Introduzione alla teoria del prototipo linguistico
La teoria della PT (Prototipo linguistico) si basa su due assunti fondamentali:
- Le categorie hanno una struttura interna e non sono discrete; non c'è, pertanto, reale interruzione di continuità né all'interno di una stessa categoria, né fra una categoria e l'altra.
- Possono esserci casi di difficile o incerta attribuzione di un dato membro ad una certa categoria.
Inoltre:
- Le categorie hanno struttura interna e non sono discrete e, pertanto, non c'è reale interruzione tra continuum di una stessa categoria, né fra una categoria e l'altra.
- Esistono esempi più rappresentativi di categoria, così come possono darsi casi di difficile attribuzione di un dato membro in una certa categoria.
Stereotipo e modello generativista del linguaggio
Stereotipo: definizione data da Putnam per spiegare la natura della competenza lessicale semantica per le parole con referenti naturali come ad esempio tigre oppure oro.
Modello generativista del linguaggio: il linguaggio è un modulo separato che contiene un sistema di ingresso ed un sistema di uscita. I due sistemi sono in correlazione.
Rapporto tra grammatica concettuale e grammatica generativa: le facoltà del linguaggio sono correlate ad altre facoltà cognitive, il linguaggio come facoltà geneticamente innata della specie non ha statuto autonomo.
Categorie del linguaggio
Le categorie del linguaggio si riferiscono a tre aspetti: 1) categoria del linguaggio, 2) categorie linguistiche e realtà, 3) linguaggio e pensiero.
La Vantage Theory suggerisce che la percezione e rappresentazione di una categoria concettuale derivano da meccanismi di orientamento spaziale con cui l'individuo impara a riconoscere l'ambiente e ad entrare in relazione con esso.
Capitolo 1: La categorizzazione del colore
La linguistica si interessa alla categorizzazione su due livelli:
- Categorie per descrivere il loro oggetto di indagine, ad esempio i rumori prodotti dalle persone sono categorizzati come linguistici o non-linguistici; i rumori linguistici sono esempi di una particolare lingua, o di un dialetto appartenente ad essa; le frasi sono categorizzate come grammaticali o non grammaticali; le parole come nomi e verbi; singoli suoni sono categorizzati come vocali o consonanti, occlusive o fricative, e così via.
Ma i linguisti sono interessati (o dovrebbero esserlo) alla categorizzazione su un altro livello. I fenomeni che i linguisti studiano: parole, morfemi, strutture sintattiche, etc. non solo costituiscono intrinsecamente delle categorie, ma rappresentano anche categorie di altro tipo.
La forma fonetica [red] può essere categorizzata secondo diversi criteri, come una parola inglese, un aggettivo, una sillaba con struttura consonante-vocale-consonante, ma non solo; [red] designa anche una gamma di differenze proprietarie sul piano fisico e percettivo appartenenti al mondo reale (più precisamente, una gamma di differenti sensazioni visive provocate dalle proprietà del mondo reale) ed attribuisce questa gamma di proprietà alla categoria RED (“rosso”).
La categoria morfosintattica del tempo passato categorizza, di solito, le situazioni riferendosi alla loro anteriorità rispetto al momento dell’enunciazione; la preposizione on(“su”) (in alcuni dei suoi significati) categorizza il rapporto fra entità in termini di contatto, e così via.
Sia sul piano metodologico che sostanziale, quindi, la linguistica è intimamente connessa con la categorizzazione. Labov afferma quindi che: “Se c’è qualcosa che si può dire sia la linguistica, ciò è lo studio delle categorie: ossia, lo studio di come il linguaggio traduce il significato in suoni attraverso la categorizzazione della realtà in unità discrete ed in insiemi di unità”.
Secondo Leach, le categorie che percepiamo nella realtà ci vengono imposte dalla lingua. Tuttavia, si è calcolato che l’occhio umano possa distinguere circa 7.5 milioni di differenze di colore ben visibili, quindi non esiste una base di demarcazione per le categorie di colori discrete. In lingua bantu ci sono tre categorie di colore mentre in inglese sei.
Secondo de Saussure, il segno linguistico è costituito da una associazione tra un significante e un significato (concetto). Molto importante è il concetto di arbitrarietà per indicare l’associazione ad una certa forma e ad un certo contenuto; Saussure vede la lingua come indipendente.
Un approccio interessante alla teoria dei colori è quello di Berlin & Kay: regolarità nell’organizzazione del lessico dei colori; all’interno di una realtà “continua” (lo spettro dei colori) esistono dei punti focali, percettivamente più salienti di altri.
La maggiore salienza dei punti focali non è dimostrata soltanto dalla loro tendenza a essere codificati linguisticamente: i parlanti di qualsiasi lingua che abbia un termine che include il significato “rosso”, alla richiesta di indicare nello spettro dei colori un esempio di rosso, risponderanno in modo molto simile, indicando la stessa area dello spettro, anche se il termine “rosso” nella loro lingua ha un’estensione diversa (maggiore o minore) rispetto a quella dell’italiano rosso.
Successivamente Heider condusse quattro esperimenti che hanno confermato o sviluppato alcune teorie di Berlin e Kay:
- Primo esperimento: verifica della stabilità dei colori interfocali in prospettiva interlinguistica.
- Secondo esperimento: colori focali più salienti a livello percettivo.
- Terzo esperimento: la memoria del colore è aiutata dai termini pertinenti nella propria lingua.
- Quarto esperimento: apprendimento più veloce dei colori focali rispetto ai colori non focali.
Le ricerche di Helmoltz hanno evidenziato altri aspetti interessanti, in primo luogo che la percezione dei colori comincia con la retina. Ci sono tre tipi differenti di coni che reagiscono in maniera selettiva al rosso, verde e blu, mentre i bastoncelli attivano la dimensione della luminosità.
Due aspetti della teoria del colore si contrappongono alla teoria dello strutturalismo:
- Le categorie di colore hanno un centro e una periferia.
- A causa della priorità del riferimento focale non vi è un sistema.
La teoria dei colori
La teoria dei colori si incentra su due principali approcci: la linguistica autonoma e la linguistica cognitiva. Il primo si rifà allo strutturalismo secondo cui il significato di una forma linguistica è determinata dal sistema linguistico. Il linguaggio resta chiuso in sé e ha una struttura propria con i suoi principi e le sue dinamiche interne. Questo approccio è stato ampiamente criticato da Chomsky mediante il paradigma generativo-trasformazionale.
Secondo Chomsky:
- Il linguaggio diventa un sistema di conoscenze che ha la propria sede nel cervello.
- Facoltà del linguaggio viste come dispositivo computazionale che genera le frasi di una lingua.
- Lingua autonoma nel senso che essa è un componente autonomo della mente ed è indipendente da altre facoltà mentali.
- La facoltà del linguaggio determina la competenza grammaticale di una persona.
- Abbinamento del sistema concettuale con le risorse computazionali della facoltà del linguaggio che fornisce al linguaggio umano le sue potenzialità espressive.
- Possibilità di una natura sociale del linguaggio.
Capitolo 2: Approccio classico alla categorizzazione
La teoria classica alla categorizzazione viene definita tale perché risale al pensiero greco e trova la sua sistematizzazione più compiuta nell’opera di Aristotele. Inoltre, è stata la teoria dominante in psicologia, filosofia e linguistica per molti secoli.
Aristotele pone la distinzione tra “essenza” e “accidenti”: l’essenza è ciò che rende un’entità ciò che è, gli accidenti sono caratteristiche e proprietà “accidentali”, la cui presenza o assenza non modificano la natura dell’entità.
Es.: categoria: uomo; essenza: essere vivente bipede; accidenti: bianco, nero, colto, ignorante, biondo, castano, ecc. I due tratti che definiscono la categoria “uomo” sono necessari e sufficienti: entrambi devono essere necessariamente presenti (e da soli bastano) per definire un’entità “uomo”.
Le categorie aristoteliche sono definite in termini di tratti necessari e sufficienti. I tratti hanno struttura binaria (un’entità o è bipede o non lo è).
In linguistica
In linguistica, la teoria classica della categorizzazione è alla base della fonologia classica: i suoni della lingua sono categorizzati come membri di categorie dette fonemi, ciascuna delle quali è definita da tratti binari (ad es. i tratti [occlusivo], [bilabiale], [-sonoro] identificano il fonema /p/).
La fonologia classica ha aggiunto, più o meno consapevolmente, due postulati alla teoria classica della categorizzazione: i tratti sono primitivi (cioè non sono scomponibili in entità più piccole); i tratti sono universali (cioè rappresentano l’insieme delle possibilità articolatorie dell’uomo). I tratti inoltre sono astratti poiché possono essere immaginati come strumenti di rappresentazione della capacità umana di produzione dei suoni.
Secondo Saussure la componente fisica del linguaggio cioè il suono è esterna al sistema linguistico. Inoltre, i tratti sono innati quindi l’individuo attribuisce una qualche forma di realtà psicologica alle sue astrazioni.
In semantica
In semantica, la teoria classica della categorizzazione è alla base dell’analisi componenziale. Questo tipo di analisi condivide con la fonologia l’idea che i tratti semanticisiano “primitivi” e “universali”, almeno in parte. L’obiezione più comune all’analisi componenziale è che i tratti semantici non possono essere di numero finito come i tratti fonologici. In alcune versioni dell’analisi componenziale si distinguono i markers che possono essere considerati universali e i distinguishers cioè tratti culturalmente determinati.
Secondo Kempson, i requisiti fondamentali di una teoria semantica sono due: capacità di spiegare i rapporti di significato lessicale ossia i rapporti di sinonimia, iponimia, contraddizione e i rapporti tra i significati frasali ossia implicazione, inclusione, contraddizione. Bierwisch propone una versione radicale sulla ipotesi della autonomia della semantica affermando che affinché l’acquisizione del linguaggio sia possibile occorre presupporre che la conoscenza dell’insieme dei tratti universali sia trasmessa geneticamente.
Lyons distingue tra il senso di una espressione linguistica e il suo riferimento, il primo riguarda il significato linguistico astratto, il secondo si riferisce alla designazione delle entità del mondo. Secondo Cruse i componenti del significato lessicale non devono avere lo status di condizioni necessarie e sufficienti, ma legate da un continuum perché il significato di una espressione partecipa al significato delle altre.
Capitolo 3: Categorie prototipiche 1
Wittgenstein nota che i membri della categoria “gioco” non condividono un insieme di tratti comuni necessari e sufficienti che permettano di distinguerli dai “non-giochi”. I confini della categoria “gioco” sono sfumati, ma ciò non toglie che la categoria stessa sia utile dal punto di vista comunicativo. Può perfino capitare che due membri della stessa categoria non abbiano niente in comune tra loro, pur rimanendo membri di quella categoria.
Labov ha condotto uno studio sulla categorizzazione di vari tipi di recipiente da parte di parlanti inglesi. Il confine tra le categorie varia in modo graduale: zone nette, zone in cui due denominazioni diverse si equivalgono (cup, bowl, vase, glass, dish…). Nella categorizzazione di un oggetto non conta tanto la presenza di tratti discreti, ma contano anche la forma, le dimensioni, il materiale e soprattutto il contesto d’uso in cui è immaginato: nel contesto “caffè”, l’uso di cup è molto più frequente.
Rosch chiede a parlanti inglesi di diverse provenienze di dare un punteggio ai migliori esempi della categoria furniture. Le nozioni di prototipo e grado di appartenenza categoriale hanno realtà psicologica. La struttura centro-periferia delle categorie linguistiche corrispondenti al lessico dei colori si ritrova anche in altri tipi di categorie linguistiche.
Teoria dei prototipi
La teoria dei prototipi si contrappone alla teoria classica (aristotelica) della categorizzazione. La categorizzazione di un’entità dipende da quanto l’oggetto si avvicina a un valore ottimale che fa da punto di riferimento per la categoria. Esistono tratti accidentali (materiale, rapporti dimensionali, etc.) che si rivelano cruciali per associare un dato oggetto a una categoria, ma non sono tratti necessari né sufficienti. Esprimono solamente come una tazza è comunemente, tipicamente, più o meno.
Il concetto di prototipo rispecchia l’effettiva struttura delle categorie. Occorre tuttavia introdurre un secondo concetto per rendere conto dei processi di categorizzazione: il livello basico.
Categorie linguistiche
Le categorie linguistiche intrattengono rapporti sia orizzontali che verticali (o gerarchici). Nell’elencare gli attributi di una certa categoria, i parlanti hanno in mente il livello degli esemplari, non troppo specifici e rari, ma neanche troppo generali.
Es. Nella descrizione delle proprietà della categoria MOBILE i parlanti hanno in mente il livello SEDIA, e ragionano a partire da questo livello. Per la categoria ANIMALI, i parlanti ragionano a partire dal livello CANE, GATTO, MUCCA (non dal livello GATTO PERSIANO, LABRADOR, ecc.).
Esiste un livello di categorizzazione più importante degli altri, un livello in cui la categorizzazione è cognitivamente e linguisticamente più saliente. È al livello basico che costruiamo immagini mentali rappresentative di una categoria: dovendo immaginare un mobile, immaginiamo un oggetto appartenente al livello basico, come una sedia, o un tavolo. È al livello basico a cui solitamente facciamo riferimento parlando. È nella codifica linguistica del livello basico che troviamo i termini meno marcati.
La categorizzazione non è l’esito di fattori arbitrari, ma è il risultato di precise caratteristiche della fisiologia umana e di precise caratteristiche della realtà. Una categoria è tanto più efficiente quanto più rispecchia la salienza della realtà naturale e massimizza l’economia comunicativa: il livello basico è il livello in cui sono più visibili le somiglianze e le differenze tra le entità, e pertanto è a questo livello che si ha il massimo di informazione categoriale.
La differenza tra categoria classica e prototipica sta anche nel fatto che la prima ammette solo due gradi di appartenenza e cioè membro e non membro, mentre l’appartenenza ad una categoria prototipica è graduale. Inoltre, qualunque sia il livello di variazione fra parlanti di una data lingua o dialetto nella rappresentazione delle categorie, ad esempio in uno studio di Kempton richiedeva ad un campione composto di soggetti americani e inglesi di classificare 50 articoli di calzature come stivali, scarpe, pantofole. I risultati emersi evidenziarono che pur essendo d’accordo sulla classificazione della categoria stivale i parlanti attuavano delle categorizzazioni diverse.
Capitolo 4: Categorie prototipiche 2
Un buon esempio di una categoria (o un insieme di buoni esempi di una categoria) costituisce il prototipo. In quanto rappresentazioni schematiche, i prototipi possono essere sotto specificati riguardo alla presenza/assenza di determinate caratteristiche; in questo caso, un buon esempio di una categoria instanzia il prototipo, ma non è il prototipo.
Le entità vengono categorizzate come membri di una categoria grazie alla somiglianza con il prototipo, più un’entità è simile al prototipo e più centrale è la sua posizione all’interno della categoria.
Tuttavia, il concetto di similarità presenta delle problematiche perché le cose possono essere più o meno simili, inoltre la similarità è una definizione soggettiva. Secondo Tversky:
- Affinché ogni entità ottenga la sua appartenenza ad una categoria deve essere superato un certo valore soglia specificato per quella categoria.
- I valori che si trovano al di sopra della soglia dovrebbero determinare un aumento del grado di appartenenza alla categoria.
Molto importante è anche il concetto di attributi delle categorie, secondo Dirven gli attributi costituiscono il reale fondamento di appartenenza delle categorie. È importante ricordare che gli attributi hanno un differente peso, alcuni sono essenziali, altri possono essere trascurati.
Secondo Langacker, quando si apprende una nuova categoria (ad es. albero), si procede nel modo seguente:
- Si associa la parola albero con esemplari specifici di piante di grandi dimensioni, dotate di foglie e decidue.
- Si estrae da questi esemplari una rappresentazione schematica di ciò che essi hanno in comune.
- Questa rappresentazione schematica funziona come prototipo: nuove entità potranno essere categorizzate come albero se presentano una affinità, anche parziale, con lo schema.
- Una volta che nuovi esemplari non perfettamente rispondenti allo schema (ad es. pino) entrano a far parte della categoria, si estrae un secondo schema che contiene ciò che il primo schema e i nuovi esemplari hanno in comune.
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