Cap. 1 - Il tema della sdivinizzazione di Dio
La scoperta di Dio
Nel romanzo di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli", importante è il tema del rapporto fra Dio e l'uomo. Centrale in tutto il romanzo è la scoperta di Dio che diventa arbitrio dell'uomo, in quanto frutto del ragionamento di quest'ultimo. Essa, però, si realizza attraverso vie molto faticose. Mann, infatti, sottolinea come Abramo aveva scoperto Dio per mezzo della sua grande aspirazione verso il sommo e, predicandolo agli altri, non aveva fatto altro che elaborare e formare l'idea di Dio nel suo pensiero. Abramo, quindi, aveva attribuito a Dio una serie di qualità che, pur essendo originarie di Dio, erano comunque frutto del suo pensiero e quindi, in un certo senso, sue. Per questo motivo, secondo Thomas Mann, Abramo è padre, artefice di Dio almeno nella stessa misura in cui Dio lo è di Abramo. Abramo dunque fa risalire tutte le manifestazioni del divino a un'unica potenza, cioè a Dio, chiamato col nome Signore.
Questa profonda religiosità è presente anche nel romanzo di Mann "Giuseppe e i suoi fratelli". Mann, infatti, dà una forte connotazione spirituale a Giacobbe e agli altri personaggi e cura e indaga con molta attenzione le relazioni che questi intessono con Dio. Sotto questo aspetto, diventa tra l'altro interessante notare come questa profonda religiosità che viene attentamente analizzata da Mann nel suo romanzo, abbia una rilevanza decisamente minore nei corrispettivi personaggi biblici. Nel romanzo, gli eroi trovano uno scopo alla propria esistenza e alle proprie domande in Dio, a cominciare dall'uomo di Ur, il quale sperimenta la conoscenza di Dio attraverso l'esperienza viva. Dio, quindi, è qualcosa che precede la percezione dell'uomo e quindi motiva e suscita la sua ricerca della conoscenza.
Il patto con l'uomo
Il rapporto tra Dio e l'uomo non è però sempre e necessariamente un rapporto idilliaco che si svolge in tono disteso. Dio, infatti, non è esente dall'irrequietezza e dalla gelosia nei confronti dell'uomo; dall'altra parte, anche l'uomo non risparmia lo scagliarsi contro Dio in tutte quelle situazioni in cui è attanagliato dal dubbio o da un dolore incommensurabile, per esempio quando Giacobbe vede morire la sua moglie prediletta Rachele, dopo il parto di uno dei suoi due figli, Beniamino.
Allo stesso tempo, però, Giacobbe si rende conto di come la sua passione spirituale nei confronti di Dio abbia il sopravvento anche sul suo amore verso Rachele e quindi sull'amore terreno. Egli si sottomette alla volontà di Dio, ma non rinuncia al suo forte sentimento nei confronti della sposa e alla sua tenace predilezione, infatti dopo la morte di Rachele riversa tutto il suo affetto e tutte le sue cure sull'altro figlio, Giuseppe. In ogni caso, il filo conduttore che riavvicina Dio e l'uomo è quello della santificazione e della purificazione sia dell'uomo che di Dio. Mann, infatti, fa notare come il patto di Dio con l'essere umano è in realtà un patto che aveva come scopo la santificazione sia dell'uomo che di Dio; all'interno di questo patto, quindi, si intrecciavano il bisogno che Dio ha dell'uomo e il bisogno che l'uomo ha di Dio. Quindi la santificazione di Dio e dell'uomo rappresenta un duplice processo in cui le due cose risultano legate tra di loro.
Nel corso del racconto il rapporto e il patto tra l'uomo e Dio si arricchisce progressivamente di nuovi segni, come tra l'altro risulta evidente nel rapporto di Giuseppe con Dio; rispetto a suo padre Giacobbe, infatti, Giuseppe ha una considerazione e una comprensione rispondente maggiore nei confronti di Dio. Non a caso, Giuseppe accoglie di buon animo i sogni e le disposizioni dettate da Dio. Conseguenza di questo patto e di questa relazione tra Dio e l'uomo è che i tratti del divino e dell'umano diventano così ingarbugliati e frammisti in Dio e nell'uomo da confondersi, dando origine a situazioni estreme come per esempio l'invettiva di Giacobbe contro Dio, reo di aver permesso che Giuseppe venisse sbranato dai lupi, dopo l'episodio in cui i fratelli di Giuseppe, gelosi di quest'ultimo, decidono di complottare contro di lui e di venderlo come schiavo a una carovana di mercanti ismaeliti di passaggio, lasciando credere al padre Giacobbe che Giuseppe è morto dilaniato dai lupi.
Nel profondo del suo dolore, quindi, Giacobbe si ribella alla crudeltà e alla violenza di Dio, reo di aver violato il patto sacro, accusandolo di tradimento. A questo proposito, egli sottolinea come Dio non sia proceduto di pari passo con l'uomo nel processo di santificazione, ma sia rimasto indietro, per cui, a detta di Giacobbe, risulta evidente come Dio non abbia rispettato il patto. A questo punto, nel romanzo, l'immagine di Dio viene capovolta, in quanto il Dio creatore assume i connotati di una figura umana poiché finisce col trovarsi invischiato in una serie di situazioni particolari, per esempio quando spaventa a morte nel sonno Labano, salvando Giacobbe dalla sua ira per il furto dei Teraphim, oppure quando suggerisce al giovane Giuseppe due sogni che non fanno altro che alimentare la gelosia dei fratelli. Il patto di Dio con l'uomo, quindi non è neutrale, dal momento che Dio, al contrario, interviene più volte in maniera diretta nelle vicende umane.
Ebraismo e tendenza mitologico-umanistica di Mann
Kundera afferma come al termine dell'esplorazione storica-psicologica dei testi sacri compiuta da Mann, le sacre scritture diventino un testo comico. Egli aggiunge inoltre che attraverso l'humour il romanzo mette in luce lo svilimento e la decadenza che caratterizzano l'ebraismo nella modernità. Secondo lui, quindi, lo sguardo irriverente di Thomas Mann nei confronti della tradizione cristiana risulta perfettamente in sintonia con la situazione in cui si viene a trovare l'ebraismo nei tempi moderni. Ciò spiega anche il fatto che un autore come Thomas Mann, il quale era stato bandito dalla sua terra e spogliato della cittadinanza tedesca, sia riuscito a pubblicare lo stesso a Berlino nel 1933 e nel 1934 i primi due volumi di Giuseppe e i suoi fratelli.
In realtà, però, pur non prescindendo dagli sviluppi tragici dell'ebraismo, Thomas Mann non si adegua ad essi nel romanzo. In ogni caso l'ironia presente nel suo romanzo ha comunque una radice comune con la componente ebraica. A differenza di sua moglie e dei suoi figli, Thomas Mann non era ebreo ma era figlio di un commerciante tedesco e di una madre nata a Rio de Janeiro. Mentre i filosofi e gli storici della religione tendono tradizionalmente a difendere il senso letterale della scrittura attraverso un'analisi prettamente storica e critica dei testi, Thomas Mann, non avendo una precisa collocazione rispetto al suo tempo, risulta uno scrittore distanziato e interessato maggiormente a tutti quegli elementi narrativi che restano in ombra, ovvero al materiale leggendario che è in stretto rapporto con la tradizione ebraica, e a tutti i contesti ispirati ad essa e che possono suscitare altre narrazioni.
In particolare, Thomas Mann si appassiona all'ampia produzione che ruota attorno alle leggende basate sul testo biblico, agli aneddoti, ai racconti fantastici e all'insieme delle dottrine esoteriche e mistiche dell'ebraismo. Pertanto, anche se nella stesura del romanzo Giuseppe e i suoi fratelli, Thomas Mann si è comunque documentato storiograficamente in maniera molto approfondita, il romanzo non ha la pretesa di essere veritiero nei fatti. Esso, inoltre, non tenta di spiegare il meccanismo divino che fa muovere le azioni degli uomini, ma si rivolge al contrario alla storia degli uomini e cerca di dare un senso alle loro azioni alla luce della Grazia divina. Questo spiega tra l'altro l'episodio finale del romanzo, dove Giuseppe, riconosciuti i suoi fratelli, decide di metterli alla prova accusando i 10 fratelli di spionaggio: egli fa mettere in prigione prima Simeone per costringere gli altri a ritornare col fratello più piccolo, Beniamino. Quando essi ritornano in Egitto Giuseppe è contento di rivedere il suo fratellino.
Li lascia partire insieme ma fa collocare una coppa nel sacco di Beniamino per poterlo accusare di furto. Giuseppe vuol far mettere in prigione Beniamino ma, uno dei suoi fratelli, Giuda, si offre al suo posto per far sì che possa tornare dal padre Giacobbe. Vedendo che i suoi fratelli hanno appreso la lezione, comportandosi con Beniamino diversamente da come si erano comportati con lui, rivela ad essi la sua identità e alla fine decide di perdonarli. Invita quindi tutta la sua famiglia a venire a risiedere in Egitto e infine incontra suo padre e lo presenta al faraone. In ogni caso, Thomas Mann resta fedele alle vicende narrate nella Bibbia, impreziosendole però attraverso l'inserimento di spunti leggendari per dare maggiore corposità al romanzo, e riraccontando vicende e personaggi sotto un'altra luce.
Cap. 6 - La logica dei sogni
Dimensione onirica del romanzo
Uno dei temi centrali nel romanzo di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli" è il tema del sogno. Il romanzo, in particolare richiama il duplice orientamento del sogno, in base alla classificazione di Freud; pertanto possiamo distinguere il suo contenuto manifesto, determinato dal ricordare, e il contenuto onirico latente, cioè quello che è stato espresso in maniera parziale e frammentaria. Nel romanzo, infatti, il sogno appare concentrato e piuttosto lacunoso nella sua formulazione più diretta, mentre successivamente, durante l'analisi, viene mediato attraverso intuizioni, inferenze simboliche ecc. Allo stesso modo anche gli eventi biblici appaiono condensati lasciando trasparire qualche elemento latente. Nella trasposizione del romanzo, però, questi elementi latenti risalgono, diventano oggetto dei discorsi degli eroi e danno origine ad altri dialoghi. Il contenuto manifesto del romanzo che si ha dall'elencazione delle vicende e dalla formulazione di una trama chiusa e definita, quindi, intende colmare il vuoto del suo contenuto latente e si apre alle significazioni e ai contenuti nascosti.
A questo punto sorge la questione se considerare il romanzo di Thomas Mann una scrittura sognante oppure un sogno come genere letterario, secondo la tesi di Borges, il quale nella prefazione a "Il libro dei sogni", a proposito di una metafora ripresa da un saggio di Addison, che osservava come l'anima umana quando sogna, fosse al contempo, teatro, attori e pubblico, afferma che un'interpretazione letterale di questa metafora avvalora la tesi secondo cui i sogni costituiscono il più antico e complesso genere letterario del mondo. A sostegno di questa tesi si può aggiungere che sia il sogno che la scrittura cercano entrambe di liberarsi dai limiti spazio-temporali. Anche secondo lo stesso Freud, inoltre, esiste una certa congruenza strutturale tra indagine onirica e creazione narrativa, che si esplicita nella capacità dell'uomo di fantasticare e immaginare infiniti mondi possibili. Il sogno costituisce quindi un tema che ricorre costantemente nel romanzo di Mann e costituisce pertanto uno dei leitmotiv del romanzo stesso. Esso, però, stabilisce delle direzioni che si pongono quasi in opposizione al testo biblico, nonostante l'autore non si discosti molto dal contenuto dei sogni profetici riferiti nelle Sacre scritture. Mann, infatti, non si limita nel suo romanzo a raccontare i sogni, ma cerca anche di individuare i meccanismi di formazione che li regolano, adducendo a riguardo una serie di ipotesi:
- L'eroe sogna quello che poi avviene nella realtà, quindi il sogno è una profezia perché viene direttamente da Dio.
- L'eroe è indotto a sognare quello che sogna attraverso un'analisi che precede l'evento, per intuizione o deduzione, oppure per sostituzione simbolica: l'interpretazione, quindi, anticipa il sogno.
- L'eroe finge di sognare ma in realtà parla per oracoli, in modo da ottenere un certo effetto sull'interlocutore: egli quindi utilizza il sogno come una maschera per essere nella posizione più favorevole al suo intento.
Il sogno e la profezia
Ne "Il libro dei sogni" Borges individua una possibile classificazione dei sogni, distinguendoli in sogni profetici d'oriente, allegorici e satirici come ricorrevano durante il medioevo, oppure sogni alla maniera di Caroll e Kafka; egli individua inoltre sogni del sonno e sogni della veglia; sogni del giorno e sogni della notte; e, infine, "sogni d'avorio" e "sogni di corno", oltre agli incubi. In particolare, i sogni d'avorio e i sogni di corno, corrispondono rispettivamente ai sogni fallaci e ai sogni profetici. Borges li chiama in questi termini perché nel VI libro dell'Eneide sono menzionate due porte divine attraverso cui giungono i sogni: una d'avorio, che è quella dei sogni fallaci, e una di corno, che è quella dei sogni profetici. In base a questa distinzione, possiamo dire che i sogni delle scritture hanno più carattere profetico che fallace. Nel sogno, infatti, Dio trasmette all'uomo i suoi progetti e i suoi disegni in maniera chiara e nitida. La parola profetica è quindi sacra, univoca.
Nel momento in cui si passa al romanzo, invece, il sogno perde la sua valenza sacra, in primo luogo per la natura stessa della lingua letteraria, che inevitabilmente abbassa la verbosità, la ridondanza della lingua. In secondo luogo, la parola della Bibbia si approccia al romanzo attraverso il filtro dell'ironia. Lo scrittore, infatti, stilizza il discorso profetico, cioè parla come se fosse un profeta, raffigurando lo stile di un altro. Nel romanzo Thomas Mann non lascia le visioni oniriche isolate all'interno del romanzo ma le evidenzia in rapporto al processo da cui hanno avuto origine. Egli, in particolare, tiene conto del soggetto, ovvero dell'attore che nel sogno diventa visibile. Allo stesso tempo, però, l'eroe cerca anche di ricostruire il sogno per comprenderne il senso, non si ferma quindi al concetto puro e semplice della profezia, ma la interpreta, la trasforma affinché assuma un altro significato. L'eroe, nel momento in cui medita e riflette sui suoi sogni, è attraversato da agitazioni, pensieri ed emozioni intense che producono immagini e visioni molteplici. In Mann, quindi, i sogni non sono più caratterizzati dalla nitidezza propria della profezia, ma al contrario risultano alquanto indeterminati. Pertanto possiamo dire che i sogni, contrariamente alle profezie, non assicurano nulla e non danno garanzie. Per esempio nei suoi sogni Giuseppe anticipa delle cose che non si verificheranno necessariamente. In un sogno, quindi, non è importante tanto il suo contenuto manifesto, quanto le possibili relazioni che ha nel tempo presente colui che sogna e interpreta i propri sogni.
I sogni di Giacobbe
La promessa esagerata di Dio
Il romanzo inizia, con un colloquio tra Giacobbe e il giovane figlio Giuseppe, il prediletto del padre. La narrazione, prosegue poi con la celebre vicenda della primogenitura che Giacobbe sottrae, con l'inganno, al fratello Esaù. Approfittando della cecità del vecchio padre Isacco e della complicità della madre Rebecca, Giacobbe, coperto da una pelle di animale, per imitare l'abbondante peluria del fratello, riceve la benedizione del padre. Esaù, scoperto l'inganno, minaccia di vendicarsi. A quel punto Rebecca, per sottrarlo alla furia del fratello, costringe il figlio prediletto ad allontanarsi dalla casa paterna per rifugiarsi dallo zio, suo fratello Labano. Spogliato di tutti i suoi beni, Giacobbe cade in preda allo sconforto per l'umiliazione e il disonore che ha subito. In questo stato d'animo Giacobbe arriva a Ghildal, al centro del quale si erge una specie di monolito, caduto dal cielo. Qui Giacobbe si distende e si addormenta. A questo punto Mann narra il sogno che fa Giacobbe, dove una scala da terra si protendeva sino in cielo, con angeli che salivano e scendevano. Nel sogno Dio gli parlava, promettendogli la terra sulla quale era coricato e un'immensa discendenza. Giacobbe chiamò il luogo dove era accampato.
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