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La comunicazione verbale

Capitolo I - Lo scambio comunicativo

1.1. La comunicazione

Che cos'è la comunicazione? Per capirlo si può partire dall'etimologia del termine (etimologia: riguarda la diacronia, o scorrere del tempo, perciò lo sviluppo, l'evoluzione di una parola). Il termine deriva dal latino communicatio, deverbale di communico. Osservando i termini attuali delle principali lingue europee osserviamo: It. comunicazione, Sp. comunicación, Fr. communication, Ingl. communication, Ted. kommunikation. La differenza è la m/doppia m. Francese e tedesco sono più conservative di com'era la scrittura (in francese non si pronunciano un sacco di lettere che si scrivono). Quindi l'origine della parola è rispecchiata meglio dalle lingue che usano due m. Il termine è composto da communico (con) munus (dono/bene, onere/compito/dovere).

Il termine munus presenta dunque una polisemia molto particolare. I due valori sono indipendenti o connessi? Sicuramente connessi, per vari motivi. La radice di munus sta anche in: patrimonio (mon>beni, ricchezze), matrimonio (dono, compito), municipio (carica pubblica), immune (bene da cedere, tasse>esente da tasse), munifico (doni, regali). Parafrasando queste parole capiamo che la parola munus indica un bene, ma anche una responsabilità, che esso implica. Inoltre analizzando diverse lingue europee osserviamo che viene usato lo stesso termine per indicare ciò che è "caro" e ciò che è "costoso": carus (latino), caro (italiano), cher (francese), dorogoj (russo). Qualsiasi bene è tale nel senso che ha valore e che sta a cuore. Nella comunicazione avviene lo stesso: lo scambio avviene perché c'è una domanda e una conseguente risposta, che implica sempre una responsabilità. Comunicare quindi significa scambiarsi un bene, sapendo però che questo comporta una responsabilità particolare.

Alla base della comunicazione sta lo scambio, poiché essa si realizza nell'incontro di due atti: espressione e interpretazione (ermeneutica). [Anticamente immagine della comunicazione era Ermes-Mercurio, dio della comunicazione ma anche dei mercanti, perché entrambe erano concepiti come scambi di beni.]

1.2. Comunicazione, comunità e cultura

Comunicazione e comunità sono strettamente legate. La comunicazione infatti rende possibile la convivenza umana, e quindi le comunità. Tönnies. Opposizione e contrapposizione tra comunità e società: la comunità è convivenza durevole e genuina, la società è soltanto convivenza passeggera e apparente; la comunità è un organismo vivente, la società è un aggregato e un prodotto meccanico. La comunità si articola in diverse forme: comunità di sangue (forma più originaria, parentela), comunità di luogo (vicinato), comunità di spirito (amicizia, forma propriamente umana e più elevata di comunità). La società invece ha un fondamento negativo: in una comunità gli uomini sono essenzialmente legati nonostante tutte le separazioni, in una società sono essenzialmente separati nonostante tutti i legami.

L'opposizione comunità-società è la chiave per spiegare il cambiamento sociale: la modernizzazione apportata dal mondo industriale comporta il passaggio da una convivenza basata su rapporti comunitari a una basata su rapporti societari. La comunità è perciò l'ideale che scompare sotto la spinta della modernizzazione in favore di rapporti convenzionali e contrattuali. Questa distinzione è stata ripresa nei termini di opposizione fra società rurale e società urbanizzata e di contrapposizione fra comunità locale e società globale. Nella storia degli studi linguistici il concetto di "comunità" ha assunto diversi significati: per Saussure la comunità linguistica è l'insieme di coloro che parlano la stessa lingua; Hymes si è spinto oltre distinguendo la comunità parlante (o di discorso, "speech community") dalla comunità linguistica, perché una comunità di parlanti fa spesso uso di più lingue; ponendo però al centro dell'indagine il testo (o messaggio) in quanto interazione comunicativa tra persone, la comunità linguistica viene a indicare l'insieme di coloro che comunicano fra loro usando una o più lingue storico-naturali. Lo scambio di messaggi è ciò che consente di creare una comunità.

Per meglio comprendere il rapporto fra comunicazione e comunità bisogna definire il concetto di cultura. La scuola russa di Tartu (Mosca, Uspenskij) evidenzia tre aspetti della cultura significativi per il funzionamento della comunicazione:

  • La cultura è l'insieme dell'informazione non genetica che viene trasmessa da una generazione a quella successiva (capacità di parlare, lingua, visione della realtà, educazione), e che caratterizza una comunità, infatti per iniziare a comunicare dobbiamo avere un "common ground".
  • La cultura è la "grammatica" della comunità, cioè l'insieme delle convenzioni e norme che permettono di interagire positivamente, infatti riconosciamo come appartenente alla comunità chi rispetta la "grammatica", chi non lo fa si autoesclude. La grammatica può essere giustificata con un'imposizione o con una spiegazione. La grammatica viene trasmessa alla generazione successiva nella misura in cui viene spiegata, e non imposta > rifiuto (come nel Galateo, 1558).
  • La cultura è un patrimonio di testi, cioè di conoscenze, credenze, principi e valori la cui condivisione condiziona l'appartenenza alla comunità.

Le tre definizioni di cultura evidenziano aspetti costitutivi di una comunità e ne manifestano la natura comunicativa. Inoltre emerge che la cultura non determina soltanto un'identità, ma anche alcune differenze: lo scambio di beni che avviene nell'interazione comunicativa è tanto maggiore quanto lo è la diversità tra coloro che interagiscono. La diversità comporta infatti un alto potenziale di arricchimento, ma anche il rischio di non capirsi per insufficienza o mancanza di un "common ground", che è la base dello scambio, dell'interazione comunicativa. La comunicazione infatti è possibile solo conoscendo in qualche modo l'interlocutore, ma implica novità e deve perciò esserci differenza tra la cultura del mittente e quella del destinatario.

1.3. Comunicazione e società civile

La comunicazione sta a fondamento della convivenza umana in tutte le sue dimensioni (private e pubbliche), infatti, poiché l'uomo è un "animale sociale", la comunicazione interpersonale è una necessità vitale. "Fare comunità", cioè creare consenso e intesa, è il compito essenziale della comunicazione. Essa dev'essere efficace e ragionevole, poiché il consenso irragionevole, non basato cioè sulla ragione, storicamente ha portato a conseguenze negative. L'origine della libera discussione può essere fatta risalire alla democrazia ateniese, fondata appunto sulla parresia, la libertà di parola. In Atene infatti l'efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole, e la rilevanza della comunicazione concorse alla nascita della sofistica: i sofisti insegnavano a pagamento retorica e dialettica (Gorgia).

Bisogna sottolineare però la differenza tra comunicatore e comunicazionista. Un buon comunicatore è colui che comunica in maniera efficace. Un buon comunicazionista invece sia conosce strumenti, leggi e dinamiche della comunicazione (aspetti fondamentali), sia sa come utilizzarli negli specifici settori in cui si applicano (aspetti contestuali). Il buon comunicatore ha una competenza comunicativa naturale, ma non sa perché attraverso certi gesti o parole ottenga certi risultati. Il buon comunicazionista invece conosce ragioni ed effetti di gesti e parole, e sa come intervenire professionalmente in ogni ambito comunicativo.

Tornando nell'Atene del V e VI sec. i filosofi Socrate, Platone e Aristotele, crearono un modello di comunicazione pubblica che contemperasse efficacia e ragionevolezza, costituendo così la retorica classica. Questa si differenzia sostanzialmente dalla comunicazione moderna principalmente per due aspetti:

  • Rilevanza economica: il sapere al giorno d'oggi costa, la comunicazione è per certi aspetti un commercio.
  • Sofisticazione tecnologica: importanza dei media nuovi e tradizionali in tutti gli ambiti comunicativi: interpersonali (cell, mail) e sociali, politici, economici (media di massa, internet).

Per questi aspetti la professionalità del comunicazionista è diventata una "merce".

1.4. Comunicazione verbale e scienze linguistiche

Le scienze della comunicazione si dividono in:

  • Scienze che analizzano la struttura dei messaggi (linguistica, semiotica, teoria dell'argomentazione, logica).
  • Scienze che studiano soggetti individuali e collettivi e le loro comunità (sociologia, psicologia, antropologia).
  • Scienze che trattano gli ambiti in cui opera l'interazione comunicativa (economia, politica, teologia, estetica).
  • Scienze che analizzano organizzazioni e luoghi di interazione comunicativa (economia aziendale, marketing, istituzioni pubbliche e private, teoria dei media).
  • Scienze che studiano le tecnologie comunicative tradizionali (stampa, radio, telefono, televisione) e nuove (internet, smartphone, email).

La comunicazione verbale nasce dall'incontro delle Scienze Linguistiche con le scienze della comunicazione. La comunicazione verbale è lo studio della correlazione tra strutture del messaggio verbale (o testo) e funzione comunicativa (o senso).

Capitolo II - Verso un modello della comunicazione verbale

2.1. Il modello comunicativo della retorica classica

Anticamente la comunicazione verbale era studiata dalla retorica, studio della tecnica di un discorso con funzione argomentativa e persuasiva. Gli aspetti studiati del discorso argomentativo erano: inventio (argomenti), dispositio (ordine degli argomenti), elocutio (tecniche espressive), memoria (tecniche di memorizzazione dell'argomentazione), actio (esecuzione). Aristotele evidenziò tre fattori fondamentali: il parlante, il discorso, l'ascoltatore. La retorica nacque in stretto collegamento con l'esercizio del potere (polisemia: essere in grado di fare/essere in grado di far fare) all'interno della democrazia, in cui la retorica aveva il potere di persuadere gli altri attraverso il discorso. Bisogna distinguere la persuasione positiva, ragionevole, da quella che manipola gli interlocutori, sottile forma di violenza attraverso cui il potere ottiene un consenso esteriore. La manipolazione infatti stravolge la natura stessa della comunicazione intesa come scambio di beni. Bisogna perciò distinguere tra parresia (libertà di parola, schiettezza) e persuasione (retorica, manipolazione): la prima comporta l'esercitare il potere attraverso il dire il vero, la seconda implica l'esercitare il potere manipolando gli interlocutori e ha una certa base di scetticismo, poiché non si può conoscere la verità.

2.1.1. I fattori del discorso persuasivo

L'etimologia di "persuadére" rimanda al verbo latino suadeo (consigliare, convincere). La persuasione produce nel destinatario un'adesione chiamata fides (radice che ritroviamo nell'italiano fidarsi, affidarsi), che corrisponde al greco pístis, fede. Nel processo persuasivo tipico della retorica classica (Aristotele->sillogismi), è fondamentale la logica. Le componenti etica ed emotiva sono importanti, ma ethos e pathos hanno un ruolo persuasivo soltanto se accompagnatati da un ragionamento ben costruito, il logos. Se il discorso si basa solo sull'autorevolezza dell'oratore o sul coinvolgimento emotivo del destinatario, la persuasione risulta una forma di manipolazione, in quanto esclude la ragione e dunque la libertà ("È meglio capire che credere, quando ce ne data l'opportunità" San Tommaso d'Aquino). Un fattore che contribuisce a creare un consenso manipolato è la propaganda. La satira è invece usata per riconquistare lo spazio che propaganda occupa, questa azione è detta controcomunicazione.

2.1.2. La struttura del discorso

I retori greci e latini distinguevano due livelli di organizzazione del discorso. Il primo livello è costituito da cinque momenti: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. Il secondo livello riguarda caratteri, contenuti e modalità specifiche a seconda della funzione del discorso (giudiziario, politico, di commemorazione di un defunto). A parità di struttura del ragionamento, il logos assume configurazioni differenti a seconda della diversità di funzione del testo e della diversità di contesto, si parla dunque di luoghi argomentativi (loci in latino, tópoi in greco).

2.1.3. La dinamica dell'interesse

Vi è un nesso esplicito tra azione comunicativa e finalità: gli interlocutori che partecipano allo scambio comunicativo sono personalmente coinvolti nell'argomentazione, in vista di un vantaggio o di un interesse (il motivo dell'azione). Oltre alla correttezza logica, nella persuasione è fondamentale la percezione di un coinvolgimento, di un interesse personale. I modelli retorici che contraddicono la dinamica dell'interesse sono manipolatori: un presunto disinteresse non può essere autentico a meno che l'oratore non si identifichi con una posizione assoluta, totalitaria, che presume l'illegittimità di tutte le altre posizioni. Questa forma di manipolazione è molto frequente perché l'interesse è spesso identificato come un male sociale (Rousseau affermava che l'interesse generale può essere perseguito solo a patto che ciascun individuo rinunci volontariamente e totalmente ogni interesse personale). Ma a ben vedere, qualsiasi azione è finalizzata a qualcosa, anche nel caso di un'azione totalmente disinteressata.

2.2. Modelli strutturalisti e funzionalisti

Il primo modello della comunicazione verbale del '900 e il "circuit de la parole" di Ferdinand de Saussure. Secondo questo modello ciascun interlocutore produce segni materiali (fonetico-acustici) e decodifica quelli prodotti dall'interlocutore in base alla propria conoscenza della lingua (patrimonio mnemonico virtuale). Il modello della codifica/decodifica è stato applicato allo studio dei comportamenti umani e sociali, l'insieme dei modelli costituitisi viene chiamato "Strutturalismo". Il termine indica un modello in cui prevale nettamente una componente meccanica, di struttura (secondo Bloomfield il linguaggio è uno dei meccanismi del comportamento umano). Il modello di Saussure è detto "codicocentrico" (codice o codifica/decodifica centrale), perché considera il sistema linguistico come meccanismo che fa funzionare la comunicazione verbale.

La corrente funzionalista (Bühler e Jakobson) concepisce invece la lingua come strumento per comunicare. Bühler mira all'analisi funzionale del segno: cerca di individuare le funzioni che il segno svolge. In rapporto con la realtà, il segno è simbolo (ha funzione di rappresentazione); in rapporto con il mittente è sintomo (ha funzione di espressione); il rapporto con il ricevente è segnale (ha funzione di appello). In questo modello prevale la dimensione comunicativa e funzionale: il segno è il nodo centrale della relazione tra gli interlocutori e la realtà. Il modello di Jakobson è uno sviluppo di quello di Bühler: egli distingue i testi a seconda della funzione comunicativa specifica che rivestono: testo emotivo->esprimersi, testo referenziale->descrivere la realtà, testo a funzione fática->assicurarsi che l'interlocutore sia attento/partecipe, testo con funzione metalinguistica->spiegare il significato di una parola, testo con funzione conativa-> dare un ordine, testo poetico (funzionale a se stesso)->creare qualcosa di esteticamente bello.

2.3. Il modello pragmatico

La teoria degli atti linguistici di Austin spiega la comunicazione verbale in termini pragmatici, ossia come vere propria azione (la pragmatica intende la comunicazione come azione). Secondo Austin il linguaggio è "performativo", provoca un cambiamento nella realtà. La pragmatica è sviluppata anche da Searle, Grice, Sperber e Wilson. Grice elabora il principio di cooperazione: nell'atto comunicativo i parlanti tengono conto di alcune massime che rendono il messaggio comunicativamente adeguato. Le massime sono riconducibili a quattro categorie: qualità, quantità, relazione, modo.

  • Qualità: non dire il falso, non affermare ciò di cui non si ha prove.
  • Quantità: né poca, né troppa informazione.
  • Relazione: la comunicazione deve essere pertinente.
  • Modo: vanno evitate oscurità e ambiguità, si devono perseguire brevità e ordine.

Bisogna fare attenzione che Grice non sta enunciando norme, ma descrive il comportamento spontaneo degli interlocutori. Ciascuno cerca di cooperare con l'interlocutore per interpretarne il messaggio. Il modello di Grice viene ampliato dalla "teoria della pertinenza" di Sperber e Wilson: la pertinenza di un testo dipende dal rapporto tra gli effetti contestuali che un messaggio produce e gli sforzi cognitivi necessari per interpretarlo, cioè il messaggio è tanto più pertinente quanto più modifica il contesto intersoggettivo senza richiedere un grande sforzo inferenziale (di interpretazione).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

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