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Domande esame linguistica generale

La linguistica tra diacronia e sincronia

La linguistica è la scienza che si occupa dello studio della lingua, concepita come strumento di comunicazione verbale, scritta e sotto ogni forma d’arte. Tale disciplina può essere divisa in due sottocampi: la linguistica generale e la linguistica storica. La linguistica generale si occupa dell’organizzazione della lingua, ne analizza le caratteristiche in un determinato momento, studiandone le categorie e le diverse strutture. Questa prima categoria è identificata anche come linguistica teorica, descrittiva e sincronica (dal greco syn ‘con, insieme’), poiché si considerano le lingue nella loro contemporaneità in un determinato momento storico e si concentra sui tratti caratterizzanti della stessa. Al contrario, la linguistica storica è definita diacronica (dal greco diá ‘attraverso’), e si occupa dello studio comparato delle lingue nel corso della loro evoluzione nel tempo.

Tale ramo della linguistica si può identificare nella glottologia dal momento che indaga non solo sull’origine della lingua, ma anche sui cambiamenti che la stessa subisce a livello fonetico, morfologico e sintattico durante il trascorrere delle varie epoche. Per procedere all’analisi diacronica di una lingua si studia quindi l’etimologia delle varie parole, ovvero la loro continuità nel corso della storia, dalla loro origine agli sviluppi che ne decretano i cambiamenti. Prendiamo per esempio il termine latino fossatum, participio perfetto del verbo fossare ‘scavare’: nasce come concetto di difesa delle città per impedire insediamenti nemici (si pensi, ad esempio, alla fondazione di Roma, quando Romolo scavò un fossato attorno alla città per impedire l’accesso al fratello). In generale, la costruzione di barriere attorno alla città come strumento di protezione è un concetto ripreso nelle lingue indoeuropee che riprendono il termine latino da cui derivano poi altri termini.

Possiamo dunque concludere che la linguistica sincronica (o generale) si interroga sul come di una lingua, mentre la linguistica diacronica (o storica) si interroga sul perché della stessa.

Cosa vuol dire comunicazione? E attraverso quali metodi si realizza?

La comunicazione è il passaggio e la condivisione di un messaggio o di un’informazione tra emittente e ricevente; deriva dal latino communis (condividere) e significa “passaggio di informazioni”. Perché la comunicazione abbia successo è necessario che i due soggetti stabiliscano un codice comune; questo non deve essere per forza verbale ma può essere composto anche da altri segni; questi ultimi sono ‘quel qualcosa che sta per qualcos’altro’, non si limitano alla comunicazione verbale ma comprendono anche indici, che per rapporto di causa – effetto esprimono il loro significato.

Il concetto di comunicazione può essere inteso in senso largo, sostenendo che tutto può comunicare qualcosa e quindi tutto è suscettibile di interpretazione, o in senso stretto, dove la comunicazione è intenzionale passaggio d’informazione tra chi parla e chi riceve il messaggio. L’intenzionalità infatti si presenta come elemento fondamentale per l’atto comunicativo, atto alla decodificazione corretta del codice linguistico. Il codice linguistico condiviso da più membri di una certa comunità, o linguaggio, può presentarsi come lingua storico-naturale o, come nel caso dell’Esperanto, lingua artificiale. La prima opzione è identificata nelle lingue nate spontaneamente nel corso dell’evoluzione umana come risposta a necessità descrittive, sociali, culturali, commerciali o religiose; esse sono libere espressioni dell’uomo e di conseguenza in continuo cambiamento e sviluppo. Le lingue artificiali, invece, possono sì ugualmente nascere con l’intento di comunicazione tra individui, ma in generale vengono create intenzionalmente dall’uomo dinanzi a esigenze specifiche di diversa natura (ne è una dimostrazione il linguaggio informatico, nato da esigenze scientifiche di programmazione di software).

Come citato prima tra le lingue artificiali ricordiamo l’Esperanto, ‘coniato’ tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento; questo esperimento linguistico venne ideato in un contesto di plurilinguismo al fine di mantenere un rapporto equo tra le lingue all’interno del quale nessuna avesse supremazia su un’altra. La speranza (da qui il nome ‘Esperanto’, colui che spera) era di creare una lingua semplice che potesse essere usata a livello internazionale. Venne ideata come codice ‘neutrale’ basato sulla struttura delle lingue europee e, nonostante si conti ancora un vasto numero di parlanti, non venne mai riconosciuta come lingua ufficiale.

Di cosa di occupa l’etimologia? Riguarda la diacronia o la sincronia?

L’etimologia è la scienza che studia la storia delle parole dalla loro origine e dalla loro evoluzione in campo fonetico, morfologico e semantico. L’oggetto di studio di tale disciplina sono gli etimi, ovvero la forma di un vocabolo che si considera all’origine della parola presa in esame. L’etimologia fa parte dello studio diacronico della lingua poiché si basa sull’accostamento di parole di epoche diverse e quindi sulla continuità di esse nel corso della storia, analizzandone le analogie e gli sviluppi che hanno portato alla modifica della forma o del significato.

Dal latino alle lingue classiche romanze si ebbero molte evoluzioni, indotte da necessità sociali e culturali diverse dalle precedenti e dalla formulazione di nuovi concetti ai quali dover associare nuovi vocaboli. Ne sono un esempio i termini latini domus e casa: il primo in epoca antica indicava in modo specifico delle ville in pietra dimora dei patrizi, il secondo invece indicava una capanna, concepita come l’abitazione del popolo. Proprio perché ‘casa’ rappresentava il termine più comune e utilizzato in epoca latina, passò all’italiano con il significato generale di domicilio, abitazione, residenza comune a tutti. Sebbene il termine utilizzato per esprimere il concetto di casa non sia più ‘domus’, quest’ultimo rimane all’interno del nostro lessico attuale assumendo però un significato diverso, seppur sempre derivante dal concetto originario: stiamo parlando della parola ‘duomo’, introdotta nella lingua per specificare un edificio di maggior prestigio rispetto a ‘casa’.

La lingua in diacronia: conservazione o innovazione?

Con un'osservazione diacronica si nota che alcune strutture si conservano, mentre altre invece cambiano. Le occlusive velari k e g, in italiano, si palatizzano quando sono seguite da una “e” o una “i”, mentre si conservano quando precedono a, o e u. Non vi è sempre, dunque, conservazione o innovazione, in quanto si mescolano in modo diverso nelle lingue. La mescolanza di elementi di conservazione e innovazione costituisce la base delle lingue romanze.

Quali sono i livelli di analisi della lingua?

Nello studio della lingua si distinguono quattro livelli di analisi, chiamati anche ‘piani’ o ‘componenti’.

  • Il primo strato riguarda la fonetica e la fonologia, che si occupano dell’articolazione dei singoli suoni e dell’organizzazione degli elementi della parola, si limitano quindi allo strato del cosiddetto ‘significante’, ovvero gli elementi del segno linguistico da noi percepibili attraverso i sensi.
  • Il secondo livello attua un’analisi morfologica (dal greco morphé ‘forma’), che si concentra sulla struttura della parola concepita come unità nel suo insieme.
  • Nel terzo si assume una visione più ampia procedendo sotto il piano della sintassi che si occupa della struttura delle frasi come organizzazione e combinazione di più parole. Questi due livelli d’analisi superano quindi il piano del mero significante per sviluppare il concetto di significante come portatore di ‘significato’, l’espressione esprime quindi un contenuto, un’informazione non materialmente percepibile.
  • L’ultimo livello, il più complesso, consiste infine nella semantica che attua una riflessione sul significato reale delle parole.

Di questi livelli di analisi la fonetica e la fonologia e la semantica costituiscono gli elementi più esterni, in quanto sono i contatti con la realtà esterna: da un lato la sostanza materiale che fa da veicolo fisico della comunicazione; dall’altro con la concettualizzazione e categorizzazione cognitiva che l’uomo compie del mondo in cui vive. Morfologia e sintassi rappresentano invece i livelli interni, in cui il sistema si organizza secondo i principi che governano la facoltà di linguaggio in quanto competenza specifica dell’uomo.

La differenza tra langue e parole

La coppia di termini langue-parole indica l'opposizione tra sistema linguistico astratto e la realizzazione concreta di esso. “Langue” indica l'idea della parola, (l'insieme di conoscenze e di regole che costituiscono la nostra capacità di produrre messaggi in una certa lingua); con “parole” si intende invece l'atto linguistico individuale, la realizzazione concreta di un messaggio in una certa lingua.

Ferdinand de Saussure, padre dello strutturalismo e insegnante di linguistica generale a Ginevra, nel suo libro ‘Corso di linguistica generale’ pubblicato del 1916, affronta il tema del linguaggio attraverso due concetti: langue e parole. Con langue ci si riferisce all’insieme di conoscenze mentali a cui facciamo riferimento quando parliamo una lingua, alle strutture grammaticali che registriamo passivamente senza alcun intervento riflessivo di natura personale; è la parte sociale del linguaggio, una convenzione nata dinanzi alle necessità di fenomeni di collettività nei quali c’era bisogno di associare in modo universale un’idea, o un concetto, ad un’immagine acustica, un segno. Proprio per questo, a differenza della parole, essa nel corso del tempo può rimanere oggetto di studio sebbene le lingue di studio non siano più parlate.

Con parole si allude all’uso concreto, all’atto linguistico individuale: è la realizzazione personale delle regole della lingua al fine di esprimere concetti, possibilità di articolare i suoni in modo diverso, esporre un’idea in modo soggettivo utilizzando determinati termini e pronunce piuttosto che altri. È un’azione di intelligenza e volontà che permette all’individuo di utilizzare il codice linguistico per mezzo di combinazioni date da un soggettivo ragionamento e meccanismo psico-fisico. Si utilizza la parole come punto di partenza per lo studio della langue, in quanto fornisce i dati osservabili per analizzare le leggi del sistema linguistico.

Differenza tra fonetica e fonologia

La fonetica e la fonologia studiano entrambe il suono delle parole. La fonologia, o fonematica, è la branca della linguistica che studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni all’interno del sistema linguistico esaminandone i tratti distintivi; l’unità minima della fonologia è il fonema, una classe astratta di foni dotata di valore distintivo che si oppongono ad altri per poter distinguere, e quindi formare, i vocaboli della lingua.

La fonetica, invece, studia l'aspetto fisico dei suoni, come vengono prodotti e percepiti, e si divide in tre sottocategorie: la fonetica articolatoria, che si occupa dello studio della produzione del suono e della loro articolazione per mezzo dell’apparato fonatorio, la fonetica acustica, che analizza i suoni secondo la consistenza fisica, la loro modalità di trasmissione in quanto onde sonore e la possibilità di essere registrati, ed infine la fonetica uditiva, detta anche percettiva, ovvero lo studio della ricezione dei suoni e come essi vengono percepiti e decodificati dal cervello. Le unità minime in fonetica sono i foni, essi rappresentano ogni suono producibile dall’apparato fonatorio umano e possono indicare sia un singolo suono, sia una classe di suoni che condividono le medesime caratteristiche articolatorie.

Che cos’è la morfologia?

La morfologia, il secondo livello d’analisi della lingua, (dal greco morphé ‘forma’) è lo studio della forma, della struttura compositiva e della derivazione delle parole. Analizzando la composizione della parola, essa ne determina anche gli elementi che la costituiscono distinguendoli secondo le loro funzioni grammaticali. Le unità minime che si combinano tra loro per creare le parole vengono chiamate morfemi, che rappresentano le componenti essenziali di ogni parola costituendone il significato. Essi sono riconosciuti come i pezzi più piccoli di prima articolazione, in quanto, anche se isolati, gli si può attribuire un significato.

Prendiamo d’esempio la parola dentale, che si scompone in tre morfemi: 1) dent-, col significato di “organo della masticazione”; 2) -al-, col significato di “(aggettivo) relativo a”; 3) -e, col significato “singolare (uno solo)”. Ciascuno dei tre morfemi può poi rientrare in altre parole portando lo stesso significato (es. dente, stradale, feroce). Bisogna prestare comunque attenzione al fatto che in italiano, la presenza di parti di significante identiche in più parole, non vuol dire che si tratti dello stesso morfema: in studente, ad esempio, non c’è il morfema -dent-, in quanto la parola si divide in stud-ent-e.

I morfemi, dunque, compongono la parola, concepita come unità autonoma che può rappresentare un segno linguistico compiuto separabile dal discorso. Essa presenta un ordine fisso non modificabile dei morfemi costituenti, ciò significa che la posizione di ognuno non può essere cambiata; prendiamo ad esempio esami: assume la sua funzione e il suo significato lessicale grazie all’ordine delle parti che lo costituiscono, di conseguenza, qualora dovesse avvenire un’inversione(*iesam), la parola perderebbe di significato e di senso. Inoltre, come accennato precedentemente, la parola, come elemento di studio della morfologia, è concepita come entità autonoma nella scrittura, il cui significato non dipende dal contesto in cui viene posta. Integra concetto di testa/modificatore; diversi tipi di morfologia.

Le consonanti: modo e luogo di articolazione

Le consonanti, dal latino consonans (‘suonare con/insieme’), sono dei suoni che dipendono dalle vocali in quanto necessitano del loro sostegno per poter essere pronunciate, infatti non sono autonome poiché esistono solo in relazione ai suoni vocalici. Le consonanti vengono prodotte per mezzo di una frapposizione di un ostacolo, parziale o totale, durante il passaggio dell’aria all’interno del canale fonatorio, e possono distinguersi in consonanti sorde, ovvero suoni che non interessano la vibrazione delle corde vocali, oppure consonanti sonore, che al contrario producono suoni mediante vibrazione di esse.

A differenza delle vocali, esclusivamente sonore, le consonanti di norma si dividono per coppie di sorda e sonore, condividendo lo stesso modo e luogo di articolazione e differenziandosi tra esse solamente per la vibrazione delle corde vocali. Vi sono due parametri che costituiscono la classificazione e l’identificazione dei suoni nel linguaggio: il luogo in cui viene articolato un suono, e il modo di articolazione, che indica la conformazione degli organi fonatori e il restringimento relativo che in un certo punto del percorso si frappone o meno al passaggio del flusso d’aria. Un terzo parametro è dato dalla mobilità dei singoli organi, quali le corde vocali, la lingua, il velo e l’ugola e le labbra.

Nel modo di articolazione si riconoscono due grandi classi di consonanti: le occlusive (bloccano il flusso d’aria per un breve periodo) e le fricative (dette anche continue, provocano la frizione degli organi fonatori). L’unione delle due classi dà origine alle affricate, in quanto costituite da una fase occlusiva (il canale si occlude rapidamente) e da una fase fricativa (il canale si restringe); questa classe è definita anche composta. Oltre al grado di chiusura del canale intervengono altri fattori quali movimenti della lingua o dell’aria attraverso la cavità nasale: si hanno così consonanti laterali, quando l’aria passa ai lati della lingua, vibranti, quando si hanno rapidi contatti tra la lingua e un altro organo articolatorio e nasali, quando il passaggio dell’aria avviene anche attraverso la cavità nasale. Le consonanti possono anche essere distinte per la loro energia articolatoria, che va dalla più forte (le occlusive sorde) alla più lene (le approssimanti); in generale le occlusive sono più forti delle fricative, e le consonanti sorde sono più forti delle sonore. Un altro parametro è infine l’aspirazione, presente con le occlusive e le affricate quando si trovano davanti ad una vocale; l’aspirazione consiste in un intervallo di tempo tra il rilascio dell’occlusione (o della tenuta della consonante) e l’inizio della vibrazione delle corde vocali caratteristica delle vocali.

Le consonanti vengono classificate anche in base al punto dell’apparato fonatorio in cui sono articolate. Partendo dalla parte terminale del canale troviamo le consonanti (bi)labiali, prodotte dalle labbra o tra le labbra; dopodiché abbiamo le consonanti labiodentali prodotte tra l’arcata dentale superiore e il labbro inferiore; quelle dentali sono prodotte a livello dei denti e comprendono anche le consonanti alveolari, prodotte dalla lingua contro o vicino agli alveoli; le consonanti palatali sono prodotte contro o vicino al palato duro; quelle velari dalla lingua contro o vicino al velo; quelle uvulari dalla lingua contro o vicino all’ugola.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChRisTiaN02giGlio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Vicario Federico.
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