittente e/o il

destinatario devono verificare se utilizzano lo stesso codice. (“Non ti

seguo, cosa vuoi dire?”) Ogni processo di apprendimento linguistico, in

particolare l’acquisizione della lingua materna da parte del fanciullo, si

giova largamente di operazioni metalinguistiche e l’afasia può spesso

essere definita come una perdita dell’attitudine alle operazioni

metalinguistiche.

funzione poetica: questa comunicazione è incentrata sul messaggio.

-

LA FUNZIONE POETICA

Ogni tentativo di ridurre la sfera della funzione poetica alla poesia, o di limitare

la poesia alla funzione poetica sarebbe una ipersemplificazione ingannevole: la

funzione poetica non è la sola funzione dell’arte del linguaggio, ne è soltanto la

funzione dominante, mentre in tutte le altre attività linguistiche rappresenta un

aspetto accessorio, sussidiario. Quindi lo studio linguistico della funzione

poetica deve oltrepassare i limiti della poesia, e, d’altra parte, l’analisi

linguistica della poesia non può limitarsi alla funzione poetica. Le particolarità

dei diversi generi poetici implicano, accanto alla funzione poetica dominante, la

partecipazione delle altre funzioni verbali in un ordine gerarchico variabile. La

poesia epica, ad esempio, incentrata sulla terza persona, è legata alla funzione

referenziale del linguaggio; la lirica, orientata verso la prima persona, è legata

alla funzione emotiva; la poesia della seconda persona è contrassegnata dalla

funzione conativa e si caratterizza come supplicatoria o esortativa, a seconda

che la prima persona sia subordinata alla seconda o la seconda alla prima.

Ma secondo quale criterio linguistico si riconosce empiricamente la

funzione poetica? In particolare, qual è l’elemento la cui presenza è

indispensabile in ogni opera poetica?

Per rispondere a queste domande è necessario ricordare i due processi

fondamentali di costruzione usati nel comportamento linguistico: la selezione e

la combinazione. Prendiamo come tema del messaggio “bambino”: il parlante

compie una scelta una serie di termini relativamente simili, come bambino,

bimbo, marmocchio, monello, tutti più o meno equivalenti da un certo punto di

vista; poi, per dichiarare il tema, sceglie uno dei verbi semanticamente affini:

dorme, riposa, sonnecchia. Le due parole scelte si combinano nella catena

parlata. La selezione è operata sulla base dell’equivalenza, della similarità e

della dissimilarità, della sinonimia e dell’antinomia, mentre la combinazione, la

costruzione della sequenza, si basa sulla contiguità.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Linguistica generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia della Linguistica Generale, della professoressa di Linguistica generale Maria Cristina Gatti. Sulla storia della linguistica generale con approfondimento in merito a strutturalismo classico, natura del segno linguistico, la scuola di praga, i modelli di comunicazione, linguitica e poetica, generativismo sintattico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher glibertino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Gatti Maria Cristina.

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