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linguaggio. Il cervello umano ragiona così, per questo ritroviamo i principi universali delle lingue che le fanno

uguali nelle strutture (diverse solo nella superficie, nel tempo le lingue si sono diversificate). De Saussure dice

che le lingue posso studiarle in sincronia, guardo come funzionano simultaneamente, oppure in modo

diacronico, linguistica storica. De Saussure inaugura il guardare al sistema nel suo complesso, senza distinzioni

nel tempo--> linguistica generale, sincronica (“dia” è un prefisso: attraverso il tempo, “sin” significa insieme,

nello stesso tempo). De Saussure studia la lingua dalla prospettiva sincronica, guarda la lingua come sistema

che funziona tutto insieme, la lingua è sincronica: nel momento in cui combino le parole devo guardare i

significati compatibili, bisogna guardare al significato della parole--> nel momento in cui produco una singola

frase compio una grande operazione (non posso dire “la gatta rema”). Parlare è un lavoro molto complesso. Le

parole hanno una loro vita nella testa, non devo per forza parlare, la lingua sta in testa, la lingua si può perdere

con lesioni all'emisfero sinistro nell'area del linguaggio, che possono provocare anche la perdita della

grammatica, cfr afasia: lesione all'area che governa la lingua e ci sono vari tipi di afasia a seconda di dove

avviene il danno: chi è colpito in queste aree può parlare senza una grammatica che comprende tutti gli

elementi che costruiscono una frase in maniera armonica, afasia grammaticale (=perdita della grammatica);

oppure afasia che non permette di articolare bene i suoni per costruire le parole, o non ho memoria della

parola che mi serve, mi serve la forma per riprodurla e poi arrivano i comandi per riprodurre quel suono;

oppure una persona dice una parola che ha a che fare con l'oggetto, ma non quello che vuole indicare (ad es. il

gesso lo chiama matita o penna), afasia di selezione, ci sono affinità di forma o significato nelle parole, che

vengono organizzate nella testa secondo affinità e questi criteri prendono il nome di tassonomia, principio

ordinatore, principio tassonomico che ci permette di distinguere tutte le cose nella realtà, noi selezioniamo e

regoliamo i nostri comportamenti secondo tassonomie che abbiamo tutti, esistono tassonomie scientifiche o

non, ma il mondo per tutti noi è fatto di cose che distinguiamo [l'afasia è una patologia del linguaggio, noi

invece ne studiamo la fisiologia]. Noi non sappiamo come organizziamo le parole, ma quando c'è una

disfunzione nel linguaggio deduciamo come funziona davvero (1860-61: inizio dello studio delle afasie), la sua

fisiologia, la patologia ha fatto luce sulla fisiologia. Le parole dunque sono organizzate per gruppi: ciò si deduce

dall'afasia di selezione. Parole organizzate per contesti, pattern. Si vede dal fatto che l'afasico di selezione

prende parole che gli si avvicinano per forma o significato.

La lingua è una specie di condensato di tutto il sapere dell'umanità, della sua intelligenza e costruzione del

reale: io vedo e comprendo ciò che riesco a nominare, ciò che non nomino, è ciò che non distinguo: il modo di

vedere la realtà (“Weltanschauung” in tedesco) ognuno ce l'ha in base alla propria lingua (cfr gli eschimesi che

hanno venti modi di chiamare la neve, tanti modi diversi per chiamarla perchè per loro la neve è la vita). La

lingua si è adattata all'ambiente, ha selezionato le cose essenziali e vitali per la vita in determinati luoghi e per

quella cultura (cfr nomi dell'acqua nel deserto). Quando veniamo a contatto con culture diverse riusciamo a

capire, perchè tutte lingue sono a portata degli umani, semplicemente quel pezzetto di realtà non l'avevamo

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considerato. Noi siamo legati ai termini del diritto da Roma e della filosofia dalla Grecia, ma per esempio i

termini trascendentali ci provengono dall'India (cfr “karma” che è un prestito linguistico dall'indiano: esso

avviene anche quando giungono sul mercato nuovi oggetti culturali, tecnologici> prestito dall'inglese). Cfr

evangelizzazione dei monaci--> radice latina o greca nella lingua germanica. La comunicazione con i mezzi di

massa è massiva, immediata e ogni lingua è aperta a queste entrate, che purtroppo rendono troppo vago il

vocabolario, nessuna lingua ha più un suo vocabolario. La cibernetica (ricerca etimologica) è la scienza dei

sistemi intelligenti, delle macchine, ma il principio etimologico è che la devi governare e che le macchine sono

in grado di autogovernarsi (dal greco kybernètes, timoniere, pilota di una nave: ciò che vi attiene è la

cibernetico).

Sistema sincronico: una lingua funziona tutta insieme (noi infatti capiamo quello che dice la generazione

precedente), c'è una continuità, le lingue cambiano ma rimanendo sempre uguali a se stesse, cambiano in

modo lento. Le lingue sono elementi dinamici, studiarle in sincronia non significa che sono immobili, ma che

tutte le parti sono le stesse: comunicazione sincronica, evoluzione della lingua permesse dalla sincronia e dalla

diacronia che vivono contemporaneamente nelle lingue, la lingua è fatta di sincronia e diacronia, queste sono

dicotomie (tagli in due): sembra un paradosso. La linguistica saussuriana è dicotomica: due prospettive, due

modi di guardare lo stesso oggetto. É un oggetto che viene visto in due modi diversi secondo funzionalità

diverse. La lingua vive in due dimensioni, la sincronia e la diacronia: due punti di vista che convergono nello

stesso oggetto, possono essere rappresentate con due assi cartesiani, che mi rappresentano tutte le parole che

ho nella testa: “Domani prendo il treno delle tre”-> queste parole le ho prese da un paradigma, armamentario

nella testa, dove tutto è mostrato (“deiknumi”): scelgo quelli giusti nella combinazione giusta, la frase è in una

linea, sintagma, asse sintagmatico, metto in ordine le parole. Nel paradigma selezione: asse di selezione.

Sintagma: asse di combinazione, combino le parole, scelgo le forme giuste. Le parole sono organizzate

secondo una tassonomia nella testa (principio ordinatore con cui organizziamo la mente) e poi facciamo le

frasi velocemente perchè peschiamo nel paradigma le forme giuste secondo le regole della sintassi italiana,

come la consecutio temporum.

Due dicotomie:

-diacronia/sincronia (asse y, x);

-paradigma/sintagma (asse y, x).

Attenzione al termine “gerarchia”.

Dicotomie in linguistica: due concetti contrapposti in quanto distinti perchè in ogni oggetto che si studia ci

sono vari modi di osservarlo (cfr fisica meccanica e fisica quantistica). Gli oggetti della lingua vengono

considerati da prospettive diverse congiunte nello studio dell'oggetto: la linguistica storica guarda a come le

lingue cambiano nel tempo, come le parole si trasformano da una forma a un'altra, come le lingue generano

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altre forme linguistiche, i dialetti, secondo una gerarchia nel tempo, quella costruzione ad albero, genealogia

proprio come un albero genealogico. La prospettiva sincronica è inaugurata da de Saussure all'inizio del '900

(lezioni tenute dal 1911 al 1913) all'università di Ginevra in Svizzera, e alla fine i suoi allievi sistemano gli

appunti delle sue lezioni e fanno uscire nel 1916, postumo, in mezzo alla prima guerra mondiale, il “Corso di

linguistica generale” in lingua francese (il cours è quello che fa girare il timone della linguistica verso altre

direzioni, dalla linguistica storica a quella generale; una volta era più filologica-storica, poi diventa linguistica

generale che spiega come sono fatte le lingue e come funzionano). Sincronia: guardare al sistema. Paradigma:

asse di selezione: insieme di tutto ciò che ho a disposizione per parlare → grande inventario da cui attingere,

da cui posso selezionare; più è tenuto in ordine meglio seleziono. Creo il mio discorso associando e

combinando ciò che ho selezionato nell'asse delle associazioni→ il paradigma è virtuale; quello che non

selezionato rimane virtuale, nel paradigma. Tutta la nostra realtà è organizzata in cornici dove dentro ci sta una

serie di cose (es. dove sta festa sta gente, musica,...) → è una gabbia ma da un indizio posso ricostruire. La

lingua è costruita in un certo modo. Abbiamo un pensiero quando queste prende la forma di discorso e questo

avviene nel parlare. L'idea il concetto è fatto di parole. Il pensiero prende la forma del discorso. Il paradigma

ha delle regole: non vi sono solo termini in questo grande inventario ma anche regole combinatorie; nell'asse

dei sintagmi ordino gli elementi secondo regole accettabili per la mia lingua, secondo l'ordine che nemmeno

un analfabeta potrebbe mai sbagliare. Regole in linguistica: qualcosa di spontaneo, naturale di ogni lingua →

l'uomo è riuscito a creare quattro o cinque strutture possibili della frase (cfr il fatto che i tipi antropologici

sono cinque). La combinazione è attuata, mentre la selezione è un lavoro mentale che non è in presentia. Il

paradigma c'è ma non si vede. Sintagma: combinazione degli elementi. Le parole sono segni linguistici. Come

conciliare due facce del segno: faccia più fisica, espressione o significante (il suono), e la seconda è ideale, il

significato. Il segno ha due facce: significante (espressione, parola “albero”) e significato (contenuto, immagine

dell'albero): l'uno richiama l'altro, dicendo uno mi viene in mente l'altro. Ci sono concetti più semplici, concreti

e concetti meno semplici da comunicare (cfr cose astratte come bellezza che è soggettiva; astratto vuol dire

che è un'idea mentale e bisogna fare uno sforzo di concettualizzazione) → per questi occorre un processo di

astrazione. La forma è qualcosa di astratto. La lingua è forma, non sostanza: infatti la lingua è la forma

(sistema diviso in arre come una rete con magli più larghe o più strette: immagine metaforica ma che rende

l'idea) che il mondo ha preso quando è stato nominato. Il mondo è tutto ciò che sta fuori di noi in linguistica e

la lingua lo nomina. I suoni che hanno le lingue sono stati inventati dagli uomini (cfr parole africane che

sfruttano l'aria ingressiva), quindi sono tutti possibili. Se creo le parole definisco il mondo → l'uomo agli albori

della sua origine comincia a nominare le cose → comincia a condividerle con altri uomini → tutti cominciano a

nominare le cose allo stesso modo (magari usando solo tre lettere, abbinandole insieme) → danno una forma

al loro mondo. Mondo informa e caotico che la lingua ricostituisce, è una rete che ritaglia i quadratini.

Differenze linguistiche che sono anche differenza culturali: la rete delle parole ha dato la forma alle cose, al

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mondo circostante. Se posso nominare il mondo posso anche governarlo → forza della parola sfruttata ad

esempio dalla politica. Cfr Bibbia: ci sono cose che non si possono nominare (in questo caso divinità cattive) →

tabù linguistici: nomi che non vengono pronunciati → uso al loro posto un eufemismo. Dire che la lingua è una

forma, è una metafora. Quando possiedo una lingua ho già un'idea del mondo: è un reticolo in cui mi trovo ma

è anche un nido. Differenza culturale: reazione della differenza linguistica. Le differenze linguistiche esistono

perchè ogni lingua è arbitraria, ogni lingua nasce arbitraria ma poi diventa un'istituzione sociale (non posso

cambiarla) → mi dà già un'idea di mondo. Le due facce stanno sempre insieme ma non sono della stessa

natura: una ha un'immagine fisica l'altra è un fatto mentale, psicologico → metodo più economico: lingua fatta

nel significante di pochi elementi di base. Ogni civiltà, cultura costruisce arbitrariamente la propria lingua →

tutte le lingue applicano il principio di economia → la lingua sfrutta tutte le combinazioni potenziali

(potenzialmente i suoni sono infiniti ma materialmente e realisticamente c'è un limite, ad esempio noi

articoliamo parole con l'aria di espirazione), ma non tutte, ne preferisce alcune piuttosto che altre. Es. italiano

ha 5 vocali ma l'unica parola che le contenga tutte è “aiuole”. Ci bastano meno di tutte le potenzialità possibili;

la lingua non sfrutta fino all'osso, ogni lingua sceglie le proprie preferenziali combinazioni tipiche di quella

lingua. Gli animali al contrario degli uomini sono programmati per una certa comunicazione a seconda del loro

corredo genetico → non sono creativi nel linguaggio (creatività vuol dire che ognuno si sente libero di creare

dei discorsi con la consapevolezza che sono originali → sempre romanzi, canzoni nuove,...). Originalità

prerogativa della nostra comunicazione (gli animali no, sono programmati per produrre e comprendere quel

determinato suono, fa parte dell'istinto). La lingua è una forma non una sostanza (in base alla forma, anche

senza sapere il significato, sappiamo individuare una parola, nel senso a quale classe appartiene,..) →

morfologia: viene da “forma, ae” (latino) → metatesi del greco “morphè” > spostamento della sillaba.

Morfologia, parola presa dalla botanica = studio della forma delle parole. La lingua è una forma digitale perchè

funziona a salti, pone dei confini fra una parola e l'altra (non 'è continuità altrimenti sarebbe molto difficile la

distinzione), elemento discreto: es. “pare” o “pere”: A o E, non c'è qualcosa di intermezzo. La lingua funziona a

punti discreti, non è un continuum; questa rete divide entità discrete, non è un cerchio; la lingua rifinisce pone

dei confini tra una parola e l'altra e un'idea e l'altra. È algoritmica, è matematica, fa parte dell'emisfero del

calcolo. Il linguaggio è prodotto dall'emisfero sinistro, quello del calcolo, dell'analisi. La sostanza è una cosa

indistinta, materiale, non è trasmissibile se non attraverso una forma fornita dalla lingua. Saussure dice: la

lingua è come il gioco degli scacchi (basato sulla posizione rispettive dei pezzi): non importa di che materiale

siano i pezzi, l'importante è distinguerli, riconoscerli → dobbiamo riconoscere la funzione di ciascuno di essi i

quali si trovano in precise posizioni nella scacchiera → la situazione sulla scacchiera dipende dalle mosse

precedenti → la linguistica storica studia quali sono le mosse precedenti, quella generale capisce la situazione

del gioco (in che rapporto stanno i pezzi) indipendentemente dalle mosse precedenti (le due dimensioni

coesistono ma sono indipendenti). I fonemi, come i pezzi della scacchiera, devono essere ben distinti e

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riconoscibili → ciò è fondamentale per la comunicazione che si basa sulla riconoscibilità del segnale. I segnali

devono essere basati sulla distinguibilità perfetta: discretezza: i termini devono essere distinti, divisi. La lingua,

anche se molto antropologica e spontanea, è una tecnologia, deve servire a, garantire la sopravvivenza (i

segnali devono essere distinguibili). Sistema in cui contano le relazioni fra gli elementi, ovvero che un

elemento si distingua dall'altro; la lingua è un sistema di opposizioni come dice Saussure. Il segno linguistico

ha un valore oppositivo (si oppone a tutti gli altri) e relazionale (in relazione a): la lingua infatti è

un'importante relazione fra elementi, ma è anche un sistema di opposizioni in quanto una parola deve

distinguersi dalle altre per eliminare ambiguità → le parole sono in relazione e opposizione fra di loro. I segni

devono essere considerati in base al contesto in cui sono inseriti → dipendono dalla cultura di cui fanno parte.

Caduta dei casi del latino in italiano (si è indebolita una struttura → evoluzione spontanea della lingua, ma il

codice deve sempre mantenere la capacità di dare informazioni sempre più precise, dove perde un modo ne

inventa un altro) → si sostituiscono con preposizioni e l'ordine della frase → si è perso un modo di trasmettere

informazioni e se ne acquisiscono altre perchè si ha comunque bisogno di precisazioni → tutte le lingue

cambiano però a modo loro. La lingua è un sistema di relazioni fra segni e ogni volta che un segno che se ne va

il suo spazio resta libero per altri. Ogni segno va studiato all'interno del sistema a cui appartiene, ha un valore

lì → relatività. Concetto di lingua come sistema.

Filosofia (del linguaggio, della mente), fisica (del suono), anatomia, cibernetica (scienza dei sistemi intelligenti

capaci di autoregolarsi): scienze che stanno attorno alla linguistica. Scienze cognitive (quali psicologia e

neurologia) nate qualche hanno fa in California, che hanno bisogno della linguistica come pernio. Psicologia,

costituzione fisica della nostra mente: risultato di questa speciazione La lingua è un tratto specifico della specie

uomo e non è confrontabile con nessun altro sistema di comunicazione. Parlare non significa comunicare, la

capacità di parlare ha una base anatomica; dal fatto che posso tenere stabili queste forme di vocalità-->

nascono così i fonemi (riesco a pronunciare “e”): stabilità e riconoscibilità del fonema. Parlare ha una base

anatomica e cognitiva (riconoscere quale parola dire ed esprimerla). Con la lingua l'uomo iniziò a ritagliare il

mondo, inizia a costruire un sistema di significati. Si basa sulla facoltà simbolica, di immaginare cose

dell'uomo--> attività di significazione, “signum facere”, costruire il significato di qualcosa. Costruire segni è

stata l'attività più istintiva dell'uomo, ritagliare delle porzioni di significato e dare un nome. Prima di tutto

l'uomo guarda e cerca di capire. Vediamo segnali cercando di capire cos'è. Noi specie umana cerchiamo

sempre di interpretare le cose. Cerchiamo di dare un significato preciso. Viviamo in un mondo di segni, tali se

c'è una relazione stabile tra espressione e contenuto.

Esistono molti codici. L'importante per ogni codice è che per ogni espressione ci sia lo stesso contenuto: devo

essere sicuro di questo legame costante--> stabilità convenzionale, una sorta di tacito consenso, accordo della

comunità nella lingua (nomi convenzionali); invece ad esempio il codice penale è stato deciso a tavolino. Esiste

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anche un codice culturale per i comportamenti. Infatti ogni lingua chiama le cose a modo suo: altrimenti le

parole sarebbero uguali per tutti; la diversità delle lingua ci convince che esse sono convenzionali e arbitrarie:

arbitrarietà del segno. Le lingue sono codici arbitrari e niente affatto naturali. Arbitrario è uno dei cardini della

teoria saussuriana. I segni linguistici sono un prodotto umano. Sono codici istituzionalizzati, fissati nel tempo.

Le lingue sono tutte efficaci allo stesso modo. Arbitrario è il segno in quanto tale, in quella forma duplice,

biplanare, fatta di due livelli (è come un foglio a due facce), bifacciale, faccia dell'espressione e del contenuto:

se non conosco il significato, vuol dire che non vedo una faccia; una lingua si possiede quando io so sempre

quale contenuto corrisponde a quella espressione, o viceversa; per questo esistono i vocabolari. Esiste anche

un'etica del parlante: spetta a lui di dire le cose che conosciamo, le cose giuste e vere, di essere onesto nel suo

parlare. Le lingue sono tutte diverse, ma sono anche tutte uguali per Chomsky: sono diverse per forma delle

parole, lessico, fonemi (potenzialmente possiamo articolare tutti i fonemi, esistono solo fonemi a cui non

siamo abituati, ad es. vocali nasalizzate del francese, cfr a/ha per noi uguali, o la quantità vocalica che abbiamo

perso nel passaggio dal latino all'italiano), perchè ogni lingua ha suddiviso questo spazio articolatorio in punti

diversi. Le abitudini articolatorie sono fondamentali, ma le basi articolatorie sono le stesse--> non esistono

suoni impronunciabili. Parole speciali: linguaggio, predisposizione umana, capacità di produrre un codice

comunicativo. Le lingue sono tante, mentre il linguaggio è uno, è quello che è comune e universale.

Linguaggio: facoltà umana, ma si presta anche a un uso diverso (linguaggio dei fiori, del computer..). Lingua

storica contraddistingue il linguaggio umano. Linguaggi al plurale sono i vari sistemi di comunicazione. Con

lingue (nell'accezione tecnica) intendiamo quel prodotto storico tipicamente umano. Il mondo delle parole è

fatto di significati, di accezioni. Lingue storiche: sono tutte il risultato di una storia lunghissima; possiamo

sapere quando ci sono stati i primi documenti scritti, non quando è iniziata la lingua parlata. I primi uomini

prima di scrivere hanno parlato. Scrivere la lingua è un salto di civiltà. La scrittura risale a 6000 anni fa. Un

conto è la storia delle lingue scritte, storia più moderna, un conto quella delle lingue parlate (parliamo di storia

solo quando abbiamo documenti, altrimenti è preistoria: ci basiamo su resti organici, come i crani). Abbiamo

delle menti che funzionano allo stesso modo dice Chomsky. Gli uomini catalogano, archiviano, hanno bisogno

di simmetrie. Le grammatiche (accezione in linguistica: grammatica e regole che gli uomini danno alle proprie

lingue in maniera naturale, anche la lingua degli aborigeni) sono caratteristiche universali, l'universale

linguistico esiste in tutte le lingue. Alcune regole sono particolari di una lingua (cfr accordo forte in italiano:

accordiamo aggettivo, nome,...), sono minuzie, altre no. Il significato di una parola è diversa dal senso: il senso,

l'accezione in cui devo prendere una parola me lo dà il contesto--> per questo tutte le lingua hanno le frasi e

una grammatica (cfr ambiguità di un'espressione come “acqua”). Le lingue hanno le grammatiche che servono

per costruire le frasi perchè esistono i doppi sensi). Per questo sul vocabolario varie accezioni sotto ogni voce.

Le lingue hanno inventato nel tempo la sintassi, la frase per dare un significato a tutte le parole. Le lingue si

sono evolute migliorando questi dettagli. Il significato di una frase non è la somma, ma il prodotto di tutte le

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parole. Le lingue si sviluppano verso la sofisticatezza. Tutte le lingue hanno una grammatica elaborata, ogni

lingua ha le proprie regole. La linguistica non è prescrittiva, ma descrittiva, descrive ciò che accade, è una

disciplina descrittiva. Ciò che descriviamo è il sistema di regole che la lingua si è data ma tutte ce l'hanno. Cosa

fa un verbo nella frase? Il verbo è l'elemento dinamico della frase, è quello che mette in moto, è l'attore della

scena; parlare è dire chi, che cosa, quando, dove, perchè, come; così diamo dei giudizi. Le lingue ci permettono

di parlare del mondo, in ogni caso descrivo dei fenomeni, faccio uguaglianze, paragoni, definizioni. Pone dei

limiti, delle relazioni, il possesso, la priorità, la comparazione, una sorta di tassonomia. Le frasi sono uguali,

cambiano solo il lessico e le relazioni tra le parole. I bambini sviluppano la propria lingua con molta

naturalezza, perchè la lingua è fatta di questa struttura; tutte le lingue hanno la sintassi: la frase è struttura

sintattica governata dalle nostre regole (ogni lingua ha il suo ordine del soggetto ad esempio in italiano “SVO”;

acronimo, nome fatto con le iniziali). Tutte le lingue hanno soggetto, verbo e oggetto, poi in ordini diversi, ma

hanno queste tre cose--> le menti sono tutte uguali e anche le lingue: potrebbe non esserci il soggetto, ma il

verbo c'è sempre. Un gran numero di lingue usano SOV (tipo latino); le convenzioni ripetitive sono quelle più

economiche ed efficaci: “chi fa che cosa”--> si chiama ordine basico perchè è un tipo di struttura ricorrente;

poi per ordine di frequenza c'è SVO (quello italiano). Ci sono possibili sei combinazioni che sono in ordine di

frequenza tra le lingue:

SOV (ordine basico, latino) – SVO – VSO – OVS – VOS - OSV (usato da una lingua o due)

Non c'è possibilità di scelta oltre queste sei. Addirittura il tipo genetico (sono stati distinti cinque tipi razziali) si

può associare a quello linguistico. Studio funzionale del cervello e per immagini: vede quali aree lavorano e

tutti i cervelli lavorano allo stesso modo--> secondo la legge del massimo rendimento con il minimo sforzo-->

esigenza rispettata nella grammatica. Da una parte la varietà dipende dall'arbitrarietà, dall'altra il tipo

grammaticale ci dice che per quanto puoi variare alla fine il sistema è quello: la mente ha bisogno di agire con

strutture ripetitive. Impariamo così la lingua: vediamo le strutture sotto le frasi che sentiamo e vediamo la

struttura, la forma regolare. La frase ha una struttura ripetitiva, ma gli elementi sono quelli, però può non

esserci il soggetto (“vado a casa”, soggetto facoltativo), o il verbo (“sciopero generale”, frase nominale che

deve essere icastica, usata spesso nei giornali), o l'oggetto (“piove”). Sono elementi impliciti anche se non

compaiono, le cose sottintese spesso sono ricostruibili, a volte più o meno difficilmente: comunicazione

diversa dalla significazione. Significare è una attività umana, fondamentale, ma siccome abbiamo inventato le

parole, questi significanti trasportano i significati, fatti mentali, idee, pensieri che diventano trasmissibili,

l'uomo ha inventato un sistema di comunicazione. Sulla significazione si è instaurata la comunicazione. I miei

segni diventano trasmissibili attraverso l'aria. Significare è diverso da comunicare = mettere idee in comune tra

interlocutori, io comunico ciò che riesco a significare. Così sono diverse dall'informazione, anche se sono

fortemente intrecciate tra loro. Tutto avviene quasi insieme ma sono tre fenomeni diversi. Bisogna distinguere,

così si gestisce meglio. L'informazione passa attraverso le differenze, non con le analogie (es. lampadina

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sempre spenta che si accende: dove tutto è uguale non c'è niente di significativo). Tutto il sistema della

comunicazione acquista significato in base ai rapporti della scacchiera: metafora di De Saussure: in un sistema

di comunicazione importa la relazione fra le parti, fra i segni e deve essere una relazione significativa,

oppositiva, discreta. La comunicazione si basa sul disambiguare le eventuali ambiguità. Le lingue sono basate

sulla distinguibilità degli elementi, sul creare differenze che possono essere colte. L'informazione è la

riconoscibilità di un segnale e la trasmissione di un significato definito attraverso significati riconoscibili. Tre

aspetti della lingua: capacità di significare (attribuire un segno a un significato), possibilità di comunicare

questi, e con la comunicazione avviene anche il passaggio di informazione--> tre passaggi ideali. La lingua è un

sistema preciso, digitale usato dalle menti digitali, discrete. Topic della lezione di ieri: tutti i codici si basano

sulle differenze percepibili. Il cervello è allenato dal nostro sistema ambientale a cogliere le differenze. Su un

panorama tutto piatto e uniforme la nostra attenzione cade su un picco saliente.

FONETICA E FONOLOGIA

Tutti i sistemi di comunicazione si basano su dei segnali, segni che hanno come ragion d'essere e di funzionare

la distinzione gli uni dagli altri, di essere distinti e distintivi, di diversificare (cfr differenza di due fonemi

distingue una parola dall'altra). I fonemi sono distinti (senso passivo) da noi e distintivi (senso attivo) della

lingua. Il fonema è l'unità minima distintiva della lingua. È un'unità minima per costruire le parole. Tutte le

lingue hanno i fonemi, però la gamma dell'inventario si aggira da un minimo a un massimo, ma comunque un

numero ragionevole e gestibile. Principio di economia: massimo rendimento con il minimo sforzo: poche unità

e molte combinazioni. Un codice deve essere fatto di unità distinguibili tra di loro ma anche poche (nessun

cinese conosce tutti gli ideogrammi della sua lingua: è una scrittura poco economica). Pochi elementi

diversamente combinati e ricorrenti--> così si salva la ricchezza del codice che non può essere né troppo ricco

né troppo povero. Una lingua è dinamica, deve sempre obbedire alle esigenze nuove della comunità che le

usa, ma sempre con le stesse unità base; così le lingue cambiano nei risultati, non negli elementi di base. Il

codice si basa sul numero ridotto degli elementi minimi e il loro principio di distintività. Arbitrarietà della

lingua: lingue diverse nel loro apparire ma uguali nelle loro strutture interne, nei loro elementi, per esprimere

idee e giudizi. La diversità delle lingue sta nella diversità della posizione degli elementi basici. Ci sono lingue

che costruiscono da sinistra, come l'italiano, e lingue che costruiscono da destra (la preposizione nel passaggio

da una lingua come l'italiano a una lingua che costruisce la frasi da sinistra diventa post-posizione: solidità

strutturale--> tutte le strutture interne si adeguano alla struttura della frase). Ci sono combinazioni interne,

all'interno della frase (sintagmi), che seguono le regole cui obbedisce l'intera frase. Lo scheletro delle frasi

riporta sempre gli stessi elementi, quello che mutano sono le posizioni; anche se la struttura sintattica non è

così rigida e in italiano posso modificare la posizione degli elementi. La differenza fa l'informazione (“il caffè lo

prendo amaro”: voglio mettere in risalto “il caffè”, per questo si trova all'inizio; cfr rema e tema). Trasmettere

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informazioni si affida a delle differenze distinguibili. La lingua è creativa perchè sta a me parlante scegliere

dove posizionare questi picchi informativi; e anche l'apparato paralinguistico (risorse che abbiamo noi uomini

che convogliano informazioni insieme al linguaggio, come la gestualità). Tutto dà informazione, anche l'assenza

di qualcosa. La mancanza di un elemento è significativa come la sua presenza. L'assenza è un elemento

distintivo, informativo. In linguistica è importante ciò che non si vede. Cfr il fatto che in italiano il soggetto non

si dice ma c'è (lo zero linguistico è riconosciuto nella mente, ma non è espresso; in linguistica si rappresenta

con il simbolo dell'insieme vuoto). L'italiano è una lingua in cui non c'è il soggetto obbligatorio (in inglese sì

perchè le forme verbali sono tutte uguali). Esempio: “...mangio” : capisco il soggetto dalla desinenza. Le frasi

esprimono giudizi, descrivono emozioni, fatti. “La città/le città”: differenza tra singolare e plurale nell'articolo--

> cambia il morfema: unità minima della parola. In “città” c'è il morfema (propriamente “morfo”) plurale zero,

non è lessicalizzato, non è visibile. Le parole di provenienza latina vengono dall'accusativo (“città” accentata

sull'ultima sillaba, da “civitatem” > ”cittade”). Noi capiamo che “città” è plurale dagli aggettivi o da ciò che gli

sta intorno. Il fonema è l'unità minima in assoluto della lingua con funzione distintiva; oppure unità minima

distintiva. Sono tutte le vocali e consonanti. Tutte le volte che cambia aspetto sono foni. Tutte le varietà di

pronuncia sono foni, perchè sono diversi da persona a persona e anche nella stessa persona. A parte le varianti

assumo qualcosa di costante e stabile, il fonema. Tutti i fonemi dell'italiano sono pochi ma tutti li sappiamo.

Combinando fonemi costruisco parole, ma le parole sono costruite da unità, i morfemi (unità minime della

parola): “libri”--> due morfemi: “libr-o”; “gatto”--> due morfemi: “gatt-o” (morfema del plurale e/i). Radice del

verbo “mang”, poi varie desinenze. I morfemi sono economici? Morfologia: studia il modo di presentarsi delle

lingue, è una sotto-disciplina della linguistica. Con i morfemi posso adattare le parole a quello che devo dire. La

radice è la parte che contiene il significato principale e nella nostra lingua sta a sinistra. In altre lingue sta a

destra, ma sono lingue che si strutturano da destra: solidità strutturale--> regola che c'è nella sintassi e nella

morfologia: carattere, temperamento della lingua, la lingua va in quella direzione. Nelle lingue non c'è un

ordine normale, non ci sono ordini preferenziali, normali e anormali; non c'è un dritto o un rovescio ma una

scelta di grammatica (nel nostro ordine prima l'oggetto e poi le qualità). È una visione del mondo, non c'è un

giusto o sbagliato. C'è un ordine preferito--> graduatoria di frequenza e poi ordini più complicati che però sono

stati scelti da altre lingue. L'arbitrarietà è limitata da una struttura universale della lingua (le grammatiche

possibili sono di cinque tipi), modellata dalla funzione comunicativa della lingua. Chi ha inventato la teoria

dell'informazione, Shannon (1948), e in modo matematico, era una società di telefoni e si studiò la lingua:

perchè il telefono deve imitarla. Scoprì così che noi abbiamo dispositivi per far passare a meglio

l'informazione. “La bella ragazza allegra cantava per la strada” / “Le belle ragazze allegre cantavano per la

strada” = l'informazione sta dappertutto, la pluralità come informazione è disseminata. La lingua poteva

scegliere modalità diverse, ma se l'informazione è collocata in un punto solo e quel punto è colpito

dall'equivoco, da un disturbo o da un problema di comunicazione, essa andrebbe persa. Questa abbondanza

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della pluralità consente che l'informazione arrivi. L'informazione è ridondante, non rispetta le legge

dell'economia per evitare errori di trasmissione. I codici devono essere fatti di segnali riconoscibili e utilizzati

per tramettere l'informazione e contano sul superamento dell'ambiguità e devono garantire la riconoscibilità

perfetta dei messaggi; la ridondanza è importante. Ridondanza = sovrabbondanza di informazioni. Per il

plurale ho una sovrabbondanza di morfemi, come compensazione dell'economia. La comunicazione ha

modellato la frase in base all'informazione. È un fatto di comunicazione: da una parte c'è volontà di capire,

dall'altra di trasmettere. Comunicare implica un'intenzione a farsi capire e capire; è una cooperazione, il

messaggio è costruito da chi parla e da chi ascolta. Nella comunicazione umana c'è una cooperazione, c'è un

circuito che è sempre aperto: direzione circolare e non mono-direzionale. Il morfema è l'unità minima della

parola: la parola “libri” è fatta di due morfemi, una radice (parte più significativa, dice che parola è) e un

suffisso; morfemi flessionali (flessivi), grammaticali, funzionali; diversi dal morfema lessicale, la radice. Una

parola italiana che finisce per “o” cosa può essere? Può essere un aggettivo maschile, un articolo maschile

singolare, una prima persona singolare del verbo indicativo presente: anche la “o” ha significato in un caso del

genere e numero; nell'altro del tempo, modo e persona, non comparabile con la radice; ma ha una porzione di

significato. Il morfema grammaticale è l'unità minima dotata di significato che unita a quella della radice

completa il significato della parola. Il morfema è l'unità minima distintiva ma con significato, differenza

rispetto al fonema. Suffisso “erei”: contiene un significato grammaticale. La parola è sempre qualcosa di

scomponibile, le uniche che non lo sono sono le parole mono-morfemiche, parole grammaticali e avverbi

(“con”). La morfologia è lo studio della forma della parola, di come è costruita una parola (dal greco

“morphè”). La parola è un'architettura, una combinazione di morfemi, pezzetti di significato riconoscibili

(“Roma” non è scomponibile). I morfemi sono più dei fonemi ma meno delle parole, per cui obbediscono al

principio di economia della lingua. Infatti è una gerarchia: le parole sono meno delle frasi, le frasi sono meno

dei testi e dei discorsi che sono potenzialmente infiniti → piramide rovesciata della lingua. La morfologia ha

un principio economico. N.B. → sillaba diversa da morfema! “Topo”: “top” radice o morfema lessicale; “libr”

radice, morfema lessicale, a pieno, contiene il condensato del significato, poi può modificarsi (“libretto,

libriccino, librone”..): principio economico. Possiamo cambiare forme senza tanto sforzo. Padroneggiamo la

nostra morfologia quindi non abbiamo idea della morfologia. I morfemi del tipo “libr” vengono definiti

morfemi radicali, lessicali o funzionali.

Perfino l'alfabeto “classico” non basta più: cfr “rosa” (s sonora) che può essere pronunciata “roza” (come

avviene nel sud Italia), ma la scriviamo come la s sorda di “sole”: la grafia non è sempre fedele al suono che si

utilizza. “Chiesa, cuore (parola che suona come “quadro”), quadro, cane, ciliegia, casa, chiesa, amici (suono

palatale)”: c diverse → discrasie dell'alfabeto, presenti anche nei nostri sms (cfr il fatto che sostituiamo a volte

la c con la k). L'alfabeto non è sempre economico, alle volte ha un grafema per ogni fonema, altre volte un

grafema per due o più fonemi. IPA → alfabeto fonetico internazionale nato in Inghilterra che è universale e

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viene usato per classificare i suoni. Cfr parola “sciare”: due grafemi (“sc”) per un fonema; mentre per l'IPA solo

un grafema per un fonema. [scarica il vocabolario digitale dell'IPA]

Vastità del campo interdisciplinare della linguistica → non esistono più campi definiti. La linguistica si pone al

centro di una costellazione di discipline perchè il funzionamento del cervello umano è uno dei campi di studio

più interessanti: il tipo di intelligenza umana è unico. Un robot può fare operazioni matematiche più

velocemente dell'uomo, ma non sarà mai in grado di fare un letto come fanno gli umani, riconoscere una

bugia, tessere un inganno linguistico → non sono operazioni banali. Quelle artificiali sono intelligenze

straordinarie ma non simili alla nostra. Lo stesso ostacolo si è raggiunto quando si è cercato di riprodurre la

voce umana. Le parole non sono una fila di suoni in sequenza perchè nel produrre un suono tutto l'apparato si

prepara già a pronunciare quello successivo. Ogni fonema cerca già di assimilarsi, rendersi simile a quello

successivo → viene fuori un'unità vocalica, armonica, melodica difficilmente riproducibile da una macchina. La

voce umana è un prodigio dell'evoluzione. La parola è una melodia, combinazione di suoni e pause. Solo

l'homo sapiens ha una voce e per voce intendiamo la capacità di costruire queste unità melodiche dotate di

significato che sono le parole. L'evoluzione ha portato alla specializzazione dell'organo della laringe, dove sono

le corde vocali. Ogni volta che vogliamo produrre una parola abbiamo già la traccia sonora nella testa. De

Saussure dice che il significante è un'immagine acustica = idea del suono, ricordo del suono; evidentemente

nei problemi di afasia esiste anche un problema che riguarda la perdita del ricordo del suono. La lingua è nella

testa e ci è arrivata dalle persone che ci parlano intorno fin dalla nascita. I suoni sono un'abitudine, abitudine

poi anche articolatoria. La lingua è un fatto incosciente, è talmente radicata in noi che non ce ne accorgiamo.

La patologia ci illumina la fisiologia. La lingua è nella testa, ma la combinazione dell'abilità nella testa e di

quella articolatoria ci permette di parlare. Parlare richiede un'attenzione speciale. La natura del segno è

psicologica, è fatto di un'espressione, forma fisica della parola, ho un'immagine della parola. Il segno

saussuriana è virtuale, termine che si oppone ad attuale. Il segno esiste prima a livello virtuale. Se non

conosciamo una lingua non distinguiamo le unità, la loro discretezza, ovvero quando una parola inizia e finisce

(non è una cosa ovvia, nelle iscrizioni antiche non c'erano spazi, pause tra le parole, ma erano tutte scritte di

seguito). Abbiamo la capacità di riconoscere le unità discrete, siamo analitici, digitali, la lingua è forma, non

sostanza, e noi riconduciamo in unità discrete queste parole. Specie di condanna della lingua: la lingua ha un

andamento lineare e si dispone in successione, un elemento dopo l'altro, sono unità discrete in linea; l'uomo

non è olistico per l'emisfero sinistro che scandisce, calcola, non possiamo dire tutto in una volta anche se il

pensiero arriva tutto insieme; anche per descrivere un'immagine devo andare in linea, così per descrivere un

concerto. Le idee, le intuizioni, le immagini artistiche devo svilupparle in discorsi che stanno in linea.

“Discorso” viene da “discorrere” che deriva da “discurrere” che significa “correre”; “dipanare” si diceva

riguardo alla lana, infatti si dice “dipanare un discorso” come si fa con un filo con il dipanatoio. Anche le parole

sono una sequenza numerica. La logica è fare un logos della razionalità, tradurla in discorso. Nasce la parola

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quando nasce il logos. I logici matematici hanno guardato molto la lingua, così i filosofi dopo Saussure si sono

occupati di filosofia del linguaggio. Ognuno ha un significato personale di una parola che associa al significato

letterale e questo è ciò che blocca le conversazioni interculturali (cfr parola “cane” che ad ognuno può

suscitare un'immagine diversa di cane, “trasgressione, peccato, crimine”). Da qui nasce il problema delle

traduzioni → dietro le parole c'è un mondo semantico costruito da quella cultura nel corso dei secoli. Il

significante e il significato stanno insieme da sempre, però possono variare o l'uno o l'altro. Stanno insieme ma

sono di natura diversa, il rapporto tra loro è arbitrario, quindi può succedere che uno cambi. Arbitrarietà-->

stranezza della lingua: i significati cambiano nel tempo, vengono cambiati dai parlanti, è un legame arbitrario

quello tra significante e significato. Infatti se voglio parlare altre lingue devo impararle. Il significante è

un'espressione che va pronunciata. Le vocali sono deboli prima di quelle accentate, e sono cambiate nel

passaggio dal latino all'italiano.

Il principio di economia regola le lingue anche nella pronuncia delle parole, si va verso la comodità. Cfr

“Scriptum > scritto”; “lectum > letto”; “octo > otto”; “dictum > detto” → fenomeno di assimilazione (da

“adsimilare”) fonetica: non sono consonanti “doppie” (definizione giusta solo in rapporto allo scritto), ma

consonanti lunghe per la fonetica. Nell'IPA si usa /t:/, i due punti indicano come una pausa. “Detto” in IPA:

/det:o/ (la o è un po' aperta nella grafia verso sinistra); è una modalità di trascrizione fonetica delle consonanti

lunghe. Cfr il fatto che l'inglese ha eliminato la grammatica. Le lingue, i popoli, le razze riproducono le parole in

base al temperamento, è un modo di vedere la realtà. Il determinante è tutto ciò che aggiusta il determinato e

la sua posizione nelle varie lingue varia. La lingua cambia secondo l'attitudine dei parlanti che a un certo punto

non pronunciano più la parte finale delle parole (il parlato cambia più velocemente dello scritto; anche se negli

sms: “xchè”, come “tu 6”, sono sistemi a rebus così come erano i geroglifici egiziani). L'assimilazione è un fatto

di economia, gli uomini tendono a semplificare le pronunce; cfr “dictum” > detto, assimilazione progressiva, da

destra a sinistra (esiste anche un'assimilazione regressiva). Economia del parlante: è un'economia di sforzo

articolatorio (usiamo 100 muscoli) e della memoria (ricordare le parole, le frasi,..): sono due forze che si

equilibrano e comunque la tendenza ad abbreviare è soprattutto articolatoria. C'è un'area cerebrale della

memoria delle parole, una delle proposizioni, un'altra delle parole grammaticali; ci sono afasie in cui

spariscono i nomi, perchè sono nomi propri, non costituiscono una classe generale. Il paradigma è per aree:

l'afasico elimina solo alcune parole. L'area linguistica, a livello cerebrale, è un insieme di sotto-aree che si sono

specializzate. Per questo accadono amnesie che colpiscono alcune aree (amnesie selettive), come l'afasia

agrammaticale, la cecità linguistica (non riconosce in quei segni delle parole), e la sordità linguistica. L'afasia di

sordità linguistica è l'afasia di Wernicke e Broca (1860): l'afasico di questo tipo parla benissimo ma senza

senso, questo per lesioni all'area uditiva, non sente solo quello che dice, ha problemi nella specializzazione

dell'udito linguistico, lui parla e non ha il feedback [imparare le aree cerebrali].

La lingua è un fatto posizionale, le posizioni cambiano il risultato. La posizione è lo scheletro nella frase,

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nemmeno l'analfabeta lo stravolge come ordine. Arbitrarietà, digitalità, discretezza, linearità: caratteristiche

della lingua.

Parole passepartout: “fare, cosa,..”. Le parole prima di essere prodotte hanno una natura psicologica e

risiedono in aree specifiche, però c'è sempre un criterio di ordinamento, una tassonomia. La tassonomia è

gerarchica, cfr schema dell'evoluzione, detto filogenesi (da “filum”: specie). La gerarchia è una serie di step

obbligati, è un sistema organizzato di passaggi obbligati. Le parole passepartout non le dimentichiamo perchè

stanno in cima alla gerarchia, che c'è anche nelle parole e nei significati. Nella gerarchia delle parole alla fine

stanno i nomi propri: dunque è la ricerca più difficile e c'è caso che io non ne abbia accesso. Percorso mentale

di aree: c'è un sistema di aree, un circuito, quello che dico è un modo di rappresentare e che ha qualche

affinità con la realtà, con il fisico, con quello che avviene nella mente. La neuro-psicolinguistica ha dimostrato

la somiglianza tra l'albero genealogico della linguistica e l'organizzazione neurologica della lingua; e più

lontano è il tempo più impiega a risalire (la mente va a ritroso). Una parola come “cosa” sta in cima e sotto di

sé ha un sacco di specificazioni (oggetti, fatti, avvenimenti, persone,...), è una parola generale. Una gerarchia è

una struttura tassonomica, la nostra esperienza la organizziamo con una tassonomia. La nostra mente più è

disposta a rivedere i giudizi, i nostri schemi, più è aperta. La mente umana organizza e la grammatica è una

forma di tassonomia. Noi quando costruiamo i discorsi siamo anche capaci di dare una certa struttura

informativa; cfr il fatto che la prima volta che un personaggio appare nel testo lo indichiamo con l'articolo

indeterminativo. Noi abbiamo la competenza linguistica di costruire un discorso scegliendo gli elementi giusti;

è un fatto retorico, proprio della retorica che esiste fin dall'antichità. La cosa più è individuata più è specifica.

L'individuo è indivisibile, la gerarchia va in profondità e i nomi propri sono in fondo alla gerarchia.

Il linguaggio è la migliore espressione dell'intelligenza umana, la capacità di comprendere, capire, assimilare. Il

linguaggio è una capacità specifica, propria della specie umana, non si trova in nessun'altra specie vivente. Noi

misuriamo l'intelligenza secondo la nostra misura, perchè noi non possiamo capire se non in base al nostro

tipo di cervello e in base al lavoro mentale che possiamo sviluppare.

La fonologia è il primo livello di espressione del linguaggio. Abbiamo creato una gamma di segnali riconoscibili

all'udito (“sistema vocalico”, significa “proprio della voce”) e che contraddistinguono particolari combinazioni

di suoni, le parole. Il fonema è un concetto astratto ed è riconosciuto come significativo in quel determinato

sistema linguistico: lì solo capisco il vero valore--> principio della relatività linguistica: ogni cosa va proiettata

nel suo sfondo specifico, in cui ogni elemento prende il proprio valore. La A italiana è diversa dalla A latina

(infatti il latino distingueva tra “A lunga” e “A breve”). Fono è un suono linguistico; fonema un suono

linguistico distintivo. Commutazione = scambiare nella stessa posizione due elementi diversi, due foni, e se

cambia il significato significa che ho trovato due fonemi → prova della commutazione per vedere se due parole

sono due fonemi distinti o due foni, ovvero due varianti dello stesso fonema. Il fono non porta alcuna

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distinzione di significato (sono varianti dovuti alla cultura, allo strato sociale,...). I fonemi sono un numero

limitato in ogni lingua, i foni sono infiniti. Se facciamo fatica a pronunciare un nuovo fonema, è una questione

di abitudini articolatorie: infatti dai 12 anni in poi mettiamo in moto altre aree del cervello per apprendere una

lingua (operazione che diventa più difficile). Anche i fonemi stanno nella testa, fanno parte del nostro essere

fisico--> fatto dimostrato dall'afasia. C'è una progressione nell'apprendere i fonemi da parte del bambino, dai

più facili ai più complicati (le occlusive sono le più facili perchè bisogna chiudere la bocca e poi la consonante

esplode su una vocale qualunque e ottengo così una sillaba, es. “ma, ba”; fino alla più difficile “r”). Abbiamo

un significante, un'espressione quando il bambino capisce che dicendo quella sillaba viene capito, ha infatti

una risposta; e a quel punto nasce la lingua (questo avviene dopo la fase iniziale in cui produce suoni in modo

caotico, la cosiddetta fase di lallazione) → associare alla stessa espressione sempre lo stesso contenuto e così

essere capito (linguaggio bambinesco o baby talk). Poi si passa dalle sillabe alla ripetizione di sillabe, in seguito

alle parole, dalle più semplici alle più complesse. Anche l'uomo preistorico ha appreso così la lingua: il sistema

fonologico delle prime lingue è costituito dai fonemi più facili rappresentati da consonanti occlusive, che fanno

parte di sillabe esplosive (m/p: labiali; t: dentale, apice della lingua sugli alveoli; k: uvulare o velare). La “m” è

un'occlusiva in cui abbasso il velo palatino, la parte molle del palato (effetto: l'aria esce anche dal naso, per

questo si chiama nasale; l'aria passa nelle fosse nasali). Questi suoni costituiscono il triangolo di base, non

mancano in nessuna lingua → è una deduzione, poi si guarda il bambino e si constata che avviene così-->

osservazione dell'ontogenesi (individuo) che va proiettata nella filogenesi (specie uomo): l'uomo nel piccolo

riproduce lo sviluppo dell'umanità. L'ontogenesi rispecchia la filogenesi. La genesi dell'individuo rispecchia la

genesi della specie. Sono suoni che sono universali, ovvero elementi che sono presenti in tutte le lingue. Sono i

suoni più facili, tanto è vero che l'uomo li produce per primi. Ma i sistemi fonologici delle varie lingue non sono

sovrapponibili, infatti sta qui il difficile nell'apprendere lingue diverse. Si chiamano consonanti, perchè

suonano solo insieme alle vocali, che sono il centro della sonorità. Le vocali sono sempre sonore. Ci sono

infatti consonanti sorde e sonore (le distinguo dalla vibrazione delle corde vocali che produce sonorità).

Ognuna di queste consonanti ha le varianti sorda e sonora: p/b/m (stessa posizione ma con abbassamento del

velo); t/d/n; k/g. Nell'IPA si usano /.../ per i fonemi e […] per i foni. Un sistema fonologico di una lingua è una

progressione di complessità; i sistemi fonologici si sono assestati da una somma di pochi fonemi per

aumentarne la complessità e il numero. Il triangolo dei suoni è uno schema, ma non è così artificioso perchè

lo spazio che abbiamo nella bocca è così, anche se in modo semplificato. Il triangolo a destra (della figura del

triangolo dei suoni) va verso il velo (alta anteriore), a sinistra verso i denti (bassa posteriore), in basso verso il

centro (bassa centrale). Tra I e A, ci sono la E aperta e la E chiusa; tra A e U, la O aperta e la O chiusa: i, ɛ, e, a,

ɔ, o. Tra I e U, U con la dieresi tipica del francese. In italiano non abbiamo il problema che al grafema si associa

un fonema diverso (un bambino inglese fatica di più ad apprendere la sua lingua rispetto a un bambino italiano

che apprende l'italiano). Le lingue sono sistemi arbitrari convenzionali, ogni lingua suddivide questo triangolo

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come vuole. Cfr prova della commutazione: “pazzo, pezzo, pizzo, pozzo puzzo”--> principio di efficienza del

sistema e della sua economicità, è un sistema digitale, numerico. La comodità si commisura sullo sforzo del

parlante, sul fatto che deve essere alla portata di tutti; infatti nel bambino il linguaggio accade, come dice De

Saussure. È una riprova dell'economicità di sistema. Le consonanti in tutte le lingue sono più delle vocali,

perchè è più economico mantenere poche vocali (se hanno troppe differenze sono troppo difficili da

distinguere); le consonanti si distinguono in modo più solido e visibile rispetto ai timbri vocalici. Le lingue si

sono modellate così perchè è il modo migliore di costruire il proprio sistema. Le lingue si ottimizzano nel corso

dei secoli secondo le esigenze dei parlanti. È come se ci mettessimo d'accordo su come sistemare la lingua e

tutti ne prendessimo atto. Es. “nocciòlo/nòcciolo”: cambia l'accento che indica la voce che si ferma, insiste su

quella sillaba, la vocale. Una sillaba può essere fatta solo da una vocale e dalla forma riconosciamo se ci

appartiene o no, se è italiano o meno. Le vocali sono sempre sonore, sono il centro vocalico delle sillabe. Le

nasali sono tutte sonore. I fonemi sono unità minime non dotate di significato, ma combinate assieme sono

significative. La morfologia studia le unità minime distintive di una lingua (morfemi); e la fonetica studia i foni e

la fonologia i fonemi. Il fonetista studia la dialettologia; il fonologo studia il sistema della lingua, come un

sistema astratto, non tiene conto di tutte le varianti. Tutte le varianti possono essere ricondotte al centro del

bersaglio che è il fonema. La lingua è una forma, non una sostanza; la forma sta nel ricondurre tutto alla stessa

forma. La fonetica studia tutte le varianti di un suono linguistico, è lo studio fisico dei suoni; la fonologia studia

la funzione (studio funzionale) dei fonemi all'interno della lingua, che sono le invarianze, le costanti di un

sistema in cui tutti si riconoscono. Un suono non ha significato, ma contribuisce a costruire parole quindi

significati. Con la prova di commutazione non sempre vengono fuori parole con significato. Nel parlato non

rischio di confondere “pésca e pèsca” per il contesto d'uso → comunicazione. Prima la lingua ha ritagliato tutto

il mondo con parole e significati, adesso se ne può fare un uso diverso con la comunicazione che modella la

lingua e fa tutto il possibile per renderla il più efficace possibile, cfr surplus di informazione, ridondanza per

evitare confusione. Il contesto consolida l'informazione, se ho un dubbio, la frase disambigua. La sintassi è la

misura della comunicazione. Le parole hanno attorno un “ambient” in cui assumono il significato giusto. La

frase è la dimensione migliore per far passare le parole con il significato giusto, definisce il significato, crea i

limiti. La ridondanza sembra contravvenire il principio di economia, ma questa elimina il problema

dell'ambiguità o del disturbo nella comunicazione. Nella comunicazione c'è il bilanciamento continuo tra

economia e ridondanza. I fonemi servono a costruire parole, più ne ho più ne costruisco → esplode la

possibilità generativa. Ma la situazione “pozzo”, ovvero la sostituzione continua di un fono in una parola, non

viene usata sempre per ogni parola possibile della lingua. Da una parte c'è la rigidità di un sistema digitale,

dall'altra questa vaghezza che sfrutta l'economia, ma a volte sovrabbonda, arricchisce. La linguistica si

confonde anche con l'antropologia. Possiamo chiamare con lo stesso nome le stesse cose, oppure possiamo

non chiamarle affatto perchè per noi alcune cose non esistono, che esistono invece in altre culture. La

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fonologia è il primo livello. Il parlante sceglie i fonemi e mano mano ingrandisce a costruisce il discorso. Però

ovviamente nessuno di noi è consapevole di scegliere i fonemi e di combinarli mentre parla. La procedura di

colui che organizza parte dall'unità grande all'unità minima (ad esempio, riconosco i confini tra le parole come

prima operazione), colui che produce, come il parlante, passa dall'unità piccola all'unità grande. L'afasia di

Broca è di vari tipi e una è a-grammatica: ovvero l'afasico parla per nomi ma non ha tutti gli elementi che

collegano → c'è un deposito mentale in cui stanno gli elementi grammaticali. Abbiamo delle aree nel nostro

cervello che governano certe operazioni, sono aree specializzate. Quando parliamo prendiamo pezzi da varie

parti e li combiniamo → grande lavoro di sinapsi. Livello dei fonemi (30) > morfemi > lessemi > sintassi

(contengono unità sempre più grandi e numerose) → gerarchia: piramide rovesciata → ad ogni livello sono

contenute le unità del livello precedente e sono alla fine più grandi. Un tipo di analisi va verso l'alto della

piramide (partendo dai fonemi) e la linguistica procede così; un altro tipo di analisi procede verso il basso. Il

linguista André Martinet parla di doppia articolazione del linguaggio → la prima è quella delle unità

significative (morfemi: combinazione di unità più piccole non significative), poi se vado in profondità arrivo ai

fonemi. La lingua è un codice diverso dagli altri. Procedo come con un microscopio. Nessun codice è dotato di

doppia articolazione: nel codice stradale il segnale è unico, lo comprendiamo nella sua unità, non lo possiamo

scomporre: il significato è globale, di livello unico (cfr “per” della matematica) e nessun codice può subire

questa doppia analisi. Quindi la lingua è l'unico sistema di comunicazione dotato di una doppia articolazione.

Noi parliamo mettendo assieme unità che non hanno senso, mentre insieme hanno significato. La lingua è il

più affascinante sistema di comunicazione che esista al mondo. Con questa possibilità di articolarsi su due

livelli posso con la lingua descrivere tutti i sistemi di comunicazione, i linguaggi formali della matematica e

fisica, ma nessun altro linguaggio può raccontare la lingua. Con un linguaggio umano posso descrivere una

sinfonia, qualunque formula matematica; ma nessun altro codice numerico, visivo può descrivere la lingua. La

lingua è fonte di cultura, le parole continuano anche quando gli oggetti non ci sono più, ne conservano il

ricordo → proprietà dell'onnipotenza semantica, posso esprimere tutto ciò che è esprimibile, ma non c'è

nessun altro sistema che può esprimere la lingua. “Articolato” viene da “articulum” che significa “piccolo arto”,

che è unito a tutto il resto: una cosa articolata è fatta di pezzi congiunti ma anche suddivisibili. Anche l'articolo

è un piccolo arto che prende senso se congiunto a quello dopo.

Fonetica e fonologia sono due branche della linguistica che si occupano dei suoni linguistici. C'è una differenza

sostanziale tra le due branche: sotto la fonetica (ha come soggetto il parlante, suoni come vengono prodotti da

tutti i parlanti, è quella più fedele; il dialettologo si occupa dei foni di una zona regionale o municipale) non va

il sistema, ma il processo e l'attuazione del modello, studia i suoni concreti dal punto di vista della loro

realizzazione fisica, della loro articolazione. Sotto la fonologia va la parte teorica, il sistema ideale, l'italiano

creduto come tale, che è un modello. La lingua è un sistema dove tutto si tiene (De Saussure). Essa si occupa

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del modello. La linguistica sincronica è interessata alla langue, cui è accostata nella dicotomia la parole (atto

del parlare, discorso, attuazione fisica che fanno i parlanti mentre parlano). C'è una distinzione tra virtuale VS

attuale, potenziale VS concreto, a un livello più astratto sistema VS processo (la fonologia attiene al sistema,

ai suoni distintivi, mentre la fonetica attiene al processo): corrispondo a queste dicotomie langue VS parole,

fondamenti della teoria saussuriana--> sono dicotomie, due punti di vista da cui guardare la lingua. Se non

avessimo la langue non avremmo materiale per parlare, non abbiamo il sistema che quindi non possiamo

mettere in pratica. Ma come si è formata questa langue? Si è formata a poco a poco arricchendosi nei secoli.

La langue si forma attraverso l'accumulazione di atti di parole con cui formare il sistema. 1870-1900: scuola di

Lipsia dei neogrammatici in cui De Saussure si forma (lavorò sul proto-indeuropeo, nasce come linguista

storico, diacronico, poi stoppa questo meccanismo e i suoi allievi nel 1916 fanno uscire postumo, dopo tre anni

dalla sua morte, il “Corso di linguistica generale”). Lo strutturalismo è un modo di vedere questi oggetti

scientifici, esso ha fatto epoca, nel '900 ha investito tute le scienze. Il passaggio dal '800 al '900 è una svolta

epocale determinata dall'uscita del Corso. È stato geniale e ha segnato un secolo fino a Chomsky (direzione di

stampo matematico, logico, ingegneristico), con l'impostazione sincronica. La fonologia appartiene al sistema,

alla langue, al virtuale, alla classe concettuale di un suono all'interno del quale stanno tutte le sue varianti, sta

a sinistra nello schema delle dicotomie; mentre la fonetica a destra. Legge del secondo pesante che vige in

linguistica: la parola pesante sta al secondo posto nella frase (impostazione cerebrale per cui tutte le coppie di

parole sono sul modello di “chip e chop”). La langue è il patrimonio sociale, che sta come in una testa collettiva

di tutti gli uomini; sta anche nella testa di ognuno ma quando la metto in pratica diventa parole. L'italiano è un

qualcosa di astratto, quando viene messo in pratica è parole. Tutti sono convinti di fare repliche dello stesso

modello e così è. La fonetica è una scienza quasi esatta: la voce di ognuno è traducibile in un grafico che non

sarà mai sovrapponibile a quello di un altro (cfr applicazione forense della fonetica, di cui si occupa il fonetista;

la voce è come un'impronta digitale). Il sentimento del parlante è importante nella sociolinguistica, ovvero ciò

che il parlante pensa della propria lingua e della lingua degli altri: le differenze dialettali consistono in

differenze lessicali ma soprattutto in differenze di accento, quindi ha senso iniziare lo studio della linguistica

dai foni. Noi stessi come parlanti iniziamo dal basso, mettendo assieme i suoni e da lì le parole. Ha senso

questa gerarchia, piramide rovesciata, è un insieme di passi obbligati. Gerarchico non è una sequenza a caso,

ma una sequenza obbligata. C'è una procedura obbligata nella linguistica, un protocollo. Procedere è una

sequenza ordinata, è una gerarchia di passi e a ogni passo crescono le unità, non solo di numero ma di

dimensioni (un fonema è più grande di un fono, un morfema di un fonema): ad ogni livello gerarchico le unità

aumentano di volume (massa) e di numero. È una piramide rovesciata a tre dimensioni: immagine che dà

idea di questa crescita esponenziale: sono sempre possibili libri nuovi, canzoni nuove, nonostante gli schemi

fissi (cfr romanzo storico), i fonemi fissi e le strutture di frase ripetitive. La lingua è una ripetizione, iterazione,

replica continua di elementi costanti, tuttavia riesce a contenere tutto questo potenziale generativo:

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processo digitale di economia massima della lingua, come nella matematica (regole finite che arrivano a

risultati infiniti). Cfr 2x = infinito. Questo è stato capito da Chomsky in quanto logico: generare strutture da

poche e chiare regole di base, questo è la lingua. La nostra mente è fatta per lavorare con algoritmi: tutte le

lingue e grammatiche fanno così, perchè sono basate sul cervello umano, uguale per tutti e prodotto di

un'evoluzione. Non esistono grammatiche impossibili (tipo basate sull'inversione articolo e nome), ma di

quattro o cinque tipi; il nostro cervello è fatto per le grammatiche possibili. Idea dell'espansione esponenziale,

generativa delle frasi e dei testi possibili: infatti parliamo continuamente, nel parlato portiamo la nostra

originalità. Il parlante esagera differenze quando è dominato dalla sensazione di distanza da un gruppo o

vicino e associa il suo parlare a un qualcosa di sgradevole. Il parlante pensa che un certo modo di parlare sia

segno di appartenenza a una classe elevata e tende a imitarlo. Si creano delle distanze e dei giudizi di valore in

base al sentimento del parlante: anche quando noi cerchiamo di isolarci tramite il gergo, linguaggio critico che

appartiene a quel gruppo, frequente tra bambini e giovani → serve a tenere insieme il gruppo con un codice

ma anche a non fare entrare l'esterno: elemento di chiusura, contrapposizione, all'esterno e di unione

all'interno. Ma nei settori professionali ognuno ha il suo linguaggio, ed è un modo per allontanare coloro che

non appartengono al mestiere (“abstand” si dice in tedesco = distanziamento, stare lontano, il sentimento

della distanza). L'uso del dialetto regionale in un gruppo che parla italiano è una forma di appartenenza e

distanziamento. Ognuno di noi ha diversi codici a disposizione: la langue che corrisponde all'uso standard della

lingua (suoni di base toscana e fiorentina per l'italiano) e l'italiano regionale connotato da una fonetica

riconoscibile. Una volta si cercava di mascherare, ma comunque varia da territorio a territorio. In alcuni paesi è

più importante far vedere a quale classe sociale si appartiene, classe sociale che scavalca la provenienza

regionale (cfr in Inghilterra gli avvocati parlano lo stesso inglese londinese, è un fatto di classe, sociale; i

presidenti americani esaltano il proprio accento che cambia da paese a paese: ci sono territori un cui è

importante esaltare il proprio accento, altri in cui non lo è). Oggi i connotati regionali sono esaltati e voluti:

ogni manifestazione linguistica ha dietro di sé un giudizio, anche se inconsapevole, sulla qualità di lingua che si

vuole e non si vuole usare → sociolinguistica: in che modo, con quali sentimenti e variazioni i gruppi sociali

usano la lingua. Il soggetto non è solo biologia o neurologia, ma è anche un soggetto sociale. La lingua è la

prima manifestazione di un sentimento sociale: finché non parlo non posso essere giudicato.

Trascrizione fonetica: invenzione di fine '800 di una società di studi fonetici che si accorge dell'incongruenza di

un sistema fonetico di un certo tipo che non era di corrispondenza 1:1 tra fono e fonema (cfr “gnomo”: “gn” è

un fonema = ɲ, un suono prodotto con una sola emissione di fiato, come pure “sign” in inglese); quindi bisogna

inventare un segno che rappresenti quel suono lì (cfr fenomeno dell'assimilazione: un suono prepara quello

seguente, la voce è una modulazione che le macchine non possono riprodurre, possiamo verificarlo dalla

posizione dei nostri organi: questo si fa per preparare i suoni e faticare meno). Poi vediamo nella mente la

parola fatta di tanti elementi discreti nella scrittura: sintesi nella pronuncia e analisi nella scrittura. Ma noi

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nasciamo già con la zona analitica del cervello, quella che conta e fa l'analisi, predisposto per questo lavoro

digitale, è la facoltà cognitiva senso-motoria sviluppata attraverso l'evoluzione: capacità di visione astratta e di

scomporre nelle unità minime, di riprodurre algoritmicamente, che abbiamo solo noi [IPA.pdf : esercizi]. Nella

pronuncia di “otto” fondiamo tutto insieme, ad esempio. La vocale è il centro della sonorità, non c'è sillaba

italiana che non abbia una vocale: possiamo così riconoscere se una sillaba appartiene o no alla nostra lingua:

“mcr, ptf, grb” non appartengono alla nostra lingua, questo è già un sapere linguistico. “Brno, plsen” non è

italiano, ma potrebbe essere cecoslovacco, slavo: infatti “r” ed “l” per loro sono semiconsonanti, sono le

liquide, le sonanti con all'interno un coefficiente vocalico-- > i suoni sono sempre nelle possibilità umane, si

tratta di abitudini articolatorie. Se sono pronunciabili sono normali e tutto è pronunciabile. Sonanti: L, N, R, M:

possono stare con coefficiente vocalico (indicato da pallino sottoscritto). Ci sono combinazioni sostenibili e

non, compatibili o non: non tutto viene sfruttato secondo il principio di economia. Infatti le sequenze

consonantiche senza una vocalità sono pesanti quindi non vengono usate. Ma ci bastano le parole che

abbiamo e usiamo le combinazioni più semplici. CV = consonante + vocale; CCVCVCV = “scavato”, parole in

struttura; CCCVCV = strato; CVC; CCV. La sillaba è stata costruita da noi umani in funzione di sostenibilità, per

creare delle unità un po' più grandi, comode (cfr consonanti finali, simbolo dei casi in latino, eliminate

nell'italiano perchè in posizione debole). I parlanti nell'attualizzare questa langue intaccano, modellano le

parole, e di generazione in generazione le parole cambiano. Per tutti la langue era il latino ma poi si è arrivati

all'italiano di oggi. Sentimento del parlante: il parlante è convinto di usare sempre la stessa lingua, quella di

suo padre, ma in realtà nel tempo cambia (c'entra molto la psicologia).

I suoni vanno classificati: vocali e consonanti, che suonano insieme alle vocali, ecco perchè sono possibili

anche sillabe fatte di una sola vocale: V (“a-vere, ca-sa”). Le combinazioni anche qui sono in un certo numero:

dispositivi di funzionamento → combinatorietà (possibilità di combinare) e ricorsività (elemento ricorsivo

segreto della generatività, possibilità di ripresentarsi di certe strutture ed elementi). Il processo è generativo

verso l'infinito, ma il segreto è cambiare elementi all'interno delle parole secondo certe combinazioni. E così ci

bastano pochi fonemi e poche combinazioni, che sono già tante anche se non le sfrutto tutte. Per il sistema

epta-vocalico ho cinque altezze (alto, medio alto, medio, medio basso, basso), sistema dello standard italiano,

della langue; per quello a cinque vocali ho tre altezze (alto, medio, basso). Vocale medio-alta anteriore: e

chiusa. I dialetti neutralizzano le differenze tra medio-alta e medio-bassa andando verso l'una o verso l'altra.

Nel linguaggio informale vengono annullate queste lievi differenze fonetiche perchè non sono utili. Le

consonanti sono di più delle vocali. “P”: bilabiale; “F”: labiodentale spirante o fricativa perchè crea una

frizione, restringo il canale di uscita dell'aria e creo un'affricazione; “V”: labiodentale; “T”: dentale o alveolare;

velare gutturale, sorda o sonora. Le consonanti si classificano in base al punto di articolazione, in cui creo la

barriera all'uscita dell'aria (le vocali sono orali, a bocca aperta, non hanno ostacoli), e al modo di articolazione.

Si dividono in occlusive e continue: fricative o spiranti, occlusione non completa, con le corrispondenti sonore.

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Poi ci sono le sonanti: “r”, vibrante (r moscia e r alla francese); “l”, laterale (aria esce dai lati della lingua), “t” e

“d”, “m” e “n” dentali, fra le quali le ultime due sono nasali. Bisogna studiare la linguistica tramite l'auto-

osservazione (in particolare l'IPA).

Tutto quello che è presente come varietà di suoni, tutto è realizzabile grazie alla nostra costituzione anatomica,

che consente la modulazione dell'aria che esce dai nostri polmoni. Tre sono i parametri in base ai quali si

classificano i suoni: il modo di articolazione, se creiamo occlusione ostruzione; il punto di articolazione, dove

lavoriamo; poi la vibrazione o meno delle corde vocali (dettata dai muscoli cui sono legati). Un suono sordo è

un suono non accompagnato dalla vibrazione delle corde. Una consonante si descrive in base a questi tre

parametri, che rispondono a tre aggettivi. P è una consonante occlusiva, bilabiale, sorda. Affricata palatale

sonora: G di Giovanni. Occlusive: consonanti dove si opera una chiusura totale per produrre un'apertura sulla

vocale che segue (“pa, ma”), quando il blocco è parziale l'aria esce in modo continuo. L'occlusiva è una

momentanea; mentre la sibilante, costrittiva o continua permette una continuità di uscita dell'aria, attraverso

una costrizione che produce un'affricazione che produce un sibilo--> sibilante. Sono modi diversi di guardare

un oggetto. Cfr capitolo 2 del Berruto. Fono e fonema possono essere collegati analogicamente al grafema: il

fonema (ha una funzione distintiva) è uno per tante realizzazioni fonetiche, così come le realizzazioni del

grafema, che può essere maiuscolo, minuscolo,...--> discorso sulla forma proprio della linguistica (non sulla

sostanza). Approssimanti, semivocali, semiconsonanti: “ieri”: la prima “I” ha funzione di semiconsonante; così

“uovo” o “uomo”: la vocale U ha funzione di semiconsonante (trascritte come j, w: sono semiconsonanti)-->

[womo] (con la prima o aperta). Quello che è congruente con il suono l'IPA non lo riscrive, quello che non lo è

lo riscrive. Affricata indica un suono composto, cfr “giorno” fonema diverso da “gatto”; “zio” la cui pronuncia è

“tsio” che al rovescio diventa “st”: sono due suoni consecutivi per cui bisogna usare due grafemi; “mezzo;

“zolfo”; “sciare”: un solo fonema per due grafemi “sc”, ʃ; “gnomo”; “aglio”: “gl” è un unico suono > unico

grafema che corrisponde alla lambda greca, è una palatale contiene già la vocale anteriore “i”, ʎ; “olio”;

“gnocco”: suono “gn” con un unico segno, ɲ; “agnello”; “faggio”: la I non va scritta, è un suono palatale, nello

scritto usiamo tre segni per un suono solo; “casa”. L'IPA ha l'accento che si mette prima della sillaba accentata.

IPA: accento, parentesi (la parentesi quadra è il simbolo della fonetica; comunque si possono usare [...] o /.../),

alfabeto. Cfr “www.ilmulino.it”. La mappa è un sistema gerarchico in cui i concetti vanno collegati.

Distinzione tra fono e allofono: parola composta di due parti: “fono” e “altro” dal greco; è un'altra forma di

quello stesso suono, parola usata per indicare un fenomeno particolare (tieni a mente “assimilazione”). Cfr

“benda, anfora, ancora,..”: è sempre una N che cambia a seconda di ciò che ha vicino, infatti in quelle

combinazioni si assimila al suono successivo, ma non è un altro fonema, è sempre la stessa parola; ho

individuato due forme diverse dello stesso fonema (perchè in italiano ho solo una N), è un fatto ambientale, è

una naturalezza → quel fonema suona in modo diverso in quel particolare contesto. Ogni fonema avrà le sue

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varianti ma è un fatto fonetico. Fono, fonema, allofono: modi diversi di guardare la stessa cosa: fonema è

l'invariante, allofono (foni diversi dello stesso fonema) e fono--> questa è la langue, è astratto, anche se la

produzione di un suono è completamente fisica. Allofonia: /anfora/, /ancora/. La R moscia di qualcuno è

un'allofonia. L'allofono non ha valore distintivo, ma distingue la provenienza, non ha rilevanza nel sistema. La

distintività è a livello sociolinguistico nel caso dell'allofonia. Tutto ciò che è differenza informa, è segno di

qualcosa. La vocale è il nucleo della sonorità: in un diagramma le vocali sono i picchi, le consonanti

l'avvallamento, cfr parola “patata”.

Accento: picchi di sonorità; convenzione dell'IPA per cui l'accento si segna con un picchio di suono nella lettera

precedente la sillaba accentata, che in un grafico corrisponde a un picchio. Nell'oralità è un fatto di voce: dove

cade la sonorità maggiore la voce si innalza. L'accento è accentratore, è quella sillaba dove cade tutta la voce,

pronunciare una parola è una corsa verso l'accento. Fenomeno dell'intonazione, della curva melodica:

lunghezza e insistenza della voce in quel punto e l'accento lavora sulla parole, a volte fa cadere ciò che lo

precede e ciò che lo segue (cfr “città, università, libertà”: antichi accusativi in cui l'ultima parte è caduta,

altrimenti le parole ossitone non sarebbero normali in italiano). È una forza fisica l'accento, dapprima usato nel

parlato; poi nello scritto è una convenzione di trascrizione del sonoro, sopra un'altra convenzione, che è la

lingua scritta (scrittura alfabetica grande rivoluzione rispetto agli ideogrammi). In linguistica questi vengono

chiamati elementi o unità prosodici/che soprasegmentali (che non posso estrapolare, stanno dentro i fonemi,

sopra i fonemi, stanno sopra i segmenti di parola o della frase, e vengono detti prosodici perchè contengono

tutti i fatti di intonazione, la curva melodica, la lunghezza e il tempo; come segno la curva melodica, che ha

anche la frase? “La neve è bianca”: distinguo se è una domanda o meno dall'intonazione), legati alla metrica

che è come una mnemotecnica, un'intonazione melodica per ricordare le cose. Si crea così il solco,

“l'immagine acustica” come dice De Saussure. È un fatto di demarcazione: i segni hanno valore perchè non

sono tutti gli atri, una sillaba si distingue da tutte le altre perchè ha un accento, è un fatto oppositivo e di

distinzione. Sono elementi distintivi non così forti come i fonemi, invece in cinese sì, è una lingua tonale: una

sillaba si distingue dall'altra se detta con tono ascendente o discendente. I sistemi fonologici nel loro

complesso contengono anche unità soprasegmentali, ci sono lingue che le sfruttano di più e lingue che le

sfruttano di meno; quindi i vari sistemi fonologici non sono sovrapponibili. Noi usiamo l'accento sillabico come

elemento distintivo, ma non i toni, come il cinese che è la lingua tonale per eccellenza--> riprova

dell'arbitrarietà della lingua, anche nei criteri di distintività: tono di voce, enfasi, gestualità: semiotica = tutto

ciò che esprime un segno; noi siamo animali semiotici usiamo tutto ciò che può trasportare significati,

informazioni e segnare differenze.

La semiotica nasce con De Saussure. La semiologia è la scienza generale dei segni, o meglio dei sistemi, dei

segni che gli uomini usano per dare significato alle cose (cfr mettere una maglia invece di un'altra, tutto è

segno di qualcosa), sfruttano tutto ciò che è a disposizione loro (a differenza della semiotica, si occupa

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prevalentemente di linguaggi verbali, o comunque attribuisce al linguaggio verbale un'importanza centrale).

Nella semiologia sta anche la linguistica, scienza dei segni linguistici che sono i più sofisticati e articolati, la

lingua è onnipotenza semantica. Tutto viene tradotto in lingua, ma nessun sistema di segnali, nessun codice

anche artificiale traduce tutto ciò che in lingua posso dire, infatti nessuna comunità sul Pianeta ha trovato un

sistema di comunicazione invece della lingua. De Saussure vedeva la linguistica all'interno della semiologia, un

sistema di segni che da le informazioni. Qualunque lingua non potrebbe essere alla portata di tutti, invece le

immagini sì (cfr usate negli aeroporti internazionali). Bisogna trovare un significato medio che tutti

comprendiamo (cfr cartello “no cani”: io potrei dire che posso portare un animale di altro tipo ma so che il

cartello esclude anche gli altri), perchè abbiamo un linguaggio comune. Bisogna essere educati alla lettura di

simboli. Bisogna avere un minimo di abitudine a certi usi culturali per la leggibilità dei simboli perchè non sono

tutti così trasparenti, come invece è la scrittura. I simboli sono elementi semiotici convenzionali (cfr segnali

stradali). Per quanto il simbolo sia universale e appartenga alle conoscenze di tutti, la lingua è più chiara. I

segni valgono all'interno della comunità culturale che li ha prodotti; i segni non sono immediatamente

leggibili, mentre tutti ad esempio capiamo l'impronta di una mano: rappresenta un indizio, un segno naturale,

come le impronte dei piedi sulla terra → immediata relazione tra espressione e contenuto. Ci sono molti

segnali in natura: come i segnali di fumo, rapporto immediato di causa-effetto tra fuoco e fumo, poi il fumo lo

posso modulare per usarlo come alfabeto Morse. Ogni comunità sceglie alcuni significati affidati ad alcuni

segni particolari. Impronta di un piede: segno: impronta; significato: c'è passato qualcuno → tutto è semiotico,

caratteristica della doppiezza del simbolo. Tra i segnali, nei segni naturali c'è un rapporto obbligato tra

espressione e contenuto; nei simboli c'è una certa somiglianza (in particolare per l'icona) e la sua scelta è

dettata da alcuni fatti culturali (cfr simbolo della croce, del fuoco, del viola, della bara bianca, della

bandiera,...). In altre culture ad esempio il bianco è segno di lutto. Ogni cultura sceglie i propri significanti per

trasmettere dei significati → per questo è difficile l'interculturale. Ci sono segnali, segni, che sono

comprensibili all'interno di una comunità e interpretabili solo lì, i segni sono espressione delle culture, sono

arbitrari e fissati all'interno delle culture. La cultura è libertà di scelta dei propri simboli. Roland Barthes,

affascinato dalla linguistica, fece questa osservazione: la linguistica fa parte del grande mondo dei segni, ma

non c'è sistema di segni che non debba passare attraverso la linguistica per essere capito. Non è così facile

interpretare segni, invece con la lingua possiamo spiegarli tutti → riprova dell'onnipotenza semantica.

Segni della lunghezza consonantica: un solo grafema e due punti oppure raddoppiamento del grafema.

L'affricata richiede due grafemi, è una combinazione di occlusiva + fricativa (si crea una frizione). Le fricative

sono s, z, f, v, e anche la palatale ʃ (grafema che nota una fonema, a differenza dell'alfabeto tradizionale per cui

è uguale a “sc”). L'affricata è stata individuata con l'inversione della pronuncia: “zio (zeta sorda = ts; zeta

sonora = dz), mezzo (= mɛdz:o/med:zo/medzdzo/meddzo: ci sono vari sistemi), zero”. “Asciutto”: tre grafemi

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per un suono unico, per un fonema: “aʃutto”; non va la “i” in queste situazioni tranne nel caso “sci” = /ʃi/. “Ieri”

= /jeri/--> j = legamento, approssimante, semiconsonante; i+vocale = semiconsonante, di solito in

composizione con le vocali (dittongo ascendente = si ascende verso la piena vocalità, j+v; w+v e l'accento va

sulla vocale (il centro della sillaba è dato dalla seconda vocale, la prima crea un contorno consonantico, si

chiama semiconsonante perchè non è completamente occlusiva); invece: “idea” = i pienamente vocalica.

“Ideali” = i-de-a-li--> iato: incontro di vocali che non fanno dittonghi. IPA significa una gran parte di grafemi già

noti e un'altra aggiunta per riprodurre meglio la realtà del suono:

p / b, t / d, k / g = occlusive vere (chiusura totale poi apertura)

s / z, ʃ, f / v = fricative cui devo aggiungere la fricativa alveopalatale (suono “sc”)

m, n = nasali

l, ʎ = liquida cui aggiungo la liquida laterale (suono “gli”)

r = polivibrante

“Agnello”: doppia, consonante lunga, come “aglio” (rapporto grafema : fonema, 3 : 1).

Così le vocali: a, ɛ, e, i, ɔ, o, u.

Tre simboli della “n”: uno corrisponde al suono “gn” (ɲ), uno in italiano non viene usato, mentre un altro

segnala un allofono, ɳ (cfr “ancora”: la lingua va verso l'ugula, suono uvulare, che indica suoni più cupi;

“anfora” = ['aɳkora] → due allofoni inevitabili, vicino alla velare anche la nasale assume coloritura velare, è il

caso di assimilazione. A volte la variante velare viene segnata con “ɱ”. “Impossibile” = viene da “in+possibile”:

nella pronuncia avviene l'assimilazione regressiva (il suono secondo influenza il primo, il contrario

dell'assimilazione progressiva). “Gnocco” = /'ɳɔk:o/. “Uomo” = /wɔmo/. “Agnello” = /aɳ:ɛllo/. Le affricate

(occlusiva + fricativa): sono un digrafo: ts (“cera”) / dz (“zero”); ʧ (“zio”) / ʤ (“garage”). “Giorno” = /ʤjorno/.

Approssimanti o semiconsonanti: j, w.

Attenzione alla vocale tonica se aperta o chiusa.

Esercizi:

“Migliore”: /mi'λ:ore/

“Scenario”: /ʃe'narjo/

“Giornale”: /ʤor'nale/

“Cassa”: /'kas:a/

“Casa”: /'kaza/

“Cuore”: /'kwore/

“C'era/cera”: /'ʧera/

“Accoglienza”: /ak:o'ʎ:ɛntsa/

“Abbracciare”: /ab:ra'k:jare/

Quando c'è l'accento tonico la sillaba si allunga. (cedi “ascella, ascensore”)

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*= indica in linguistica storica forme ricostruite dai linguisti; in linguistica generale indica una forma non

accettabile, non grammatica, che non fa parte della lingua in questione.

Il parlante deve avere una competenza parlante-ascoltatore: sa riconoscere ciò che è / non è parte della

propria lingua; può anche non sapere nulla di lingua, ma deve sapere le combinazioni di fonemi possibili e

altre impossibili (lo sostiene Chomsky). Ogni suono prevede una certa configurazione, e le configurazioni

impossibili (dipendono dalla capacità articolatoria) non sono in nessuna lingua: cosa che fa parte degli

universali, mentre il numero dei fonemi fa parte di una scelta arbitraria, è un fatto culturale, e corrisponde a

quello che le comunità hanno scelto.

N velare e n dentale sono varianti allofone, varianti di un unico fonema, il fonema è uno, ma ha diverse

realizzazioni, configurazioni. R moscia: variante libera; “antenna, ancora, anfora”: varianti che dipendono dal

fonema vicino, sono variabili dipendenti, allofoni o varianti combinatorie, sono determinate dalla

combinazione dei suoni. Ma né l'una né l'altra cambiano il significato della parola cfr vedi con la prova di

commutazione. Poi ci sono varianti regionali, culturali dettate dalle abitudini culturali, sono varianti

sociolinguistiche che dipendono dal territorio (cfr i parmigiani che hanno la r moscia). La linguistica studia la

langue che non cambia e ha uno schema di riferimento; mentre la sociolinguistica guarda la lingua all'interno

della società per cui si interessa delle varianti. Lo standard è una lingua in parte artificiale, studiata a tavolino,

è stato selezionato il dialetto di base, è stato ripulito dai toscanismi esagerati nella pronuncia e nel lessico, ed è

stato imposto. L'italiano è un dialetto, una variante fra tante presa a modello--> tratto molto convenzionale.

Ogni lingua nazionale deriva dal dialetto, il dialetto viene prima della lingua nazionale, in questo caso l'italiano;

il dialetto è il risultato del latino parlato nelle varie zone d'Italia e in ogni zona ha assunto caratteristiche

particolari. La lingua è un fatto di unione all'interno, di una nazione, e di distanziamento, dalle altre nazioni:

fatta l'Italia si è fatto l'italiano: lingua depurata e ripulita da forme troppo dialettali (è stato scelto il fiorentino

per il prestigio letterario), ma è un fatto culturale, surrettizio. Il dialetto è parlato da un numero minore

rispetto al numero di chi parla lo standard: è un fatto quantitativo, non qualitativo. Dal punto di vista

sociolinguistico vanno considerate le varianti diatopiche, che riguardano il luogo.

Le cinque varianti: diacronia, diatopia, diastratia, diamesia, diafasia. Variante diacronica (dia = prefissoide,

prefisso con significato forte): linguistica storica, studio della lingua nel tempo, variazione in riferimento al

tempo; variante diatopica: in base ai luoghi; variante diastratica: la lingua varia in base allo strato sociale, ma

anche istruzione (livello professionale); variante diamesica: in base al mezzo, scrivere e parlare non sono la

stessa cosa, anche se lo stanno diventando con le scritture elettroniche (cfr e-mail); variante diafasica: dal

greco “phemì”, variante determinata dal contesto d'uso, è la variante di registro (una volta detto stile), che

dipende da dove sto parlando, con chi sto parlando, di cosa sto parlando (alcuni temi impongono l'uso di

alcuni termini rispetto ad altri).

*IHMC--> CmapTools (schema simultaneo e olistico--> ipertesto)

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Linearità della lingua: caratteristica che è una forma ineliminabile del linguaggio umano che è lineare,

consequenziale nel tempo e nello spazio, ma è anche un limite, una gabbia, altrimenti caos, incomprensibilità.

Diverso è l'ipertesto come la Cmap che permette la globalità degli elementi, ma per leggerla bisogna leggere

un punto dietro l'altro, così i quadri: anche se mi danno un'impressione globale, per analizzarli devo procedere

in modo lineare: la linearità fa parte della dimensione umana e delle lingue che sono un prodotto dell'uomo.

Prodotti della linearità sono la combinatorietà = combinare nella linea (sintassi: sequenza ordinata di elementi,

è un nostro modo di muoverci) e ricorsività. Esistono anche gli elementi discreti, oltre alla linearità: il discorso

sulla lingua è tutto legato, dall'unità minima fino al concetto generale. IPA: altra caratteristica è la congruenza

(tra simbolo e suono); è un sistema convenzionale, un codice di trascrizione dei suoni, come la lingua che è

arbitraria e convenzionale.

MORFOLOGIA

Fonologia e fonetica costituiscono il primo livello. Il secondo livello, per il concetto della doppia articolazione

(cfr Martinet), è rappresentato dalla morfologia. I fonemi sono le unità di primo livello ma di seconda

articolazione, secondo la definizione di Martinet, e non hanno significato, ma si combinano fra di loro secondo

certe regole: ci sono combinazioni possibili/impossibili e altre preferenziali (infatti non tutte quelle possibili

sono sfruttate). R, L, N, M vengono segnate con il coefficiente vocalico (pallino sotto le lettere), tutte queste

consonanti sonore hanno un coefficiente vocalico che si può sviluppare, e in latino si sviluppano con la vocale

vicino (“ar, al, an, am”), per somiglianza con il sanscrito, antica lingua indiana: alcune parole indiane si è

scoperto che assomigliano a parole latine (già dal '500), anche per quanto riguarda la grammatica, così si è

scoperto che sono due lingue sorelle, figlie di una madre comune, l'indoeuropeo (le lingue europee sono

parenti delle lingue tra l'Europa e l'India, anche delle lingue persiane; non è un caso che ci sono somiglianze

tra l'arabo e l'inglese). Sono somiglianze sistematiche, ovvero che fanno sistema, non sono sporadiche né

casuali → dimostrazione che le lingue sono geneticamente affini. Alcune lingue non tollerano sonante +

consonante per cui sviluppano la vocale (è un fatto di libertà di ogni lingua). Cfr il gruppo consonantico “pr” va

bene per iniziare qualsiasi parola, ma non all'inverso: ci sono percorsi preferenziali, una lingua è idiosincratica,

ha un suo temperamento interno e fa scelte secondo questo (cfr inglese = temperamento alla semplificazione,

a ridurre le parole alla radice, va verso l'isolante [per questo aspetto vicino al cinese, la lingua isolante per

eccellenza: ciò che dà senso alle parole è il contesto), diverso totalmente dalle sorelle lingue germaniche). Le

lingue cambiano secondo un proprio temperamento interno che le fa assomigliare a lingue con cui non hanno

nessuna parentela (cfr cinese e inglese, invece latino e tedesco si somigliano perchè provengono

dall'indoeuropeo). Il tipo linguistico (tipologia linguistica nel mondo) è diverso dalla famiglia linguistica. Le

lingue hanno storie determinate dalla loro origine e dalla loro tendenza evolutiva che va in una direzione

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invece che in un'altra: le lingue si guardano in due modi → o si fanno le genealogie (basate sul gene) o

tipologia (basata sui tipi grammaticali, sulla somiglianza di strutture). Le lingue possibili sono quelle consentite

dal nostro cervello, i tipi linguistici sono pochi e sono quelli grammaticali, bene determinati, sono le

combinazioni preferenziali della morfologia. La fonetica studia i foni, elementi del parlato, la fonologia (che si

occupa della langue) i fonemi, elementi del sistema. La morfologia è il secondo livello della lingua e della

linguistica (le caratteristiche della lingua si riproducono nella linguistica, cfr “la psicologia” e “la tua

psicologia”: disciplina = oggetto, contenuto; la morfologia è sia studio di un livello della lingua sia un livello

della lingua stessa). Più salgo lungo la piramide rovesciata e più le unità crescono di numero: le parole sono più

numerose dei morfemi; le configurazioni che si creano utilizzando i morfemi sono più grandi dei morfemi

stessi--> rispetto del principio di economia, è una gerarchia crescente. I fonemi sono più di trenta sicuramente,

i morfemi sono di più ma hanno un numero finito (è lavoro consapevole che avviene in pochissimi secondi, ma

per la nostra percezione inconsapevole, quando sostituiamo i morfemi nelle parole: nella nostra lingua è più

facile, mentre in una lingua straniera bisogna ragionare).

La morfologia è quella parte della linguistica che studia le forme delle parole (dal greco “morphè”). È forse

una parola introdotta da Goethe nello studio della botanica (“morphologie” in tedesco, poi da lì è passata alla

linguistica, perchè la parola è una costruzione, un insieme di elementi). Le morfologie sono arbitrarie però le

lingue scelgono la forma delle parole. Ogni elemento porta significato, nelle lingue indoeuropee la parola è

articolata (da “articulum”), è una struttura in cui ci sono giunzioni, strutture flessibili, e la parte che porta più

significato è la radice. Sono importanti i punti di giunzione dei morfemi, le articolazioni. Se sostituiamo i

pezzetti che sono i morfemi da un verbo posso fare ad esempio un nome (“spostare--> spostamento”;

“muovere → movimento → movimentare → movimentazione); al limite la morfologia è infinita: si possono

generare continuamente parole (“stoppare, linkare, scansionare, scannerizzare”), infatti tendiamo a prendere

le parole, quelle che vengono da fuori, e a farle obbedire alle regole dell'italiano. La regola, la concordanza

sono molto forti in italiano, tendiamo a fare tutte le forme della flessione verbale → temperamento della

lingua italiana che sente molto forte la grammatica della flessione, non c'è parola, anche onomatopeica, che

alla fine non obbedisca a questa regola (cfr “pio pio” → “pigolare”, anche l'onomatopea si piega a questa

regola scritta, regola grammaticale che prima è del nostro parlare e carattere tipico della nostra lingua). La

lingua è nel sangue, l'abbiamo incamerata quando abbiamo iniziato a sviluppare la nostra lingua madre.

Flessione, coniugazione e declinazione. Flessione è tutto ciò che è modifica della parte terminale di una

parola; con desinenza si intende l'ultima parte che indica persona e numero. Cfr verbo “andare”:

polimorfismo, suppletivismo difficile per il bambino che tende a sviluppare una regola interna (“vadare”): il

bambino applica ciecamente come una macchina le regole che coglie intorno a sé (cosa sostenuta da

Chomsky). La morfologia c'è perchè è comoda: si gioca sulla combinatorietà, sulla ricorsività: con pochi

elementi ne ottengo molti → principio di economia, la morfologia è presente in tutte le lingue sempre per quel

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gioco creativo: la morfologia crea la varietà di cui abbiamo bisogno (“andavo-andai”: differenza morfologica

che esprime diversi significati). L'indicativo esprime l'oggettività (la frase apofantica), diversamente dal

congiuntivo che esprime la soggettività, l'eventualità, l'ipotesi → serve, ha una sua utilità. La morfologia serve

a modificare il significato del radicale, della radice (“leg”) che poi la terminazione precisa (“legenda” = “cosa da

leggere”; “leggevo”;...). L'italiano come molte lingue indoeuropee ha la radice in una certa posizione, non è un

caso, la radice sta a sinistra (come non è un caso che la nostra lingua costruisce da sinistra:

soggetto+verbo+oggetto...); invece il giapponese costruisce all'opposto. Di solito c'è R + S (suffisso) + D

(desinenza a volte) = “legg/er/ei”; “leggermente” = “leggero” + “mente” (= “con mente leggera”, sintagma

cristallizzato quasi avverbiale che si è fuso) → per regola gli avverbi sono monomorfemici. [*“lèggere” diverso

da “leggére”]. “Alleggerire” = M (morfema) + leggero + M = un prefisso e un suffisso. Da un aggettivo posso

fare un verbo, dal verbo un sostantivo → “alleggerimento”. È una morfologia flessiva: si cambia solo genere e

numero, mentre la parola rimane la stessa. In “alleggerire” ho tre morfemi: la radice sta in mezzo perchè ho un

prefisso, ma ci sono cose preferenziali (dico “alleggerimento”, non direi mai “alleggerezza”, non c'è il

polimorfismo assoluto, ci sono delle preferenze, ma sono tanto iscritte nella testa che noi le formuliamo così

quando parliamo senza accorgercene). “Alleggerire” viene da AD > AL +... = è avvenuta l'assimilazione

regressiva; in questi casi è difficile legare i morfemi. Le parole hanno punti di congiunzione, non sono

monolitiche, anche se ormai l'operazione mentale è inconsapevole, c'è la falsa impressione dell'automatismo,

in realtà rapidità di esecuzione dettata dall'automatismo. Gli avverbi che terminano in “mente” ancora

mantengono questa trasparenza linguistica, anche se vengono dalla sequenza latina determinante +

determinato. Morfologia derivativa: da una parola ne derivo un'altra, la derivativa fa derivare da un nome un

verbo, da un verbo un nome, da qui nascono le parole nuove (cfr economia della lingua). La lingua ricicla, fa un

bricolage. Dispositivo generativo, algoritmico, automatismo della lingua di cui parla Chomsky: riconosciamo

delle strutture a da poche regole generiamo strutture infinite. La morfologia è una risorsa di tutte le lingue,

chiaramente di tipo diverso, ognuna obbedisce al temperamento di ogni lingua: il tipo italiano è quello

flessivo, tutte le lingue indoeuropee sono di tipo flessivo. Il tedesco, pur essendo una lingua indoeuropea, ama

la composizione (“campionato del mondo di calcio” lo dice in un'unica parola). Invece in inglese una sola

parola indeclinabile assume diverso significato a seconda del contesto. Qui si vede la differenza di gusti, di

carattere di ogni lingua. La morfologia è creativa e generativa molto più della fonologia e della sintassi, la

parola è un'architettura, è una costruzione che ha un senso, e l'ordine dei morfemi non può essere scambiato

(sapienza del parlante: prima processo derivativo, poi flessivo, come “alleggerimento”). La flessione è una

parte della morfologia diversa dalla derivazione (da una parola ne costruisce un'altra, cambia genere

grammaticale). Infatti il dizionario mi riporta i derivati, ho altri lemmi che arricchiscono il vocabolario di una

lingua, mentre la morfologia flessiva mi dà tutte le possibilità formali (asse paradigmatico). Quella derivativa

non ha mai fine, si possono sempre generare parole nuove (“ultimo>ultimissimo>ultimissimissimo”).

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Morfologia (libro) → derivativa (libreria,....)

→ flessiva (libri,...) [riga perpendicolare]

La morfologia derivativa crea parole nuove. La morfologia è anche studio della costruzione delle parole. La

morfologia è un modo di dare risposta a ciò che l'uomo inconsciamente conosce. Parola: unità riconoscibile o

unità sonora → la lingua è qualcosa che agisce secondo i propri schemi → “iuxta propria principia”. L'entità

“parola” è qualcosa di ambiguo. Flessione: forme della stessa parola.

CAPO → caporale, capitano, cappello, capostazione

→ capi, capa [riga perpendicolare]

Nel vocabolario ci sono lemmi: troviamo infatti forme canonizzate delle parole: per il verbo l'infinito, per il

nome il nome maschile singolare, ecc.. Si può parlare anche di linguistica statistica, certe cose si ripetono:

diventa anche un discorso di filologia. Noi certe cose ce le aspettiamo, non tutto ciò che viene detto è

strettamente informativo. A volte certe cose ce le aspettiamo: in un discorso ci sono cose attese e inattese,

che sono più informative. L'attesa mi aiuta a capire ciò che mi arriva: preparo l'ascolto, presuppongo ciò che si

dirà. La conversazione è una costruzione del ricevente, che si sforza di capire, sforzo aiutato dall'aspettativa,

e dell'emittente, caratterizzato dall'intenzionalità di produrre un messaggio che sia capito, per questo usa la

ridondanza.

Le parole hanno anche una struttura semplice o complessa. Analizzabilità delle parole → analisi dei morfemi.

In base ai morfemi le parole si distinguono in:

-monomorfemica /monomorfematica;

-polimorfemica /polimorfematica.

Storia delle parole: etimologia, scienza che va alla ricerca dell'etimos, del vero, del significato originario.

Etimologia di “oste” = da hostis, ostile. Storia di strutture: concetto della cosa inanimata perso in italiano

rispetto al latino. “IN-DUBIT-ABIL-MENTE” = ognuno di questi pezzi ha un significato: “in” in questo caso ha

valore negativo; “mente” dà il significato dell'avverbio che dice il modo in cui (l'avverbio sta con il verbo,

aggiusta il significato del verbo); “abil” è un morfema che si attacca alle radici di verbi e aggettivi e indica il

significato di “capacità di” (“X” + abil/ubil/ibil + e (la finale) = “impermeabilizzare”, “solubile, lavabile,

emissibile”: sappiamo mettere i morfemi nella sequenza lineare giusta, nessun analfabeta o bambino

scambierebbe di posto gli elementi della propria lingua, questione di uno schema innato, di una lingua

interna); “dubital” ha a che fare con il dubbio, avere dubbi = dubitare, il suffisso “itare” indica un'azione

ripetitiva, costante e continuativa, dà un'idea di iterazione in latino (significato perso in italiano), cfr esitare.

Come parlanti vediamo la struttura di una parola e siamo in grado di capire il significato. “Una persona

amabile” = persona simpatica, carina; “film vedibile” = film discreto → il significato è quello (in questo caso

“abil” = capacità di) ma poi ci sono delle sfumature, perchè delle forme si sono stabilizzate così. A noi interessa

la struttura interna della parola, la forma, i confini. “AMICH-EVOL-E” (“ch” è solo un fatto grafico, infatti in IPA

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“ch” = k) = aggettivo fatto da due morfemi. “E” morfema che indica il numero negli aggettivi a una sola uscita

(non indica il genere); “evol” è uguale a “bil”, è un'evoluzione diversa della stessa forma.

I trattini sono importanti per segnare i morfemi interni, iniziali o finali: -abil-, -ubil-, -ibil-, -evol- : sono forme

diverse dello stesso morfema, gli allomorfi: la funzione è una, esprime l'idea di possibilità, però si manifesta in

modo diverso a seconda della radice cui si attacca o dell'abitudine, in questo caso è un fatto regionale,

letterario, di gusto, di moda. Gli allomorfi sono forme diverse di una stessa funzione che può assumere diverse

forme. Cfr il plurale inglese è soggetto ad un'allomorfia (-s [sonora] “dogs”, -z “cats”, -es “dishes”). È un fatto

dettato dalla funzionalità, dalla comodità articolatoria, dal temperamento di una lingua.

“PRECIPIT-EVOL-ISSIM-EVOL-MENTE” = il prefisso di “precipit” ormai non è più visibile, alla nostra portata, per

cui non serve dividere il prefisso dalla radice, non c'è più questa trasparenza (parola che veniva da

“prae+capio”). Parola composta da cinque morfemi → parola polimorfematica. Normalmente l'italiano non ha

questa complessità amata dalle lingue germaniche e dal turco, ma non dall'inglese né dal francese. La

morfologia è il vero carattere della lingua, necessaria per capire il temperamento di una lingua. “Innenform” in

tedesco = forma interiore → quella è l'indole, la vocazione di una lingua, visibile nella sua morfologia. Adesso,

dopo questo excursus, la morfologia, oltre a essere studio della composizione della parole, è la grammatica

della parola, la grammatica è il complesso delle regole, delle istruzioni, e ormai la lingua è interiorizzata, la

grammatica della parola è la grammatica della forma, è una grammatica che non è prescrittiva, descrive il

saper fare, la competenza in base alla quale noi usiamo, produciamo parole secondo degli schemi e regole che

sono la grammatica della parola, ovvero la morfologia, la quale descrive ciò che è ciò che noi sappiamo fare (è

l'oggetto e la scienza che studia quell'oggetto). Chomsky con la linguistica vuol descrivere una lingua e anche

ciò che nella mente del parlante-ascoltatore (sono speculari) funziona quando parla e quando comprende

quella lingua. Grammatica non solo di una lingua, ma di tutte le lingue e del parlante.

Normalmente in italiano le parole hanno tre o quattro morfemi.

Eccezione con cinque morfemi: “IM-PERMEA-BIL-IZZ-AZIONE” = “in”diventato “mi” solo per un fatto fonetico, è

un allomorfo; “permea” dal verbo “permeare”; “izz” morfema che produce un verbo, è un suffisso per i verbi

che indica un processo, una procedura ripetitiva, standard. Negazione: “deimpermeabilizzazione” → aumento

il numero dei prefissi; cfr “incentivare - disincentivare”.

La morfologia: siamo al secondo livello della lingua ma alla prima articolazione secondo il principio di Martinet.

La prima articolazione è quella dei significati minimi. Esistono i significati dei morfemi scomponendo le parole

complesse formate da una radice e un suffisso → forma delle parole delle lingue indoeuropee. Che ci sia un

nucleo significativo e parole diverse fra loro per quanto riguarda la funzione, quindi comportamenti che hanno

all'interno di una frase od enunciato, vengono distinte secondo la combinazione delle parole, come si

accostano ad altre parole, non nella classica divisione (sostativi, verbi..): è un'analisi di tipo distribuzionale, si

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guarda dove si sistemano certe parole. Analisi distribuzionale che guarda le costanti di distribuzione di certe

parole, elementi che hanno la stessa distribuzione appartengono alla stessa categoria grammaticale: i nomi

sono quelli che si comportano in un certo modo; es. l'articolo si colloca prima di un nome, difficilmente prima

di un aggettivo o un verbo, a meno che non assumano una funziona sostantivata. Esistono regole sotterranee,

le regole del parlante, strutture costanti dettate dal fatto che il parlante interiorizza le regole fin da piccolo.

Guardare alla distribuzione costante di un elemento ci dà un criterio oggettivo per definirlo senza ricorrere a

categorie metafisiche. Un termine come “preposizione” (molte lingue hanno anche una post-posizione) è una

denominazione più empirica, scientifica oggettiva rispetto a “soggetto,...”. Avverbio è una parola già meno

trasparente, perchè non sta solo con il verbo. La linguistica tende a utilizzare modi descrittivi che si rifanno

alla realtà delle cose, senza ricorrere a categorie trascendentali. Categorie: quali e quante sono le parti del

discorso, o meglio gli elementi che nella frase hanno molta probabilità di apparire?. Le tradizionali parti del

discorso sono nove e sono: articoli, nomi, pronomi, aggettivi, verbi, avverbi, preposizioni, numerali, interiezioni

(esiste una teoria per cui il linguaggio umano è nato dall'interiezione, che significa “lancio, metto nel mezzo”;

teoria ohissa). Sono elementi, categorie che hanno distribuzione simile, ma che svolgono funzioni diverse.

es. “Piero legge la rivista” = quattro parole fatte di fonemi → faccio le prove se ogni parola è libera di stare

dove vuole:

a)Piero legge; c)la rivista;

*b)legge Piero; *d)rivista la;

*e)legge la;

*f)Piero rivista;

*g)Piero la;

*h)la Piero.

Sono possibili solo due combinazioni fra queste, sono più di quelle impossibili, ci sono regole restrittive nelle

nostre lingue. Il fine del parlare è costruire frasi, non c'è niente sotto e sopra, e si parla per frasi. Dalla costanza

di queste strutture si desume la regola interna, posizioni restrittive e non si sconvolgono più. Con questa

struttura posso fare infinite frasi → poche regole e infinite strutture; ricorsività e combinatorietà delle regole

(le frasi le sistemo in subordinazione = gerarchia che c'è sempre anche nella costruzione della sillaba o in

coordinazione, in parallelo). Se si vuole descrivere un fenomeno linguistico si può sintetizzare in un'unica

formula. Certe categorie di parole assumono determinate posizioni e non altre, certe altre sono più libere.

L'articolo ha una sua posizione che non può cambiare, ma può cambiare la posizione dell'aggettivo rispetto al

nome. “Belli, polli, grassi, miei, quei, quattro” → “quei miei quattro belli polli grassi”; “quei miei quattro polli

belli (sfumatura avverbiale) grassi”; “quei miei quattro bei polli grassi” → in base alla posizione mutamento

fonetico adeguato delle parole, cfr “quei miei quattro begli amici grassi”. C'è una variabilità nell'ordine, ma

anche una sequenza, una gerarchia come nel caso degli aggettivi, cfr “palla rossa”. Se c'è un elemento che si

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chiama testa, il nome, e l'aggettivo, in italiano la testa è a sinistra, mentre in inglese è a destra; la testa è

l'elemento portante di un complesso. “Indossò il suo cappello di paglia di Firenze”: di Firenze indica la

provenienza della paglia. Posso solo dire “indossa il cappello”. “Verso casa”: la testa qui è la proposizione, non

posso dire solo “casa”. Regole sotterranee, interne che stanno nella costanza della combinazione, non sono le

regole del libro ma è il parlante che sceglie quella combinazione. La linguistica dice come si fa a parlare, deve

essere scientifica. Questo discorso in parte è morfologia, in parte sintassi, perchè non solo è la forma ma

anche il suo comportamento .

Il ragazzo Legge = va bene solo per il ragazzo

*Il pesce

*la virtù

*La pietra

Le parole le classifichiamo non solo in base alla combinazione (SVO= da sinistra). La competenza del parlante è

quella per cui lui solo sa riconoscere le frasi della sua lingua, quelle costruite secondo le regole della sua

lingua. “La ministra” = non va bene, è grammaticalmente poco accettabile, in italiano c'è l'accordo tra articolo

e sostantivo. Le frasi violano una regola esistenziale, noi diciamo che una cosa non è vera in base alle

esperienze di vita, ma sappiamo che esistono anche le bizzarrie, le favole, e tutto questo rientra nel sapere (cfr

doppi sensi): si può dire il significato primario della lingua, ma poi si può giocare con i doppi sensi, al livello

della semantica. Le parole hanno un significato, significato del lemma, ma una parola ne ha più di uno. Sotto la

parola “leggere” c'è qualcosa che nel vocabolario non c'è, ovvero che richiede un soggetto umano. Dentro il

significato di una parola c'è anche l'istruzione per l'uso, chi lo può fare, oltre al significato letterale. Significato

di “dare” e “donare” = significato che fa intervenire sulla scena, la frase è una scena, il verbo è ciò che la

dinamizza (cfr “donare”: ci vuole uno che dà, uno che riceve e l'oggetto: è un verbo a tre posti, a tre

argomenti, attanti). “Piove”: verbo a un posto solo. Il significato è in mezzo, pervade tutto; il senso è quello

che la parola acquista in un contesto. Il significato è letterale. Non siamo a livello della semantica che però

entra sempre in gioco nel nostro parlare, noi ricerchiamo il senso ci chi ci parla. La grammatica consente

queste strutture linguisticamente corrette, ma non è accettabile nel significato primario di “leggere” che

richiede un soggetto umano. I nomi propri sono cose individuali e non numerabili, le cose numerabili sono

oggetti. Nome-massa: sangue, con cui non posso fare il plurale; acqua, diverso da nomi numerabili: l'inglese

distingue quando deve usare il quantificatore (much/many). Distribuzione nell'uso diversa tra italiano e

inglese. Le parole hanno un significato → analisi distribuzionale. La distribuzione è contare quali posti e quali

mai, essa dice che un elemento occupa solo quei posti. I tratti distintivi stanno dentro i significati: cfr tabella

dal nome “matrice” (la lingua è digitale; sordo / sonoro = + e -); un fonema si distingue da un altro per i tratti

che contiene. La nozione di tratto si usa in morfologia, semantica. Alla scuola di Praga (1929) in cui esponenti

furono Martinet, Jakobson e Troubeckoj, che hanno fatto la fama della scuola di Praga, in particolare per le

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teorie fonologiche, partirono dagli studi sulla letteratura, anche la fiaba russa, per poi studiare la lingua nella

sua struttura → nasce la scuola di Praga come scuola di linguistica dedicata allo studio dei fonemi di tutte le

lingue del mondo → il suono si può descrivere in base a una matrice, la presenza o assenza di un certo tratto;

due elementi: struttura e descrizione binaria (economia del metodo descrittivo). In base al parametro

sonorità b: +; p: - → unica distinzione tra b e p. Questo sistema delle matrici si applica anche a livello dei

significati: tratto umano → uomo: +; pietra: -; tratto di “leggere” → uomo: +. I tratti si scrivono con + e –, e tra

parentesi: matrice semantica → /+concreto/ /+femminile/ /+plurale/ = “panche”; /+umano/ /+concreti/ /

+femminile/ /+plurale/ = “ragazze”. Dentro ogni parola ci sono questi connotati. “Quelle panche sorridevano

felici” = le parole “sorridevano” e “felici” non hanno tratti che possono stare bene insieme a “panche”. “Le

idee verdi dormono furiosamente” (esempio di Chomsky) → frase sintatticamente ben costruita ma

incompatibilità fra le parole che nasce dall'incompatibilità semantica: nella matrice di ogni parola c'è qualcosa

che non va bene con la parola che segue, questa è la contraddizione. “Il cane abbaia” = compatibilità

semantica e solidarietà sintattica, perchè di solito queste due parole compaiono insieme (tutto coopera per

garantire il passaggio sicuro dell'informazione; cooperazione nella comunicazione: il parlante ricostruisce in

base all'aspettativa ciò che non ha sentito). Il tratto con il + si chiama marcato, quello con il – non marcato:

elemento marcato e non → tratto marcato significa caratteristica: la parola “macchina” ha meno tratti

distintivi rispetto a “macchina da scrivere, macchina automobile”; invece per “macchina” nel senso di

“automobile” è specifica (perchè la parola “automobile” è più scomoda), per il resto è generica, neutra, è una

parola passepartout come “fare, cosa”. “Fare” è un verbo a due argomenti minino (nel senso che se assume un

significato più specifico può richiedere più argomenti), ha due tratti, e tutto il resto è vago, è un verbo neutro,

non marcato, ha pochi connotati, le parole generiche sono non marcate. “Gli uomini della terra”: non marcato

rispetto a “donne”, femminile è un +; mentre il maschile è neutro, generico (“tutte le donne della terra”:

categoria marcata, specifica rispetto a “tutti gli uomini della terra”, categoria esclusa: gli uomini). Concetto di

neutro: indifferente può essere l'uno e l'altro e nella matrice è indicato con + e - uno sopra l'altro. In tutte le

lingue il maschile va bene per il femminile invece non vale viceversa, il maschile è l'elemento non marcato → è

un universale linguistico. Dagli anni '60 interesse per le lingue antropologiche, per capire quali categorie ci

sono in alcune lingue e quali no, quali idee, concetti in tutte e quali solo in alcune, ricerca degli universali

linguistici il cui pioniere fu Greenberg che ha classificato un numero elevato di elementi, gli universali

implicazionali, ovvero se c'è questo elemento implica anche l'altro (la rosa implica che sia fiore), è un rapporto

logico che abbiamo tutti (cfr non possiamo dire “Quella zitella è sposata”, né “è vedova”, posso solo dire “si

sposa”; la parola è una pacchetto di significato, una parola è una matrice, dentro ha dei tratti, è un pacchetto

di tratti, la parola non è qualcosa di monolitico. Il fonema non è un'unità; tratto fondamentale per la

descrizione linguistica, a partire dal fonema che è un fascio di tratti perchè posso cambiarne uno solo per

cambiare un fonema, così come un fonema è un fascio di tratti distintivi; compito della linguistica è far uscire

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questi tratti. La lingua è fatta matematicamente, è composta di tratti che aggiungiamo o togliamo, che noi

vediamo con gli occhi della mente. Le parole nella testa si organizzano anche per forma molto spesso, noi le

organizziamo in base alla somiglianza esteriore, tutte queste sono forme della parola astratte: (costrut) X-tore;

X-ore: al posto di X sta qualcuno che fa quella cosa lì, è un morfema grammaticale; mentre a sinistra sta il

morfema lessicale (sta in una posizione preferenziale anche per una questione anche di ritmo, abbiamo una

sensibilità ritmica). Vedi: Vallortigara in “Menti senza linguaggio”, sugli animali. Il linguaggio si è sviluppato a

discapito di altri elementi e circuiti (gli animali hanno sviluppato altre reti neuronali, rispetto a noi uomini che

abbiamo sviluppato il linguaggio).

Morfologia delle lingue: è un dispositivo straordinario ed è anche un modo che ha la lingua per rappresentare

il proprio carattere, come la lingua rappresenta i propri significati e descrive il mondo. Solo la parola con la sua

morfologia dà una piena definizione del proprio significato. Dove non c'è morfologia acquisisce importanza la

parola autonoma, ma in quanto collocata in una determinata posizione all'interno della frase. In latino si

poteva dire “Paulus rosam dedit Claudiae” / “Paulus Claudiae rosam dedit” / “Claudiae rosam dedit Paulus” o

con “puer” al posto di Paulus = tendenzialmente il latino SOV, ma poteva cambiare perchè ogni parola si porta

la propria marca morfologica, può stare in qualunque punto; invece in una lingua come l'inglese, che ha perso

la morfologia dei casi, pur essendo una lingua indoeuropea, no; si è evoluta verso la semplificazione

morfologica ma la semplificazione non è a costo zero: se si semplifica la morfologia, si complica la sintassi: un

discorso deve portare tutte le marche significative perchè dall'altra parte venga capito. Se voglio far passare

l'informazione devo farla passare chiara. L'informazione è nata per una funzione non comunicativa, ma

espressiva, ma, visto che le idee passano da un uomo all'altro, essa segue delle regole. Ogni parola in latino

era un pacchetto informativo. In italiano è diventato: “ il ragazzo ha dato la rosa a Claudia” = qui abbiamo 8

parole invece delle 4 latine → le marche morfologiche sono state sganciati, tirati fuori dalle parole, il modo di

dare l'informazione cambia da lingua a lingua e anche nel tempo. Non c'è più la morfologia flessiva. Sono le

regole che la lingua si è scelta e ha semplificato nel tempo, semplificazione che va a discapito della chiarezza

dell'informazione, la semplificazione non avviene a costo zero (cfr il fatto che nel cervello umano la

specializzazione linguistica si è sviluppata a discapito di altri parti, rispetto agli animali). Le grammatiche sono il

modo in cui ogni lingua organizza le proprie idee, le convoglia in un messaggio e le fa passare, è un modo di

comunicare → temperamento, carattere di una lingua. L'italiano è una lingua flessiva perchè usa la flessione.

La morfologia flessiva cambia la forma della parola, non la classe del nome; invece la derivativa da una parola

crea un'altra parola (es. da un avverbio a un aggettivo,...: passaggio continuo, quasi circolare). Perché una

lingua cambi bisogna che la novità risulti comoda ai più: se grande consenso > cambiamento nella lingua, ma

solo se condiviso (diacronia: mutamento linguistico nel tempo che si basa sul consenso dei parlanti). La

differenza tra il prima e l'oggi è che oggi è tutto più rapido rispetto a una volta, ora la comunicazione è

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massiva, ma anche dispersiva e aleatoria. La grammatica è il riflesso di un carattere linguistico, non nazionale

(discorso che attiene alla filosofia del linguaggio); cfr differenza tra inglese britannico e americano, il primo più

conservativo rispetto al secondo, infatti sono due nazioni, due popoli diversi; i fenomeni, i concetti avvengono

nella realtà di tutti i giorni, ma poi nella langue verifichiamo, tutto parte dalla fisicità umana. Varietà che sta in

un range molto contenuto, gamma di possibilità ristrette: le grammatiche sono la forma di una lingua, ma

rispecchiano anche la forma mentis, alla fine tutte le lingue si raggruppano in 5 tipi (si è tentata di fare una

sovrapposizione tra tipi linguistici e tipi etnici, e alla fine ci sono affinità forti). Il carattere nazionale ha a che

fare con il carattere della lingua, e con il tipo di grammatica. L'italiano viene definito una lingua flessiva; si

distinguono poi lingue isolanti, agglutinanti, polisintetiche. Radice, vocale tematica, desinenza: forma della

parola italiana (non abbiamo parole mono-morfemiche, come l'inglese; “puer” in latino, “boy” in inglese:

radice pura, parola di significato pieno, ma l'italiano ha una finale che è un morfema); le nostre parole mono-

morfemiche sono solo quelle grammaticali, oltre a quelle che sono prestiti linguistici). In ogni nostra parola si

può procedere con un'analisi morfologica. Morfemi liberi, possono comparire isolatamente: “per, in con”;

morfemi legati: devono sempre stare attaccati alla parola. Se una lingua si definisce lingua flessiva, con ciò si

intende il carattere dominante di quella lingua. Imperfetto: suggerisce un fatto negativo, ma se definisce il

tempo non ha lo stesso significato. Imperfetto del verbo = non è un tempo finito = indica un'azione

continuativa. La consecutio temporum era un equilibrio, nel momento in cui si enunciava qualcosa, tutto era

consecutivo nel tempo, ora non più, la semplificazione è in atto: quadro economico della lingua, cfr

telegramma. Le grammatiche hanno tanto elementi di contorno che servono nella comunicazione naturale

umana per spiegare meglio. Cfr “Lezioni americane” di Calvino, elogio dell'esattezza. Morfologia flessiva: “ho

dato “= analizziamo “ha”: h grafema per distinguerlo da “a” preposizione; è un verbo indicativo; presente;

attivo; terza persona singolare. *In gergo linguistico “Lui” è la non persona, la lingua infatti è nata dall'io e dal

tu. I morfemi si dispongono in linea: la nostra parola è una composizione di morfemi, ma qui dov'è la

sequenza? È un morfema che è anche un fonema e contiene cinque tratti morfologici → per questo l'italiano si

definisce una lingua flessiva-fusiva: i tratti d'informazione sono fusi insieme. Anche “è”: accento grafico, tratto

distintivo; anche qui le informazioni sono cumulate in un'unica forma visibile o udibile. Flessione in linea, ma

anche fusione: lingua flessiva-fusiva → cfr ragazzo: nome maschile singolare, tratto che è in “o” → i due tratti

sono fusi, non sono in linea → nozione di segno: il segno non è la parola. Il morfema è un segno, la parola è

un'unità intuitiva, ma è fatta di altri pezzetti, i morfemi, la parola è già una composizione e l'unità minima di

significato è il morfema, che è il segno saussuriano, segno linguistico → ha una faccia che si vede e una faccia

sotto, la funzione, il significato grammaticale. “Ha” è un segno che ha 5 significati e un solo significante, forma

fusa, vediamo solo un elemento ma sotto ci sono più significati. Il morfema è un segno, il morfema “o” è un

significante che contiene sotto due significati, di genere e numero. Cfr “fu”: presenta anche un significato

storico, aspetto culturale, infatti evocazione di Napoleone, cfr “Cinque maggio” di Manzoni. Le parole sono

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anche il condensato della storia. Alcune lingue usano il contesto, altre i morfemi. Lingue isolanti: cinese e

inglese; agglutinanti: giapponese e turco: parole formate da tutti i pezzetti riconoscibili, incollano tutti i pezzi

perfettamente riconoscibili; poi flessive e fusive. Nessuna lingua è pura, ha un tipo solo, in alcuni punti si può

modificare, infatti le grammatiche cambiano: cfr Ungheria, che si trova al centro dei popoli slavi, non ha una

lingua indoeuropea, ma che è parente con il finlandese: appartiene alla famiglia ugro-finnica (ungherese-

finlandese: “Finlandia” nella lingua finlandese si dice “Suomi”). Le grammatiche sono riconoscibili con affinità

evidenti. L'ungherese, siccome sta in mezzo in un'area tutta somigliante, si è modificato sotto l'influenza delle

lingue indoeuropee, perchè ne è circondato, non si può fare una barriera linguistica. Territori isolati che non

hanno confini artificiali, ma naturali come un'isola, che è difesa dai cambiamenti, presentano forme

linguistiche isolate, forme più arcaiche (si distinguono aree isolate, laterali, centrali); cfr ladino. Lingue isolate e

territori isolati hanno più possibilità di mantenere forme arcaiche perchè non sono sottoposte al flusso di

persone. Cfr lingue baltiche, dove si estendono?: teoria delle onde, formulata dalla glottologia, per cui

un'innovazione linguistica si diffonde dal centro con una serie di onde, tocca alcune aree finché non si

esaurisce la sua forza centripeta → tutte le zone attorno sono toccate da quell'innovazione, esistono zone

isoglosse: negli atlanti linguistici sono linee che uniscono i punti che hanno la stessa caratteristica (si delineano

in base a una determinata parola). Le grammatiche sono forme astratte, ma nascono e vivono all'interno di noi

e subiscono le derive dei fenomeni umani. I tipi grammaticali ci forniscono un criterio di classificazione delle

lingue, che possiamo classificare da un punto di vista genealogico (le lingue sono parenti), ma si può fare

anche una classificazione tipologica, per tipi, non per parentele. C'è un modo di classificare in base all'affinità

genealogica o all'affinità tipologica. L'inglese e il cinese, ad esempio, sono lo stesso tipo grammaticale.

Costituiscono criteri diversi con cui si guarda a uno stesso oggetto. Grammatiche simili possiamo trovarle

anche tra lingue che non sono parenti fra loro. Si distingue genealogia e tipologia. Se poi uniamo tutto,

vediamo che le grammatiche possibili sono poche → ciò ci riconduce alla forma del cervello. Tutto è spiegabile

con l'ottimizzazione della comunicazione → la frase è la scena che io racconto. Descrivo la scena e mi servo di

tutti gli strumenti che spieghino la scena dettagliata. Poi c'è l'ambiguità: funzione ironica e poetica della lingua,

non tutto è definito al dettaglio. Ci sono punti della lingua perfettamente definiti, poi vi sono dei buchi: da una

parte c'è la costruzione del messaggio da parte di quello che riceve; i significati cambiano nel tempo, la lingua

è in movimento e tutto nasce nella percezione e nell'emozione umana (ambiguità, equivoco..). I significati, per

quanto definiti, hanno un significato particolare per ognuno (cfr ogni parola può ricordare qualcosa a me e

qualcos'altro a te, che deriva dalla esperienza persona). Oltre al significato e senso della parola, c'è

un'ulteriore aggiunta di connotati personali, un'aggiunta di significati speciali che una parola può avere e che

dipende dalla cultura. La morfologia ha gli iuxta propria principia, così come la fonologia; ogni livello obbedisce

a regole sue.

LINGUA → è fatta di → fonemi: unità di seconda articolazione che compongono i morfemi

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→ è fatta di → morfemi: unità di prima articolazione

Il / lo / l': articolo maschile singolare, un significato per più significanti, più forme → allomorfi. “Letame,

bestiame, rame, pollame” = suffisso men latino indica il cumulo. “Legname, legna, bosco” (unica parola “bois”

in francese che si distingue nelle varie accezioni grazie al contesto): lo spazio è lo stesso ma una lingua lo

divide in caselle, l'altra no: ogni lingua divide a modo suo lo spazio semantico. Le grammatiche sono arbitrarie,

ma non tutto è possibile, arbitrarietà controllata dai limiti fisici della mente. Abbiamo una gamma ristretta ma

differenziata.

Mappa concettuale: di due tratti ne scelgo uno perchè non è economico dirne due e dico se c'è o non c'è; nel

caso del nome scelgo “comune” perchè non è marcato. La descrizione in tratti binari è più comoda.

I principi che governano la morfologia sono caratterizzanti una lingua rispetto a un'altra, sono principi che

hanno una gamma di possibilità in cui c'è una grande fantasia di risorse. È un campo in cui si esercita

l'arbitrarietà, già nei fonemi, ma qui si vede di più perchè il morfema è più consistente. La varietà si vede nella

morfologia molto più che nella sintassi, dove le strutture stanno in una gamma. Invece la forma della parola ci

suggerisce più considerazioni. Applicazione di una regola, di una costante → individuare allofono e allomorfo; i

parlanti acquisiscono queste regole senza che qualcuno gliele insegni. L'allomorfo è la variante formale di un

morfema, presente in tutte le lingue. Cfr plurale maschile in -i in italiano: “uomo - uomi” dice il bambino, che

non sa che uomo viene da “homo, hominis” (diacronia: insieme alla sincronia costituiscono due modi di vedere

lo stesso oggetto; la sincronia vive dentro la diacronia e viceversa). La funzione: un morfema può avere più

morfi che svolgono una funzione del morfema di riferimento. Concetto di zero: la città/le città: posto vuoto ma

significativo lo stesso, questo è lo zero linguistico; non vedo il morfema che svolge la funzione del plurale ma è

come se ci fosse. Il morfema non ha un significante visibile → morfo zero, più corretto di morfema, che è una

classe ideale, astratta, un concetto che può avere o no una forma visibile. In inglese “boy”: il fatto che c'è il

tema puro senza la s mi dice che è morfo zero e singolare, a questa radice poi si lega il morfema plurale. Anche

in latino si vede, invece in italiano è molto raro: ragazzo → non c'è la radice pura, c'è un suffisso oltre alla parte

significativa forte. Il lessico di una lingua si divide in parole piene e vuote, in radici e morfemi funzionali che

servono solo a modificare la forma di base. Le lingue agiscono in modo diverso: italiano diverso dall'inglese

che si è ridotto alla pura radice: l'inglese quando fa il plurale aggiunge, l'italiano quando fa il plurale

sostituisce, è una procedura diversa. È una morfologia che dispone in linea gli elementi → lingua flessiva-

fusiva: i prefissi stanno sempre prima, possiamo metterne anche due. In italiano non esistono verbi equivalenti

senza prefisso ai cosiddetti verbi parasintetici: “r(superstite di re)-in-cas-are”; “accasare”; “scasare”, ma

“casare” e “incasare” non esistono → verbi parasintetici: combinazione di parole in un'unica parola, è il

derivato dalla fusione di elementi diversi, il verbo si fa da un sintagma, da “in casa”. “Annottare, pernottare”:

non c'è la base, ma solo il composto, sono verbi che vengono da espressioni. La morfologia derivativa ha

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creato questi composti, che rende difficile l'analisi morfologica che dovrebbe far individuare gli elementi

minimi → es. “r-in-cas-are”: re-in–cas–are: bisogna isolare cose riconoscibili. Fenomeno fonosintattico,

morfosintattico, o meglio fonotattico, dovuto alla giustapposizione di elementi che si incontrano e si scontrano

→ per cui “accasare” viene da a + casa, ma poi c'è l'allungamento della consonante, in quel punto nel parlato

si rinforza la voce, lì cambia il suono per la posizione della preposizione in sequenza. “Avviare”: “viare” non

esiste!

Non ci sono tipi puri, una lingua non è solo un tipo ma quello è il suo carattere, è il suo marchio. Turco,

giapponese, hawaiano: lingue agglutinanti : radice + morfemi. Lingue polisintetiche: sintesi molto forte nelle

lingue amerindiane e eschimese; una parola è una sintesi di più morfemi, ma quello che viene fuori è una frase

completa di più elementi, una radice con tutti i morfemi funzionali. Esistono anche gli infissi, che si infilano

dentro una parola, la radice. L'italiano è considerata una lingua che non ha infissi, il tedesco li ha insieme ai

circonfissi. Raddoppiamento: il latino e il greco ne sono pieni; ogni lingua usa quel che può per esprimere un

concetto, un giudizio. Esistono anche i transfissi: è una classificazione posizionale, come si dispongono i

morfemi nella parola. Le formanti del diminutivo sono diverse, ogni parola ha quelle sue elettive; esse rendono

riconoscibili le parole. “Riso”: “risolino”; “campo”: “camp-icell-o”; “cantare”: “cant-icch(i)-are”. Cfr “laser” in

inglese è un acronimo: “light amplification by stimulated emission of radiation”, quindi andrebbe scritto con

ogni lettera puntata; in inglese tutti i nomi d'agente sono caratterizzati da “er” che contraddistingue i nomina

agentis. L'inglese analizza così: “las-er” → da qui il verbo “to laze” ottenuto per paraetimologia dai parlanti che

analizzano le parole secondo forme riconoscibili astratte, ottenuto per analogia con parole già esistenti.

“Gate”: era il nome di un albergo (dal nome di Walter Gate, propriamente significa “porta”) che poi è

diventato come l'italiano poli (cfr tangentopoli). I parlanti dove vedono una cosa funzionale la usano: “gate” si

attacca a qualunque cosa, è stato isolato con funzione negativa, da Walter Gate (cfr golden gate). Gate ha

assunto su di sé tutto ciò che rappresentato, è diventato icona di un episodio scandaloso, dopo di che porta

con se questa idea di scandalo nazionale. “Tangentopoli”: “mondo di tangenti”, da “polis” = città; composto da

cui hanno preso solo la finale per portare con sé il significato negativo di corruzione. È inarrestabile, è una

modificazione condivisa, per effetto di una selezione inconscia dei parlanti. I parlanti usano le parole per

l'efficacia, il valore che hanno; la linguistica descrive non prescrive, ma descrive anche i fenomeni della falsa

morfologia, della falsa analisi (es. toponomastica, il nome dei luoghi, subisce l'azione del tempo, cfr Golfo dei

Granci in Sicilia, da granchi, è diventato degli aranci; nomi arabi in Sicilia latinizzati). Poi esiste il fenomeno

dell'ipercorrettismo: una forma viene sentita come scorretta e il parlante la corregge ma non è un errore → cfr

“Trasanni”, le sonore diventano sorde in urbinate (qui la fricativa), fatto diventare “Trazanni”. L'ipercorrettismo

consiste nel vedere la forma corretta al di sotto della forma attuale, e si pretende il ritorno ad uno stato che

non c'era (infatti viene da “trans + amnes” = indicava un luogo di passaggio, dal punto di vista di chi arriva, “al

di là del fiume”), z “ripristinata” ma non è una z etimologica, la s lo era. Noi parlanti italiani lavoriamo molto

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sulle parole, quando sono eccentriche le riportiamo in regola, cfr prestiti inglesi cui attacchiamo suffissi e le

desinenze (scanner, link,...) → spia di come la morfologia sia il carattere della lingua, ogni parola non sfugge

all'inquadramento morfologico, noi dobbiamo dare una forma alle parole. Transfissi: ci sono lingue con strane

radici, ad esempio l'arabo e l'ebraico hanno tutte radici consonantiche (le vocali sono messe da chi legge) →

per questo i testi sacri vengono costantemente interpretati, perchè a seconda del materiale vocalico che si

inserisce le parole hanno un significato diverso. Sono radici trilettere, radici triconsonantiche di solito le radici

nude. Il parlante inserisce il materiale grammaticale → la varietà sta nella posizionalità. L'italiano ha un indice

di sintesi pari a 2:1 (= morfemi : parole, più sono i morfemi più è elevato l'indice di sintesi), un indice medio: di

solito le parole italiane hanno due morfemi, la radice e il suffisso; in altre invece l'indice è alto: le parole sono

poche ma i morfemi sono tanti. Noi siamo analitici, altre lingue sintetiche. Due parametri: massima analiticità

e sinteticità e in questa linea si posizionano tutte le lingue (è un continuum la divisione delle lingue per quanto

riguarda l'indice di sintesi non è discreto): l'italiano è vicino più al sintetico anche se più analitico del latino

dalle cui parole abbiamo scorporato i morfemi. Il cinese e inglese sono più analitiche, vicino alla radice nuda

(rapporto 1:1 = una parola : un morfema). Il latino è più sintetico dell'italiano: “domi” VS “a casa” .

Cfr radice araba: “k t b” → significato = “scrivere, oggetto scritto”: si usano schemi vocalici, uno schema

formale, si può aggiungere -i- -a-; -u- -u-, -a- -i-; -a- -a- -a-. Sono morfemi discontinui, interrotti, la radice viene

spezzata (come succede in “canticchiare”, ma l'italiano non usa gli infissi tendenzialmente): “kitab”: il libro;

“kutub”: i libri; “katib”: la scrittore; “kataba”: scrisse (= forma di citazione, terza persona singolare del passato

remoto, lemma del vocabolario arabo). “T l b”: leggere: “talaba-m”. Ci sono tipi linguistici misti:

Sintetico <--------------------------------------------------------------------------> analitico

Su questa linea si collocano le lingue; nelle grandezze più grandi, dove c'è un coefficiente di di soggettività,

l'elemento sociale, della moda, niente è discreto. Concetto di deriva: la linguistica deve essere anche

predittiva, saper rispondere alla domanda: qual è la tenenza della lingua, visto che se ne conosce il carattere?

Tendenza attuale dell'italiano: semplificare la ricchezza morfologica nel campo dei verbi. “Agrodolce”:

aggettivo, “capostazione”: nome → i composti; la classe del composto dipende dalla testa. La morfologia è un

processo di formazione, è dinamica, è la fucina di parole nuove che si fanno attaccando derivativi a radici

nuove. Gli acronimi vengono letti come parole: CGL (invece i nomi dei suoni in fonetica sono i suoni!);

l'acronimo è difficile da leggere perchè non ha vocali, per cui le mettiamo noi quando parliamo, come come si

leggono i nomi delle lettere e non le lettere stesse. Numeri e numerali: i numerali sono “uno, due, tre,..”:

numeri scritti sotto forma di parole diversi dal numero, che è una quantità astratta; la parola del numero è il

numerale, è il nome del numero. Noi adottiamo la numerazione araba: 4; o romana: IV: significato, contenuto;

parola “quattro”: significante, forma. Tanti grafemi (grafema diverso dal grafo!) per A: forme, significanti,

allografi. Principio di economia: nella diversità c'è una costante nelle lingue → la morfologia è quel settore

della lingua che crea materiale lessicale nuovo. Si formano parole nuove anche per antonomasia: procedura

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher P!X di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e applicata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Del Tutto Loretta.

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