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Linguistica e comunicazione - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti che possono essere d'aiuto per il superamento dell'esame o anche solo per comprendere la materia di Linguistica e comunicazione del professor Simone. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la sintassi, la linearità e le ellissi, il sintagma, Bloomfield: sintagmi endocendrici e esocentrici, la sequenza, la grammatica e il lessico.

Esame di Linguistica e comunicazione docente Prof. R. Simone

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ESTRATTO DOCUMENTO

La presenza di un morfema di genitivo nel primo nome e quella di una determinazione di persona

nel secondo segnalano che il primo nome è specificato dal secondo e viceversa, questo è un

collegamento incrociato (da Hockett).

L’ordine degli elementi e la direzione delle dipendenze non sono sempre liberi: in un sintagma

organizzato, con modificatori disposti da sinistra verso destra, si chiama ‘progressivo’ o a testa

iniziale, es.una ragazza bruna, simpatica e intelligente. Oppure una struttura regressiva o a testa

finale, es. a perfectly stupidly conceived book; ove ‘book’ è il costituente più a destra e, a sinistra ci

sono tutti i suoi modificatori.

Nelle lingue alcune classi di costruzioni possono essere obbligate. Ad es. in inglese l’aggettivo

deve precedere il nome al quale si collega (costruzione regressiva) es. beautiful girl, bella

ragazza. In francese l’aggettivo tende a seguire il nome che opera come testa, es. un acteur

fameux, un attore famoso. In latino l’aggettivo precede il nome-testa quando gli è affiancato come

epiteto, es. pulchra domus, (una) bella casa; mentre lo segue quando è in funzione di attributo o

ne specifica l’appartenenza ad una categoria, es. lex sumptuaria, legge sui lussi. Quanto ai

sintagmi verbali in inglese la negazione ‘not’ deve seguire il verbo, es. to have not, non avere; ma

precede l’aggettivo, es. not intelligent, non intelligente.

La parola latina ‘ipsi’ (essi, essi stessi) esemplifica una classe di risorse chiamata sostituenti o

pro-forme cioè parole che in certe circostanze sostituiscono altre classi di parole dalle quali

dipende molto la loro interpretazione, la parola che è sostituita è detta ‘punto d’attacco’. Secondo

una concezione di origine retorica i sostituenti e in particolare i pronomi, permettono all’emittente di

non fare ripetizioni e di evitare nel discorso delle iterazioni che potrebbero ingenerare fastidio e, di

riempire i vuoti lessicali e di occasionali dimenticanze, operando per assicurare la coesione e la

contestualità degli enunciati. I sostituenti che hanno il proprio punto di attacco a sinistra si dicono

‘anaforici’ (anafora, rinvio all’indietro) e quelli a destra sono i ‘cataforici’ (catafora, rinvio in

avanti). I sostituenti possono avere il punto di attacco, come scritto, nell’ambiente sintagmatico in

cui occorrono oppure in uno che sta al di fuori della realtà, es. lei è una donna fascinosa; nessun

elemento in questa catena sintagmatica ci dice qualcosa a proposito di chi sia ‘lei’, pertanto si

ricorre a cose che stanno fuori del linguaggio rinviando alla realtà. Una parte di essi è formata da

elementi che sostituiscono soltanto (cosiddetti sostituenti dedicati o specializzati) come i pronomi

clitici in italiano (lo, la, ne, si, ci, etc.). Nell’es. inglese: He’s going to the movie, but I don’t (lui va al

cinema, ma io no), il verbo ‘do’ della seconda clausola sostituisce il verbo ‘is going to’ precedente.

In italiano la flessibilità di ‘fare’ è molto più ridotta. Quando differiscono per i rispettivi punti di

attacco, i sostituenti sono selettivi: alcuni accettano come punto di attacco solo parole specifiche

come gli aggettivi, altri si attaccano a sequenze più estese come nell’es. siamo arrivati tardi, ma lo

immaginavamo; ‘lo’ è un chiaro esempio di ‘punto di attacco esteso’ in quanto, alle volte, può

spingersi fino a coprire un intero testo.

Un caso particolare di sostituenza con punto di attacco esteso è quello costituito dagli

incapsulatori cioè che sostituiscono solo in determinati ambienti sintagmatici, es. dell’italiano:

fatto, circostanza, evento; altro es. l’alluvione ha distrutto il paese, questa circostanza rende

difficile la ricostruzione. Qui, ‘circostanza’ incapsula l’intero enunciato prima della virgola e lo

sostituisce. Al suo posto si può trovare ‘tragedia’ perché denoti subito la natura dell’evento cui si fa

riferimento.

Il punto di attacco, in alcuni casi, è richiamato da un ‘sostituente zero’ e l’inglese ne offre

numerosi esempi, nelle cosiddette question tag o domande-coda: es. he’s very tall, isn’t he? (egli

è molto alto, no?) in cui la sequenza ‘isn’t he?’ si attacca a ‘tall’ con un sostituente zero che può

anche non essere ripetuto (usato anaforicamente); dal punto di vista funzionale, servono al

parlante a chiedere conferma dell’informazione che è stata espressa nella parte assertiva

dell’enunciato, operando anche come replica per delle clausole, es. I am really tired now. Are you?;

oppure serve per chiedere conferme, come il francese ‘n’est-ce pas?’ che con il verbo ‘etre’ alla

terza persona del presente indicativo rimane rigido.

In latino le strutture con sostituente zero sono catalogate come ‘ellissi’ (del verbo, del nome, etc.).

il termine indica la mancanza di uno o di una parte di sintagma che sarebbe necessario per

completare l’insieme di collegamenti che l’enunciato prevede.

Il livello sintattico vuole che certe combinazioni siano ottenute tramite elementi semplici e che

possano comunque combinarsi tra loro (espansione), accadendo con dei meccanismi: il fenomeno

per il quale una regola determinata può essere applicata più volte al risultato è la ricorsività,

tipicamente sintattico, permette alle sequenze di espandersi, nella semiotica permette di

concatenare in modo semplice elementi complessi evitando ripetizioni e copie e come fa notare

Chomsky ‘un codice privo di ricorsività sarebbe di complessità proibitiva’. Altra espansione

sintattica è l’incassamento che si ha quando un sintagma viene adoperato come componente di

un altro, es. ho visto l’uomo che avete invitato a cena; dove ‘che avete invitato a cena’ si comporta

come il modificatore della testa del sintagma nominale ‘uomo’ ed è forzato a cambiare livello. Non

opera più come sintagma verbale ma come modificatore del nome di un altro sintagma ed

incassato in quello ‘ho visto l’uomo’. Gli incassamenti possono trovarsi all’inizio, alla fine o al

centro, es. il libro che mi ha prestato Luigi non mi piace; oppure all’inizio, es. che abbiate

apprezzato la cena ci fa molto piacere. Altro es. tipico dell’incassamento si ha dalle frasi relative

che danno luogo a diversi altri, come in: il libro che Luigi, che ha sempre buon gusto, mi ha

prestato non mi piace; in cui appaiono due incassamenti in successione: ‘che Luigi … mi ha

prestato’ e ‘che ha sempre buon gusto’. L’incassamento delle sequenze può essere continuato

senza limite, tutto dipende dalla maneggevolezza di un P1 e di un P2.

Dunque, il morfema si combina in parole e le parole in sintagmi. Non solo frasi o interi periodi ma

anche una sola parola può formare un sintagma che da solo, costituisce un’unità di rango

superiore (frase), così come una sola frase può costituire un’unità di rango superiore. Nell’ambito

gerarchico, su cui la sintassi è organizzata a vari livelli, si danno unità di diverso rango disposte su

una sorta di scala. L’unità di rango superiore consiste di almeno una unità di quello inferiore, come

all’inverso quelle di rango inferiore.

Risale al pensiero antico degli Stoici la definizione di ‘frase’, come una sequenza di parole dotate

di significato compiuto, i quali distinguevano tra ‘discorso completo’ cioè espresso da frasi vere e

proprie e invece ‘incompleto’ da enunciati che non sono frasi. Non meno diffusa è la concezione

secondo cui la frase è un’unità linguistica dotata di soggetto, predicato ed eventuali complementi.

La definizione più diffusa oggi, tuttavia, è quella proposta da Bloomfield, secondo cui la frase è una

forma linguistica indipendente, non compresa mediante una costruzione grammaticale più grande.

Ciò non è del tutto vero: esistono enunciati composti di più frasi, come i testi.

Intermedia tra sintagma è frase è la clausola, riconosciuta dalla linguistica inglese (‘clause’) e che

indica qualsivoglia raggruppamento di parole che abbia almeno un predicato, che possa far parte

di una frase più estesa e che rappresenti uno stato, un evento o un processo. Es. ho parlato con

un caro amico che non vedevo da tempo; è composto di due clausole di cui una indipendente, “ho

parlato con un caro amico”, e una dipendente relativa, “che non vedevo da molto tempo”; la prima

di queste, se volesse, potrebbe costituire un’unica frase.

Per essere emessi da un P1 l’enunciato deve servire a qualcosa e svolgere una funzione

nell’interscambio linguistico. Possono essere distinti in enunciati che danno o asserzioni ed

enunciati che chiedono o appelli. Se il parlante chiede, il suo interlocutore sarà in qualche modo

vincolato a dare quel che è stato chiesto, anche se potrebbe anche disattendere la richiesta. A sua

volta, se è l’interlocutore a chiedere, il parlante potrà dare oppure chiedere ancora (del tipo,

chiedere spiegazioni); le possibilità qui riassunte sono approfondite dalla pragmatica. Il chiedere e

il dare possono riferirsi alle informazioni e alle prestazioni: possiamo chiedere un indirizzo

(informazione), oppure un aiuto in un’operazione fisica (prestazione); possiamo dare una

informazione, es. stradale, oppure una prestazione, es. chiudendo la finestra dopo che qualcuno

ce l’ha domandato.

Ogni enunciato dovrebbe avere una forma negata e una asserita (es. leggo molti libri, non leggo

molti libri) ed essere presentati sotto forme linguistiche diverse (l’asserzione si associa perlopiù

all’enunciato affermativo, la domanda a quello interrogativo, il comando a quello imperativo, etc.).

Le clausole possono essere ‘semplici (nucleari)’ caratterizzate dal fatto che nessun loro costituente

è una clausola, ma tutti sono sintagmi e, le clausole ‘complesse’ che invece, hanno come

costituenti clausole semplici. Ognuna contiene un nucleo che ne costituisce la struttura minima,

con alcuni elementi facoltativi detti circostanziali: es. ho pensato a te durante le vacanze; ‘durante

le vacanze’ è un circostanziale, perché lo possiamo eliminare senza che la frase di destabilizzi.

Questo, viceversa non è possibile se eliminiamo un costituente nucleare – semplice come il

complemento oggetto della clausola, ad es. Carlo ha sposato Luisa, perché non sarebbe più

grammaticale e quindi scorretta. Esistono metodi per scoprire se un costituente è semplice o

circostanziale: gli elementi nucleari indicano solitamente i partecipanti principali all’azione o

all’evento descritto nella clausola identificando dei posti come argomenti (attore, beneficiario,

scopo, etc.), mentre i circostanziali servono a collocare l’evento in termini di luogo, tempo, causa,

etc. Tra gli elementi nucleari vanno inclusi anche gli avverbiali che non indicano i partecipanti

all’evento come gli argomenti, ma possono essere imposti dal significato del verbo e considerati

come sue specificazioni.

Un nucleo è formato dal verbo e dai suoi argomenti che sono definiti dal significato del verbo

stesso e si basa sull’ipotesi che la struttura della clausola semplice dipenda dal significato del

verbo.

Questa spiegazione mostra che esiste un’asimmetria tra il soggetto e gli argomenti del verbo e

spiega come mai esistono lingue a soggetto nullo (es. arrivo subito) mentre non sembrano

esserci lingue prive di argomenti del verbo. Ognuna ha un proprio ordine, come quello normale

non-marcato della clausola semplice (es. soggetto, verbo, oggetto (SOV): tuo figlio ha incontrato il

dottore). Inoltre possono essere sottoposti a movimenti, che servono alle volte ad ottenere

clausole marcate con particolari effetti di senso. Quando l’oggetto è costituito da una parola

interrogativa (es. chi?, come?, che cosa?, etc.) si muove inizialmente in posizione iniziale (es. chi

hai visto?), chiamandosi movimento-k. Un altro è detto movimento SN dove, in una clausola

relativa, un soggetto può essere mosso dopo il verbo (es. ecco il libro che ha portato Gianni; con lo

spostamento del soggetto (Gianni) alla fine). In spagnolo, invece, la posizione del soggetto della

relativa è obbligatorio metterlo dopo il verbo (es. esto es el libro que llevò Juàn). Il movimento V

riguarda invece il verbo e opera nelle lingue che conoscono regolarmente il fenomeno

dell’inversione ‘soggetto-verbo’ come accade nelle clausole interrogative inglesi, olandesi (e mi

pare anche francesi, ndr.)

Le clausole nominali sono costituite di un nominale funzionante da soggetto e un predicato

nominale, collegati senza alcun verbo o copula. Alcune lingue hanno solo questa struttura per

esprimere un rapporto tra un soggetto e predicato (come il russo o l’arabo), altre invece la usano

insieme ad una clausola verbale corrispondente (come il latino). D’altra parte, la clausola nominale

è molto diffusa anche presso lingue indoeuropee come anche (oltre quelle citate) il greco, le ugro-

finniche, le semitiche, etc. Il latino la limita, oltremodo, alla terza persona dell’indicativo presente e

il russo la estende a tutte le persone del verbo avendo predicati di ogni tipo, in arabo il legame tra

soggetto e predicato è indicato nel presente indicativo dalla mancanza del verbo (es. ‘anti Maryam,

tu [sei] Maryam). Mancando il verbo, la clausola nominale non è in grado di esprimere alcune

determinazioni proprie del verbo, come il tempo: tra il soggetto e il predicato indica una relazione

esente da specificazioni di uso temporale che ha la funzione di marcare quelle asserzioni che

hanno carattere generale o proverbiale. In alcune lingue il posto vuoto non concerne la copula, ma

qualcosa di equivalente al verbo ‘avere’ e che indica quindi proprietà o appartenenza. In swahili

l’enunciato ad es. ni-na kisu (ho un coltello e lett. Io (ni)-con (na) coltello) con l’uso del suffisso na

che indica collegamento o associazione, nelle clausole nominali serve inoltre ad esprimere una

condizione provvisoria o acquisita, somigliante al verbo italiano ‘essere’.

La forza del verbo è tale da avere la capacità di imporre all’enunciato un insieme di argomenti,

tipico dei verbi lessicali dotati di un significato pieno. In altre lingue esistono anche i verbi ausiliari

che si associano ai verbi lessicali ma non contribuiscono a determinare gli argomenti della

clausola, perché servono a specificare il valore grammaticale del verbo lessicale, perciò nell’es. ti

ho rivisto con piacere, qui, ‘rivedere’ è il verbo lessicale mentre il verbo ausiliare è ‘avere’ che ha la

funzione di dare a rivedere una determinazione di tempo passato. In italiano, intesi come

quest’ultimo, troviamo anche ‘stare’ (es. sto finendo di scrivere una lettera) o in francese ‘venir’,

venire (es. Je viens d’écrire une lettre, ho appena finito di scrivere una lettera, [che sembrerebbe

un gallicismo]).

Dal punto di vista morfologico un verbo può essere finito perché munito di flessioni di tempo,

persona, etc. oppure non-finito come il gerundio, l’infinito, etc. Le clausole infinitive in italiano

possono svolgere funzioni di soggetto e oggetto (es. essere sempre in ritardo mi dà molto fastidio;

‘essere sempre in ritardo’ è il soggetto). Nella sintassi, un tipico fenomeno di clausole verbali è

l’ordine del soggetto rispetto al verbo. In enunciati come ad es. penso a tutto io, la posposizione di

‘io’ rispetto a ‘penso’ serve a mettere in evidenza che l’agente è proprio quello designato da ‘io’,

anche se ci sono alcuni verbi che richiedono il soggetto posposto anche se non c’è alcuna enfasi

sull’agente: es. e’ scoppiato un incendio terribile; arrivano i ragazzi, etc. Dato che la linguistica non

è sempre in grado di analizzare tutto come si converrebbe (e non come per le frasi, strutture

complete), l’analisi sintattica potrebbe essere sviluppata su delle finzioni, come nel caso delle

conversazioni o lo scambio di enunciati che ha luogo tra due o più emittenti e che si ricollegano

l’uno all’altro in un gioco complesso di rinvii (es. (A) Andate al cinema? (B) Loro sì, noi no), dove il

primo enunciato sarà chiamato ‘apertura’ e il secondo ‘replica’, la cui successione può essere

interrotta in qualunque momento da una nuova apertura/replica fino a che non occorra la

‘chiusura’.

Le clausole sintatticamente collegate sono ‘dipendenti’ perché la loro struttura non si spiegherebbe

se non in dipendenza da quella di qualche altra clausola, ed hanno delle categorie: le clausole a

sequenza sono repliche che contengono un elemento di collegamento che indichi che la replica è

un’estensione di apertura (es. (A) Finora avete parlato solo voi (B) perché abbiamo molte cose da

dire) dove ‘perché’ opera come connettore e la clausola che lo segue continua quella prodotta da

A. La clausola con anaforico in cui le repliche sono caratterizzate dalla presenza di un sostituente

anaforico il cui punto di attacco è nell’apertura, in una replica precedente oppure nel contesto

esterno come nell’es. (A) Ho incontrato tuo fratello (B) Me lo ha detto, o anche con un punto di

attacco extra-sintagmatico come nell’es. (A) 0 (B) Loro dicono che questo garage è comodo. Le

clausole troncate che hanno repliche dotate di una struttura incompleta che può essere giustificata

se la si connette sintatticamente all’apertura o ad una replica precedente, come nell’es. con l’uso

dei puntini di sospensione o reticenza che sono un espediente grafico adoperato per suggerire che

le due clausole sono l’una la continuazione dell’altra: (A) Mamma dice che era un bel posto … (B)

… proprio un bel posto, specialmente il giardino.

Eppure le conversazioni possono offrire esempi ancora più complessi, come nell’es. che anticipa le

clausole concatenate e le clausole saltate: (A1) Puoi prestarmi una penna? [apertura] (B2) quella a

sfera o il pennarello? [apertura] (A2) il pennarello [replica] (B1) Eccolo [replica]; il legame è A1-B1

e A2-B2. Dunque, B1 è anaforico rispetto ad A1 ma è sintatticamente staccata da A2 che la

precede, A2 è una clausola sequenza rispetto a B2. le sequenze di apertura e di replica incassate

l’una nell’altra, come nell’es. di cui sopra, possono dirsi ‘concatenate’ e che nella conversazione, è

una manifestazione del fatto che i codici verbali sono muniti di una sorta di ‘stand by’. Mentre, se

una coppia di clausole dipendenti l’una dall’altra viene cancellata dalla concatenazione, allora si

dice che sia stata ‘saltata’, come nell’es. (A1) andiamo al cinema? (B1) NO (A2) Perché? (B2) Ho

da fare; enunciato finale di chiusura.

Le domande coda di cui sopra, avuta questa spiegazione, possiamo dire siano dal punto di vista

strutturale, clausole interrogative dipendenti da una clausola assertiva principale che la precede, e

contenenti un verbo sostituente (che per l’appunto sostituisce il verbo della clausola principale) e

una negazione. Le domande che possono chiedere informazioni o prestazioni, possono essere

polari perché prefigurano risposte del tipo breve sì/no e designate anche come domande ‘totali’

perché è l’intero enunciato ad esser sottoposto all’interrogazione, o aperte perchè attivano risposte

non predeterminate dette anche domande wh dal calco inglese delle prime lettere delle parole con

cui aprono (es. who? [chi?], when? [quando?], etc.) anche dette domande ‘parziali’ perché vertono

su una parte soltanto di un evento conosciuto (es. chi è uscito?, qualcuno e non si sa chi è uscito).

Le clausole interrogative sono caratterizzate da marche, quali: l’ordine degli elementi in particolare

quello del soggetto rispetto al predicato, il profilo di intonazione, morfema parole o sintagmi

dedicati con marche di interrogazione, domande-coda.

In alcune formule tipiche del registro formale o solenne, l’italiano usa l’inversione del soggetto

rispetto al verbo (es. vuoi tu prendere come tuo sposo x?) e, inoltre, esistono dei sintagmi semi-

dedicati per l’interrogazione che prefigurano la risposta attesa (es. Non è forse vero che Carlo è

uscito? – risposta attesa: sì).

Di grande importanza nello scambio enunciativo tra i parlanti sono i frammenti di enunciato o

residui di strutture come le esclamazioni caratterizzate da uno speciale profilo di intonazione e da

una grande varietà di funzioni pragmatiche (espressioni di sorpresa, sdegno, scusa, etc.),

distinguendo: le ‘esclamazioni non-lessicali’ (es. oh!, bah!, boh!, etc.), quelle ‘semilessicali’ (es.

ahimè!, etc.) e quelle interamente lessicali (es. mannaggia!, che sciocchezza!, etc.) che possono

servire solo da esclamazioni, ogni enunciato può diventare un’esclamazione. Sottoclasse di

frammenti sono gli ideofoni perlopiù onomatopeiche adoperate per fini espressivi (es. splash,

gluglu, bang, etc.) di cui ogni lingua ne ha di diversa natura, nella lingua bantu possono dar luogo

a verbi o nomi veri e propri, come nello swahili es. ting’a ting’a, significa trattore, dal rumore

metallico che esso produce. I frammenti possono operare anche come replica in una

conversazione, es. (A) Hai ammaccato tu la macchina? (B) Certo che no!.

Altra categoria di frammenti è quella degli intercalari, sequenze che scandiscono momenti diversi

di un enunciato o che l’emittente adopera per riempire pause di esplorazione (es. voglio dire,

guarda, sai, non è vero?, no?, etc.) anche in inglese (es. I mean …, you see, you know, etc.).

La clausola relativa è una costruzione costituita da un nominale che opera come punto di attacco

di una incassata che lo (il nominale) modifica in funzione di attributo. La condizione perché possa

aversi una clausola relativa è che essa sia immediatamente affiancata al nominale che opera

come suo punto di attacco: la clausola può seguire, può precedere o può introdursi in esso.

Quando è presente, il pronome può essere oggetto (es. ho visto il libro che mi hai regalato),

soggetto (es. ho visto il ragazzo che ha vinto il concorso) o complemento indiretto del verbo della

clausola relativa (es. ho visto il ragazzo con cui tuo figlio ha studiato). Altre lingue come il turco

hanno invece, una relativa ‘nominalizzata’ formata di un sintagma nominale nel quale una clausola

intera è trasposta. Proprio il turco dispone di una forma verbale specializzata formata da una

radice verbale, due diversi e alternativi suffissi temporali (-dik- per indicare il presente e il passato,

-acak- per indicare il futuro) e un suffisso possessivo che serve ad indicare l’attore dell’azione

riferita dalla clausola stessa. Dunque, abbiamo ‘yaz-‘ come radice del verbo ‘yaz-mak, scrivere’,

abbiamo -dig- [il suffisso relativo passato o presente, da -dik- per assimilazione] e un suffisso

possessivo ‘-im, mio’ formare la clausola: yaz-dig-im mektup, scrivere-mio lettera, la lettera che

scrivo/ho scritto.

Così, l’attore viene designato da un suffisso possessivo e il tempo segnalato solo attraverso due

scelte, presente/passato e futuro. Inoltre, funzionando come attributo, la relativa nominalizzata si

pone prima del punto di attacco.

La clausola relativa può, ancora, distinguersi tra ‘attributiva’ che serve per attribuire una

determinata qualità a tutti gli individui designati dal nominale che opera come punto di attacco e

può essere preceduta da una pausa virtuale (ma non l’altra), es. Porto al cinema i ragazzi che

sono stati buoni. ‘Restrittiva’ che serve per restringere una determinata qualità soltanto ad una

porzione degli individui designati e a differenza della prima, può avere il verbo al congiuntivo, es.

porto al cinema solo i ragazzi che sono stati buoni.

Subordinata e principale. Si veda l’es. se Giovanni arriva in tempo, possiamo partire insieme;

composto di due clausole. La prima è una ‘subordinata’ perché non può occorrere da sola se non

come dipendente, la seconda è ‘principale’ perché può essere indipendente ed occorrere da sola.

Tuttavia, le clausole subordinate (causali, finali, concessive, etc.) non è del tutto vero che non

possano esistere da sole, poiché non è raro incontrare espressioni (clausole) del tipo, es. se

almeno mi credessi, dato che non ci vediamo mai, quando ti deciderai, etc. spesso accompagnate

da puntini di sospensione che, riferendosi a conoscenze che l’emittente e il ricevente hanno in

comune insieme con il contesto, non hanno bisogno di essere dettagliate, rendono plausibile la

clausola subordinata anche se da sola.

I complementatori sono marche di subordinazione: pronomi relativi; parole o sintagmi che hanno

proprietà di trasformare la clausola verbale in un complemento del verbo della stessa (es. credo

che tu abbia da fare; dove ‘che’ è il complementatore, mentre quello che lo segue è trasformato in

complemento oggetto di ‘credo’, quindi: credo [clausola principale] che [complementatore] tu abbia

da fare [clausola subordinata].

Altri complementatori (di, da, per, se, il fatto che, etc.) trasformano la clausola dipendente in un

diverso tipo di complemento. Lo spagnolo ne ha di più complessi come il ‘de que’ che permette di

incassare clausole subordinate anche sotto verbi reggenti, complementi indiretti con ‘de’, es.

[hablar de + SN] hablamos de tus hijos; oppure usare lo stesso meccanismo anche quando il

complemento non è un nominale ma una clausola, es. hablamos de que Pablo no quiere ir a la

escuela.

Quando la clausola occupa la funzione di soggetto o di oggetto nell’enunciato, si può anche avere

una marca ‘zero’ (es. credo 0 tu abbia ragione) o in inglese (es. I think 0 you are right) dove il

carattere subordinato è segnalato da una marca ridondante costituita dal verbo al congiuntivo

‘abbia’.

Le clausole subordinate possono svolgere funzione di soggetto o di oggetto in una clausola

principale, es. che tu sia intelligente è sicuro, perché sia venuto è un mistero, etc.

Si parla di referenza quando l’entità designata da un sintagma nominale dei due soggetti è

ambigua, es. gli ho chiesto di parlare; ove, il soggetto di ‘parlare’ può essere sia ‘lui’ che ‘io’ e si

possono avere così dei soggetti coreferenti perché designano lo stesso partecipante (non- se

sono diversi).

Non esiste nessun enunciato che sia privo di un profilo di intonazione e di una organizzazione

soprasegmentale, in molti casi il tipo in base al quale può essere assegnato si definisce proprio

sulla base dell’intonazione che sulla sua struttura sintattica. Funzione importante ce l’hanno anche

le ‘pause virtuali’ che possono marcare in qualche caso il punto di passaggio tra una clausola e

l’altra o su altri confini sintattici.

La sequenza, il più semplice modello di iconicità sintattica, è la successione con congiunzioni o

senza di clausole di uguale tipo, che ricopia la successione degli eventi a cui l’enunciato si

riferisce. Ad es. Veni, vidi, vici; come esempio classico mostra che la successione delle clausole

riproduce quella degli eventi narrati e non può essere alterata.

Non c’è persona appena istruita che non sia persuasa di sapere che cos’è la grammatica della

sua lingua e persino c’è chi si sente di dire se una lingua ha più (latino) o meno (inglese)

grammatica rispetto alle altre esistenti. La parola etimologicamente significa ‘arte dello scrivere’ ed

ha per secoli indicato la considerazione del linguaggio nella sua totalità. Riguarderebbe le

caratteristiche morfologiche delle parole, mentre la loro scelta sarebbe pertinenza del lessico.

Inoltre come abbiamo visto, mentre la sintassi si occupa dell’ordine delle parole e della loro

combinazione, la grammatica si cura delle categorie che intervengono in questa combinazione:

sue nozioni sarebbero quelle proprie del nome, del verbo, dell’aggettivo, del soggetto, dell’oggetto

e del predicato, perché nozioni come l’ordine delle parole o della frase sarebbero della sintassi. La

grammatica si unisce più alla morfologia e alla sintassi, per cui esiste il termine morfosintassi. Si

assume che la grammatica sia sinonimo di teoria linguistica perché indica l’insieme dei

meccanismi che permettono ad una lingua di funzionare, in particolare: come prima cosa, si

assume che ogni lingua abbia le sue regole e che i parlanti le mettano in opera per produrre il loro

comportamento linguistico, inoltre deve necessariamente essere ricostruito dalla linguistica dato

che è un oggetto che non si vede, la linguistica da parte sua formula delle ipotesi circa il modo in

cui essa è fatta e cerca di dare, attraverso queste teorie, ai parlanti modelli della loro competenza.

Approssimata che dovrebbe essere effettiva. La linguistica ha dato per scontato di poter applicare

esattamente le stesse nozioni grammaticali all’analisi di tutte le lingue, perché si voleva mostrare

che tutte fossero conformi al latino e questo assunto troverò il suo maggiore sviluppo nell’età

medioevale. Esiste perciò una grammatica universale uguale a tutte le lingue in quanto

manifestazioni diverse di uno stesso modello archetipico e una particolare di ciascuna. Oppure una

versione differente secondo la quale la grammatica è una perché l’utente delle lingue è fatto in

modo tale da imporre a tutte una determinata forma, dunque, possono variare nel tempo solo entro

certi limiti imposti però dalle proprietà dell’utente che le adopera, con il contenuto che si associa

alla sua espressione. Le opzioni sono di carattere oppositivo (il singolare dal plurale, il presente dal

passato, etc.) e in numero limitato che permettono di affermare che la grammatica è un insieme

chiuso di opzioni obbligatorie. Secondo alcuni teorici come Chomsky, le grammatiche manifestano

così tante limitazioni perché è limitata da alcune determinanti biologiche e psicologiche: come

l’essere umano si sposta in diversi modi (camminando, correndo, saltando, etc.) non è in grado di

far salti di tre metri o di volare e allo stesso modo la sua capacità di costruire grammatiche per le

sue lingue ha limitazioni insuperabili imposte dalla sua natura; studiandole ciò permette di

specificare dove questi limiti si trovino. Le opzioni che non sono obbligatorie si riferiscono invece ai

morfemi lessicali, ad es. la nozione di genere nominale che in inglese e in francese non ha

espressione in forma grammaticale (es. the cat, il/la gatto; l’écrivain, lo scrittore e la femme

écrivain, la scrittrice;) ma lessicale, cioè viene rappresentata da una parola a sé stante. In greco

come in arabo, quando si fa riferimento ad entità che si presentano in coppia, si adopera una

forma grammaticale speciale, il duale, quando questo non c’è si usano altre parole, es. both

hands, entrambe le mani. In swahili tutti i verbi possono essere resi causativi (in una matrice

semantica come ‘fare’ o ‘causare’) con l’aggiunta dei suffissi –ya (con diversi tipi di assimilazione),

-isha, -esha, es. ‘pita’ è il verbo passare, unito a –ya diventa pisha (pit + ya) far passare.

Analogamente accade anche in turco dove tutti i verbi possono diventare causativi con l’inserzione

del suffisso –dir (anch’esso assimilato) o –t, per questioni foniche, es. yaz-mak, scrivere diverrà

yaz-dir-mak, far scrivere; anla-mak, ascoltare diverrà anla-t-mak, far

ascoltare/raccontare/spiegare.

Sono numerose le lingue in cui i verbi di movimento (andare, venire, etc.) si sono grammaticalizzati

al punto che hanno solo specifiche proprietà temporali. Così, nell’inglese ‘I’m going to go to

school’, il sintagma ‘I’m going to’ indica un futuro imminente, nel francese ‘Je viens de travailler’,

‘venir de’ indica un evento appena compiuto, così nello spagnolo ‘voy a hablar’. Nel creolo haitiano

a base francese, il morfo legato /te/ che serve a marcare il passato del verbo risulta per

grammaticalizzazione del francese ‘était, era’, /te-we/, vedeva.

La grammatica esprime il contenuto digitalmente e il lessico lo esprime, invece, in modo analogico.

Se si prendono i mezzi grammaticali di cui una lingua si serve per esprimere il tempo,

probabilmente non si troverà una forma per indicare che un certo evento ha avuto luogo

esattamente in un dato momento. Si potrà indicare, al più, se questo era vicino (prossimo) o

lontano (remoto) rispetto al momento in cui l’enunciato è stato emesso. In yagua, la lingua indiana

dell’America meridionale, ha un sistema di localizzazione temporale e suffissi a cinque termini,

ognuno dei quali serve a collocare l’evento ad una distanza diversa nel passato: (entro poche ore)

–jasiy, (un giorno fa) –jay, (poche settimane fa) –siy, (pochi mesi fa) –tiy, (passato distante o mitico)

–jada.

E’ legittimo sostenere che la grammatica è un modo di formare la sostanza del contenuto oppure è

una semiotica e consiste proprio nel selezionare tra le diverse aree alcune specifiche, le nozioni.

Le nozioni sono articolate su diverse opzioni e combinate nelle parti del discorso. Il giapponese

non adopera nozioni come persona, modo o tempo a carico del verbo, mentre il latino sì. Il russo

distingue le voci verbali del passato per genere e numero (voci maschili, femminili, neutro) ma non

per persona. L’arabo distingue tra voci verbali maschili e femminili soltanto alle seconde e terze

persone. In ceco da tutti i nomi si possono trarre aggettivi indicanti il possesso, più o meno come in

italiano si dice ‘casa materna’ nel senso di casa di proprietà della madre. La grammatica di una

lingua è costituita essenzialmente dalle modalità di codifica che essa sceglie per le sue nozioni, a

questo scopo possono essere usati tre tipi di manovra: una sulla forma delle parole mediante i

processi della morfologia, una sulla struttura degli enunciati nell’ordine delle parole e dei

costituenti, una sull’intonazione collocandone diverse sulla stessa sequenza di elementi che

possono ottenere enunciati diversi. Da una parte si hanno opzioni ad alto numero e dall’altra a

basso, nel primo caso si può parlare di codificazione densa (ipercodificazione) e nel secondo di

codificazione rada (ipocodificazione).

La grammatica delle lingue dispone di risorse che servono a drammatizzare (come termine

metaforico) l’enunciato. L’organizzazione permette di compiere sull’enunciato una serie di

operazioni che somigliano a quelle che si compiono durante l’ideazione e la messa in scena di

un’azione drammatica: distribuire e definire ruoli (agente, paziente, protagonisti, antagonisti, etc.),

stabilire il momento di entrata e di uscita di ciascun personaggio (come a teatro), descrivere

sequenze di azione, alternative o parallele, costruire prospettive, stabilire i tempi, distanziare gli

eventi, etc. questo carattere dipende dalla proprietà semiotica della narratività dei codici linguistici

per cui l’enunciato nasce drammatizzato sin dall’inizio.

Alcuni teorici linguistici suggeriscono di distinguere nell’enunciato un certo numero di componenti

drammatici, elementi che svolgono il ruolo di drammatizzare l’enunciato stesso. Bloomfield ha

sostenuto che la struttura del tipo di enunciato più frequente in inglese comprende un attore e

un’azione, es. John ran, John ha corso, dove ‘John’ è l’attore che compie l’azione di correre. Gli

indirizzi recenti della linguistica riconoscono che le diverse posizioni dell’enunciato servono per

importare all’interno alcuni ruoli del mondo esterno, per rappresentarli sotto forma di argomenti del

verbo. La lista dei ruoli tematici (theta) riflessi nell’enunciato non è ben definita. Eppure, esiste un

accordo su ruoli come agente o attore, paziente o persona entità che subisce l’azione espressa,

sede dell’esperienza o entità che esperisce lo stato psicologico espresso dal predicato,

beneficiario (dativo) o entità che beneficia dell’azione, luogo in cui si svolge l’azione espressa,

fonte od origine dell’azione, es. Luigi (beneficiario) ha ricevuto il libro (paziente) da Franco (fonte) a

Milano (luogo). Tra le proprietà formali delle grammatica è utile distinguere il carattere sistemico, la

modularità, la regolarità, la ripartibilità in classi, la presenza di funzioni logico-grammaticali. Alcune

di queste vanno intese come metafore, rappresentazioni efficaci solo per analogia. Per sistema si

intende un insieme di oggetti posti in relazione reciproca tale che modificandone per alterazione,

eliminazione o aggiunta anche uno soltanto, tutto ne risulta modificato per qualche aspetto. Ad es.

se per qualche ragione una strada di grande traffico viene chiusa, il movimento dei veicoli verrà

rallentato o modificato totalmente e costretto a riversarsi su un’altra strada; solo ristabilendo lo

stato originario, il flusso del traffico ritorna quello che era. Le grammatiche sono sistemi dissipativi,

con molte inerzie e punti nei quali non arriva o solo molto indebolito dall’effetto dei cambiamenti.

Un es. viene dal latino che aveva due forme per marcare il passato, l’imperfetto e il perfetto. Nelle

lingue romanze questo si complica perché accanto alle due forme ne compare una composta con

l’ausiliare, il passato prossimo. L’insieme di significati che venivano espressi in latino da due forme

si distribuisce su tre. Per modularità si descrive la sistematicità della grammatica che consiste in

un sistema composto di altri parziali o di moduli, le cui aree sono regolate da principi che valgono

solo per loro. In italiano non esiste differenza di casi, salvo che nei pronomi personali e quella dei

relativi, ad es. ‘me’ e ‘mi’ operano soltanto nella funzione del complemento oggetto e indiretto. Allo

stesso modo il ‘che’ relativo opera solo come soggetto o complemento oggetto (es. ho visto il

palazzo che hai comprato, complemento oggetto; ecco il cavallo che vincerà, soggetto).

Ogni sistema può avere un centro e una periferia quindi la grammatica è composta di una

costellazione di centri, ciascuno dei quali con la sua periferia. Il centro è occupato dalle strutture

più frequenti e di applicazione più generale, la periferia da quelle meno frequenti e di applicazione

più limitata.

Essenziale proprietà semiotica è la regolarità e la partizione in classi o parti del discorso per

cui non esistono lingue composte di elementi che siano completamente diversi l’uno dall’altro e

che si comportino ciascuno a modo suo. Per ciascuna parola ognuno dei suoi utenti dovrebbe

memorizzare una serie di comportamenti difformi e la memoria si caricherebbe di elementi diversi.

Quindi, per motivi di economia e maneggevolezza d’uso che è sempre possibile ravvisare delle

regolarità di funzionamento e ripartire in classi dotate ciascuna di talune somiglianze.

Osservazione del comportamento e del significato, parti su cui hanno oscillato le parti del discorso.

Parti diverse codificano in modo altrettanto differente la realtà e i nomi tenderebbero a codificare

principalmente gli aspetti stabili della realtà e i verbi quelli instabili. Si può costruire una scala di

possibilità teoriche, perché non è facile delineare un sistema delle parti, a un estremo si colloca

una lingua che abbia marche formali stabili per ciascuna, e la distinzione colta solo con il

comportamento sintattico o significato, una lingua può non avere marche.

Tra le diverse proprietà modulari si può distinguere una grammatica fine cui fanno parte tutti i

fenomeni che rispondono almeno un requisito formale (in cui differenze notevoli di significato sono

affidate a differenze minime di significante, [es. carnoso – carnale, spiegare – dispiegare, etc.]) e

un requisito semantico (differenze minime di significato si nascondono dietro cospicue differenze di

significante). L’alternanza di una vocale o l’aggiunta di una consonante prefissata (es. arrossire –

arrossare, finire – sfinire) possono creare differenze anche se le parole di ciascun gruppo rientrano

in aree di significato omogenee. La finezza consiste nella irrilevanza fonica dei materiali ai quali è

affidato il compito di distinguerli, anche tra oggetto animato (es. derubare, ‘hanno derubato la

signora’) e oggetto inanimato (es. rubare, ‘rubo il sale’).

Un’essenziale classe di risorse semiotiche della grammatica lo designa il termine che dal greco

significa ‘mostrare’, deittico (suo equivalente è shifter, commutatore). Uno tipico è il pronome

personale ‘io’ che ha la caratteristica di essere una parola arbitraria e di designare colui che

emette l’enunciato trovandosi con lui in una relazione esistenziale; ‘io’ designa entità diverse

secondo chi lo adopera, finché viene usato da uno stesso P1 indica stabilmente solo lui, ‘io’

commuta la sua referenza nel passaggio da un’enunciazione all’altra all’infinito.

Ogni lingua ha un certo repertorio di parole che cambiano secondo il contesto dell’enunciazione in

cui vengono proferite. Tu, questo, quello, qui, lì, ora, allora sono deittici perché indicano entità o

persone o luoghi nel tempo e nello spazio, diverse secondo la situazione, intelaiandosi, si collega

con il contesto esterno. Un deittico ha, inoltre, la funzione di garantire la coesione interna

dell’enunciato.

Riflessività e distributività sono sottoclassi dei deittici. Nell’enunciato ‘Luisa prende il bambino, lo

lava e si veste’, dove il punto di attacco è Luisa, mentre lo si collega a bambino. Si è un deittico

riflessivo che si riflette sul soggetto dell’enunciato perché coreferente con esso come stessa entità.

Lo è un deittico non-riflessivo. Il fenomeno della riflessività interessa i pronomi personali e gli

aggettivi possessivi, dunque strettamente legato alle nozioni di persona. La distributività si osserva

nella terza persona, es. ‘i bambini hanno scritto la lettera con la maestra, e ognuna ha usato la sua

penna’. L’es. è giustamente distributivo perché implica che esista più di una penna e che ogni

singolo bambino abbia usato la sua propria, si distribuiscono gli elementi dell’insieme dei bambini

in modo tale che a ciascuno corrisponda un elemento dell’insieme delle penne.

Si indicano con ‘parole generali’ espressioni del tipo: dammi quel coso, non posso cosare, avere

sulla punta della lingua, etc. perché indicano in modo generale entità che possono semmai essere

specificate contestualmente. Hanno equivalenti in altri codici: le variabili (x,y,z) o le costanti

algebriche (a,b,c) che hanno la stessa funzione di designare delle quali non è importante o è

impossibile definire la natura.

Tutte le lingue hanno mezzi per indicare il numero di volte che un certo oggetto, menzionato

dall’enunciato, viene preso in conto, ossia la sua numerosità: i quantificatori (non il numero

grammaticale). E’ una risorsa semiotica in quanto non tutte possono farlo; si distinguono in

categorie: marche morfologiche in grado di esprimere il numero; una classe di parole di tipo

nominale specializzate per esprimere la cardinalità in modo rigoroso da zero a infinito i numerali;

una classe di parole specializzata per esprimere quantità approssimate e di massa dal nulla a

tutto. I numerali sono di tipo nominale, aggettivi e nomi, organizzati in modo diverso secondo le

lingue, la maggior parte dei sistemi di numerali incorpora una base dieci, ciò significa che per ogni

dieci unità si possa oltre (imposta dal fatto accidentale delle dieci dita). In francese ci sono più

basi, una base venti o una base sessanta (es. quatre-vingts (80), soixante-dix (70) -).

Gli indefiniti invece, hanno la capacità di esprimere la numerosità in modo approssimato, secondo

una scala che va da ‘neppure uno’ a ‘infiniti’. Mentre il numerale ‘zero’ e l’indefinito ‘nessuno’ si

possono considerare sinonimi, altri come ‘pochi, molti, tutti, parecchi, etc.’ non hanno

corrispondenti nella successione dei veri numerali, infatti, il loro valore si specifica in riferimento

all’insieme al quale ci si rapporta. Gli indefiniti allora possono considerarsi deittici, dato che

cambiano riferimento in base all’enunciato, in una successione (gradazione) nella quale ogni

elemento si definisce per rapporto agli altri.

Numerosi quantificatori possono avere forme diverse, tutto dipende dai nomi con i quali si

collegano: animato (nessuno) o inanimato (nulla), oppure non numerabili (qualcosa, es. tutti i

ragazzi) e numerabili (qualcuno, es. ogni ragazzo).

Le categorie hanno diversi e spesso non coerenti significati nella linguistica, proviene dal greco

‘predicazione’ o il modo in cui qualcosa può essere detto di qualcos’altro: nella filosofia aristotelica,

le categorie sono i diversi modi in cui le predicazioni possono essere fatte. La linguistica, invece, le

considera parti del discorso e lo sono entità come ‘modo, tempo, persona, genere, etc.’ che

chiameremo ‘categorie grammaticali’, come ogni classe di opzioni grammaticali omogenee e

complementari (es. ‘numero’ è il nome di categoria che si assegna alla classe di opzioni composta

in italiano dal singolare e dal plurale), originandosi dalla codificazione di una stessa nozione.

Queste, erano più chiare nella riflessione aristotelica, quando si definì il verbo (rema) come la

forma che aggiunge al suo significato il tempo.

Secondo Whorf le categorie grammaticali possono essere scoperte in cui ogni membro

dell’opzione si manifesta con la fonetica o coperte per le quali ciò non è vero. In italiano, ad es., la

categoria del numero è normalmente scoperta sia per i nomi che per le altri parti del discorso, ma

esistono casi in cui questo non vale perché le differenze di singolare e plurale sono nulle (es. crisi,

caffè, etc.). inoltre, in italiano, a livello formale è difficile si faccia distinzione tra animato e

inanimato, che risulta scoperta sul piano sintattico nell’opposizione tra ‘a’ e ‘da’ nei complementi di

moto (es. [inanimato] vado al cinema, [animato] vado dal dottore). Anche in spagnolo c’è una

differenza tra ‘umano’ e ‘non umano’, che si rivela soltanto per i nominali adoperati in funzione di

oggetto per cui il complemento che si riferisce ad un essere umano è retto dalla preposizione ‘a’

(es. [non umano] he visto una casa, [umano] he visto a tu madre). In inglese la distinzione di

genere è coperta, perché di nessun nome si può stabilire, se non dal contesto, se sia maschile o

femminile.

Le categorie possono essere ‘sistematiche’ o ‘isolate’ cioè applicarsi a quasi tutte le forme di una

certa classe o solo ad alcune. In italiano si trovano manifestazione isolate, che riguardano il

sistema dei pronomi personali e quello dei relativi. L’inglese e il francese hanno una categoria

isolata di caso che riguarda il pronome relativo e interrogativo: il ‘che’ in francese può fungere da

soggetto (qui), complemento oggetto (que) e casi obliqui (qui); in inglese il ‘che’ può fungere da

soggetto (who) e non soggetto (whom).

Le quattro distinzioni di categorie fin qui viste (coperte, scoperte e sistematiche, isolate) possono

incrociarsi in combinazioni del tutto teoriche. L’italiano è un caso di categoria scoperta isolata,

mentre l’inglese è una categoria coperta isolata. Si può supporre che le categorie scoperte

sistematiche siano più stabili diacronicamente (nel tempo) e siano meno soggette a fenomeni

dinamici, all’inverso le categorie coperte isolate hanno maggiori probabilità di essere erose nel

processo diacronico.

Wittgenstein ha sostenuto che gli enunciati raffigurano stati di cose e che per ogni enunciato deve

essere possibile ravvisare lo stato di cose che gli corrisponde. I linguisti provano generalmente

fastidio per questo atteggiamento, dovuto al fatto che molti ambiscono a costruire e praticare una

disciplina che sia completamente autonoma e che non faccia nessuna ipotesi sulla struttura delle

cose. Questa era la mira, anche, di Saussure che è poi stata ripresa, tra gli altri, da Chomsky,

Bloomfield e Hjelmslev. Gli enunciati servono come prima cosa per parlare del mondo esterno. La

riflessione linguistica di oggi si incontra con la filosofia del linguaggio dell’antichità, che si pose per

prima l’esigenza di differenziare le parti del discorso in base alle loro capacità rispettive di

correlarsi all’esterno. La ragione per cui la linguistica non può rinunciare all’uso di una terminologia

ontologica è che il comportamento linguistico dei parlanti ne incorpora, anche senza accorgersene,

una base. E’ come se la filosofia avesse dato i materiali e la linguistica avesse poi provveduto ad

impiegarli in modo corretto.

Con la persona le lingue riescono a segnalare l’enunciazione, chi è l’emittente e chi il ricevente in

quanto soggetti, devono essere necessariamente persone (io, tu come universali linguistici). Solo

nel linguaggio fiabesco o mitologico possono designare cose o animali, oppure se presentati in

termini antropomorfici (personificati). Lo status della terza persona è diverso, perché indica

un’entità che può anche non essere presente e che, volendo, può non essere una persona. I

grammatici arabi antichi la indicavano, per tale ragione, con un termine che significava ‘colui che è

assente’, algha’ybu.

I due soggetti necessari ‘io, tu’ hanno dei plurali corrispondenti in ‘noi, voi’. ‘Noi’ significa ‘io più

qualcun altro’, mentre il ‘voi’ è per più di un ricevente o tanti altri ‘tu’. Alcune lingue distinguono tra

un plurale inclusivo che si riferisce ad un parlante più un ricevente e uno esclusivo riferito al

parlante più alle terze persone. In francese, nel rivolgersi ad un interlocutore anche singolo,

sconosciuto o trattato in modo non confidenziale, si adopera un voi ‘vous’ come pronome allocutivo

specializzato per rivolgersi ad altri, si finge che l’interlocutore sia più di uno per accrescerne

l’importanza (iconicità simbolica). Lo stesso meccanismo potrebbe spiegare l’uso del ‘noi’ anche

per riferirsi a sé stessi (plurale maiestatis) in cui la maestà in questione sta nel fatto che si finge

che il parlante sia molteplice, in modo anche qui, da aumentarne l’importanza. Al contrario, per

umiliarsi si usa un plurale modestiae, un ‘noi’ con cui il parlante evita di mettersi in primo piano

scomparendo entro una molteplicità di emittenti immaginari. Un ‘tu’ assente, quando si finge che la

sua importanza sia tale che non è permesso rivolgerglisi direttamente, è l’allocutivo italiano

deferente ‘lei’ e che marca così una certa distanza tra chi parla e chi risponde.

Altra categoria ce l’ha, indicando la relazione generica che si istituisce tra le persone e quel che

viene rappresentato dai nominali, l’aggettivo possessivo.

Il genere è una categoria che si applica perlopiù ai nomi e nominali sulla base della quale si

distinguono nelle classi del maschile e del femminile (e nelle lingue che lo permettono, anche nel

neutro). Può essere coperto o scoperto e proiettarsi in diversa misura sul pacchetto morfemico dei

costituenti che formano un sintagma col nome: in italiano, ad es., l’articolo e l’aggettivo si

accordano in genere e numero con il nome. A volte può interessare la relazione tra nome e verbo,

come in arabo dove per le seconde e terze persone verbali hanno una forma maschile e una

femminile, e in russo il passato è sensibile alla stessa distinzione. Accanto al maschile e al

femminile, si riconosce anche un neutro (etimologicamente, né l’uno né l’altro) che è una

caratterizzazione intermedia, ravvisata nei nomi relativi a entità prive di volizione autonoma,

inanimate.

Il numero, che si collega ai quantificatori, è il nome che si dà ad una categoria che si manifesta

nell’opposizione tra singolare e plurale (es. casa, case), dove il singolare indica ciò che è uno e il

plurale, di conseguenza, ciò è più di uno. Nel passaggio tra l’uno e l’altro, molti nomi subiscono

modificazioni di natura semantica e per darne conto, nel lessico si distinguono nomi numerabili i

cui oggetti che possono essere contati e a cui può essere assegnato un quantificatore (es. mela,

mele, qualche mela, poche mele, etc.) da nomi di massa che indicano, invece, ‘masse’ indistinte di

materiale (es. latte non ha un plurale perché non potrebbe riferirsi a nessuna pluralità, ‘latti’) e,

infine, i nomi collettivi che si riferiscono a molteplicità di individui singoli (es. gregge, mandria, folla,

etc.), indicano insiemi o aggregati non numerabili e ammettono il plurale, ciò non è possibile per i

nomi di massa, (es. tre greggi, alcune mandrie, etc.). Alcune parole hanno un plurale solo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ValentinaTT di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Simone Raffaele.

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